Libri a prezzi scontati, Lega all’attacco di Amazon

Una volta c’era la guerra tra le piccole librerie e le grandi catene, come Feltrinelli o Mondadori. Oggi, ai tempi delle vendite online, il ruolo di Davide e Golia è cambiato. E a cercare di mettere un freno allo strapotere del mercato dell’e-commerce (Amazon in testa) sui canali di vendita tradizionali è una proposta di legge presentata dalla Lega che, ispirandosi alla Francia, vorrebbe ridurre dal 15 al 5% lo sconto massimo sul prezzo di copertina. Ma risolvere in questo modo una dicotomia attualmente inconciliabile è un po’ come cercare di svuotare il mare con un cucchiaino.

Anche se molti editori vedono Amazon & C. come un concorrente piuttosto sleale, che impone condizioni economiche gravose ai suoi fornitori editoriali (come accaduto con la casa editrice E/o che ha portato in libreria Elena Ferrante, ma che ha smesso di vendere sulla piattaforma di Jeff Bezos dopo che gli è stato richiesto uno sconto a loro favore troppo gravoso), è attualmente l’unico interlocutore in grado di raggiungere un grandissimo numero di utenti, attratti proprio dagli sconti.

Basti pensare che, secondo il report dell’Aie (Associazione Italiana Editori), nel 2018 il libro italiano si conferma la prima industria culturale del Paese e la quarta editoria in Europa, facendo però segnare un -0,4% di fatturato, dopo il +5,8% del 2017. E questo nonostante il peso delle librerie online, che rappresentano il 24% degli acquisti di libri (1 libro su 4 oggi si compera così; era il 3,5% nel 2007). Numeri che hanno fatto piegare molte librarie, grandi e piccole che siano, all’e-commerce.

Ma ora Daniele Belotti, capogruppo della Lega in commissione Cultura, ha annunciato di aver presentato un progetto di modifica della Legge 128 del 2011, “finalizzato a cercare di ridurre gli eccessivi sconti praticati sui libri dalle grandi catene e dalle multinazionali dell’e-store che stanno decimando le piccole librerie e le cartolibrerie che rappresentano autentici presidi culturali sul territorio”.

La legge prevede, infatti, un tetto massimo del 15% di sconto sul prezzo di copertina che – spiega sempre Belotti – è necessario modificare riducendolo al 5% con la conseguente riduzione dei prezzi di copertina oggi gonfiati per poter ammortizzare ribassi più sostanziosi”. Resta, però, ancora da capire i risvolti in Italia di questa possibile novità, dal momento che il leghista ha preso ispirazione da una norma francese che ha fatto crescere il numero delle librerie del 3% nel 2016, mentre in Italia si è registrata un calo del 7%. Ma la “legge Lang”, dal nome del ministro francese che l’ha introdotta, è datata 1981, quando Amazon ancora non esisteva e quando i francesi si distinguevano per la passione delle librerie indipendenti dove consumare un caffè. E da anni le librerie indipendenti francesi hanno formato associazioni e consorzi per permettere ai clienti di ordinare i libri su Internet e passarli a ritirare in libreria. Qualcosa che ha molto a che fare con l’e-commerce.

Il Reportage – I Centri per l’impiego

 

