Anas, il contratto d’oro per Armani. Firmato da Armani

Gianni Armani è stato costretto dal governo gialloverde a lasciare la doppia poltrona di amministratore e direttore Anas, ma prima di andarsene è passato alla cassa dove gli hanno graziosamente elargito circa un milione e 10 mila euro, oltre al Trattamento di fine rapporto (Tfr). Glieli hanno dati in forza del contratto dei dirigenti Anas firmato due anni prima dallo stesso Armani, un testo di 8 pagine e 22 articoli che definire generoso è un eufemismo. Più che un accordo sindacale è un ponte dorato per chi, dicendo addio all’azienda, ha la fortuna di vederselo applicare. Dopo Armani quel provvidenziale contratto sarà invocato a buona ragione dai dirigenti che gli facevano corona e, ora, fremono per levare le tende. Il primo è stato il capo del personale, Alessandro Rusciano, ex Terna come Armani, il quale ha salutato mettendosi in tasca circa 600 mila euro. Che sono una bella cifra, considerato che all’Anas c’era arrivato appena tre anni prima.

Gli altri della cerchia di Armani che potrebbero volare via sulle ali del contratto d’oro sono Edoardo Eminyan, assistente personale di Armani, ex Terna pure lui. Poi Giuseppe Saponaro, responsabile delle società partecipate dall’Anas, altro ex Terna; Claudio Arcovito, direttore delle Relazioni pubbliche; Sergio Papagni, capo dell’ufficio legale. Alcuni di questi erano entrati all’Anas con un contratto a tempo determinato e in quella veste mai avrebbero potuto usufruire dei benefit previsti dall’accordo dei dirigenti Anas.

Senonché provvidenziale è arrivata alcuni mesi fa la soluzione: lo stesso giorno in cui il governo gialloverde giurava al Quirinale e, quindi, le prospettive per Armani e la sua cerchia volgevano decisamente al peggio, da tempo determinato quei contratti sono stati tramutati a tempo indeterminato. E da quel momento l’accordo dorato ha steso la sua confortevole copertura anche su di loro.

Per volontà di Matteo Renzi e del precedente governo Pd da oltre un anno l’Anas è stata inglobata tra mille polemiche dalle Fs di cui ora è una partecipata. Il favorevole contratto cucito sulle pretese dei dirigenti Anas non coinvolge però quelli della casa madre, cioè la controllante Ferrovie. Ed è un paradosso nel paradosso. Prima di tutto perché i soldi di cui Anas dispone con così tanta prodigalità a favore dei suoi dirigenti sono interamente pubblici, mentre le Fs ottengono almeno metà degli incassi dal mercato con le Freccerosse e simili. E a logica, quindi, dovrebbero poter usufruire di maggiore mano libera anche nelle politiche retributive interne. Il secondo motivo è che non si è mai vista una società controllata riservare ai suoi capi privilegi maggiori di quelli della holding.

È grazie all’articolo 22 dell’accordo siglato da Armani che i capi Anas in uscita si stanno leccando i baffi. Sono 40 righe suddivise in 6 commi sotto il titolo “Risoluzione consensuale” con le quali viene eretto un monumento alla prodigalità dell’impresa. Il comma 1 stabilisce che al dirigente che lascia l’azienda sia erogata una “somma aggiuntiva sostitutiva del preavviso maturato”, in aggiunta al trattamento di fine rapporto. I commi 2 e 5 prevedono che “in aggiunta al comma di cui sopra” venga versata “un’ulteriore somma” calcolata sui mesi di stipendio che mancano al dirigente per andare in pensione. Si va da un minimo di 5 mensilità se la pensione è prevista nei 12 mesi a un massimo di 22 quando la pensione è lontana più di 4 anni.

Avendo Armani 51 anni di età è rientrato in pieno nel criterio massimo di erogazione. Il comma 3 prevede che “in aggiunta” a quanto previsto dai commi precedenti l’Anas deve corrispondere pure una somma “pari alla media mensile dell’importo dei contributi Inps totali versati… moltiplicato per il numero dei mesi mancanti” alla pensione. Il comma 4 permette ai dirigenti di “continuare a fruire dell’assistenza integrativa sanitaria” fino alla pensione. Non è finita, c’è pure la ciliegina sulla torta: il comma 6 stabilisce che oltre a tutto questo l’Anas sborsi “anche una somma a titolo transattivo… in relazione a specifiche situazioni”.

