Europee, il M5S si mette il Gilet per fare il gruppo

Missione a Parigi alla ricerca del “giallo”. È quanto hanno fatto ieri i “dioscuri” del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, in Francia per incontrare i famosi Gilet gialli.

Incontro non facile perché il movimento francese è fluido e sfuggente. L’incontro è avvenuto con alcuni rappresentanti della costituenda lista Ralliement d’initiative citoyenne (Ric), decisa a presentarsi alle prossime elezioni europee. Di Maio e Di Battista hanno visto Christophe Chalençon, uno dei leader del progetto di lista capitanato da Ingrid Levavasseur, celebre per le sue presenze a Bfm Tv.

Insieme a Chalençon erano presenti all’incontro molti altri candidati nella lista Ric (che è anche l’acronimo di una delle proposte più forti del movimento francese, il Referendum di iniziativa civica) e la comunicazione pentastellata mette l’accento su “posizioni e valori comuni che mettono al centro delle tante battaglie i cittadini, i diritti sociali, la democrazia diretta e l’ambiente”.

In un clima definito “di grande entusiasmo” accanto ai due leader c’era anche una autorevole delegazione del M5S al Parlamento europeo, con il vicepresidente Fabio Massimo Castaldo e gli eurodeputati Tiziana Beghin e Ignazio Corrao. Segno di un interesse a discutere della formazione di un comune gruppo parlamentare europeo. Chalençon, intervistato da Le Parisien, ha messo la sordina su questo aspetto, rinviandolo in avanti, ma si è detto “molto soddisfatto” del vertice sottolineando che “Di Maio ha fatto lo sforzo che non ha fatto Macron”. Sintonia sui temi dell’immigrazione – “bisogna aiutarli a casa loro” – ma anche sul Venezuela. A proposito delle europee, in serata fonti del M5S hanno riferito di un chiarimento tra Chalençon e Di Maio: “Non un matrimonio, ma un comcubinato”. Il punto resta intatto. A norma del regolamento dell’Eurogruppo, infatti, un gruppo politico “è composto da un numero minimo di 25 deputati e rappresenta almeno un quarto degli Stati membri”, quindi sette Paesi.

L’asse con i Gilet gialli consente al M5S di consolidare il proprio profilo politico e di rilanciare anche la piattaforma Rousseau. Chalençon infatti è uno degli sponsor di NOos-Citoyens “strumento digitale d’intelligenza collettiva proposto ai cittadini per organizzarsi”. Presentandola sul web, Chalençon la definisce il “Tgv del Terzo millennio” destinata a rivoluzionare il modo di organizzarsi e di raccogliere e poi votare le “rivendicazioni dei cittadini”. Un approccio in sintonia con la “piattaforma Rousseau” della Casaleggio Associati.

Nel mondo dei Gilet gialli, Chalençon è visto con sospetto per via della sua esposizione mediatica, per posizioni razziste o comunque di estrema destra anche se lui dichiara di aver votato En Marche!, quindi per Emmanuel Macron, alle ultime elezioni.

Quello che,in ogni caso, lo rende centrale è il progetto di “lista gialla” alle Europee con Ingrid Levavasseur. Molti ritengono possa rappresentare una trappola per il movimento, o un aiuto indiretto allo stesso Macron perché drenerebbe voti ai due principali partiti di opposizione: La France Insoumise di Jean Luc Mélenchòn e Rassemblement National di Marine Le Pen. “Ma noi puntiamo al 50% di elettori che dichiarano di non voler votare”, afferma l’artigiano del sud della Francia che però non smentisce di avere “l’appoggio morale” di Bernard Tapie, l’imprenditore finito nei guai con la giustizia.

L’operazione “Europee” non sarà semplice. In Francia vige uno sbarramento del 5% e la lista divide non poco i Gilet gialli. Uno dei leader più “duri”, Eric Drouet, si è infatti detto fortemente “contrario a ogni iniziativa politica fatta in nome” del movimento. E Drouet è uno dei leader maggiormente corteggiati dalla sinistra di Mélenchon, che proprio ieri è scesa in piazza in una inedita giornata “rosso-gialla”: le bandiere del sindacato Cgt, dei comunisti e dei rivoluzionari vari accanto a una forte presenza di Gilet gialli, 20 mila a Parigi, 300 mila in tutta la Francia.

Cantone è pronto a lasciare l’Anac: si candida a 3 Procure

A marzo saranno cinque anni che guida l’Autorità Anticorruzione, proposto da Matteo Renzi e nominato all’unanimità dal Parlamento. Un incarico che ha come scadenza naturale aprile del 2020. Ma Raffaele Cantone sembra volere anticipare i tempi. E al Csm ha presentato tre domande per concorrere ad altrettanti posti da procuratore. Un segnale che è più che intenzionato a preparare le valigie per tornare a indossare la toga. Motivi politici dietro la scelta? Le frizioni con il governo gialloverde non sono mancate. Come sull’intenzione del governo annunciata da Salvini, di riscrivere e stracciare il codice degli appalti. Una scelta rispetto alla quale Cantone ha dichiarato pubblicamente la sua preoccupazione. Così come non ha mai nascosto i suoi dubbi su alcune norme del ddl Anticorruzione. Quali che siano le ragioni, per il suo rientro in magistratura Cantone – che vive sotto scorta dal 2003, quando fu scoperto un progetto di attentato contro di lui – non ha puntato su grandi Procure, ma su tre medio-piccolo uffici requirenti: Perugia, Torre Annunziata e Frosinone. I tempi per le decisioni del Csm non saranno brevi.

