Gianni Armani è stato costretto dal governo gialloverde a lasciare la doppia poltrona di amministratore e direttore Anas, ma prima di andarsene è passato alla cassa dove gli hanno graziosamente elargito circa un milione e 10 mila euro, oltre al Trattamento di fine rapporto (Tfr). Glieli hanno dati in forza del contratto dei dirigenti Anas firmato due anni prima dallo stesso Armani, un testo di 8 pagine e 22 articoli che definire generoso è un eufemismo. Più che un accordo sindacale è un ponte dorato per chi, dicendo addio all’azienda, ha la fortuna di vederselo applicare. Dopo Armani quel provvidenziale contratto sarà invocato a buona ragione dai dirigenti che gli facevano corona e, ora, fremono per levare le tende. Il primo è stato il capo del personale, Alessandro Rusciano, ex Terna come Armani, il quale ha salutato mettendosi in tasca circa 600 mila euro. Che sono una bella cifra, considerato che all’Anas c’era arrivato appena tre anni prima.
Gli altri della cerchia di Armani che potrebbero volare via sulle ali del contratto d’oro sono Edoardo Eminyan, assistente personale di Armani, ex Terna pure lui. Poi Giuseppe Saponaro, responsabile delle società partecipate dall’Anas, altro ex Terna; Claudio Arcovito, direttore delle Relazioni pubbliche; Sergio Papagni, capo dell’ufficio legale. Alcuni di questi erano entrati all’Anas con un contratto a tempo determinato e in quella veste mai avrebbero potuto usufruire dei benefit previsti dall’accordo dei dirigenti Anas.
Senonché provvidenziale è arrivata alcuni mesi fa la soluzione: lo stesso giorno in cui il governo gialloverde giurava al Quirinale e, quindi, le prospettive per Armani e la sua cerchia volgevano decisamente al peggio, da tempo determinato quei contratti sono stati tramutati a tempo indeterminato. E da quel momento l’accordo dorato ha steso la sua confortevole copertura anche su di loro.
Per volontà di Matteo Renzi e del precedente governo Pd da oltre un anno l’Anas è stata inglobata tra mille polemiche dalle Fs di cui ora è una partecipata. Il favorevole contratto cucito sulle pretese dei dirigenti Anas non coinvolge però quelli della casa madre, cioè la controllante Ferrovie. Ed è un paradosso nel paradosso. Prima di tutto perché i soldi di cui Anas dispone con così tanta prodigalità a favore dei suoi dirigenti sono interamente pubblici, mentre le Fs ottengono almeno metà degli incassi dal mercato con le Freccerosse e simili. E a logica, quindi, dovrebbero poter usufruire di maggiore mano libera anche nelle politiche retributive interne. Il secondo motivo è che non si è mai vista una società controllata riservare ai suoi capi privilegi maggiori di quelli della holding.
È grazie all’articolo 22 dell’accordo siglato da Armani che i capi Anas in uscita si stanno leccando i baffi. Sono 40 righe suddivise in 6 commi sotto il titolo “Risoluzione consensuale” con le quali viene eretto un monumento alla prodigalità dell’impresa. Il comma 1 stabilisce che al dirigente che lascia l’azienda sia erogata una “somma aggiuntiva sostitutiva del preavviso maturato”, in aggiunta al trattamento di fine rapporto. I commi 2 e 5 prevedono che “in aggiunta al comma di cui sopra” venga versata “un’ulteriore somma” calcolata sui mesi di stipendio che mancano al dirigente per andare in pensione. Si va da un minimo di 5 mensilità se la pensione è prevista nei 12 mesi a un massimo di 22 quando la pensione è lontana più di 4 anni.
Avendo Armani 51 anni di età è rientrato in pieno nel criterio massimo di erogazione. Il comma 3 prevede che “in aggiunta” a quanto previsto dai commi precedenti l’Anas deve corrispondere pure una somma “pari alla media mensile dell’importo dei contributi Inps totali versati… moltiplicato per il numero dei mesi mancanti” alla pensione. Il comma 4 permette ai dirigenti di “continuare a fruire dell’assistenza integrativa sanitaria” fino alla pensione. Non è finita, c’è pure la ciliegina sulla torta: il comma 6 stabilisce che oltre a tutto questo l’Anas sborsi “anche una somma a titolo transattivo… in relazione a specifiche situazioni”.