Mentre Carige, ferita dalla dissennata gestione del suo ex dominus Giovanni Berneschi, si inabissava, anno dopo anno, i vertici della banca pare ballassero sul Titanic. Immuni dalle perdite miliardarie che si cumulavano senza sosta dal 2013 in poi, consiglieri d’amministrazione, sindaci e top manager della Cassa di risparmio di Genova non badavano a spese. Per se stessi ovviamente. Nessun sacrificio, nessuna spending review, nessuna compartecipazione economica all’agonia della banca.
Solo nel 2017 i membri del cda e i primi top manager hanno incassato 5,8 milioni di euro di emolumenti. La banca chiuse i conti con un buco di 388 milioni. L’anno prima nel 2016 le remunerazioni del cda, del collegio sindacale e dell’alta dirigenza erano state di complessivi 6,1 milioni a fronte di una perdita della banca (l’ennesima) di 291 milioni. Ma il clou è stato nel biennio 2014-2015, quello del nuovo corso post Berneschi, quando in entrambi gli anni la pletora di nuovi consiglieri chiamati a risollevare l’istituto e amministratori delegati e direttori generali si sono portati a casa oltre 7 milioni l’anno. Eppure Carige continuava a imbarcare acqua. Il 2014 chiuse con un rosso di 543 milioni e il 2015 per “soli” 127 milioni. Certo, nulla a che vedere con il pesante passivo del 2013, quello che raccoglieva i primi cocci della gestione Berneschi, da 1,76 miliardi. Ma anche in quell’occasione l’ex ponte di comando della banca ligure si premiò con oltre 6 milioni di emolumenti.
E sono in sostanza gli stipendi fissi. Di variabile e stock option c’era ormai ben poca cosa. Ma come si vede, anche le pesanti e continuative perdite non hanno mai inciso sugli stipendi di chi guidava il timone. Tanto per dare un’idea, dal 2011 (anno in cui il regolamento Consob impone la disclosure sui compensi) al 2017 i vertici della banca sono costati oltre 46 milioni di euro. Meritati? La banca da allora ha cumulato perdite per 2,9 miliardi e azzerato di fatto la sua capitalizzazione di Borsa prima del commissariamento bruciando ogni aumento di capitale effettuato. Non solo, Carige da allora ha perso la metà dei suoi ricavi e ha visto l’attivo di bilancio dimagrire di ben 20 miliardi. Tanto per dare un’idea, anche la Popolare di Sondrio paga bene i suoi vertici. Ma la Sondrio, dal 2011 al 2017, ha realizzato utili per oltre 650 milioni. È solo un esempio, ma la dice lunga sulla irresponsabilità di certi manager bancari rispetto ai risultati. Ben pagati sia quando si fanno gli utili (giustificato) sia quando si producono perdite, come nel caso di Carige.
Tra i munifici di sempre in quel di Genova come non mettere al primo posto nel cda Giovanni Berneschi, da sempre abituato ai suoi 1,2 milioni di stipendio fisso. E che dire del vicepresidente storico, prima del ribaltone, Alessandro Scajola? Per lui nel 2011 uno stipendio da 367 mila euro. Il giurista, mentore del premier Giuseppe Conte, Guido Alpa nel 2011 incassa 94mila euro, il consigliere Luca Bonsignore 95mila euro e il futuro presidente Castelbarco Albani è quell’anno in cda a 96 mila euro. Alpa se ne andrà ad aprile del 2013 dopo aver incassato per quei mesi 201 mila euro. Il colpo grosso lo fa Cesare Castelbarco Albani che da semplice consigliere si ritrova nel 2014 presidente. Il suo emolumento schizza quell’anno a 719 mila euro. Anche il neo vicepresidente Alessandro Repetto debutta con una remunerazione di 346 mila euro. Ma l’ingaggio monstre è del nuovo ad, Piero Luigi Montani che si aggiudica 2,36 milioni tra fisso, variabile e azioni della banca. Certo, parte di quelle azioni finiranno bruciate, ma lo stipendio è da amministratore delegato di una grande banca e fa lievitare il costo complessivo dei nuovi vertici nel 2014. Lo stipendio complessivo di Montani scenderà a 1,73 milioni nel 2015 per poi cessare nel 2016 con una coda di 313 mila euro. L’ad successivo Guido Bastianini entra in campo nella primavera del 2016 con un compenso di 542 mila euro. Cesserà l’anno portandosi a casa altri 392 mila euro.
È la volta, poi, di Paolo Fiorentino, nel tourbillon di capi della banca innescato da Malacalza. Per i sei mesi del 2017 la sua nomina vale 723 mila euro. Non si sa con quanto è stato liquidato, per ora. Anche Giuseppe Tesauro, il presidente scelto da Malacalza dopo Castelbarco parte con il piede giusto. Nel 2016 incassa 425 mila euro di compensi che saliranno a 570 mila nel 2017. In un anno la sua remunerazione aumenta di oltre il 30%. La banca cumula nel biennio oltre 670 milioni di perdite.
Anche Vittorio Malacalza si aumenta lo stipendio da vicepresidente, portandolo da 155 mila euro del 2016 a 209 mila nel 2017, ma per uno che ha perso quasi 400 milioni per diventare il primo azionista, sa solo di amarissima beffa.
Così pure Fiorentino alla fine ci ha rimesso buona parte dei 723 mila euro di stipendio. Comprò azioni Carige per 300 mila euro a metà del 2017. Bruciati.
Al di là delle storie personali, resta il tema di fondo. Gli stipendi dei banchieri sono immuni ai risultati. Che si vinca o si perda a loro va sempre bene. Un po’ meno bene ai lavoratori bancari. Loro quando le cose vanno male vengono mandati a casa. Carige aveva 5.400 dipendenti nel 2013 oggi sono solo 4.200. Per loro la spending review è stata massiva. Non certo per i banchieri che non hanno pagato nessun dazio. Anzi.