Un’altra fiducia, stavolta sul decreto Semplificazioni

Il governo ha posto la questione di fiducia alla Camera sul decreto semplificazioni. A comunicarlo all’aula il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro. Il decreto, che ieri è stato esaminato in Commissione Attività produttive, ha già avuto il via libera del Senato il 29 gennaio. Gli emendamenti presentati erano 540, tutti dell’opposizione. Al momento dell’annuncio da parte del ministro è scoppiata la bagarre in aula, con la protesta, appunto, delle opposizioni.

“Ormai è una consuetudine del governo del cambiamento non dare al Parlamento la possibilità di esprimersi”, ha denunciato Enrico Borghi del Pd.

Duro anche il giudizio di Forza Italia: “Ministro, faccia cadere il velo di ipocrisie del suo partito. Siamo in tempi di saldi e il Fraccaro applica il tre per uno, mette una fiducia al prezzo di tre”, ha affermato Simone Baldelli.

Solo a novembre e dicembre, il governo ha messo la fiducia in ben 7 diverse occasioni. A gennaio, ce n’è già stata una al Senato e una alla Camera. Il voto si terrà a Montecitorio oggi pomeriggio.

La tentazione di Matteo in Piemonte: mollare B. e mandare la Lega da sola

Era quasi inevitabile. In molti lo avevano previsto. E alla fine sta succedendo. La domanda è: può il centrodestra sopravvivere a livello locale quando a Roma non esiste più? In Abruzzo la risposta è sì: tanto che domani pomeriggio a Pescara, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi, riappariranno insieme per una conferenza stampa. Non accadeva da molto tempo. Ma, si sa, il leader della Lega è il mago della politica dei due forni. E in Piemonte fa pesare il nuovo corso. Secondo il risiko delle candidature, qui la casella del centrodestra spetta a Forza Italia. E da settimane ai box di partenza scalda i motori Alberto Cirio, eurodeputato forzista con un lontano passato in Lega, che vanta buoni rapporti con Salvini e Giovanni Toti. Perfetto, dunque. E invece ora su Cirio la Lega prende tempo. Tanto che in FI iniziano a temere il peggio. “Vuoi vedere che la Lega ci abbandona e corre da sola?”, è l’interrogativo che rimbalza in consiglio regionale.

È davvero così? La versione ufficiale è che il Carroccio su Cirio sta frenando per motivi extrapolitici. L’eurodeputato è indagato per peculato nell’inchiesta Rimborsopoli 2, che dovrebbe arrivare a sentenza in questi giorni. Ed è chiaro che Salvini non ha alcun interesse a dare il via libera a un candidato che potrebbe ritrovarsi condannato. Tanto più che la Lega un condannato per lo stesso motivo ce l’ha in casa: è Riccardo Molinari, capogruppo a Montecitorio, 11 mesi in primo grado per le spese pazze all’epoca di Roberto Cota. Ma non è solo questo. Secondo alcune fonti, per decidere sul Piemonte la Lega vuol vedere come vanno le elezioni in Abruzzo e Sardegna. Perché se in queste due regioni il Carroccio sale molto e FI tracolla, allora Salvini potrebbe rischiare il grande salto: presentarsi da solo sotto la Mole e prendersi quel poco che resta dei consensi azzurri.

Operazione spericolata che rischierebbe di generare una reazione a catena. Ma qualcuno nella Lega ci pensa. Anche se in realtà l’ipotesi più accreditata è che Salvini possa far pesare i consensi in Abruzzo e Sardegna (se arriveranno) per archiviare Cirio e proporre un candidato con l’imprimatur leghista. Per esempio, l’apprezzato sindaco di Novara Alessandro Canelli. Oppure un esponente della società civile. E qui i nomi che girano sono quelli di Marco Gay (Confindustria), Roberto Moncalvo (Coldiretti) e Paolo Damilano (imprenditore). Per ora, dunque, tutto fermo: la decisione verrà presa a fine mese, dopo Abruzzo (questa domenica) e Sardegna (24 febbraio), dove il candidato è targato Lega: Christian Solinas del Partito sardo d’azione.

