Scontri e ultrà investito e ucciso, chiesto il giudizio immediato per i primi sei interisti arrestati

La Procura di Milano ha chiesto ieri il processo con rito immediato per i primi 6 arrestati con l’accusa principale di rissa aggravata nell’inchiesta sugli scontri del 26 dicembre prima della partita Inter-Napoli nei quali è morto, dopo essere stato investito, l’ultrà Daniele Belardinelli.

La richiesta di immediato, che riguarda, tra gli altri, il presunto capo dei Boys nerazzurri Marco Piovella detto “il Rosso” e lo storico capo dei Viking interisti Nino Ciccarelli, dovrà essere valutata dal gip Guido Salvini e, se verrà accolta, permetterà di saltare la fase dell’udienza preliminare. Nel caso, poi, le difese avranno 15 giorni di tempo per chiedere riti alternativi, come l’abbreviato. I magistrati puntano ad acquisirlo agli atti. La richiesta di giudizio immediato, in particolare, riguarda i tre ultras Luca Da Ros, Francesco Baj e Simone Tira che vennero arrestati il 28 dicembre, due giorni dopo la guerriglia in via Novara poco distante dallo stadio Meazza. E poi ancora Piovella che finì in carcere il 31 dicembre, anche a seguito delle dichiarazioni davanti al gip di Da Ros, che ha collaborato poi anche coi pm ed è stato scarcerato, ottenendo i domiciliari. Sempre grazie ai verbali di Da Ros, oltre che alle immagini acquisite e visionate dalla Digos, è finito in carcere, lo scorso 17 gennaio, anche Ciccarelli assieme all’ultrà del gruppo di estrema destra ‘Blood and Honor’ della curva varesina Alessandro Martinoli. Anche per loro due i pm hanno chiesto l’immediato.

Dall’ultima ordinanza cautelare era emerso che il giorno di Natale ci sarebbe stato un vertice tra ultras interisti e varesini ‘gemellatì per preparare gli scontri di Santo Stefano coi napoletani e si sarebbe tenuto proprio a casa di Belardinelli. Ciccarelli, tra l’altro, difeso dal legale Mirko Perlino, aveva ammesso davanti al gip la sua partecipazione agli scontri, così come Martinoli.

Il nuotatore ferito per uno scambio di persona. I medici: “Manuel resterà paralizzato”

“Con le attuali conoscenze della scienza neurologica, al momento consideriamo che non possa esserci una ripresa funzionale del movimento delle gambe”. È schietto il professor Alberto Delitala, mentre comunica che nonostante l’intervento chirurgico di “decompressione del midollo”, Manuel Bortuzzo, giovane promessa del nuoto ferito a Roma da un proiettile esploso la notte tra sabato e domenica scorsa, non potrà più camminare. “Abbiamo fatto una valutazione bioelettrica della conducibilità midollare e c’è una lesione midollare completa”, ha spiegato il direttore del Dipartimento di Neuroscienze del San Camillo di Roma. I familiari del ragazzo restano col fiato sospeso. Le speranze di un miglioramento clinico dal punto di vista motorio si affievoliscono. E le notizie che speravano di avere dagli inquirenti tardano ad arrivare. L’indagine non è semplice. All’interno Irish pub O’Connel di piazza Eschilo, nel quartiere Axa, non c’erano telecamere a inquadrare una rissa – avvenuta precedentemente l’arrivo di Manuel – che ha coinvolto numerose persone. La stessa che, probabilmente, ha innescato la dinamica degli eventi che ha portato due giovani in sella a uno scooter nero a sparare tre colpi di arma da fuoco, dopo essere transitati davanti alle volanti intervenute per la rissa.

