Depistaggio Cucchi, indagato il generale dell’Arma Casarsa

Il generale dei carabinieri Alessandro Casarsa è indagato dalla Procura di Roma nell’inchiesta-bis per il depistaggio sulla morte di Stefano Cucchi, L’ufficiale sarà ascoltato in aula nell’ambito del processo che vede imputati cinque carabinieri. Ma potrebbe non essere l’unico alto graduato nel mirino degli inquirenti. Il nome di Casarsa compare nella lista testi depositata da un legale di parte offesa e sarebbe iscritto nel registro degli indagati per il reato di falso in atto pubblico. L’iscrizione di Casarsa, all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, è legata alla vicenda delle presunte manipolazioni di due relazioni di servizio sullo stato di salute del geometra arrestato il 15 ottobre del 2009 e deceduto sette giorni dopo mentre si trovava detenuto presso il reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini.

Nei giorni scorsi Casarsa, che fino a un mese fa era a capo dei corazzieri in servizio presso il Quirinale, è stato ascoltato dai magistrati di piazzale Clodio e durante l’atto istruttorio ha respinto le accuse. Nel filone sul depistaggio sono attualmente indagate una decina di persone tra ufficiali e sottufficiali dei carabinieri.

Chi sta alla finestra morirà salviniano

Caro direttore, la politica dei due forni è un retaggio della Prima Repubblica, della sua fase declinante e consociativa. Oggi, con attori e modi diversi, si ripropone. I forni li alimenta con astuzia Salvini che sulla Diciotti compie tre mosse da manuale: ricompatta il centrodestra, schiaccia il governo sulla sua posizione processuale, mette in crisi M5S sul principio dell’uno vale uno. E quando arriverà il momento, la Lega darà le carte per decidere il destino della legislatura. Di Maio, paralizzato dalla prima prova di governo, prova a rispolverare qualche bandiera identitaria, ma non ha la forza di staccare e di promuovere una svolta. In questo scenario – condivido la profezia di Travaglio – il quadro politico rischia di scivolare più a destra, o per via parlamentare – una ricomposizione trasformistica con Berlusconi – o per via elettorale. Con il risultato di una democrazia bloccata per molti anni: Salvini al comando di un centrodestra nazionalsovranista, M5S troppo grandi per scomparire ma troppo piccoli per governare da soli, e un centrosinistra out.

L’opposizione non può oscillare tra la critica ai congiuntivi di Di Maio e l’appello alla santa alleanza contro i populisti. Come se il blocco dei populisti fosse monolitico, mentre è evidente che il contratto frana su interessi divergenti (reddito e Tav). Questi interessi non sono componibili, si scontreranno innanzitutto lungo l’asse nord-sud, con il mezzogiorno vittima sacrificale di un’idea eversiva di federalismo. Ignorarlo è miope, non sfruttare le contraddizioni è irresponsabile. Dire “mai con i M5S” può conquistare applausi ma non basta a costruire un’alternativa. È soltanto la certificazione di una preoccupante vocazione minoritaria. Una scelta che lascia entrambi i forni nelle mani di Salvini e congela la sinistra all’opposizione. Intendiamoci, si può stare in minoranza per decenni e incidere sul tessuto democratico, come insegna il Pci. Ma fare politica obbliga a distinguere tra avversari, a evitare che si saldino e concentrino troppo potere. Il M5S è una forza immatura, che fatica a riconoscere il valore della democrazia dei contrappesi, che ignora la centralità dei corpi intermedi, che nasconde i propri limiti fabbricando nemici spesso immaginari.

Ciò accade anche perché per la prima volta nessuna delle culture costituenti è al governo. Riportare una quota di populismo dentro un quadro di compatibilità democratiche rappresenta oggi una delle funzioni della sinistra.