Torino In coda soprattutto donne over 50

Pochi operatori e in calo. Le offerte sono rivolte a camerieri e manutentori
In coda all’aperto nonostante il freddo. Allo sportello del Centro per l’impiego di Torino Sud ci sono soprattutto donne sopra i 50 anni, alcuni studenti e artigiani che hanno chiuso bottega. Dentro si trovano annunci per animatori, camerieri, addetti a manutenzione, pulizie, controlli di qualità. Beppe T., 56 anni, esce con un’aria un po’ perplessa: “Sono rimasto senza lavoro dopo 24 anni – racconta –. A ottobre mi sono iscritto al Centro per l’impiego e la dipendente mi ha detto: ‘Cerchi anche lei, perché qui…’”. Questo non lo conforta, ma è fiducioso. Non pensa al reddito di cittadinanza, vuole lavorare. Tra le persone in attesa nessuno sembra pensarci: “Io devo richiedere un certificato per l’assunzione di un lavoro che inizia domani – spiega Roberto –. Ho chiesto un documento via email, ma non hanno risposto”. Stefania vorrebbe solo un’informazione: “Al telefono non rispondono. Sono venuta di persona, ma non pensavo di dover fare la coda”.
L’Agenzia Piemonte Lavoro gestisce 30 Centri per l’impiego e 14 antenne decentrate per un totale di 390 sportelli. L’anno scorso ha seguito 186.332 persone. Tuttavia gli operatori sono in calo, dai 501 del 2014 a 426 del 2018. “Il governo ha annunciato l’assunzione in tutta Italia di 4 mila nuovi operatori dei centri, ma per assumere nuovo personale occorre un decreto che stanzi le risorse e un accordo in sede di conferenza Stato-Regioni – spiega l’assessore regionale al Lavoro, Gianna Pentenero –. La sensazione è che si punti a erogare subito le risorse, mentre tutto il resto (a cominciare dalle politiche attive del lavoro) avrà tempi lunghi e non definiti. Questo è proprio l’elemento che più ci preoccupa: se le finalità del reddito di cittadinanza sono condivisibili, in assenza di strumenti efficaci ed efficienti c’è il rischio concreto che la misura resti di natura puramente assistenziale”.
Andrea Giambartolomei

Bologna A caccia di informazioni

Nella Regione ci sono più beneficiari che in Calabria. “Ma sono troppe le incognite”

“Redditodi cittadinanza? No, sono venuto a partecipare a un’asta pubblica, c’è un posto disponibile nell’Ausl, mi sembra più dignitoso”. Cinquant’anni, bolognese da generazioni, disoccupato da un paio di mesi dopo una serie di contratti a tempo mai rinnovati, Mario non è un fan della manovra varata dal governo. Eppure, secondo le stime della dirigente Patrizia Paganini, il 30% di quelli che si presentano al Centro per l’Impiego a Bologna, Imola o Modena vuole informazioni sul reddito di cittadinanza.
“C’è molto interesse, non vengono solo per quello ma ne approfittano, uno su cinque fa domanda ma per noi è ancora difficile dare risposte precise. Serve l’effettiva volontà degli interessati, ma oggi l’effettiva platea di beneficiari è difficile da individuare, bisognerà aspettare il primo mese”. Secondo uno studio del Sole 24 Ore, che ha analizzato i dati Isee ordinari fino a 9 mila euro del 2016, in Emilia Romagna le famiglie potenziali beneficiarie del reddito di cittadinanza sono 148 mila e rotti. Più della Calabria per fare un esempio.
Alle 10.30 nella struttura di via Todaro a Bologna ci sono già 70 persone che aspettano, tra cui anche Laura: “Ho appena compiuto 20 anni e vorrei una vera politica di redistribuzione del reddito con l’aumento dei salari minimi e garanzie ai lavoratori, vorrei un lavoro pagato non un sussidio”.
Da settembre 2017 è partito anche il reddito di solidarietà, la misura voluta dal governatore Stefano Bonaccini per le famiglie in difficoltà economica: ne hanno beneficiato oltre 25 mila persone, l’equivalente di 10.500 nuclei familiari. “Io farò domanda, non ho più né la Naspi (il sussidio di disoccupazione) né il Rei (il reddito di inclusione) e non so cosa fare”, commenta triste una sessantenne in fila.
Sarah Buono

Treviso-Mestre. Il modello veneto

Nessun assolto e caos: 39 sedi, 380 addetti e 200 nuove assunzioni previste entro il 2020

