Dà fuoco all’auto dell’ex: “Mi denunci, io ti brucio”

“È stato l’uomo che mi perseguita da anni”. Simona è uscita dalla sua auto in fiamme, ha cercato di strapparsi di dosso i vestiti roventi che le si attaccavano alla pelle. Ma nonostante il dolore terribile delle ustioni ha cercato di parlare, di urlare: “È stato Mario a darmi fuoco, Mario D’Uonno, quello che ho denunciato, che mi molesta da due anni. Cercate Mario”. Poi Simona Rocca, 41 anni, è stata sedata e intubata. Portata all’ospedale di Vercelli e poi al Centro Grandi Ustionati del Cto di Torino. “È in condizioni gravi, ma dovrebbe cavarsela. Ha ustioni sul 45 per cento del corpo (volto, collo, schiena e parte posteriore delle gambe). Il 10 per cento sono di terzo grado, le più serie”, dicono i sanitari.

Sono le otto e venti di ieri. Simona come ogni mattina arriva alla Oviesse della periferia di Vercelli dove lavora. Un piazzale enorme, deserto, a un passo dalla tangenziale: soltanto il Carrefour, qualche alberello, una manciata di auto in sosta. Forse non si accorge di niente, non vede arrivare nello specchietto retrovisore l’ombra scura dell’auto che piomba addosso alla sua Lancia Y e la tampona.

È un attimo, Mario scende di corsa, comincia a urlare, a inveire. Sempre le stesse accuse: “Io sono un uomo finito. Mi hai lasciato e mi hai anche denunciato”. Forse riesce a raggiungere Simona e a colpirla. Ma poi lei si rinchiude nell’auto. Mario, però, ha un piano preciso, non gli basta la solita scenata. Così all’improvviso tira fuori una tanica di liquido infiammabile e sotto lo sguardo terrorizzato di Simona la versa sulla macchina di lei. Poi accende un fiammifero e dà fuoco. In un attimo la Lancia si trasforma in una torcia, le lamiere diventano roventi, l’interno è avvolto dal fumo. Simona Rocca riesce lo stesso ad aprire la portiera e a gettarsi fuori mentre dal negozio i colleghi accorrono per salvarla. Poi arrivano i soccorsi. Ma prima di scivolare nel coma farmacologico la donna racconta chi è stato: Mario D’Uonno, un’ex guardia giurata di 50 anni. Con lui Simona due anni fa ha avuto una breve relazione. Subito troncata dalla donna che aveva capito di non voler perdere i due figli e quel marito cui è legatissima e che ha saputo chiudere la ferita. “Basta”, aveva detto Simona. “Era tornata la ragazza che conoscevamo: con i suoi capelli biondi, gli occhi grandi. Solare, allegra, felice della sua vita e del suo matrimonio”, racconta un’amica che lavora nel grande magazzino.

Già, lei aveva chiuso, ma D’Uonno no. Lui che sulla soglia della mezza età si era trovato con un matrimonio in pezzi alle spalle, senza più un lavoro e con quella donna che gli aveva fatto perdere la testa. Così aveva deciso di riprendersela, Simona, con la violenza, le minacce. O almeno di distruggerle la vita. “Un anno fa Simona Rocca aveva sporto denuncia per stalking e noi eravamo intervenuti immediatamente. Abbiamo convocato l’uomo, l’abbiamo interrogato per ore, gli abbiamo fatto capire che andava incontro a conseguenze serissime”, raccontano i carabinieri di Vercelli. Sembrava tutto risolto, D’Uonno per mesi era sparito (anche se a volte sul telefono di Simona ricomparivano i suoi terribili messaggi). Nessuno lo aveva più visto nella strada dove abita Simona, una via tranquilla, senza pretese: condomini color ocra, pochi passanti. Ma per D’Uonno il processo si avvicinava, l’udienza era fissata tra pochi giorni. E così il furore ha ripreso a montare.

Due settimane fa è ricomparso, con le sue urla, le minacce. Simona e la sua famiglia non ci hanno pensato un attimo: sono tornati dai carabinieri. Il magistrato ha emesso un decreto che imponeva a D’Uonno di non avvicinarsi alla donna. Era successo pochi giorni fa, ma i militari quando hanno provato a notificargli il provvedimento non lo hanno trovato. Perché l’ex guardia giurata a Vercelli ci abitava soltanto formalmente. “Lo stavamo cercando”, raccontano i carabinieri, “ma non era facile trovarlo perché si divideva tra lavori saltuari in giro per il Piemonte. Il Prefetto non gli aveva neanche più concesso il porto d’armi”.

