Amuleti, riti alla statua di Mike e la zona “pascolo” dell’Ariston

Studia la puntata più lucrosa, giocati il picchetto, scrivi il tuo pronostico sui social. Ma non rivolgere mai al cantante la domanda proibita: “Ehi, quest’anno sei tu il favorito?”. Lo sanno tutti che al conclave di Sanremo entri papa e rischi di uscirne da cardinale. Guai all’inviato sprovveduto che si congratuli con il concorrente quando la kermesse è in corso. Gli artisti, si sa, fingono di essere creature raziocinanti, ma in Riviera diventano più superstiziosi di un tifoso davanti ai rigori del mondiale. Li vedi aggirarsi in città con le tasche rigonfie di ogni sorta di amuleti: corni, ciocche di capelli di ignota provenienza, zampe di coniglio, ferri di cavallo, foto del bisavolo, bassorilievi della Madonna, acque benedette, perni del giradischi dove hanno suonato il loro primo 45 giri. Arisa è una dei pochi che te lo dice: non si separa mai da un ciondolo a forma di quadrifoglio trovato per strada. Sono anime fragili: puoi stanarli all’alba o a notte fonda (che è lo stesso, a Sanremo il tempo diventa circolare) a bisbigliare qualcosa davanti alla statua di Mike Bongiorno in via Matteotti. Cercano protezione da ogni sorta di beffa. Si può capirli: magari vincono e poi mettono, lì sulla promenade, la targa commemorativa con il nome della loro canzone scritto in modo erroneo.

E quando – faticosamente – procedono verso l’ingresso dell’Ariston per un presunto bagno di folla (meglio sfilare dalla porta carraia sul retro) si imbattono nei soliti fancazzisti calati qui per la settimana fatale: bambini e vegliardi accampati a ridosso delle transenne, che si eccitano per qualunque visione pop-mistica. Pure il sosia del compianto Pavarotti (immancabile) o quello di Al Bano suscitano entusiasmi insensati. I concorrenti avanzano nervosamente, tra un microfono di Radio vattelappesca che ripete “Ehi, sei tu il favorito!”, una pacca sulla spalla dal fan della prima ora, le guardie del corpo che ti sballottano finché non sei in salvo, dentro il tempio. Dove i rischi sono altri. Papere? Cadute? Cazzate. L’incubo di ogni big è temere di aver perso l’udito una volta sul palco: l’Ariston è un triangolo delle Bermude, il suono in scena sparisce misteriosamente. Oddio, e se il gobbo elettronico si pianta d’improvviso? E se la prova del brano fila liscia poi in diretta sarà una merda! Occhio anche al tragitto dietro le quinte: i cantanti vengono portati prima del turno a pascolare in una “green room” da fanta-horror, dove qualcuno potrebbe sparire. E se non lì, accadrà nel labirinto di scale alla Escher che porta verso il Roof dell’Ariston, sede della Sala Stampa. Si mormora di cantanti inghiottiti nel nulla lì dentro. Sicuri, per dire, che Tiziana Rivale, trionfatrice nell’83, ne sia mai uscita? E se quella che ha continuato la carriera non fosse altro che una sosia, come il McCartney post-incidente? In ogni caso, i candidati alla vittoria vengono trattenuti a viva forza nel bunker. Li lasciano morire di fame, fino alla proclamazione. Qualcuno si ribella, ma invano: Ron e Tosca furono richiamati in fretta e dovettero lasciare le trenette al ristorante. Erano certi che quel Festival ‘96 fosse appannaggio di Elio e le Storie Tese. I sospetti sono la regola: come quelli denunciati da Pupo anni dopo. Convinto di aggiudicarsi la kermesse con il grottesco trio composto da Emanuele Filiberto e dal tenore Luca Canonici, gridò alla combine vedendosi sorpassato al fotofinish da Valerio Scanu. “Eppure avevamo comprato pacchetti di televoti!”, gridò il pokerista toscano.

