Quel giorno d’agosto Maria Fresu doveva prendere un treno per andare in vacanza sul lago di Garda. Con lei, nella sala d’aspetto della stazione di Bologna, c’erano due amiche e la piccola Angela, la figlia di tre anni. Non partirono mai, l’esplosione le colpì in pieno: la bomba, si sarebbe capito dopo, era stata posta proprio lì tra i passeggeri in attesa. Del corpo di Maria, 24enne, non si ebbe traccia fino al dicembre successivo, quando gli ultimi esami sui resti rinvenuti fra le macerie confermarono il suo ritrovamento. Oggi, a distanza di 39 anni da quel 2 agosto, quegli stessi resti saranno riesumati nell’ambito del processo a Gilberto Cavallini, accusato di aver offerto supporto agli esecutori materiali, i suoi ex sodali dei Nar già condannati. Servirà a Danilo Coppe, il perito nominato dalla Corte d’Assise bolognese, per scovare eventuali tracce di esplosivo. Secondo l’esperto se posti, ai tempi, sotto formalina quei resti possono ancora parlare. La formalina infatti conserva perfettamente le sostanze organiche senza che il tempo possa incidere. Diverso sarebbe il caso dell’alcool, capace invece di alterare la sostanza organica, ma per saperlo bisognerà aspettare la riesumazione della salma di Maria Fresu. Sorpreso Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime: “Mi sembra un fatto macabro, non so che utilità possa mai avere. Su quella salma c’è l’ipotesi ispirata dal libro del giudice Rosario Priore, ovvero che lì non c’è nessuno sepolto, che il cadavere non si è mai trovato, non vorrei che ne venissero fuori delle congetture che inquinino l’acqua del processo. Non so, speriamo che serva”. Per Priore qualcuno si precipitò a Bologna per inquinare la scena del crimine. Cavallini, che tornerà sul banco degli imputati il prossimo marzo, ha deciso intanto di “non rispondere più alle domande degli avvocati delle parti civili” lamentando “provocazioni”.
Cercasi turnista a tempo indeterminato. Lingua obbligatoria inglese? No, friulano
“Lingua richiesta: friulano obbligatorio”. Ormai tutti ti raccontano che senza inglese, francese e, magari, adesso pure il cinese non si va da nessuna parte. E invece pochi giorni fa sul motore di ricerca di lavoro è comparso un annuncio che ha fatto strabuzzare gli occhi a molti: “Responsabile macchina turnista” era la posizione offerta dalla Afg di Fagagna, in provincia di Udine. Ben tre posti di lavoro “a tempo indeterminato”, roba che di questi tempi sembra un sogno anche nel profondo Nord-Est dove l’economia bene o male tira ancora abbastanza. Perché l’esperienza richiesta sembrava alla portata di molti: “Si richiede personale disposto a lavorare a turni, possibilmente con esperienza in altre aziende manifatturiere, ma non vincolante”. Ancora: “Si richiede la capacità nel condurre al meglio macchinari e la responsabilità del controllo qualità del proprio prodotto”. E fin qui niente di straordinario. Ma ecco spuntare quella voce: “Consigliata conoscenza del friulano”. Una semplice indicazione? Mica tanto. Nella riga successiva si legge: “Lingua: friulano (obbligatorio)”. Così pare che tanti si siano fatti avanti per chiedere informazioni. E molti hanno fatto la stessa domanda: “A che cosa serve il friulano?”. Già, perché l’Afg è una società specializzata nella produzione di pellicole di plastica e nell’imballaggio – packaging per dirla in inglese – di prodotti alimentari. Una realtà solida con oltre cento dipendenti che si sta sviluppando in Italia e non solo. Soprattutto, come dicono i dipendenti, “una fabbrica all’avanguardia, che guarda al futuro”. E infatti aprendo il sito internet tutto è scritto in inglese. Se proprio non capisci puoi scegliere l’italiano o il tedesco. Insomma, una ditta internazionale. Ma allora perché chiedere – anzi, pretendere, come sembra leggendo l’annuncio – il friulano? “In questa zona tutti parlano il nostro dialetto… anzi, la nostra lingua: colleghi, clienti e fornitori. Può essere utile per i rapporti commerciali”, ipotizza un dipendente. Insomma, in dialetto si fanno più affari. Del resto in Veneto e Friuli Venezia Giulia non si parla sempre italiano. Ricorda una ricerca dell’Osservatorio del Nord Est (Demos) che il 69% della popolazione uscendo con gli amici parla anche dialetto. Che in famiglia il 67% usa veneto e friulano. E che sul lavoro, appena nel 2002, il 55% delle persone parlava dialetto. Anche nelle professioni intellettuali, così non era raro sentire un avvocato lasciarsi scappare espressioni in friulano nell’aula del tribunale.
