Figlioccio di Chávez, è rimasto soltanto l’ombra del leader

È dura fare il Castro per dieci anni, quando non sei Fidel, ma soltanto Raul, il fratello del leader. Ed è più dura ancora fare il Chávez, quando non sei neppure un Chávez, ma solo Nicolás Maduro, autista di autobus, sindacalista, deputato e poi uomo ombra del leader, come ministro degli Esteri e vicepresidente. Fare sopravvivere il “chavismo” senza essere il suo fondatore, Hugo Chávez, e senza averne il carisma, è l’impresa riuscita a Maduro per quasi sei anni, ma costata al Venezuela una crisi economica e sociale terrificante, cui hanno certo contribuito le sanzioni internazionali, e una crescente limitazione delle libertà fondamentali, fino alla crisi istituzionale attuale.

Nicolas Maduro Moros, 56 anni, è l’erede in qualche modo designato di Hugo Chávez, il 48° presidente venezuelano, morto in carica nel 2013 dopo 14 anni al potere – tranne la breve parentesi del colpo di Stato del 2002, per qualche verso simile alla situazione attuale, ma che suscitò molta meno mobilitazione internazionale. Di Chávez, Maduro ha ereditato la filosofia politica, un impasto di marxismo e bolivarismo, condito con socialismo terzomondista (dove c’era un po’ di Che Guevara e un po’ di Fidel Castro), teologia della liberazione e nazionalismo di sinistra: per una stagione non brevissima, la ricetta ebbe successo nell’America latina, dai tradizionali “covi” comunisti di Cuba e del Nicaragua alla Bolivia, all’Ecuador, al Brasile. Quando Maduro divenne presidente, la marea aveva già raggiunto il suo apice e stava cominciando a decrescere. Le sue credenziali erano buone: a parte il gusto per la teatralità e la sovrabbondanza d’orpelli e decorazioni, tradito dalle foto ufficiali, veniva considerato “il ministro e il politico più capace del cerchio magico” del presidente Chávez. Dopo la morte del leader, annunciata il 5 marzo 2013, ci furono elezioni speciali, il 14 aprile, che Maduro, candidato del Partito socialista unito del Venezuela, vinse con uno scarto minimo, il 50,62% dei voti. Forte di un mandato parlamentare in tal senso, il presidente, dal novembre del 2013, ha governato con decreti in successione, mentre la situazione economica e sociale del Paese si deteriorava: criminalità, inflazione, povertà e fame andavano aumentando, come pure l’esodo dei venezuelani, che ha toccato il suo culmine l’anno scorso, verso i Paesi confinanti, Colombia e Brasile e anche, attraverso la Colombia, Bolivia e Perù.

Numerosi analisti hanno attribuito il declino del Venezuela, pur ricco di petrolio e materie prime, alle politiche economiche di Chávez e di Maduro che, invece, addossa la colpa alla speculazione e alle mene dei suoi oppositori, oltre che alle sanzioni degli Stati Uniti. Dal 2014, il presidente deve fronteggiare a più riprese proteste popolari, con marce e adunate in tutto il Paese: la repressione fa vittime a decine, la popolarità di Maduro e del governo precipita, ma resta forte nei quartieri più poveri.

Tutto ciò porta, nel 2015, all’elezione di un’Assemblea nazionale espressione dell’opposizione e innesca un movimento per rimuovere dal poter il presidente, che continua a esercitare il potere avendo dalla sua la Corte costituzionale, l’apparato militare e la commissione elettorale. Il che, l’anno scorso, gli vale una nuova vittoria elettorale contestata, con il tasso di partecipazione più basso nella storia del Paese. E la spirale è andata avvitandosi fino alla crisi odierna. Sposato due volte, con un figlio avuto dalla prima moglie in politica, “Nicolasito”, Maduro – si dice – ha un’inclinazione per i Beatles e i Led Zeppelin. Un alone di giallo sul luogo di nascita e dal sospetto che sia nato colombiano (il che gli precluderebbe la presidenza): una storia che ricorda le balle su Obama raccontate da Trump e dai suoi cospirazionisti.