Gli inquirenti non possono fare affidamento neanche sui bossoli, visto che si trattava di una pistola a tamburo. E neanche il mezzo su cui viaggiavano i due uomini è stato ritrovato. Al momento l’ipotesi più accreditata è quella dello scambio di persona: chi ha sparato potrebbe aver confuso Manuel con qualcuno che ha partecipato alla rissa dall’altro lato della piazza. Gli investigatori hanno quindi identificato tre protagonisti della lite, ma solo uno è stato rintracciato. Dopo numerosi interrogatori è stato escluso anche un possibile movente passionale legato alla fidanzata sedicenne della vittima, ascoltata già 4 volte. Il suo ex ragazzo infatti era fuori Roma per partecipare al funerale di un parente.

Caso Appendino-Pasquaretta, il “pit bull” non va in Procura. Perquisizioni in Comune

Era atteso in procura ieri mattina, ma non si è presentato. L’ex portavoce della sindaca Chiara Appendino, Luca Pasquaretta, l’uomo intorno a cui ruota una delicata inchiesta della Procura che fa tremare l’amministrazione pentastellata di Torino, ha preferito non rispondere agli inquirenti. Sono troppo pochi gli elementi in mano secondo il suo avvocato Stefano Caniglia per poter difendersi. “Valuteremo più avanti se farci sentire dai magistrati”, spiega il difensore aggiungendo che “la vicenda lo ha colpito profondamente, anche perché essendo uomo di comunicazione si rende conto di quello che sta succedendo ed è molto provato”.

Nei confronti del giornalista 42enne il sostituto procuratore Gianfranco Colace ipotizza non soltanto il reato di peculato, per il quale era stato indagato la scorsa estate, ma anche la turbativa d’asta, il traffico illecito di influenze e – fatto più grave – l’estorsione ai danni della sindaca per aver teso un presunto ricatto al fine di ottenere “contratti e contatti” di lavoro. Pasquaretta ribadisce che “non ha mai minacciato o estorto alcunché alla sindaca” e che “dal punto di vista personale il loro rapporto era buono”.

Se il personaggio centrale non si fa vedere, la procura lavora ai margini. Ieri mattina in Comune i carabinieri hanno preso tutti i documenti relativi al PalaTorino, il palazzetto dello sport gestito da Divier Togni, cioè l’imprenditore che avrebbe consegnato a Pasquaretta ottomila euro per ottenere degli incontri con gli assessori (che lunedì hanno smentito corsie preferenziali). Per questa ipotesi di reato Pasquaretta è indagato di traffico di influenze illecite. Poi gli inquirenti hanno subito convocato due persone informate sui fatti: l’ex capo di gabinetto Paolo Giordana, l’uomo dietro la scalata politica di Appendino e la sua elezione, e l’assessore comunale al Bilancio Sergio Rolando.

Stadio, la Raggi: “Si farà”. Le perplessità sulla viabilità e sulla società indagata

Le perplessità sul sistema di mobilità pensato per il progetto dell’impianto dell’As Roma a Tor di Valle e la grana giudiziaria che ancora pende su Eurnova, iscritta nel registro degli indagati – nell’ambito dell’inchiesta sul suo ex presidente Luca Parnasi – per la 231 del 2001, ossia la legge sulla responsabilità amministrativa delle società e degli enti. Sono gli ostacoli da superare per la realizzazione dello Stadio della Roma. Che, come ha annunciato ieri la sindaca Virginia Raggi, “si fa, e i proponenti potranno aprire cantieri entro l’anno”. Era stata proprio la prima cittadina a chiedere uno studio del Politecnico di Torino sui flussi di traffico attorno all’opera. “Il parere di questo gruppo di lavoro è che lo stadio possa essere realizzato nell’area in analisi, subordinando tuttavia necessariamente alla messa in esercizio di una serie di interventi”, si legge nel documento del Politecnico. Il testo elenca come prioritari i lavori sulle ferrovie Roma-Lido e Orte-Fiumicino ma anche una maggiore offerta pedonale e ciclabile.

