Aiuti umanitari, Maduro teme il cavallo di Troia degli Usa

In attesa del vertice del Gruppo di contatto che si terrà oggi a Montevideo in Uruguay, lo scontro interno al Venezuela si acuisce sul tema degli aiuti “umanitari”. Sono gli aiuti che i Paesi che sostengono Juan Guaidó vogliono far entrare nel Paese, circa 60 milioni di dollari complessivi, e che invece il presidente in carica, Nicolas Maduro definisce “un travestimento per un intervento militare statunitense”. L’Assemblea nazionale ha aprrovato un piano per l’ingresso di viveri e medicine dalla città di Cucuta, in Colombia, che diventa il confine decisivo. Anche il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha avvertito Maduro sull’importanza di permettere il flusso di “aiuti” da questa zona. E l’esercito ha chiuso il flusso a Cucuta la principale città di frontiera tra Colombia e Venezuela.

Guaidó scrive, il governo risponde in ordine sparso

Neanche il tentativo di Juan Guaidó in persona, autoproclamatosi presidente del Venezuela ad interim, è riuscito a dare una smossa al governo italiano, spingendolo a prendere una posizione definitiva e univoca in suo favore. Perché l’esecutivo italiano è l’unico tra quelli dei principali paesi europei, che non ha ancora riconosciuto la legittimità della sua leadership.

Guaidó ieri non ha chiesto un incontro, ma ben tre: uno al premier, Giuseppe Conte, uno al ministro dell’Interno, Matteo Salvini, uno al ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio. In realtà, a incontrare gli italiani sarebbe comunque una delegazione. Ma nella lettera al premier, il venezuelano si sarebbe detto disponibile a partecipare telefonicamente all’incontro.

D’altra parte, tre sono le posizioni: la Lega vuole il riconoscimento di Guaidó, M5S cerca una posizione neutra, ma non ha intenzione di riconoscerlo esplicitamente. Sulla stessa linea, pure il premier Conte, che però non si esprime. In attesta anche dell’esito della visita del ministro degli Esteri Moavero a Montevideo per il gruppo di contatto. I Paesi che parteciperanno all’incontro a livello di ministri degli Esteri co-presieduto dal presidente uruguaiano Tabaré Vazquez e dall’Alto Rappresentante per la Politica estera Ue, Federica Mogherini, sono: Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Olanda, Portogallo, Spagna e Svezia, insieme a Bolivia, Costa Rica, Ecuador, Messico e Uruguay.

Per adesso, l’unico a rispondere che incontrerà la delegazione venezuelana al Viminale, è stato il leader della Lega.

In realtà, una posizione chiara, definita e univoca, non è nemmeno all’orizzonte. Ieri, le opposizioni in Senato hanno chiesto e ottenuto (per il 12 febbraio) la presenza in aula dello stesso ministro e il voto sulle mozioni. È pronta una mozione di Forza Italia in cui si chiederà una risoluzione per riconoscere Guaidó come presidente ad interim.

“La Lega voti con noi”, ha chiesto esplicitamente Annamaria Bernini, capogruppo di Forza Italia in Senato.

La maggioranza sta preparando la sua mozione per buttare la palla in tribuna (modello Global compact, sul quale Cinque Stelle e Lega erano divisi) e mantenere una posizione che tenga insieme posizioni che appaiono inconciliabili. “Le elezioni di Maduro non sono legittime, ma riconosciamo il mandato popolare dell’Assemblea nazionale”, è il testo della bozza in preparazione in queste ore. “Siamo per una soluzione pacifica, ci impegneremo per le elezioni e per l’amicizia tra i popoli e per garantire la comunità italiana”. E ancora: “Siamo per le elezioni libere e democratiche, alle quali partecipino anche i chavisti”.

Una non soluzione implicita nelle diverse risposte a Guaidó dei tre leader.

Nella lettera, Guaidó chiede “la disponibilità a un incontro a Roma nel più breve tempo possibile con la nostra delegazione, finalizzato a uno scambio di opinioni sulla decisiva transizione che sta vivendo il Venezuela”. E ancora: “Vorremmo poterle rappresentare la necessità che in Venezuela si possa giungere in tempi rapidi e grazie al sostegno della comunità internazionale, a libere elezioni democratiche”.

