Non è andato bene, lunedì sera, il programma di approfondimento di Rai 2 dedicato questa volta a Roberto Benigni: C’è Benigni è stato visto da 1.304.000 persone, pari al 5,4% di share. Su Italia 1 il film Scappa: Get Out è stato visto da 1.545.000 persone (6,5%). Discreti risultati anche per Presa Diretta, su Rai 3, con 1.343.000 spettatori e il 5,4%. Su Rete 4, invece, Quarta Repubblica ha totalizzato una media di 1.229.000 ascolti, con il 6,6% di share.
Non è il primo flop per le rievocazioni programmate da Carlo Freccero sulla seconda rete: Adriano Celentano ha fatto il 13 per cento, share deludenti per Beppe Grillo ma anche per Fabrizio De André. Le polemiche degli ultimi giorni però riguardavano soprattutto i costi: la Rai infatti ha dovuto pagare i diritti per le immagini di repertorio e quelli di Benigni sono costati più degli altri. Circa 160 mila euro contro i 70 mila di Celentano, i 40 mila di Grillo e i 30 mila di De Andrè. Gli approfondimenti proseguono, lunedì prossimo Enrico Lucci presenta l’epopea televisiva di Gianfranco Funari. Dovrebbe essere l’ultima puntata.
Il calcio a tavola per gli sfollati genovesi. Dai patron “paperoni” 383 euro a testa
Diciamolo subito: in confronto ai 260 invitati al matrimonio di Leo Messi in Argentina, il 30 giugno 2017, tutti super selezionati, che esortati a non portare regali ma a fare beneficenza alla Ong Techo Argentina misero assieme la rabbrividente somma di 200 mila pesos, al cambio 10 mila euro (38 euro a testa), i 300 partecipanti alla serata benefica “United for Genova” organizzata da Alessandro Moggi, figlio di Luciano, per raccogliere fondi a favore dei 400 sfollati dopo il crollo del Morandi hanno fatto un figurone: dalla vendita degli oggetti messi all’asta (gli scarpini autografati di Totti erano il pezzo forte) sono stati raccolti 115 mila euro, 383 euro a testa, roba che Shakira & Piquè al confronto di Martina Colombari & Costacurta ci fanno la figura degli accattoni. Ma siccome i conti sono quelli che sono, e 115 mila euro diviso 400 sfollati fa 287 euro a sfollato, la domanda che sorge spontanea è: ma i mammasantissima dello sport italiano attovagliatisi al ristorante del Principe di Savoia di Genova, da Malagò a Miccichè, da Scaroni a Marotta, da Gattuso a Spalletti, da Ferrero a Preziosi, sono sicuri di avere fatto bella figura? Preziosi, per esempio, che ha appena incassato 35 milioni dalla cessione di Piatek al Milan, sarà stato felice di aver elargito la sua briciolina?
E soprattutto: perchè il mondo del calcio che muove montagne di milioni non è in grado, autonomamente, di varare iniziative benefiche un po’ più ardite delle 9 borse di studio offerte dalla Figc ai 9 ragazzi rimasti orfani dopo la tragedia? A organizzare il tutto è stato, come detto, Moggi jr, che nel 2013 rifondò la Gea World, la società di procuratori spazzata via nel 2006 da Calciopoli. In mano a una serie di rampanti “figli di” (Alessandro Moggi, Davide Lippi, Chiara Geronzi, Francesca Tanzi, Riccardo Calleri, Andrea Cragnotti, Giuseppe De Mita e forse ne dimentichiamo qualcuno), la Gea, con la supervisione occulta di Big Luciano, controllava più di 200 giocatori e svariati allenatori: uno squadrone trasversale, un inaudito corpo estraneo (si fa per dire) all’interno del corpo malato del calcio italiano. Squalificato per 2 anni, Alessandro Moggi passata la bufera è ripartito dicendo che la nuova Gea avrebbe fatto, anche, business etico. Ieri lo abbiamo cercato: avevamo qualche curiosità da soddisfare a proposito di “United for Genova” ma Moggi jr, dettosi inizialmente disponibile a parlare dell’evento (organizzato non dalla nuova Gea, ma per sua iniziativa personale) ha preferito non rilasciare dichiarazioni. Ha lasciato i 115 mila euro della raccolta fondi al Comune di Genova (sarà il sindaco Bucci a distribuirli) e la morale della favola, almeno così ci pare, è che i 300 vip del pallone italico hanno cenato bene, gli sfollati di Genova riceveranno una paghetta e Alessandro Moggi, dopo tanto penare, sarà stato sdoganato. Dunque, beneficenza doveva essere e beneficenza è stata. Per tutti.