 

Dl Semplificazioni, correzione dell’Ires e moratoria su trivelle

Il governo incassa la fiducia, con 310 sì, 245 no e 1 astenuto, alla Camera sul decreto legge Semplificazioni. Dopo un esame travagliato al Senato, il testo è passato blindato alla Camera dove domani sarà approvato definitivamente senza modifiche. Diventato un omnibus, nonostante la cura dimagrante imposta dal Colle e il taglio dei due terzi degli emendamenti approvati faticosamente nelle commissioni in Senato, il provvedimento contiene norme che vanno dalla moratoria sulle trivelle allo stop alla tassa sulla bontà, passando per Alitalia e gli Ncc. Tra le novità principali ci sono anche il passaggio alle Regioni delle concessioni idroelettriche; il ritorno a 300 milioni del fondo Imu-Tasi; 50 milioni di euro per le Pmi creditrici della Pa; la riapertura della rottamazione bis; il regalo ai concessionari delle autostrade che potranno continuare a svolgere in housele gare sotto i 150 mila euro; l’iter semplificato per le autorizzazioni per l’installazione di reti a banda ultralarga; l’obbligo di indicare l’origine di tutti gli alimenti alimentari; 10 milioni di euro alle vittime di Rigopiano e l’assunzione di 1.851 allievi agenti, che hanno partecipato al concorso del 2017

Platea ridotta, troppi paletti e pochi lavori: i problemi del reddito

Dopo le audizioni svolte negli ultimi due giorni in commissione Lavoro alla Camera, diversi aspetti sul reddito di cittadinanza appaiono più chiari. Il primo è che, per come è congegnato, il sussidio raggiungerà buona parte dei poveri del Sud, mentre al Nord lascerà scoperti quasi metà tra quelli che vivono in stato di bisogno.

LA PLATEA. Il secondo è che questa misura funzionerà soprattutto come aiuto di natura sociale, mentre la parte sulla ricerca di lavoro potrà riguardare appena un beneficiario su quattro. Sul totale dei percettori, invece, il via-vai di tabelline portate dai relatori ascoltati in commissione ha aumentato la confusione. Saranno 2,4 milioni secondo l’Inps, 2,7 milioni secondo l’Istat e 4,5 milioni secondo l’Inapp (l’istituto pubblico che fa ricerca sull’impatto delle riforme sociali). Calcoli complessi per via dei tanti requisiti di accesso. L’istituto di previdenza, una volta ricevute le domande dal 6 marzo, dovrà infatti verificare l’Isee della famiglia, i guadagni dei componenti, il valore degli immobili, l’ammontare dei risparmi, l’eventuale possesso di auto o moto nuove.

NORD E SUD. Questi paletti penalizzeranno chi vive nelle Regioni settentrionali. Ma anche qui i dati si discostano, ma è chiara la tendenza. Per l’Inapp il 63,4% dei potenziali beneficiari del reddito vive al Sud. L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) prende come riferimento le famiglie e stima che il 55,9% dei nuclei percettori risiede nel Mezzogiorno o nelle Isole. Sempre l’Upb ricorda che il 5,7% di famiglie del Nord-Ovest versa in condizioni di povertà, ma il reddito di cittadinanza andrà solo al 3,1% della popolazione di quell’area. Nel Meridione, invece, i nuclei indigenti sono il 10,2% del totale e il sussidio arriverà all’8,4% dei residenti.

La differente efficacia dipende dal fatto che mentre le soglie per accedere – e quindi anche le somme che saranno caricate sulle carte acquisti – saranno uguali per tutti, il costo della vita del Nord è più alto rispetto al Sud. “Per un residente in un’area metropolitana del Nord – scrive l’Upb – la soglia (di povertà, ndr) è stimata in 826,7 euro; per un residente in area metropolitana del Sud è pari a 618,1 euro, circa il 25 per cento in meno”.

