Alla fiera del cattivo credito vincono solo i banchieri: cosa insegna la crisi Carige

Mentre Carige, ferita dalla dissennata gestione del suo ex dominus Giovanni Berneschi, si inabissava, anno dopo anno, i vertici della banca pare ballassero sul Titanic. Immuni dalle perdite miliardarie che si cumulavano senza sosta dal 2013 in poi, consiglieri d’amministrazione, sindaci e top manager della Cassa di risparmio di Genova non badavano a spese. Per se stessi ovviamente. Nessun sacrificio, nessuna spending review, nessuna compartecipazione economica all’agonia della banca.

Solo nel 2017 i membri del cda e i primi top manager hanno incassato 5,8 milioni di euro di emolumenti. La banca chiuse i conti con un buco di 388 milioni. L’anno prima nel 2016 le remunerazioni del cda, del collegio sindacale e dell’alta dirigenza erano state di complessivi 6,1 milioni a fronte di una perdita della banca (l’ennesima) di 291 milioni. Ma il clou è stato nel biennio 2014-2015, quello del nuovo corso post Berneschi, quando in entrambi gli anni la pletora di nuovi consiglieri chiamati a risollevare l’istituto e amministratori delegati e direttori generali si sono portati a casa oltre 7 milioni l’anno. Eppure Carige continuava a imbarcare acqua. Il 2014 chiuse con un rosso di 543 milioni e il 2015 per “soli” 127 milioni. Certo, nulla a che vedere con il pesante passivo del 2013, quello che raccoglieva i primi cocci della gestione Berneschi, da 1,76 miliardi. Ma anche in quell’occasione l’ex ponte di comando della banca ligure si premiò con oltre 6 milioni di emolumenti.

E sono in sostanza gli stipendi fissi. Di variabile e stock option c’era ormai ben poca cosa. Ma come si vede, anche le pesanti e continuative perdite non hanno mai inciso sugli stipendi di chi guidava il timone. Tanto per dare un’idea, dal 2011 (anno in cui il regolamento Consob impone la disclosure sui compensi) al 2017 i vertici della banca sono costati oltre 46 milioni di euro. Meritati? La banca da allora ha cumulato perdite per 2,9 miliardi e azzerato di fatto la sua capitalizzazione di Borsa prima del commissariamento bruciando ogni aumento di capitale effettuato. Non solo, Carige da allora ha perso la metà dei suoi ricavi e ha visto l’attivo di bilancio dimagrire di ben 20 miliardi. Tanto per dare un’idea, anche la Popolare di Sondrio paga bene i suoi vertici. Ma la Sondrio, dal 2011 al 2017, ha realizzato utili per oltre 650 milioni. È solo un esempio, ma la dice lunga sulla irresponsabilità di certi manager bancari rispetto ai risultati. Ben pagati sia quando si fanno gli utili (giustificato) sia quando si producono perdite, come nel caso di Carige.

Tra i munifici di sempre in quel di Genova come non mettere al primo posto nel cda Giovanni Berneschi, da sempre abituato ai suoi 1,2 milioni di stipendio fisso. E che dire del vicepresidente storico, prima del ribaltone, Alessandro Scajola? Per lui nel 2011 uno stipendio da 367 mila euro. Il giurista, mentore del premier Giuseppe Conte, Guido Alpa nel 2011 incassa 94mila euro, il consigliere Luca Bonsignore 95mila euro e il futuro presidente Castelbarco Albani è quell’anno in cda a 96 mila euro. Alpa se ne andrà ad aprile del 2013 dopo aver incassato per quei mesi 201 mila euro. Il colpo grosso lo fa Cesare Castelbarco Albani che da semplice consigliere si ritrova nel 2014 presidente. Il suo emolumento schizza quell’anno a 719 mila euro. Anche il neo vicepresidente Alessandro Repetto debutta con una remunerazione di 346 mila euro. Ma l’ingaggio monstre è del nuovo ad, Piero Luigi Montani che si aggiudica 2,36 milioni tra fisso, variabile e azioni della banca. Certo, parte di quelle azioni finiranno bruciate, ma lo stipendio è da amministratore delegato di una grande banca e fa lievitare il costo complessivo dei nuovi vertici nel 2014. Lo stipendio complessivo di Montani scenderà a 1,73 milioni nel 2015 per poi cessare nel 2016 con una coda di 313 mila euro. L’ad successivo Guido Bastianini entra in campo nella primavera del 2016 con un compenso di 542 mila euro. Cesserà l’anno portandosi a casa altri 392 mila euro.

È la volta, poi, di Paolo Fiorentino, nel tourbillon di capi della banca innescato da Malacalza. Per i sei mesi del 2017 la sua nomina vale 723 mila euro. Non si sa con quanto è stato liquidato, per ora. Anche Giuseppe Tesauro, il presidente scelto da Malacalza dopo Castelbarco parte con il piede giusto. Nel 2016 incassa 425 mila euro di compensi che saliranno a 570 mila nel 2017. In un anno la sua remunerazione aumenta di oltre il 30%. La banca cumula nel biennio oltre 670 milioni di perdite.