Ma la guerra a bassa intensità del centrodestra ha anche un capitolo lombardo. Oggi il governatore Attilio Fontana presenterà il suo movimento, Lombardia Ideale, da testare già alle amministrative. Premessa: alle elezioni locali la Lega ha sempre presentato liste civiche in appoggio, da “Prima il Nord” a “Il Nord in testa”. “Così si puntano a prendere voti e candidati di chi non sceglierebbe direttamente la Lega. Se volessimo imbarcare forzisti, non ci sarebbe bisogno di escamotage: basterebbe aprire la porta e ne arriverebbero a frotte”, spiega il deputato milanese Igor Iezzi. Vero. Ma è pure vero che Lombardia Ideale sembra il contenitore perfetto per svuotare oltre modo FI in favore del Carroccio evitando però di far saltare definitivamente il rapporto tra Salvini e Berlusconi. Il quale, intanto, continua a perdere pezzi.

È notizia di ieri che il vicepresidente del consiglio regionale veneto, Massimo Giorgetti, ha lasciato FI per aderire a FdI. Ad annunciarlo è stata la stessa Giorgia Meloni, con tanto di conferenza stampa a Venezia. Un acquisto che fortifica la costruzione del nuovo soggetto meloniano. A scapito, ancora una volta, di Forza Italia, ormai sempre più marginale nelle manovre della destra sovranista.

Vecchi contro nuovi. In Senato i 5Stelle divisi sulla Diciotti

La decisione su quel voto che può far esplodere il governo è ancora un mistero, per nulla buffo. Ma il Movimento del 2019 non è quello del 2013, perché ha capi, regole e spesso obiettivi diversi. Così la maggior parte degli eletti in Senato ha tanta voglia di dire no al rinvio a processo per sequestro di persona del ministro dell’Interno Matteo Salvini, chiesto dal Tribunale dei ministri di Catania per la gestione del caso della nave Diciotti. Ed è l’orientamento che trabocca anche dall’assemblea di ieri mattina dei senatori, che nulla decide ma che molto racconta del M5S di oggi. Perché negli interventi e negli umori la cinquantina di eletti presenti (metà gruppo) si divide.

E da una parte c’è la vecchia guardia, quella dei senatori al secondo mandato come Nicola Morra, Laura Bottici e Matteo Mantero, che sostengono la necessità di “non rinnegare i vecchi principi”, quindi di votare sì al rinvio a giudizio. E dall’altra molti dei nuovi eletti, convinti che la questione che non fa dormire Salvini sia tutta un’altra storia dalle vecchie vicende di casta, quelle in cui le richieste dei giudici sbattevano contro l’immunità dei parlamentari. Ergo, “i giudici non possono pretendere di processare il governo” come teorizza una senatrice. In linea con molti nuovi, che sono di più, sono la maggioranza. Ed è lo specchio della mutazione del M5S, dove anni fa la rotta la indicavano Casaleggio padre e Grillo, il fondatore che giorni fa twittava “Minenna alla Consob” e ieri ha sbattuto contro la nomina di Savona. Mentre ora il gioco lo smista il capo politico Di Maio, in collaborazione e pure concorrenza con il presidente del Consiglio Conte, “l’avvocato del popolo” che è l’aedo del no al processo a Salvini: in nome del diritto e del tirare avanti.

Posizione che rimbalza anche nella sala Kock di Palazzo Madama, dove da mezzogiorno alle 14 i 5Stelle parlano (soprattutto) del caso Diciotti. A guidare, in assenza del capogruppo Stefano Patanuelli, sono il vicecapogruppo Gianluca Perilli e i membri della giunta per le Autorizzazioni: sei su sette avvocati, in grande maggioranza per il no. Mario Giarrusso, l’unico veterano in giunta, spiega norme e prassi della votazione, e racconta che sono stati depositati anche “documenti secretati”. Vengono letti frammenti dai faldoni, stralci di interrogatori a funzionari della capitaneria di porto e del Viminale. Ma è sulla differenza tra il passato e il presente che vive la discussione. Quindi c’è Elvira Evangelista, anche lei in giunta, che sfoglia un faldone con un centinaio di richieste dei magistrati per parlamentari accusati di corruzione, concussione e reati vari.

Cita alcuni dei vecchi casi, e spiega che quello di Salvini è completamente diverso: “Esistono solo due precedenti richieste di procedimento per ministri legati all’immigrazione, e riguardavano Roberto Maroni e Beppe Pisanu: ma non sono mai arrivate fino in giunta”. Insomma, quello di Salvini è un unicum.

E per tanti grillini non è eretico salvarlo. “L’articolo 68 della Costituzione (quello sulle immunità, che impedisce di perquisire o arrestare un parlamentare senza autorizzazione della Camera di appartenenza, ndr) è una cosa, mentre qui si parla dell’articolo 96”. Ossia quello secondo cui “il presidente del Consiglio e i ministri sono sottoposti per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione delle Camere secondo le norme stabilite con legge costituzionale”. Ed è proprio l’articolo richiamato da Salvini nella lettera al Corriere della Sera in cui declamava che “il processo non va fatto”. E non è solo a lui a pensarlo. “Non si può fare un discorso sulla coerenza, si cresce e si matura: accade a un individuo e può accadere anche a un’associazione politica” sostiene un grillino della nuova leva. Quindi deve essere no, “anche perché il ministro ha agito d’intesa con tutto il governo”. Ma il presidente dell’Antimafia, Nicola Morra, la pensa diversamente. E in assemblea lo dice: “Siamo entrati qui che volevamo abolire la Cassazione, e ora vogliamo fare i giudici di terzo grado, è questa la nostra rivoluzione? Non dimentichiamo i nostri princìpi”.