Lungi da me pensare che si possa civilizzare il populismo, ma non lo si argina senza interrogarsi sul nucleo di verità che l’ha aiutato a crescere. Il tempo non è molto e Salvini corre veloce. L’autorizzazione a procedere sarà una deadline. Se Di Maio si accoda, finisce la stagione della verginità. Ma augurarselo è infantile. Serve un’iniziativa perché quella possibile rottura non produca una stabilizzazione definitiva a destra. Mettendo i grillini davanti alle proprie responsabilità e inaugurando su pochi grandi nodi un compromesso più avanzato: investimenti pubblici contro la recessione, lavoro stabile per contrastare la povertà, welfare nazionale contro la secessione dei ricchi. Un’agenda diversa che metta la Lega fuori dal Palazzo già in questa legislatura e rinnovi lo spazio di una dialettica democratica, nel tempo del proporzionale, più sana. Aprire il forno col M5S è un rischio vero, ma stare alla finestra e spalancare le porte di Palazzo Chigi a Salvini significa perdere l’anima. E anche i pochi voti che ci sono rimasti.

C’è una fronda alla Consulta sul prelievo di solidarietà

La Corte costituzionale non ha ancora deliberato il via libera al contributo di solidarietà per i pensionati, con sistema retributivo, che percepiscono dai 100 mila euro lordi annui in su (almeno 5 mila euro netti circa al mese) stabilito dalla legge di bilancio 2019 . Il contributo è scattato dal primo gennaio e coinvolge anche gli organi costituzionali (quindi anche Quirinale, Camera e Senato) che, si legge, dovranno deliberare le modalità “nella loro autonomia”.

Nel caso della Consulta, ci è stato detto, non c’è ancora stata la camera di consiglio amministrativa, che sarà fissata per la fine del mese, perché i giudici stanno attendendo i calcoli della Ragioneria. Ma secondo quanto risulta al Fatto, al di là del motivo “burocratico”, il ritardo che – va detto – non incide sui versamenti (si calcoleranno gli arretrati in base alla data della delibera) è dovuto soprattutto a forti dubbi su questo contributo che alcuni ex giudici hanno fatto arrivare alla Corte.

Il ragionamento di chi ha espresso la sua opposizione, in sintesi, è questo: poiché la ratio della legge è che il contributo di solidarietà finisca in un fondo Inps per i soggetti più deboli, non può riguardare la Corte poiché il contributo finirebbe alla Corte stessa. Pertanto, traducendo in parole semplici ragionamenti giuridici ad alta percentuale di sofismo, non centrerebbe il fine stesso di solidarietà. Un pensiero non condiviso da larga parte dei giudici attuali, alquanto sconcertati. Il primo a respingere questa teoria, ci risulta, è il presidente Giorgio Lattanzi, nonostante potrebbe fargli comodo, dato che dall’anno prossimo sarà anche lui un ex giudice pensionato: il suo mandato scade il prossimo 10 dicembre.

L’obiezione dei giudici attuali ha almeno due motivazioni, oltre a quella, naturalmente, che si tratta di una legge approvata dal Parlamento. La prima è che la Corte deve essere di esempio, specie in un periodo storico in cui ci sono alcuni milioni di poveri. La seconda è che la Corte, anche se non versa all’Inps, con il contributo di solidarietà che metterà in un apposito fondo della sua cassa risparmierà dei soldi che sono pubblici.

In prima fila tra i dubbiosi, con le motivazioni che abbiamo riportato, dicono i bene informati, ci sarebbe il professor Sabino Cassese, ex giudice della Corte, ex ministro della Funzione pubblica con il governo Ciampi, editorialista de Il Foglio. Lo abbiamo contattato per avere la sua versione: “Dubbi non ne ho e, comunque, se avessi dei dubbi sarebbero perfettamente inutili perché questa è una legge dello Stato”.

Un altro ex giudice ha accettato di parlare con noi a patto di non citare il suo nome. Ha sostenuto che la Corte debba senz’altro adeguarsi a una legge dello Stato, pur godendo della sua autonomia, che “mai mi permetterei di far arrivare un pensiero critico ai giudici attuali”, anche se l’insoddisfazione ce l’ha: “Non mi piace il termine giornalistico ‘pensione d’oro’, si tratta sicuramente di pensioni notevoli, ma frutto di cinquanta e più anni di lavoro con una responsabilità enorme. Il contributo – prosegue – prevede una percentuale alta, scattata un mese dopo l’approvazione, senza tenere conto che, per esempio, una parte della pensione può essere già investita per il pagamento di mutui. In ogni caso – conclude l’ex giudice – non mi metto a drammatizzare, so che tanta gente non arriva a fine mese e non potrebbe capire un mancato adeguamento”.