“Sono in Italia da un anno e mezzo, accetto qualsiasi lavoro, ma io sarei un meccanico”. Il ragazzone venuto dal Ghana è seduto nel corridoio del Centro per l’impiego di Treviso, una delle realtà più industrializzate del Nord-Est. E un suo amico: “Non ho ancora il visto, non so se posso lavorare”. Umanità in attesa, che prende il bigliettino della speranza. Sulla bacheca una quarantina di offerte, tutte singole: orlatore di tomaie, tecnico elettronico, operaio per l’acciaio, banconista di agenzia di viaggio… Quasi tutti contratti a termine. È anche di qui che passerà la gestione del reddito di cittadinanza e Patto per il lavoro. In tutto il Veneto i Centri come questo, coordinati da Veneto Lavoro sono 39. La sede centrale è a Mestre, da dove il direttore Tiziano Barone spiega: “Siamo pronti, il modello veneto è uno dei migliori in Italia. Qui non ci sarà alcun assalto e non ci sarà caos. Abbiamo una struttura pronta a reggere, anche perché verranno effettuate 100 nuove assunzioni”.
In totale il personale è di 380 addetti, le assunzioni entro il 2020 saranno 200. Ma quale assalto? “Il flusso annuale è di 140 mila dichiarazioni di immediata disponibilità al lavoro. È su questa cifra che ipotizziamo per le richieste un’aggiunta del 20-30 per cento di richiedenti. Poi si tratta di vedere se avranno i requisiti”. Quindi, tra i 170 mila e i 180 mila veneti. Giorni fa il ministro Riccardo Fraccaro (Rapporti con il Parlamento) aveva parlato di 200 mila beneficiari del reddito di cittadinanza in tutta la Regione, all’incirca 63 mila nuclei familiari. Più o meno è la stessa cifra. “Il sistema è computerizzato – aggiunge Barone – e sono registrate 300 mila Did (dichiarazione immediata disponibilità). Sappiamo di tutti cosa fanno. Le offerte di lavoro che passano attraverso i centri pubblici sono circa un migliaio al mese”.
Giuseppe Pietrobelli

Consob, Salvini approva Savona: “A me va benissimo”

Continua lo stallo sulla nomina del presidente della Consob. Ieri Matteo Salvini ha avallato la possibilità che Paolo Savona, attuale ministro per le Politiche comunitarie, possa essere nominato alla guida dell’authority di Borsa: “Per me va benissimo”. Il nome di Savona è circolato nei giorni scorsi in sostituzione della candidatura di Marcello Minenna, dirigente Consob, candidato dal M5s e approvato dalla Lega. All’interno del Movimento, però, è in atto uno scontro assai rilevante. Minenna gode dell’appoggio dell’ala dura, di Beppe Grillo e di Davide Casaleggio. Il nome non è invece gradito al premier Giuseppe Conte, e con lui si è schierato Alessandro Di Battista (e, seppure informalmente, anche Luigi Di Maio). Il nome di Savona serve in realtà a indebolire MInenna, visto che ben tre leggi impediscono al ministro di poter essere nominato perché fino a maggio 2018 è stato presidente del fondo Euklid (legge 39 del 2013), è in pensione (legge Madia del 2015) ed è un membro del governo (Legge Frattini del 2004 sul conflitto di interessi).

E se alla fine i poveri restassero poveri?

In attesa di vedere se funzionerà la macchina amministrativa che deve erogare e gestire il reddito di cittadinanza, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, avanza una serie di dubbi così riassumibili: e se, dopo tutto questo sforzo, i poveri restassero poveri?

Le simulazioni presentate dall’Inps si basano su un modello con ipotesi non ostili (adesione del 90 per cento, tutti i nuclei familiari che rispettano le tempistiche, metà delle famiglie in affitto con contratto regolare). Ma danno risultati preoccupanti: una platea di quasi 1,2 milioni di nuclei e 2,4 milioni di beneficiari, la metà di quella prevista dal governo. Pasquale Tridico, l’economista consulente del ministro del Lavoro Luigi Di Maio sul reddito, ha replicato che “le stime dell’Inps, al netto di quelli sulla pensione di cittadinanza, si basano su un database meno affidabile”.

Ma la conclusione più dura di Boeri riguarda l’impatto ambiguo sul fenomeno della povertà, che non viene affatto abolita: l’intensità della povertà, cioè quanto è povero chi è povero (in termini di distanza da redditi dignitosi) passa dal 38,03 attuale, che tiene conto del Reddito di inclusione (Rei) in vigore nel 2018, al 31,92, quindi un bel calo. La frequenza della povertà invece resta quasi uguale, da 14,92 scende a 14,36. I poveri saranno un po’ meno poveri. Ma continueranno a essere poveri. Come si spiega? Nell’analisi dell’Inps ci sono molte ragioni per questo sostanziale fallimento. Troppi soldi vanno agli anziani, che non sono a rischio povertà, il sistema è sbilanciato sui single – i nuclei familiari con un solo componente –, mentre le famiglie numerose possono contare su un moltiplicatore che è al massimo 2,1. Una coppia monoreddito con figli prende 8.676, non molto di più di una coppia analoga ma senza figli che riceverà in media 7.801 euro. Per come è costruito, osserva Boeri, il 50% dei nuclei familiari beneficiari saranno quelli senza redditi, “nuclei tra i quali si celano anche gli evasori e i sommersi totali”. Mentre alcuni dei poveri più poveri, come i senza dimora, rischiano di essere esclusi almeno per lunghi periodi di tempo, necessari ai Comuni per aggirare il vincolo dei 10 anni di resistenza (con indirizzi fittizi per chi dorme in strada).

