Cultura? La laurea o il Nobel hanno valore, ma sarebbe più utile occuparsi della scuola

 

Non avendo letto Nietzsche, se non molto superficialmente, fatico a capire il nichilismo dei tempi moderni. Per me certi traguardi nella vita sono tuttora importanti. Ancora adesso penso che il premio Nobel abbia un valore e anche la laurea. Non è perché non ho raggiunto certi traguardi che penso che non valgano nulla. Insomma, secondo me, abbiamo il dovere di impedire che tutto diventi uguale, o forse ci vogliono dire che la cultura non conta e al governo ci possono andare tutti. Ma allora dobbiamo abbandonare la democrazia e il suffragio universale? Non so, nel frattempo vado a leggermi Nietzsche.

Altroché, gentile lettore, abbiamo il dovere di scongiurare che ci si livelli tutti nel tutto uguale. Socrate non sarebbe stato favorevole al suffragio universale. Ed è stato condannato a morte da uno Stato democratico (fermo restando che sulla democrazia le parole definitive le ha scolpite Aristofane). Il nichilismo di Nietzsche può essere grossolanamente sintetizzato nell’esatto contrario, ovvero “Diventa ciò che sei”, un imperativo non proprio passivo. Perdoni queste mie note da trombone, rispondo subito alla sua lettera: alcuni Nobel sono più discutibili di altri, molti geni dell’umanità non hanno ricevuto premi e gratificazioni, lo stesso Nietzsche ha trascorso nella follia gli ultimi anni e le sue opere sono state apprezzate dopo la sua morte. Ci sono un infinito numero di laureati ignoranti ma anche molte eccellenze che, con la laurea meritata dopo studi severi e rigorosi, trovano collocazioni coerenti alla loro preparazione. E ci sono, ahimè, giovani laureati che devono tristemente accontentarsi – nella migliore delle ipotesi – di lavori non qualificanti, nella peggiore, della disoccupazione.

Lettera Firmata

 

Di certo il governo gialloverde ha al suo interno una varia umanità non sempre all’altezza delle mansioni che svolge. S’inciampa nell’inesperienza e talvolta nella colpevole impreparazione, ma i competenti, quelli di prima onusti di Erasmus e di riconoscimenti accademici, non hanno pensato di mettere mano a un grandissimo danno rimasto addosso a tutti noi: ed è l’assoluto disinteresse epocale verso la scuola della classe politica nella sua interezza. L’ultima riforma dell’Esame di Stato varato in corso d’opera, infatti, non fa ben sperare. La situazione in cui versa la scuola italiana non riguarda l’agenda della politica dai tempi di un collega di Socrate, accuratamente ammazzato anche lui, e questo la dice lunga sulla assenza di consapevolezza e lungimiranza che da tempo caratterizza i vari governi di qualunque colore che si sono succeduti. Una scuola da svecchiare nel metodo, da difendere nei contenuti, da snellire nella burocrazia preparerebbe i meritevoli a fare della politica un servizio e una vocazione e non un treno da prendere al volo per come, ahinoi, è diventata. Ma sono, questi, mali per i quali non si vede all’orizzonte alcun medico competente né una seria terapia.

Ps: Se nel frattempo avrà già letto qualche libro di Nietzsche la pregherei di prendere nota di un collega di Zarathustra altrettanto meritevole: “Così parlò Bellavista” di De Crescenzo, anche questo “per tutti e per nessuno”.

Piet. Butt.

Landini, l’esordio diversamente convincente in Cgil

Maurizio Landini è un bravo sindacalista e una brava persona. Da sempre amico di questo giornale, avrebbe potuto essere il leader di quella sinistra radicale che ormai esiste giusto sui social. Era il tempo in cui Renzi, nel pieno del suo potere delirante e patetico, stava distruggendo con goffo agio quel che restava del riformismo, protetto dagli stessi giornalisti “de sinistra” che oggi giocano ai rivoluzionari e ieri marcavano visita.

Dopo un’iniziale apertura a Renzi di cui si è pentito subito, Landini ripartì col suo menu preferito: dar battaglia con la Fiom e incazzarsi in tivù, armato di maglietta della salute e capelli alla Fantaghirò. Santoro lo adorava, Crozza lo elevò a nemesi di Marchionne. Alla fine Landini “non è sceso in campo”, ma solo perché è nato sindacalista e vuol troppo bene a se stesso per reinventarsi leader di partito. Per un po’ è uscito dai radar, quindi è diventato leader della Cgil. È succeduto alla Camusso, la cui gestione si è caratterizzata per non avere fatto nulla o per avere fatto danni. Un trionfo. Le colpe dei sindacati, negli ultimi decenni, sono infinite. Landini non potrà far peggio della Camusso: in bocca al lupo. Eppure, proprio per le speranze che alimentava e alimenta, il suo esordio è parso – a voler essere buoni – diversamente convincente. Per una serie di motivi.