“Fico non ci ha mai risposto. Censura? Peggio, è ignavia”
Nicola Giuliano, produttore cinematografico di alcuni dei maggiori successi degli ultimi anni con la sua Indigo Film, non ci sta. E dietro alla polemica sollevata dal Fatto, a partire dalla pubblicazione della sua lettera sulle mancate riprese in Parlamento del seguito di Benvenuto Presidente! , intravede “quel vizio drammaticamente italiano per cui tra il fare e il non fare si preferisce la seconda, per non correre il rischio che comporta assumersi una responsabilità”. E “come i calciatori che tentano fino all’ultimo minuto di fare gol”, non solo non molla la palla, ma rilancia.
Il questore di Montecitorio le ha risposto: “La Camera non è Cinecittà”.
Ma nessuno aveva mai immaginato il contrario! Le richieste di ripresa in Parlamento si contano sulle dita, e sono state tutte puntualmente assolte fino a quando, apprendiamo ora, è cambiato il regolamento, un regolamento in vigore dagli anni ‘60: quello, per intenderci, valido anche quando abbiamo girato Il divo. Eppure l’allora presidente Bertinotti ci mise due minuti a chiedere una deroga e, vedendo il successo del film, credo sia stato lungimirante. Così come anche con Benvenuto Presidente!: su Netflix è tra i film italiani più visti dell’intera piattaforma a livello mondiale. Mi chiedo perché i regolamenti siano diventati immodificabili d’un tratto.
L’unica deroga attualmente prevista è per le produzioni di rilievo storico, per i documentari.
Io non contesto che si possa o meno decidere di autorizzazione le nostre riprese in Parlamento, purché però si entri nel merito della decisione. La finzione racconta la realtà di un Paese a volte anche meglio di un documentario. Distinguere realtà e finzione suona come una sorta di censura preventiva: come dire, il cinema non racconti il potere. Sembra un’argomentazione da clima di cortina di ferro. Che amarezza…
Dicono che non si possono più sostenere “costi per un’attività di privati che poco ha a che fare con l’istituzione”.
I motivi di carattere economico non stanno in piedi. Siamo abituati a pagare, che sia una location privata o un sito d’interesse pubblico. Una sola notte alle Terme di Caracalla per La grande bellezza ci costò 30mila euro. Abbiamo sempre sostenuto le spese per straordinari del personale e assicurazioni varie. E come in passato non abbiamo certo chiesto di girare gratuitamente. Ma questa volta non ci hanno nemmeno risposto. E poi, sì, la nostra è un’attività privata, ma quando una pellicola fa poi il giro del mondo e ne scaturisce un indotto economico come è stato per il film di Paolo che ha ispirato e ispira tour per le bellezze di Roma, chi ne beneficia? Pubblico o privato? Io dico: fateci pagare! Abbiamo 9 giorni prima di chiudere le riprese, c’è ancora tempo. Io credo però che qui il problema sia un altro.
Ovvero?
Da una parte, ci si accanisce contro un’eccellenza per il nostro Paese come il cinema. Dall’altra, usando come ombrello l’argomento assai popolare dello sperpero del denaro pubblico, si nasconde un vizio tragicamente italiano: tra fare e non fare, meglio non fare. Se ti dico sì, potrei sempre incorrere in dei problemi, se ti dico no, faccio prima. Ma, chiedo, di chi sono luoghi come il Parlamento se non dei cittadini? Solo in Nord Corea non si può girare nei palazzi del potere. E poi qualcuno ce lo vorrà comunicare in via ufficiale? Le istituzioni si assumano almeno questa responsabilità. Qui non centra la censura. È ignavia: pure peggio.
Dalla Camera dicono di averle risposto.