C’è poi un altro punto che spiega perché, nelle stime dell’Inps, i poveri restano poveri: metà dei beneficiari del reddito di cittadinanza riceverà almeno 6.000 euro netti all’anno, una somma più alta dei redditi da lavoro del 10 per cento più basso della distribuzione dei redditi da lavoro. Tradotto: non ci sono incentivi a cercare lavoro, se non gli obblighi e le penalità previsti dalla legge, ma che dipendono dall’efficacia di una complessa burocrazia. Il reddito di cittadinanza secondo l’Inps è tutt’altro che perfetto e non segna un grande passo aventi rispetto al Rei. Ma Quota 100 è un vero cataclisma nei numeri presentati da Boeri. Se Quota 100 non viene rinnovata allo scadere del periodo “sperimentale”, cioè con il 2021, il debito implicito che crea nel sistema pensionistico (pensioni erogate a fronte di contributi non più versati) è di 38 miliardi. Se invece dovesse diventare strutturale, cioè permanente, il debito implicito salirebbe a 92 miliardi di euro. Di benefici generali, neanche a parlarne.

Carta delle Poste e sito web, ecco i primi passi del reddito

“Questa è la prima card del reddito di cittadinanza della storia della Repubblica italiana, eccola, la prima di circa tre milioni. Ed è anche la prova che esistono le card, che le abbiamo stampate”. Il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha scelto colpi scenografici e frasi a effetto per presentare il primo prototipo delle carte acquisti e il sito internet della misura bandiera del Movimento Cinque Stelle. L’evento tenuto ieri pomeriggio a Roma, con la presenza del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, è partito con il lancio del portale web, mandato online con tocco sull’iPad, e si è concluso con lo svelamento della tessera elettronica fino a quel momento tenuta su un piedistallo e coperta da un panno bianco.

“Un nuovo passo in avanti per smentire chi ha detto che il reddito di cittadinanza era una presa in giro”, ha rivendicato in apertura Di Maio. Un attimo dopo è intervenuto Conte: “Siamo tutti orgogliosi – ha detto – tutto il governo lo è, ma la cosa più importante è che sono orgogliosi gli italiani. È una misura molto complessa, di equità sociale, frutto di un lavoro corale”. E infatti in prima fila all’Auditorium Enel di Viale Regina Margherita c’erano anche due tra i principali artefici del sussidio così come previsto dal decretone: il viceministro dell’Economia Laura Castelli e il professor Pasquale Tridico, consigliere di Di Maio. Più la presenza politica del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

Da poche ore, quindi, si può navigare sul sito ufficiale del reddito di cittadinanza. Per il momento ha solo uno scopo illustrativo: serve insomma a diffondere le informazioni utili per chi vorrà fare richiesta, a partire dai requisiti di Isee familiare, patrimonio, redditi e risparmi. Dal 6 marzo diventerà anche una piattaforma per richiedere direttamente online il reddito di cittadinanza inserendo i propri dati. Il governo ha un obiettivo: rispondere entro fine aprile a tutti quelli che avranno presentato la domanda a marzo. Saranno questi ultimi i primi a ricevere la carta acquisti carica, entro la fine del mese di aprile. Nei primi giorni, quindi, si prevede una raffica di richieste, con il sito che dovrà reggere l’onda d’urto e non andare in tilt. Poi la palla passerà all’Inps che avrà il difficile compito di compiere tutte le verifiche sulla documentazione. Dal funzionamento di questa macchina dipenderà la quantità dei primi beneficiari, platea che il Movimento Cinque Stelle spera sia la più ampia possibile in vista delle elezioni europee di marzo.