Vagava e intanto forse rimuginava il suo piano: aspettarla davanti al negozio, tamponarla, picchiarla forse. E dare fuoco all’auto, perché la tanica di cui parlano investigatori e testimoni sarebbe la prova di un piano. Poi, appena ha visto l’auto in fiamme e Simona uscire di corsa con il corpo martoriato, Mario è scappato. Una fuga di poche ore, una manciata di chilometri. Fino alla porta della Questura di Novara: “Mi chiamo Mario D’Uonno – ha detto entrando – sono la persona che state cercando. Ho dato fuoco a una donna”.

Assolto Modesto: l’ex calciatore era accusato di usura

L’ex calciatore Francesco Modesto è stato assolto dal Tribunale di Catanzaro per non aver commesso il fatto dall’accusa di usura aggravata dalle modalità mafiose. Si conclude l’incubo dell’ex giocatore di Reggina, Genoa, Palermo, Bologna Parma e Crotone. Oggi allenatore del Rende, squadra del Cosentino che milita in Serie C, Modesto era stato arrestato nell’agosto 2016 perché sospettato di essere uno dei finanziatori dei prestiti a “strozzo” concessi dalla cosca Lanzino-Cicero di Cosenza. Era anche stato arrestato.

Il nome di Modesto, per il quale la Procura aveva chiesto 8 anni di carcere, era stato fatto ai pm dal collaboratore di giustizia Roberto Violetta Calabrese che aveva consegnato a anche il “libro mastro” dove la cosca annotava le estorsioni e i prestiti agli imprenditori costretti a interessi mensili del 30%. Lì comparivano codici e uno di questi, secondo il pentito, si riferiva a soldi “prelevati” dal conto corrente di Modesto. Troppo poco per il Tribunale che ha accolto la tesi degli avvocati Pasquale Marzocchi e Leo Sulla e ha assolto l’ex calciatore.

Dal film “Vice” un Oscar per l’Italia

Non sappiamo se “Vice, l’uomo nell’ombra” vincerà l’Oscar. Però, dopo aver visto il film sulla vita di Dick Cheney, il vicepresidente più potente d’America, vien da pensare che un Oscar lo merita la magistratura del nostro Paese.

Anche se spesso lo dimentichiamo, l’Italia è un Paese che in tema di libertà individuali, separazione dei poteri e tutela dei cittadini rispetto alla ragion di Stato, non ha nulla da invidiare ad altri Paesi più ricchi e avanzati del mondo occidentale. La consueta auto-denigrazione nazionale deve fermarsi davanti alla scena del film in cui appare Abu Omar. Quando il regista Adam McKay si dedica alle extraordinary rendition, i sequestri di persona in terra straniera compiuti nell’era di George W. Bush dalla Cia, la scena del sequestro dell’imam egiziano, avvenuto nel 2003 in pieno centro a Milano, è ricostruita fedelmente. Si vede Abu Omar che passeggia con il barbone e la tuta per le strade di Milano, poi si vedono gli uomini dei Servizi segreti che lo caricano sul furgone per infilarlo su un aereo diretto verso un Paese lontano. Come è noto Abu Omar sarà torturato dai Servizi egiziani al Cairo, rilasciato, riarrestato, finalmente liberato. La Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia a pagargli un risarcimento per quel che accadde allora anche per colpa del governo in carica, ma ciò è stato possibile grazie alla magistratura che ha avuto i mezzi e il coraggio per accertare la verità. Non è andata così in altri Paesi. Il film poi accenna alle altre rendition avvenute in Europa, ma McKay a quel punto non usa immagini, volti e nomi. Qui la scena sfuma.

L’Italia è l’unico Paese ad avere individuato i responsabili, incluso il capocentro della Cia a Milano. Il nostro Paese non ha potuto fare giustizia fino in fondo. Per ragioni di politica internazionale i governi hanno opposto il segreto di Stato. Inoltre i funzionari americani sono stati condannati ma poi graziati, sempre per ragioni di Stato, e non hanno fatto un giorno di cella. Però il nostro Paese ha garantito ai cittadini almeno la verità se non la giustizia. Il potere giudiziario italiano è riuscito a portare la Cia alla sbarra perché è realmente autonomo dall’esecutivo e dalle sue emanazioni. La Polizia e la Procura di Milano, in particolare i pm Armando Spataro e Ferdinando Pomarici, hanno fatto un gran lavoro ricostruendo minuto per minuto quel che accadde, ma hanno potuto farlo grazie al potere concesso loro dalla Costituzione. La differenza tra la nostra magistratura e quella degli altri Paesi è tutta nella sfumatura della scena.