In generale, il contributo prevede cinque scaglioni: per la quota delle pensioni tra i 100 e i 130 mila euro lordi l’anno è il 15%, tra i 130 e 200 mila è il 25%, tra i 200 e i 350 mila è il 30%, fra i 350 e i 500 mila è il 35%, infine per la quota oltre i 500 mila euro è il 40%. Secondo il bilancio di previsione 2019, sono 24 gli ex giudici pensionati, il contributo di solidarietà che dovranno dare non sarà meno del 25% e può arrivare anche al 35% considerato che fra loro c’è anche chi, una minoranza, per i ruoli avuti extra Corte, arriva a prendere 30 mila euro netti al mese di pensione. Secondo l’ultimo dato che si ha, le pensioni lorde pagate dalla Corte agli ex giudici ammontano, nel 2016, a 6.642.514,77, in crescita rispetto ai tre anni precedenti.

Casellati e la cena col centrodestra

Queen Elizabeth,al secolo Maria Elisabetta Alberti Casellati, ieri sera ha ordinato di accendere le luci di palazzo Giustiniani, di apparecchiare con le posate più luccicanti, di servire piatti ipocalorici e però raffinati per una festa di rinomata classe. Il presidente del Senato, con la sobrietà che la caratterizza, al riparo dalle solite manie di grandezza, ha condiviso la cena del mercoledì con le senatrici. Queen Elizabeth ha raccolto attorno a sé soltanto le senatrici di centrodestra, di Forza Italia, di Fratelli d’Italia, di Lega ex Nord e un po’ di Gruppo misto, a conferma del pessimo rapporto con lo spirito istituzionale che dovrebbe avventurarsi dalle parti della seconda carica dello Stato. Il presidente ha recapitato inviti riservati e, nella giornata di ieri, ha pure sopportato lo sgomento – sarà l’invidia! – delle senatrici di centrosinistra. Queen Elizabeth, circondata da una corte di consiglieri, palafrenieri, suggeritori, sceneggiatori, strateghi, ha una sana ambizione: trama per diventare il prossimo inquilino del Quirinale (lì c’è il giardino per le grigliate) o per subentrare a Giuseppe Conte a Palazzo Chigi in caso di stallo politico. E qualcuno le avrà sussurato che questo volgare stallo va affrontato a stomaco pieno.

Miracolo: il Pd e Silvio scoprono le barricate per salvare la Carta

C’hanno provato tutti i partiti, nessuno escluso, a tagliare il numero dei parlamentari. Ora tocca a Cinque Stelle e Lega. La prima legge costituzionale dei gialloverdi è al Senato. Prevede il passaggio da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori (la stessa stima prevista dalla Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema nel 1997). Sulla carta, visto che tutti hanno provato a farlo, dovrebbero essere tutti d’accordo. Sulla Carta, invece, le opposizioni sono sulle barricate: lo stesso Pd che aveva provato a cancellare il Senato dalla Costituzione solo una legislatura fa, ora parla di “assassinio della democrazia” per la diminuzione del 25 per cento circa degli eletti. La stessa Forza Italia che aveva tagliato le Camere nella riforma del 2005 (bocciata dagli elettori), ora si perde in mille distinguo. Ieri dem e berlusconiani hanno celebrato la dignità delle istituzioni parlamentari in un Senato quasi deserto. Ecco alcuni degli interventi più ispirati, diciamo.

Giuseppe Cucca (Pd). “Ci risiamo: prosegue l’opera sistematica di demolizione del sistema democratico che abbiamo vissuto fino a questa legislatura, costruito faticosamente e ai prezzi che ben conosciamo pagati dai nostri genitori… Certamente la nostra Carta aveva e ha bisogno di una messa a punto, ma non si possono intaccare i cardini fondamentali della nostra democrazia… L’obiettivo è smantellare il Parlamento… demolire completamente il sistema parlamentare… Credo sia inutile ricordare che l’idea primigenia della riduzione dei parlamentari fu della tristemente nota P2” (Costui ha votato senza un sussulto la riforma della Costituzione firmata da Maria Elena Boschi).