Mentre da Palazzo Chigi fanno filtrare che non si stanno occupando della questione, nessuna risposta ufficiale arriva da Di Maio. Difficile che lo incontri, spiegano fonti a lui vicine. Come, d’altra parte, si evince dall’unica dichiarazione che arriva dal Movimento, quella del sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano: “Siamo alleati militari degli Stati Uniti. Siamo nella Nato, ma essere alleati non vuol dire essere sudditi, come ci hanno messo in testa gli ultimi governi da 30 anni a questa parte. Quando si parla di elevare l’escalation in Venezuela si sbaglia, bisogna abbassare i toni e rientrare nell’alveo della politica”.

La posizione del Movimento 5 Stelle non cambia neanche dopo l’annuncio di Salvini che lunedì mattina alle 11 riceverà una delegazione di venezuelani, scelti dallo stesso presidente autoproclamato. Da vedere chi ci sarà.

Ieri, intanto, una delegazione di rappresentanti dell’opposizione venezuelana ha prima manifestato a Montecitorio, quindi ha incontrato parlamentari di tutti i gruppi, tra cui i dem Ettore Rosato e Piero Fassino, Mara Carfagna (Forza Italia) e Francesco Lollobrigida (Fratelli d’Italia).

Nel corso di questi incontri, secondo quanto riferito da alcuni presenti, i dissidenti venezuelani avrebbero detto di sentirsi “traditi da questo governo”. Avrebbero pure attaccato i Cinque Stelle: “Una forza pericolosa non democratica che punta ad avere un sistema politico chavista anche in Italia”.

Con la riforma del rito abbreviato, rischio processi più lunghi

È una delle riforme bandiera della Lega in materia di giustizia e sicurezza, quella che esclude che possa essere processato con il rito abbreviato e dunque beneficiare di sconti di pena, chi è accusato di reati gravi puniti con l’ergastolo, come l’omicidio volontario. La Camera (primo firmatario il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni) l’ha approvata in prima lettura a novembre. E lo stesso vicepremier Matteo Salvini ne ha più volte invocato la necessità. Ora però il Csm lancia l’allarme sugli effetti che la riforma produrrà quando diventerà legge: “Rischia di creare un notevole allungamento dei tempi di definizione” dei processi. E non solo: può persino avere “conseguenze negative anche sull’effettività del trattamento sanzionatorio”, avvertono i consiglieri. Il giudizio è contenuto in un parere approvato dal plenum del Csm con 19 sì e il voto contrario del laico della Lega Stefano Cavanna. Si sono astenuti invece due laici di area M5S, Fulvio Gigliotti e Filippo Donati, assieme all’altro consigliere indicato dalla Lega, Emanuele Basile. Con la delibera approvata, il Csm non butta a mare tutta la riforma: anzi la difende dall’accusa mossa dall’opposizione di essere andata oltre la Costituzione.

Chiusa l’inchiesta sui quattro scafisti complici dei libici

Le testimonianzedei migranti salvati dalla Diciotti hanno permesso di rintracciare e identificare quattro presunti scafisti, tre egiziani e un bengalese, che ora rischiano di finire davanti al giudice dopo la chiusura delle indagini da parte della Procura di Palermo, che investiga sul viaggio del gommone dalle coste libiche all’ingresso in acque territoriali italiane a Lampedusa. I quattro, gli egiziani Ahmed Shalaby Farid di 23 anni, Ashraf Abnibrahim, di 39 Al Jezar Mahammed Ezet, di 24 anni e ll bengalese Shahalom Mohammod, di 26 anni, sono attualmente in carcere. I reati contestati dai pubblici ministeri Gery Ferrara e Gaspare Spedale sono l’associazione a delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, la violenza sessuale, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Aggravati, secondo i magistrati, dal fatto che i trafficanti avrebbero fatto parte di un gruppo che teneva i migranti prigionieri nei campi di detenzione in Libia, luoghi di violenze e abusi, e dopo essersi fatta pagare per attraversare il Mediterraneo, li facevano partire su imbarcazioni disastrate facendogli correre il rischio di affondare e annegare.