Anche Vittorio Malacalza si aumenta lo stipendio da vicepresidente, portandolo da 155 mila euro del 2016 a 209 mila nel 2017, ma per uno che ha perso quasi 400 milioni per diventare il primo azionista, sa solo di amarissima beffa.

Così pure Fiorentino alla fine ci ha rimesso buona parte dei 723 mila euro di stipendio. Comprò azioni Carige per 300 mila euro a metà del 2017. Bruciati.

Al di là delle storie personali, resta il tema di fondo. Gli stipendi dei banchieri sono immuni ai risultati. Che si vinca o si perda a loro va sempre bene. Un po’ meno bene ai lavoratori bancari. Loro quando le cose vanno male vengono mandati a casa. Carige aveva 5.400 dipendenti nel 2013 oggi sono solo 4.200. Per loro la spending review è stata massiva. Non certo per i banchieri che non hanno pagato nessun dazio. Anzi.

Una guerra tra lobby per le domeniche

La vicenda infinita della controriforma delle aperture domenicali almeno una lezione ce l’ha data: dietro ogni battaglia di principio, c’è sempre una guerra tra lobby contrapposte. Ricordate com’era (ri)cominciato il dibattito in autunno? I Cinque Stelle, sostenuti da tutto il mondo cattolico, sostenevano che bisognava restituire i lavoratori alle loro famiglie nel sacro riposo domenicale. E poco importa che i contratti collettivi nazionali già regolino da tempo il lavoro domenicale, spesso ben pagato e anche molto richiesto, e che fuori dal settore del commercio molte categorie abbiano già una vita personale e lavorativa spalmata su sette giorni.

Saltiamo al risultato: nell’ultima versione della proposta di legge, la liberalizzazione completa del 2011 viene sostituita dal limite di 26 domeniche di chiusura obbligata, ma poi ci sono deroghe ed eccezioni. La più rilevante è che vengono esclusi i negozi dei centri storici (quei lavoratori non hanno forse famiglia? per loro il riposo è meno sacro?), gli autosaloni, i negozi di giardinaggio, quelli di libri e dischi. Mentre i centri commerciali sono i più penalizzati, per loro le eccezioni non ci sono, perché i centri commerciali e gli outlet sono considerati sinonimo di sfruttamento. Anche se è nei piccoli negozi che è più difficile verificare il rispetto di orari, contratti di lavoro e correttezza fiscale.

La lobby dei centri commerciali ha perso, quella dei negozi al dettaglio ha vinto. Tutto qua.

Nel migliore stile italiano, mentre si discute una regola si negoziano anche tutti i modi per aggirarla. Ci sarà l’eterno conflitto tra governo centrale e Regioni, che devono decidere le aperture in deroga, e non poteva mancare la creazione di un nuovo livello burocratico: un Osservatorio di 20 persone (non remunerate, almeno) al ministero dello Sviluppo per vigilare su questo garbuglio. Un buon esempio di come lo Stato, quando si mette di impegno, può complicare la vita a tutti.

Il navigator è un robot. Così l’algoritmo archivia il curriculum

Oltre 12.500 interviste realizzate, circa 16 mila candidati per un posto di lavoro, invitati a registrare un video da presentare assieme al curriculum, rispondendo a un set di domande pre-impostate. Sono i numeri degli ultimi due anni di un’azienda francese che offre, anche in Italia, un servizio di ricerca personale basato sull’intelligenza artificiale e su un algoritmo che ha il compito, analizzando questi video, di compiere una prima scrematura tra gli aspiranti lavoratori e selezionare i fortunati che saranno poi analizzati dai recruiter in carne e ossa. Il ricorso all’intelligenza artificiale per assumere personale è in aumento. A essere tenuti in considerazione, nelle fasi di pre-screening sono – oltre alle risposte a quiz e test attitudinali – espressioni facciali, cambi di posizione, tono della voce e scelta delle parole del candidato davanti alla telecamera. Insomma, non solo non serve più il vecchio curriculum ma anche la prima impressione è affidata a una macchina.

Hirevue, ad esempio, è il sistema inglese utilizzato anche da Unilever e Goldman Sachs: il programma chiede ai candidati di rispondere alle domande dell’intervista davanti a una telecamera mentre il suo software, ha raccontato il Guardian, agisce come una squadra di psicologi che si nascondono dietro uno specchio. Prende atto di cambiamenti appena percettibili nella postura, nell’espressione facciale e nel tono vocale. Le risposte vengono spacchettate in segnali verbali e non verbali (gli occhi che si spostano verso l’alto, la posizione della testa e così via), il programma trasforma questi dati in un punteggio, che viene poi confrontato con quello già sviluppato basandosi sulle risposte e i comportamenti dei dipendenti più efficienti. Secondo una recente ricerca di LinkedIn (Global recruiting trends) su 9 mila professionisti e manager, uno dei maggiori vantaggi dell’automatizzazione del recruiting è il risparmio di tempo per il 67% del campione e di risorse economiche per il 30%. Inoltre, per il 31% l’intelligenza artificiale permette una migliore efficienza del processo di selezione. Per le aziende, insomma, il vantaggio sta nella riduzione del carico lavorativo. Tesco, il più grande datore di lavoro privato in Gran Bretagna, nel 2016 ha ricevuto oltre tre milioni di domande. Ma Amazon è stato uno dei primi ad accorgersi dei limiti del sistema. L’azienda, come rivelato da Reuters, aveva provato a sviluppare un algoritmo che valutasse i candidati con le stesse stelline di gradimento utilizzate per recensire i prodotti. Si è, però, accorta presto che la macchina, nell’istruire se stessa sulle informazioni disponibili (il cosiddetto machine learning), tendeva a privilegiare gli uomini e a sviluppare modelli che discriminavano le donne, visto che il mondo delle tecnologie è dominato da lavoratori maschi.