FAMIGLIE NUMEROSE. C’è poi l’appunto sul rischio di sfavorire le famiglie numerose. Rispetto al reddito di inclusione (Rei), il reddito di cittadinanza riduce la cosiddetta scala di equivalenza. Tradotto: il sussidio, che per i single è massimo 780 euro, cresce in modo limitato all’aumentare dei componenti. Questo andrà a favore di chi è solo o è pensionato, mentre svantaggerà le coppie con molti figli, che tra l’altro sono le più bisognose.

I POSTI DI LAVORO. Altro nodo affrontato in commissione è l’accompagnamento al lavoro. I critici sostengono che in molte zone del Paese non ci saranno sufficienti offerte di occupazione per i beneficiari. Il punto venuto fuori, in realtà, è un altro. Premessa: secondo l’Istat tra chi riceverà il reddito di cittadinanza sono presenti 428 mila già oggi occupati. Come emerge dal report dell’Inapp, inoltre, il numero di percettori non attivabili presso i centri per l’impiego supererà i tre quarti del totale. Tra questi, 374 mila nuclei con componenti esenti dall’obbligo di ricerca e altri 755 mila per i quali la priorità sarà il percorso di inclusione sociale, perché colpiti da problemi come la tossicodipendenza. Restano solo 372 mila famiglie con membri che si possono avviare al lavoro: il 25% del totale.

Per questi si metterà in campo l’assegno di ricollocazione: un percorso intensivo di ricerca, nato due anni con il Jobs act, che prevede un premio in denaro ai centri per l’impiego che riescono a ricollocare il disoccupato. Finora è stato uno strumento riservato alle persone che hanno perso il lavoro e ricevono il sussidio Naspi. Era tra l’altro facoltativo e in pochi lo hanno richiesto. Ora, invece, diventa obbligatorio per chi prende il reddito di cittadinanza ma viene sospeso per gli altri disoccupati.

Una scelta molto criticata da Cgil, Cisl e Uil, ma anche dall’Inapp e dall’ordine dei Consulenti del lavoro. “Con tale previsione – ha scritto l’organo di categoria – chi perde un lavoro e non si trova nelle condizioni per poter beneficiare del reddito di cittadinanza si vedrà privato di quell’unico strumento di politica attiva di livello nazionale, appunto l’assegno di ricollocazione, in grado di supportarlo nella ricerca di una nuova occupazione”. Da ora in poi chi dallo Stato prende solo la Naspi, che potrebbe arrivare a 1.300 euro al mese, non avrà a disposizione misure per ritrovare un lavoro nemmeno se le richiederà; chi invece ha il reddito di cittadinanza – massimo 780 euro a persona – sarà tenuto a usare l’assegno di ricollocazione e ad accettare l’offerta congrua.

LA SOMMA. Nonostante questi obblighi, ieri anche il Fondo monetario internazionale ha paventato il rischio che il reddito di cittadinanza diventi “un disincentivo al lavoro”, perché il benefit da 780 euro “è molto alto rispetto alle buone pratiche internazionali”. Le cifre che invece sarebbero adeguate per non creare “dipendenza da welfare” secondo il Fmi dovrebbero stare tra i 325 e i 568 euro. Il Fondo ha suggerito al governo di evitare che il sussidio vada agli evasori. Ipotesi che il decreto cerca di scongiurare con pene fino a sei anni per chi dichiara il falso. Punizioni “sproporzionate” secondo i sindacati che pur “consapevoli dell’importanza di impedire comportamenti predatori” chiedono di “riportare queste sanzioni entro limiti più ragionevoli”.

Stadio della As Roma, chiesto il rinvio a giudizio di Parnasi

La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per il caso dello stadio della Roma. A essere coinvolti, l’imprenditore Luca Parnasi, gli ex esponenti politici della Regione Lazio Adriano Paolozzi e Michele Civita, il capogruppo di Forza Italia in Comune Davide Bordoni e il soprintendente ai Beni culturali Francesco Prosperetti. Contestati i reati di associazione a delinquere, corruzione e finanziamento illecito. La notizia arriva all’indomani del sì condizionato del Politecnico di Torino sui flussi di traffico dello stadio. Secondo il quadro accusatorio, Parnasi è ritenuto una figura apicale dell’associazione a delinquere, che secondo l’accusa ha cercato di pilotare le procedure amministrative legate al masterplan, approvato, nell’ambito della conferenza dei servizi, nel febbraio del 2017. Un provvedimento che portò, tra l’altro, all’abbattimento del 50% delle cubature rispetto all’ipotesi iniziale. Per questa stessa inchiesta i cui accertamenti sono stati coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo, a giugno, con erano stati eseguiti nove arresti. L’indagine nera nata da una prosecuzione di quella sulla corruzione di Raffaele Marra, ex collaboratore della sindaca Raggi, non coinvolta dal procedimento.