Anzitutto per un’inquietante friabilità grammaticale, figlia di incertezza lessicale (non credo) o legata piuttosto al desiderio di parlare come la “gggente”. Da Formigli ha grandinato “vadi” fantozziani, mentre nel discorso di insediamento si è inventato un orripilante “in quel paese qui”. Nanni Moretti, quando fingeva ancora di combattere, ricordava che “chi parla male pensa male”: non è il caso di Landini, ma tra la Crusca e il gergo ad minchiam c’è forse una via di mezzo.

Landini ha poi promesso una bella manifestazione contro il governo il 9 febbraio. Bene, benissimo: nessuno sconto al potere. Negli ultimi anni i lavoratori, con sindacati così, si son sentiti davvero in una botte di ferro: chiodata, però. Giusto, quindi, manifestare contro il governo. Solo che, all’interno di dissesti destinati a crescere, il Salvimaio sta mostrando il suo lato meno indigesto proprio sul fronte del lavoro. Perlomeno se lo si guarda da sinistra. Infatti reddito di cittadinanza, dl Dignità e turnazione dei negozi chiusi la domenica sono odiati dalla destra. La Meloni parla addirittura di un M5S uguale al peggiore Pci di Berlinguer, mentre Fassina esulta. Pure Landini sembrava gradire. Ora però sembra di diverso avviso.

Che succede, Maurizio? Il Salvimaio va preso a pallettoni su tante cose: sul fronte del lavoro, però, in confronto all’amatissimo (dalla Cgil) Pd pare quasi Trotzkij. Tra tutte le battaglie (“non pregiudiziali”) possibili, Landini vuol bombardare l’esecutivo proprio sul reddito di cittadinanza? Che curiosa strategia. È suonato oltremodo sgradevole anche l’attacco classista a “Salvini e Di Maio che non hanno mai lavorato”. Sono frasi che può dire un Marattin qualsiasi ma non Landini, che sa benissimo quanta dignità – e fatica – alberghino in quei milioni di ragazzi che fanno i camerieri o i “bibitari” per barcamenarsi. Imperdonabile pure il voltafaccia sul Tav, che ieri a Landini (giustamente) faceva schifo mentre adesso tutto sommato va bene. Che succede, Maurizio? La strada della sinistra italiana è lastricata di disincanti e disillusioni. Sei forse l’unico che può ridare dignità alla Cgil: non deludere anche tu, altrimenti l’unica cosa che a molti resterà da fare sarà solo quella di andare affanculo. E senza passare dal via.

Romolo e Remo diventano re di Bollywood

Il primo vero Re è Remo, Romolo ne eredita il regno. Tante sono le possibilità di lettura de Il Primo Re, il film di Matteo Rovere con Alessandro Borghi e Alessio Lapice, ma nell’Italia dei Remolo & Romolo dell’indistinta apnea dei Sette Nani tutti ignoranti questa pellicola informa in tema di origine e – in ragione del meritato successo – dà forma alla possibilità di alzare il tiro: fare una Bollywood nel Mediterraneo.

Come con Giovanni Paolo II che a fine proiezione di The Passion di Mel Gibson – il film sul martirio di Gesù – poté dire: “Racconta la Passione di Cristo per com’è veramente accaduta”, con tutte le conseguenze politiche e teologiche, così oggi con questo Re, con Roma che – va ricordato – preesiste al cristianesimo, ci si restituisce alla fonte del sacro.

La tragedia di due gemelli reciprocamente saldi nell’Orma Amor di Roma, costretti al fratricidio per l’imperscrutabile volere del Divino, perpetua la luce di Troia, la città di Enea, ed è il nostro Bhagavad-Gita se vale un tanto quanto tra il deposito classico greco-romano e il lascito millenario indiano tutto di commercio, industria e pop.

Quel tributo di sangue sul limitare del Tevere – ancora prima di ciò che i cristiani riconoscono nella Croce – è raccontato da Rovere per com’è veramente accaduto nell’irruzione dell’Eterno nella storia. E non è una fola da liceo, infatti, quella dei due orfani allevati dalla Lupa, bensì il respiro a noi più prossimo, il canto rammemorante per tramite di fotogramma senza più i peplum, senza i gladio di latta dei finti centurioni, e con una Roma giammai romanesca, inedita e vera.

