È dura fare il Castro per dieci anni, quando non sei Fidel, ma soltanto Raul, il fratello del leader. Ed è più dura ancora fare il Chávez, quando non sei neppure un Chávez, ma solo Nicolás Maduro, autista di autobus, sindacalista, deputato e poi uomo ombra del leader, come ministro degli Esteri e vicepresidente. Fare sopravvivere il “chavismo” senza essere il suo fondatore, Hugo Chávez, e senza averne il carisma, è l’impresa riuscita a Maduro per quasi sei anni, ma costata al Venezuela una crisi economica e sociale terrificante, cui hanno certo contribuito le sanzioni internazionali, e una crescente limitazione delle libertà fondamentali, fino alla crisi istituzionale attuale.
Nicolas Maduro Moros, 56 anni, è l’erede in qualche modo designato di Hugo Chávez, il 48° presidente venezuelano, morto in carica nel 2013 dopo 14 anni al potere – tranne la breve parentesi del colpo di Stato del 2002, per qualche verso simile alla situazione attuale, ma che suscitò molta meno mobilitazione internazionale. Di Chávez, Maduro ha ereditato la filosofia politica, un impasto di marxismo e bolivarismo, condito con socialismo terzomondista (dove c’era un po’ di Che Guevara e un po’ di Fidel Castro), teologia della liberazione e nazionalismo di sinistra: per una stagione non brevissima, la ricetta ebbe successo nell’America latina, dai tradizionali “covi” comunisti di Cuba e del Nicaragua alla Bolivia, all’Ecuador, al Brasile. Quando Maduro divenne presidente, la marea aveva già raggiunto il suo apice e stava cominciando a decrescere. Le sue credenziali erano buone: a parte il gusto per la teatralità e la sovrabbondanza d’orpelli e decorazioni, tradito dalle foto ufficiali, veniva considerato “il ministro e il politico più capace del cerchio magico” del presidente Chávez. Dopo la morte del leader, annunciata il 5 marzo 2013, ci furono elezioni speciali, il 14 aprile, che Maduro, candidato del Partito socialista unito del Venezuela, vinse con uno scarto minimo, il 50,62% dei voti. Forte di un mandato parlamentare in tal senso, il presidente, dal novembre del 2013, ha governato con decreti in successione, mentre la situazione economica e sociale del Paese si deteriorava: criminalità, inflazione, povertà e fame andavano aumentando, come pure l’esodo dei venezuelani, che ha toccato il suo culmine l’anno scorso, verso i Paesi confinanti, Colombia e Brasile e anche, attraverso la Colombia, Bolivia e Perù.
Numerosi analisti hanno attribuito il declino del Venezuela, pur ricco di petrolio e materie prime, alle politiche economiche di Chávez e di Maduro che, invece, addossa la colpa alla speculazione e alle mene dei suoi oppositori, oltre che alle sanzioni degli Stati Uniti. Dal 2014, il presidente deve fronteggiare a più riprese proteste popolari, con marce e adunate in tutto il Paese: la repressione fa vittime a decine, la popolarità di Maduro e del governo precipita, ma resta forte nei quartieri più poveri.
Tutto ciò porta, nel 2015, all’elezione di un’Assemblea nazionale espressione dell’opposizione e innesca un movimento per rimuovere dal poter il presidente, che continua a esercitare il potere avendo dalla sua la Corte costituzionale, l’apparato militare e la commissione elettorale. Il che, l’anno scorso, gli vale una nuova vittoria elettorale contestata, con il tasso di partecipazione più basso nella storia del Paese. E la spirale è andata avvitandosi fino alla crisi odierna. Sposato due volte, con un figlio avuto dalla prima moglie in politica, “Nicolasito”, Maduro – si dice – ha un’inclinazione per i Beatles e i Led Zeppelin. Un alone di giallo sul luogo di nascita e dal sospetto che sia nato colombiano (il che gli precluderebbe la presidenza): una storia che ricorda le balle su Obama raccontate da Trump e dai suoi cospirazionisti.