Ma tutto cambia velocemente: secondo statistiche più recenti ormai tra colleghi soltanto il 35% non usa l’italiano. In una terra dove convivono tante identità e culture: c’è il friulano – che per essere esatti è lingua e non dialetto – poi ci sono zone che risentono dell’influenza slovena e, a nord, tedesca. Per non parlare della Venezia Giulia dove c’è il triestino. Forse per questo nell’annuncio è richiesto il friulano: per rendere più informali ed efficaci i colloqui di lavoro. No, non può essere un modo per scremare chi viene da altri paesi, in una regione dove domina la Lega. I vertici della società si sono negati al cronista: “Ci stiamo consultando con l’ufficio legale”, si è limitato a dire il presidente Mauro Polano al Messaggero Veneto. Ma chissà se quella clausola possa essere davvero valida. Per qualcuno il requisito potrebbe avere un significato “discriminatorio”.
Concorso esterno, ricomincia in appello il processo a D’Alì
È stato riaperto in Corte d’Appello il processo in cui l’ex senatore Antonio D’Alì (Forza Italia) è imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. In primo grado e in Appello, l’ex sottosegretario era stato assolto perché il fatto non sussiste per i reati contestatigli dopo il gennaio 1994, mentre era stata dichiarata la prescrizione per gli anni precedenti. La Cassazione, a gennaio 2018, ha annullato la sentenza di Appello ordinando un nuovo processo. Per la Cassazione, la sentenza di Appello “presenta vizi motivazionali che ne impongono l’annullamento con rinvio”, in quanto “presenta delle cadute logiche fin dalla suddivisione netta in due periodi. (…) La Corte d’appello non ha tenuto in alcuna considerazione, nella valutazione delle vicende successive al 10 gennaio 1994, quanto si era accertato per il periodo precedente”, ossia che D’Alì “fosse stato un concorrente esterno di Cosa Nostra vicino a Matteo Messina Denaro”. Il processo quindi adesso è in parte da rifare e come anticipato da Repubblica, tra i testi che saranno sentiti in aula ci sarà anche Totò Cuffaro, ex presidente della Regione siciliana già condannato per favoreggiamento alla mafia.
Video di Battisti, l’indagine prosegue sul Dap
Non ci sono soltanto Alfonso Bonafede e Matteo Salvini. Anche il capo del Dap, il Dipartimento di polizia penitenziaria, Francesco Basentini, è finito nell’indagine della Procura di Roma nata dopo un esposto che riguardava il video dell’arrivo a Ciampino del latitante Cesare Battisti, catturato il 13 gennaio scorso a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia.
Anche Basentini era indagato per aver concorso nel reato di abuso d’ufficio contestato inizialmente al Guardasigilli e al vicepremier leghista.
Per tutti, comunque, la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione e mandato dieci giorni fa gli atti al Tribunale dei ministri che ora dovrà decidere se condividere l’impostazione dei pm capitolini e archiviare o chiedere l’autorizzazione a procedere nei confronti dei due ministri.
Parallelamente in Procura è stato aperto un altro fascicolo, ma per omissione di atti d’ufficio. L’obiettivo è valutare se vi siano state responsabilità nell’Amministrazione del Dap: erano tenuti a impedire la realizzazione e la diffusione di quel video?