Tav, scontro sull’analisi: bocciatura da 7 miliardi

La sgangherata gestione dell’analisi costi-benefici sul Tav nelle mani del ministro Danilo Toninelli provoca ormai una guerra quotidiana tra i gialloverdi. Ieri il casus belli è stata la consegna del dossier, che stronca l’opera, alla rappresentanza della Commissione Ue in Italia. Martedì era toccato all’ambasciatore francese, Christian Masset. Quasi fosse un trattato internazionale. La decisione ha fatto infuriare Matteo Salvini: “Perché dei numeri che riguardano il futuro degli italiani sono conosciuti prima a Parigi che a Roma? Io non cambio idea – ha attaccato il leader leghista – l’Italia sulle grandi opere pubbliche deve andare avanti, non bloccare e tornare indietro”. Dagli uffici di Toninelli è arrivata una replica beffarda: l’analisi doveva essere prima condivisa con gli interlocutori “ossia Francia in prima battuta e Commissione Ue” e, solo dopo, ma a strettissimo giro – cioè oggi – agli alleati di governo. “Nemmeno io l’ho vista”, ha aggiunto Luigi Di Maio.

Da settimane Toninelli prende tempo, evitando di pubblicare il documento affidato a una task force di esperti guidati dall’economista Marco Ponti. Sarà pubblicato “la prossima settimana”, assicura il ministro. Per dare tempo a Francia e Ue di valutare i dati, poi sarà fissato un incontro.

Lo scontro sui tempi nasconde in realtà quello sul futuro dell’opera. L’analisi infatti descrive la Torino Lione come uno spreco di soldi pubblici. Nello scenario intermedio i costi superano i benefici di quasi 7 miliardi, come anticipato ieri da La Stampa. Uno sbilancio enorme, che non lascia scampo per trovare appigli per un’opera per la quale sono già stati spesi 1,4 miliardi; ne restano da spendere 10, di cui 8,6 per il solo tunnel di base (57 km): 35% a carico dell’Italia (3 miliardi); 25% Francia e 40% Ue.

Per settimane la Lega ha provato a convincere il Movimento proponendo un taglio dei costi. Il “mini Tav” avrebbe perso gli 1,7 miliardi del collegamento italiano al tunnel (quello francese è già stato scartato dai governi transalpini). L’opera si sarebbe così ridotta, come di fatto ormai è, al solo traforo del Moncenisio. Una modifica, però, che non cambiava il risultato dell’analisi: senza la tratta italiana, infatti, calano i costi, ma anche i benefici visto che i guadagni di tempo per il traffico merci si riducono al solo tunnel. Fallito il tentativo, la Lega ha deciso di contestare direttamente i numeri dell’analisi, forte dei dati sfornati dal costruttore del italo-francese del Tav, la società Telt.

Da giorni la grande stampa insiste su un presunto “difetto” del dossier: considera tra i costi anche il mancato incasso delle accise sui carburanti e dei pedaggi da parte dello Stato a causa del traffico merci che verrebbe dirottato dalla strada alla ferrovia con un beneficio per l’ambiente. Nell’analisi sul Terzo Valico ligure pesavano per 905 e 864 milioni. Senza considerare le minori accise, il giudizio sarebbe diventato meno negativo (da -2,3 miliardi a -600 milioni), anche se il governo ha deciso di dare lo steso il via libera all’opera, assai cara alla Lega motivandolo con il rischio di dover pagare 1,2 miliardi di presunte “penali”.

Le linee guida del ministero non chiariscono se le due voci vadano conteggiate nelle analisi costi-benefici. Quelle europee lo prevedono, anche se le ultime versioni sono meno esplicite. Resta però che sono previste dalle linee guida francesi e da una lunga consuetudine accademica. Al punto che la stessa analisi costi-benefici del 2011, voluta dall’osservatorio di Palazzo Chigi sul Tav mostrava ben visibili nelle tabelle riassuntive sia i costi per i gestori autostradali che per lo Stato in termini di tassazione perduta (il tutto per oltre 16 miliardi di euro). In ogni caso, però, anche escludendo le due voci, il dossier sul Tav mostrerebbe lo stesso uno sbilancio negativo tra costi e benefici, anche se di minore entità.

“Dire sì ai giudici o il M5S si gioca la sua credibilità”

Il passo è veloce, il tono di voce anche: “Ho pochi minuti, ma credo sia il tempo di dire alcune cose”. Il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra scende le scale del Senato, dove anche ieri i Cinque Stelle hanno discusso tra loro del caso Diciotti, ossia del voto sul rinvio a processo per sequestro di persona di Matteo Salvini. Nessuna assemblea questa volta, ma un confronto nella pancia di Palazzo Madama. Perché questo per il M5S è uno snodo.