Dossier Venezuela: la bussola della Costituzione

Proviamo a capirci di più di Venezuela e passiamo in rassegna alcune opinioni diffuse alla luce dei dati reali.

Riconoscere Guaidó Juan Guaidó, brillante e giovane leader dell’opposizione venezuelana viene in queste ore proclamato presidente non dal popolo venezuelano, che finora sull’argomento non si è espresso, ma dai governi del mondo occidentale. È stato riconosciuto da Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna e da oltre metà dei Paesi Ue, da gran parte dei Paesi latinoamericani, Brasile in testa. Questo basta a farne un presidente legittimo? Questo il giuramento di Guaidó: “Oggi nella mia veste di presidente dell’Assemblea nazionale, invocando gli articoli della Costituzione (…) davanti a Dio onnipotente, giuro di assumere formalmente i poteri dell’esecutivo nazionale”. Guaidó si è proclamato “presidente ad interim” in quanto presidente dell’Assemblea nazionale – dominata dalle forze di opposizione – e dichiarando illegittimo l’attuale presidente Nicolas Maduro.

La legittimità di MaduroMaduro, come da Costituzione, è stato eletto presidente il 20 maggio 2018 (e, sempre da Costituzione, ha preso possesso dell’incarico il 10 gennaio) con il 70% dei voti. Alle urne si era recato il 46 per cento degli aventi diritto, ma la coalizione Mesa de la Unidad Democrática (Mud), di cui fa parte Guaidó, non aveva preso parte alle elezioni che non furono riconosciute né dagli Stati Uniti né dall’Unione europea (da questo punto di vista con una loro coerenza interna). Questo però non fa venire meno la validità del voto a norma costituzionale, nonostante l’esistenza di un forte conflitto politico e istituzionale (scatenato dallo stesso Maduro dopo l’elezione dell’Assemblea nazionale, in cui l’opposizione ottenne oltre il 60% dei voti e contro la quale Maduro si inventò l’Assemblea costituente, una sorta di “soviet” con scarsa efficacia).

 

L’articolo 233

Resta il fatto che l’articolo 233 della Costituzione venezuelana è molto chiaro rispetto alle cause di rimozione del presidente eletto: “Sono cause di impedimento permanente del presidente della Repubblica: la morte, la rinuncia o la destituzione decretata con sentenza dal Tribunale Supremo di Giustizia; l’incapacità fisica o mentale permanente accertata da una commissione medica designata dal Tribunale Supremo di Giustizia e con l’approvazione dell’Assemblea Nazionale; l’abbandono dell’incarico, dichiarato come tale dall’Assemblea Nazionale, e la revoca popolare del suo mandato”. Solo in tali casi si procede a una nuova elezione e “in attesa della presa di possesso dell’incarico del nuovo presidente, il presidente dell’Assemblea Nazionale svolge funzioni di presidente della Repubblica”. Quindi, a norma di Costituzione, Guaidó non ha alcun titolo. L’abbandono dell’incarico, “dichiarato dall’Assemblea” significa che l’abbandono è confermato dall’Assemblea e non imposto al presidente.

 

La crisi economica

Maduro, certamente, è un presidente fortemente “delegittimato” ma politicamente. Se si andasse a elezioni sarebbe certamente sfiduciato. Ma non succederebbe lo stesso anche a Macron?

La crisi economica è quella che ha sancito il fallimento della strategia di Maduro. Secondo i dati diffusi dalla Caritas venezuelana, l’iperinflazione entro fine anno rischia di raggiungere la cifra di 1.000.000%. L’87% delle famiglie è povero, il 90% dei trasporti paralizzato, l’acqua è fornita meno di tre giorni a settimana. Se Chávez aveva mobilitato la ricchezza nazionale a favore delle fasce più povere, con Maduro, complice il crollo del prezzo del petrolio, si è verificato il processo inverso con il salario minimo mensile sceso dai 300 dollari del 2014 a 1 dollaro di qualche mese fa.