Non c’è nulla in questo film che, con rispetto parlando, faccia pensare a Francesco Totti, ad Alberto Sordi e tantomeno a Ridley Scott. Non c’è niente di già visto ed è un Romulus perfetto questo dell’orfano che ubbidisce agli Dei nel farsi assassino per come se l’immaginano al mondo: un archetipo irresistibile in soldoni e non certo in erudizione.

Tra i tanti piani di lettura del film che strappa applausi spontanei al pubblico che magari nulla sa del fuoco di Vesta ce n’è dunque uno, inaspettato, quello del suo esito commerciale. L’eleganza della fotografia – tutta la malia di Daniele Ciprì – la scenografia sfacciatamente anti-pittoresca e la recitazione degli attori (degna della migliore scuola, quella dell’Inda, ovvero l’Istituto nazionale del dramma antico di Siracusa, ben viva nella ipnotica presenza di Tania Garibba, nel ruolo della vestale, o di Vincenzo Pirrotta) gettano le premesse di un filone che non è un genere ma un preciso progetto industriale: una Bollywood da realizzare in Italia, un centro di produzione che sia tale e quale a quello di Mumbai, una fabbrica di mobilitazione creativa inesauribile dell’audiovisivo che attinga, prima che la scuola italiana ne faccia noia, alle risorse tutte trasfigurate nell’immaginario.

Una strada oltretutto spianata nella solidità fattuale di una geografia – è solo qui, non altrove – dove ambientare quella parola viva che oggi cerca set, casting e scrittura quando perfino molte produzioni italiane vanno ad adattarsi nel Maghreb, un pochino nei Balcani e poi ancora nelle foreste d’Europa. Non era una scena vichinga, per come segnalava ieri Repubblica, quella de Il Primo Re. Era propriamente Farfa, era Viterbo, era un Lazio come solo il numinoso sa rappresentare ed è la ghiotta unicità di un genius loci. Non a caso si chiama “industria cinematografica”, ed è l’unica possibile Fiat. È l’unico reddito derivato dalla cittadinanza – per sceneggiatori, attrezzisti, tecnici per così mettere a frutto – nel solco di una scuola pubblica qual è l’Inda, una macchina teatrale sbanca botteghino – quel vantaggio ereditato dal passato che ci procura il futuro. È industria di Stato. “Ed è quello che la Rai, per esempio”, mi dice Giancarlo Cancelleri, leader del M5S a Palermo, “proprio qui, in Sicilia, può già fare”.

De Laurentiis: calcio, business e idiozie

“Squadre come il Frosinone non dovrebbero giocare in Serie A perché non attirano fan, né interessi, né emittenti nel campionato. La promozione e la retrocessione sono la più grande idiozia nel calcio”. Also sprach Aurelio De Laurentiis, produttore cinematografico e patron del Napoli, una squadra che ha nove stranieri su undici, battuta solo dall’Inter (10 su 11) con un solo giocatore italiano, il terzino destro D’Ambrosio, ex Toro. Quella di De Laurentiis mi sembra una dichiarazione d’un razzismo sociale ributtante. Secondo costui solo le città grandi e ricche avrebbero il diritto a giocare in Serie A.

Nel primo dopoguerra, quando il calcio non era ancora diventato un fenomeno prettamente economico e televisivo (le due cose sono strettamente legate), e conservava i valori identitari, simbolici, rituali che per più d’un secolo hanno fatto la fortuna di questo gioco, la Pro Vercelli vinse sette scudetti, il Casale uno e uno la Novese di Novi Ligure. Nel secondo dopoguerra, la Pro Patria di Busto Arsizio ha militato per parecchi anni in A, il Lecco c’è rimasto un anno e tuttora il Sassuolo, che non ha nemmeno un proprio campo, è in Serie A e ha offerto, in alcuni anni, un ottimo calcio così come il Chievo che è la squadra di un quartiere di Verona (certo che se poi ogni anno le cosiddette “grandi” gli portano via i migliori giocatori è difficile mantenersi a certi livelli).

L’ottimo De Laurentiis più che al calcio dovrebbe darsi all’ippica, se esistesse ancora, perché, come gli ha fatto notare il presidente del Frosinone, giustamente piccato, pur avendo una squadra zeppa di talenti pagati milioni di euro, dal 2007 non ha ancora vinto nulla di significativo. E dovrebbe sapere che per molte tifoserie lottare per non retrocedere è più emozionante che vivacchiare a metà classifica con la sola ambizione, oltretutto piuttosto chimerica, di inserirsi in quella comica competizione che è l’Europa League, altra invenzione, con le “terze” che scendono dalla Champions e il sistema a gironi, per fare business, ancora business e sempre più business.

