Sanità, la svolta di Fontana non piace ai privati

Modello Formigoni ciao ciao. La Regione Lombardia cambia registro e cerca di riequilibrare sanità pubblica e sanità privata. Il Celeste magnificava la sanità lombarda – quella da lui riformata modificando il modello nazionale – come una “eccellenza”, un esempio per tutto il Paese. Intanto in Lombardia la spesa pubblica sanitaria aumentava e soprattutto cresceva la quota per le strutture private, a danno della sanità pubblica. Crescevano anche i “benefit” per Roberto Formigoni, il presidente della Regione Lombardia che godeva di viaggi, vacanze, yacht, pranzi, cene, villa in Sardegna e coccole varie ed eventuali, gentilmente messe a disposizione dai boss della sanità privata, che hanno il senso della riconoscenza. La Corte d’appello di Milano lo ha condannato per questo, nel settembre 2018, a 7 anni e 6 mesi di reclusione per il reato di corruzione. E la Corte dei conti gli ha sequestrato 5 milioni di euro, valutando che questa sia la somma dei benefit ricevuti negli anni.

Al di là dei “benefit”, il Modello Formigoni consisteva nell’equiparare strutture pubbliche e strutture private, in nome della libertà di scelta del paziente. Impostazione unica in Italia, che ha lasciato, in realtà, ai privati la libertà di crescere, aumentare i fatturati e scegliere i settori dove offrire più servizi: quelli più remunerativi, naturalmente, lasciando al pubblico quelli che rendono meno e creando per alcune prestazioni lunghissime liste di attesa. Roberto Maroni, succeduto a Formigoni al vertice della Regione, ha cambiato i nomi delle strutture sanitarie, ma non il sistema. Così sono cresciute le fortune e i fatturati di imprese come Humanitas (di Gianfelice Rocca), San Donato e San Raffaele (della famiglia Rotelli), Multimedica (di Daniele Schwarz).

I ricoveri in Lombardia sono 1,4 milioni all’anno: circa 500 mila (il 35 per cento) sono in strutture private, con un fatturato di oltre 2 miliardi, sui 5,4 totali. Le visite e gli esami ambulatoriali sono 160 mila all’anno: 67 milioni (il 42 per cento) fornite dai privati, che incassano 1,2 miliardi di euro, sui 2,9 miliardi totali.

Ora ad annunciare la svolta, provando a uscire dal Modello Formigoni, è il presidente Attilio Fontana. Ce la farà? Il primo atto è un documento intitolato “Regole di sistema 2019” in cui chiede ai privati di programmare le attività non in base ai propri fatturati, ma alle esigenze dei pazienti, fornendo innanzitutto le cure più necessarie e quelle con maggiori tempi di attesa. Chiede di vincolare 35 milioni di euro per prestazioni non scelte dai boss privati, ma dall’assessorato alla Sanità. “Bisogna evitare che gli erogatori si concentrino su attività caratterizzate da buona redditività e da non verificata necessità epidemiologica”, si legge nelle nuove regole della Regione. Per questo 35 milioni saranno sottratti alla discrezionalità dei privati e impiegati per prestazioni scelte dal pubblico.

Lo stesso succederà per dodici visite ed esami specialistici ad alti tempi di attesa, che oggi hanno code di più di 30 o di 60 giorni. Più stringenti saranno anche i controlli, per verificare se siano davvero necessarie alcune prestazioni molto di moda (e molto remunerative) come per esempio gli interventi di chirurgia anti-obesità.

Richieste legittime, visto che i privati incassano, ma a pagare, con soldi pubblici, è sempre la Regione. Che Fontana sia sulla strada giusta lo dimostra la reazione rabbiosa dei boss della sanità privata, arrivata attraverso Confindustria Sanità e le altre associazioni dei padroni delle cliniche. Ma riuscirà a scalzare il Modello Formigoni?

Possiamo votare per un reddito universale in Ue

Possiamo veramente immaginare un reddito universale europeo? Beppe Grillo lancia l’idea dal suo blog. La politica, per una volta, è più avanti. Una proposta di questo tipo, sviluppata in forma più innovativa, verrà portata alle urne in dieci Paesi alle prossime elezioni europee. Partiamo da una premessa: non esiste innovazione tecnologica senza investimento pubblico. Prendete un iPhone e apritelo. Ogni componente principale è stata sviluppata grazie alla ricerca di base finanziata e organizzata da istituti pubblici. Ossia con i nostri soldi. Ma nonostante ciò, tutti i profitti di Apple vengono distribuiti esclusivamente a un ristretto gruppo di azionisti privati. Lo stesso vale per qualunque altra compagnia ad alta innovazione – ossia quasi ogni grande azienda oggi. Quanti sanno che il Web, che permette a Google di macinare miliardi, viene inventato al Crne di Ginevra? Investimenti pubblici e profitti privati. È un’ingiustizia ma è anche una straordinaria opportunità per reinventare il welfare.

