“Condizioni stabili, non ci sono novità sulla mobilità e questo ci fa pensare ad un danno midollare completo”. A rompere il silenzio sulle condizioni di Manuel Mateo Bortuzzo, il nuotatore ferito sabato notte, forse per uno scambio di persona, durante una sparatoria a Roma, è il direttore del dipartimento di Neuroscienze del San Camillo che lo ha operato domenica. Manuel “ha dato segni di ripresa di coscienza – ma per una migliore ossigenazione rimane sedato e in coma farmacologico”. La prognosi, per il medico, resta riservata almeno per altre 48 ore. Ieri, il padre di Manuel ha lanciato un accorato appello: “Confido che qualche persona che ha visto, abbia coraggio di parlare ed aiutare la polizia nelle indagini per fermare queste due persone che hanno sparato da un motorino all’impazzata colpendo chi non c’entra niente nelle loro vicende”.
La polizia intanto ha dato un volto a uno degli autori della rissa. Si tratterebbe di una persona della zona già identificata. Ascoltato dagli investigatori, però, avrebbe negato tutto: sia un coinvolgimento nella rissa, nonostante i segni sul volto di una scazzottata, sia soprattutto nel ferimento del nuotatore.
“È legato alla famiglia dei Casalesi”. Arrestato l’ex sindaco forzista
Mentre il Viminaleipotizza di togliere la scorta al giornalista Sandro Ruotolo minacciato di morte dal boss del clan dei Casalesi, Michele Zagaria, la Dda di Napoli chiede e ottiene l’arresto di Carmine Antropoli, sindaco per dieci anni di Capua (Caserta) con le insegne di Forza Italia e già coordinatore provinciale degli azzurri, con l’accusa di concorso esterno in associazione camorristica per la fazione Zagaria. Una cosca – si legge nelle carte – capace di condizionare le elezioni del consiglio comunale di Capua del 5 giugno 2016. I carabinieri di Caserta hanno infatti notificato un’ordinanza di custodia cautelare anche a Francesco Zagaria, imprenditore di Casapesenna con interessi nell’edile e nel caseario, per associazione di tipo mafioso, duplice omicidio aggravato dalle finalità mafiose e violenza privata aggravata dal metodo mafioso. “Grazie alla forza di intimidazione di Francesco Zagaria – si legge in una nota diffusa dai carabinieri – Antropoli, all’interno del suo studio medico, avrebbe indotto un avversario politico a ritirare la candidatura alla carica di consigliere comunale picchiato da Zagaria”.
Secondo le indagini Antropoli, medico chirurgo direttore di Chirurgia generale 3 all’ospedale Cardarelli di Napoli, avrebbe stretto un’intesa con Francesco Zagaria e con un altro affiliato, Martino Mezzero, per drenare consenso verso un candidato del suo gruppo politico. Francesco Zagaria, noto come ‘Ciccio ‘e Brezza’ è già stato arrestato nel 2017 per concorso esterno e intestazione fittizia di beni. La Dda lo ritiene un elemento apicale del clan “tanto da godere – si legge nella nota – di incondizionata fiducia da parte di Michele Zagaria, che lo impiegò con funzioni di ausilio nell’esecuzione del duplice omicidio nel 2003 di Sebastiano Caterino e Umberto De Falco”.