Siete indipendenti?. Per i magistrati c’è un test europeo

Su una scala da 0 a 10, quanto si sentono indipendenti i magistrati dei Paesi europei? E in Italia è cambiata o meno la percezione delle toghe nostrane della loro autonomia dal potere politico? E pensano di essere condizionati e eventualmente in che misura dai mezzi di informazione o dei social?

Lo sapremo tra qualche mese quando verranno rivelati i risultati del nuovo sondaggio messo a punto dalla Rete europea dei Consigli di Giustizia (Encj), l’organo internazionale nato con l’obiettivo di contribuire al consolidamento dello spazio giuridico europeo nel contesto di un processo di forte accelerazione delle politiche di cooperazione giudiziaria. I magistrati, anche quelli italiani, avranno tempo fino a metà marzo per rispondere alle 21 domande. Che cercano di fotografare se e come la percezione della autonomia interna e esterna tra le toghe sia cambiata o meno negli ultimi due anni. Una questione assai delicata su cui il 7 febbraio a Palazzo dei Marescialli si terrà un incontro organizzato congiuntamente dalla Nona e dalla Quarta Commissione del Csm, in collaborazione con l’Encj e il Gruppo di Stati contro la Corruzione (Greco), e che vedrà la partecipazione dei presidenti delle Corti d’appello e dei procuratori generali.

Secondo la rilevazione precedente, sempre effettuata in sede europea, i giudici danesi avevano promosso a pieni voti il sistema giudiziario interno in termini di garanzia sull’indipendenza del loro operato. A ruota i magistrati finlandesi e irlandesi, anch’essi assai soddisfatti. E le toghe italiane? A fronte di dati non incoraggianti espressi in analoghi sondaggi sottoposti a imprese e cittadini, le toghe italiane nel 2017 avevano assegnato un voto molto elevato alla propria indipendenza: in una scala da 0 a 10, un nove pieno, un filo inferiore alla valutazione che di se stessi hanno dato i giudici inglesi e di gran lunga superiore a quella dei francesi. Ultimi in classifica i magistrati di Lettonia e Lituania, decisamente più critici: ultimi in classifica quanto a autopercezione dell’indipendenza giudiziaria.

Ma come andrà questa volta? È presto per dirlo anche se il clima tra politica e magistratura almeno su suolo italiano è tornato a farsi rovente: qualche tempo fa con uno scontro al calor bianco tra Matteo Salvini e l’ex procuratore di Torino Armando Spataro, da poco in pensione, che ha accusato il vicepremier di aver anticipato sui social network un’operazione contro la criminalità nigeriana quando era ancora in corso. E più di recente con le polemiche tutte politiche sull’iniziativa del Tribunale dei ministri di Catania che accusa il capo della Lega di sequestro di persona aggravato nella gestione dei migranti a bordo della nave Diciotti.

Il sondaggio, da compilare in forma anonima, potrebbe risentire anche queste vicende. Anche se gli indicatori che la Rete europea dei Consiglio di giustizia prende in considerazione sono più generici e hanno a che fare con l’organizzazione del sistema giudiziario che ovviamente cambia da Paese a Paese, e riguardano ad esempio il livello di coinvolgimento del potere esecutivo e del parlamento nella nomina e nella revoca dei giudici, la nomina e la revoca dei presidenti dei tribunali, le modalità di nomina degli organi di autogoverno dei magistrati, ma anche l’organizzazione delle Procure.

Le domande del sondaggio sono assai meno generiche: come quella che chiede ai magistrati se siano stati sottoposti negli ultimi due anni a “un’inopportuna pressione al fine di adottare un provvedimento, in un determinato modo”. E se vi siano state quale sia stata la frequenza di queste pressioni e da parte di chi, se ad esempio il governo, i media o il superiore dell’ufficio giudiziario. Se hanno ricevuto minacce di azione disciplinare per una decisione in merito a un procedimento, se sono stati oggetto di ricorso per responsabilità personale, ma anche se abbiano l’impressione che i procedimenti siano stati assegnati a magistrati diversi da quelli previste dalle norme o dalle procedure. E poi una sequenza di altri quesiti per capire se le promozioni negli uffici giudiziari avvengano in base a criteri di capacità. E infine una domanda a bruciapelo: “Quanto è d’accordo sul fatto che nel Paese siano state applicate/eseguite sentenze pronunciate contro gli interessi del governo?”. Un modo per chiedere se le toghe tengano in considerazione o meno gli effetti politici del loro operato.