Lo stato sociale tradizionale funziona in parte come un’assicurazione fra lavoratori e fra generazioni: i salari di oggi coprono i costi delle pensioni e delle tutele di quanti rimangono senza un impiego. L’attacco al mondo del lavoro e l’automazione produttiva mettono sotto forte pressione un sistema di questo tipo. Un reddito universale, ossia uno stanziamento mensile garantito a ogni cittadino, dovrebbe servire proprio a evitare che la riduzione nella richiesta del lavoro si trasformi in una crescita esponenziale della povertà. Ma finché una misura di questo tipo sarà finanziata esclusivamente dalla tassazione generale, ecco che dipenderà in larga parte da un monte salariale già ristretto, creando divisioni fra lavoratori e inoccupati e gravando ancora di più sulla spesa pubblica. Proviamo invece ad aggiornare la questione ai nuovi processi produttivi dell’era delle macchine. Sappiamo, grazie al lavoro di economisti come Thomas Piketty, che proprio il reddito di capitale – ossia “fare i soldi con i soldi”, come con le partecipazioni azionarie – è alla base dell’esplosione delle diseguaglianze. Chi ha una rendita finanziaria vede la propria ricchezza crescere molto più di chi ha un salario. E se iniziassimo a condividere la remunerazione del capitale?

Pensateci: da un lato abbiamo una formazione di valore che in buona parte scaturisce da finanziamenti pubblici. I 250 miliardi che Apple detiene nei paradisi fiscali sarebbero inimmaginabili senza la ricerca in fisica di base. Dall’altro, però, i profitti generati vengono privatizzati – resi, cioè, disponibili esclusivamente a un ristretto gruppo di azionisti. Da qui arriva una proposta semplice quanto dirompente: attribuire una piccola percentuale di ogni compagnia quotata in Borsa a un Fondo Sovrano Europeo, ossia un fondo comune a controllo pubblico. Ogni anno i dividendi associati a queste partecipazioni azionarie andrebbero a formare la base di un dividendo universale europeo elargito a tutta la cittadinanza. Gli “azionisti” dei processi di innovazione tecnologica siamo, in parte, proprio noi stessi. Ed è ora che questo azionariato diffuso inizi a essere riconosciuto e remunerato.

Questa proposta è contenuta, insieme a tante altre, all’interno del Green New Deal, un rivoluzionario programma politico sviluppato dal movimento pan-europeo DiEM25 insieme a numerosi partner internazionali, fra cui lo stesso Bernie Sanders negli Stati Uniti. Per la prima volta nella storia europea, un programma unico formerà la base della campagna elettorale di dieci forze politiche che si presenteranno alle elezioni europee di maggio, dal Portogallo alla Polonia, sotto il nome di Primavera Europea. Il dividendo universale europeo non è solo possibile. Ma si potrà votare a maggio.

Obiezioni a Calenda, l’europeista confuso

Le elezioni europee si avvicinano e un po’ tutti conferiscono a esse un singolare rilievo sia per la Ue che per la loro ricaduta sul governo e sugli equilibri politici nostrani.

Non ho difficoltà a riconoscere all’attivismo di Calenda il merito di avere vivacizzato la discussione con la sua proposta di una lista unitaria degli europeisti. E tuttavia essa non mi convince. Per più ragioni. La prima: c’è modo e modo di essere europeisti. Se così non fosse, che senso avrebbero le molteplici famiglie politiche europee, vecchie e nuove? E le istituzioni Ue, a cominciare dal Parlamento, hanno bisogno di un di più e non di un di meno di politica. Il documento-appello di Calenda sconta dichiaratamente due limiti genuinamente politici: mette in conto che gli eletti possano poi collocarsi in diversi gruppi parlamentari europei e non indica il nome di un candidato per la presidenza della Commissione Ue da sottoporre, prima del voto, agli elettori. Indicazione e metodo (trasparente e democratico) che qualificano politicamente una piattaforma; che vanno nel senso di democratizzare le istituzioni comunitarie e di conferire loro più spessore e forza politica; che favoriscono la logica comunitaria propria della Commissione a discapito di quella intergovernativa che domina il Consiglio Ue. Seconda ragione: per quanto Calenda si affanni a sostenere che si tratterebbe di una lista per e non contro, come ha obiettato Letta, comunicativamente (e non solo) sarebbe letta come un fronte di “tutti contro i sovranisti”. Con il concreto rischio di favorirli. Del resto, la proposta Calenda si situa nel solco del Fronte Repubblicano da lui prospettato solo qualche mese fa sul versante interno. Un Fronte che metteva sullo stesso piano Lega e 5 Stelle. Non a caso egli, pur disegnando un campo largo e trasversale, fissa il perimetro della suddetta lista con la esplicita esclusione di chi, nel foro interno, volesse dialogare con Lega e 5 Stelle, indifferentemente. Un campo che, per converso, non si qualifica programmaticamente né di centrodestra, né di centrosinistra.