 

L‘Italia e l’Europa

Per Matteo Salvini “l’Italia non ha fatto una bella figura”. La prima posizione della Farnesina, però, non è stata “filo-Maduro”: “Chiediamo una vera riconciliazione nazionale e iniziative costruttive che scongiurino sviluppi gravi e negativi, assicurino il rispetto dei diritti fondamentali e consentano un rapido ritorno alla legittimità democratica, garantita da nuove elezioni libere e trasparenti”. Nuove elezioni, quindi, come ha ribadito l’altra sera Palazzo Chigi. Dopo l’intervento del presidente della Repubblica, che ha invitato a scegliere tra “democrazia e violenza”, con una semplificazione eccessiva dello scontro in atto, il ministro Moavero Milanesi ha subito dichiarato la propria partecipazione al “Gruppo di contatto internazionale” che si riunirà domani in Uruguay.

Il “gruppo” riunirà rappresentanti di otto Stati europei (Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito) e di quattro Paesi dell’America latina (Bolivia, Costa Rica, Ecuador e Uruguay) con l’obiettivo “di far aprire uno spazio politico”.

Diverso dal “gruppo di Lima” di cui fanno parte Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Honduras, Panama, Paraguay, Perú e che ieri ha accolto tra le sue file anche Juan Guaidó ribadendo la linea di netta contrarietà al dialogo con Nicolas Maduro. Linea dura gradita agli Usa e a gran parte della Ue.

Il caso Cantlie: la “voce del Califfo” è ancora viva

Ancora prigioniero, ma ancora vivo. Secondo il sottosegretario britannico alla Sicurezza, Ben Wallace, il fotografo e giornalista britannico John Cantlie sarebbe nelle mani dell’Isis, dopo quasi sette anni dal suo rapimento, al confine fra Turchia e Siria, il 22 novembre 2012. Era insieme a James Foley, il giornalista statunitense poi decapitato dai terroristi nel 2014.

Il bivio: Foley vittima sacrificale, scannato in un video che fece il giro del mondo. Cantlie risparmiato e poi protagonista di Lend me your ears- Prestatemi le orecchie – una serie di video di propaganda pubblicati sul web dall’allora Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Sei episodi, con lui nella divisa arancione dei prigionieri, sfondo nero e un tavolo dietro cui annuncia: “Nei prossimi episodi vi mostrerò la verità mentre i media occidentali cercano di trascinare il pubblico nell’abisso di un’altra guerra contro lo Stato Islamico”. Racconta e commenta i fatti da un punto di vista favorevole all’Isis. Interviene sulla politica estera dei principali Paesi occidentali, le loro azioni militari, le dichiarazioni dei leader e la copertura mediatica della guerra. Fa il gioco dei suoi carcerieri: si mostra critico in particolare verso Usa e Regno Unito per la loro gestione degli ostaggi, inflessibile rispetto a quella di Paesi europei pronti a negoziare e pagare per riaverli vivi.

In tre ulteriori episodi, il format cambia. C’è un salto di qualità. Cantlie non appare più in veste da prigioniero. Ora è un “giornalista” sul campo, che più embedded non si può: le sue corrispondenze appaiono girate in modo estremamente professionale, come quasi tutta la produzione video dell’Isis, con l’intento di contrapporle a quelle dei grandi network. Bisogna creare una narrazione alternativa al punto di vista occidentale: un giornalista britannico diventa una risorsa preziosa in una guerra combattuta sul campo di battaglia ma anche online. La domanda, ovvia: è nelle condizioni di esercitare un controllo critico su quello che dice, ha subito il lavaggio del cervello o si presta a quella pantomima in cambio della vita?

“Crede ad almeno due terzi di quello che dice”, dichiara la sorella Jessica al Sunday Times nell’ottobre 2014. “È un uomo di grandi principi”.