Il nuotatore ferito, 2 fermati: “Ho sparato io ma per sbaglio”

Due ragazzi di Acilia (Roma) sono stati fermati perché accusati di aver sparato a Manuel Borturzo, il 19enne promessa del nuoto raggiunto da un proiettile la notte tra sabato e domenica scorsa, mentre si trovava nelle vicinanze di un locale nel quartiere Axa, vicino al litorale. Diversi gli elementi che hanno consentito agli inquirenti di rintracciare Lorenzo Marinelli, il ventiquattrenne che avrebbe premuto il grilletto, e Daniel Bazzano, di 25 anni. Le impronte sulla pistola ritrovata nei pressi della sparatoria, un motorino bruciato la stessa sera in cui Manuel è stato ferito, un mezzo identikit e alcune testimonianze. I due dopo il ferimento avevano fatto perdere le loro tracce. Identificati come protagonisti della rissa all’interno Irish pub O’Connel di piazza Eschilo, hanno risposto alle domande dei pm che intendono capire se la lite sia collegata al ferimento del giovane atleta: “Non volevamo sparare. Era buio”, avrebbero detto Marinelli ammettendo di aver sparato, mentre Bazzano avrebbe detto di non conoscere le intenzioni dell’amico.

L’ipotesi più accreditata resta quella dello scambio di persona: Manuel sarebbe stato ferito perché indossava un cappellino simile a quello di uno dei partecipanti alla precedente rissa. Per questo motivo surreale un ragazzo solare che amava restare fuori dai problemi di strada non camminerà più. Trascorsi cinque giorni dal ferimento, le indagini hanno prodotto i risultati sperati nonostante le difficoltà. Non è facile rintracciare una pallottola vagante, sparata da un motorino nero di cui si ignorava la targa. È stata una testimonianza a mettere gli inquirenti sulla strada giusta: un taglio di capelli preciso e il luogo dove è stata gettata l’arma hanno permesso di rintracciare i ragazzi. Il fermo attende la convalida. Ma questo non cambierà il futuro di Manuel, che difficilmente tornerà a camminare.

“Roma come Caracas”: Salvini però spalma Nutella tra i like

“Che capitale è, di quale nazione? Del Venezuela? Roma come Caracas? Vige la stessa logica di Medellin anni 90: a-chi capita-peggio-per lui”. Ineccepibile l’incipit dell’articolo di Libero, a firma Renato Farina, come del resto il titolo: “Vivere a Roma e farsi ferire senza un perché”. Si parla della vicenda del nuotatore 19enne a cui hanno sparato in strada. Seguono espressioni forti come “gangster”, “impunità”, “quartiere terra di nessuno”. Coinvolti nella lettura scorriamo avidamente i capoversi convinti che il valente collega arriverà al punto. Di chi, dunque, la responsabilità politica, e operativa, se nella Capitale d’Italia bande di killer a piede libero possono sparare, uccidere e massacrare la vita di Manuel Bortuzzo, promessa del nuoto. Sì, come a Medellin. Infine ecco scoperta la vera colpevole: “La sindaca Raggi che fa? Manda un tweet. Ha ben altro da fare che scusarsi con i genitori di Manuel, predisporre un piano con il prefetto”. Virginia, vergogna.