Domando – ed è la terza obiezione – può il Pd a congresso sposare una piattaforma elettorale che non si dichiara di centrosinistra? Possono farlo in particolare quei candidati alla leadership che, a parole, asseriscono di volere marcare una discontinuità rispetto al corso renziano? Possono sperare che, intorno a una figura come Calenda e alla sua proposta, si possa riconquistare quel vasto elettorato di sinistra che ha lasciato il Pd per rifluire nell’astensione o verso i 5 Stelle? È di aiuto a un confronto congressuale finalmente non reticente una proposta che, al riparo di una retorica unitarista, esorcizzi ancora la questione, che prima o poi il Pd dovrà pure affrontare, del rapporto con i 5 Stelle e comunque con una parte di essi e i suoi elettori, avendo archiviato – si spera – la presunzione di un’autosufficienza che oggi, con il Pd al 17 %, suonerebbe ridicola? Anche perché Calenda ha sempre rivendicato le politiche dei governi Renzi e Gentiloni bocciate dagli elettori.

Quarto: la legge elettorale proporzionale semmai suggerisce di differenziare e articolare l’offerta politica europeista. Naturalmente, entro limiti ragionevoli, che facciano i conti cioè con la soglia del 4%. Esemplifico: il saldo di due liste entrambe europeiste, ma più connotate politicamente – una di stampo centrista e liberale, l’altra da sinistra di governo, rispettivamente orientate sulla famiglia politica liberal-democratica (Alde) e su quella socialista –, sarebbe positivo. Azzardo: sul primo versante, Calenda, Bonino, magari un Renzi che finalmente ponesse fine alla sua doppiezza posizionandosi in un campo a sé più congeniale; sul secondo versante una sinistra di governo più larga e inclusiva, con il Pd (rinnovato) ma oltre il Pd. Con un valore aggiunto per la rappresentanza nel futuro parlamento Ue, in una legislatura decisiva per la sorte del progetto europeo, ma anche per la ricaduta sugli sviluppi della politica domestica.

Un’offerta politico-elettorale così congeniata sarebbe di sicuro meno indistinta e più coerente con le effettive solidarietà politiche e programmatiche, metterebbe i cittadini nelle condizioni di scegliere rappresentanti a sé più affini, allargherebbe il bacino elettorale complessivo degli europeisti. Nulla impedisce che, al fine di temperare e disciplinare la competizione interna al campo delle liste in oggetto, si possa stilare un Manifesto di principi ispirato a un moderno, aggiornato orizzonte europeista che faccia da cornice larga e condivisa da più liste, ma dentro la quale poi ciascuna di esse possa declinare quei principi a proprio modo. Perché appunto ci sono modi politici diversi di trascrivere un comune credo europeista. Un Manifesto stilato e sottoscritto da alte personalità della cultura e della politica europea.

Mail box

 

Craxi ad Hammamet, prima contumace e poi latitante

Egregio Direttore, il tempo passa, la storia fa il suo prezioso lavoro dispensando parole di verità, come torti e meriti, anche se qualcuno preferisce non prenderne atto. Le scrivo, infatti, per fare una precisazione squisitamente “tecnica”, su quella che si continua a definire la “fuga” di Craxi, in ultimo nel trafiletto apparso sul suo giornale che dà notizia del prossimo film di Gianni Amelio. Il viaggio che Bettino Craxi intraprese il 5 maggio 1994 per raggiungere la sua casa di Hammamet fu un viaggio assolutamente legittimo, normale, tutt’altro che una fuga. Era ancora in possesso dei suoi due passaporti, quello personale e quello diplomatico (rilasciatogli dall’Onu), e a suo carico non era stato emanato alcun provvedimento che ne limitasse la libertà personale. Solo il 12 maggio dello stesso anno il giudice del Tribunale di Milano per le indagini preliminari emette un provvedimento di “divieto di espatrio”.

Non sono una giurista, ma come è possibile affibbiargli lo status di latitante quando un divieto di espatrio – per essere legittimo ed efficace – avrebbe dovuto essere emanato e notificato quando si trovava ancora sul territorio nazionale, e non già quando lo aveva già lasciato lecitamente? Concorderà con me che c’è qualcosa che non va. Quanto al successivo provvedimento di irreperibilità (22 giugno 1994) francamente fa sorridere, se non rappresenta una vera e propria offesa alla ragione. Hammamet non era certo un nascondiglio segreto. Tutti – lei compreso – sapevano dove si trovava Craxi, tanto che i giornali ne pubblicavano il numero di telefono sulle prime pagine e non si contano le interviste televisive e le dichiarazioni rilasciate dal leader socialista, al pari di incontri con capi di Stato e leader internazionali. A questo punto mi chiedo – e le chiedo – ma il pool di Milano voleva veramente Craxi, oppure vista la natura delle inchieste era sufficiente averlo “fatto fuori” dall’agone politico? La domanda è lecita poiché a suo carico non fu mai emesso alcun “provvedimento di rimpatrio” e, difficilmente, è sostenibile la tesi che tale eventualità possa essere sfuggita ai giudici.