Ma poi Cantlie si inabissa. L’ultimo video è del marzo 2016. Dice di essere a Mosul, in Iraq, ridimensiona la riconquista della città da parte dell’esercito iracheno. Poi un silenzio che fa pensare al peggio, mentre nel luglio 2017 circola la notizia che sia rimasto ucciso in un bombardamento. Ma nell’ottobre scorso Paris Match cita un miliziano jihadista che dice di averlo visto vivo qualche mese prima. A gennaio le Syrian Democratic Forces lo danno per vivo e attivo a Hajin, in Siria, dove l’Isis è assediato dalle forze di Assad. Ieri un giornalista presente all’annuncio chiede: ora che l’Isis è ridotto a poche enclave, sarà tentata una missione per liberare l’ultimo prigioniero britannico nelle mani dei jihadisti? L’Home office non commenta.

“È la sofferenza del popolo che ha delegittimato Maduro”

Il cardinale Baltazar Porras è la sentinella di papa Francesco in Venezuela. Arcivescovo di Mérida e amministratore apostolico di Caracas, da sempre è un oppositore del chavismo e di Nicolas Maduro. Lo sentiamo mentre Jorge Mario Bergoglio, dal viaggio negli Emirati Arabi, fa sapere che è pronto a una trattativa tra le parti, ma se la richiesta arriverà anche da Guaidó e non solo da Maduro.

Cardinale, cosa chiede la gente?

Il Paese è allo stremo. La povertà aumenta, scarseggiano generi alimentari, farmaci, elettricità, acqua potabile. Questo ha spinto la popolazione più stanca, delusa e sfruttata a pretendere un cambiamento profondo. I miei concittadini aspettano gli aiuti umanitari, ma lo Stato che li ha affamati come può gestire un’operazione così vitale? Quello che manca oggi è un dialogo, un canale di comunicazione tra Maduro e Guaidó. Il Vaticano ha provato in passato ad accorciare le distanze tra il governo e le opposizioni col cardinale Pietro Parolin, ex nunzio in Venezuela e ora Segretario di Stato. Lo sforzo è stato vano, il tempo è scaduto. Non possiamo tornare indietro.

I vescovi del Venezuela indicano la strada del voto senza abbracciare Juan Guaidó.

La Conferenza episcopale non sta né con Maduro né con Guaidó, sta con il popolo che soffre. Non appoggiamo la persona, ma chi rappresenta l’istanza di cambiamento. È la sofferenza del popolo che ha delegittimato Maduro.

Gli Stati Uniti, il Brasile, la Germania e gli altri Paesi occidentali si sono schierati con Guaidó, lo hanno riconosciuto presidente ad interim e hanno imposto un ultimatum a Maduro. Secondo lei è una strategia che può funzionare?

Questa mossa è importante perché fa capire al mondo che ci troviamo di fronte a un regime che non rispetta i diritti e la dignità della persona e dunque che non contempla la libertà dell’essere umano.

A differenza di gran parte dell’Europa, l’Italia non supporta Guaidó. L’ha sorpresa?

Sì, la comunità italiana in Venezuela prega affinché il governo di Roma dia forza a Guaidó per un semplice motivo: può portare più rapidamente a una via d’uscita.

Il Vaticano, però, è prudente su Guaidó.

La nostra missione è ripristinare la normalità, non fare altro, perciò siamo per il voto, il ritorno alla democrazia e alla Costituzione. Il Vaticano ha affidato a noi vescovi le redini, facciamo ciò che è giusto. Sappiamo che il Papa ci appoggia. Questo non esclude un ruolo di mediazione del Vaticano. Prima che ci venga a salvare la Santa Sede con la sua esperienza e la sua misericordia, noi sappiamo che la prima responsabilità è nostra, dei vescovi.

Ha incontrato papa Francesco a Panama una decina di giorni fa, l’ha sentito negli ultimi giorni?

Il Papa è interessato da sempre al Venezuela e riceve costanti aggiornamenti da me, dai vescovi e dal cardinale Parolin. Il Papa chiede che si crei un meccanismo diplomatico con il Vaticano protagonista attraverso la Chiesa locale, per una soluzione pacifica, senza sangue, senza guerra.

Sente vicina una guerra?