Una lagna interminabile, a cose fatte, in quella Sala Stampa dove i poveri giornalisti, ormai sfatti e consunti, attendevano solo la liberazione della domenica, in quel bivacco di manipoli dove ogni dodici mesi ci si ritrova tutti lì, una famiglia dispersa, con i pass a mostrare la tua foto di trent’anni prima, che lì sembri tuo figlio. Ognuno serba in tasca almeno 50 euro in contanti, come in certe strade del Bronx, perché quando la tv spegne le luci e vai in cerca di cibo nella notte sanremese sai che quello è il prezzo base, anche se per una focaccia e mezzo bicchiere di spuma.

Festival al via: Baglioni riparte da Baglioni

Il divo Claudio comincia Sanremo con il suo artista preferito, se stesso: insieme a Bisio e a una elegantissima Virginia Raffaele (chiamata alla difficile sfida con se stessa) canta Via, il più filologicamente scorretto per l’incipit e soprattutto uno dei pochi brani scampati a quel lungo concerto di Baglioni che è stato il Festival dell’anno scorso. Però la coreografia con i ballerini è un bellissimo spettacolo. Poi editorialino lirico del dirottatore artistico sotto il segno di tre muse: “Energia, poesia, euforia”. “Verso la meta dell’armonia”. Che naturalmente non è la partenza, ma l’approdo, e insieme “il senso di questo avvenimento”. “Ce ne andremo, là dove ancora non sappiamo”. Gesù. Fino alle 22 sul palco si alternano solo le canzoni fino al monologo di Bisio (che indossa una coraggiosa giacca damascata) sul repertorio “rivoluzionario” di Baglioni: divertente, intelligente e aggraziato (troppo per essere graffiante).

In mattinata, in una conferenza stampa inutilmente affollata, si torna a parlare dell’affaire Salzano. Scrive Dagospia che Baglioni, oltremodo turbato dalla campagna di Striscia la notizia (plasticamente visibile sotto forma di Tapiro gigante, parcheggiato vicino all’Ariston) avrebbe pensato di dimettersi. La notizia viene smentita con una risata dai vertici di Viale Mazzini. A volte ritornano e non si poteva non parlare di migranti. Dice il direttore di RaiUno Teresa De Santis, con una battuta che assomiglia molto a uno scivolone: “Gli sbarchi ormai stanno diventando un luogo comune ricorrente. Potrei annunciare una mia nuova trasmissione: si chiamerà Sbarchi. Non è una battuta, potrebbe diventare un gioco satirico”. Spazio anche al tema forte di questi primi vagiti di Festival, per la serie Confessioni di un impolitico. Pare che nessuno si accorga di quanto questa storia politica sì/ politica no stia diventando più che ridicola. Di nuovo De Santis: “Si è parlato di una complessità nei testi apparentemente di disturbo al gruppo dirigente che rappresenta il Paese. Se chi governa dovesse trovare aggressività nei testi, sbaglierebbe. Ma non credo sia così”. Tradotto: Salvini, per favore, non tuittare. E poi, attenzione: “Siamo in una fase politica complessa, di grande transizione. A me hanno insegnato che è importante l’analisi della fase in cui si è per capire chi siamo e dove andiamo (momento comitato centrale, ndr). Credo che il Festival serva anche a questo”. Passi la ritrita metafora Sanremo specchio del Paese, ma qui con il prendersi sul serio si sta un po’ esagerando. E il terrore sacro di qualche battuta sui governanti si fa pericoloso: va bene che è la festa della canzone, ma la libertà di parola esiste ancora. E non è una società in cui augurarsi di vivere quella che teme la satira. Detto ciò, a colloquio con la stampa sono stati portati i martiri del Dopofestival: andranno in onda verso l’alba, visto che con 24 canzoni in gara la fine della puntata è prevista (ottimismo della ragione) dopo l’una. Per capire il mood, è perfetta quella frase di Francesco Guccini alla fine di “Tra la via Emilia e il west”, “An nin poss più”. E’ solo il primo giorno di Festival ed è già questo lo stato d’animo. Perché cinque puntate sono una maratona, quattro ore e passa a serata sono un corso di sopravvivenza: è il grande evento su cui si concentrano gli sforzi dell’intera Rai, ma a forza di doparlo lo stanno spompando. La prima serata – a parte l’appaluditissimo Bocelli, Giorgia, il ricordo del quartetto Cetra, uno sketch di Virginia Raffaele con Favino e il monologo di Bisio – è una sbornia di canzoni. Il cast del Depofestival, che può contare anche sulla vivacità dell’incantevole Anna Foglietta, è capitanato da Rocco Papaleo, ormai veterano all’Ariston (lo ha anche condotto nel 2012). Di quell’edizione ha il ricordo “bellissimo” ma si toglie un sassolino dalla scarpa: “Grande rapporto con Gianni Morandi, meno con le donne. Belen mi parlò solo solo sul palco, perché era nel copione. Fuori non ricordo mi abbia mai rivolto la parola”. Farfallina. Poi ci tiene proprio a lanciare un monito presidenziale verso stampa e opinione pubblica, invitando tutti a “prenderla più easy” e declamando la poesia Piaceri di Bertolt Brecht, elenco-inno ai piaceri della vita che si conclude con “essere gentili”. Certamente un auspicabile atteggiamento nei confronti del prossimo, non proprio la missione principe dell’informazione. Last e pure least: stasera gli ospiti saranno Fiorella Mannoia, Marco Mengoni e Riccardo Cocciante, Michelle Hunziker, Michele Riondino. E, brividi, Pio e Amedeo.