Non solo, secondo il Politecnico l’utenza dello stadio “dovrà essere convinta con i fatti che potrà giungere e defluire dallo stadio con le due alterative ferroviarie”. Anche perché le previsioni effettuate finora sono state ritenute “troppo ottimistiche”. La revisione del testo, rispetto allo scenario potenzialmente “catastrofico” per il traffico delineato nella bozza trapelata a novembre, è legata ad una previsione della crescita del volume del trasporto pubblico tramite le opere del Piano della Mobilità Sostenibile. In questo caso è in programma uno stock di infrastrutture di mobilità dal valore di circa 10 miliardi di euro ma buona parte di queste opere al momento sono solo allo stato progettuale e prive di copertura finanziaria. E anche per i lavori sulle ferrovie si prevedono tempi lunghi. Per il restyling dei 28 chilometri della Roma-Ostia c’è uno stanziamento di 180 milioni di euro della Regione Lazio ma il cronoprogramma dei lavori stima circa 4 anni di cantieri, ancora da iniziare.

La Raggi comunque esulta: “Non ero obbligata a fare questo parere, che conferma e rassicura, in Conferenza dei servizi tutti gli enti presenti avevano dato via libera, anche la Procura aveva detto che le indagini non toccavano gli atti”. E con lei tutto il Movimento 5 Stelle.

Ora l’ultimo passaggio burocratico è l’approvazione della variante urbanistica in Assemblea Capitolina. Resta poi da capire il ruolo di Eurnova, che adesso si ritrova iscritta per la responsabilità civile dell’Ente nell’ambito dell’indagine che coinvolse Parnasi, il costruttore accusato dalla Procura di Roma di associazione a delinquere finalizzata a una serie di corruzioni. Alla guida dell’azienda (Parnasi che si è dimesso), è subentrato un nuovo amministratore delegato Giovanni Naccarato, con l’obiettivo di vendere i diritti edificatori ottenuti una volta approvata la variante urbanistica, secondo le prime indiscrezioni (per ora non confermate), proprio al club giallorosso.

Il Garante nazionale: “Criticità inaccettabili per i detenuti al 41 bis”

Gravi criticità nelle sezioni dei detenuti al 41 bis sono state riscontrate dal Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. L’ufficio, presieduto da Mauro Palma, ha visitato tutte le sezioni per detenuti in regime speciale: 738 uomini, dieci donne e cinque internati in Casa di lavoro. Al gennaio 2019, soltanto 363 di essi e quattro delle dieci donne hanno una posizione giuridica definitiva. Inoltre, diciotto persone sono ricoverate nei reparti ospedalieri interni agli Istituti (a Parma e a Milano-Opera). Il Garante rileva le “reiterate proroghe del regime e all’inserimento di taluni in ‘aree riservate’ che finiscono per costituire un regime nel regime”, osserva che “le condizioni materiali in alcune sezioni risultano inaccettabili, mentre in alcuni Istituti l’adozione di regole interne eccessivamente dettagliate su aspetti quotidiani vanno anche oltre le già minuziose prescrizioni della Circolare del 2 ottobre 2017” e ribadisce, secondo le pronunce della Corte costituzionale e della Corte europea dei diritti umani, che “la piena necessità di misure volte a proibire ogni forma di comunicazione con le organizzazioni criminali” lascia intatto il divieto di ogni “inutile aggiuntiva afflizione”.

La vicenda: il caso resta aperto

Per la strage alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto 1980, la più sanguinosa della storia della Repubblica con 85 morti e oltre 200 feriti, sono stati condannati in via definitiva all’ergastolo gli ex neofascisti romani dei Nar Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Condannato in separato giudizio a trent’anni, perché minorenne all’epoca dei fatti, Luigi Ciavardini, anche lui ex Nar. Tutti negano con decisione di aver partecipato alla strage.

È in corso a Bologna il processo a Gilberto Cavallini, altro militante dei Nar, accusato di aver ospitato i camerati in Veneto prima della strage. Oggi si concluderà davanti alla Corte d’assise l’esame dell’imputato.