Invece Emanuele Dessì, al primo mandato, invita a tenere conto “non solo dei principi costituzionali ma anche della politica”. E ricorda: “Il Movimento è nato anche per cancellare le differenze di trattamento tra politici e normali cittadini”. L’assemblea si scioglie, e i senatori appaiono. “Voteremo tutti allo stesso modo, ma il caso Salvini è differente da ogni altro su cui si è votato sull’immunità” precisa Ugo Grassi, docente di Diritto civile a Napoli. E tanti rispondono sulla possibilità di delegare la scelta finale agli iscritti sulla piattaforma web Rousseau. E la risposta diffusa è che sì, si può fare. “Però servirebbe un video di presentazione esplicativo, l’argomento è complicato”, osserva Ettore Licheri. E poi c’è Gianluca Ferrara: “Quando si allarga la democrazia è sempre positivo, però…” Però? “Se si chiede un processo per Salvini è come se lo si chiedesse per tutto il governo”. E si torna al nodo di partenza. Mentre Di Maio tace. E riflette, sul voto online. E su tutto il resto.

Salvini scappa dalla Giunta: c’è solo la sua “memoria”

Tutt’a un tratto, Matteo Salvini, s’è fatto misurato. “Scripta manent”, latineggia, mentre annuncia che entro domattina consegnerà alla Giunta per le immunità del Senato la sua memoria difensiva sul caso Diciotti. Il deposito arriva l’ultimo giorno utile, alla scadenza dei sette giorni fissati dal presidente della commissione Maurizio Gasparri. E anche se il vicepremier dovesse decidere di recapitare di persona il fascicolo nell’aula di Sant’Ivo alla Sapienza, una cosa è certa: davanti ai colleghi senatori, non parlerà. Ebbene sì, il loquace Capitano, quello che apre in diretta Facebook perfino gli avvisi di garanzia, stavolta “porta uno scritto”: “Ci sono passaggi importanti che è bene che vengano letti e non ascoltati – spiega il leader della Lega – perché sulle parole scritte l’interpretazione è una sola”.

La linea moderata è frutto dei consulti con la collega di governo, l’avvocato Giulia Bongiorno, la stessa che gli consigliò di scrivere al Corriere la lettera con cui ha cambiato linea: dal “processatemi pure” al “votate contro l’autorizzazione”. Tanta ponderatezza, va detto, risente anche di un fatto puramente materiale: la sua eventuale audizione in Giunta sarebbe a porte chiuse, nemmeno immortalata dalle telecamere a circuito chiuso del Senato. In sostanza, Salvini, si sarebbe ritrovato solo davanti ai commissari – pressoché tutti esperti del diritto – che certamente non gli avrebbero lesinato domande. Per dire: Pietro Grasso, l’ex presidente del Senato che ha fatto il magistrato per quarant’anni, avrebbe potuto sollevare di fronte al vicepremier le stesse incongruenze che ha notato l’altro giorno su La7. Riguardano, nello specifico, le “garanzie funzionali” concesse al personale dell’intelligence dalla legge del 2007 sui servizi segreti: nemmeno quelle, per intenderci, consentono di commettere reati che possano “mettere in pericolo o a ledere la vita, l’integrità fisica, la personalità individuale, la libertà personale, la libertà morale, la salute o l’incolumità di una o più persone”. Quindi, con tutti i distinguo del caso ministeriale, il sequestro dei 177 migranti a bordo della Diciotti che il Tribunale dei ministri contesta a Salvini non sarebbe un delitto da poter mettere sul “bilanciere” per valutare se esista un preminente interesse pubblico che lo giustifichi.

Sarà uno degli elementi del dibattito che si aprirà la prossima settimana. Dopo la riunione convocata per domani mattina alle 8.30, il presidente Gasparri scriverà la sua proposta, anche sulla base degli scritti del ministro che “documentano la finalità istituzionale” del suo operato (qui a parlare è la Bongiorno). Non è ancora chiaro se nella memoria di Salvini saranno contenute anche dichiarazioni del premier Conte, del suo vice Luigi Di Maio e del ministro Toninelli che dovrebbero servire a dimostrare la “collegialità” della decisione di non far sbarcare i migranti a Catania. La relazione di Gasparri sarà poi sottoposta alla discussione e al voto della Giunta. La scadenza della pratica in commissione è venerdì 22 febbraio: “Io ho intenzione di rispettarla perché va rispettata – dice Gasparri – Poi se qualcuno si inventa qualcosa non lo so”.