Lei nell’assemblea di martedì ha preso la parola e si è espresso per il sì, “perché non possiamo dimenticare i nostri principi”.

Premetto che noi del Movimento in queste ore dobbiamo essere innanzitutto contenti per il reddito di cittadinanza, un passaggio epocale perché riconosce diritti sociali ai dimenticati. Dopodiché la vicenda della Diciotti ci deve far capire cosa sia l’istituto dell’immunità parlamentare, e soprattutto la responsabilità politica. Quando da cittadino, ma anche da uomo delle istituzioni, pongo in essere delle scelte, devo risponderne pienamente.

Tanti suoi colleghi ricordano che sul piano giuridico questa vicenda è diversa dalle precedenti richieste di autorizzazione per reati comuni. E lo ha detto anche Luigi Di Maio: “Questo è un caso specifico”. Salvini potrebbe aver esercitato una legittima funzione d’intesa con tutto il governo, no?

Io parto da un’impostazione diversa. E mi domando se noi come 5Stelle, avendo tratto il nostro humus da un piano pre-politico, dovremmo rispondere sì a prescindere ai giudici. Anche perché male non fare, paura non avere. Quindi nessuno di noi si deve sottrarre al giudizio. Se io dimostro che ho agito nel modo giusto, svolgo una funzione sociale importantissima. La magistratura deve sempre poter avere dubbi sull’operato della politica.

Ma c’è il tema dell’autonomia della politica. E forse il M5S dovrebbe abbandonare l’idea del sì a prescindere ai giudici tenuto conto che ha scoperto, vivendoli sulla propria pelle, alcuni valori del garantismo: ossia che un avviso di garanzia non è una condanna.

Comprendo l’obiezione. Di certo alcune situazioni meritano approfondimento, e vanno evitati giudizi epidermici. Ma le regole non si modificano in presenza di emergenze, altrimenti il sospetto che si cambi per opportunità potrebbe inficiare l’immagine del Movimento. A livello sociale la credibilità è la dote più importante con cui un soggetto politico può ottenere consenso. Uno dei nostri ultimi slogan è stato: “Se diciamo lo facciamo”. Ecco, un atteggiamento ondivago non aiuterebbe. Anche il nostro capo politico Luigi Di Maio si era espresso per il sì.

Sì, ma l’ha detto quando Salvini giurava di volersi fare processare. Il quadro politico è cambiato.

Io credo che dovremmo chiedere al ministro dell’Interno un’accettazione tranquilla delle decisioni della magistratura.

Perché secondo lui questo processo non va fatto? Ha paura o vuole spaccarvi, o entrambe le cose?

Va chiesto a Salvini. Se fossi al suo posto non mi sottrarrei mai, tranne che in caso di querele temerarie, come abbiamo stabilito a suo tempo nel Movimento.

La certezza è che sul tema vi siete spaccati, anche in assemblea.

Non c’è una lacerazione tra giovani o vecchi, etici o non etici. Tutti dobbiamo riassaporare l’humus del Movimento. E siamo convinti che Salvini e gli altri ministri non abbiano commesso alcun reato.

È in gioco la vostra identità?

È in gioco la nostra credibilità, e quindi la nostra identità. So che siamo profondamente cambiati rispetto alle origini, ma tra i nostri valori c’è la convinzione che chi è nel Palazzo non possa godere di un trattamento differente. Non possiamo ridurci a fare i cassazionisti, dopo aver proposto un sistema giudiziario con due gradi di giudizio.

Il filtro della Giunta è previsto dalle norme.

Io proposi di non far parte di nessuna Giunta, e comunque di votare sempre sì a qualunque richiesta. Un politico non deve mai essere al di sopra della legge.

Lei delegherebbe la scelta agli iscritti sulla piattaforma web Rousseau? O sarebbe una fuga?

Ritengo che si possa anche decidere indipendentemente. Ricordandosi che la magistratura non può essere considerata un plotone d’esecuzione.