Considerare latitanza quella di Craxi è quindi un assurdo logico e giuridico, tanto più che lo stesso, per il tramite dei suoi legali, si mise a disposizione dei giudici e financo dell’allora Commissione parlamentare sulle Stragi. Eppure, tra un proclama e l’altro, nessuno volle ascoltarlo, producendo una violazione dei diritti di difesa dell’imputato sanzionata dagli organi di giustizia europei (perché nessuno lo ricorda?). Se scappare vuol dire nascondersi, se scappare vuol dire far perdere le proprie tracce, darsi alla macchia, in modo che nessuno sappia dove sei e cosa fai, in modo che nessuno ti trovi, allora quel che Bettino Craxi ha fatto è proprio l’opposto di una fuga e nessun falso giuridico può coprire o modificare questa verità.

Stefania Craxi

Quando Craxi volò ad Hammamet per non rientrare più in Italia, aveva appena perso l’immunità parlamentare, cioè poteva essere arrestato. A fine aprile i magistrati milanesi avevano iniziato a ritirare il passaporto e a vietare l’espatrio ai parlamentari uscenti indagati, per evitarne la fuga. Per Craxi arrivarono troppo tardi. Lui rifiutò di rientrare in Italia allegando una raffica di certificati medici. Il 16 giugno fu dichiarato “contumace” nei suoi numerosi processi. Ma i giudici non chiesero né l’arresto né l’estradizione perché il trattato italo-tunisino in materia era una trappola per loro: escludeva la consegna dei cittadini imputati per “infrazioni politiche o connesse” (e la giurisprudenza tunisina vi includeva persino il reato di finanziamento illecito) e soprattutto stabiliva che l’eventuale rigetto dell’estradizione comportasse il divieto di processare l’interessato fuggitivo. Cioè rischiavano di saltare i processi. Di qui la decisione di processarlo a piede libero.

Solo dopo il 1995, con le prime condanne di Craxi anche per corruzione, furono spiccate ben tre ordinanze di custodia cautelare in carcere, con la dichiarazione di latitanza e le richieste di estradizione. Che nessun governo italiano mosse mai un dito per ottenere dalle autorità tunisine.

M. Trav.

 

Senza l’autorizzazione a Salvini i 5S perderanno il mio appoggio

Ringrazio Travaglio per i suoi editoriali. Sono un’elettrice dei Cinque Stelle, ho mal digerito il contratto con la Lega. Se i Cinque Stelle negheranno l’autorizzazione a procedere contro Salvini, perderanno il mio voto. Salvini, incompetente e inadeguato al ruolo che ricopre – come avete più volte sottolineato – resta uno sciacallo che costruisce il suo consenso sulla pelle dei migranti.

Inaccettabile.

Laura Bellandi

 

Il pubblico pagato nei talk è disposto ad applaudire tutti

Vedendo la maggior parte dei talk show, specie di carattere politico (Di martedì, L’aria che tira, Piazza pulita, ecc. ecc.) non sopporto il fatto che il pubblico applauda in senso di approvazione uno degli ospiti quando esprime un certo pensiero, poi dopo pochi secondi lo faccia per un altro ospite che dice cose magari diametralmente opposte. Posso capire che ci siano i capi-claque e che in alcune trasmissioni il pubblico sia pagato, ma io non mi farei mai sottomettere per qualche euro o perché qualcuno me lo impone di applaudire ideologie (soprattutto politiche) che non mi appartengono.

Claudio Moretto

Immigrazione. I numeri smentiscono le grandi bugie sull’invasione (che non c’è)

L’articolo di Leonardo Coen sul razzismo a Milano, uscito sul Fatto lunedì scorso, elenca una serie di episodi avvenuti negli ultimi tempi, ma non dà una risposta sulle cause. E forse non vuole darle. Ma a mio parere la defunta sinistra non è in grado di darle perché altrimenti dovrebbe ammettere che l’accoglienza indiscriminata dei migranti è pura demagogia e fomenta il razzismo. Vivo da molti anni nelle periferie e posso assicurare che l’impossibilità di gestire una migrazione di massa produce conflitti inevitabili perché il nostro Stato non ha né le risorse né le capacità per governare un simile fenomeno. Invece di crogiolarsi nella demagogia occorre spirito pratico e risolvere il problema come fanno per esempio i Paesi più civili, per esempio la Svezia. Il premier socialdemocratico ha rimpatriato la metà dei migranti, perché non avevano diritto di rimanere in Svezia. Nessuno si è sognato di definirlo fascista e nessuno ha demagogicamente sostenuto che bisogna accogliere tutti.