Vincenzo D’Arienzo (Pd). “Il nostro numero dei parlamentari, se paragonato a quello degli altri Paesi europei, è piuttosto basso: occupiamo il ventesimo posto in classifica… La proposta non affronta il vero nodo, vale a dire il superamento del bicameralismo perfetto e paritario. Certo, c’è stato un referendum del quale ovviamente non si può non tenere conto. Tuttavia, è proprio in ragione di quel referendum che sarebbe stato utile avviare un dibattito nel Paese” (Traduciamo: c’è stato un referendum, tuttavia sarebbe stato utile non tenerne conto).

Massimo Berruti (FI). “Già nel 2005 Forza Italia era intervenuta approvando anche una riduzione significativa del numero di Parlamentari… è innegabile che anche su quel fronte fummo all’avanguardia… Bene, bravi. Prima che nel vostro contratto la riduzione del numero di parlamentari è contenuta nel programma sostenuto instancabilmente da Forza Italia” (E per questa ragione voteremo “no”!).

Enrico Aimi (FI). “Facciamo grande attenzione: possiamo ridurre il numero dei parlamentari, ovviamente siamo d’accordo, tanto che nella XIV legislatura noi stessi eravamo stati i fautori di un disegno di legge in tal senso, ma oggi ci ritroviamo semplicemente all’interno di questa nicchia e mi pare francamente un po’ poco” (Infermiereeeee).

Leonardo Grimani (Pd). “La continua denigrazione delle istituzioni porta solo alla morte della democrazia”.

Marco Perosino (FI). “A volte mi pare di sentirmi un po’ palude, ma credo, nonostante tutto, che chi ci ha eletti abbia riposto fiducia in noi più che nei nostri partiti. E la riforma costituzionale, anche secca e scarna come quella che andiamo ad approvare, credo che dovrebbe generare una tensione politica positiva per dare a noi e ai cittadini un po’ di speranza” (Infermiereee/2).

Andrea Causin (FI). “Siamo all’indomani della bocciatura sonora di un referendum costituzionale, che ha dimostrato che i cittadini non hanno l’anello al naso: non si può sventolare la riduzione dei parlamentari come una salsiccia davanti al gatto”.

Marcello Pittella (Pd). “Per dare funzionalità alle istituzioni occorre superare il bicameralismo perfetto. Il mondo cambia, colleghe e colleghi, e lo fa velocemente, non è possibile fare il ping pong, la navetta tra le due istituzioni che fanno la stessa identica cosa. Siamo d’accordo su questo almeno?” (Siamo d’accordo su una riforma appena bocciata dagli elettori almeno?).

Monica Cirinnà (Pd). “Ricorderete, colleghi e colleghe, che nella Costituzione nulla è stato scritto per caso, nemmeno i numeri: la fissazione del numero dei deputati in 630 e dei senatori in 315 è stata il frutto di un lavoro attento e meditato nell’Assemblea Costituente… Anche un intervento apparentemente marginale… rischia di incidere pesantemente sulla tenuta della nostra Carta fondamentale… Volete un Parlamento di marionette, di pupazzi telecomandati” (la Boschi aveva inciso, sì, ma con perizia chirurgica…).

Antonio Saccone (FI). “Signor Presidente, devo dire la verità: ho estrema difficoltà nell’intervenire sul disegno di legge in discussione. Ringrazio tutti i colleghi che hanno partecipato al dibattito, che è stato molto interessante, però devo dire la verità: non gliene frega niente a nessuno, forse neanche a noi stessi”.

Tatjana Rojc (Pd). “Desidero esprimere la mia profonda preoccupazione per la rappresentanza politica della minoranza nazionale autoctona di lingua slovena. Voi volete schiacciare le minoranze”.

Paola Boldrini (Pd). “Devo dire che parlare a un’aula semivuota non è mai un bel sentore, ma ci proviamo lo stesso”.