Salvini schiera il governo: “Nel contratto c’è il no”

Fidarsi è bene, non farlo è meglio. Tanto è vero che il tour di Matteo Salvini, impegnato nelle ultimo giorno e mezzo tra Toscana, Umbria e Abruzzo, ha dovuto richiedere una tappa obbligata a Roma. Dove il Capitano ha riunito per qualche ora i suoi generali per passare ai raggi X i documenti, uno firmato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ma soprattutto l’altro vergato dal vicepremier Luigi Di Maio e dal ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli: allegati alla sua memoria depositata in Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato e che gli forniscono pieno sostegno sulla gestione dei migranti della Nave Diciotti .

Le controdeduzioni prodotte da Salvini, di carattere squisitamente tecnico, non entrano nel merito della sussistenza o meno del reato di sequestro aggravato che gli contestano i giudici del Tribunale dei ministri di Catania: le decisioni assunte in quei giorni caldi di agosto furono “una iniziativa del Governo Italiano coerente con la politica dello Stato sui flussi migratori, peraltro risultante anche dal Contratto di governo, che non può essere svilita come mera presa di posizione politica avulsa dal contesto generale delle strategie governative, specialmente in occasione di un salvataggio avvenuto solo per far fronte alle omissioni di Malta”.

La gestione della Nave Diciotti non fu solo dunque un’iniziativa condivisa in attuazione dell’indirizzo governativo. Ma pure frutto di un’azione volta a perseguire “un preminente interesse pubblico, peraltro rappresentato anche dalla salvaguardia dell’ordine e della sicurezza pubblica che sarebbero messe a repentaglio da un indiscriminato accesso nel territorio dello Stato”. Circostanza questa su cui è chiamata specificamente a pronunciarsi la Giunta di Palazzo Madama. Che la memoria di Salvini punta a rassicurare anche su un altro elemento. Ossia che la gestione dei migranti fu rispettosa del dovere del ministro dell’Interno di tutelare l’ordine pubblico, ma soprattutto conforme alla Costituzione. In virtù dell’articolo 11 che consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni. E dell’articolo 117 “che – si sottolinea nella memoria – attribuisce rilevanza costituzionale alla corretta attuazione degli obblighi derivanti dal diritto dell’Unione Europea e quindi ad ogni iniziativa politica tendente ad ottenerne una modifica. In tale quadro, il governo ha posto in essere tutti gli strumenti di soluzione del conflitto, che sono stati concretamente attuati attraverso il coinvolgimento delle Istituzioni Europee per il tramite degli organi ministeriali della branca dell’esecutivo a ciò deputata”. Un documento quello predisposto per l’organismo paragiurisdizionale del Senato, si fa filtrare dall’entourage di Salvini, che non contiene attacchi contro l’iniziativa del collegio del Tribunale dei ministri.

Trattato inizialmente dal ministro non proprio con i guanti bianchi, come ha sottolineato ieri una parte dei componenti togati del Consiglio Superiore della magistratura. Che hanno chiesto l’apertura di una pratica a tutela dei tre giudici del Tribunale dei ministri “oggetto di una violenta campagna denigratoria”. Che Salvini avrebbe perpetrato nell’immediatezza della notifica dell’atto del tribunale dei ministri attraverso una diretta Facebook facendo ripetutamente i nomi dei componenti del collegio. Ma pure a Palazzo dei Marescialli, il caso Diciotti ha prodotto lacerazioni: i cinque consiglieri di Magistratura Indipendente si sono detti contrari all’iniziativa “destinata oggettivamente a interferire sulle prerogative del Parlamento”. E che trascinerebbe il Csm in “uno scontro politico-istituzionale al quale non intendiamo partecipare”.

Insomma tra le toghe che siedono nell’organo di autogoverno si è aperta una crepa frutto di una discussione accesa e che pare speculare a quella che già da giorni e per i prossimi animerà il Movimento 5 Stelle. Dove nessun vuol passare per “scendiletto” dell’alleato leghista anche laddove alla fine si dovesse decidere di votare no alla richiesta di Catania. E mentre si continua a discutere questa mattina alle 8 e 45 la in Giunta a Palazzo Madama verranno infine acquisite le carte prodotte da Salvini e verrà fissato il calendario per l’ulteriore trattazione del caso. Almeno altre 2 settimane o più in cui potrebbe succedere di tutto. Specie se nel frattempo il capo del Carroccio deciderà di mantenere le promesse. Ossia rilanciare con una sfida a tutto campo che fin qui gli ha fruttato consensi anche tra l’elettorato pentastellato, specie sulla questione dei migranti e della sicurezza. I magistrati, e non solo loro, sono avvertiti, come ha detto ieri sera da L’Aquila. “Pensano di farmi paura? L’ho fatto e lo rifarò”.