Vincenzo Magi

 

Gentile signor Magi, insicurezza e razzismo in Italia si intrecciano sempre più colpevolmente, alimentate da percezioni irreali e dal ballificio xenofobo. 1) L’Italia ospita circa 6 milioni di immigrati (Osservatorio sulle migrazioni, ultimo rapporto del 31 gennaio), 9 su 10 vi risiedono da più di cinque anni. La stragrande maggioranza ha il permesso di lavoro o è qui per ricongiungimento familiare: il 56% è di origine europea; il 35 arriva da Paesi dell’Ue; il 17 da Africa e Medio Oriente; il 14 dall’Asia; il 13 da Oceania e Americhe. Le cifre smantellano la teoria dell’invasione africana e musulmana. 2) Le ragioni delle migrazioni sono note: guerre, siccità, dittature, miseria, speranza. Per la Commission on Migration and Health (sponsor la rivista Lancet), ogni 1% di migranti corrisponde al +2% del Pil. I migranti sono una risorsa. L’inopinata stretta sui permessi di soggiorno li trasforma in irregolari, quindi più ricattabili da mafie e da disonesti datori di lavoro. 3) In percentuale, l’Italia ha meno immigrati di Estonia, Svezia, Croazia, Lituania, Lussemburgo, Austria, Spagna, Olanda, Germania, Francia, Belgio, Grecia, Malta e altre nazioni. 4) La Svezia ha accolto il 135% (!) dei migranti rispetto alla quota prevista ma l’estrema destra fomenta odio e violenza contro “l’invasione straniera” (23,4 immigrati ogni mille abitanti, in Italia 2,4): nei fatti, resta un baluardo della solidarietà. Ultima Grande Bugia: quella che i migranti ricevano più di quanto non contribuiscano. Smentita dai dati ministeriali.

Leonardo Coen

Perché i giornali stanno soffrendo

In cinque anni Repubblica e Corriere hanno perso 45.000 copie; La Stampa 34.000. Sia in versione cartacea che in versione digitale. Anche tutti gli altri giornali sono in calo. Repubblica ha sostituito Mario Calabresi (49 anni) che ha tentato innovazione e diversificazione con Carlo Verdelli (61 anni) che non è neppure sui social network.

La crisi dei giornali, che tutti i commentatori considerano irreversibile, viene attribuita a quattro cause: la decrescente credibilità dei giornalisti; l’eccessiva somiglianza e sovrapponibilità dei giornali; il proliferare delle fonti informative non cartacee, il progressivo prosciugarsi delle fonti di finanziamento, tutte in declino (la pubblicità, gli abbonamenti, le edicole, i finanziamenti pubblici, gli imprenditori che investono a fondo perduto).

Dal punto di vista sociologico i due fenomeni più rilevanti nella galassia dell’informazioni sono la proliferazione delle fonti informative e dei produttori di cultura e la democratizzazione della falsità.

Per secoli, prima dell’avvento dei mass media, le informazioni e la cultura sono state prodotte da pochi e destinate a pochi. L’arcivescovo di Salisburgo commissionava a Mozart una composizione e, ottenuto lo spartito, la faceva eseguire per la ristretta cerchia di gentiluomini e gentildonne che componevano la sua corte. Il conte Hermann Carl von Keyserling, che soffriva d’insonnia, chiese a Bach di comporgli quelle che poi sarebbero state chiamate Variazioni Goldberg, destinate solo a lui e, eccezionalmente, agli “intenditori, per il ristoro del loro spirito” come dice il frontespizio dello spartito.

Gli “intenditori” erano ben pochi in un mondo dove solo i preti e pochissimi laici sapevano leggere e scrivere ma bastavano per certificare proprietà, conoscenze, pratiche religiose, memorie di rilievo collettivo, amministrazione della giustizia, della politica e della guerra. Carlo Magno e Carlo V stentavano anche a scrivere la propria firma e fu la riforma protestante che, eliminando la mediazione del clero, attribuì a tutti i fedeli il diritto e il dovere di leggere la Bibbia. Per esigenze organizzative fu poi l’industria, soprattutto quella di grandi dimensioni, a esercitare un ulteriore impulso all’alfabetizzazione.

Nel 1861, subito dopo l’unificazione, gli italiani erano 28 milioni e gli analfabeti rappresentavano il 78%, con punte massime del 91% in Sardegna. Nello stesso anno gli analfabeti erano il 47% in Francia, il 31% in Inghilterra, il 10% nei Paesi scandinavi. A metà del Novecento l’Italia, dove ancora prevale l’agricoltura, ha 48 milioni di abitanti, per metà analfabeti. Nel 2002 gli italiani sono ormai 57,5 milioni e i cittadini senza alcun titolo di studio o in possesso della sola licenza elementare, sono pari al 36,5% della popolazione sopra i sei anni.

Oggi in Italia gli abitanti sono 60,4 milioni e, secondo le statistiche ufficiali, solo il 3% sono analfabeti. Ma in un articolo pubblicato nel 2008, Tullio De Mauro scriveva: “Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un’altra, una cifra dall’altra. Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea… Solo lo Stato del Nuevo Léon, in Messico, ha risultati peggiori”.