Non è vero. Noi abbiamo scritto alla Camera e al Senato. Al presidente Roberto Fico abbiamo inviato una lettera personale sia io sia Claudio Bisio. Diverse volte dallo staff del Presidente mi era stato detto che la nostra richiesta era stata ricevuta e tenuta in conto. A oggi, e sono passati tre mesi, non ci è arrivata una riga. Solo dal Senato, il giorno dopo aver inviato la lettera al Fatto. Non ne faccio una questione di colore politico, ma non doveva essere il governo che avvicinava le istituzioni al popolo? La risposta che mi è stata data – “esiste un regolamento” – non mi basta: se fosse esistito un regolamento che vietava di girare nei siti archeologici avrei dovuto arrendermi e rinunciare a girare La grande bellezza?
La rabbia del Pd contro la nomina: “Ignorano le leggi”
L’intesa trovata tra Lega e M5S per portare Paolo Savona alla presidenza della Consob non accoglie i favori dell’opposizione che si scatena in un vortice di dure dichiarazioni. Il Pd attacca parlando di “incompatibilità” tra la carica di ministro e quella di presidente dell’Autorità di vigilanza dei mercati finanziari. Tuttavia, malgrado una secca bocciatura politica, pare che non ci saranno ricorsi formali. “Lega e M5S, per gli amici, sono pronti a tutto…”, commenta il vicepresidente della Camera, Ettore Rosato. “È inaudito – protesta il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci – che M5S e Lega, in una logica di ferrea spartizione di poltrone, scarichino sul capo dello Stato la responsabilità di sottolineare le palesi incompatibilità di Savona”. Contro questa nomina polemizza anche il candidato segretario dem Nicola Zingaretti, definendola una “mediazione pericolosa per l’Italia”. Dal tono più sfumato la critica che arriva da Silvio Berlusconi: prima definisce Savona “una persona competente”, poi legge nella sua scelta l’intenzione di “defilarsi dal governo” prima di una “tempesta economica che si sta scatenando”, di cui, secondo il Cavaliere “oggi si vedono solo le avvisaglie”.
Il grande equivoco del piano B
Fin dall’inizio l’avventura ministeriale di Paolo Savona è stata un equivoco. Nelle intenzioni della Lega, la sua indicazione per il ministero dell’Economia doveva essere rassicurante: era l’esponente dalla storia più lunga e più di establishment di quello schieramento di euro-critici che include esponenti molto più radicali. Ma il Quirinale ha bocciato la sua nomina, con quel riferimento alla “stabilità dei mercati” che ha trasformato l’economista di Cagliari in un martire della sovranità nazionale.
Dirottato al ministero delle Politiche comunitarie, ecco il secondo equivoco: i suoi detrattori temevano che da lì dettasse la linea in Europa, su austerità e moneta unica. Savona ha subito resuscitato il Ciae, Comitato interministeriale per gli affari economici, quasi a ribadire il diritto a coordinare lui le strategie. E, giusto per seminare un po’ di terrore tra gli ultimi europeisti rimasti, Savona ha chiamato come sottosegretario Luciano Barra Caracciolo, consigliere di Stato noto per le sue posizioni durissime contro l’euro e l’Unione europea.
Ma si trattava, appunto, di un equivoco. Fin dal suo arrivo a Palazzo Chigi, il premier Giuseppe Conte ha gestito in prima persona i rapporti internazionali del governo, fino ad avocare l’intero negoziato sulla legge di Bilancio con la Commissione Ue. Conte ha capito che in patria si trova schiacciato tra i due vicepremier-leader di partito (Di Maio e Salvini), ma all’estero può essere protagonista. E ne ha approfittato, costruendo un minimo di confidenza con Donald Trump e perfino con Angela Merkel.
A Savona non è rimasto che il campo di battaglia delle idee. Ha elaborato in 70 pagine Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa, un piano di riforma dell’Unione che doveva diventare la base dell’azione diplomatica e politica dell’Italia a Bruxelles. Il piano ha animato qualche vivace polemica via Twitter e poi è stato rapidamente dimenticato, ma almeno per presentarlo Savona è andato a Bruxelles. Per il resto ha preferito dividersi tra Roma e Cagliari. A luglio, prima che iniziasse la parte più delicata del negoziato sulla legge di Bilancio, è andato anche a Francoforte per incontrare Mario Draghi. Agli alleati di governo Savona aveva trasmesso l’idea che la Banca centrale europea, di fronte a una sufficiente volontà politica, avrebbe potuto essere più collaborativa, con gli acquisti diretti di debito pubblico nel programma di Quantitative easing. Dopo l’incontro con Draghi, Savona ha capito e spiegato che non c’erano margini: con il presidente della Bce, che ha dieci anni meno di lui, le strade si sono divise molti anni fa, quando Savona lasciò la Banca d’Italia dove vedeva ridursi le possibilità di carriera per seguire Guido Carli in Confindustria. Ma i due – Savona e Draghi – parlano ancora lo stesso linguaggio.