Senza contare le falle. Basta guardare nei forum online per scovare studenti e aspiranti lavoratori che si scambiano le risposte ai test automatici, creano applicazioni per aggirare la valutazione e imbrogliano il sistema di ricerca. “Basta far scivolare le parole ‘Oxford’ o ‘Cambridge’ in un curriculum in testo bianco invisibile per passare lo screening automatico”, spiega un dipendente americano di una azienda tecnologica.

Uno dei principali fornitori di servizi per il recruting smart in Italia è Visiotalent, una startup francese. Nel 2018 ha stretto una partnership con Generali Assicurazioni, prima l’aveva già con Prysmian. “Non usiamo un video curriculum – spiega al Fatto Andrea Pedrini, il country manager per l’Italia – ma un percorso di video domande dove il candidato si esprime, si racconta e risponde a quesiti pre-impostati dal selezionatore al fine di effettuare la migliore selezione”. Anche in questo caso c’è un algoritmo che fa una prima scrematura, il concetto di base è che video e intelligenza artificiale siano in grado di far valutare meglio le soft skills (capacità interpersonali, motivazione, comunicazione, predisposizione al lavoro di squadra) del candidato.

“Permettiamo alle aziende di acquisire maggiori informazioni sul candidato in minor tempo. E al candidato di mettere in mostra le proprie qualità e comprendere meglio l’azienda. In Francia il 30% di quanti si sottopongono a questo processo di selezione vengono poi assunti”. Non c’è, però, l’intenzione di sostituirsi all’uomo, semmai di supportarlo. “Nella gestione dei big data, la macchina performa meglio rispetto all’essere umano. Sul mercato esistono già realtà che grazie alla semantica e agli algoritmi intercettano informazioni sui curricula che un occhio umano farebbe fatica a vedere. Noi aiutiamo in questo, ma la valutazione di un candidato può essere fatta solo da un selezionatore ‘umano’ che intuisce, osserva e comprende la persona e il contesto in cui deve inserirla”. Anche perché automatizzare non pone solo un problema di efficienza, ma anche di etica. “Quando parliamo con le aziende – conclude Pedrini – cerchiamo di sensibilizzarle sul fatto che prima di usare strumenti di analisi facciali e valutazioni su elementi soggettivi automatizzati, dovrebbero sapere cosa ne pensa il candidato: il processo di talent acquisition rientra in un ambito etico”. La risposta, però, potrebbe essere poco incoraggiante. Da diverse analisi fatte sul mercato del lavoro risulta che più del 70% dei candidati non vuole essere valutato da una macchina e se lo scopre cade il presupposto di fiducia nell’azienda che lo sta selezionando.

Mail Box

 

Caro direttore, su “Adrian” sono stato equivocato

Caro Marco Travaglio, permettimi di precisare un paio di cose, per quello che valgono. Non ho alcuna intenzione né l’ho mai avuta di prendere le distanze da niente e da nessuno. Per il cartone animato Adrian ho fatto il mio onesto lavoro e lo rifarei anche domani, essendo il mio rispetto, la mia stima e anche la mia ammirazione per Adriano Celentano rimasti inalterati prima e dopo la cura. Leggendo che vari quotidiani si riferivano a me come all’autore del cartone animato, mi è sembrato doveroso chiarire che io ne sono stato solo il character designer, cioè quel tizio che disegna i prototipi dei vari personaggi, senza interferire minimamente nelle animazioni e tanto meno nella trama della storia. I miei disegni, cioè, erano destinati a essere visti solo dall’autore-regista e dagli animatori; non era previsto che venissero inseriti direttamente nell’animazione: se l’avessi saputo li avrei fatti diversamente, con più cura. Tutto qui. Infine, non mi sono mai sognato di dire che “il mio Adriano sembra Corto Maltese”. Anzi, non mi sarei neppure permesso di parlare di Corto Maltese, se l’intervistatrice di Repubblica, convinta che io fossi l’autore di Corto Maltese (che avrebbe fatto incazzare prima di tutti Hugo Pratt) non mi avesse posto una domanda in proposito, a cui ho risposto con parole assai diverse da quel titolo che tu hai correttamente ripreso.

Scusa per il tempo che ti sto facendo perdere ma avrei lasciato perdere se l’autore dell’articolo non fossi stato tu. Ci tenevo a chiarirmi con te e, se ti va, anche con i tuoi numerosissimi lettori.