Titoli Stato, nuovo Btp a 30 anni ha raccolto ordini fino a 41 mld

Poco piùdi 20 giorni dopo il collocamento record da 10 miliardi del nuovo Btp a 15 anni, il Tesoro incassa un altro successo, raccogliendo 8 miliardi di euro per il Btp a 30 anni ma gli ordini arrivati sono stati da record: oltre 41 miliardi di euro, la cifra più alta mai registrata da un’emissione sindacata italiana. La domanda conferma l’allentamento della pressione sul debito italiano dopo il compromesso con l’Unione europea sulla manovra, che ha scongiurato la procedura d’infrazione per violazione della disciplina sui conti pubblici. Il Btp non è stato ancora prezzato ma è stato fissato lo spread (sulla base del quale sarà definito il rendimento) a 18 punti base sull’analogo Btp in scadenza a marzo 2048. Il ministero dell’Economia in una nota ha fatto sapere che il titolo ha scadenza 1° settembre 2049, godimento primo settembre 2018 e tasso annuo 3,85%, pagato in due cedole semestrali, mentre il regolamento dell’operazione è fissato per il 13 febbraio. Il titolo è stato collocato al prezzo di 99,594 corrispondente a un rendimento lordo annuo all’emissione del 3,910%. L’operazione è stata gestita da un consorzio composto da Banca Imi, Bnp Paribas, Credit Agricole, Deutsche Bank e Goldman Sachs.

Inchieste e bugie al mercato: il passato che pesa

Ha un passato pesante, Paolo Savona. Dal punto di vista accademico, istituzionale e politico. Ma anche giudiziario. Il candidato presidente della Consob è rimasto invischiato in un paio di inchieste antipatiche. Nessuna condanna, per carità, ma fastidiose ombre che restano negli archivi di chi conserva memoria.

Savona viene indagato per corruzione, ma poi, nel 2007, archiviato. Da presidente della grande impresa di costruzioni Impregilo, è accusato di manovre corruttive per aggiudicarsi l’appalto per la costruzione del ponte di Messina e per la ristrutturazione della metropolitana di San Pietroburgo. Viene prosciolto. Ma le intercettazioni telefoniche lo inchiodano a intrallazzi realizzati con l’allora senatore Marcello Dell’Utri per far vincere Impregilo: “Non esiste che Astaldi (il concorrente, ndr) possa vincere quel tipo di cosa, vince Impregilo”, lo rassicura al telefono l’amico Carlo Pelanda. Il magistrato, il pm di Monza Walter Mapelli, nei suoi atti constata come la gara sia stata segnata dalla politica. E dalle mazzette: “Chiedo garanzia a voi perché a San Pietroburgo loro pagano la tangente, noi sono due anni che bisticciamo proprio per non… Loro dicono: e allora la paghiamo noi, ma tratteniamo la quota da voi”. Così sbotta Savona al telefono. È la proposta dell’azienda francese Vinci, che vorrebbe fare accordi con Impregilo, anche pagando tangenti. Non si sa come sia finita e dunque l’indagine viene archiviata. Nel 2009 è la volta dell’aggiotaggio: è il reato che viene contestato dalla Procura di Milano a Savona, presidente di Impregilo, ma che decade per prescrizione. Nel febbraio e marzo 2003, l’azienda diffonde due comunicati in cui afferma che il bilancio di una società controllata, Imprepar, si sarebbe “chiuso in pareggio”. Entrambe le note, scrive il giudice, “erano false in quanto contenenti una stima di pareggio del bilancio di liquidazione contrastante con le stime del liquidatore”. Non solo: vengono “falsati” anche i crediti della società, che passano da “466 milioni” ai 497 comunicati da Savona alla Consob.

Nella sentenza del gip di Milano, Enrico Manzi, si legge che il modo di operare di Savona “è assolutamente censurabile”. “Si è in presenza di un metodo di formazione della contabilità e delle informazioni esterne affidato alla pura e semplice convenienza di immagine”. Tanto che “l’informazione esterna non tiene conto del vero dato: lo trasforma, lo manipola, diventa frutto di un desiderio e non di un riscontro oggettivo, nel rispetto delle regole del mercato e della trasparenza verso i risparmiatori”. È un buon viatico per chi, da presidente della Consob, dovrà controllare anche la correttezza delle comunicazioni fornite al mercato?