Viviamo in un Paese straordinario. Perfino in Venezuela per una dimostrazione così sfacciata d’impunità criminale (a pochi metri da alcune volanti della polizia) sarebbero guai seri per il ministro degli Interni responsabile dell’ordine pubblico. Qui da noi, invece, al Viminale “governa” (se si trova a passare di lì) quel prodigio della sicurezza che tutto il mondo ci invidia, e di cui difatti non si osa neppure scrivere il nome. Cosicché, tutto il peso di questo Far West in salsa colombiana con sanguinose venature balcaniche viene scaricato sulla sindaca Raggi (coi problemi che ha, uno più uno meno, cosa cambia?), colpevole di tweet. Quanto alla vigilanza sul territorio che, accanto a lei, prefetto e questore dovrebbero garantire, si preferisce sorvolare: forse per non disturbare la merenda pane e Nutella del superiore in grado, detto il Capitano. Straordinario fenomeno del post post post verità questo Salvini, osannato dalle folle come l’uomo d’ordine che la patria invocava fin da quando si sentì orfana di Lui caro lei. Ma che come supremo tutore dell’ordine e della sicurezza sta dimostrando la stessa vigile efficienza del predecessore Angelino Alfano. Come sotto Alfano le donne continuano regolarmente a essere picchiate, stuprate, ustionate, carbonizzate, cancellate dalla faccia della terra dai loro amorevoli compagni. E ciò malgrado le ripetute denunce alle forze dell’ordine affinché qualcuno fermasse i mostri. Per caso avete sentito il Capitano, difensore dei deboli e degli oppressi, chiedere di fare di più nell’opera di prevenzione per arginare lo scempio? Come sotto Alfano nelle roccaforti della droga – da Rogoredo a San Lorenzo, a Scampia – gli spacciatori continuano a gestire nella massima tranquillità i loro lucrosi traffici, e i tossicodipendenti a lasciarci la pelle.

Avete per caso visto il Capitano scendere in campo alla guida delle forze del bene per bonificare quei luoghi d’inferno e mettere in fuga la feccia? Tutto chiacchiere e distintivo, lo accusano i sindacati di polizia che lamentano carenza di uomini e mezzi (come ai tempi di Alfano).

Vogliamo parlare dei campi rom? Ruspa, ruspa, ruspa gridava la felpa della Provvidenza, eppure quegli agglomerati coperti di rifiuti e presidiati dai sorci sono ancora esattamente dove si trovavano ai tempi di Alfano. E la guerra alle cosche? Eccolo che sguazza tutto contento nelle piscine sequestrate ai Casamonica. Risultato ottenuto grazie all’attività delle Procure antimafia (forse Alfano non sapeva nuotare).

E i famosi sgomberi dei fabbricati occupati? Tutto fermo da quando c’è il rischio di disturbare gli amichetti di CasaPound, che da anni, armi e bagagli, si sono impossessati di un pregiato immobile nel centro di Roma, e guai a chi s’avvicina.

Forse conscio di un bilancio non proprio degno di un Rudolph Giuliani, il ministro di panna montata con le nocciole partorisce un’ideona. Una legge per ampliare l’esercizio del diritto alla legittima difesa. Uno scaltro messaggio d’impotenza. Ovvero: italiani! Siccome non sono in grado di difendervi da rapinatori, stupratori, spacciatori e pistoleros della notte, fatevi per favore giustizia con le vostre mani.

Resta la domanda: se davvero Salvini è un Alfano che sa usare facebook, da cosa deriva allora la sua debordante popolarità? Via, lo sappiamo, dal bersaglio mobile sul quale, con un colpo di genio ha prima dirottato e poi concentrato la rabbia della gente. I neri e gli islamici. Brutti, sporchi e cattivi. Ciondolanti con il cellulare ultimo modello, a spese nostre naturalmente. Il nemico ideale, fatto apposta per agitare le masse e sollevare la pubblica indignazione. Così da proclamarsi difensore dei sacri confini: la pacchia è finita, non ne entra più uno.

Forse, con la sincerità che non gli difetta, anche il direttore di Libero, Vittorio Feltri, potrebbe convenirne. Senza i negher Salvini non sarebbe mai diventato Salvini. Per questo andrebbe processato. Non per il reato di sequestro di persona, che ne farà immeritatamente un martire. Bensì a norma dell’articolo 661 del codice penale. Che punisce coloro che cercano “con qualsiasi impostura, anche gratuitamente”, di abusare della credulità popolare.