I giudici seguono la Cassazione: “I Fasciani sono mafiosi”. Al patriarca Carmine 27 anni
Nel giorno in cui si apprende della morte, a causa di un infarto, del boss del litorale romano legato alla cosca mafiosa dei Cuntrera-Caruana di Siculiana, Vito Triassi, la Corte d’appello di Roma pronuncia 13 condanne nei confronti degli storici rivali: il clan Fasciani. Le pene superano complessivamente 160 anni di carcere, ma il dato importante è un altro. Nell’altalena dei processi che affibbiano o meno la targa di mafiosi ai Fasciani, i giudici hanno ribaltato la precedente sentenza riconoscendo l’esistenza, a Ostia, di un’organizzazione criminale di tipo mafioso dedita all’estorsione, detenzione di armi, violazione della legge sugli stupefacenti, intestazione fittizia di beni e a un’altra lunga serie di reati. Per questo il capo famiglia Carmine Fasciani è stato condannato a 27 anni e 6 mesi di reclusione. Le figlie Azzurra e Sabrina ne dovranno scontare rispettivamente 6 anni e 10 mesi, e 11 anni e 4 mesi. Anche Silvia Franca, la moglie di Don Carmine, è stata riconosciuta colpevole: 12 anni e 4 mesi di reclusione. La vicenda processuale non era scontata. Era il gennaio del 2015 quando i giudici di primo grado riconoscevano l’esistenza di un’associazione mafiosa. Poi il cambio di tendenza, nel giugno del 2016 la storia della criminalità veniva riscritta dalla Corte d’appello: i Fasciani non sono mafiosi, mentre i loro prestanome coinvolti nell’operazione “Tramonto” paradossalmente vengono riconosciuti in tutti i gradi di giudizio come legati a una cosca. La Cassazione però, nell’ottobre 2017 aveva ribaltato la sentenza: bisogna rifare il processo d’appello. Lo stesso che ieri ha portato alla condanna del clan mafioso, proprio quando a poche decine di metri di distanza, la Procura di Roma chiedeva una condanna a 7 anni e 4 mesi per Antonio Casamonica, accusato dell’aggressione “mafiosa” avvenuta il 1° aprile 2018 in un bar della Romanina.
Solo una multa al professore che molestava le liceali con sms a sfondo sessuale
Ha inviato centinaia di messaggi erotici alle sue alunne, ma alla fine se la caverà con una pacca sulle spalle. Maurizio Gracceva, ex docente di storia e filosofia al liceo Tasso di Roma, accusato di molestie, ha infatti patteggiato la sua condanna: sei mesi di reclusione convertiti in un’ammenda di 50 mila euro. La pena, peraltro, è stata sospesa. In altre parole non sconterà neanche un giorno di carcere e non verserà un solo euro. In ogni caso l’Ufficio scolastico regionale del Lazio e i vertici della scuola già nel 2018 avevano sospeso dal servizio l’insegnante, che adesso è in pensione. Le alunne del liceo Tasso di Roma ne erano rimaste profondamente turbate. Del resto si trattava di un docente stimato, un uomo maturo con cui confrontarsi. Per questo motivo si rivolgevano a lui anche fuori dalle ore di lezione, chiedendo consigli che esulavano dalle dinamiche scolastiche. “Il prof aveva una cultura immensa e mi ha dato tanto – aveva raccontato una delle sue allieve – Eravamo molto legate a lui (…) Era stato l’unico a mostrarci un po’ di umanità (…) I problemi sono venuti dopo”. Perché gli sms scambiati con l’insegnante avevano assunto un tono sempre più allarmante: “Il prof ha iniziato a scrivere frasi spinte, espliciti riferimenti a parti del corpo e a situazioni erotiche”, aveva raccontato una ragazza agli inquirenti.
La vicenda era venuta alla luce nel gennaio 2018, quando tre studentesse avevano deciso di raccontare tutto ai pm. Così avevano narrato di quell’escalation iniziata con messaggi più lievi (“Sei bella come una collina innevata”) e terminata con frasi che sicuramente non si addicono al contesto scolastico: “Per esempio, a una mia compagna che, mentre era alla lavagna si era abbassata per raccogliere il gessetto, le aveva detto: ‘Stai meglio in ginocchio”. Frasi pesanti che hanno condotto il docente in Tribunale, dove ha patteggiato una pena che non avrà conseguenze.
Strage di Viareggio, il pg: “Confermare le pene, ma alcuni reati sono già prescritti”
Confermare le condanne agli “imputati stranieri” ma con una riduzione di sei mesi per intervenuta prescrizione. È iniziata ieri mattina a Firenze la requisitoria dell’accusa nel processo di appello sulla strage di Viareggio del 29 giugno 2009 e per la prima volta è stata pronunciata in aula la parola “prescrizione”, tanto temuta dai familiari delle vittime. Il sostituto procuratore generale Luciana Piras ha chiesto di confermare le condanne nei confronti dei nove dirigenti delle società Gatx Rail Austria (titolare del carro cisterna che deragliò) e Officine Jugenthal di Hannover dove fu fatta la manutenzione dell’assile che si spezzò prima del disastro.