Eni, Regeni, Egitto, etica e tangenti

L’ad dell’Eni Claudio Descalzi si concede tre pagine di intervista alla Repubblica per dire che “l’Eni è più forte nel mondo” e tacere che è più debole al Tribunale di Milano dove il numero uno è imputato nel processone per corruzione internazionale. Ma sa di essere innocente e, grazie alle domande che non arrivano, può fornire la prova ontologica della sua innocenza: “Se avessi avuto problemi di coscienza non avrei potuto lavorare con la necessaria serenità”. Da qui a dare lezioni di etica è un attimo. E Descalzi le dà al governo egiziano sul caso di Giulio Regeni: “Mi addolora molto il fatto che non ci sia chiarezza su quello che è successo”. Poi gli scappa la mano: “Ci sono i profitti, le società, gli affari, ma sopra a tutto ci sono i valori e il rispetto delle vite umane. Le priorità sono queste. Non accetto che il posizionamento all’interno di un Paese non tenga conto di questo”. Si dà però il caso che il posizionamento dell’Eni sul mega giacimento di gas egiziano non sembri proprio attribuire una priorità ai valori sui profitti. E nemmeno il posizionamento in Nigeria. Consola però scoprire che Descalzi queste brutte cose non le accetta. E soffre. Forse.

La profezia di Curone: “Racconta anche i vinti e ti diranno fascista”

È da oggi in libreria “Quel fascista di Pansa” in cui l’autore ricostruisce “le accuse, gli insulti e gli assalti” che accompagnarono la pubblicazione nel 2003 de “Il sangue dei vinti”.

La sorte mi spinse lungo una strada che tuttora percorro. Un mio amico, Gianni Zandano, in seguito diventato un grande banchiere, aveva vinto un concorso indetto dalla Provincia di Vercelli per una monografia dedicata alla Resistenza in quel territorio. Poco tempo dopo, la Provincia di Alessandria ne indisse uno uguale. Vi partecipai con una monografia incompleta, ma ricevetti lo stesso un premio. E senza averlo previsto decisi che mi sarei dedicato a studiare la storia della guerra civile. Quel lavoro incompleto divenne la base della mia tesi di laurea. Il primo docente che mi autorizzò a la vorarci fu Alessandro Galante Garrone. Poi gli subentrò Guido Quazza. Grazie a mia madre Giovanna, che mi finanziava con generosità (…) viaggiai senza problemi per raccogliere le testimonianze degli ex comandanti partigiani nella mia provincia (…). Come era fatale, la loro memoria rifiutava un racconto della Resistenza che non fosse quello patinato della retorica che a quel tempo andava di moda. Nessuno volle parlarmi di quanto era avvenuto dopo il 25 aprile. Stragi, vendette, uccisioni di innocenti? Erano soltanto favole raccontate dai superstiti fascisti della Repubblica sociale. Uno solo di loro accettò di rispondere alle mie domande sul lato oscuro della guerra civile. (…) Era Mario Silla, detto Curone, classe 1891, agricoltore e già sindaco di Tortona prima dell’avvento del fascismo e poi di nuovo dopo la fine della guerra (…). Durante la guerra civile era stato il commissario politico di una Brigata Garibaldi che combatteva sull’Appennino tortonese. (…) Quando lo incontrai, verso la metà degli anni Cinquanta, Silla aveva sessantaquattro anni, (…).

La mia prima domanda riguardava il suo particolare nome di battaglia: Curone. Mi sorrise e disse: “Voi che volete fare gli storici, dovreste studiare anche un po’ di geografia. Curone è il nome di un torrente che attraversa l’area di Tortona e ha dato il nome a una valle. Nei primi mesi di guerriglia i comandanti partigiani avevano preso i nomi dei corsi d’acqua. Gastaldi si era scelto Bisagno, Ferrando si chiamava Scrivia, io modestamente Curone”. Silla viveva con la moglie in una piccola cascina (…). Mi invitò a cenare da lui e poi a dormire lì per quella notte, per non buttare i soldi dell’albergo. Fu così che mi resi conto di un fatto sorprendente: in casa mancava l’energia elettrica, e infatti parlammo e cenammo alla luce di una lampada all’acetilene (…). Mi spiegò: “Questa è l’ultima zona di Tortona che avrà l’elettricità. L’ho deciso io quando ero sindaco. Così nessuno mi avrebbe rinfacciato una scelta a mio favore!”.