Tutt’altra cosa è se si considerano gli analfabeti funzionali, cioè le persone che sanno leggere e scrivere ma non riescono a sviluppare un pensiero critico e hanno difficoltà a comprendere testi semplici, come ad esempio le istruzioni di montaggio di un oggetto appena acquistato. Un recente studio di Info Data e Sole 24 Ore ha calcolato le percentuali di analfabeti: in Italia sono il 28%, contro il 18% negli Stati Uniti e in Germania, il 13% in Svezia, l’11% in Finlandia.

Ma oggi saper leggere e scrivere non basta. Occorre essere connessi con il mondo circostante. Nella società industriale e con l’avvento dei mass media (giornali, radio e televisione) la cultura è diventata una faccenda di pochi per molti: quella stessa sinfonia che l’arcivescovo di Salisburgo commissionava, Mozart componeva, i musici eseguivano e solo la corte ascoltava, oggi può essere fruita da miliardi di persone grazie alle riproduzioni discografiche, alle trasmissioni radiofoniche e televisive, alle applicazioni quasi gratuite come Spotify. Stessa cosa avviene, tramite eBook reader, per quanto riguarda articoli, letteratura e saggi.

Poi, nella società postindustriale, con l’avvento dei social media, la cultura è diventata una faccenda di molti per molti. Tutti collaborano alla produzione di Wikipedia e tutti vi attingono informazioni. Stessa cosa avviene con Facebook, Instagram, WhatsApp, Youtube e con tutti gli altri sistemi interattivi.

Le tre modalità di produzione e consumo della cultura oggi convivono consentendo la loro ibridazione: secondo gli ultimi dati del Censis, il 94% degli italiani guarda la televisione, il 79% ascolta la radio, l’84,5% legge i quotidiani e il 31% legge i settimanali.

Il 42% per cento della popolazione dai 6 anni in su ha letto almeno un libro negli ultimi dodici mesi, e a leggere sono molto più le donne (28%) che gli uomini (16,5%), gli anziani più dei giovani, i laureati più degli altri, gli imprenditori e i liberi professionisti più degli impiegati e degli operai, i residenti nel Nord-Est (49%) più dei residenti nel Sud (28%), i ragazzi che vivono con genitori che a loro volta leggono (80%) più di quelli che hanno i genitori che non leggono (40%).

Ma tutti questi mezzi “industriali” di trasmissione culturale sono usati molto meno di dieci anni fa: i quotidiani hanno perso il 30% dei lettori, i libri il 17% e i settimanali il 9,5%. In grande ascesa, invece, i mezzi postindustriali: l’88% possiede un cellulare, il 78% è abbonato a Internet, il 29,5% usa il tablet. Rispetto a dieci anni fa, i possessori di smartphone sono aumentati del 59%, gli abbonati a Internet del 33%, i lettori di quotidiani online del 5%.

Negli anni della crisi, tra il 2007 e il 2017, la spesa totale delle famiglie si è ridotta del 2,7%; quella per giornali e libri si è ridotta del 38,8%; quella per computer e audiovisivi è aumentata del 54,7%; quella delle famiglie per il telefono è aumentata del 221,6%.

Dunque i sistemi elettrici e cartacei di produzione e di consumo culturale stanno cedendo il passo ai sistemi elettronici, anche se questo passaggio non è uguale in tutti i segmenti di pubblico: Internet è usato dal 42% degli anziani (65-80 anni) contro il 90% dei giovani (14-29 anni). Questi ultimi rappresentano il 55% dei fruitori di Instagram, il 71% dei fruitori di Facebook e di YouTube, l’82% dei fruitori di WhatsApp. E, man mano che gli adulti accedono a WhatsApp, i giovani emigrano verso Instagram, rifiutando persino la convivenza virtuale con chi è più anziano di loro. Interessante notare che il 66% degli italiani è convinto che i social network siano poco o per nulla affidabili. Il fatto è che i giovani (14-29) usano il web soprattutto per ascoltare musica, guardare film e telefonare; gli anziani (66-80), i laureati e i diplomati soprattutto per svolgere operazioni bancarie, trovare strade e località, trovare informazioni su aziende, prodotti e servizi. In entrambi i casi, l’affidabilità non conta.

Unicredit, nuovo piano a dicembre. Profondo rosso Bpm

Il gruppo Unicredit annuncia la riorganizzazione della squadra dei manager, la razionalizza e dà l’avvio al cantiere sul piano strategico al 2023 fissando, con 10 mesi di pre-avviso, l’agenda del mercato per la presentazione il 3 dicembre a Londra. Allo stesso tempo, dopo 39 anni nel gruppo, dal primo giugno il direttore generale, Gianni Franco Papa – al quale va una buonuscita di 3,6 milioni di euro – lascerà l’istituto. Il progetto di riorganizzazione, approvato dal cda che ha anche esaminato i conti dell’anno che verranno svelati questa mattina, ha come obiettivo quello di continuare il processo di razionalizzazione iniziato con il piano che si chiude quest’anno, e assicurare che la squadra manageriale che implementerà il nuove strategie, ne abbia la responsabilità fin dall’inizio del processo di pianificazione. Tempo di bilancia anche per il Banco Bpm e i risultati non sono positivi: la pulizia dei crediti problematici e la maxi cessione da 7,8 miliardi di Npl portano in rosso il bilancio dell’istituto. Che torna così in rosso nel 2018, chiudendo a 59,5 milioni di euro di perdite, a fronte dei 558 milioni di utili realizzati nel 2017. Il rosso del quarto trimestre è stato di 584 milioni di euro.