Abbandonate definitivamente (o quasi) le evocazioni di “cigni neri” in arrivo, di possibili ritorsioni se l’Europa non cambia, di accuse alla Germania, Savona ha fatto un tentativo di dire la sua a proposito della legge di Bilancio. Più volte, sui giornali e nei convegni, ha annunciato un piano da 50 miliardi di euro di investimenti. Che non è mai arrivato. In un intervento sul Fatto del 30 settembre arrivava a prevedere una crescita del Pil nel 2019 del 2 per cento, addirittura del 3 nel 2020. Quest’anno, è ormai certo, saremo fortunati se ci fermeremo a 0,5, ma è più probabile che si consolidi la recessione già in corso. Lo stesso giorno del suo intervento, su altri due giornali, il ministro dell’Economia Giovanni Tria e il premier Conte davano stime di crescita completamente diverse, segno che Savona non era coinvolto nelle discussioni più tecniche.
E così l’economista che doveva progettare i piani B per l’Italia, si è trovato a ragionare su un piano B molto più personale. Si parlava di dimissioni, poi è arrivata la Consob.
Savona in Consob fino a 90 anni. Alla fine il Colle dice sì a Conte
Dopo sei mesi senza presidente, sulla Consob il governo decide di uscire dallo stallo con una forzatura in piena regola, dirottando l’82enne Paolo Savona dal ministero degli Affari Ue alla guida dell’Authority che vigila sulla Borsa. La scelta, decisa ieri dal Consiglio dei ministri alla presenza dello stesso Savona, arriva al termine di un violento scontro interno ai 5 Stelle e una guerra di veleni in stile Prima Repubblica.
Mettiamo in fila i fatti. La Consob è senza presidente dal 13 settembre, quando Mario Nava, scelto dal governo Gentiloni, si è dimesso dopo le pressioni del governo, con l’avallo del Quirinale, perché rifiutava di mettersi in aspettativa (anziché in distacco) dal suo incarico a Bruxelles come invece gli imponeva la legge.
Il candidato dei gialloverdi, previo accordo tra il premier Giuseppe Conte, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, era l’economista Marcello Minenna, dirigente della Consob, voluto dal M5S e forte dell’appoggio di Beppe Grillo, Davide Casaleggio e dell’ala più radicale del Movimento. Conte però non ha mai gradito il suo nome, non l’ha portato in Consiglio dei ministri per poi sottoporlo alla firma del presidente della Repubblica Mattarella, a cui spetta il decreto di nomina. L’inerzia è stata giustificata facendo filtrare che su Minenna ci sarebbero state forti perplessità del Quirinale.
Salvini ha lasciato il cerino in mano ai 5 Stelle. Di Maio, e un pezzo da novanta come Alessandro Di Battista, si sono schierati con Conte. Dallo stallo si è usciti due giorni fa col nome di Savona. Il suo grande sponsor è interno al M5S: il sottosegretario a Palazzo Chigi Stefano Buffagni, plenipotenziario grillino alle nomine. I suoi detrattori dicono che sia tra gli aspiranti sostituti di Savona al ministero (lui, però, nega) che per ora sarà guidato ad interim da Conte ma può innescare un risiko di poltrone, visto che è in quota leghista (M5S punta poi a nominare all’Inps Pasquale Tridico).