Fu il primo a parlarmi delle vendette sui fascisti sconfitti. Avvisandomi: “Lo faccio io perché sono un tipo strano. E non ho mai avuto paura della verità. Dopo la fine della guerra ne abbiamo fatte di cotte e di crude. Se un comandante non teneva a freno i suoi uomini, succedeva di tutto. Per fortuna nella mia brigata il capo era un ragazzo di ventiquattro anni, studente di Scienze, che non ha mai perso la testa”. Poi Silla mi chiese: “Nelle ricerche per la tua tesi di laurea hai parlato con qualcuno che ha combattuto per la repubblichetta di Mussolini?”. Gli risposi di no. Curone mi stupì: “Devi sentire anche loro. Senza i fascisti, noi partigiani non saremmo esistiti. Del resto, tutte le guerre si combattono in due e alla fine uno vince e l’altro perde”.

Possedeva la saggezza tranquilla dell’uomo non più giovane che era sopravvissuto a due guerre civili: una contro lo squadrismo fascista e l’altra contro l’ultimo disperato tentativo della repubblica di Mussolini di non essere spazzata via. A quel punto Silla mi regalò una profezia: “Se scolterai anche i repubblichini e trascriverai quanto ti diranno, i più faziosi o stupidi dei nostri ti daranno del voltagabbana e anche del fascista. Lasciali blaterare, fregatene delle loro sentenze. E non intimorirti se qualcuno di loro sarà diventato un capoccia del Pci. Conosco bene il mio partito. Nella illusione di comandare in Italia, ha imbarcato di tutto: roba buona, roba cattiva, roba così così. Ricordati di quello che dicono le nostre madri: male non fare, paura non avere!”.

È andata esattamente come aveva predetto Curone. E le sue parole mi hanno accompagnato negli anni del mio revisionismo.

Il M5S scarica Pasquaretta: “Tradita la nostra fiducia”

Si dice tranquilla, nonostante la giornata per niente semplice: “Non fossi nelle condizioni di serenità a portare avanti il mio mandato, non lo farei”. Dopo la mattinata in Procura, dov’è stata sentita per più di due ore da pm e carabinieri come persona informata sui fatti, la sindaca di Torino, Chiara Appendino, si è presentata al consiglio comunale dove ha riferito sull’inchiesta che ha coinvolto il suo ex portavoce Luca Pasquaretta, il giornalista 42enne indagato per peculato, turbativa d’asta e – ciò che conta di più – traffico di influenze illecite ed estorsione ai danni della sindaca. “Se parlo io, crolla tutto”, andava ripetendo nelle settimane dopo la fine del suo rapporto di lavoro. Secondo l’ipotesi della Procura, Pasquaretta pretendeva in cambio del silenzio “contratti e contatti” per un nuovo impiego (a settembre è poi diventato un collaboratore del sottosegretario all’Economia, Laura Castelli). Sul merito la sindaca non ha rivelato molto: “C’è stata la richiesta dell’autorità giudiziaria di secretare il verbale e appena potrò farlo esprimo la volontà a riferire all’aula”. Il capogruppo Pd Stefano Lo Russo ha voluto sapere di più in merito alla vicenda legata al traffico di influenze illecite, per la quale l’ex portavoce avrebbe ottenuto 8 mila euro dall’imprenditore Divier Togni per incontrare assessori e ottenere il cambio di destinazione di un terreno: “Gli assessori sono a disposizione di tutte e tutti, senza alcuna mediazione – ha detto il vicesindaco Guido Montanari –. Se qualcuno crede di aver bisogno di mediazioni per dialogare con l’amministrazione fa riferimento a costumi politici che non sono i nostri”. Nel testo dell’intervento pubblicato su Facebook da Montanari però compare la parola “faccendieri” poi eliminata. Appendino ha confermato: “Il dialogo con la città c’è da sempre con cittadine e cittadini e certamente non passa da consulenze e impegni finanziari”. A mettere distanze nette con Pasquaretta è stata la capogruppo M5S Valentina Sganga parlando di “errori di valutazione nella scelta delle persone dovuti al fatto che al momento della vittoria si sono avvicinati dei personaggi, estranei al M5S, presentandosi come professionisti (a essere generosi) che hanno tradito la nostra fiducia”. Ad aver avvicinato Pasquaretta alla sindaca era stato l’assessore al Commercio Alberto Sacco, sentito come persona informata sui fatti venerdì. Durante la campagna elettorale ha introdotto il giornalista ad Appendino e al suo braccio destro Paolo Giordana. I due si conoscevano da tempo. Pasquaretta, cronista sportivo, ex addetto stampa della fiera “Torino Erotica” ed ex collaboratore di un lussuoso albergo di incontri in precollina, aveva anche lavorato come pr per una discoteca di cui l’assessore era socio. Inoltre il fratello di Pasquaretta da praticante avvocato ha avuto un dominus che era l’avvocato Sacco.