Il pm però ha dovuto chiedere condanne più lievi di sei mesi a causa della prescrizione scattata a maggio su due reati contestati ai manager delle aziende: incendio colposo e lesioni gravi. Le pene riformulate nei confronti dei nove imputati stranieri – tra cui i responsabili delle due società, Rainer Kogelheide e Uwe Koennecke – vanno quindi da 7 anni e 6 mesi a 8 anni e 10 mesi per i reati di disastro ferroviario e omicidio colposo plurimo. All’inizio della requisitoria il sostituto procuratore ha citato, uno per uno, i nomi delle 32 vittime della strage: “Lo faccio – ha detto – perché nei processi di omicidio colposo le vittime perdono spesso identità”.
Poi, in udienza, il pg ha annunciato sconsolato l’intervenuta prescrizione: “È per mio dovere, solo per questo dovere – ha detto in aula – che chiedo di non doversi procedere. Non si può non rilevare che fatti gravissimi come questi trattati nel processo vengano cancellati dalla prescrizione come un colpo di spugna e ciò lascia un forte senso di ingiustizia”.
Alla vigilia dell’udienza i parenti delle vittime rappresentati da Marco Piagentini avevano paventato la possibile prescrizione per il reato di incendio colposo parlando di “colpo di spugna che annulla la verità” e chiesto agli imputati di “rinunciare alla prescrizione”. Nella sua lunga requisitoria, il procuratore ha messo in evidenza ancora una volta le gravi “carenze” organizzative e le omissioni delle due aziende soffermandosi in particolare sulla manutenzione dei materiali. Inoltre Piras ha anche accusato i manager di non aver tenuto “la corretta diligenza nelle loro funzioni”, atteggiamento che avrebbe portato al cedimento dell’assile del carro merci che trasportava gpl. Nel pomeriggio invece ha preso la parola il pm di Lucca, Salvatore Giannino: quest’ultimo nei prossimi giorni si occuperà anche di Mauro Moretti, l’ex ad di Ferrovie dello Stato condannato in primo grado a 7 anni. Moretti e i manager di Rete Ferroviaria Italiana, tra cui Michele Elia (7 anni e sei mesi in primo grado), erano presenti ieri in aula e tra oggi e domani ascolteranno le requisitorie nei loro confronti. Ieri pomeriggio il pm Giannino ha fatto ancora una volta riferimento alle criticità legate ai certificati relativi ai controlli e alla manutenzione dei materiali. Il processo di primo grado sulla strage di Viareggio si era concluso il 31 gennaio 2017 con le condanne più pesanti nei confronti dei manager stranieri ma anche di Moretti, Elia, dell’ex ad di Trenitalia Vincenzo Soprano (7 anni e sei mesi) e degli altri dirigenti dell’azienda.
Incendiato il resort: secondo attentato in meno di tre anni
Persone non identificate hanno compiuto un attentato incendiario contro il resort Le Saline” di Montebello Jonico, in provincia di Reggio Calabria. La struttura era già stata obiettivo di un altro attentato incendiario nel settembre del 2016.
L’episodio è stato commentato dal sindaco della Città metropolitana di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, secondo il quale “si tratta di un atto gravissimo che deve suscitare l’indignazione non solo da parte delle istituzioni ma dall’intera comunità metropolitana. Le immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza della struttura mostrano in tutta la loro drammaticità, la barbarie dell’ennesimo vile gesto subito. Spero che gli autori di questa vile intimidazione possano essere presto assicurati alla giustizia. Ritengo significativo che gli stessi titolari della struttura abbiano deciso di diffonderle in rete, con l’obiettivo di suscitare un sentimento di indignazione popolare contro chi si ostina a voler tenere nel buio la nostra amata terra”. “Un episodio – commenta Confcommercio – si aggiunge alla lunga serie perpetrata in questi ultimi mesi in tutta la provincia reggina”.