Il tormento della Kyenge: è nera in un Paese di leghisti

Ci sono molte cose orribili che si possono fare, per ripicca, quando finisce una relazione: le ritorsioni economiche, le strumentalizzazioni dei figli, l’attacco alla reputazione dell’altro, nuove relazioni con i migliori amici del coniuge. Perfino sgangherate e feroci alleanze con i nemici dell’ex. La cronaca ci regala fulgidi esempi, da Veronica Lario che invia lettere a Repubblica, a Lady D che il giorno in cui Carlo le confessò il tradimento con Camilla mise il famoso vestito con lo scandaloso spacco, l’amante della moglie di Colin Firth che una volta mollato, mandò una mail a Colin Firth in cui gli spifferava tutto e così via, in un valzer di regolamenti dei conti infantili o ignobili, con infinite sfumature di mestizia in mezzo.

Poi arriva il marito di Cécile Kyenge, Domenico Crispino, e allarga quella forbice, perché ciò che fa è a un livello di mestizia così strabordante, che non lo si può tacere. L’ex ministro Cécile Kyenge è sposata con lui dal 1994 e da lui ha avuto due figlie ormai grandi. Venticinque anni insieme vuol dire aver partecipato intensamente alla vita dell’altro, aver visto gli inciampi e le difficoltà, conoscere i punti deboli, le piaghe scoperte della persona che hai avuto accanto per un quarto di secolo.

Non sarà sfuggito, a quel gran signore di Crispino, il fango misto a materiale organico che ha travolto sua moglie dal 2013, quando durante il governo Letta divenne ministro dell’Integrazione (e primo ministro nero della Repubblica italiana). E non si parla di battutine sceme o tweet infelici scritti da social media manager maldestri.

Cécile Kyenge è stata ed è lo sfogo dei più violenti e volgari rigurgiti razzisti, così come Laura Boldrini è stata il bersaglio del sessismo più becero e arcaico. I primi meme razzisti nati sul web sono stati dedicati a lei. La Kyenge che mangia la banana, la Kyenge col corpo di un gorilla, la Kyenge in una gabbia allo zoo. E fin qui, ordinaria amministrazione, purtroppo.

Poi hanno iniziato i politici, quasi tutti rigorosamente leghisti. Ci fu l’assessore bresciano Agostino Pedrali che postò su Facebook una foto delle Kyenge accanto a quella di una scimmia e il titolo “Separate alla nascita”. Per poi insistere col commento: “Dite quello che volete, non assomiglia a un orango?”. La Kyenge lo querelò, lui si beccò due anni di reclusione e dovette dare le dimissioni. Ci fu il senatore della Lega Roberto Calderoli che sottolineò lo stesso concetto durante la festa della Lega Nord di Treviglio. “Quando vedo la Kyenge penso a un orango”, disse. La Kyenge, invece, quando vide il filmato di Calderoli pensò a un tribunale. Calderoli è stato condannato a un anno e sei mesi di reclusione il 14 gennaio di quest’anno.

L’eurodeputato leghista Mario Borghezio, a cui evidentemente pareva brutto avere un pensiero leggermente più evoluto degli esimi colleghi, ai tempi si fece intervistare da quella tiepida culla radiofonica di civiltà e battaglie culturali denominata La Zanzara. Disse “Il governo del Bonga Bonga” , “Il ministro Kyenge vuole portare le sue tradizioni tribali in Italia”, “Kyenge fa il medico, le abbiamo dato un posto in una Asl che è stato tolto a qualche medico italiano“, aggiungendo che noi italiani “non siamo congolesi, abbiamo un diritto millenario”. Il giudice, che invece non amava le discriminazioni, lo trattò come furono trattati in tribunale i leghisti della sua stessa specie: fu condannato per diffamazione aggravata dalla finalità di odio razziale e a una multa di mille euro.

Stessa sorte toccò anche segretario della Lega Nord in Emilia, Fabio Rainieri, vicepresidente dell’Assemblea legislativa Emilia Romagna, condannato dal tribunale di Roma a un anno e tre mesi per aver pubblicato su Facebook una foto della Kyenge con la testa di scimmia. Matteo Salvini – manco a dirlo – lo difese pubblicamente, dicendo che era diritto di satira. Un simpatico burlone insomma. #JesuisFabio Rainieri. La Kyenge, nella sua battaglia contro il razzismo, è sempre stata ammirevole. E implacabile. Perfino quando le è capitato forse il passaggio più mortificante, quello di essere denunciata lei da Matteo Salvini e dalla Lega perché durante una festa dell’Unità a Parma osò condividere un pensiero privo di aderenza con la realtà e senza radici autobiografiche: “La Lega è razzista”.