Il Venezuela e quelli che ogni volta stavolta è diverso

“Non vi può essere né incertezza né esitazione nella scelta tra volontà popolare e richiesta di autentica democrazia da un lato e dall’altro la violenza della forza e le sofferenze della popolazione civile”. È una frase, questa del presidente Mattarella, di certo illuminata da una delle tre Grazie (ma non Grazia, né quell’altra), e però volgarmente semplicistica se applicata al Venezuela. Vero, non si applica la logica a una materia ormai riservata al tifo da stadio, ma sulla lungimiranza dell’idea non di favorire una mediazione tra le parti, ma di appoggiare invece un presidente (nominato da un Parlamento eletto nel 2015) contro un altro presidente (rieletto l’anno scorso) nell’ennesima forzatura Usa in casa d’altri (anzi “nel cortile di casa”), la metteremmo così: non può esserci incertezza tra Gheddafi e le sofferenze della popolazione; non può esserci incertezza tra Saddam e le sofferenze della popolazione; non può esserci incertezza tra Assad e le sofferenze della popolazione; non può esserci incertezza tra Allende e le sofferenze della popolazione; non può esserci incertezza tra Mossadeq e le sofferenze della popolazione; non può esserci incertezza tra Arbenz Guzmàn e le sofferenze della popolazione; non può esserci incertezza tra Aristide e le sofferenze della popolazione (ad libitum). Incredibile come per alcuni ogni volta “stavolta è diverso”. Ora (al netto dei liberali – e ce n’è – che Pinochet ha stabilizzato il Cile), c’è una domanda: è mai finita bene? Sentite anche stavolta, un’altra volta, il bisogno di pentirvi tra qualche anno?

Genitori gay: come sfatare 5 luoghi comuni

“La maternità surrogata è un abominio perché è sbagliato sfruttare le donne e vendere neonati!”. Qualcuno potrebbe forse non essere d’accordo? La domanda però è un’altra: la maternità surrogata è intrinsecamente sfruttamento di donne e commercio di neonati? Per rispondere ci vuole un po’ di tempo, per ricostruire il contesto e analizzare gli argomenti più comuni.
Da qualche anno, un fronte eterogeneo si è alleato contro un nemico comune: e chiede che la maternità surrogata sia dichiarata reato universale, non ammettendo che si possa scegliere di portare avanti la gravidanza per qualcun altro.

Il tempismo della protesta è stato piuttosto curioso. Tutto è cominciato mentre si discuteva il disegno di legge sulle unioni civili, sebbene la tecnologia renda possibile la surrogata da decenni. La Gran Bretagna l’ha regolata per la prima volta nel 1985 (Surrogacy Arrangements Act) e negli Stati Uniti il caso di “Baby M” ha segnato profondamente la percezione e le leggi al riguardo. Era il 1986.

Oggi, e siamo nel 2019, ci sono molti bambini che hanno due madri o due padri. Solo uno è anche genitore biologico e, quindi, legalmente riconosciuto, l’altro è giuridicamente evanescente: perché non c’è una risposta normativa omogenea. E allora ogni città risponde diversamente alla richiesta di trascrizione dell’atto di nascita, con l’effetto che non sono garantiti gli stessi diritti a tutti i bambini, come più volte raccontato da Il Fatto. Tra i casi più recenti, quello di Milano, dove il Comune ha rimandato la trascrizione all’anagrafe di un bambino nato da una donna che aveva portato avanti una gravidanza per una coppia di uomini. Questo nonostante la Cassazione abbia stabilito che trascrivere è nell’interesse del minore. E nonostante altri sindaci, in situazioni analoghe, abbiano trascritto.

Tra gli “oppositori” ci sono anche alcune femministe, sorprendentemente alleate con il fronte ultraconservatore. Il fronte comune è la condanna della maternità surrogata. Si invocano abusi e reati universali, e si finisce per perpetrare un’ingiustizia, si trascura l’effetto sulle vite e sui diritti di alcune famiglie e si illude di trasformare le fallacie in buoni argomenti a forza di ripeterle, come per magia.