Scorta a Ruotolo, il Viminale rivede il caso
La pratica della scorta al giornalista Sandro Ruotolo è riaperta. Il direttore dell’Ucis (Ufficio centrale interforze per la Sicurezza personale) Alberto Pazzanese, anche sulla scorta del clamore mediatico intorno alla notizia della revoca di ogni forma di protezione per l’inviato di Fanpage, minacciato di morte dal boss del clan dei Casalesi Michele Zagaria, ha deciso di rianalizzare il fascicolo con le relazioni delle forze dell’ordine sulle quali è maturato il provvedimento, vidimato dal ministero dell’Interno retto dal leghista Matteo Salvini. Provvedimento di revoca diventato ufficiale ieri con una telefonata degli uffici del Viminale al cronista.
Se non ci saranno ripensamenti, Ruotolo – che in questi giorni stava lavorando per Fanpage sui misteri del sequestro Cirillo ed era andato a Ottaviano a intervistare Rosetta Cutolo, la sorella di Raffaele Cutolo – resterà senza scorta non a partire da ieri, come ipotizzato in un primo momento, ma dal 15 febbraio. L’Ucis riunirà la commissione consultiva, aperta anche agli esponenti dei servizi segreti. Un iter simile a quello della pratica di Antonio Ingroia, l’ex pm della Trattativa Stato-Mafia rimasto senza scorta nei mesi scorsi, che chiese e ottenne la riapertura del suo procedimento, poi concluso con la conferma della revoca della protezione. Anche per Ruotolo, come per Ingroia, la revoca è stata preceduta da un alleggerimento del sistema di sicurezza, sceso dal terzo livello (auto blindata e agente) al quarto livello (agente alla guida di una vettura non blindata).
Si rianalizzeranno con attenzione le minacce subìte da Ruotolo e i segnali che si sono succeduti nelle terre di camorra. E in particolare un episodio risalente al marzo 2016 a Casapesenna, il paese di Zagaria, quando un imprenditore e attivista di Libera, Orlando Zagaria (solo omonimo di Michele), ricevette un pacco pieno di una testa di agnello e di interiora di maiale, insieme a una pistola. Solo il giorno prima l’imprenditore aveva partecipato a una manifestazione del circolo locale di Libera, durante il quale fu consegnato un premio a Ruotolo. Il cronista viveva già quasi da un anno sotto scorta – disposta nel maggio 2015 – dopo l’ascolto delle intercettazioni in carcere di Michele Zagaria con la sorella in cui minacciava di “squartare vivo” l’ex inviato di Servizio Pubblico, che aveva da poco mandato in onda una puntata sui contatti tra il boss e i servizi segreti negli anni dell’emergenza rifiuti in Campania.
Bisogna valutare se quel pacco pieno di frattaglie di animale fosse una intimidazione al lavoro di Libera, come ipotizzato nelle ore successive, o una minaccia rivolta direttamente a Ruotolo. Sul punto, bisognerà leggere o rileggere le informative agli atti della Dda di Napoli che coordinò le indagini sull’episodio: all’epoca il coordinatore dell’anticamorra con delega sul Casertano era l’aggiunto Giuseppe Borrelli.
“Sono particolarmente fiducioso in un ripensamento, anche celere” sostiene il presidente della commissione parlamentare Antimafia, Nicola Morra (M5s), che ieri ha incontrato Ruotolo. Morra è una voce in linea con tutto il Movimento, il cui leader, il vicepremier Luigi Di Maio, ha affermato che “per me la revoca della scorta a Ruotolo è una cosa assurda: se non ci sono rischi per Sandro, non devo dirlo io ma i tecnici. Allora okay. Ma se invece è stata fatta una scelta imprudente, Ruotolo merita la scorta perché è uno di quei giornalisti che si è battuto contro la camorra”.