Con stima immutata,

Milo Manara

 

Caro Milo Manara, è proprio quello strano titolo di “Repubblica” e il tono dell’intervista, decisamente stonato rispetto alla nota di precisazione di dieci giorni dopo, che mi aveva incuriosito e sconcertato. Così ci ho scherzato su nell’apposita mia rubrica del lunedì. La stima immutata è tutta mia.

M. Trav.

 

Non solo canzonette: la musica è politica, anche a Sanremo

“Qui non si parla di politica” era il cartello affisso nei saloni di barbiere. E lo stesso appello ha fatto Baglioni, dicendo che Sanremo “non sarà politico”. L’intento del direttore artistico è in buona fede, quanto ingenuo. Perché la politica è visione del mondo e tutto ne parla. Specialmente le canzoni, con i loro testi, i gesti dei cantanti, persino i loro vestiti. Tutti abbinano il grido Volare! al boom economico e gli “urlatori” alla rottura degli schemi melodici, che si sarebbe propagata ad altri schemi sociali, fino a sfociare nel ’68. Anche questi preannunciati proprio a Sanremo da quel gesto politico e tragico contro il conformismo che fu il suicidio di Tenco… Si potrebbero citare tante canzoni, gesti, reazioni per dimostrare che Sanremo è ed è stato sempre “politico”. E chi lo vuole normalizzare o snobbare sbaglia, perché quelle “canzonette” – a leggerle bene – sono il meteo sociale che anticipa il clima del Paese.

Massimo Marnetto

 

Riconoscere Guaidó significa sottostare all’egemonia Usa

Dopo anni di “successi democratici” in Afghanistan, gli Usa ci riprovano. Maduro ha torto quando dice che il Venezuela è una democrazia, però forse non sbaglia quando associa Guaidó ai “gringos” americani. Venezuela/petrolio, Libia/petrolio, Egitto/petrolio. Mezza Africa è affranta da dittature sanguinose però chi se ne frega. La grande lobby degli Stati Uniti, con metodi intimidatori e ritorsivi, ora ci riprova. Stavolta tocca al Venezuela, un paese corrotto, ridotto alla fame da una rivoluzione socialista portata avanti con metodi poco democratici da gente con pochi scrupoli. L’America latina è sotto scacco degli Usa da decenni: Paesi interi ridotti alla fame e politicamente succubi di chi gli ha tolto il meglio e lasciato il peggio. Bene il governo italiano ha fatto a non riconoscere Guaidó, che sarebbe come riconoscere agli Stati Uniti, una volta ancora, che possono fare come gli pare.

Domenico Donniacono

 

La salute dovrebbe essere un bene universale

L’impoverimento a causa delle spese sanitarie colpisce tanti cittadini. Sempre più famiglie sono in crisi economica per i costi delle cure mediche. Ma la salute non dovrebbe essere un bene universale e le cure accessibili a tutti?

Gabriele Salini

 

Il Consiglio di Stato e le ambiguità del premier

Leggo costernato, nell’articolo dell’ottimo Giorgio Meletti, che l’avvocato Giuseppe Conte, membro del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (Cpga) “considerato in quota Maria Elena Boschi”, appoggiò nel 2015 la pretesa del governo Renzi di non nominare presidente del Consiglio di Stato, come da prassi, il consigliere più anziano, a evitare che il governo si scelga il suo giudice, ma di sceglierlo in una rosa di cinque consiglieri indicati dal Cpga. Il che portò alla nomina, da parte di Renzi, di Alessandro Pajno. E leggo inoltre che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha nominato il 25 giugno 2018 segretario generale il consigliere di Stato Roberto Chieppa e in seguito presidente del Consiglio di Stato Filippo Patroni Griffi, che non ne era tuttavia il consigliere più anziano. Non era quindi soltanto il mondo scientifico universitario ma la potente “catena di affetti” del Consiglio di Stato l’ambito di provenienza dell’attuale presidente del Consiglio?

Giorgio Jossa

L’impegno politico? È fondamentale: non ritiriamoci (come Pavese) in collina

 

In periferia la vita va un po’ così, tutto scorre e tutti siamo un po’ complici, come racconta Pavese quando scrive ne La casa in collina: “’Non sei mica fascista?’, mi disse. Era seria e rideva. Le presi la mano e sbuffai. ‘Lo siamo tutti, cara Cate – dissi piano. – Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista’”.

È questo il vero effetto della cassa integrazione, della disoccupazione e dell’invecchiamento in periferia: lasciare stare, lasciare scorrere.