È una ipotesi su cui specula la comunicazione interna. Non è intenzione del popolo venezuelano spodestare il regime con il potere militare. I venezuelani non vogliono immolarsi, non vogliono avere morti e aprire una ferita nella società che non si rimarginerà mai. Ciò che vogliamo tutti è rafforzare la fratellanza dei venezuelani, a prescindere da come la pensino su Maduro o Guaidó. In gioco c’è una cosa preziosa: l’unità del Paese.

Cosa ha in mente Maduro?

Spero non la cosa peggiore: aggrapparsi al potere fino alla fine. Spero che ascolti la voce del popolo, che guardi le manifestazioni pacifiche degli ultimi giorni. O il dialogo o la rottura, la seconda fa paura. Per ora, Maduro fa finta di niente e niente vuole toccare.

Ha in agenda un colloquio con Maduro?

È una domanda ricorrente. Io parlo con tutti, sono a disposizione di tutti. Però, adesso non è il momento.

Torna pure Craxi: ecco “Hammamet”, il film della Rai

Un film che ripercorre gli ultimi due anni della vita di Bettino Craxi ad Hammamet, dove morì da latitante nel gennaio del 2000, dopo le numerose condanne per Tangentopoli. La pellicola sarà co-prodotta dalla Rai, con Rai Cinema, e il regista sarà Gianni Amelio. Le riprese inizieranno a marzo e l’uscita è prevista nel 2020, l’anno dell’anniversario della morte, 20 anni esatti. Il progetto era nell’aria da tempo, ma ora la pratica si è sbloccata. A interpretare il leader socialista sarà Pierfrancesco Favino, ma nel cast ci sarà anche Claudia Gerini nei panni della conduttrice televisiva Anja Pieroni, la cui relazione con Craxi fece epoca nella Roma politica degli anni 80. A quanto si sa, il tema centrale del film sarà la perdita di potere del leader e quello che ciò genera nell’animo umano. Sarà l’aspetto personale a interessare il regista, e non tanto quello politico o penale. Il leader socialista, coinvolto nell’inchiesta di Mani Pulite e poi condannato, scelse di non affrontare i processi e di scappare dall’Italia, rifugiandosi nella sua tenuta di Hammamet, in Tunisia, dove ricevette la protezione dell’allora presidente Ben Alì. Dopo il cinema, il film arriverà anche in tv, sulla Rai.

Soldi “per la legalità” spesi al ristorante

Malversazione e appropriazione indebita. Il Tribunale di Reggio Calabria ha rinviato a giudizio Adriana Musella, la presidente del movimento antimafia “Riferimenti” accusata di aver speso allegramente contributi pubblici.

Per due episodi di abuso d’ufficio, invece, il gup ha rinviato a giudizio anche Mariarosaria Russo, la preside dell’istituto scolastico “Piria” di Rosarno che l’anno scorso ha spalancato alla Lega le porte dell’auditorium della sua scuola dove Salvini ha ringraziato gli elettori calabresi.

L’11 aprile inizia il processo nato dall’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Gerardo Dominijanni e dal pm Sara Amerio. Dal 2010 al 2016 nelle casse di “Riferimenti” sono arrivati 522 mila euro che dovevano servire per iniziative “miranti a promuovere la cultura della legalità e della lotta alle mafie”.

Parte di questi soldi, oltre 44 mila euro, sono stati destinati “ad altre e diverse finalità”. Ecco quindi che, nel prospetto della Procura, compaiono spese per viaggi, taxi, alberghi, ristoranti, abbigliamento, arredi, libri, forniture per parrucchieri, carburante, strumenti musicali e finanche cartelle di Equitalia relative a tributi non pagati.

Soldi pubblici così come quelli spesi nel 2015 dalla preside Russo che, quando era dirigente del liceo di Roccella Jonica, ha acquistato 620 copie di due libri editi da “Riferimenti”, di cui era socia, procurando “intenzionalmente un ingiusto vantaggio patrimoniale” di 6.200 euro.