Cervelli in fuga, lo sconto del 10% sulle tasse si trasforma in beffa

Un invitante sconto sulle tasse riservato ai cervelli che rientrano in Italia li aveva spinti a tornare a casa dopo aver svolto attività di ricerca all’estero. Poco dopo, però, è arrivata la doccia fredda: l’Agenzia delle Entrate ha stabilito, contraddicendo una sua precedente pronuncia, che quell’agevolazione non spettava loro. O quantomeno non in quelle dimensioni.

E così per molti ricercatori quell’incentivo si è in realtà trasformato in una beffa. Insomma, hanno dovuto pagare le imposte non versate e pure le sanzioni. Una storia che ha molti protagonisti, difficili da quantificare ma sembra verosimile siano in centinaia. Tra questi, diversi operano al Centro comune di ricerca di Ispra (Varese), ente della Commissione europea. Tutto è partito con una legge, approvata nel 2003, che ha creato un regime fiscale molto favorevole per i ricercatori che lavorano all’estero e intendono far ritorno nel nostro Paese. Questa norma abbatte al 10% la base imponibile dei redditi generati dopo in Italia. Tradotto: se guadagni 100 mila euro all’anno, devi dichiararne solo 10 mila e su quest’ultima cifra va applicata l’aliquota. Lo scopo era favorire appunto il rientro dei cervelli. La burocrazia però ha messo i bastoni tra le ruote a un’iniziativa nata con buoni propositi. Da qualche mese, infatti, l’Agenzia delle Entrate ha iniziato a svolgere accertamenti su diversi ricercatori che avevano goduto di quella norma.

Il motivo è che, secondo l’amministrazione tributaria, per beneficiarne serviva l’iscrizione all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire). La stessa Agenzia delle Entrate, rispondendo nel 2010 alla domanda di un contribuente, aveva tuttavia ritenuto sufficiente la residenza fiscale nel Paese straniero. Quindi in tanti, pur non iscritti all’Aire, si erano attenuti a quanto messo nero su bianco dalla pubblica amministrazione ormai nove anni fa.

Negli ultimi mesi del 2018 è stata richiesta ai contribuenti coinvolti la documentazione che provasse l’esistenza dei requisiti previsti dalla norma. I ricercatori e ai docenti che non si erano iscritti all’Aire sono stati sanzionati. A questi l’Agenzia ha concesso al massimo uno sconto fiscale previsto da un’altra legge che consente di abbattere i redditi dell’80% per le donne e del 70% per gli uomini. Norma che tra l’altro è ritenuta penalizzante, perché obbliga a restare in Italia per cinque anni, quindi per uno studioso significa rinunciare a future opportunità di lavoro all’estero. Quanto accaduto rischia di scoraggiare il ritorno di tanti giovani studiosi auspicato da tutti, a partire da chi – seduto tra i banchi del governo – parla dell’emigrazione come una delle prime emergenze nazionali.