I Legnanesi

“Ma Salvini non ce l’ha un vestito suo?”, domandavamo l’altro giorno nella pagina fotografica sui suoi vari travestimenti. Stavamo per lanciare una sottoscrizione per regalargli una giacca e una camicia tutte sue, quando Maurizio Martina ha annunciato una mozione Pd di sfiducia individuale contro di lui. Lodevole iniziativa di opposizione, sia pur votata alla bocciatura per mancanza di maggioranza (infatti è di opposizione), se non fosse che lo stesso Martina, non più tardi di tre sabati fa, marciava a braccetto coi salviniani al corteo Sì Tav di Torino e invitava Salvini a firmare un’altra mozione Pd: non, ovviamente, quella che dovrebbe sfiduciarlo, ma quella che impegna il governo a fare il Tav. Così abbiamo capito che Salvini fa benissimo a camuffarsi ogni giorno con un abbigliamento diverso, trasformando la politica italiana in uno spettacolino en travesti, modello Legnanesi: perché ogni giorno c’è chi lo scambia per un altro. Quando si agghinda da poliziotto, il Pd vuole sfiduciarlo. Ma appena si maschera da capocantiere del Tav, con tanto di caschetto giallo, il Pd gli chiede l’amicizia in Parlamento. Come se ci si potesse alleare con uno che si vuole cacciare. Come se Salvini non fosse sempre Salvini, ma ne esistessero almeno due.

La strategia dei Legnanesi funziona a meraviglia anche coi giornaloni: ricordate le colate di piombo su Salvini quinta colonna della Russia, infiltrato di Putin, cavallo di Troia di Mosca, gonfio di rubli e di fake news in cirillico, per far esplodere l’Italia, l’Europa, l’Occidente e il mondo intero? Bene, nel primo litigio del governo sulla politica estera, quello sul Venezuela, Salvini si schiera senza se e senza ma (e soprattutto senza Abc) con Guaidó, il golpista appoggiato dagli Usa e dal grosso della Ue, contro il presidente-dittatore Maduro sostenuto da Putin e persino contro il neutralismo di Conte e dei 5Stelle. E chi lo dipingeva in uniforme da cosacco che fa? Ammette di avere scritto un sacco di fesserie e chiede scusa? No, lo disegna in divisa da yankee con tutte le stelline della bandiera americana e di quella europea, senza fare un plissé. Tanto ormai vale tutto e il contrario di tutto. E non solo la verità dei fatti, ma perfino la logica, sono un optional. Ieri Ranieri e Robecchi si sono sbizzarriti sulle critiche di Confindustria e Forza Italia, dunque del Pd, di Calenda e di Boeri, al reddito di cittadinanza. Per mesi abbiamo letto che era troppo basso (una mancetta) e per una platea troppo ridotta (quattro gatti). Ora si scopre che è troppo alto e per troppa gente.