Il premier è il vero regista di un’operazione che si tiene con lo spago. Passare dal governo alla guida dell’Autorità di Borsa era successo solo nel 2010 a Giuseppe Vegas ai tempi del quarto governo Berlusconi (di cui era viceministro all’Economia). La legge Frattini sul conflitto di interessi (2004) imporrebbe a Savona un anno di stop, visto che lascia l’esecutivo per andare in un “ente pubblico” con personalità giuridica. La legge Madia, poi, vieta a un pensionato l’accesso a incarichi pubblici, se non a titolo gratuito e per un anno, mentre il mandato in Consob dura 7 anni. Inoltre Savona è stato fino alla nomina di ministro, presidente della società finanziaria che gestisce il fondo Euklid. Conte però ha garantito agli alleati che un modo di nominare Savona si può sempre trovare e ha chiesto agli uffici di Palazzo Chigi di lavorare all’escamotage per convincere Mattarella. Il nodo più critico, la legge Frattini, pare verrebbe superato da un parere del 2017 chiesto da Palazzo Chigi all’avvocato Andrea Zoppini per nominare il ministro Claudio De Vincenti all’Authority per l’energia (poi non se ne fece nulla). Ma resta il rischio ricorsi.
Ora la palla passa a Mattarella. Il Colle aveva fatto filtrare alla Reuters che avrebbe dato l’assenso con un voto unanime in Consiglio dei ministri. Fonti di governo assicurano ci sia stato, anche se il comunicato non lo specifica. Anche il Parlamento, nelle commissioni Finanze, dovrà pronunciarsi con un voto non vincolante che però peserà politicamente. Il Pd è contrario, Fi è divisa e tra i 5Stelle ci sono malumori. Tanto più che per far digerire la decisione, Palazzo Chigi ha fatto sapere che Minenna sarà nominato segretario generale della Consob. Ma un segretario c’è già e per revocarlo serve il voto di 4 commissari su 5 e oggi questo pare impossibile.
Resta ora la polemica sull’opportunità. La competenza dell’economista di Cagliari è fuori discussione, ma è un membro del governo che a 82 anni viene designato per un mandato di sette anni. La Lega lo aveva indicato al ministero dell’Economia, e fu proprio Mattarella a bloccarlo per via delle sue idee euroscettiche (poteva minare la “stabilità dei mercati”) scatenando un terremoto politico. Oggi il Colle deve decidere se va bene per guidare l’Autorità che vigila sui mercati.
L’opposizione già attacca per alcuni nei nella sua carriera: la presidenza di Impregilo, che gli valse un’inchiesta poi archiviata nonostante le “conversazioni inquietanti” di cui parlano i pm a proposito della gara per il Ponte sullo Stretto. Sempre da presidente di Impregilo è poi stato imputato per aggiotaggio in concorso con l’ad Piergiorgio Romiti nella vicenda della liquidazione della controllata Imprepar. Il reato venne estinto per prescrizione. Nella sentenza del 2009 in cui fu prosciolta la società dall’aver avuto una responsabilità amministrativa, il gip di Milano spiegò che Savona aveva diffuso al mercato informazioni su Imprepar “non corrispondenti al vero”.
Niente election day in Sicilia tra elezioni comunali ed Europee
Niente accorpamento in Sicilia tra elezioni amministrative ed Europee: la giunta regionale di Nello Musumeci ha infatti fissato il voto nei Comuni per il 28 aprile, un mese prime delle urne per il rinnovo del Parlamento europeo. Protestano la Lega (“Musumeci ha paura del nostro successo alle consultazioni per l’Ue”) e pure i 5 Stelle: “Ci apprestiamo a varare una manovra lacrime e sangue, con tagli pressoché generalizzati in tutti i settori e coi servizi essenziali appesi a un filo e questo no all’election day è una follia che costerà un milione di euro ai siciliani”. La Giunta, dal canto suo, sostiene che non si poteva fare altrimenti: in sostanza, ha spiegato l’assessore alle Autonomie locali Bernadette Grasso, la legge regionale prevede che prima si voti per i Comuni e solo in un secondo momento per rinnovare province e città metropolitane. Insomma, “il 28 aprile è una scelta obbligata”, perché accorpando amministrative ed Europee al 26 maggio poi le elezioni per “Città metropolitane e Liberi consorzi dei Comuni (le province, ndr) finivano a dopo il 30 giugno, costringendoci all’ennesima norma di proroga dei commissari straordinari e quindi con ulteriori costi per gli enti locali”.