Fabrizio Floris

 

Gentilissimo Floris, nel risponderle vorrei cercare di trascinarla un po’ fuori dal suo pessimismo e dalla rassegnazione che la lettura di Cesare Pavese (che non era certo un ottimista) sembra suscitare in lei. La periferia, intanto: lì un tempo nascevano le rivolte, se non addirittura le rivoluzioni, dunque perché vederla per forza solo come un luogo di penalizzazione e di alienazione? Lo stato attuale dell’Italia, poi: non è certo corroborante, ma non è neppure una dittatura come quella in cui Pavese ambientava quel dialogo. Siamo in democrazia, invece e per fortuna, e il nostro compito, prima ancora che lasciare stare e lasciar scorrere oppure mettere mano e opporci, è quello di eleggere dei rappresentanti che sappiano tutelare i nostri interessi e rispettare la Costituzione. Non è andata bene l’ultima volta secondo lei? Voteremo ancora (per le Europee, per le Regionali e, magari, per le Politiche, prima di quanto non pensiamo): lì possiamo cambiare tutto, non dimenticando chi ci sta ingannando oggi e chi, invece, lo ha fatto qualche anno fa (addirittura solo qualche mese fa). Lei cita soprattutto i temi del lavoro, quelli che un tempo erano i più cari alla sinistra e ai suoi dirigenti. Ascolti oggi quelle stesse persone (che continuano a proclamarsi di sinistra), ne osservi i comportamenti, i costumi, e si renderà conto che molte colpe, prima di chi ci governa oggi, sono di chi proprio su quei temi ha tradito quando ha governato a sua volta. Non tutto è perduto, però, e non è ancora il caso di ritirarci in una casa in collina a confessarci le nostre codardie, e non è questione di centro o di periferia: ma di esercitare bene il nostro diritto di scegliere.

Ettore Boffano

Salari e dintorni, perché Brüning non può essere l’Armata Rossa

Breve premessa. Chi scrive non è precisamente un fan della macchina infernale nota come reddito di cittadinanza, un sostegno al reddito (assai) condizionato alle offerte di lavoro: in sostanza, se funzionerà, finirà per essere un trasferimento – sia indiretto che diretto – alle imprese. Poi, però, sono arrivati i critici del reddito. Ci ha spiegato Confindustria che questo sussidio “disincentiva” la ricerca di un posto perché “troppo elevato” (780 euro al massimo, in media sarà 500) e dunque in molti casi superiore o simile allo stipendio che si guadagna lavorando, in particolare per gli under 30. Tesi autorevolmente condivisa dal presidente dell’Inps Tito Boeri, dall’ex ministro e oggi listone europeista Carlo Calenda (“Berlinguer sarebbe inorridito davanti a un sussidio superiore a un reddito da lavoro”) e, prendendo fior da fiore, dall’ex sindacalista ed ex ministra pure lei Valeria Fedeli (“chi lavora 8 ore al giorno prenderà molto meno di chi avrà il reddito”). Col che s’intuisce che per questi signori la deflazione salariale non è un incidente di percorso, ma un obiettivo e pure una passione erotica. E dove vogliamo andare a finire, contessa? Coi poveri sul divano e magari le aziende costrette ad aumentare i salari? Non sia mai! Ecco, sempre tenendo presente che la prima volta è tragedia e la seconda è farsa (elettorale), dovrebbe essere chiaro agli interessati che se sei stato il cancelliere Brüning poi non puoi essere pure l’Armata Rossa a Berlino per la contraddizion che nol consente o, se si preferisce, una sana specializzazione del lavoro.

I poveri che non lavorano prenderanno come quelli che lavorano, perbacco!

Uno spettacolo impareggiabile, quello dei poveri che picchiano i poveri, una battaglia deprimente che ognuno può vedere come vuole attraverso le sue lenti: un effetto del darwinismo sociale quotidiano, oppure un’abile strategia per dividere i poveracci tra buoni (quelli che lavorano e sono poveri) e cattivi (quelli che non lavorano e prenderanno il reddito di cittadinanza, restando peraltro poveri).

Il nodo della questione l’hanno sollevato in parecchi (nessun povero) l’altro giorno: se diamo 780 euro ai poveri disoccupati senza casa, chi vorrà andare a lavorare per 800 euro? Lo hanno chiesto in rapida successione il presidente dell’Inps Boeri e Pierangelo Albini di Confindustria (auditi in commissione Lavoro) e l’immancabile Carlo Calenda (cuoricinato via twitter). Siccome è tradizione tirare in ballo i morti che non possono mandarti a quel paese, Calenda si è addirittura nascosto dietro il grande leader del passato: “Berlinguer sarebbe inorridito davanti a un sussidio superiore a un reddito da lavoro”.

(Qui vorrei aprire una parentesi. Se dovessimo chiederci davanti a quali cose degli ultimi trent’anni sarebbe inorridito Berlinguer, la lista comincia qui e finisce a Pasqua, quindi lasciamo perdere, ma temo che Calenda sarebbe nell’elenco, vabbè, torniamo al punto).

Dunque si accetta e certifica da parte di un aspirante leader del centrosinistra (eh?) che in Italia 700-800 euro siano un “reddito da lavoro”, cioè il denaro che consente a una persona di vivere decentemente la sua vita. Il presidente dell’Inps mette anche le virgole: lo stipendio medio di un under 30 italiano è 830 euro e (avvertenza, dato strabiliante) al Sud il 45 per cento dei lavoratori privati ha redditi inferiori a quello di cittadinanza al suo massimo (cioè guadagnano, lavorando, meno di 780 euro). Questi i dati, più o meno.