La Kyenge decise di rinunciare all’immunità parlamentare e dopo due archiviazioni, uno zelante pm aprì un processo iniziato nel 2018. Immagino la difficoltà nel trovare prove a supporto della sua strampalata, azzardata tesi. Immagino questo processo in cui da una parte c’è lei e dall’altra il ministro che cantava “Senti che puzza i napoletani…” che dice “La Lega non è razzista” (sottotesto: è lei che è nera).

Insomma, tutto questo per dire che negli anni quel gentiluomo del marito avrà vissuto, condiviso, sofferto con lei e le loro figlie quest’ondata di ignoranza cattiva e mortificante. Poi qualcosa nel loro matrimonio non funziona più e lui a quel punto cosa fa? Rilascia un’intervista cattiva a Libero? Corteggia la vicina di casa? Si tinge i capelli e va a in balera? No. Racconta a La Zanzara – sempre quel tempio serafico di discussioni garbate – che si candida con la Lega alle Comunali di Castelfranco Emilia. Specifica che nella Lega ci sono tante persone perbene. Che sua moglie fa la sua strada, lui la sua. Che sì, qualcuno le ha detto orango ma non ricorda bene chi, se Borghezio o Calderoli. Che è sua moglie quella che fa fatica a dimenticare perché ora ha la scorta per quelle cose lì e non è un bel vivere.

La Kyenge, che forse in quel momento rivaluta perfino la squisita signorilità di Calderoli, rilascia un comunicato laconico in cui afferma “Comprendo lo sgomento di tutti, ma per quanto mi riguarda è proprio il caso di dire che non c’è nessuna novità rilevante, salvo il fatto che si sta finalmente avvicinando la data dell’udienza davanti al giudice per la fine del nostro matrimonio; udienza da me richiesta ormai mesi fa”. Che poi era un modo elegante per dire: “Chi fosse mio marito lo sapevo già”. Ecco.

Tornando alla tesi iniziale, ci sono molti modi per far finire un matrimonio. Oggi, grazie al signor Domenico Crispino, ne conosciamo uno in più: trascorrere 25 anni con una donna che subisce una delle campagne più razziste e triviali della storia della politica italiana e perdere l’occasione di diventare non un marito migliore, ma un uomo migliore. Uno che non è più complice di sua moglie nella quotidianità, ma che resta suo complice nella dura battaglia che lei ha combattuto in questi anni di umiliazioni e avvilimenti. Per un principio, per se stessa e per le loro figlie.

Rigopiano, chiesti ventiquattro rinvii a giudizio

ventiquattro persone, più la società Gran Sasso rischiano il processo per il disastro dell’Hotel Rigopiano di Farindola, che due anni fa – il 18 gennaio 2017 – costò la vita a 29 persone. Il procuratore capo di Pescara Massimiliano Serpi e il sostituto Andrea Papalia hanno firmato le richieste di rinvio a giudizio, in linea con l’avviso di conclusione delle indagini depositato nel novembre scorso.

I principali filoni d’inchiesta, compiuta dai carabinieri forestali sotto la direzione della Procura, hanno interessato la mancata realizzazione della “Carta valanghe”, le presunte inadempienze relative alla manutenzione e allo sgombero delle strade di accesso all’hotel e il tardivo allestimento del Centro di coordinamento dei soccorsi. I reati ipotizzati, a vario titolo, sono crollo di costruzioni o altri disastri colposi, omicidio e lesioni colpose, abuso d’ufficio, falso ideologico e reati minori. Il caso ora passa al vaglio del Gup, che in sede di udienza preliminare dovrà pronunciarsi sulla richiesta della Procura. Tra gli imputati l’ex prefetto Francesco Provolo, che è anche indagato nell’inchiesta bis per depistaggio, l’ex presidente della Provincia di Pescara Di Marco e il sindaco di Farindola Lacchetta.