Che vi fosse un’inchiesta a carico di Bonafede e Salvini lo ha rivelato ieri Il Giornale. Adesso si scopre che la vicenda riguarda anche l’attuale capo del Dap Basentini.
Ma procediamo con ordine. L’indagine è stata aperta a Roma dopo l’esposto di un avvocato di Catanzaro. Qui si chiede di verificare se siano stati commessi reati con la pubblicazione nel video di circa 4 minuti sul profilo Facebook di Bonafede, in cui vi erano le riprese delle varie fasi dell’arrivo di Battisti comprese le procedure di foto-segnalamento effettuato negli uffici della Questura e quelle relative alle impronte digitali.
“Era un riconoscimento al lavoro che aveva fatto la Polizia penitenziaria”, aveva commentato il ministro della Giustizia dopo le polemiche di quei giorni.
Pure la Camera Penale di Roma (presidente l’avvocato Cesare Placanica) ha inviato un esposto ai Garanti della privacy e dei detenuti in cui si fa riferimento anche a quanto previsto dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sul “divieto di trattamenti disumani e degradanti”.
Come detto, in Procura arriva invece una denuncia di un legale calabrese. I magistrati prima decidono di iscrivere Bonafede, Salvini e Basentini e poi di archiviare. Secondo i pm è stato violato l’articolo 42 bis dell’ordinamento penitenziario che al comma 4 prevede che “nelle traduzioni siano adottate le opportune cautele per proteggere i soggetti tradotti dalla curiosità del pubblico e da ogni specie di pubblicità”.
Tuttavia non c’è il dolo: ossia la presunta violazione della norma non è stata commessa per provocare intenzionalmente un vantaggio, tantomeno arrecando danni ad altri. In questo caso Battisti.
Insomma, il video aveva l’obiettivo di sottolineare la nuova efficenza dello Stato nella cattura dei latitanti. Quindi una motivazione politica. Per questo è stata chiesta l’archiviazione.
Resta invece aperto a Roma un secondo filone di indagine: nella denuncia infatti si chiedeva anche di verificare se nell’amministrazione penitenziaria qualcuno avesse commesso il reato di omissione di atti d’ufficio non impedendo la realizzazione e la diffusione di quel video.
Brusca ricorda l’orologio di B. e i tg Rai in aula lo censurano
La prima notizia è che il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca ha confermato in un’aula di tribunale il suo racconto sull’orologio da 500 milioni che sarebbe stato visto da Giuseppe Graviano al polso di Silvio Berlusconi. Racconto tutto da verificare ma anche tutto da ascoltare. In qualsiasi paese al mondo sarebbe stato trasmesso in tv e invece ecco la seconda notizia: nel servizio pubblico televisivo Silvio Berlusconi resta un intoccabile. Nell’aula del Tribunale di piazzale Clodio erano presenti due bravi giornalisti RAI, pagati grazie al canone da tutti gli italiani. Potevano far vedere e ascoltare Brusca che racconta l’episodio dell’incontro e dell’orologio di Berlusconi. I tg RAI avrebbero potuto contestualizzare quel racconto e sentire magari l’avvocato di Berlusconi senza far proprio il racconto del collaborante. Invece hanno preferito rimuoverlo.
La Corte di Caltanissetta era a Roma in trasferta per ascoltare i collaboratori di giustizia nel processo sul depistaggio delle indagini sulla strage del 1992 in via D’Amelio. Davanti ai pm e al Tribunale ma anche alla figlia di Paolo Borsellino, Fiammetta, presente in aula, Brusca ha ricostruito così il suo incontro dell’estate del 1995 nelle campagne del trapanese con Matteo Messina Denaro alla presenza di Vincenzo Sinacori, oggi collaboratore di giustizia, e Nicola Di Trapani.