C’è poi una confessione di Savona che lo inchioda al passato più nero della “guerra non ortodossa” combattuta in Italia fino agli anni Ottanta: in teoria contro il comunismo (anche a colpi di stragi), in pratica contro la democrazia. L’ha raccontato lo stesso Savona in un convegno organizzato da Scenari Economici nell’ottobre 2015. Rivela che “nel 1963, in qualità di sottotenente di complemento nel Reggimento Leoni di Liguria a Sturla, Genova, zona politica calda, ho svolto esercitazioni nell’ambito del Piano Op (Ordine pubblico), nell’ipotesi in cui lo Stato fosse stato attaccato da forze eversive”. Il compito assegnato al sottotenente Savona era quello di occupare, o di liberare nel caso in cui fosse stata occupata dai “ribelli”, la sede Rai di Genova. L’ambito è quello di Gladio, la pianificazione segreta anticomunista nata dall’accordo firmato dai servizi segreti italiano (Sifar) e americano (Cia) e sottratto al controllo costituzionale di Parlamento e governo. Per l’Italia, la firma era stata apposta dal generale Giovanni De Lorenzo, che l’anno dopo, nel 1964, appronterà il Piano Solo, che prevedeva l’occupazione dei centri di potere (tra cui le sedi Rai) e la deportazione degli oppositori politici “sovversivi”.

Guerra legale e tanti ricorsi: Consob, gli ostacoli a Savona

La designazione di Paolo Savona in Consob sta mettendo in imbarazzo il governo. Dopo la decisione del Consiglio dei ministri, la palla passa al Quirinale, a cui spetta la nomina, ma la partita non sembra affatto chiusa. Ieri, Palazzo Chigi – vero artefice della scelta di dirottare all’Authority di Borsa il ministro degli Affari Ue bruciando la candidatura M5S di Marcello Minenna – è stato costretto a far filtrare un lungo appunto per negare che ci siano incompatibilità.

Gli ostacoli a Savona sono tutt’altro che piccoli. In quanto ministro, la legge Frattini sul conflitto d’interessi del 2004 gli impone un anno di stop prima di spostarsi alla Consob; la legge Madia (2015) vieta a un pensionato l’accesso a incarichi pubblici se non a titolo gratuito e per un anno, mentre il mandato in Consob ne dura 7. Inoltre Savona è stato presidente della società finanziaria che gestisce il fondo Euklid e un decreto applicativo della legge Anticorruzione (dlgs 39 del 2013) gli impone due anni di stop prima di passare da un soggetto regolato all’amministrazione di un ente pubblico. Questo record di ostacoli non ha scoraggiato né il premier Giuseppe Conte né il plenipotenziario grillino alle nomine Stefano Buffagni, registi dell’operazione con l’avallo di Luigi Di Maio, nonostante Minenna fosse appoggiato da Grillo e Casaleggio.

Secondo Palazzo Chigi la Frattini non si applicherebbe alle Authority perché sono soggetti indipendenti. Eppure la legge impone il divieto di lasciare il governo per andare subito in “enti di diritto pubblico”, quale la Consob è per stessa previsione della sua legge istitutiva. Palazzo Chigi si fa poi forte di un parere chiesto nel 2017 da Gentiloni all’avvocato Andrea Zoppini per nominare il ministro Claudio De Vincenti all’Autorità per l’Energia. Parere che però non è bastato per procedere alla nomina (poi saltata). Ieri si è spinto fino a ricordare l’infelice precedente di Giuseppe Vegas, una delle figure più bersagliate dal M5S per i disastri della vigilanza, che nel 2010 lasciò il governo Berlusconi per andare a guidare la Consob. Savona, peraltro, da ministro aveva la delega al coordinamento della Consob con l’Esma, l’autorità che vigila sui mercati finanziari Ue.

La legge Madia invece, non si applicherebbe perché – sostiene il governo – la legge concede una riserva di autonomia se la nomina è di un organo costituzionale come il Quirinale. Anche qui, però, la norma che vieta ai pensionati incarichi pluriennali nella P.a. richiama espressamente la Consob tra le amministrazioni coinvolte.

C’è poi l’ostacolo del passato di Savona nel fondo Euklid. Qui la tesi di Palazzo Chigi è ardita: il divieto sancito dal dlgs 39 del 2013 è un ostacolo solo per chi diviene “amministratore di ente pubblico” senza menzionare le autorità indipendenti. Come se la Consob non fosse un ente pubblico. In ogni caso, secondo il governo Euklid, in quanto società londinese, non sarebbe regolato dalla Consob ma dalla Fca inglese. Eppure era commercializzato in Italia.