L’Anac denuncia i subappalti per le casette dei terremotati
A distanza di due anni dalle scosse che tra agosto e ottobre del 2016 colpirono le Marche, “mancavano ancora i dovuti accertamenti sulla certificazione antimafia di circa undici subappaltatori”. E poi ci sono alcune aziende che hanno ottenuto i subappalti nonostante i debiti con l’Erario e pure i mancati controlli delle Regioni, nelle Marche ma anche nel Lazio. Sono le criticità evidenziate dall’Anac, l’Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone, che ha messo nel mirino alcune ditte impegnate nella ricostruzione delle casette che ospitano molti terremotati, al centro di polemiche sui costi e sulla tenuta.
Già a gennaio del 2018, l’Autorità aveva rilevato come in altre zone terremotate vi fosse la presenza di aziende prive di certificazione antimafia e con il sospetto di lavoratori in nero.
Adesso emergono ulteriori criticità. Per questo l’Anac ha mandato le carte in Procura. Ai pm di Ancona si chiede per esempio di fare verifiche su una azienda che ha incassato un subappalto per circa 900 mila euro, ma che presenta “violazioni definitivamente accertate rispetto agli obblighi di pagamento di imposte e tasse” per circa 140 mila euro.
Il Nucleo Anticorruzione della Guardia di Finanza delegato dall’Anac, parla di “attestazioni mendaci riguardo alla regolarità tributaria” di una ditta “componente di un’Ati (un raggruppamento temporaneo di imprese, ndr) composta con la mandataria, subappaltatrice di lavori per il consorzio stabile Arcale (estraneo a questa vicenda, ndr) nell’ambito dell’affidamento per la fornitura, il trasporto e il montaggio di soluzioni abitative in emergenza”. Sul caso è intervenuto ieri il capo della Protezione civile regionale delle Marche, David Piccinini: “Si sono conclusi tutti i controlli antimafia e nessuna ditta soggetta a verifica dalla legge è stata segnalata dalle Prefetture”, ha spiegato. E ha aggiunto: “Su circa 1.300 istanze di subappalto solo una ditta ha dichiarato di essere in regola sotto il profilo contributivo, pur non essendolo. L’azienda faceva parte di una Ati la cuimandataria è subappaltatrice di Arcale. L’importo delle attività svolte da questa ditta sarà oggetto di contenzioso”.
I soggetti attuatori per la realizzazione delle casette sono le Regioni, a cui spetta controllare che i soggetti imprenditoriali coinvolti nei lavori abbiano tutte le carte in regola. E secondo l’Authority, la Regione Marche è stata carente: “La documentazione in atti (…) – scrive l’Anticorruzione – conferma (…) evidenti carenze nell’attività di controllo”.
Per questo Cantone ha deciso di mandare gli atti alla Procura di Ancora che già indaga, nel massimo riserbo, sulle procedure specifiche Sae (Soluzioni abitative in emergenza, le casette appunto) della Regione. Nelle carte di Anac si parla di “un avviso di garanzia al soggetto attuatore”.
Ma di aziende subappaltatrici – con tanto di problemi con l’Agenzia delle Entrate – ci sarebbe anche nei subappalti dati alle ditte per la costruzione delle casette a Leonessa e Cittareale, due paesi in provincia di Rieti. In questo caso l’Anac punta il dito conto la Regione Lazio. “I controlli – scrive l’Autorità – sono stati effettuati solo dopo l’avvio dell’attività ispettiva di acquisizione documentale” della Finanza.
“La circostanza – continua l’Anac – che sia stato dato ulteriore impulso al completamento delle verifiche in concomitanza alla prima richiesta nel merito da parte della Guardia di Finanza è da intendersi come del tutto casuale. In merito a ciò, peraltro, corre l’obbligo di precisare che a tutt’oggi, dall’avvio delle predette richieste, questo ufficio non è stato posto in grado di avere un quadro completo delle verifiche in questione”.
In questo caso le carte sono state mandate alla Procura di Rieti come pure alla Procura presso la Corte dei conti per verificare se le aziende finite nel mirino dell’Anac abbiano già iniziato i lavori e abbiano già incassato.