“Si parlava di orologi e a un certo punto lui (Matteo Messina Denaro, Ndr) mi fa che Giuseppe Graviano in uno di questi incontri – non so quanti ne abbia avuti se uno, due tre, non lo so – aveva visto un orologio di lusso del valore di 500 milioni di lire dell’epoca e io allora gli risposi: ‘e che è? Avrà avuto diamanti, tutti brillanti?’. Allora lui mi rispose: ‘è glielo ha visto’. E finì”. Il pm Stefano Luciani chiede allora la cosa più importante: dove stava questo orologio visto da Graviano? Brusca lo interrompe: “Al polso di Silvio Berlusconi in un incontro a quattr’occhi (…) non lo aveva visto su una rivista”. Il racconto di Matteo, per Brusca era chiaro: “Giuseppe Graviano gli ha visto un orologio a Berlusca, come lo chiamavano loro, non con nomi in codice, così chiaro”.
Brusca spiega perché non ne ha parlato subito ai pm: “Pensavo di averla già detta e non ci tornai mai sopra. Quando poi ho letto la sentenza Trattativa più le altre dichiarazioni di Giuseppe Graviano, mi sono fatto il quadro della situazione e subito, alla prima occasione che ho avuto (ai pm di Palermo, Ndr) ho riferito questa circostanza”. I pm gli chiedono come si arrivò a questo tema in quell’incontro del 1995. Brusca spiega: “io collezionavo orologi (Matteo, Ndr) mi aveva chiesto un orologio in regalo, sia lui che Vincenzo Sinacori e parlando di orologi a un certo punto se ne esce di punto in bianco e mi dice: ‘Giuseppe Graviano gliene ha visto uno al polso a Berlusconi che vale 500 milioni’”.
Le immagini di Brusca dietro al telo, protetto dagli agenti della Polizia penitenziaria, che parla così di un presunto incontro tra Berlusconi (uomo più potente d’Italia per 20 anni) e Giuseppe Graviano (il boss che ha ordinato le stragi del 1992 e 1993) non sono passate nei tg. C’erano in aula due telecamere del Tg1 e del Tg3 regionale siciliano. I servizi si sono concentrati sulle scuse di Brusca allo Stato e sulla calunnia aggravata contestata ai tre poliziotti alla sbarra con l’accusa di avere gestito il pentito ‘depistante’ Vincenzo Scarantino. Chi vorrà vedere e sentire Brusca che parla di Matteo Messina Denaro, Graviano e Berlusconi, dovrà andare sul sito del Fatto.
D’accordo che Il Fatto aveva già dato notizia del verbale sottoscritto da Brusca davanti ai pm di Palermo nell’ottobre scorso. D’accordo che il racconto di Brusca è un ‘de relato de relato’ tutto da verificare. D’accordo che Berlusconi è sempre Berlusconi e la commissione di vigilanza RAI è presieduta da un ex giornalista Mediaset. D’accordo che l’avvocato Niccolò Ghedini, quando Il Fatto aveva pubblicato il verbale, tuonò: “notizia irrilevante e palesemente infondata”, ricordando “le plurime archiviazioni a favore del Presidente Berlusconi”. Oggi aggiunge: “Non so nulla di questo processo ma la notizia di un incontro è totalmente infondata. O Brusca mente o riporta una falsità”. Resta comunque la notizia del comportamento della RAI gialloverde. Il Tg1 guidato da Giuseppe Carboni non si è comportato in modo molto diverso da un vecchio tg berlusconiano o renziano.
Alpi e Hrovatin, nuova richiesta di archiviazione
La Procura di Roma ha chiesto nuovamente l’archiviazione dell’inchiesta sull’omicidio della giornalista del Tg3, Ilaria Alpi, e del cameraman, Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Nel giugno scorso, il gip Andrea Fanelli ha respinto la prima richiesta e disposto nuovi accertamenti. Nel fascicolo era finita la trascrizione di una intercettazione tra due cittadini somali che, parlando di quanto avvenuto a Mogadiscio, affermano che Ilaria “è stata uccisa dagli italiani”.