 

Non si comprano i bambini!

Lo scambio commerciale riguarderebbe una funzione e non i nascituri. La figura più prossima a una madre surrogata è forse la balia. Ormai estinta grazie alla tecnologia, la balia allattava i figli di chi non voleva o non poteva farlo. Per tornare nel nostro secolo, potremmo pensare alle baby-sitter. In entrambi i casi, a essere immorale sarebbe la mancanza di retribuzione e non il contrario.

È sfruttamento delle donne, sempre e per tutte

È forse possibile escludere a priori che una donna possa scegliere di portare avanti la gravidanza per qualcun altro? E per evitare l’abuso – possibile, ovviamente, ma non intrinseco – lo strumento giusto ed efficace è il divieto? Magari noi non lo faremmo mai. Ma la nostra decisione non può diventare una legge universale. Nessuno vi obbliga e nessuno dovrebbe obbligarvi.

Le gravidanze surrogate non sono tutte uguali, perché non sono uguali le circostanze in cui avvengono. Anche un principio morale sul quale è facile concordare come “non uccidere” ha bisogno di ulteriori dettagli per non rimanere sospeso nel nulla. La prima condizione è l’accertamento della libera volontà della donna.

 

La madre è necessaria e volete cancellarla

Se quello che si intende è che sia necessaria le presenza della madre genetica, si dovrebbe essere disposti a rivedere molte pratiche. Cominciando dall’adozione. La genitorialità non è riducibile alla genetica e la genetica non è una condizione né necessaria né sufficiente della genitorialità. Prima di questo secolo ossessionato dal culto dell’infanzia, la maternità era un concetto molto diverso da oggi. Migliore o peggiore? Ognuno deciderà. Ma è opportuno ricordare che quello che pensiamo oggi è determinato dal contesto, e non è una legge immutabile. Esistono diverse “madri”: la proprietaria dell’ovocita, la gestante, chi cresce i figli. Sostenere che di madre ce n’è una sola e che è sempre certa è un’altra fallacia da collezione.

Credere che la presenza della madre sia condizione necessaria del benessere dei figli potrebbe spiegare un aspetto della furia contro la trascrizione: lo scandalo che suscita la maternità surrogata è spesso acuito se a farvi ricorso sono due uomini, come fosse una ennesima e incontrovertibile manifestazione di sessismo.

Eppure proprio in questi giorni Kim Kardashian e Kanye West hanno detto di aspettare il quarto figlio da una madre surrogata (è la seconda volta). Lo scorso settembre, Ayda Field e Robbie Williams hanno annunciato la nascita della terza figlia. Come loro hanno fatto ricorso alla maternità surrogata Ellen Pompeo (Meredith Grey di Grey’s Anatomy), Nicole Kidman, Sarah Jessica Parker e molti altri.

 

È contronatura

Non è sempre facile distinguere cosa è naturale e cosa non lo è, ma comunque “naturale” non significa buono e giusto. Se non vi convince la logica, potreste usare vecchi ricordi di scuola come la leopardiana natura matrigna. O ripensarci la prossima volta che una naturalissima malattia vi affliggerà.

 

La legge la vieta!

Ci sono leggi giuste e leggi sbagliate e sembra davvero superfluo dover ribadire che una legge non è garanzia di una giusta e corretta valutazione. Non funziona nemmeno nella versione “tutti vietano”. È falso, oltre a essere una fallacia induttiva. Quello che si intende spesso è: la maggior parte dei Paesi vieta. Ma è sempre sbagliata l’inferenza “e allora deve essere giusto!” in nome di quella famosa legge per cui se tutte le mosche amano la merda allora deve essere buona.

Si può discutere, dunque, solo se non si inciampa in errori e contraddizioni. I dibattiti sono dei giochi (retorici) e per partecipare bisogna conoscerne le regole.

Volete condannare qualcosa? L’onere della prova pesa sulle vostre spalle, ma l’indignazione non è una dimostrazione.

E quale sarebbe poi il fine di questo limbo giuridico? È forse utile alla causa del reato universale della surrogata? È una vendetta? Un monito?

Ci sono molti bambini che hanno due madri o due padri. Ce ne fosse anche uno, non sarebbe una buona ragione per trattarlo diversamente.