Indicato dalla Procura come parte offesa, il Miur ha preferito non costituirsi parte civile contro la Russo. D’altronde l’imputata non è solo la preside che ha ospitato Salvini per festeggiare la vittoria alle politiche.

Il ministero, retto dal leghista Marco Bussetti, avrebbe dovuto chiedere i danni alla dirigente scolastica che, con il vicepremier, compare abbracciata in un selfie poi finito a corredo di una pagina pubblicitaria che l’istituto scolastico di Rosarno, nell’ambito di un percorso di “alternanza scuola-lavoro”, ha acquistato su un giornale locale per comunicare urbi et orbi di aver donato a Salvini “l’olio della legalità”.

Una pagina con la quale, in realtà, la Russo ha attaccato l’inchiesta per cui è imputata.

Una reazione scomposta come quella di aver denunciato gli investigatori che hanno indagato su di lei. O come quella avuta in udienza lunedì quando il gup l’ha allontanata dall’aula per consentire al procuratore aggiunto Dominijanni di concludere, senza essere interrotto, la sua richiesta di rinvio a giudizio.

Santanché e il denaro, sai che scandalo…

Se decidi di fare un programma in cui adulti famosi spiegano ai bambini come si sta al mondo, un’occhiatina a chi inviti la dovresti dare. Se invece ci può stare di tutto – al programma Alla Lavagna, su Rai3, sono passati Salvini e la Parietti, Severgnini e D’Alema, Gasparri e Cirino Pomicino – allora accetti pure il messaggio che gli invitati veicolano, qualunque sia. Fa sorridere dunque che le esternazioni sul denaro di Daniela Santanchè abbiano fatto scalpore. Insomma, se chiami una così non ti aspetti certo che si presenti vestita di un sacco di tela facendo l’elogio della frugalità. E poi quello che ha detto – e cioè che i soldi rendono liberi e che le donne che non hanno un reddito proprio, in Italia più della metà, non sono libere – è tanto banale quanto vero: una donna che dipende economicamente da un uomo vive sempre nel timore, neanche troppo sottile, che il rapporto finisca e lei finisca in strada. Ma che la povertà renda schiavi, oltre che lapalissiano, è sempre stato anche un mantra della sinistra, che ha sempre visto nel sostegno ai deboli uno strumento non tanto di felicità, faccenda assai soggettiva, ma di libertà. Se dunque non volete che la Santanchè faccia la “morale”, non invitatela proprio. La prossima volta, chiamate Enzo Bianchi. Niente polemiche e bambini di sicuro più ricchi (dentro).

Autostrade paga milioni per non avere parti civili

“Speriamo che al processo ci sia almeno una persona che si costituisca parte civile”, si augura Egle Possetti, presidente del comitato che riunisce i familiari delle vittime del Morandi.

Dopo la tragedia del 14 agosto scorso alcuni parenti hanno deciso di riunirsi: “Il nostro scopo è quello di conservare la memoria di quello che è successo. Non intendiamo intervenire nelle scelte processuali delle singole famiglie”, chiarisce Possetti.

Stare insieme per sostenersi, per far sì che l’opinione pubblica non dimentichi. È accaduto per i parenti di tante tragedie come la strage ferroviaria di Viareggio che da anni partecipano alle udienze. Finora, però, il Comitato delle vittime del Morandi ha raccolto le famiglie di dieci persone (su 43 morti).

Ma la questione è anche processuale: occorre capire se i parenti delle vittime e chi si ritiene danneggiato si costituiranno parte civile nel processo. È qui che entra in gioco Autostrade. Da mesi la concessionaria ha avviato trattative riservatissime per arrivare a una transazione con i potenziali danneggiati. Un compito affidato a uno dei più noti studi legali d’Italia, ‘Bonelli Erede’ che ha sede anche a Genova. Autostrade, come disse l’ad di Aspi Giovanni Castellucci, ha previsto uno stanziamento di circa 500 milioni per la ricostruzione e i risarcimenti. Ora, con l’esclusione del concessionario dalla ricostruzione, la partita è tutta da vedere. Restano i danni alle vittime e agli sfollati. Per i primi Autostrade ha previsto circa 50 milioni. E negli scorsi mesi il lavoro serrato dei legali della società è andato molto avanti: sono quasi 400 le persone che sostengono di aver subito danni dal crollo. Con più di 200 Autostrade si sarebbe accordata per il pagamento dei danni senza arrivare a processo.