L’ipotesi (al momento peregrina) di allungare i tempi è legata al tentativo di evitare guai per il governo prima delle Europee di fine maggio. Ieri Salvini ha spiegato che il caso Diciotti non è “per nulla” legato alle sorti dell’esecutivo. Ma ha invitato “i 300 senatori” a decidere “dopo aver letto le carte” per rendersi conto che “bloccare gli sbarchi nell’attesa che la comunità internazionale si svegli per difendere il diritto a entrare legalmente nel nostro paese è un principio che applichiamo dal primo giorno di governo”. Davanti ai 300 senatori, nell’aula del Senato, Salvini parlerà. In diretta televisiva: lì sì che si può fare.

Golpe è bello

Ieri la libera stampa italiana ha stabilito un nuovo record mondiale: non c’era praticamente un titolo di prima pagina che dicesse la verità. Tutte fake news, tutte balle. Falso che il governo italiano, unico e isolato in Europa, si sia schierato con il dittatore venezuelano Nicolas Maduro contro il legittimo presidente Juan Guaidó (semplicemente ha auspicato libere elezioni senza riconoscere Guaidó, autoproclamatosi presidente con un colpo di Stato, così come Vaticano, Grecia, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Irlanda). Falso che l’Ue intenda chiedere all’Italia di “restituire” 1 miliardo (ma non erano 24?) in caso di no al Tav Torino-Lione (i fondi europei arrivano a lavori finiti, e qui per fortuna non sono mai iniziati). Falso che Paolo Borsellino sia stato ucciso per l’indagine del Ros “Mafia-appalti” archiviata dopo la sua morte (vecchia pista ridicolizzata da tutte le sentenze su via D’Amelio e da quella di primo grado sulla trattativa). E così via. Il caso Venezuela è emblematico, perché ricorda tristemente i precedenti dell’Iraq e della Libia. Ma, dal punto di vista del diritto internazionale, è ancora peggio perché Maduro è stato eletto presidente per ben due volte, mentre Gheddafi era salito al potere con un golpe militare nel lontano 1969 e Saddam Hussein nel 1979 grazie all’investitura del golpista Ahmed Hasan al-Bakr di cui era parente e vicepresidente.

È probabile che l’elezione e la rielezione di Maduro, sull’onda bolivariana del predecessore Hugo Chávez, siano viziate da brogli. È certo che molti oppositori sono stati esclusi dalle elezioni e repressi in piazza (come del resto dal regime putiniano in Russia, di cui né gli Usa né l’Ue si sognano di contestare la legittimità). Ed è assodato che Maduro governa come peggio non si potrebbe, affamando il suo popolo (complice l’embargo), provocando un esodo biblico di profughi, emarginando il Parlamento e terrorizzando i dissidenti. Ma lo faceva già quando fu ricevuto da Napolitano nell’estate 2013 (governo Letta, sostenuto da Pd, FI e centristi montiani) e da altri capi di Stato occidentali, così come il predecessore Chávez (B. gli presentò la squadra del Milan e gli passò al telefono la connazionale Aida Yespica, che lui diversamente da B. non sapeva chi fosse): ma nessun attuale anti-madurista trovò da obiettare. Se il cosiddetto “mondo libero” dovesse rovesciare tutti i regimi che fanno le stesse cose di Maduro, non gli basterebbero cento guerre e cent’anni. E auspicare elezioni libere sotto controllo internazionale non significa riconoscere Guaidó. Che alla presidenza non s’è mai neppure candidato.

È un semplice parlamentare da poco divenuto presidente di turno dell’Assemblea Nazionale. E, di punto in bianco, si è proclamato presidente della Repubblica. Come se Fico o la Casellati impazzissero e tentassero di sloggiare Mattarella dal Quirinale. Per quanto democraticamente opinabile, il Venezuela ha una Costituzione. E Guaidó l’ha violata: l’articolo 233 stabilisce che “il presidente dell’Assemblea Nazionale svolge funzioni di presidente della Repubblica” solo “quando si realizza una causa di impedimento permanente del Presidente eletto prima che questi abbia preso possesso dell’incarico”, in attesa di “una nuova elezione a suffragio universale”. E le “cause di impedimento permanente” sono “la morte, la rinuncia o la destituzione decretata con sentenza dal Tribunale Supremo di Giustizia; l’incapacità fisica o mentale permanente accertata da una commissione medica designata dal Tribunale Supremo di Giustizia e con l’approvazione dell’Assemblea Nazionale; l’abbandono dell’incarico”. Nulla di tutto questo è accaduto per Maduro, dunque Guaidó è un golpista. L’hanno ammesso implicitamente i governi europei, appellandosi proprio a Maduro per nuove elezioni prima di decidere che il vero presidente è Guaidó. Decisione gravissima, assunta dagli Usa e da 30 Paesi alleati, fra cui 10 dell’Ue trascinati dalla Spagna di Sánchez in fregola neocoloniale. Gravissima per due motivi. 1) Il disprezzo per la Costituzione venezuelana e per la legalità internazionale squalifica vieppiù il sedicente “mondo libero”, già sputtanato dalle guerre illegittime in Afghanistan, in Iraq e in Libia. 2) L’union sacrée tra gli “amerikani” e i loro camerieri europei è un regalo insperato per Maduro, che ora fa leva sul nazionalismo del suo popolo e di tutta l’America Latina, si appoggia vieppiù sulla Russia e sulla Cina, ed esce rafforzato agli occhi del vero arbitro della partita: l’esercito.