Mail Box

 

Conti correnti a confronto, anche l’Abi è in attesa del Mef

Con riferimento all’articolo di Patrizia De Rubertis in tema di conti correnti pubblicato il 4 febbraio, confermiamo che la Direttiva europea sui conti di pagamento prevede nuove regole per i siti internet di confronto. Come indicato nel sito www.comparaconti.it, le nuove regole “devono ancora essere completate attraverso l’emanazione di specifiche disposizioni e decreti di attuazione”. In particolare, come previsto nell’aprile 2017 dalla legge di recepimento della direttiva, si tratta di un decreto del ministero dell’Economia e di disposizioni della Banca d’Italia, che non sono stati ancora emanati. L’Abi è una associazione privata tra banche e intermediari finanziari, pertanto non può emanare disposizioni e decreti attuativi di norme. Sulla stessa materia è altresì intervenuta anche la legge sulla concorrenza del 4 agosto 2017, riconfermando la necessità del decreto del ministero dell’Economi. La bozza di tale decreto è stata posta in consultazione pubblica con termine 27 giugno 2018. L’Abi ha fornito osservazioni a riguardo, segnalando, tra l’altro, che nei principali Paesi europei – date le caratteristiche richieste dalla Direttiva – i siti di confronto dei conti correnti vedono il coinvolgimento di Autorità pubbliche o di organismi pubblici indipendenti.

Gianfranco Torriero, vice direttore generale Abi

 

 

La grammatica si aggiorna, ma secondo quali criteri?

Interessanti e del tutto condivisibili gli interventi sul tema della lingua come processo in continuo divenire. Ma con quale metodo si prende atto del fatto che regole grammaticali, sintattiche e semantiche siano variate o che nuove parole entrino a far parte del dizionario? Ho ottant’anni, ma non ho mai sentito qualcuno dire “siedi il bambino”. Forse solo in espressioni dialettali, in periodi di elevato analfabetismo (quello del primo dopo guerra). Ma affinché una espressione dialettale o un neologismo influenzino regole e dizionario penso che debbano diventare di uso comune per un lungo periodo di tempo e molto diffusi fra la popolazione.

Nello Bottalico

 

DIRITTO DI REPLICA

A proposito dell’articolo di Stefano Feltri “Ceta, troppe paure senza fondamento”, vorrei precisare che l’avvocato generale della Corte europea di Giustizia ha espresso il suo parere sul ricorso del governo belga rispetto al trattato tra Europa e Canada. Non è un “via libera”, ma una valutazione intermedia sulla compatibilità della clausola arbitrale contenuta nel Ceta e i trattati fondativi dell’Unione.

Esprimendo il suo parere, che non vincola la sentenza finale attesa per la tarda primavera, ha affermato che gli arbitrati internazionali sugli investimenti non mettono in discussione il diritto degli Stati, e della stessa Unione, di fare leggi e regolamenti.

Non è una novità, né una sorpresa. Il dibattito nel mondo dell’accademia sottolinea come a rischio non ci sia il “right to regulate”, ma la “ability to regulate”, cioè la sovranità e libertà dei governi di intervenire e regolare, che rischiano di ridursi di fronte alla sola minaccia di sanzioni e arbitrati, come dimostra anche la recente cronaca italiana.

Il problema non sta tanto nella presunta gerarchia tra istituzioni al centro dell’opinione dell’Avvocato generale della Corte, ma nei criteri e negli standard utilizzati come riferimento per la tutela dell’investitore, che ha un canale privilegiato e molto più veloce per far valere le proprie prerogative, evitando le corti e i tribunali ordinari, al contrario dei semplici cittadini (a cominciare dai lavoratori stessi dell’impresa) che hanno solo le affollate corti nazionali e internazionali come possibile sbocco per potersi tutelare.

Alberto Zoratti, campagna Stop TTIP/CETA Italia

 

È più che legittimo porsi la questione di come regolare le dispute tra investitori e Stati firmatari dei trattati. Ma è altrettanto legittimo che chi investe secondo certi accordi internazionali pretenda di avere una Corte terza a cui appellarsi in caso di violazioni da parte di uno Stato membro.

La Commissione europea, anche grazie alla pressione (talvolta fondata, talvolta pretestuosa) della società civile e delle ong ha introdotto del Ceta un sistema molto migliorativo rispetto ai tradizionali Isds. Ma questo non basta, ai vari gruppi Stop Ttip/Ceta perché, come si evince anche da questa lettera (un po’ tagliata perché più lunga dell’articolo che commentava), loro contestano il principio che ci possa essere una protezione degli investitori. E quindi che ci possano essere trattati commerciali che favoriscono gli investimenti.

Ste. Fel.