Da Pietro Pinna al divorzio, fino alla difesa della Carta: chiude il mensile “L’Incontro”
Ha chiuso dopo settant’anni il mensile torinese L’Incontro, tribuna unica nella sua longevità del libero pensiero, della laicità, dell’antifascismo e delle battaglie civili, dall’obiezione di coscienza al divorzio. Bruno Segre, socialista uscito dal Psi all’epoca di Bettino Craxi, avvocato di mille battaglie per i diritti e partigiano di Giustizia e Libertà, lo aveva fondato nel 1949 e lo ha diretto fino a oggi. Era nato – rievoca Segre nel suo commiato ai lettori –, con lo scopo di “smascherare le cause della guerra e combattere le barriere economiche, sociali e ideologiche”, chiamando a collaborare “tutti gli uomini liberi, tutti i cittadini del mondo”.
Da quel 1949 all’ultimo numero, che porta la data di dicembre 2018 ed è uscito in questi giorni, il giornale di Segre, che nel settembre scorso ha compiuto la bellezza di cento anni, non si è mai arreso di fronte alle difficoltà. L’avvocato, d’altro canto, nel 1938 aveva avuto il coraggio di attaccare le leggi razziali su un giornale scientifico, subito soppresso dalla censura.
L’Incontro esordì con la difesa di Pietro Pinna, il primo obiettore di coscienza in Italia, che il Tribunale militare di Torino aveva condannato a dieci mesi di reclusione per il rifiuto di prestare il servizio armato. Osteggiato fortemente all’inizio da La Civiltà Cattolica e dal mondo cattolico, il mensile si è battuto a lungo per il riconoscimento del servizio civile e per il divorzio; una mobilitazione, quest’ultima, che vide Segre e il periodico in prima fila accanto alla Lid, la Lega italiana divorzio, di Marco Pannella. Ma numerose altre battaglie hanno caratterizzato la vita del mensile dalla rossa testata e del suo direttore: dall’opposizione ai privilegi della Chiesa e al Concordato, alla lotta per la laicità della scuola, alla difesa dei valori della Resistenza e della Costituzione. Un giornale – rammenta Segre nell’editoriale dell’addio – che “non ha mai chiesto, né ricevuto contributi finanziari, geloso della propria assoluta indipendenza”.
I costi di stampa troppo gravosi, le spese di spedizione, come “anche la mia età di centenario”, scrive l’avvocato, costringono perciò a fermarsi “all’ultima tappa”. Segre, tuttavia, auspica che qualcuno prosegua “la nostra attività giornalistica, acquistando la testata L’Incontro”, rispettando naturalmente “la sua tradizionale funzione ispirata a un socialismo libertario, fedele agli ideali di Giustizia e Libertà collaudati nella Resistenza”.
Repubblica, nuovo direttore e l’idea di cercare altri soci
Il cambio di direzione arriva all’improvviso e assomiglia a un licenziamento: “Dopo tre anni finisce la mia direzione di Repubblica. Lo hanno deciso gli editori”, annuncia Mario Calabresi su Twitter. Un plurale – editori – che indica la scelta concorde dei due grandi azionisti del gruppo Gedi, la Cir della famiglia De Benedetti (43,8%) e la Exor degli Agnelli, gestita da John Elkann che ha il 6%. La decisione era nell’aria, ma tutti, inclusi gli interessati, l’aspettavano per marzo. Ieri mattina il presidente di Gedi lo ha comunicato al direttore che, senza aspettare l’ufficialità nel consiglio di amministrazione convocato per oggi, si è congedato all’istante via Twitter.
Calabresi era arrivato soltanto tre anni fa a suggellare una svolta societaria importante: la fusione tra il Gruppo Espresso, che ha dentro Repubblica, e Itedi, la holding torinese che controllava La Stampa e Il Secolo XIX. Anche oggi, come nel 2016, il cambio di direttore – discusso ieri dalla redazione in un’animata assemblea con anche il fondatore Scalfari presente – arriva in un momento di fermento societario: negli ultimi mesi si sono moltiplicate le indiscrezioni sulla possibile vendita di alcuni rami del gruppo o della quota detenuta dalla Cir, guidata da Monica Mondardini. Elkann, che tre anni fa tutti indicavano come predestinato a conquistare la maggioranza del gruppo in tempi rapidi, sembra avere altre priorità, dalla difficile gestione del dopo-Marchionne in Fca ai suoi investimenti in un gruppo editoriale internazionale come quello che controlla The Economist.