E l’Italia? Ha 150 mila connazionali da tutelare da una possibile guerra civile. Come scrive Franco Venturini sul Corriere, “il governo gialloverde potrebbe aver azzeccato, involontariamente, una rotta indovinata”. Che non è il sostegno a Maduro, come scrivono i soliti falsari al seguito dei due Matteo, Renzi&Salvini. La nota di Palazzo Chigi è chiara: “Si ricorda che l’Italia non ha mai riconosciuto le elezioni del maggio 2018 e ribadisce la necessità di nuove elezioni presidenziali quanto prima”. E al Parlamento europeo, non solo i 5Stelle ma anche i leghisti si sono astenuti sul riconoscimento di Guaidó, mentre popolari e socialisti votavano a favore e la sinistra Gue e parte dei Verdi contro. Il governo Conte non sta né col dittatore né col golpista, né dunque con l’insolitamente incauto Mattarella, spalmato sulla demenziale linea Washington-Bruxelles. Solo una posizione terza può ottenere nuove elezioni, possibilmente vigilate, e un programma di aiuti al popolo stremato, sulla linea indicata anche dalla rediviva Mogherini per il vertice di giovedì a Montevideo. Lì si spera che nessuno legga i giornali italiani. Sennò gli osservatori dell’Onu, anziché per il Venezuela, prendono il primo volo per l’Italia.

È il Super Bowl nostrano: 15 secondi di spot costano quasi 230 mila euro

Il successo ha sempre troppi amici e troppi parenti. Il teatro Ariston è ancora sottoposto agli ultimi ritocchi, ma la cerimonia per celebrare la stratosferica, esorbitante, spaziale raccolta pubblicitaria del Festival di Sanremo è già abbastanza stucchevole.

I dirigenti di Viale Mazzini strapazzano con orgoglio – a volte con scarsa riconoscenza per chi li ha preceduti – il numero magico “28”: cioè ventotto milioni di euro di introiti per la Rai. A una prima lettura, tra il frastuono del giubilo collettivo, il numero magico è ingannevole: i 28 milioni sono l’incasso lordo di Rai Pubblicità. Per calcolare la cifra più o meno esatta versata poi a Viale Mazzini, invece, ai 28 milioni va sottratto un buon 15 per cento e siamo attorno ai 24, comunque un guadagno che consente di certificare un attivo di almeno 7 milioni per il Festival. Ormai dal 2013, con la gestione di Fabrizio Piscopo, che s’è dimesso un anno fa, Sanremo ha un “bilancio” in utile perché i costi sono diminuiti gradualmente, inclusa la convenzione col comune ligure, e i ricavi sono concentrati nei cinque giorni di Sanremo a discapito delle settimane successive.

Il Festival è banalmente l’unico evento del servizio pubblico con un ascolto più che raro – l’anno scorso media del 52,16 per cento di share e 10,8 milioni di telespettatori – con l’anomalia di una platea giovane per l’anziana Rai1.

L’ex direttore generale Campo Dall’Orto ha introdotto la figura dello “sponsor dominante” – da un triennio è Tim – che contribuisce a una base di partenza rilevante e risponde anche all’esigenza delle grandi aziende – terminati i bagordi di un tempo – di investire a colpo sicuro in un momento di raccoglimento nazionale: il Festival è il Super Bowl – speriamo più divertente dell’ultimo spettacolo del football americano – e perciò convoglia le strategie comunicative di molte multinazionali italiane o straniere.

Il concorso canoro è lo strumento – senza epigoni – che permette di raggiungere con uno spot oltre 13 milioni di italiani.

Il Festival assorbe le energie anche creative di Viale Mazzini: per esempio, stavolta la pubblicità esterna – su strade e piazze di Sanremo – vale più di mezzo milione di euro. I cinque giorni del Festival, per ovvie ragioni, spengono il resto del servizio pubblico e l’affollamento pubblicitario su Rai1 è al massimo dei limiti imposti per legge: dalle 20.30 alle 00.20, la Rai ha previsto 10 pause pubblicitarie da 3 minuti e 30 secondi ciascuna. Alle 21.15 di stasera, 15 secondi di spot costano 220.800 euro, che diventano 229.800 alle 21.45 per declinare a 44.400 dopo mezzanotte. I prezzi di listino non sono proprio veritieri, perché non dichiarano gli sconti che, fuori stagione, Viale Mazzini applica in maniera feroce.