Mutilò una donna con un machete: espulso un indiano
Aveva mozzato la mano con un machete a una donna di cui si era invaghito, ha trascorso otto anni in carcere e ora, scontato il suo debito con la giustizia, è stato espulso dall’Italia. Amrinder Singh, indiano, ora 26enne, residente a Castiglione delle Stiviere (Mantova), in base alle nuove norme del decreto Sicurezza si è visto rigettare l’istanza di permesso di soggiorno per lavoro subordinato che la Questura di Mantova gli aveva concesso prima che commettesse il tentato omicidio a Montichiari (Brescia). Era accaduto nel 2011. La donna, all’epoca 26enne e madre di due figli allora piccoli, è rimasta invalida. Tutto accadde una mattina verso le 7.30. La donna era in casa con i bambini, il marito era uscito per accudire le mucche. Il giovane indiano era entrato in casa da una finestra rimasta mezza aperta. Aveva dichiarato il suo amore alla donna che però si era negata, quindi aveva impugnato un machete e l’aveva colpita almeno tre volte, a una gamba e alle braccia con le quali la vittima cercava di proteggersi il volto e la gola. Con un decreto di espulsione del prefetto, domenica sera è stato accompagnato all’aeroporto di Fiumicino e imbarcato su un aereo diretto a New Delhi.
Procura di Roma, Creazzo e Viola sfidano Lo Voi
La nomina del nuovo procuratore di Roma, che il Csm dovrebbe fare entro l’estate, ma che potrebbe slittare in autunno, è quella più insidiosa che dovrà affrontare. Sabato è scaduto il termine per la presentazione delle domande, il posto sarà vacante da maggio, quando Giuseppe Pignatone andrà in pensione. L’elenco ufficiale delle 13 domande conferma alcuni nomi che il Fatto aveva anticipato: Franco Lo Voi e Giuseppe Creazzo, procuratori rispettivamente a Palermo e a Firenze; Michele Prestipino, procuratore aggiunto di Roma. Ci sono pure, tra gli altri, Salvatore Vitello, procuratore di Siena e i procuratori generali Marcello Viola, a Firenze, Leonida Primicerio a Salerno e Antonio Maruccia a Lecce. Si candida anche Giuseppe Corasaniti, capo del Dipartimento Affari di Giustizia e il vicepresidente della Corte penale internazionale, Cuno Tarfusser.
I giochi sono apertissimi e, dunque, è davvero prematuro fare il nome del potenziale nuovo capo di una procura ad alta attenzione politica. Finora il candidato ritenuto più forte è stato Lo Voi (il più anziano della lista) in ottimi rapporti con Pignatone che, come si sa, è stato magistrato per decenni a Palermo. Ma la partecipazione di Lo Voi alla cena organizzata da “Fino a prova contraria”, con tanto di stretta di mano a uso di telecamere, al ministro dell’Interno Salvini, da diversi consiglieri, anche della sua corrente, Magistratura Indipendente (la più conservatrice tra le toghe) è stata ritenuta inopportuna. Motivo? Sulla scrivania di Lo Voi è finito il fascicolo Diciotti spedito, per competenza, da Agrigento e da lui trasmesso al Tribunale dei ministri del distretto. Quando le carte sono tornate indietro, con la richiesta di trasmissione a Catania (per la parte non archiviata), Lo Voi così ha fatto.
Certo, quando si arriverà al momento caldo della nomina a procuratore di Roma, la cena di gennaio potrebbe essere un ricordo sbiadito e quindi il procuratore di Palermo potrebbe restare il candidato più forte, ma non è più l’unico. Ci sono almeno altri due candidati a giocarsi questa partita che più che mai sarà un risiko. Uno è all’interno della sua stessa corrente, Mi: Marcello Viola. Il Pg di Firenze è stato procuratore a Trapani e anche lui pm a Palermo. Ex uditore di Falcone, gode di una stima trasversale tra le diverse correnti. L’altro nome che prende quota è il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, ex giudice a Reggio Calabria ed ex procuratore a Palmi. E’ di Unicost, la corrente centrista che al Csm ha 5 consiglieri proprio come Mi. Al momento sembra che la partita, almeno inizialmente, si giocherà su questi tre nomi. Tra i togati, i quattro di Area (progressisti) e Aei con Davigo e Ardita, potrebbero diventare l’ago della bilancia.