Un’inchiesta bis sui mandanti della strage, sollecitata dagli avvocati dei familiari delle vittime, è stata avocata dalla Procura generale dopo la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura della Repubblica.

Il numero “riservato” nell’agenda e la nuova inchiesta su Cavallini

Nell’agenda nera di Gilberto Cavallini c’è un numero di telefono misterioso. È il 342111, scritto sulla pagina delle lettere R e S. È preceduto dalla scritta “Subo” e seguito da un numero tra parentesi (2491). Sembrerebbe l’indicazione di un centralino e di un numero interno. L’agenda nera è stata sequestrata a Cavallini il 12 settembre 1983, quando è stato arrestato a Milano, con l’accusa di essere uno dei terroristi dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari, e uno degli assassini del magistrato Mario Amato, ucciso a Roma il 23 giugno 1980. Ora si torna a parlare di quella agendina con la copertina di plastica nera, perché Cavallini è sotto processo a Bologna, accusato di essere il quarto uomo della strage del 2 agosto 1980, insieme ai già condannati Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini.

È stato rinviato a giudizio, 39 anni dopo la bomba alla stazione, per aver messo la sua casa a disposizione dei camerati Fioravanti, Mambro e Ciavardini. È lui che li ha ospitati a Villorba di Treviso, la notte prima della strage. È lui che ha fornito l’auto o le auto (una Oper Kadett bianca e una Bmw grigia) con la quale i quattro sarebbero andati da Villorba a Bologna. È lui che fornisce a Giusva una nuova patente, per sostituire quella “bruciata”, intestata al camerata Amedeo De Francisci, arrestato a Roma. Cavallini oggi concluderà il suo interrogatorio davanti alla Corte d’assise di Bologna. È detenuto nel carcere di Terni, in regime di semilibertà, dopo la condanna definitiva nel 1995 per banda armata. Ora viene processato anche per strage. Ha “un ruolo di collegamento all’interno della galassia eversiva formatasi sul finire degli anni Settanta”, scrive il giudice nel suo rinvio a giudizio, “anche in ragione della maggior esperienza criminale dovuta alla differenza d’età con gli altri coimputati”, che all’epoca dei fatti erano appena maggiorenni o addirittura ancora minorenni. Sono documentati, scrive il giudice, i suoi contatti con uno dei capi del gruppo neofascista Ordine nuovo, Massimiliano Fachini, di cui Cavallini “si dichiara allievo”. Ma anche con Carlo Digilio, l’esperto d’armi di Ordine nuovo, l’unico condannato (si è autoaccusato) della strage di piazza Fontana, nonché uomo dei servizi segreti che con il nome in codice di Erodoto entrava nelle caserme Usa del Veneto. È un camerata di Cavallini, Luigi Vettore Presilio, a spifferare ai magistrati che “gli avevano proposto di partecipare all’attentato al giudice Giancarlo Stiz di Treviso” (il primo a scoprire, nel 1974, la “pista nera” per la bomba di piazza Fontana, fino allora attribuita all’anarchico Pietro Valpreda). “L’omicidio”, racconta Presilio, “sarebbe stato preceduto da un attentato di eccezionale gravità che avrebbe ‘riempito le pagine dei giornali’ nella prima settimana di agosto”. Le riempì davvero, con i suoi 85 morti, la strage più sanguinosa della storia italiana. Ma fecero tutto da soli, i neri di Fioravanti e di Cavallini? Ora gli avvocati che rappresentano l’associazione dei famigliari delle vittime vogliono sapere chi rispondeva a quel numero, 342111, segnato sull’agenda di Cavallini. Le prime ricerche del Nucleo operativo dei carabinieri di Milano, nel 1983, danno questo risultato: il numero 342111 è “linea prova e lavoro Sip – Mi (Riservato)”, attiva dal 15 novembre 1975. Un numero “riservato”? Intestato a chi? Gli avvocati lo hanno chiesto – finora senza risposta – a Telecom. A Milano, allora, la zona telefonica 342 era quella di via Mantegna. Proprio in via Mantegna c’era uno strano ufficio, di cui si sono occupati gli investigatori che hanno indagato sulle stragi di piazza Fontana a Milano e di piazza della Loggia a Brescia. Avevano strappato a Telecom, nel 1998, un documento che diceva che la dipendente della Sip (la società poi diventata Telecom) Luciana Piras aveva lavorato in una sottostazione Sip di via Mantegna ed era addetta a un ufficio “Nato, preordinato alle attività connesse alla Tutela del Segreto di Stato”. Chi era Luciana Piras? La moglie divorziata di Carlo Titta, legata sentimentalmente a suo fratello Adalberto Titta, considerato uno dei capi di una struttura segreta chiamata “Noto Servizio” o “Anello”.