Per la Procura non era un dialogo determinante, il gip invece ha chiesto di sentire i protagonisti di quella intercettazione e in particolare uno sul presunto versamento di 40 mila dollari a un avvocato “per la questione Hashi”, il somalo condannato a 26 anni in base a informazioni rivelatesi false e poi assolto a seguito di revisione del processo. La Procura doveva anche sentire una fonte del Sisde. Evidentemente però non ci sono risultati. L’avvocato della famiglia, Giuseppe D’Amati, attende di leggere la richiesta di archiviazione. Contrari all’archiviazione l’Ordine e il sindacato dei giornalisti.
Il giudice e il duello col capo ultrà: “Siete malavitosi”. E lui parla un po’
Ci sono verbali che vanno ben oltre l’atto giudiziario. Verbali dove domande e risposte tra giudice e indagato restituiscono il senso più nascosto e autentico di una vicenda. Succede qui nelle 42 pagine di interrogatorio di Marco Piovella, detto il Rosso, capo dei Boys dell’Inter, accusato di essere uno degli organizzatori della guerriglia di Santo Stefano tra ultrà nerazzurri e napoletani. Azione militare programmata, accoltellati e un morto, Dede Belardinelli, capo del gruppo varesino Blood & Honour.
È il pomeriggio del 2 gennaio, settimo piano del tribunale, stanza del giudice Guido Salvini, uno che ne ha viste tante, dal processo per la strage di piazza Fontana alla maxi-inchiesta sul calcioscommesse. Il verbale si apre alle 15,30. Piovella, 34 anni, incensurato, laureato al Politecnico, titolare di uno studio di progettazione illuminotecnica, si accomoda davanti al giudice. I fatti del 26 in via Novara sono appena dietro le spalle, l’opinione pubblica segue le notizie sui quotidiani. Il calcio, si sa, è sport nazionale. In carcere oltre a Piovella ci sono altri due ragazzi, un terzo, Luca Da Ros, ha collaborato ed è andato a casa. Da Ros è stato minacciato su Facebook. Gli si dà dell’infame. Le sue parole sono solo una piccola crepa nel muro di omertà della curva Nord. Salvini vuole scardinare il silenzio. Piovella è un “capo”.
Per ore e come non mai, due realtà opposte si affrontano. La regola della giustizia contro la regola dell’ultrà, dove la prima cosa è: non tradire. “Quello che lei sceglie di dire – inizia il giudice – avrà un’influenza sul suo mondo, perché lei è riconosciuto come una persona autorevole”. Le carte sono in tavola. Piovella cosa sceglie? Sta alla regola, non tradisce. Ma alla fine cederà in parte, facendo alcuni nomi rilevanti. “Dede… non me lo ridarà indietro nessuno questo fratello maggiore”. Il Rosso torna al giorno prima, il 25: “Il Natale l’ho passato a tavola con lui, con i figli a sentire le canzoni di Bob Marley che era il suo cantante preferito nonostante venga descritto di tutt’altre frequentazioni”. Per capire: simpatie neonaziste. Il Rosso non mente, ma non dice tutto. Si attiene alla regola. Ad esempio non dice che il 25 a casa di Belardinelli c’è Alessandro Martinoli, ultrà varesino reo-confesso di aver accoltellato un tifoso napoletano in via Novara. Con loro, spiegherà la moglie di Belardinelli, anche altri tre ultrà dell’Inter. Facile per il giudice dedurre che quell’incontro di Natale “fu propedeutico all’organizzazione dei fatti del giorno seguente”. E il giorno dopo? Il Rosso con chi ha parlato? “Le uniche persone che non ho sentito sono quelle dello stadio”. Di nuovo il Rosso non dice tutto. Osserverà Salvini nell’ordinanza di arresto a carico di Alessandro Martinoli e Nino Ciccarelli, capo storico del gruppo Viking: “Tramite l’analisi dei tabulati telefonici si è accertato che nei momenti successivi, Piovella ha parlato con persone legate alla sua area e ha avuto due lunghe conversazioni con una utenza francese in uso a un ultrà del Nizza”. Per la cronaca 30 esponenti della curva Populaire sud erano agli scontri.