Finora la società si sarebbe impegnata per oltre 30 milioni. Con un elemento essenziale: le somme non sono pagate dall’assicurazione, ma direttamente dalla società di tasca propria. I danni sono calcolati secondo le tabelle fissate dal Tribunale di Milano spesso sono utilizzate come parametro in tutta Italia. I risarcimenti previsti possono andare da centomila euro a oltre un milione. Dipende dal grado di parentela, dall’età della vittima, dai componenti del nucleo familiare coinvolti.

“Sì, i miei assistiti sono stati contattati da Autostrade. Non c’è stato ancora un accordo”, spiega l’avvocato genovese Andrea Martini. Ma il discorso è molto complesso: “Oltre al danno rappresentato dalla morte di una persona, c’è il cosiddetto ‘danno biologico’ che un famigliare patisce su di sé perché vede la propria vita toccata dalla perdita di un figlio, un fratello, un nipote”.

L’avvocato Pietro Bogliolo invece ha concluso la transazione per conto dei parenti di una vittima. Ma segue altri danneggiati: “Ci sono le persone che sono rimaste sospese sul ponte al momento del crollo. Sì, sono salve, ma hanno subìto conseguenze psicologiche a volte devastanti. Ci sono bambini che da quel giorno non riescono più a salire su un’automobile”.

Intanto il lavoro di Autostrade e dei suoi avvocati procede. Certo, può esserci l’elemento umano, il desiderio della società di alleviare le sofferenze delle vittime. Ma ci sono anche considerazioni processuali: un atteggiamento positivo nei confronti di vittime e danneggiati – Aspi e diversi suoi manager sono indagati – può giocare un ruolo nel momento in cui dovranno essere decise eventuali pene. Non solo: la procura, qualora ravvisi omissioni, potrebbe chiedere che nei confronti della società indagata siano presi provvedimenti che possono arrivare al commissariamento. Anche in questo caso l’atteggiamento verso le vittime può essere importante.

Ma c’è un altro punto. Come ha ricordato Il Secolo XIX, nel documento transattivo firmato dai parenti è scritto chiaramente: “I danneggiati dichiarano di non avere più nulla a pretendere, anche nei confronti degli amministratori, dei dipendenti e dei consulenti di Aspi e di Atlantia”. Insomma, non si costituiranno parte civile e non potranno far sentire la loro voce nel dibattimento. Una presenza che per gli imputati potrebbe essere scomoda, come testimoniano i processi per altre stragi dove le parti civili hanno sollevato questioni importanti e attirato l’attenzione dei media.

Lacrime e amnesie: “show” di Spatuzza e di Santino

Gaspare Spatuzza ieri si è commosso in aula pensando al figlio e ai suoi comportamenti omertosi che hanno fatto restare in carcere persone innocenti per ben 18 anni. Mentre un altro collaboratore di giustizia, Santino Di Matteo, l’ex boss di Altofonte che ha perso il figlio 13enne per mano dei suoi ex compagni di mafia, seduto sulla stessa sedia, non ha ritrovato la memoria. I magistrati gli hanno riletto le sue parole sulla strage di via D’Amelio e sui suoi misteri ma Di Matteo ha glissato e negato.

Sono stati questi i due momenti forti delle audizioni dei collaboratori di giustizia convocati a Roma dal Tribunale di Caltanissetta presieduto da Francesco D’Arrigo. La Corte si è spostata a Roma per tre giorni per sentire i pentiti più importanti nel processo per calunnia aggravata sul “depistaggio più grave della storia” nei confronti dei tre poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei.