Caso Pasquaretta, l’ex pornostar Heidi Cassini sarà ascoltata dai pm

Ha scritto un commento su Facebook a un post di Chiara Appendino sul caso di Luca Pasquaretta e presto Heidy Cassini, ex attrice hard, potrebbe essere sentita dai carabinieri come persona informata sui fatti nell’ambito dell’inchiesta sull’ex portavoce della sindaca. “Cara Chiara – scriveva su Facebook lunedì sera –, dovevi informarti bene di chi ti stavi mettendo a fianco. Noi lo sapevamo, ma giustamente ognuno deve fare la propria esperienza. Ora ci sei passata anche tu”.

Le sue parole possono forse essere collegate al passato di Pasquaretta e al suo lavoro come addetto stampa di “Torino Erotica”, fiera dell’erotismo. L’ex portavoce dell’Appendino è indagato per peculato, turbativa d’asta, traffico di influenze illecite per aver aiutato un imprenditore a Torino e – fatto più grave – per una presunta estorsione ai danni della sindaca al fine di ottenere “contatti e contratti” di lavoro. Lui smentisce di aver fatto ricatti, ma nel frattempo gli investigatori vorrebbero capire se Pasquaretta sia andato a Roma a incontrare Luigi Di Maio tra agosto e settembre, dopo la fine del suo incarico con Appendino. Intanto ieri mattina in procura è stata sentita come persona informata sui fatti Valentina Sganga, capogruppo M5s al consiglio comunale: “Ho dato tutta la mia disponibilità e collaborazione ai pm che stanno portando avanti l’indagine. I giudizi politici su Pasquaretta li abbiamo dati nelle sede deputate, cioè in Sala Rossa, quando abbiamo bollato come inopportuna la consulenza ottenuta dalla Fondazione per il Libro o quando, pochi giorni fa, abbiamo parlato di tradimento da parte di professionisti che si sono avvicinati ai 5stelle”.

Aeroporto, ok alla nuova pista, ma Toninelli non ci sta: “Finiti i tempi del giglio magico”

Via libera alla nuova pista dell’aeroporto di Firenze voluta dall’ex sindaco Matteo Renzi e dal suo fedelissimo Marco Carrai. La decisione finale è stata presa ieri nell’ultima seduta della conferenza dei servizi che ha riunito al ministero dei Trasporti i rappresentanti di Toscana Aeroporti Spa (di cui Carrai è presidente), i tecnici e gli esponenti di Regione e comuni interessati. Ora il dossier sull’ampliamento dell’aeroporto di Peretola passa nelle mani del ministro Danilo Toninelli che dovrà prendere una decisione politica: i lavori potrebbero già partire ma dallo scorso autunno è in corso un’analisi costi-benefici che dovrebbe dare parere negativo sull’opera. E come sul Tav Torino-Lione, anche questa valutazione potrebbe portare ad un nuovo scontro interno al governo gialloverde: Matteo Salvini martedì si è detto favorevole alla nuova pista da 2.400 metri mentre i 5 Stelle sono da sempre contrari. Oltre all’analisi costi-benefici che dovrebbe essere resa nota a breve, il ministro Toninelli ha detto: “Il Governo vuole far rimanere tutte le risorse agli aeroporti della Toscana. Ma con noi sono finiti i tempi in cui il giglio magico si faceva approvare in fretta e furia dall’Enac un piano finanziato con 150 milioni di euro dallo Stato per fare contenti gli amici degli amici”. Toninelli starebbe pensando di tagliare i fondi Enac anche, sostiene, per una ragione tecnica: potrebbe essere considerato un aiuto di Stato dall’Ue e mancherebbe il contratto tra Enac e il governo. La conferenza dei servizi nei mesi scorsi si è occupata di dare una valutazione tecnica su autorizzazioni, permessi e licenze urbanistiche. “Oggi è il giorno della svolta e non si può più tornare indietro – ha esultato ieri il sindaco di Firenze, Dario Nardella –. La Toscana avrà finalmente un sistema aeroportuale all’altezza grazie all’integrazione tra Pisa e Firenze”. Oltre all’analisi costi-benefici, però, sull’inizio dei lavori pesa ancora il ricorso al Tar dei sette comuni della piana fiorentina contrari all’opera.