Il debutto di martedì e la finale di sabato richiedono il maggiore sforzo degli inserzionisti. A chi compra 15 secondi a 229.000 euro, la Rai garantisce il 50 per cento di share. E se Claudio Baglioni fallisse il bis? Niente paura, ci sono spazi compensativi nei prossimi palinsesti ordinari del servizio pubblico. Quelli che Viale Mazzini fatica a riempire. Il successo del Festival è concreto, vitale e però effimero. Una dozzina di anni fa, prima della crisi, Sanremo non toccava neanche i 20 milioni di euro di incassi con gli spot, ma Rai Pubblicità fatturava oltre un miliardo di euro: nel 2017 era a 660, dunque ha dimezzato. Il Festival cresce in un contesto sempre più piccino. Si può festeggiare, certo. Con moderazione.

“Zingara non si può più dire? Allora canto la donna errante”

“Mica lo sapevo che non si poteva dire ‘zingara’. Vorrà dire che d’ora in poi, ogni volta che la canterò, dirò ‘Prendi questa mano, donna errante…’”. Bobby Solo – nome d’arte di Roberto Satti, 74 anni il 18 marzo – mantiene intatta la sua verve ironica. Cinquant’anni fa, nel 1969, a trionfare sul palco dell’Ariston – Lucio Battisti arrivò nono con Un’avventura – furono lui e Iva Zanicchi proprio con il brano Zingara, scritta da Enrico Riccardi e Luigi Albertelli. Una canzone che era stata già proposta a Morandi, che l’aveva rifiutata: “Però Gianni mi fece un grandissimo regalo, da amico vero – spiega Bobby – venne da Roma a Milano solo per sovrapporre un accordo con la sua Martin americana”.

Ma oggi, a Sanremo, un brano con quel titolo si potrebbe cantare ancora?

Non era mica razzista! Anche tra gli zingari, come fra di noi, c’è chi agisce bene e chi male. Fa parte della natura umana. La canzone parla di una donna che legge la mano e prevede l’amore.

E quelle ci sono ancora.

Oggi esistono le maghe, tutte truccate, con le unghie lunghe un metro e mezzo e i capelli color platino… Prima era diverso. Le racconto un aneddoto. Quando mi fidanzai con mia moglie, 24 anni fa, andavo da una zingara a Ostia Lido. Le davo 50 mila lire, lei mi diceva “prima rilassiamoci”. Mi faceva parlare, raccontare e nel frattempo spargeva i tarocchi sul tavolo. Poi mi ripeteva le stesse cose che le avevo detto io. Concludeva con un “vedo soldi in arrivo”. Io invece vedevo i soldi che andavano via…

Frequentava spesso le cartomanti?

Nell’80 andai da una maga in via Po, a Roma, una con il turbante alla Moira Orfei. Costo? Duecentomila lire. Mi fece una previsione molto felice e poi volle brindare. Versò lo champagne in due calici di bronzo, di tipo medievale. Mentre stavo per bere nel mio cadde una mosca: bevvi lo stesso, ero troppo emozionato. Ricordo ancora la sensazione delle zampette sull’ugola.

Oddio… Però torniamo a noi. Oggi la parola “zingaro” non è politicamente corretta.

Invece di dire “cameriera” si dice “collaboratrice domestica”, invece di “prostituta”, “escort”. La prossima volta, canterò “Prendi questa mano, donna errante…”.

Nel 1969 a Sanremo trionfava l’amore, quando fuori si tentava ancora di fare la rivoluzione.

Il Festival è abbastanza immune dalle questioni politiche, al di là di piccole polemiche. È un appuntamento per gli italiani che hanno il senso delle tradizioni. Allora, ancor più di oggi, ci si concentrava sulla musica.

Lo stesso tentativo che sta compiendo Baglioni?

Con una differenza fondamentale. Ai miei tempi i primi in classifica vendevano milioni di dischi e bastava fare poche date per tirare su moneta. Oggi al massimo arrivano a 20 mila copie e devono riempire i palazzetti.

Cosa vuol dire?

Che è cambiata la fruizione della musica, e quindi lo stesso Sanremo. Lei s’immagina quando gli italiani videro uscire sul palco dell’unica rete in bianco e nero una donna bellissima come Nilla Pizzi, come poterono rimanerne affascinati? Oggi, con 900 canali satellitari e 400 milioni di video, la canzone non ha più appeal. È un sottofondo quando si mangia l’hamburger.

Questa sera, però, ascolteremo anche testi forti.

Le canzoni sono la colonna sonora dei tempi che cambiano. Noi siamo in una crisi planetaria, altro che destra e sinistra italiane. È chiaro che i brani conterranno insicurezza, dolore, alienazione… Noi non siamo economisti politici, ma creiamo musica in base alle sensazioni che proviamo.

Ma lei lo vede Sanremo?

Quando posso. In questo periodo sto organizzando uno spettacolo con un giovane artista, con il quale renderemo omaggio alle grandi canzoni italiane riprese da interpreti americani. Poi ho in mente un tributo a Tony Joe White, scomparso da poco, e un altro a Elvis. E poi ho le mie serate come Bobby Solo. Diciamo che non faccio il pensionato.