Dopo Nino Giuffré, Vito Galatolo e Ciro Vara, lunedì, ieri erano di scena Gaspare Spatuzza e Santino Di Matteo. Due audizioni molto diverse. Spatuzza si commuove al ricordo della carcerazione insieme a Gaetano Murana, condannato da innocente per le accuse infondate del collaboratore di giustizia “taroccato” Vincenzo Scarantino.

Nell’agosto del 1997 Spatuzza è in carcere a Parma con Murana. Spatuzza è uno degli autori della strage del 19 luglio 1992 in via D’Amelio che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e ai cinque membri della scorta. Quindi sa perfettamente che il compagno di detenzione sta perdendo ingiustamente dietro le sbarre la sua vita. Il pm Stefano Luciani scava in questa contraddizione e Spatuzza replica: “La disperazione lui la esternava fisicamente e io la tenevo nel mio cuore. Vedevo come ci gridava il cuore, e io allora avevo un bambino”.

Probabilmente, quando pensa al giudizio di suo figlio, Spatuzza (responsabile di 40 omicidi) si commuove. Gli avvocati di parte civile lo invitano ad andare avanti e ad alzare la voce. Mentre Luciani e il procuratore aggiunto Gabriele Paci, come il presidente del Tribunale Francesco D’Arrigo sono più comprensivi. Aspettano alcuni secondi e il collaboratore riprende: “Gridava che era innocente e io che sapevo che ero colpevole io della strage mi sentivo più male di lui”.

Poi tocca a Santino Di Matteo. Il pm Gabriele Paci gli ricorda l’intervista al giornalista Raoul Passaretti del 2008. Di Matteo allora disse che lui conosceva i nomi degli autori della strage di via D’Amelio e non li poteva fare. Allora Spatuzza non aveva ancora capovolto la ricostruzione, basata sulle panzane di Scarantino, dei primi processi. Dopo l’intervista però i familiari chiamarono dalla Sicilia per chiedere al giornalista una sorta di marcia indietro perché loro vivevano ancora in Sicilia. Di Matteo sul punto ha detto di non sapere nulla. Poi è stata ricordata dai pm la telefonata del dicembre del 1993 tra Santino Di Matteo e la moglie. Dopo il rapimento del figlio 13enne Giuseppe che poi sarà ucciso, la moglie parlava di “qualcuno della Polizia infiltrato nella mafia”.

Di Matteo ha risposto: “Sono 25 anni che mi fanno questa domanda e per me non esiste e io non ne so nulla. L’unica persona che io conoscevo in contatto con i servizi era Paolo Bellini”. I pm hanno insistito ma Di Matteo si è alterato: “Perché dovrei mentire. Se non è vero, perché devo tirare in ballo qualcuno?”. Il mistero resta.

Buttafuori investiti, 2 arresti: contestato l’odio razziale

Dopo 10 giorni di indagini hanno un volto i due ragazzi a bordo dell’auto che sabato 26 gennaio ha seminato il panico davanti al Qube, nota discoteca della Capitale, piombando sulle persone ancora in fila all’entrata e investendo due buttafuori. Si tratta di due fratelli di 27 e 30 anni, con vari precedenti alle spalle. Sentendosi alle strette si sono presentati ieri pomeriggio negli uffici della Squadra Mobile di Roma e sono stati arrestati. La polizia gli stava dando la caccia da giorni. A loro carico l’autorità giudiziaria aveva già emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere con le accuse di tentato omicidio in concorso aggravato dall’odio razziale per alcune frasi urlate ai buttafuori della discoteca, cittadini senegalesi. Erano circa le 3 di notte quando l’auto nera di grossa cilindrata a tutta velocità puntò le transenne del locale dov’è c’era ancora gente in fila per entrare. Dopo aver preso la strada contromano, la macchina investì due buttafuori all’esterno del locale. Qualcuno filmò con il cellulare quello che era accaduto e i video sono diventati ben presto virali. La polizia fin da subito ha ricostruito che i due ragazzi, ubriachi, erano stati respinti all’ingresso della discoteca. Così sarebbe scattata la “punizione”.