La disuguaglianza fa male a tutti, non solo ai più poveri

Quasi tutti ormai sono d’accordo: la disuguaglianza è uno dei mali del nostro tempo. Ma pochi sanno argomentare perché. Richard Wilkinson e Kate Pickett, due epidemiologi, scrivono il loro secondo libro per dare argomenti: non soltanto c’è una correlazione tra disuguaglianza all’interno di una società e una lunga serie di comportamenti che indicano disagio (aborti, obesità, malattie psichiatriche) ma – argomentano – c’è un vero nesso causale. E la disuguaglianza, è il messaggio principale del loro nuovo libro “L’equilibrio dell’anima”, non danneggia soltanto chi si trova in fondo alla scala sociale, chi viene lasciato indietro. È un problema che corrode l’intera società e peggiora la qualità della vita anche di chi sta più in alto di quelle che siamo abituati a considerare le vittime. Gli economisti a volte tendono a semplificare un po’ troppo gli incentivi che muovono le persone. Non c’è solo il denaro, Wilkinson e Pickett ci ricordano che quello che conta è la qualità della vita.

Rivoluzione per pochi: gli errori sull’auto elettrica

L’auto elettrica è un pezzo importante di una strategia ma non può esserne l’unico. Da troppi anni si identificano obiettivi sfidanti e non si mettono in campo azioni per raggiungerli. Nei Paesi europei più avanzati, i partiti verdi continuano a incidere sulle decisioni politiche perché hanno fatto della concretezza il loro tratto distintivo.

La cosiddetta “ecotassa” inserita nella legge di Bilancio non rappresenta, da questo punto di vista, la risposta all’esigenza di decarbonizzare i trasporti. É una misura spot, che non avrà effetti sull’ambiente ma ne sta avendo sul lavoro e sulla produzione italiana di auto. É bastato l’annuncio a far crollare le vendite del 19% e rischia di trasformarsi in un regalo alle imprese estere, con la doppia beffa di non centrare nemmeno l’obiettivo ambientale.

In tutta Europa l’industria dell’auto sta rallentando, anche per via dell’insensata guerra contro i motori diesel (quelli di nuova generazione euro6 producono meno Co2 e quasi la stessa NOx di quelli a benzina) e delle nuove regole europee in materia di emissioni e consumo di carburante, che ignorano del tutto l’impatto decisamente maggiore che il riscaldamento ha sull’inquinamento delle nostre città. Nonostante ciò, il resto d’Europa non si è avventurato a varare misure di sostegno all’acquisto di auto elettriche senza una strategia nazionale, ma sta lavorando da tempo attraverso importanti investimenti per creare infrastrutture che rendano funzionale e sostenibile questo tipo di mobilità a livello industriale, normativo, per la ricarica per lo smaltimento delle batterie, per la riorganizzare la filiera industriale e quella della manutenzione e servizi.

Oggi su circa 100 mila stazioni di ricarica attive in tutta Europa, il 28 per cento si trova in Olanda, il 22 in Germania, il 14 in Francia e il 12 in Gran Bretagna. In Italia, secondo i dati raccolti dall’E-Mobility Report del Politecnico di Milano, ci sono appena 2.750 colonnine. L’Europa avrebbe bisogno di almeno 2 milioni di colonnine per garantire al cittadino automobilista un’efficiente e diffusa rete di ricarica. Questo, senza mettere a rischio le loro industrie automobilistiche, ma sostenendo la transizione. Cosa che invece è ignorata dal governo italiano. Incentivare l’acquisto di auto elettriche senza una capillare rete di colonnine significa soltanto dare un sussidio alle borghesie urbane, con effetti fiscali regressivi, con poco effetto sulle emissioni complessive. Le risorse disponibili vanno utilizzate in modo razionale: ed è prioritario, in questa fase, contribuire a infrastrutturare il Paese. Anche perché solo in questo modo si potrà inchiodare l’industria alle sue responsabilità e ai suoi ritardi.