Al punto che potrebbero offendersi quelli che lavorano e guadagnano meno del reddito per chi non lavora (al massimo 780 euro, in media 500). Parrebbe di capire che, se qualcuno lavora per uno stipendio inferiore alla soglia minima di povertà, il problema sono i salari da fame per i lavoratori, non i sussidi per i disoccupati. E chi ha lasciato l’Italia, caso raro in Europa, senza un salario minimo dovrebbe vergognarsi. Soprattutto se si dice di sinistra. Invece no: siccome in Italia chi lavora è alla canna del gas, lasciamo sul lastrico pure chi cerca un lavoro. Anziché alzare i salari, abbassiamo il reddito. In due interviste affiancate sul Rdc, entrambe ovviamente negative, Repubblica riesce a titolare: “Famiglie più numerose penalizzate, favoriti i giovani senza lavoro” e “Qualche beneficio nella lotta alla povertà, non aiuta l’occupazione”. Ma se il Rdc è fatto per i poveri e i disoccupati, chi dovrebbe favorire, se non chi non ha nulla e non lavora? Il Messaggero comunica invece che il Rdc “scoraggia 400 mila a lavorare”: ma se tutti dicono che non c’è lavoro, come fa il reddito a scoraggiarlo? Ancor più strepitose sono le critiche ai “paletti” imposti al Rdc e a quota 100. Paletti fatti apposta per escludere i possibili “furbetti” e soprattutto per non spendere troppo, rispettare gli impegni con la Ue ed evitare la procedura d’infrazione. Ora gli stessi che accusavano il governo di scialare miliardi per poveri e pensionati accusano il governo di non scialarne abbastanza. Una critica che fa il paio col titolo del Giornale “Il ‘golpe’ bianco di Conte: tutto il potere a Palazzo Chigi” (ma non era un signor nessuno, una nullità, un burattino?). E con le baggianate di Francesco Merlo su Repubblica a proposito del via libera della sindaca Raggi allo stadio della Roma, unica grande infrastruttura in programma nella Capitale nei prossimi anni, fra l’altro a spese dei privati. E decisa non dalla giunta M5S, ma da quella Pd di Marino. La Raggi s’è limitata a dimezzarne le cubature, depurandola della parte speculativa (torri e centri commerciali), alla faccia di chi la dipingeva come una marionetta del costruttore Parnasi (da ieri imputato per corruzione insieme a esponenti del Pd e del centrodestra, e nessun grillino).

Sapete cos’ha scoperto Merlo cinque anni dopo la delibera Marino-Caudo? Che “la tontolona” e “stralunata Raggi ha detto Sì al nuovo stadio” non solo per “lucrare voti e consenso” (è al secondo mandato e non si ricandiderà, però fa niente); ma anche perché “lo stadio è il tempio, il Sancta Sanctorum del populismo” e lei “vuole costruire il suo proprio Colosseo, che è l’archetipo di tutti gli stadi del mondo”. E – tenetevi forte – “è anche il santuario del sovranismo”. Qualunque cosa voglia dire. Quando lo decise il Pd, era l’ottava meraviglia del mondo. Ora che lo conferma la Raggi, è una ciofeca. Naturalmente Merlo aveva pronto anche un secondo pezzo, in cui avrebbe detto le stesse cose in caso di No della Raggi allo stadio, come già disse del No della Raggi alle Olimpiadi. Il No è tipicamente “populista” e “sovranista”, tipico di chi odia il Progresso, la Modernità e l’Impresa. E il Sì, invece, pure.

“Ma quale Sanremo, noi facciamo satira”

“San Remo? Non ci interessa parlarne”. Benvenuti nello spazio siderale a distanza anni luce dal Festival. La risposta della Dark Polo Gang ovvero Tony Effe (Nicolò Rapisarda), Wayne Santana (Umberto Violo) e Dark Pyrex (Dylan Thomas Cerulli) interpellata sulla manifestazione canora non è una boutade, è proprio senza fronzoli. Il gruppo di spicco della trap italiana ha appena pubblicato il singolo “Gang Shit”, piazzatosi direttamente nella prima posizione di Spotify. La settimana scorsa erano sempre al numero uno con “Tvtb” insieme a Fedez, a cui va riconosciuta l’intuizione di averli cercati per una collaborazione (unico brano del nuovo album Paranoia Airlines in vetta per lo streaming). La Gang ha ridisegnato l’immaginario del rap nostrano: non vengono da quartieri poveri e hanno genitori benestanti. Dagli esordi del 2014 hanno collezionato album e mixtape insieme al beatmaker Sick Luke, figlio del rapper Duke Montana e oggi – con orgoglio – suo produttore. Dopo l’abbandono dell’ex compagno Dark Side (Arturo Bruni), per abuso di sostanze e per scelte artistiche divergenti per la gang è arrivato il momento del dolore e della riflessione.