Ora, seguendo i ragionamenti di Calenda, potremmo chiederci cosa farebbe più inorridire Berlinguer, se lo scandalo di dare un sostegno ai più poveri o il fatto che in Italia vivano milioni di lavoratori galleggianti sulla soglia dell’indigenza. Magari, che so, Berlinguer si chiederebbe come mai siamo tra i pochissimi Paesi a non avere un salario minimo fissato per legge. Oppure si chiederebbe perché i salari italiani sono tra gli ultimi in Europa, perché il potere d’acquisto è sceso, perché si è permesso al mercato di spezzettare, cottimizzare, precarizzare il lavoro, svalutarlo e pagarlo poco. Come mai si può demansionare un dipendente rendendolo ricattabile, per esempio. Insomma, seguendo il chiacchiericcio di Calenda su Twitter e le analisi economiche di Boeri, lo scandalo dovrebbe essere quello dei salari da fame di chi lavora, non quello di darne uno a chi non ce l’ha. Ed ecco la guerra dei poveri, le truppe calendate affollano i social: mia figlia guadagna 720! E ne danno 780 a chi non fa niente! Mio cugino si fa un culo così per 800 e potrebbe stare sul divano a prenderne 780! Un rosario, una giaculatoria, di chi, povero al lavoro, vede aiutare i poveri senza lavoro. E così, con mossa perfetta, la famosa “invidia sociale” (come i liberisti chiamano la lotta di classe) si ferma ai piani bassi, che se la vedano tra loro, quelli del seminterrato, che tanto nell’attico si continua a stappare.

Dopotutto è la plastica conseguenza della filosofia corrente dell’accontentarsi sempre e comunque: meglio un lavoro di merda che nessun lavoro, tra niente e piuttosto, meglio piuttosto, eccetera eccetera. Resta, se può servire, il pesante odore del paradosso: per dire che il reddito di cittadinanza è troppo alto si prendono ad esempio i salari, e si scopre (non che non si sapesse) che sono troppo bassi, indecentemente bassi e che è lì, sulla politica dei redditi (avrebbe detto Berlinguer) che si è scaricata gran parte della crisi.

Perché “sinistra” è diventata una parola sinistra

Ieri Marco Travaglio si chiedeva nel suo editoriale se i candidati alla segreteria del Pd riusciranno, da qui alle primarie, a dire qualcosa di sinistra. O almeno a dire qualcosa. Se il congresso del Pd ha un senso, è soprattutto per rispondere alla domanda sul rapporto con i 5 Stelle. E cioè se è possibile avviare un dialogo o se è preferibile mandare la Lega al governo anche al prossimo giro (la geniale strategia del pop corn). Ma chi scrive crede che la domanda sul futuro ne contenga altre, non meno importanti, sul passato. Passato in cui i congressi di partito erano una cosa seria, c’erano le mozioni e le conclusioni, mica Twitter. Con Antonio Padellaro abbiamo incontrato – per quattro puntate che stanno andando in onda in queste settimane sulla piattaforma Loft – i leader della sinistra, da Occhetto a Bersani, dalla tumulazione del più grande partito comunista d’Occidente al partito liquido. Archeologia, si dirà; o ancora peggio, nostalgia. Come è successo che milioni di voti si siano volatilizzati nell’astensione o dispersi verso altre forze, anche di destra? Per capirlo bisogna proprio girare la testa all’indietro, nel tentativo di ritrovare, nella nebbia dell’oggi, i valori che quell’idea rappresentava. Serve a poco canzonare la pur comica mania della divisione o i tic di questo o quel leader (la protervia di D’Alema, il “salottismo” di Bertinotti, il benaltrismo di Veltroni). Meglio sarebbe cercare il filo di quella connessione sentimentale definitivamente compromessa e che ha lasciato moltissimi senza rappresentanza.

Quando ha cominciato a morire la sinistra? Quando ha dimenticato i lavoratori, quelli che avrebbe dovuto principalmente rappresentare. Matteo Renzi, premier soi disant di sinistra che falcidia l’articolo simbolo dei diritti dei lavoratori, è l’immagine plastica di quello che per molti è un tradimento mortale. Consumato per smania di potere, in nome di un riformismo che ha segnato la mutazione genetica di quelle classi dirigenti. La sinistra radicale è diventata la sinistra dei radicali (“compagno radicale, la parola compagno non so chi te l’ha data, ma in fondo ti sta bene, tanto ormai è squalificata”). Negli ultimi due lustri la sacrosanta battaglia dei diritti civili è stata brandita – questo il più imperdonabile tra gli imbrogli – contro i diritti sociali, mentre si smantellava lo Stato sociale nell’assordante silenzio degli intellettuali (organici solo al tengo famiglia). Oggi questo relitto alla deriva che si chiama Pd non ha più nemmeno le parole per chiamare la sua gente: è una melassa senza spina dorsale che vive prevalentemente in non mondi virtuali (il tessuto del partito sul territorio è stato, forse con dolo, disintegrato), e chiede il voto in nome di non si sa più cosa. Il partito ha fatto sua la battaglia per l’accoglienza, dando la spiacevolissima sensazione di combatterla in reazione al successo di Salvini; il partito grida al fascismo (che non è affatto un vaso di Pandora che contiene tutti i mali del mondo) perché a un tono normale non sa più cosa dire. E a chi rivolgersi. La confusione sotto il cielo è tanta che il nuovo vessillo della sinistra e della stampa sinceramente democratica è diventato la “Marcia dei 40 mila”, ovvero il corteo dei quadri che nel 1980 segnò una delle più cocenti sconfitte del movimento operaio italiano. Oggi è il simbolo, nell’accostamento con i raduni Sì Tav, della riscossa del Pd, in manifestazioni di piazza che dovrebbero essere il momento di ricomposizione dell’identità. Non vale più nemmeno “con questi non vinceremo mai” di Nanni Moretti, perché questi sono gli altri: nella casa che un tempo fu della sinistra ci abita altra gente. E non da oggi.