Non è la prima volta che sollecitiamo prima la Fiat e poi la Fca a investire sulla nuova mobilità e su questo è evidente il nostro dissenso sui ritardi che la strategia di Sergio Marchionne ha generato. Ma dal 29 novembre siamo riusciti a far cambiare strada al gruppo. Il Piano industriale triennale da 5 miliardi di euro del gruppo Fca per le fabbriche italiane prevede la realizzazione nei prossimi tre anni di nove modelli (ibridi e elettrici) per la transizione verso l’elettrico. A fine anno saranno pronte Jeep Renegade, Compass, Fca Panda ibride e tra un anno e mezzo la 500 full electric. Vogliamo creare le condizioni perché il parco circolante si rinnovi nel senso dell’elettrico, oppure vogliamo semplicemente darci una spruzzata di verde?

Non serve il patriottismo economico ma neanche l’autolesionismo. Ha ragione chi dice che non possono pagare i nostri polmoni i ritardi delle strategie aziendali. Ma il percorso va spiegato bene: produrre l’auto elettrica è semplice. Ed è giusto che chi è più avanti tesaurizzi i propri vantaggi competitivi, ma l’auto elettrica non deve essere un giocattolo per pochi che magari resta più in garage che nelle strade, deve sostituire rapidamente le auto a motorizzazione fossile. Negli altri Paesi si sono realizzate le infrastrutture di ricarica, di smaltimento delle celle, di creazione di tutta l’economia e il lavoro che compensa quel 20 per cento di occupazione in meno che vi sarà per la semplificazione del processo produttivo e di assistenza dei veicoli, e infine le normative sulla mobilità che in Italia ancora ignorano l’auto elettrica.

Nel 2017 il settore automotive italiano ha prodotto 742 mila unità (+4,2 per cento rispetto al 2016). Il fatturato delle attività produttive (dirette e indirette) del settore vale 93 miliardi di euro nel 2015, pari a un decimo del fatturato dell’intera industria manifatturiera e al 5,6 per cento del Pil. I veicoli prodotti in Italia non sono destinati solo al mercato interno, ma hanno un ruolo importante nella bilancia delle esportazioni del nostro Paese. La sola Fca impiega in Italia oltre 80 mila dipendenti con un indotto che arriva a 156 mila addetti e un impatto trainante sul Pil nazionale con un fatturato di 46 miliardi di euro. Secondo i nostri calcoli il sistema di incentivi bonus/malus mette a rischio oltre 100 mila posti di lavoro in Italia, senza contribuire significativamente alla decarbonizzazione perché, senza una adeguata rete di colonnine, quella elettrica sarà la seconda o terza auto di chi, essendo benestante, non ha bisogno di incentivi. Il paradosso è che tra i modelli più colpiti dall’ecotassa ci sono tutti quelli prodotti in Italia.

L’industria italiana va spinta a evolversi anche nel solco della sostenibilità, non può essere messa artificialmente in crisi ignorando le ripercussioni sull’occupazione e il reddito nazionale. Se vogliamo che tutti abbiano veicoli a basse emissioni, dobbiamo avere un Paese che cresce e nel quale le famiglie possono permettersi un veicolo elettrico: un Paese dove cresce soltanto la disoccupazione non è nell’interesse di nessuno.

* segretario generale Fim-Cisl

Sindacati contro il reddito di cittadinanza: “Guerra fra poveri”

Rischia di innescare “una guerra tra poveri” il reddito di cittadinanza. A lanciare l’allarme sono Cgil, Cisl e Uil. Critiche a cui si sono aggiunte le voci della Caritas e di altre associazioni del terzo settore che temono un incremento delle diseguaglianze. “Parole convulse e isteriche”, è la replica del sottosegretario Vito Crimi (M5S). Ma anche secondo l’Ufficio parlamentare del bilancio (Upb) oltre un quarto delle famiglie più in difficoltà non sarebbe raggiunto dal nuovo sussidio. “L’aspetto critico principale – spiega l’Upb – risiede nella scala di equivalenza scelta che svantaggia i nuclei più numerosi”. Inoltre “potrebbero verificarsi comportamenti opportunistici”. Chi infatti ha un reddito inferiore ai 780 euro previsti dal sussidio, potrebbe decidere di licenziarsi; e se lo facessero tutti i “400mila” potenziali percettori che oggi risultano occupati “la spesa crescerebbe di 2 miliardi a regime”.