Stop a Siemens-Alstom. Parigi e Berlino vanno all’attacco di Bruxelles

La decisione era attesa, ma ieri c’è stata la conferma: il matrimonio ferroviario tra Alstom e Siemens non si farà. Lo ha deciso la commissaria europea alla Concorrenza, Margrethe Vestager. Il no di Bruxelles, oltre ai vertici delle due società e ai circoli industriali, ha fatto irritare i governi di Francia e Germania. Il ministro francese delle Finanze, Bruno Le Maire, ha parlato di un errore che favorirà gli interessi della Cina e criticato le norme antitrust europee: “Con la mia controparte tedesca, Peter Altmaier – ha commentato – faremo proposte per rifondare queste regole e avere una politica industriale europea più ambiziosa”. Posizione confermata da Steffen Seibert, portavoce del cancelliere tedesco Angela Merkel: “Prendiamo atto con rammarico della decisione della Commissione. Il governo tedesco si impegna per modernizzare la legge sulla concorrenza e sui cartelli.

L’accordo per una fusione, a controllo paritetico, tra la francese Alstom (società che produce i Tgv, controllata dal governo francese e dal gruppo Bouygues) e la tedesca Siemens Mobility (del gruppo Siemens Ag, controllato dalla famiglia Siemens e investitori istituzionali) era stato siglato nel settembre 2017 con la benedizione del presidente francese Emmanuel Macron e della cancelliera tedesca Angela Merkel. Ne sarebbe uscito un gruppo con attività nei treni, nelle infrastrutture ferroviarie, nei sistemi di controllo e segnalazione, da 15,3 miliardi di fatturato aggregato, il secondo al mondo, dopo la cinese Crrc. La fusione, oltre a permettere sinergie da 470 milioni l’anno nei primi quattro anni, secondo le due società avrebbe aumentato le opportunità d’affari nei mercati in crescita asiatici e americani.

Le riserve dell’Antitrust europeo rispetto al peso eccessivo in Europa del nuovo soggetto, in particolare nei settori del segnalamento e dei treni ad altissima velocità, si sono manifestate il 29 ottobre scorso, con una serie di obiezioni all’accordo. Alstom e Siemens hanno risposto il 12 dicembre scorso, con la disponibilità a cedere alcune attività, un sacrificio di circa il 4% del fatturato. Che però non è bastato.

“Siemens e Alstom sono due campioni nell’industria ferroviaria. La fusione avrebbe prodotto prezzi più alti, meno scelta e meno innovazione nel mercato. Quindi è stata bloccata”, ha spiegato Vestager. E alle accuse di lasciare così il campo libero alle aziende cinesi per la commissaria non c’è rischio: “Nessun fornitore cinese ha mai partecipato a una gara in Europa, né ha mai consegnato un treno ad alta velocità”. Ma la faccenda è controversa. I critici ritengono che la Commissione, concentrandosi sulla tutela dei consumatori, non consideri le dinamiche del mercato, ormai non più continentale, ma globale. “A me pare una grossolana sottovalutazione della concorrenza internazionale. I cinesi si muovono a una velocità di cui l’Ue non si rende proprio conto”, dice Carlo Scarpa, ordinario di economia all’Università di Brescia e presidente di Brescia Mobilità (società del trasporto pubblico). Sull’argomento si espresso anche l’ex premier italiano Enrico Letta, che oggi dirige a Parigi la scuola di Affari internazionali di Science Po: “Le regole della concorrenza in Europa sono state immaginate per gestire una concorrenza intra-europea, oggi però dobbiamo confrontarci sulla scena mondiale”.

Ed ora alla luce della decisione su Alstom-Siemens, ci si domanda quale sarà l’esito per un altro dossier sul tavolo di Vestager: l’acquisto dei cantieri navali Stx di Saint-Nazaire da parte dell’italiana Fincantieri. In questo caso a segnalare i rischi concorrenziali della fusione erano stati peraltro proprio i francesi. E un altro tema caldo per l’Antitrust europeo sono i salvataggi bancari. Nei giorni scorsi in Germania si è deciso il soccorso con soldi pubblici della tedesca Nord LB, banca di Hannover praticamente fallita per i crediti erogati alle compagnie navali in crisi. I fondi disponibili, 4 miliardi, arriverebbero dal governo della Bassa Sassonia e dalle Sparkassen, le casse di risparmio controllate dagli enti locali. Vestager ha spiegato che Bruxelles è in contatto con le autorità tedesche, anche se al momento nulla è ancora deciso.