Il reddito non piace al Pd classista

La sinistra italiana (non ridete, esiste: fa riferimento un po’ a Renzi e frattaglie, un po’ a Calenda, un po’ agli ectoplasmatici candidati alle primarie del Pd) si erge indignata contro il Reddito di cittadinanza, quel dispositivo partorito per i poveri nella sordida fabbrica di illusioni del M5S. Bene, era ora che l’opposizione si facesse sentire. Purtroppo, con nostro sincero sconcerto, il principale appunto che gli eredi di Berlinguer muovono alla misura non viene dalla sinistra del loro cuore, ormai atrofizzata nel cinismo degli arrivati; bensì da quell’inestirpabile, servile, interiorizzato classismo che li contraddistingue da almeno 10 anni.

La linea la detta Carlo Calenda, pompatissimo da Repubblica e da se stesso come prossimo leader di un partito al 30% – percentuale plausibile se si limitasse il suffragio a tre condomìni dei Parioli, l’area C di Milano e 6 delle 7 madamine Sì Tav che non votano l’ex compagna Ghiazza, lanciatissima verso proprie elezioni. “Berlinguer sarebbe inorridito davanti a un sussidio superiore a un reddito da lavoro”, ha twittato il trascinatore di folle, il che, a leggere tra le righe, potrebbe voler dire o che i salari secondo Calenda sono troppo bassi, evento evidentemente imprevedibile e inevitabile come le calamità naturali; oppure che il Rdc secondo Calenda è troppo alto, ipotesi che temiamo come più verosimile.

Siccome semmai il Rdc ricalca il Rei di Gentiloni aumentandolo un po’ ed estendendolo a una platea più larga, ci chiediamo cosa dia tanto fastidio ai suoi critici. Avessimo capito male, Calenda chiarisce: “Il Rei eroga sussidi inferiori al reddito di cittadinanza. Ed è esattamente quello di cui sto parlando. Un sussidio non può superare il reddito da lavoro”. Eh sì, voleva proprio dire quello che pensavamo: il Rdc è troppo alto, ergo va abbassato, perché meglio avere tra i nostri concittadini eserciti di zombie senza pane che, Dio non voglia, fare concorrenza sleale ai salari che le imprese elargiscono graziosamente ingrassando il loro intoccabile Sacro Profitto. “Un sussidio non può superare il reddito da lavoro”: così è scritto.

Si è subito accodata l’autorevole ex ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca Valeria Fedeli, che dall’alto della sua terza media e del suo meritato stipendio monita: “Chi lavora 8 ore al giorno prenderà molto meno di chi avrà il #redditocittadinaza (sic). Questo è contro cultura del lavoro”. Cultura del lavoro dal suo partito così faticosamente costruita attorno al principio che fosse lecito lavorare 8 ore al giorno e restare sotto la soglia di povertà dei 780 euro.

I competenti non trovano da ridire sul fatto che ai beneficiari del Rdc venga imposto di spendere tutto l’ammontare della somma erogata entro il mese pena il suo azzeramento, cioè non criticano del sussidio la natura di carburante appena sufficiente a vivere e a produrre un doping della domanda, cosa che, come dice Rizzo del Partito Comunista, produce una torsione irreversibile della cultura del lavoro in cultura del consumo e trasforma i proletari di un tempo in cavie del neo-liberismo all’ingrasso.

Quello che gli preme nel petto, a questi miliardari e/o miracolati, è manifestare l’insopprimibile fastidio per il fatto che l’idea-bandiera dei 5Stelle concorra e vinca sul reddito da lavoro di molti italiani, sconcezza che non li ha mai portati sulle barricate. Anzi, col Jobs Act, che è costato una ventina di miliardi in sgravi fiscali alle imprese per i cosiddetti contratti a tutele crescenti (che non hanno spostato di un centimetro l’occupazione stabile), hanno incoraggiato la frana dentro la palude della precarietà e della povertà di persone che pure lavorano, cioè la non-cultura del lavoro basata sul principio che i diritti delle persone devono essere calpestati e il loro lavoro svalutato materialmente e simbolicamente a vantaggio della spinterogena narrativa dell’Italia che riparte.