Salvini sa che il muro è lontano da venir giù. Il giudice però vuole capire. “Non le chiedo di fare i nomi ma raccontare come è nato questo fatto, certamente programmato perché non è che le persone sono andate in via Zoia la sera del 26 perché non sapevano cosa fare”. Il Rosso: “Non rispondo” e fa appello “a Dede e al fatto che non sono mai stato in carcere”. Salvini insiste: “Lei non è l’ultimo arrivato, lei può contribuire a invertire la marcia, si tratta di un fatto di consapevolezza, fare in modo che certe cose non si ripetano (…). Non penso che allo stadio si vada necessariamente con il giglio in mano, ci saranno sempre gli scontri, ma un conto è lo scontro, un altro queste azioni qua e però il contributo lo deve dare lei”. Il Rosso traballa: “Giudice le dico già che ho preso questa decisione, ma lei si metta nei panni (…). Magari più avanti”. Qualcosa pare scalfito. Salvini vede il pertugio. “Chi ha portato Dede all’ospedale? A bordo dell’auto c’era un tale Giotto, sa chi è?”. Piovella: “Si lo conosco, viene con noi allo stadio, è Andrea Rolla e anche Federico”. Salvini: “Chicco Martinello?”. Il Rosso: “Lo conosco Federico”.
La tensione si alza quando il giudice riporta le minacce a Luca Da Ros. Piovella è arrabbiato con lui? “Io non riesco ad aver rabbia nei suoi confronti”. Salvini: “La logica di questi comportamenti è malavitosa”. Piovella prova a difendersi, fa appello al suo ruolo di capo delle coreografie. Sa che però ora si parla di morti e feriti. Insomma “esiste un direttivo della curva Nord?”. Piovella: “Siamo degli amici, c’è Walter, Mauro, Corrado”. Si chiude il verbale. Piovella torna in carcere. Domenica poi in curva Nord, prima di Inter-Bologna, è girata l’ultima fanzine: “Dede fai buon viaggio”. E ancora: “Ci sono stati gli arresti (…). C’è chi si è ripreso la libertà attraverso accuse pilotate. E questo è un atto che non potrà mai trovare comprensione”. Poi i nomi degli arrestati: “Francesco, Simone, Marco, Nino, Alessandro”. Non c’è Da Ros. È la regola dell’ultrà. Per Salvini: “Regola di omertà”.
La Città di Salerno scrive a De Benedetti: “Ricompra la testata”
Una letteraper chiedere al gruppo Gedi di riacquistare La Città di Salerno, , quotidiano campano in sciopero da cinque giorni a causa di un imminente taglio del personale, dopo che il gruppo Espresso l’aveva ceduto nel 2016 per rispettare le norme sull’antitrust e dare vita proprio a Gedi. “In questi giorni sono attese quattro lettere di licenziamento (forse le prime) per altrettanti nostri colleghi, quasi un quarto dell’intero corpo redazionale” – scrive il coordinamento dei Comitati di redazione del Gedi news network al presidente Marco De Benedetti all’ad Laura Cioli e al dg Marco Moroni – “L’incidenza delle vendite sicuramente oggi non supera il tetto imposto dalle norme antitrust. Il coordinamento è disponibile a un confronto per fare la sua parte nell’obiettivo di salvare posti di lavoro”. La redazione della La Città di Salerno è in stato d’agitazione perché quattro giornalisti su 13 saranno licenziati in seguito alla ristrutturazione aziendale avviata da Edizioni salernitane srl. Esprime solidarietà il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti Carlo Verna: “L’informazione non è una merce come tutte le altre. Le comunità hanno il diritto a essere informate, non di pagare errori gestionali”.