Pietrificare la serie maggiore di uno sport con le squadre che possono garantire più pubblico e quindi maggiori introiti, senza promozioni e retrocessioni, è tipico della cultura yankee costantemente orientata al business. Così van le cose per esempio nel loro basket che io guardo all’una di notte per conciliarmi il sonno perché è troppo tecnico e non si dà che una grande squadra possa perdere da una inferiore – che è poi quello che vorrebbe De Laurentiis – mentre la cosa meravigliosa e magica del calcio è che anche una “piccola” può sempre battere una “grande” o metterla in seria difficoltà come è avvenuto sabato scorso dove la Super Juve, in casa, ha strappato un sofferto pareggio (3 a 3) col Parma, dodicesimo in classifica.

Noi siamo europei, non americani e dovremmo cercare di conservare la nostra cultura almeno negli sport. Gli inglesi, che sebbene fuori dalla Ue sono pur sempre europei, lo fanno: Wimbledon, il più importante torneo del Grande Slam, si gioca ancora sull’erba, non sul cemento, non sul sintetico, e tennisti e tenniste devono essere rigorosamente vestiti di bianco.

La “grande idiozia” non è nel meccanismo delle promozioni e delle retrocessioni, la “grande idiozia” è proprio la proposta di Aurelio De Laurentiis. La Serie A si alimenta dalle squadre delle categorie inferiori, dalle quali acquista i giocatori che ritiene migliori. Se i tifosi del Frosinone o del Lecce o del Benevento o del Cittadella, solo per fare i primi nomi che ci vengono in mente, sanno già che non potranno mai ambire, nemmeno in teoria, alla Serie A, finiranno per perdere passione e interesse per il calcio, sia quello da stadio che quello in tv. La Serie A si troverà così come sospesa nell’aria e nel vuoto e cadrà a vite con l’intero sistema. E la “gallina dalle uova d’oro”, spremuta in tutti i modi, verrà alla fine uccisa dagli inesausti adoratori del denaro.

Sfida aperta in Israele Benny Gantz, il generale che assedia “Re” Bibi

Jeans portati con disinvoltura, la camicia aperta sotto la giacca, con la sua faccia rassicurante si affaccia sui telegiornali, nelle interviste online. Lo sguardo penetrante ma sereno sembra voler dire a tutti gli israeliani: “Rilassatevi, adesso ci sono qui io”. Nell’affollata arena politica israeliana dominata finora dalla personalità del premier Benjamin Netanyahu, l’ex generale Benny Gantz – l’ultimo dei novizi della politica – vola nei sondaggi. Con il suo partito “Resilienza per Israele” – la forza e la resistenza – guadagna terreno ogni giorno su Netanyahu e ormai nel gradimento come leader lo ha raggiunto al 36% dei consensi.

Sarà lui l’avversario da battere e il nervosismo a Balfour Street, la residenza ufficiale del primo ministro, è già assai palpabile. Sessanta anni ben portati, ex attaché militare negli Usa, Gantz è stato Chief of Staff dal febbraio 2011 al febbraio 2015 con in mezzo due guerre con Hamas nella Striscia di Gaza. Di carattere schivo, ha resistito a lungo alle lusinghe della destra, poi infine ha scelto la sua strada, fondando un suo partito e sfidando direttamente Bibi.

Per la prima volta in un decennio, l’opposizione a Netanyahu ha qualcuno con autorità ed esperienza militare, cosa che finora ha dato al premier un decisivo vantaggio sui suoi sfidanti. In molti vaticinano la fine “dell’era Netanyahu”, la cui longevità alla guida del Paese ha superato per tempo quella di David Ben Gurion, il padre dello Stato di Israele. Ma “King Bibi” è un perfetto animale politico, in grado di rovesciare le sorti della sfida come fece nel voto del 2015 quando con il Likud nell’ultime due settimane riuscì a recuperare 10 punti percentuali sull’Unione Sionista – l’alleanza fra laburisti e centristi di Tzipi Livni – e vincere ancora una volta.

Certo oggi l’uomo che la metà di Israele ha amato e l’altra metà ha amato odiare, è appesantito da 4 inchieste che lo vedono colpevole di corruzione, frode, truffa, tangenti, scambio di favori. Lui si difende come un leone – “è un vasto complotto contro di me” – ma su due casi l’istruttoria è pronta e il Procuratore generale Avichai Medelblit deve solo decidere quando mandarlo sotto processo, se prima o dopo il voto del 9 aprile. I partigiani di Bibi sono ancora molti e lui ha ancora in pugno il partito, il Likud, che è accreditato più o meno degli stessi seggi (30) che occupa attualmente alla Knesset (120 seggi). Ma non basta. La nuova alleanza che si è formata tra il partito di Benny Gantz e Yesh Atid – il partito centrista guidato dall’ex telegiornalista Yair Lapid – è accreditata di prendere 35 seggi e cresce ancora nei consensi. Sulla collocazione nel centrodestra di “Resilienza” non si discute ma l’apparizione e il successo di Gantz ha spazzato via le aspettative di altri leader di partito – come Lapid o Avi Gabbay del Labour – che rivendicavano la guida del campo anti-Netanyahu.