È l’oggetto più misterioso dell’eversione italiana, di cui si trovano tracce in molte vicende drammatiche: dal sequestro di Aldo Moro alla liberazione dell’assessore dc Ciro Cirillo rapito nel 1981 dalle Br, dai traffici di armi e di petrolio alla fuga nel 1977 del colonnello delle Ss, Herbert Kappler, dall’ospedale militare del Celio. Ora gli avvocati di parte civile Nicola Brigida, Andrea Speranzoni, Roberto Nasci, Antonella Micele, Alessandro Forti e Andrea Cecchieri vogliono sapere se il numero 342111 aveva a che fare con i servizi e con l’Anello e perché Cavallini aveva quel numero sulla sua agenda nera.

Sea Watch e i deputati: “Il governo ha mentito. Inchiesta sulle stragi”

Dicono che la nave Sea Watch 3 “è pronta a ripartire” ma le autorità italiane fanno “ostruzionismo” per impedirle di lasciare il porto di Catania per salvare vite in mare. Ieri Giorgia Linardi a nome della ong ha tenuto una conferenza stampa sulle conclusioni della Procura di Catania, che ha escluso reati a carico di Sea Watch nel caso dei 47 migranti rimasti in mare per dodici giorni prima di poter toccare terra nel capoluogo etneo: “Il procuratore – ha detto Linardi – ammette la necessità dell’intervento di soccorso e ammette indirettamente l’incapacità della Guardia costiera libica di gestire la sua area Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso)”. L’avvocato di Sea Watch, Alessandro Gamberini, ha aggiunto che la Guardia Costiera italiana quando riceve segnalazioni di imbarcazioni in difficoltà, anche se sono in zona Sar libica, “non può lavarsene le mani e rimandare ad un’inesistente Guardia Costiera libica, perché questo configura il reato di omissione di soccorso”. I parlamentari Nicola Fratoianni (Si/Leu), Riccardo Magi (Radicali italiani) e Gregorio Di Falco (ex M5s) accusano membri del governo di aver mentito su Sea Watch e chiedono un’inchiesta parlamentare sulle stragi nel Mediterraneo.

Quando i migranti venivano dall’Est e morivano invisibili

Siracusa impregnata di tristezza civica: è una bella immagine e anche nuova per me. Merito della Sea Watch. Riflessione che resta come una suggestione irritante, in metafora: l’onda prodiera suscitata dalla nave della Ong, in rada nel porto di Catania. Sugli indignati “da combattimento” di Siracusa, la città in cui vivo, avrei qualcosa da dire.

Devo andare un po’ indietro con la memoria. Era la fine degli Anni 90. Conobbi un uomo polacco. Pensavo fosse una storia sentimentale e basta. E invece la mia piccola storia precipitò in una più grande, nel cambiamento tragico ed epocale che proveniva da una Europa – l’Est – non ancora abbastanza per noi.