Quota 100, arrivate 21.000 domande. Scontro sul taglio dell’assegno

La norma sull’accesso alla pensione anticipata con Quota 100 penalizza i lavoratori del Sud e le donne, perché difficilmente riescono a totalizzare almeno 38 anni di contributi. A ribadirlo sono stati i sindacati nell’audizione alla Commissione Lavoro del Senato anche se dalle prime 21.000 domande arrivate all’Inps, emerge che proprio dal Sud arriva la percentuale più alta di domande: il 42% del totale. Ma ancora non è noto il numero di quelle presentate con riserva. Maggiori dettagli si avranno solo dopo la conversione del decreto legge. Intanto il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha calcolato che con 4 anni di anticipo l’importo dell’assegno sarà inferiore di circa il 20% rispetto a quello che si avrebbe lavorando fino all’età di vecchiaia. Percentuale contestata dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon (Lega) secondo il quale “chi andrà in pensione con quota 100 subirà una perdita del vitalizio che al netto scenderà al 16%”.

Grilli e gli altri: la sfida per il vertice di Intesa

Pare un residuo di un altro secolo, ma sul vertice di Intesa San Paolo è in corso l’ennesima battaglia sul grado di “torinesità” di una banca che ormai è sempre più milanese. Dietro la questione geografica, come ovvio, si muovono sistemi di potere in cerca di un garante. L’assemblea dei soci è prevista per il 30 aprile, un mese prima i giochi dovranno essere chiusi: nessun dubbio sulla conferma di Carlo Messina, amministratore delegato che ha portato Intesa indenne attraverso la lunga crisi finanziaria, la stagione del renzismo e perfino quella dei gialloverdi al potere (la politica è una variabile pericolosa per la prima banca del Paese, sempre sollecitata a fare operazioni “di sistema”, cioè in perdita).

Lo scontro di potere si consuma invece sul presidente. A Torino tutti vogliono la conferma di Gian Maria Gros Pietro, torinese, un tempo prodiano, a lungo al vertice di Autostrade. A 77 anni è il tipo di presidente che va benissimo pure a Messina, perché non ha velleità operative. A fine 2018 gli ambienti torinesi erano in allarme per la possibile sostituzione di Gros Pietro con il vice presidente Paolo Andrea Colombo, 58 anni, commercialista dal curriculum sterminato che però ha il grave peccato di essere milanese e non torinese. A pesare su queste decisioni è, per l’ultima volta, l’eterno Giuseppe Guzzetti che, a 84 anni, è ancora al vertice della Fondazione Cariplo (dal 1997), che con il 4,4 per cento è il secondo azionista di Intesa. Il primo socio è un’altra fondazione di origine bancaria, la Compagnia di San Paolo, guidata dall’ex ministro dell’Istruzione Francesco Profumo. Poiché Guzzetti ha individuato proprio Profumo come suo successore sull’altra poltrona che sta lasciando – la presidenza dell’Acri, l’associazione delle casse di risparmio e delle fonazioni – a Torino molti temono che il milanese Guzzetti abbia ottenuto da Profumo un via libera a cambiare Gros Pietro con un altro lombardo, o comunque con qualcuno estraneo al sistema di potere torinese che così si troverebbe ancora più periferico.

In questi giorni è circolato il nome di Claudio Costamagna, ex ad della Cassa depositi e prestiti, molto milanese ma soprattutto troppo ingombrante per tutti. Gira anche l’ipotesi di Domenico Siniscalco, già ministro dell’Economia per una breve fase tra 2004 e 2005 ma già nel 2010 si trovò candidato e poi fu costretto a ritirarsi, difficile voglia esporsi per un bis.