L’attivismo di Palazzo Chigi segnala nervosismo e che la partita non è chiusa, nonostante le rassicurazioni arrivate ieri da Di Maio (“Savona è compatibile”). La nomina dovrà passare al vaglio del Quirinale e al voto delle Commissioni Finanze di Camera e Senato. “Troveranno un opposizione attrezzata e vigile”, ha attaccato ieri il deputato Filippo Sensi (Pd), ex portavoce di Matteo Renzi in una serie di tweet che smontano le tesi di Conte e Buffagni. I dem sono contrari, così come FdI; Forza Italia è spaccata e tra i 5Stelle i malumori sono forti, specie al Senato. A settembre Conte costrinse Mario Nava a dimettersi dalla Consob perché rifiutava di mettersi in aspettativa da Bruxelles come imponeva la legge, scelta che esponeva l’Authority al rischio di una pioggia di ricorsi. Che per Savona è persino più alto.

Gabrielli: “In Italia ci sono troppe scorte, serve altro approccio”

“Questo è un paese che ha troppe scorte, dobbiamo dircelo”. Parola di Franco Gabrielli, il capo della Polizia. L’argomento è tornato d’attualità dopo il caso della scorta tolta e subito riassegnata al giornalista Sandro Ruotoli. “Sono troppe – ha detto Gabrielli – e siccome le risorse sono poche forse una riconsiderazione la dobbiamo fare”. La dichiarazione del capo della Polizia, peraltro, arriva nel giorno in cui il comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica di Bergamo ha assegna la tutela al giornalista di Repubblica Paolo Berizzi per le reiterate minacce ricevute da gruppi neofascisti. Per proteggere davvero chi è minacciato da mafie e criminali – ha ragionato Gabrielli – è necessario che l’assegnazione dei servizi di tutela venga fatta non sulla base di meccanismi automatici, ma su una valutazione che prenda in considerazione non i “rischi possibili” ma i “rischi probabili” a cui la persona da proteggere è esposta. Una linea, precisa il capo della Polizia, che non gli è stata suggerita dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini: “Ha un approccio assolutamente laico alla questione – ha detto Gabrielli – Non ha dato percentuali né ha suggerito approcci ragionieristici”.

Appendino vuole le “Finals” ma la Lega tratta pure sul tennis

Gli 8 migliori giocatori di tennis al mondo che si sfidano nel torneo di fine stagione, a Torino: il sogno delle Atp finals rischia però di sfumare sul più bello. L’Italia si è candidata e pare in vantaggio sulle avversarie (si decide a marzo), ma per vincere servono 78 milioni di euro. Il governo deve firmare una lettera, proprio come per le Olimpiadi, ma a 10 giorni dalla scadenza non l’ha fatto: la Lega chiede qualcosa in cambio per aiutare la città della M5S, Chiara Appendino.

Il parallelo con i Giochi 2026 non è casuale: ci sono tante analogie e qualche differenza. Stavolta la garanzia non è solo formale, senza oneri per lo Stato (come preteso dal M5s per Milano-Cortina). In questo caso i soldi il governo dovrà metterceli (anche se non si tratta di un buco nero come per i cinque cerchi, c’è una cifra precisa): l’Atp chiede 18 milioni per il primo anno, 15 milioni per i quattro successivi. Il problema è che la FederTennis non può permettersi queste cifre: con un fatturato di 22 milioni (al netto degli Internazionali) rischierebbe di fallire. La Fit sarà nel comitato con Comune e a Coni Servizi (anzi, Sport e salute). Per i fondi serve il governo. Sembrava una formalità dopo l’annuncio a novembre ma il termine scade il 15 febbraio e la garanzia ancora non c’è: non per tutti i 5 anni almeno, solo i primi 3 (non basta). Il ritardo rischia di diventare oggetto di scontro oggi in Consiglio dei ministri, tra la Lega che frena e il M5S che spinge. E qui si ritorna di nuovo alle Olimpiadi: le Atp finals sono importanti per i 5 stelle e la loro sindaca Appendino, anche come risarcimento per l’esclusione di Torino dai Giochi, per cui non sono previsti investimenti statali. L’impressione però è che se il Movimento si ammorbidisse sul sostegno a Milano-Cortina (tanto care a Salvini e Giorgetti), i soldi per il tennis a Torino salterebbero fuori. È tutta questione di trattativa. O di ricatto, punti di vista.