Non è solo l’esperienza militare e diplomatica che Gantz ha, ma è anche la sua capacità di andare dritto al problema; come le critiche mordaci al primo ministro, allo stile della sua famiglia, alla sua corte e i suoi amici miliardari o alla sua alleanza con i partiti religiosi. Nessun altro finora era riuscito ad affinare un messaggio del genere. E anche nel suo primo discorso pubblico a Tel Aviv non ha mancato certo di franchezza. “Netanyahu non è un re, il suo governo semina divisione e provoca incitamento”, e ancora “un primo ministro non può guidare il Paese quando è sotto gravi accuse e pronto per andare sotto processo”. Difendere Israele da ogni minaccia interna e esterna è il suo mantra. Ha anche parlato del fronte di Gaza, dicendo che permetterebbe “il passaggio degli aiuti umanitari ai residenti della Striscia” e sostenere “uno sviluppo economico ma certo non il passaggio con valigie piene di dollari come avviene ora”.

Al fianco di Benny Gantz è comparsa una figura chiave come quella Moshe Yaalon. Un altro ex soldato, generale, capo di stato maggiore e infine anche ministro della Difesa. Il suo giovane movimento – Telem – si è fuso con “Resilienza”. Due Gatekepeer, altri due guardiani di Israele, che si inseriscono nel solco tracciato da Moshe Dayan, Yitzhak Rabin, Ehud Barak e Ariel Sharon. Ma la nostalgia non è sufficiente per vincere le elezioni, anche se i primi risultati appaiono promettenti. Per battere Netanyahu, Gantz in questi due mesi prima del voto dovrà fare un corso accelerato in politica. Dovrà schierare una squadra con nomi noti. Per evitare che il suo partito “Resilienza” possa sembrare un ramo dello Tzevet – l’associazione degli ufficiali dell’Idf in pensione – dopo essersi alleato con i centristi di Yesh Atid, dovrà cercare di imbarcare il Labour e forse anche il partito Kulanu di Moshe Kahlon. Dovrà includere nelle sue liste elettorali donne, giovani e mizrahim – gli ebrei provenienti dal mondo arabo. L’obiettivo supremo e principale è sostituire Netanyahu e se la tendenza continua, e Gantz non commette errori lungo la strada, anche gli elettori di centrosinistra possono votare strategicamente per lui il prossimo 9 aprile e mettere così fine al lungo regno di “King Bibi”.

Caso Benalla, Mediapart pubblica alcune conversazioni e finisce sotto inchiesta

Il magazine Mediapart ha denunciato un tentativo di perquisizione da parte dei magistrati dopo aver pubblicato, il 31 gennaio, alcune registrazioni dell’ex consigliere dell’Eliseo per la sicurezza, Alexandre Benalla, in cui quest’ultimo si vanta con Vincent Crase, ex gendarme anche lui al servizio dell’Eliseo, del sostegno del presidente della Repubblica, Emmanuel Macron. Benalla è sotto inchiesta per aver picchiato alcuni manifestanti l’1 maggio scorso vestendo, non autorizzato, insegne della polizia. I redattori di Mediapart hanno raccontato che “due procuratori, accompagnati da 3 poliziotti, si sono presentati nella redazione per perquisirla, questa mattina alle 11:10”. I giornalisti si sono rifiutati di sottoporsi alla perquisizione, per evitare di “violare il segreto delle fonti”. Mediapart definisce “inedita” sul sito online e “particolarmente grave” l’iniziativa della magistratura. La Procura ha aperto un’inchiesta per “violazione della privacy” e per appurare le modalità con cui la telefonata fra Benalla e Crase è stata intercettata.

Il Papa “abbraccia” l’Islam come fratello ma sta zitto sui diritti umani calpestati

Papa Francesco affronta la sua missione negli Emirati Arabi Uniti come “un credente che ha sete di pace”. Ma Francesco è pure un uomo assetato di libertà, di uguaglianza, di rispetto dei diritti: tutti beni rari nella penisola arabica, che foraggia e combatte la guerra nello Yemen, per la quale il papa spende appelli inascoltati; e dove il rispetto dei diritti dell’uomo, l’uguaglianza tra uomini e donne e la libertà d’espressione sono valori spesso sacrificati ad altre priorità. Così, la visita del pontefice ad Abu Dhabi appare difficilmente comprensibile a chi la legge come legittimazione e avallo di un regime e di un sistema che, al di là delle apparenze, limitano, quando non combattono, la libertà di religione. Evidentemente per Francesco il dialogo fra le fedi ha un’importanza che va oltre le riserve che gravano su questo suo viaggio davvero storico, perché è la prima volta che un papa calpesta il suolo che fu la culla dell’Islam e che ne custodisce le memorie più sacre.