E il Fondatore appoggia il nuovo corso
Quando Eugenio Scalfari, classe 1924, fa il suo ingresso nell’affollatissima assemblea di redazione in largo Fochetti, martedì pomeriggio, i giornalisti di Repubblica si tranquillizzano. “Ecco, se il Fondatore è qui significa che vorrà rassicurarci. Dirci che lui è con noi, che non siamo allo sbando”, una zattera alla deriva “per l’alto mare aperto”, per citare uno degli ultimi libri del grande giornalista. E le sue parole in parte placano una redazione in subbuglio, fiaccata dagli ultimi eventi, dai tagli allo stato di crisi che partirà a marzo e peserà del 17% sugli stipendi. Cose impensabili a Repubblica fino a qualche anno fa.
Se dell’uscita di Mario Calabresi si parlava da tempo, con voci insistenti nelle ultime due settimane, al gossip aziendale ci si era fatta l’abitudine e in molti scommettevano ancora su di lui. Tanto che la defenestrazione ha sorpreso in primis lo stesso Calabresi. Che in assemblea non si è visto. Così almeno si è evitato le critiche di Scalfari. “È inutile girarci intorno, tanto lo sapete tutti. Il giornale negli ultimi tre anni non mi è piaciuto. Personalmente al posto di Calabresi avrei preferito Massimo Giannini”, ha detto il Fondatore. Parole assai simili a quelle pronunciate un anno fa da Carlo De Bendetti, ospite di Lilli Gruber: “Repubblica ha perso identità, manca di coraggio”.
Critico, Scalfari, specialmente sulla linea precedente, quella dell’innamoramento per Matteo Renzi. Per la proprietà, invece, ha contato di più il calo di copie (da 214.582 a 146.751 in edicola, in 3 anni -31,6%), imputato soprattutto a un restyling grafico che ai lettori non è piaciuto.
Bocciando Calabresi (sulla cui scelta il Fondatore non era stato consultato, con conseguente offesa di lesa maestà e musi lunghi in redazione), Scalfari ha automaticamente benedetto il cambio, giunto sin troppo tardi. Ma l’ex direttore ha cercato anche di ridare morale alla truppa. “Ricordatevi che la forza del giornale siete voi, che lo fate tutti i giorni. Restate uniti e fate al meglio il vostro lavoro…”, ha detto.
Il vero sponsor di Carlo Verdelli, però, è stato Ezio Mauro. Al quale la proprietà aveva chiesto di tornare direttore, per un periodo limitato. “No grazie, ma vi aiuto a trovare la persona giusta”, la risposta. I nomi in circolazione erano quelli dell’universo Espresso-Repubblica: Marco Damilano, Massimo Giannini, Mario Orfeo. E due esterni: Ferruccio de Bortoli e Carlo Verdelli. A un certo punto si è pensato a un ticket: Lucio Caracciolo (direttore) e Mario Orfeo (condirettore operativo). Alla fine la scelta è caduta su Verdelli.
Ma che Repubblica sarà la sua? Il nuovo direttore, annunciato ieri dal cda del gruppo Gedi, assomiglia più a Mauro: decisionista, low profile, uomo di contenuto e prodotto. Di sicuro, dicono, si vedrà in redazione più di Calabresi che, oltre ai presenzialismi vari, tutti i weekend scappava a Torino, dove ha la famiglia, o a Milano. Verdelli ha un buon rapporto con Francesco Merlo (che volle con sé in Rai) e qualche ruggine dai tempi del Corriere con Stefano Folli (in uscita?). Come editorialista, invece, potrebbe tornare Adriano Sofri.
“Pago le cause di Berlusconi all’Unità, il Pd si è dileguato”
Ci sono molti modi di umiliare la libertà di stampa e il lavoro dei giornalisti. Da otto anni Concita De Gregorio, storica firma di Repubblica, ex direttrice dell’Unità, ne sperimenta uno particolarmente subdolo: “Ogni centesimo che ho guadagnato mi è stato sequestrato per pagare le cause civili dell’Unità al posto di un editore che nel tempo si è fatto nebbia”. Cioè, è scomparso dietro i tecnicismi del concordato fallimentare. Quell’editore, la Nie, Nuova iniziativa editoriale, di fatto è il Partito democratico che dello storico giornale fondato da Antonio Gramsci ha mantenuto il controllo nel corso del tempo.
