Siracusa impregnata di tristezza civica: è una bella immagine e anche nuova per me. Merito della Sea Watch. Riflessione che resta come una suggestione irritante, in metafora: l’onda prodiera suscitata dalla nave della Ong, in rada nel porto di Catania. Sugli indignati “da combattimento” di Siracusa, la città in cui vivo, avrei qualcosa da dire.
Devo andare un po’ indietro con la memoria. Era la fine degli Anni 90. Conobbi un uomo polacco. Pensavo fosse una storia sentimentale e basta. E invece la mia piccola storia precipitò in una più grande, nel cambiamento tragico ed epocale che proveniva da una Europa – l’Est – non ancora abbastanza per noi.
La clandestinità oltrepassava vecchi reticolati, antiche cortine blindate, in ducati rumorosi, dentro c’erano uomini e donne ex qualcosa, ex impiegati delle poste, ex maestre, ex operai di cartiera, giovani della generazione del niente (generacja nicosci), nati sulle ceneri del Muro di Berlino, propensi ai dollari e all’Occidente. Ex qualcosa, presto qui da noi sarebbero diventati balordi da semafori, elemosinanti, un numero in questura. Non sapevano che farsene della democrazia, era una torma mogia di uomini sopravvissuti all’elegia atea e comunista. Conobbi quest’uomo, viveva per strada, beveva, era molto giovane. Lui e altri, clandestini, rimediavano fogli di via da collezionare e al massimo imprecazioni e indignazione nella considerazione collettiva.
Siracusa non alzava bandiere per nessuno, mi riferisco a quelle stesse facce che vedo oggi, ancora, blaterare qualcosa per la Sea Watch, se non fosse che le loro omissioni hanno già prodotto la morte di altri, hanno concorso a confezionarla, nella nostra città che invoca giustizia e urla “scendeteli”, oggi. Allora, no. Questa torma mogia di uomini viveva in un parco. Spesso qualcuno – come si dice – stendeva le gambe e suonava la campana per il morto. L’epilessia, il coma etilico, l’assideramento. Le ragioni di una morte di tal misura erano più o meno le medesime. Allora cominciai a realizzare l’inganno e la posa ideologica di tutto quel che avrebbe dovuto militare nel diritto e nella verità, la vaghezza dei propalatori della rete e dell’associazionismo. Per volerne salvare uno (perdonate la deprecabile presunzione) sono finita a incontrarli tutti i miserabili. Non li ha salvati nessuno.
Oggi le bandiere rosse issate a gran voce di fronte alla Sea Watch. Ieri la diffidenza, il digrignamento di denti davanti a sacchi informi, morti con il fegato in pappa, dentro una grotta, nel salotto buono della città. Vergognosa dimostrazione di inciviltà, era per tutti convenire sulla dipartita di donne e uomini anonimi.
Come Ewa Bialowasz. Morì una notte di dicembre. Nel parco archeologico. Pioveva. Non si riusciva a tirarla fuori dalla cava. C’era da perdere la pazienza. Non un Requiem per lei. Niente. Morta di freddo, 20 metri più avanti l’arcidiocesi avrebbe organizzato un presepe vivente o chi per essa. Nasceva il Figlio di Dio, mentre moriva il Figlio dell’uomo. Dio era nella grotta con Ewa. Ma i curiosi guardavano più in là. Per salvarne uno, ho bussato a tutte le porte. Le chiese. I movimenti cattolici.
Niente da fare. C’era sempre un se e un ma di sbieco. Tra i piedi te ne crollava ancora qualcuno. Irenka, all’angolo di una strada, viveva così. Malata di alcol, di cuore, di sifilide. Con un’amica di Medici Senza frontiere la portammo in comunità da Don Pierino Gelmini, a Pozzallo. Un’altra volta lo abbiamo fatto con Azib. Azib poi è morto. Azib beveva come Irenka. Ne morivano altri.
A tratti mi sentivo un’eretica, durante le omelie avrei voluto urlare, salendo su una panca, l’ipocrisia e l’ingiustizia delle parole che non guariscono, delle azioni che ingannano, di tutto quel gran ciarlare. Era una guerra, con i suoi morti. Non vinceva nessuno in questa guerra. E oggi, Siracusa, si riscopre indefessa consegnataria dei diritti, la stessa città di irretiti, che non ha voluto salvare, al limite puntare il dito, accusare di mancanza di decoro i miserabili che crepavano al parco.
Erano clandestini, europei. Attraversavano le montagne, le foreste, a volte a piedi. Cucivano i passaporti nelle bluse di pelle. Circolavano storie leggendarie, uomini epici. Attraversavano il Danubio in canotto, non so tutto questo, non meno drammatico, sguarnito di Ong e di seguito sensazionalistico. Siracusa non la ricordo così indignata, nutriva nuove disperazioni casomai. Ne sono stata testimone, mio malgrado. Soltanto perché ero una ragazza e avevo incontrato un uomo e quell’uomo consegnava una Storia enorme, una svolta definitiva. Fino alla fine, bussai a tutte le porte. In quella parrocchia, il prete ci guardò da su a giù. L’uomo al mio fianco era ricoperto di polvere e non si riconosceva nemmeno il colore dei suoi capelli che erano bruni come l’ambra d’inverno nel Baltico.