Al papa che parla molto di pace, il Washington Post ricorda che potrebbe forse evocare il caso del giornalista e oppositore del regime saudita Jamal Khashoggi, trucidato con la connivenza, se non dietro ordine, della Casa reale. E Amnesty International, Human Right Watch e varie altre organizzazioni che si battono per i diritti umani invitano il pontefice a sollevare la questione. Ma, su questo, Francesco, qui, tace: forse, la diplomazia vaticana ha accettato qualche paletto, nell’organizzare la visita.

Dall’inizio del suo pontificato, il papa s’è recato in diversi Paesi a maggioranza musulmana, l’Egitto, la Turchia, l’Azerbaigian, il Bangladesh: in quell’occasione, visitò pure la Birmania e fu molto discreto sulla persecuzione dei Rohingya. A marzo, sarà in Marocco. La visita negli Emirati è proprio è una tappa del dialogo con l’Islam di Francesco: “Vado come fratello, per scrivere insieme una pagina di dialogo”, scrive sul suo account twitter @pontifex: l’occasione è l’ottavo centenario dell’incontro tra San Francesco d’Assisi e il sultano al Malik al-Kamil.

E il papa vede un segno della benedizione divina sul suo viaggio nella pioggia caduta sugli Emirati poco prima del suo arrivo. All’Angelus di domenica, prima di partire per la capitale degli Emirati, dov’era poi giunto a sera, Francesco aveva invitato i belligeranti nello Yemen, i ‘lealisti’ sunniti appoggiati da sauditi ed emiratini e i ribelli huthi sciiti, a rispettare gli accordi che debbono permettere la distribuzione degli aiuti umanitari internazionali dal porto di Hodeida. E di Yemen, oltre che di Siria, Iraq e Libia, il papa ha ancora parlato ieri, davanti a 700 leader delle fedi del Mondo, prima di firmare un’intesa con l’imam della moschea di al-Azhar, la maggiore autorità teologica dell’Islam: “Non c’è libertà senza libertà di religione… Noi siamo fratelli… Non esiste violenza che possa essere giustificata in nome di Dio… La fede deve smilitarizzare il cuore dell’uomo”.

Ieri, la giornata è iniziata con l’omaggio a Cesare, con la visita a palazzo alla famiglia regnante, ed è poi vissuta sui momenti di dialogo. L’‘incontro interreligioso sulla Fratellanza umana’, davanti al Consiglio musulmano degli Anziani, è durato circa 30 minuti, in un clima cordiale e fraterno. Tutte le parti hanno sottolineato l’importanza della cultura dell’incontro per rafforzare l’impegno per il dialogo e la pace. Con l’imam di Al-Azhar, Francesco ha quindi visitato la Grande Moschea dello sceicco Zayed, una delle più grandi dell’Islam, e ha sostato sulla tomba del fondatore degli Emirati Arabi Uniti.

Le autorità dell’Emirato cercano di proiettare l’immagine di un Paese aperto e tollerante: i circa un milione di cattolici, per la maggior parte lavoratori asiatici, possono praticare la loro religione in otto chiese. E oggi 130 mila di essi sono attesi alla messa papale, presentata come la più grande adunata di folla che il Paese (quattro milioni di abitanti su una superficie che è un quarto di quella italiana) abbia mai conosciuto. Ma gli Emirati hanno sempre praticato ‘tolleranza zero’ nei confronti di qualsiasi dissidente, in particolare contro gli adepti dell’Islam politico incarnato dai Fratelli musulmani. Papa Francesco non lo ignora di sicuro, ma tace: la pace, che non c’è, e il dialogo valgono il silenzio papale sui diritti umani?

Petrolio & prestiti. Putin perde partner e tanti miliardi

Il Cremlino promette che continuerà a fare “tutto il necessario per sostenere Nicolás Maduro come presidente legittimo del Venezuela”. Ma non si tratta di un atteggiamento fraterno in nome dell’ideologia socialista. Anche perché il presidente russo Vladimir Putin da quando è al potere ha sempre enfatizzato di non essere comunista.