Intanto le decisioni Ue sui salvataggi delle banche italiane in crisi finora sono state severe. Un caso emblematico è quello della Cassa di Risparmio di Teramo (Tercas). Nel luglio 2014 a coprire con 300 milioni di euro le perdite dell’istituto fu il Fondo di tutela dei depositi bancari (Fitd), alimentato dai contributi delle banche. Vestager però lo assimilò a un aiuto pubblico, perché aveva agito “per conto dello Stato italiano”. Il Fitd ha dovuto trasformarlo in un contributo “volontario”.

La Ue taglia le stime del Pil: nel 2019 crescita dello 0,2%

Altro che +1 per cento, come aveva previsto e scritto nella legge di Bilancio il governo Conte: la crescita dell’economia italiana nel 2019 sarà soltanto dello 0,2 per cento, sostiene la Commissione europea nelle sue previsioni di inverno che verranno presentate oggi ma che già ieri sono filtrate ai media. La riduzione delle aspettative della Commissione è drastica, a novembre aveva stimato +1,2 per cento. Non è usuale una revisione al ribasso dell’1 per cento.

Erano sbagliati i conti di novembre? Le previsioni si adeguano al mutare delle condizioni esterne e interne a un Paese. C’è la guerra commerciale tra Usa e Cina, certo, ma come dice l’Istat e come confermano vari indicatori la frenata dell’economia italiana dipende soprattutto dal crollo di consumi e investimenti, colpa anche dell’incertezza politica.

L’Ufficio parlamentare di bilancio, l’autorità indipendente sui conti pubblici, è appena più ottimista e per il 2019 prevede +0,4 per cento. Ma con molte incognite, tutte negative. Tra le principali lo spread, cioè le tensioni sui mercati obbligazionari dei titoli di Stato. Come ricorda il Fondo monetario internazionale nel suo rapporto annuale sull’Italia diffuso ieri, un aumento dello spread di 100 punti determina un aumento del costo di finanziamento per le grandi banche italiane di 15-20 punti. Un costo aggiuntivo per gli istituti di credito che si traduce poi in minori e più costosi finanziamenti alle imprese.

Proprio il Fondo monetario si rivela il più generoso verso l’Italia e prevede un Pil che nel 2019 sale dello 0,6 per cento. Ma l’ottimismo è tutto relativo, perché secondo il Fmi l’Italia non tornerà a crescere sopra l’1 per cento per almeno cinque anni (per quello che valgono previsioni così a lunga scadenza).

“Uno stress acuto in Italia potrebbe spingere i mercati globali in territori inesplorati”, scrive il Fmi nel rapporto. E il ministro del Tesoro Giovanni Tria deve diramare una nota di rassicurazione che finisce in realtà per confermare i dubbi esterni sulla tenuta dell’Italia: “Il nostro debito è pienamente sostenibile e si finanzia comodamente sui mercati” quindi “non c’è motivo per creare allarmismi”.

La bassa crescita rischia però di far saltare i rapporti tra debito e Pil concordati con la Commissione Ue facendo scattare tagli automatici alla spesa per almeno 2 miliardi inseriti dal governo nella legge di Bilancio per ottenere il via libera da Bruxelles. La pressione dei mercati, più che quella europea, potrebbe poi costringere l’esecutivo a valutare una manovra correttiva o impegni a misure impopolari nei documenti di bilancio da presentare ad aprile relativi al 2020. Ma ogni pacchetto di tagli e tasse potrebbe forse ridurre il deficit ma penalizzerebbe la crescita, finendo per aggravare il problema.

Fmi, fuga degli italiani. Il tasso di emigrazione è ai livelli di 50 anni fa

Boom degli italiani che lasciano il Paese: il tasso di emigrazione è vicino ai massimi degli ultimi 50 anni. Una fuga legata alle difficoltà economiche di un’Italia disoccupata e più povera, con standard di vita più bassi, soprattutto per i giovani. La fotografia scattata dal Fondo monetario internazionale dipinge l’Italia alle prese da anni con una bassa crescita economica e con problemi strutturali che spingono molti a fare la valigia, lasciare e guardare altrove. Oltre il 20% delle famiglie sono a rischio povertà con punte del 33,1% nel sud e nelle isole. La disoccupazione è alta a circa il 10%, con il Sud che sperimenta tassi “quasi il doppio della media nazionale”. E anche per chi ha un lavoro la situazione non è facile: i redditi reali pro capite sono al livello di 20 anni fa, ovvero prima dell’accesso nell’euro, e sono decisamente inferiori rispetto alla media europea. Rispetto ai giovani se la passano meglio i pensionati e le famiglie più anziane: la loro ricchezza e i loro redditi restano sopra ai livelli di 20 anni fa. Una disparità legata alla “debole performance di crescita dell’Italia negli ultimi due decenni”. Ma anche al “trattamento relativamente favorevole degli anziani a spese della popolazione più giovane e in età di lavoro”.