È più concreta l’ipotesi di un altro ministro dell’Economia, Vittorio Grilli. A 61 anni, Grilli sarebbe prossimo a lasciare la banca Jp Morgan dove è approdato dopo aver chiuso la sua esperienza di governo. Con Guzzetti, Vittorio Grilli ha rapporti solidissimi fin dai tempi in cui, da direttore generale del Tesoro sotto Giulio Tremonti, si occupava direttamente di fondazioni bancarie. Non ci sarebbero riserve particolari di Messina su Grilli.

Ma l’ex ministro non è l’unica alternativa a Gros Pietro. Massimo Tononi, dopo essere sopravvissuto alla presidenza del Monte dei Paschi di Siena, da luglio è presidente della Cassa depositi e prestiti. Forse per una difficile convivenza con l’ad Fabrizio Palermo, più probabilmente per le pressioni costanti dell’esecutivo sulla Cassa, Tononi è considerato in corsa anche per il vertice di Intesa San Paolo. Ma Guzzetti, in quanto capo delle fondazioni azioniste con il 16 per cento e titolate a esprimere il presidente della Cdp, ha faticato per metterlo alla testa della società pubblica, come uomo di equilibrio in questa difficile stagione politica. Sarebbe quindi difficile andarsene ora, dopo pochi mesi.

Intanto Gros Pietro aspetta: tutti questi candidati potrebbero elidersi tra loro. E la sua poltrona, come la mitica torinesità della banca, sarebbero salve.

Crediti bolliti, diamanti, cause: gli ispettori della Bce in Mps

Domani Mps presenterà i conti 2018, che potrebbero segnare il ritorno all’utile dopo anni di pesanti perdite, ma lo fa sotto ispezione della Banca centrale europea. Secondo alcune fonti, da lunedì 28 gennaio scorso sono scattati controlli della Vigilanza di Francoforte mirati a verificare tre poste di bilancio. Si tratta degli accantonamenti per le perdite su sofferenze (Npl) derivanti da crediti incagliati (Utp) con anzianità superiore ai sette anni (una delle criticità indicate nella lettera della Vigilanza europea del 5 dicembre scorso con la bozza di decisione Srep, comunicata da Mps al mercato solo l’11 gennaio), i rischi da vertenze giudiziarie e i rimborsi dei clienti che negli anni attraverso il gruppo senese hanno acquistato diamanti per 330 milioni dal broker Dpi (sanzionato dall’Antitrust insieme alla banca per “le modalità di offerta dei diamanti” “gravemente ingannevoli e omissive”). Contattata, Mps non commenta.

Dopo aver invano chiesto alla Consob di intervenire già nell’agosto scorso, il 5 settembre un azionista della banca senese ha inviato a Danièle Nouy, l’allora presidente del Meccanismo unico di vigilanza Bce (Single Supervisory Mechanism, Ssm) e al sistema di vigilanza della Bce una segnalazione secondo la quale Mps potrebbe aver sovrastimato “sostanzialmente” i fondi propri e gli utili, non riportando correttamente a bilancio i rischi legali come invece indicato dal principio contabile Ias 37. La segnalazione, che richiedeva all’Ssm di avviare un’ispezione, ipotizzava un possibile impatto sui fondi propri tra 1,7 e 2,5 miliardi. Il 7 novembre il consiglio direttivo della Bce ha designato nuovo presidente del consiglio di vigilanza Andrea Enria, che è entrato in carica dal primo gennaio.