In realtà Mosca ha protetto prima Hugo Chavez quindi il suo delfino, Maduro, per interesse: finanziario e geopolitico. La Russia è diventata infatti un alleato chiave del Venezuela solo dall’ascesa del bolivarista Chavez, colui che tentò e in parte riuscì, grazie anche all’aiuto commerciale cinese, a sottrarre il Paese dalla sfera di influenza dei vicini Stati Uniti. È l’interesse di carattere finanziario che però spinge Mosca a fare di tutto per prolungare il regime di Maduro. Avendo ampliato negli ultimi anni la cooperazione con Caracas attraverso la vendita di armi, concedendo prestiti agevolati e persino inviando lo scorso dicembre due bombardieri per dimostrare al mondo il proprio fermo sostegno al regime di Caracas, il Cremlino teme che l’uscita di scena di Maduro possa tradursi in una débâcle finanziaria.

Mosca teme di non riuscire a ripianare l’esposizione, la cui portata rimane un segreto per pochi dell’entourage di Putin anche se gli analisti parlano di 17 miliardi di dollari in gran parte destinati al governo. “Quando abbiamo inviato i carichi di armi a Caracas, nessuno pensava di riscuotere il debito. L’obiettivo era l’accesso ai pozzi petroliferi e alla produzione energetica”, sostiene l’economista del Carnegie Centre, Andrei Movchan.

La società petrolifera statale russa Rosneft da tempo ha partecipazioni in diversi progetti sul suolo venezuelano e ha concesso prestiti significativi al colosso petrolifero del Paese, Pdvsa. “Il Venezuela è da tempo in pessime condizioni economiche, quindi è stato facile concordare i termini degli accordi e dei prestiti”, prosegue Movchan. Un altro analista, Mikhail Krutikin, ha detto al giornale Kommersant che “il Venezuela si è trasformato in un buco nero per la Russia e ha ingoiato miliardi di dollari senza un vero ritorno. Le autorità russe hanno dimostrato totale incompetenza e sperperato tantissimo denaro pubblico”. E il Cremlino non sembra avere una exit strategy. “È una situazione molto difficile”, dice Andrei Kortunov, un altro analista, che aggiungere: “Sapevamo che la gestione di Maduro non poteva reggere, quindi mi chiedo quale sia la strategia di chi ha investito lì, perché io non lo vedo”.

Pochi giorni fa, l’unico giornale indipendente rimasto in Russia, Novaya Gazeta, ha denunciato che Mosca ha venduto a Dubai parte delle riserve auree del Venezuela che si trovavano nei depositi della Banca centrale russa. Il ricavato è stato un miliardo poi trasportato a Caracas con un Boeing russo. Il sostegno a Maduro è anche alimentato dalla paura di sollevazioni popolari. “Politiche sociali impopolari, una popolazione povera e una crisi economica, in un contesto di lotta contro il mondo intero e politici corrotti. Indovina a quale Paese si riferisce?”, si domanda Novaya Gazeta.

Maduro: Salvini e Mattarella in sintonia contro Di Battista

L’Unione europea decide di passare il Rubicone e riconosce l’oppositore venezuelano Juan Guaidó proclamato presidente dall’Assemblea Naciònal di Caracas. Una presa di posizione non unanime, che si lascia dietro l’Italia e provoca, nel nostro Paese, un nuovo conflitto politico e istituzionale. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è infatti schierato contro la “neutralità” del governo italiano invitandolo ad adottare “una linea condivisa con tutti gli alleati e i partner europei”: “Non ci può essere incertezza né esitazione – ha affermato il capo dello Stato – tra la volontà popolare e la richiesta di autentica democrazia da un lato, e dall’altro la violenza della forza”.

L’iniziativa di Mattarella non stupisce, il capo dello Stato si colloca nel solco delle alleanze europee e in perfetta continuità con la politica estera italiana chiedendo al governo di stare insieme a Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna, Portogallo, Svezia, Danimarca che ieri si sono pronunciati per la presidenza Guaidó. L’Unione europea sarebbe intervenuta anche con una posizione unitaria presa a livello dei 28 ministri degli Esteri se proprio dall’Italia, ma anche da Ungheria e Grecia, non fossero venute delle riserve orientate a evitare una “ingerenza” negli affari venezuelani.

Lo scontro politico. Qui si colloca lo scontro politico interno all’Italia. Matteo Salvini, infatti, ha deciso di inserire anche questo dossier tra i tanti che lo vedono in conflitto con l’alleato di governo: “Sul Venezuela non stiamo facendo una bella figura”, ha detto il leader della Lega. “Finito il mandato di Maduro, dittatore rosso, entra in carica il presidente della Camera, Guaidó”, ha tagliato corto il vicepremier che ha anche incontrato la comunità venezuelana in Italia.