Il risultato di questo tormentato periodo è il brano della maturità “Cambiare adesso”, una canzone che sta attraendo un pubblico nuovo: “La magia di questo pezzo malinconico è nata dal ritornello scritto da Dylan. Crediamo che sia forte perché arriva dal cuore” racconta la Dpg, “l’abbiamo scritta nella scorsa estate dopo un periodo di grande sofferenza e dopo un anno davvero difficile, è diventata quasi un blues grazie anche all’aiuto di Michele Canova e Alex Alessandroni. Siamo in grado di fare un pezzo come ‘Cambiare adesso’ e, nello stesso tempo, un featuring con Fedez che parla di sesso: non prendiamo in giro le donne, ma una parte di società e pure noi stessi. Facciamo satira e autoironia e viviamo per stuzzicare. L’atteggiamento punkettone dei nostri esordi è ancora qui: prima quasi nemmeno cantavamo nei concerti, eravamo da panico. Abbiamo iniziato per noia registrando una canzone completamente ubriachi alle quattro di notte. Non ci siamo posti nessun limite, abbiamo mirato alla luna. Scrivevamo pezzi con la frase ‘la mia collana brillerà’ e alla fine, invocandolo, il successo è arrivato. Noi facciamo quello che ci pare, se piace bene altrimenti amen”.

L’ultimo pensiero è per la tragedia di Corinaldo che ha messo sul banco degli imputati Sfera Ebbasta e il genere trap: “Una disgrazia e basta. Non parlerei dell’artista e del genere musicale ma delle vittime. Troveranno un colpevole, ma non è la musica; bisogna solo ricordare le vittime”. Molte critiche alla Dpg arrivano spesso dai genitori degli adolescenti, non tanto per i brand ostentati quanto per l’uso di droghe: “Noi parliamo di cose che nel mondo ci stanno. E poi con Internet cosa vuoi nascondere? Siamo convinti che è un bene parlarne: se lo fai tutto l’intrigo che ci sta intorno svanisce. Per noi le parole servono a strapparti un sorriso: i ragazzini a volte non capiscono interamente lo slang ma percepiscono l’energia positiva della musica e per noi è ciò che conta”. L’intervista si chiude con il loro credo Eskere, derivato dalla trap americana: un diminutivo di “Let’s Get It” ovvero “facciamoli” (sottinteso, i soldi). È caccia al biglietto del loro prossimo tour, in partenza da Milano il 9 febbraio al Fabrique (poi Firenze, Torino, Roma e Nonantola).

E se il Claudio II fosse “troppo alto” per la kermesse popolar-nazionale?

“Sarà il festival dell’armonia”. Claudio Baglioni l’ha ripetuto fino allo sfinimento, forse per tranquillizzare la politica e forse per convincere se stesso. È un ben strano contrappasso, per uno che nei Settanta fu bastonato dalla critica più stolta e ideologizzata, dover ora premettere che nessuno si farà male all’Ariston. Quel suo dichiararsi in disaccordo con Salvini sui migranti, null’altro che la scoperta dell’acqua calda per uno che sul tema è da sempre tanto coraggioso quanto esplicito, lo ha fatto quasi passare per Che Guevara. Colpa di chi non lo conosce, di “politici” pietosi e di troppi suoi colleghi che amano nascondersi: per non scontentare nessuno, per non perdere pubblico. Se ieri l’artista doveva stimolare, oggi più che altro marca visita: coraggio adieu. Così, da ieri sera, Baglioni dovrà convincere tutti che la sua seconda (e ultima) volta come dittatore-dirottatore artistico sarà unicamente all’insegna del “popolar-nazionale”. Nel frattempo monta sempre più il caso conflitto d’interessi, su cui spingono Striscia e (già un anno fa) Dagospia. Se è ancora lecito parlare di musica quando si parla di Sanremo, ossimoro vivente dove tutto sembra musica ma la cosa che conta di meno son proprio le canzoni, Baglioni ha proposto uno dei Festival artisticamente meno “popolar-nazionali” della storia. Accanto a mostri sacri e carampane, colpisce l’inusuale sfilza di nomi che nei Settanta a Sanremo non sarebbero mai andati (Turci, Cristicchi, Silvestri) e di “indipendenti” più o meno autentici (Zen Circus, Motta, Ex-Otago, Achille Lauro). Baglioni è bravo e di bravi si è circondato (Bisio, Raffaele, Santamaria). Il rischio non è tanto che prima o poi gli scappi la frizione sul tema migranti, come un anno fa col mirabile monologo di Favino e la cover della fossatiana Mio fratello che guardi il mondo con la Mannoia. Il rischio, in questo gran caos, è che il “Baglioni II” si riveli troppo “alto”. Dunque fuori contesto. E per questo deludente.