La clandestinità oltrepassava vecchi reticolati, antiche cortine blindate, in ducati rumorosi, dentro c’erano uomini e donne ex qualcosa, ex impiegati delle poste, ex maestre, ex operai di cartiera, giovani della generazione del niente (generacja nicosci), nati sulle ceneri del Muro di Berlino, propensi ai dollari e all’Occidente. Ex qualcosa, presto qui da noi sarebbero diventati balordi da semafori, elemosinanti, un numero in questura. Non sapevano che farsene della democrazia, era una torma mogia di uomini sopravvissuti all’elegia atea e comunista. Conobbi quest’uomo, viveva per strada, beveva, era molto giovane. Lui e altri, clandestini, rimediavano fogli di via da collezionare e al massimo imprecazioni e indignazione nella considerazione collettiva.

Siracusa non alzava bandiere per nessuno, mi riferisco a quelle stesse facce che vedo oggi, ancora, blaterare qualcosa per la Sea Watch, se non fosse che le loro omissioni hanno già prodotto la morte di altri, hanno concorso a confezionarla, nella nostra città che invoca giustizia e urla “scendeteli”, oggi. Allora, no. Questa torma mogia di uomini viveva in un parco. Spesso qualcuno – come si dice – stendeva le gambe e suonava la campana per il morto. L’epilessia, il coma etilico, l’assideramento. Le ragioni di una morte di tal misura erano più o meno le medesime. Allora cominciai a realizzare l’inganno e la posa ideologica di tutto quel che avrebbe dovuto militare nel diritto e nella verità, la vaghezza dei propalatori della rete e dell’associazionismo. Per volerne salvare uno (perdonate la deprecabile presunzione) sono finita a incontrarli tutti i miserabili. Non li ha salvati nessuno.

Oggi le bandiere rosse issate a gran voce di fronte alla Sea Watch. Ieri la diffidenza, il digrignamento di denti davanti a sacchi informi, morti con il fegato in pappa, dentro una grotta, nel salotto buono della città. Vergognosa dimostrazione di inciviltà, era per tutti convenire sulla dipartita di donne e uomini anonimi.

Come Ewa Bialowasz. Morì una notte di dicembre. Nel parco archeologico. Pioveva. Non si riusciva a tirarla fuori dalla cava. C’era da perdere la pazienza. Non un Requiem per lei. Niente. Morta di freddo, 20 metri più avanti l’arcidiocesi avrebbe organizzato un presepe vivente o chi per essa. Nasceva il Figlio di Dio, mentre moriva il Figlio dell’uomo. Dio era nella grotta con Ewa. Ma i curiosi guardavano più in là. Per salvarne uno, ho bussato a tutte le porte. Le chiese. I movimenti cattolici.

Niente da fare. C’era sempre un se e un ma di sbieco. Tra i piedi te ne crollava ancora qualcuno. Irenka, all’angolo di una strada, viveva così. Malata di alcol, di cuore, di sifilide. Con un’amica di Medici Senza frontiere la portammo in comunità da Don Pierino Gelmini, a Pozzallo. Un’altra volta lo abbiamo fatto con Azib. Azib poi è morto. Azib beveva come Irenka. Ne morivano altri.

A tratti mi sentivo un’eretica, durante le omelie avrei voluto urlare, salendo su una panca, l’ipocrisia e l’ingiustizia delle parole che non guariscono, delle azioni che ingannano, di tutto quel gran ciarlare. Era una guerra, con i suoi morti. Non vinceva nessuno in questa guerra. E oggi, Siracusa, si riscopre indefessa consegnataria dei diritti, la stessa città di irretiti, che non ha voluto salvare, al limite puntare il dito, accusare di mancanza di decoro i miserabili che crepavano al parco.