Un inedito asse con l’Unione europea e con Mattarella, per Salvini, contro il suo principale alleato. O forse, più che contro tutto il M5S, Salvini punta il dito contro l’ala più intransigente dei pentastellati ben rappresentata da Alessandro Di Battista, il “terzomondista” battagliero, principale sostenitore della linea di “neutralità” e che anche ieri ha ricordato come “l’Italia non abbia mai avuto il coraggio necessario a smetterla di obbedire agli ordini degli Stati Uniti”.

Lo scontro con Di Battista è reso ancora più visibile da un’altra dichiarazione di Salvini: “Io per trovare un accordo ci sono, su Tav e Venezuela sono convinto che l’accordo si trova, ma invece se qualcuno preferisce darmi del rompicoglioni, le cose si fanno complicate”. Il “rompicoglioni” è l’epiteto utilizzato proprio da Di Battista l’altro giorno, per invitare il vicepremier leghista a smetterla con la linea Sì Tav. È quindi Salvini che amplia il numero dei temi che dividono la maggioranza di governo.

Questo sbandamento e scontro continuo rende molto incerta la posizione di chi la politica estera deve rappresentarla. Il ministro Enzo Moavero Milanesi, che deve desteggiarsi tra l’invito di Mattarella e le consegne del governo – ieri sera in una nota Conte ha cercato una terza via mediana affermando: “L’Italia appoggia il desiderio del popolo venezuelano di giungere nei tempi più rapidi a nuove elezioni presidenziali libere e trasparenti, attraverso un percorso pacifico e democratico, e nel rispetto dell’’autodeterminazione” – ha comunque annunciato che l’Italia parteciperà alla Conferenza del “gruppo di contatto” che si terrà in Uruguay giovedì. Iniziativa avviata da Uruguay e Messico ma che ieri si è intrecciata con la mediazione europea promossa dall’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Federica Mogherini. Riunione da cui si tiene fuori l’Onu per – sostiene il suo segretario Antonio Guterrez – “mantenere i buoni uffici tra le parti in conflitto”, ma anche perché con Russia e Stati Uniti dalle parti opposte della barricata, le Nazioni Unite non hanno molti margini di azione.

I veri sfidanti. Intanto a Caracas, Maduro e Guaidó, avendo colto le divisioni internazionali, hanno rivolto entrambi lo sguardo dalle nostre parti. L’oppositore dicendosi “sicuro” che l’Italia potrà allinearsi ai Paesi che l’hanno riconosciuto. Maduro, invece, prima invitando l’Italia e l’Europa a “non farsi trascinare dalle pazzie di Donald Trump”, e poi decidendo di scrivere una lettera al Pontefice: “Ho inviato una lettera a Papa Francesco”, ha affermato Maduro in un’intervista a Sky, “dicendo che io sono al servizio della causa di Cristo. Chiedo al Papa che produca il suo miglior sforzo, la sua volontà per aiutarci nella strada del dialogo. Speriamo di ricevere una risposta positiva”.

Dal Venezuela, Guaidó smentisce qualsiasi ipotesi di “golpe” e di ricorso alla violenza e si appresta a ricevere gli “aiuti umanitari” dei Paesi alleati e a scendere ancora in piazza il 12 febbraio. La conferenza di Montevideo potrebbe essere un vano esercizio. Lo scontro per ora sembra destinato a durare.

Venezia, verso tassa ingresso da 3 a 10 euro per i non residenti

Il Comune di Venezia ha predisposto una delibera che fissa delle regole, presto al vaglio del Consiglio comunale. L’obiettivo è arrivare all’ingresso su prenotazione entro il 2022 e di introdurre dei contributi di accesso, di 3 euro a partire da maggio di quest’anno, con prezzi che variano a seconda del ritmo dell’affluenza nella città lagunare. Previste, comunque, delle esenzioni che riguardano, ad esempio, chi risiede in Veneto, studenti, lavoratori e familiari dei veneziani. Ma nel contempo sanzioni per chi non pagherà il ticket da 100 a 450 euro. Fra le principali novità allo studio proprio l’introduzione delle tasse d’accesso alla città del Canal Grande, fra le mete preferite dai turisti di tutto il mondo. Questo contributo d’accesso, pensato per la città antica e le isole minori, in caso di approvazione della delibera, sarà di 6 euro dal 1° gennaio 2020. In caso di bollino verde, nei giorni di minore afflusso, la tassa scenderà a 3 euro. Il contributo poi sale a 8 euro, in caso di bollino rosso, e arriva fino a 10 euro nei giorni di bollino nero. Ovvero quelli di super affollamento, come l’ultimo ponte del 2 giugno. Un’occasione in cui sono state predisposte misure speciali, tra cui l’impiego di steward, totem direzionali e varchi.