Il nuovo direttore è Carlo Verdelli, 61 anni, uno che ha sempre coltivato molte meno relazioni di Calabresi e che viene considerato un uomo di prodotto, di vendite in edicola. Da direttore può vantare i successi di Sette, Vanity Fair e Gazzetta dello Sport, oltre alla vicedirezione al Corriere. Quando si è cimentato con la politica e il potere romano, da direttore dell’offerta informativa Rai, è stato travolto dalle dinamiche di Viale Mazzini e dalla reazione dei partiti: il piano editoriale di riforma non fu accolto dal Cda, che neanche si espresse con un voto. E così lui si dimise, nel gennaio 2017.
Verdelli, che dovrebbe firmare il primo numero il 26 febbraio, eredita un giornale che a novembre vendeva in edicola 157.000 copie e che attraversa l’ennesima fase di contenimento di costi, dopo l’approvazione di contratti di solidarietà e incentivi all’esodo a dicembre. Secondo uno studio di Mediobanca R&S, però, il gruppo Gedi tra 2013 e 2017 ha ridotto i costi del personale dell’11,2%, contro il 22,3 di Rcs – Corriere della Sera. Solo Repubblica ha ancora più di 400 giornalisti. Difficile quindi che l’austerità sia finita.
Verdelli eredita anche un giornale dall’identità confusa, che si è prima schiacciato su Matteo Renzi, poi ha evitato di prendere posizione al referendum del 2016, e infine ha scelto una linea di contrapposizione frontale con il governo gialloverde che lo ha portato a schierarsi a difesa del Tav Torino Lione e contro il reddito di cittadinanza. Nei mesi scorsi la proprietà e l’ad Laura Cioli avevano esplorato varie ipotesi, tra queste Ferruccio de Bortoli, due volte direttore del Corriere, o un ritorno almeno temporaneo di Ezio Mauro, direttore di Repubblica tra il 1996 e il 2016. Entrambi avevano ringraziato, ma non erano convinti.
Verdelli ha il mandato di rilanciare Repubblica, sia per il bene dei conti di Gedi – che comunque ha chiuso i bilanci in utile anche negli anni della crisi – sia per rendere più appetibile la testata più importante del gruppo nel caso arrivino nuovi investitori. Nei mesi scorsi, Lettera43 aveva parlato di un possibile ingresso dell’imprenditore ceco Daniel Kretínský, già azionista di Le Monde: la suggestione era quella di mettere i due grandi giornali in una holding come primo passo verso una vendita o, più probabilmente, una valorizzazione di altri asset del gruppo, come le radio, redditizie, che potrebbero essere quotate in Borsa. Dagospia aveva poi raccontato di una cordata italiana guidata da Flavio Cattaneo che aveva sondato l’acquisto della quota di Gedi, Cattaneo aveva smentito ogni interesse. Mentre Mf – Milano Finanza aveva rilanciato indiscrezioni su una operazione con il gruppo svizzero Ringier che riguardava il digitale.
Niente di tutto ciò s’è concretizzato, ma potrebbe essere questione di tempo. E se Verdelli recupererà copie in edicola e in digitale, il gruppo diventerà molto più appetibile.
È il “Restitution Day”, i 5Stelle presentano i soldi ridati allo Stato
Per il Movimento 5 Stelle oggi è un nuovo “Restitution Day”: gli eletti grillini rivendicano in una conferenza stampa i soldi restituiti allo Stato attraverso la rinuncia a metà dell’indennità parlamentare lorda, come previsto dallo statuto. Luigi Di Maio e i due capigruppo Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli saranno i protagonisti della cerimonia, fissata alle 11.30 nella sala stampa della Camera. Con loro ci sarà anche il capo della Protezione civile Angelo Borrelli, una presenza che lascia presagire l’ipotesi che i fondi raccolti siano destinati al suo dipartimento. Dopo la conferenza stampa, deputati e senatori dei Cinque Stelle si riuniranno in piazza del Parlamento per continuare la festa. È la prima volta in questa legislatura che i numeri delle restituzioni dei parlamentari saranno rese pubbliche: nel quinquennio 2013- 2018 le cifre erano pubblicate sul sito tirendiconto.it, che però nei primi 9 mesi di questo mandato è rimasto fuori servizio. Per la gestione di rendiconti e rimborsi, il Movimento ha creato un apposito Comitato, presieduto da Di Maio, Patuanelli e D’Uva.