Durante la presentazione dei conti al 30 settembre, tenuta il 9 novembre, a una domanda sulla quantificazione dei fondi previsti dallo Ias 37 la banca non aveva dato cifre. Mps aveva precisato che “è ammesso non fornire disclosure sugli accantonamenti a bilancio, qualora ciò arrechi grave pregiudizio alla banca nei procedimenti giudiziali”. Ma il 28 dicembre Mps ha reso noto che era salito da 1,404 a 1,487 miliardi il petitum complessivo richiestole nelle vertenze giudiziali, civili e penali, e in quelle stragiudiziali relative agli aumenti di capitale 2008, 2011, 2014 e 2015 e per gli acquisti di azioni sul mercato “sulla base di informazioni asseritamente non corrette contenute nei prospetti informativi e/o nei bilanci e/o nelle informazioni price sensitive diffuse nel periodo 2008/15”. La somma è costituita per 764 milioni da cause di azionisti, per 606 da richieste stragiudiziali, per 42 e 76 milioni da richieste dalle parti civili nei processi contro Mussari e Vigni per il periodo 2008-11 e contro Profumo, Viola e Salvadori per il 2012-15. Mps non ha fatto accantonamenti ritenendo non probabile il rischio di perdere. Il 6 novembre al nuovo processo di Milano contro l’ex presidente Alessandro Profumo, l’ex ad Fabrizio Viola, l’ex presidente del collegio sindacale Paolo Salvadori e Mps stessa, citata come responsabile civile, si sono costituiti altri 2.600 tra azionisti e associazioni di risparmiatori. Il processo riprenderà il 18 marzo: in discussione c’è la rappresentazione a bilancio dei contratti Alexandria e Santorini “a saldi aperti” (presentandoli cioè come Btp) anziché “a saldi chiusi” (cioè come derivati, quali in effetti erano).

Nell’estate del 2017 con la ricapitalizzazione precauzionale il governo Gentiloni entrò al 68,2% nel capitale di Mps. Con le azioni che ormai valgono solo 1,2 euro, il Tesoro perde 4,46 miliardi sui 5,39 investiti, oltre l’82%. Proprio la redditività è uno dei problemi sottolineati nella lettera con la bozza dei risultati dell’esame periodico Srep. Per quest’anno la banca si è impegnata a raggiungere 570 milioni di utile netto: un obiettivo che da tempo gli analisti giudicano irrealistico ma che è determinante tra i paletti del piano di ristrutturazione concordato con la Commissione Ue per ottenere il via libera alla nazionalizzazione del 2017. Nei conti al 30 settembre l’utile di 379 milioni emergeva solo grazie al drastico taglio degli accantonamenti per perdite su crediti.

La Pernigotti sempre più amara: operai in cassa integrazione

Chiude, dopo 160 anni, la Pernigotti, la storica azienda di gianduiotti di Novi Ligure, di proprietà del gruppo turco Toksoz. Da oggi scatta la cassa integrazione straordinaria per reindustrializ- zazione che interesserà per un anno i 92 dipendenti. L’accordo per la cessazione dell’attività produttiva, raggiunto al ministero del Lavoro, prevede anche l’avvio di un piano di politiche attive per il lavoro con un primo incontro di verifica a marzo. Non mancano gli investitori interessati: tre sono in attesa di effettuare un sopralluogo presso lo stabilimento. L’azienda, che ha già affidato “a partner attivi sul territorio nazionale la produzione di alcune linee di prodotto” conferma “la volontà di continuare a produrre, distribuire e commercializzare i propri prodotti dolciari attraverso accordi di terziarizzazione in Italia” e s’impegna “a comunicare tempestivamente eventuali accordi di reindustrializzazione, cercando di evitare il proliferare di inutili speculazioni, come avvenuto nei mesi scorsi, per non alimentare false aspettative, prive di concreti fondamenti”.

“È una pagina triste per lo stabilimento Pernigotti. Chi vuole chiudere deve cedere il marchio e consentire la continuità di un brand così importante per tutelare la qualità e l’occupazione”, commenta Angelo Paolella della Flai Cgil, che parla di rischio spezzatino. “Non era quello che auspicavamo ma é abbiamo ottenuto la modifica della finalità della cassa che consente la reindustrializzazione del sito e l’attivazione del politiche attive che consente la rioccupazione dei lavoratori”, osserva il segretario nazionale della Uila Uil, Pietro Pellegrini. Critico il sindaco di Novi Ligure, Rocchino Muliere, presente all’incontro al ministero: “È poco rispettoso il fatto che siano stati nominati due advisor, uno dal governo e uno dalla proprietà. Quest’ultimo aveva l’obiettivo di vendere il settore preparati per gelato con marchio Pernigotti. Una situazione da noi sempre contrastata, che getta un cono d’ombra sulle prospettive dell’azienda”.