Autarchici e compatti: via la politica dall’armonia

Ci risiamo: stessa spiaggia, stesso mare, stessa atmosfera rarefatta nel secondo anno della dinastia dei Claudii (ce ne sono tre: Bisio, Baglioni e il vicedirettore di RaiUno Fasulo). Tutto è cambiato – il governo, e dunque il settimo piano di Viale Mazzini – e nulla è cambiato. Se non le parole d’ordine. Siccome il dibattito pubblico è quella povera cosa che ci ronza nelle orecchie tutti i giorni, il Festival di Sanremo numero 69, si parte stasera, è già stato ribattezzato sovranista (qualunque cosa voglia dire). Va molto – si porta con quasi tutto – anche festival “autarchico”. Baglioni firma un bis coraggioso, non solo per la scelta musicale dei 24 brani che ascolteremo: avrebbe potuto sedersi sugli allori senza rimettere in discussione lo straordinario successo dello scorso anno. Invece è qui per questa settimana che sarà anche molto vitale (e remunerativa) ma è anche parecchio stressante.

Il dirottatore artistico sembra perplesso quando in conferenza stampa prende la parola Teresa De Santis, il nuovo direttore di RaiUno che come prima cosa (ma non è obbligatorio crederci) smentisce gli screzi con Baglioni per le frasi sull’immigrazione. Anzi scommette su una “sempiterna amicizia. Non è un festival autarchico”, spiega De Santis. “È sicuramente un festival con una forte identità”. A proposito delle “polemiche” sulle canzoni: “Non c’è stata nessuna preclusione nella selezione: le canzoni rispecchiano l’italianità e la realtà di questo Paese”. È tutto un Italy pride. Ma fin qui siamo ai convenevoli. Il punto dolente è quello su cui da giorni batte Striscia la notizia, e che anche l’anno scorso si era affacciato, seppur con minore eco: il presunto conflitto di interessi di Claudio Baglioni rispetto al rapporto con l’agenzia Friends & Partners, che rappresenta Baglioni stesso e molti tra artisti e ospiti. La sostanza è: il mercato ha una filiera corta, è molto concentrato: “La produzione culturale e musicale vive anche di contiguità”, spiega la direttrice. Meno criptico il vicedirettore Fasulo: “La clausola di trasparenza c’è ed è stata rispettata. Il contratto di Baglioni è in linea con quello firmato dai direttori artistici precedenti”. A parte il gigantesco Gabibbo parcheggiato fuori dall’Ariston, non c’è aria di tregua (nonostante la pax della controprogrammazione, inesistente), ieri Striscia è tornata a occuparsi della vicenda in un servizio in cui si sostiene, in sostanza, che il direttore artistico ombra è in realtà lo stesso Salzano. Secondo l’inviato di Striscia nel contratto di Baglioni “c’è un’altra clausola secondo cui il fatto che abbia dichiarato di avere un rapporto con un’etichetta discografica e con la Friends & Partners annulla la clausola di conflitto. Non rappresenta conflitto solo perché l’ha dichiarato?”. Chiamato in causa anche Mario Orfeo, ex direttore generale Rai che ha firmato il contratto di Baglioni e che era presente alle nozze di Salzano. Troppe coincidenze?

L’altro fantasma che si aggira per la sala stampa è lo spettro (più che altro il babau) della politica. Ci sarà? Non si presenterà? E sì, come sarà vestita? Baglioni (che a un certo punto cita anche il Conte di Montecristo nella persona dell’abbé Faria) sfodera la carta del patriottismo: “Sono fedele alla costituzione di Sanremo, che è il Festival della canzone italiana. Il festival è già internazionale”. E poi promette: “Non sarà un Festival politico. A meno che non accadano a mia insaputa delle cose”, e qui forse la citazione è rivolta a un altro Claudio che un tempo nei paraggi dell’Ariston fu molto potente (per i più giovani: Scajola). Comunque: “Nella parte intrattenimento vincerà la leggerezza. Dovrebbe essere il festival dell’armonia”. Poi si dilunga sul contenuto artistico delle cinque serate, scivolando sul finale in un quasi pizzino: “Per fortuna mi fanno parlare delle canzoni, altrimenti poi finisco per parlare di migranti”. Insomma no “ai personalismi, al chiacchiericcio e alle polemiche, sarebbe una piccola vergogna. Siamo i servitori del Festival”. Questo discorso del cittadino Baglioni sull’arte che si realizza solo grazie alla spoliticizzazione (messa così sembra Thomas Mann, ma è solo un modo per non finire nel tritacarne degli scazzi governativi) forse è un “Bisio avvisato mezzo salvato”. Il comico, che co-condurrà insieme alla splendida Virginia Raffaele, giura: “Non parlerò di migranti, ma neanche della crisi del Venezuela, né dello spostamento del polo magnetico”, annuncia Claudio Bisio, “e neanche della Juventus e dei rigori mancati”. Ma si capisce che è infastidito: cinque giorni sono lunghi.