Erano clandestini, europei. Attraversavano le montagne, le foreste, a volte a piedi. Cucivano i passaporti nelle bluse di pelle. Circolavano storie leggendarie, uomini epici. Attraversavano il Danubio in canotto, non so tutto questo, non meno drammatico, sguarnito di Ong e di seguito sensazionalistico. Siracusa non la ricordo così indignata, nutriva nuove disperazioni casomai. Ne sono stata testimone, mio malgrado. Soltanto perché ero una ragazza e avevo incontrato un uomo e quell’uomo consegnava una Storia enorme, una svolta definitiva. Fino alla fine, bussai a tutte le porte. In quella parrocchia, il prete ci guardò da su a giù. L’uomo al mio fianco era ricoperto di polvere e non si riconosceva nemmeno il colore dei suoi capelli che erano bruni come l’ambra d’inverno nel Baltico.

Il ritorno di don Vitaliano il sacerdote “no global”

Torna il prete ‘no global’. Diciasette anni dopo l’interdizione dalle chiese irpine che suonò come una sorta di ‘scomunica’, Don Vitaliano Della Sala torna nella “sua” storica parrocchia di Sant’Angelo a Scala, in provincia di Avellino. Torna dopo la lunga ‘squalifica’ inflittagli da monsignor Tarcisio Nazzaro, vescovo di Montevergine, che lo sospese a divinis negli anni in cui don Vitaliano era diventato un punto di riferimento dei movimenti No Global. Ai più sembrò una sorta di punizione frutto delle pressioni vaticane su monsignor Nazzaro, don Vitaliano doveva pagare la sua partecipazione al “World Gay Pride” del 2000, durante il quale aveva accusato dal palco l’allora Segretario di Stato cardinale Angelo Sodano per il ruolo svolto in Cile durante gli anni della dittatura di Pinochet. Contro quella decisione si scagliò l’intera comunità santangiolese: anziani e bambini arrivarono a bloccare l’ingresso stesso della Chiesa per impedire l’arrivo del nuovo prete. Il pretesto erano i suoi “contatti con movimenti che non sono in armonia con il Tuo stato sacerdotale”; la partecipazione “ad ogni manifestazione di dissenso, l’accusa di disobbedire al vescovo”, così si leggeva nella nota di interdizione.

Don Vitaliano fu poi successivamente “perdonato” da monsignor Francesco Marino, allora vescovo di Avellino. Ma senza essere reintegrato. Fu fatto invece nel 2009 amministratore parrocchiale (che nel diritto canonico è una figura facente funzioni di parroco, senza però avere la titolarità della parrocchia) della chiesa di San Pietro e Paolo a Mercogliano, dove don Vitaliano era a tal punto amato dalla comunità che dopo la sua rimozione la popolazione aveva deciso di non partecipare più alle funzioni religiose nella chiesa del paese, per poi cominciare a recarsi a Mercogliano, dopo che Vitaliano vi si era insediato. Ora sono caduti anche gli ultimi divieti, e con l’arrivo del nuovo Vescovo di Avellino, don Arturo Aiello, don Vitaliano diventa anche vice direttore della Caritas di Avellino.

“Io non sono mai cambiato, in realtà – dice don Vitaliano – ho continuano a fare ciò che ho sempre fatto, cioè stare accanto agli ultimi e aiutare la gente. La verità è che la Chiesa, oggi, con i suoi vertici, è cambiata e quindi muta anche il modo di pensare. Senza alcuna presunzione, ma io, già 15 anni fa condividevo il pensiero che sta diffondendo ora Papa Francesco”. Sulla stessa lunghezza d’onda Vittorio Agnoletto, medico attivista e portavoce del Genoa Social Forum al G8 di Genova 2001: “La notizia è estremamente positiva e credo metta fine anche ad una sofferenza interiore di don Vitaliano, che ha sempre rivendicato lo spirito assolutamente evangelico della sua predicazione e dei suoi atti – sostiene Agnoletto –. Penso che sia anche uno dei risultati e delle conseguenze del pontificato di Papa Francesco”.