Finché i poveri erano polli da batteria da allevare nei call center o nelle start-up o pennuti da spennare agitando davanti ai loro occhi la mancetta degli 80 euro prelevati dalle casse dello Stato, a quelli del Pd andava benissimo. È adesso, che quelli battono cassa pretendendo di sopravvivere anche se sono disoccupati, che gli statisti amici dei padroni si mobilitano e ritrovano l’antica fiamma della politica.

Tralasciamo di riportare le altre miccette anti-Rdc e anti-poveri sparate dai pidini cultori del lavoro, come quelli che dileggiano il “bibitaro” Di Maio e come la povera Boschi che, da figlia di banchiere, irride i beneficiari dèditi al divano e a una “vita in vacanza”.

L’eventualità che questa disputa in punta di penna condotta dalle migliori menti del Pd possa trovare soluzione solo in una crescente miseria tanto per chi non ha lavoro quanto per chi ce l’ha, non li riguarda, o comunque non li commuove.

L’anonimo ingegnere che sogna di portare la democrazia

Juan Guaidó era un liceale di neppure 16 anni quando Hugo Chavez divenne per la prima volta presidente del Venezuela: se vivi gli anni della formazione dentro un regime, o ne sei plagiato (e ne divieni un fan), oppure ne cresci viscerale oppositore. Guaidó, cattolico, ingegnere per formazione, è diventato il leader dell’opposizione ed è ora l’autoproclamato presidente del Venezuela, l’‘anti-Maduro’ delle piazze, ma anche l’uomo su cui punta l’America di Trump, che l’ha mandato avanti coprendogli le spalle.

A incidere sul carattere di Guaidó, più dell’ascesa alla presidenza di Chavez fu, pochi mesi dopo, nel dicembre del 1999, la tragedia di Vargas, lo stato costiero a nord di Caracas dov’è nato e cresciuto: le piogge torrenziali causarono alluvioni e fiumi di detriti, che uccisero decine di migliaia di persone – le vittime stimate furono tra le 10 e le 30 mila –, distrussero migliaia di abitazioni e portarono al collasso le infrastrutture di tutta l’area. Interi quartieri della capitale La Guaira, specie Los Corales, furono sepolti da una colata di fango alta tre metri e molte case furono strappate via dalla furia dell’Oceano. Paesi come Cerro Grande e Carmen de Uria sparirono completamente.

La tragedia colpì la famiglia Guaidó, classe media, padre pilota d’aereo, madre insegnante, 8 figli; e segnò Juan, che l’anno dopo si diplomò e diede una mano alla famiglia per rimettersi in sesto, prima di andare a studiare ingegneria industriale all’Università Cattolica Andrés Bello di Caracas, dove si laureò nel 2007, prima di specializzarsi alla George Washington University negli Stati Uniti.

La politica e l’‘anti-chavismo’ lo avevano già catturato: era in piazza con gli studenti venezuelani che contestavano il referendum costituzionale promosso dall’allora presidente Chavez. E, nel 2009, con Leopoldo Lopez, suo mentore, una delle icone dell’opposizione, ora agli arresti domiciliari, è tra i fondatori del partito Volontà Popolare, che si batte prima contro Chavez e poi contro Maduro.

Nel 2010 è eletto deputato del suo Stato e promuove indagini sulla corruzione del regime. Rieletto al Parlamento, è fra i protagonisti dello scontro fra l’Assemblea nazionale, di cui il 5 gennaio viene eletto presidente, e il regime, che ha nel frattempo esautorato il Parlamento e lo ha soppiantato, con l’avallo della Corte suprema, con un’assemblea costituente che deve scrivere la nuova Costituzione.

È a questo punto che Guaidó, nel frattempo sposatosi e divenuto padre d’una bimba, sale davvero alla ribalta: fino ad allora personaggio non notissimo nel Paese, acquisisce un ruolo da leader, grazie anche all’investitura di Lopez, che, bandito dalla politica, lo manda avanti al suo posto. Lui riesce a ridare unità e forza a un’opposizione divisa, nonostante la gente sia provata dalla crisi economica e fatichi a credere al cambiamento. In un comizio a Caracas l’11 gennaio definisce Maduro un usurpatore; e sempre a Caracas, il 23, s’autoproclama presidente del Venezuela: “Non siamo vittime, siamo sopravvissuti. E guideremo questo Paese verso la gloria che si merita”, dichiara. Può contare sull’appoggio della gente che lo circonda e sull’aiuto, umanitario e non solo, di Washington. Guaidó ha alcune cicatrici sul collo: sostiene che siano state provocate da proiettili di gomma sparati dalla polizia durante una manifestazione anti-governativa a Caracas nel 2017. Ci sarebbe pure un video del 13 gennaio, la cui autenticità è discussa, che mostrerebbe agenti che lo fermano per strada. L’ingegnere divenuto presidente è conscio di correre rischi, perché Maduro, che ha già esautorato il Parlamento, potrebbe dichiararne le scioglimento, arrestarlo e scatenare una repressione contro gli oppositori. Finora non è accaduto. Guaidó dice di cercare il consenso. Ma Maduro non gli tende la mano.