Perché dici di pagare per responsabilità non tue?
Perché nel 2008 vengo chiamata da Renato Soru, astro nascente dell’imprenditoria italiana, per assumere la guida dell’Unità. Accetto senza essere mai stata iscritta al Pci o al Pd, ma perché in quegli anni, Berlusconi che torna al governo, il Bunga bunga che avanza, mi sembra giusto impegnarmi per fare qualcosa.
La direzione dell’Unità dura dal 2008 al 2011.
Tre anni di opposizione in cui lo scontro con Berlusconi e il suo governo è totale. Noi la conduciamo con un giornale aperto, plurale, anche ‘pop’, ma pieno di nuovi talenti.
Tu lavoravi a Repubblica?
Mi licenzio per andare a guadagnare meno della metà. Portiamo l’Unità a 75 mila copie per poi scendere a 50 mila: una cifra non indifferente. Quando il segretario del Pd diventa Pier Luigi Bersani, mi chiama Matteo Orfini, allora responsabile dell’Informazione, e mi spiega che è venuto meno il rapporto di fiducia.
Ed è qui che comincia il calvario.
Quando la Nie, il mio editore, chiude con un concordato preventivo, tramite il quale cede la testata alla cordata guidata dall’imprenditore Pessina (e partecipata anche dal Pd, tramite la Eyu, ndr.) dismette la responsabilità civile per le cause di diffamazione. In quanto direttore, e in base alla legge sulla stampa del 1948, rispondo in solido per tutte le cause civili. Pago io, quindi, al posto dell’editore.
Le cause non riguardano tue colpe precise?
In 35 anni non ho mai perso una causa per diffamazione, non ho mai dovuto rifondere alcun danno. Se pago è solo per condanne che riguardano l’editore e i giornalisti sotto la mia direzione.
Da dove provengono le cause?
Le più importanti hanno nomi scontati: Berlusconi Paolo, Berlusconi Silvio, il generale Mori, la famiglia Angelucci, Fedele Confalonieri, Augusto Minzolini, Mediaset… e così via. Sono liti temerarie. Ma costano sia in termini di spese legali sia per le sentenze cautelative che dispongono pignoramenti e sequestri fino al giudizio definitivo. Parliamo di milioni di euro.
Come è possibile che Nie non sia responsabile?
In realtà io posso rivalermi su Nie, una sentenza del 2017 mi ha dato ragione su questo. Ma a chi mi rivolgo? In quella scatola non c’è nessuno che si assuma la responsabilità.
E il Pd?
Ne ho parlato con Lorenzo Guerini e Luca Lotti. La risposta è stata la stessa: tecnicamente non siamo gli editori e la legge non ci impone nulla. Ma qualcuno può davvero sostenere che il Pd non fosse l’editore dell’Unità?
Con Matteo Renzi hai mai parlato?
Non si è mai fatto vivo e io non l’ho cercato. Anche perché non lamento niente. Io ho la forza di difendermi da sola, ma vorei difendere i ragazzi che fanno questo mestiere con editori volatili.
Servirebbe una legge?
Servirebbe una norma che affermi che in caso di fallimento di un editore non siano i giornalisti a pagare per colpe non loro. Mi pare un principio di civiltà, e di difesa del nostro mestiere. L’Ordine dei giornalisti e il sindacato di categoria dovrebbero occuparsene seriamente. La minaccia economica sul nostro mestiere è più subdola di altre e va contrastata con forza.
Ti rimproverano di aver fatto chiudere l’Unità e di essere solo una radical chic.
Dopo di me ci sono stati sei direttori e l’Unità ha chiuso dopo sette anni. Io ho sempre vissuto del mio lavoro e non posseggo nient’altro che la mia dignità e la passione per questo mestiere. Non possono farmi smettere di farlo, lo farei anche gratis perché è tutta la mia vita.