Chi vorrà percepire il sussidio, comunque, non dovrà necessariamente farlo con il computer perché in alternativa potrà recarsi presso un centro di assistenza fiscale o in un ufficio postale. Ma Di Maio spera che il maggior numero di istanze arrivi attraverso il postale, perché questo spingerebbe molti cittadini – anche quelli che poi riceveranno risposta negativa per mancanza dei requisiti – a crearsi un’identità digitale, cosa che poi tornerà utile anche per altri servizi della pubblica amministrazione. Poco dopo lo sbarco sul web, alcuni utenti hanno notato una piccola falla, spiegata da Next Quotidiano, che permetteva a tutti di inserire video sul sito del reddito di cittadinanza attraverso la stringa di ricerca. Un problema che ha suscitato molta ilarità ma che dovrà essere risolto presto per evitare effetti peggiori del divertimento di alcuni internauti.

Quanto alle carte, Di Maio ha affermato che saranno tre milioni da distribuire ai beneficiari. Secondo le stime del governo saranno cinque milioni (1,7 milioni di famiglie). Numeri contestati a distanza dal presidente dell’Inps Tito Boeri, secondo il quale i percettori si fermeranno a a 2,4 milioni, addirittura di quelli che potrebbero prendere il reddito di inclusione. Tralasciando la guerra delle cifre, la tessera elettronica ha una caratteristica: è identica a una normale carta Postepay, così da evitare di rendere riconoscibile i poveri sussidiati (come avveniva con la social card del governo Berlusconi).

Tim, no a Vivendi dai sindaci: niente assemblea a febbraio

Strada sbarrata per Vivendi che, nel tentativo di anticipare a metà febbraio l’assemblea sulla governance, aveva denunciato il board per omissione. I sindaci hanno avviato un’istruttoria che è ancora in corso ma, come nelle attese, hanno dato una prima risposta che conferma la data dell’assemblea al 29 marzo, in un’unica convocazione insieme a quella sul bilancio. Le schermaglie sui soci non fermano il percorso intrapreso di avvicinamento a Open Fiber, un incontro sulla rete unica. A confermarlo il presidente di Tim Fulvio Conti: “Ci sarà a breve” e tra i primi nodi da sciogliere ci sarà quello dei numeri. I francesi devono incassare dunque un altro no. Maggiori dettagli si avranno con la relazione annuale che accompagna il bilancio ma per ora “non sussistono i presupposti per esercitare i poteri vicari di convocazione di una specifica assemblea ex art. 2367”, rispondono i sindaci alla denuncia del 23 gennaio. “Le diatribe tra i soci stanno sopra, le cose interne le curiamo noi”, commenta sempre Conti a margine della presentazione a Milano del piano industriale di Cdp, facendo capire di rimanere concentrato all’azienda. Ma il dossier più caldo è quello sulla rete e la possibile alleanza con Open Fiber.

Con “Un’altra strada” Renzi la taglia a Zingaretti

“Un’altra strada”: nella puntuale E-news del lunedì mattina, Matteo Renzi annuncia il titolo del suo nuovo libro (con tour annesso) in uscita per Marsilio il 15 febbraio. Il punto è: di quale strada si tratta? Gli amici dell’ex premier rispondono in battuta, citando Claudio Baglioni: “Strada facendo vedrai”. Battuta rivelatrice: perché lo stesso autore/senatore è pronto a partire, ma per dove non si sa. La sua strada si incrocia con quella del congresso dem. E con il cammino più o meno trionfale di Nicola Zingaretti. Nell’entourage renziano, la vittoria del Governatore del Lazio alle primarie la danno ormai per certa e azzardano pronostici con percentuali 60 per cento.

La battaglia, dunque, si sposta tutta a dopo. Ovvero alle Europee. Prima tappa, le candidature. In questi giorni si è sparsa la voce di una corsa di Ilaria Cucchi, poi del suo avvocato/compagno, Fabio Anselmo. Il quale, però, raggiunto dal Fatto, chiarisce: “Io non ne so nulla”. La partita delle liste deve ancora cominciare, ma si annuncia difficile, visto che i posti sono pochi, gli uscenti molti, e quelli che vogliono dire la loro decisamente troppi. Come Carlo Calenda, che in questa fase, con il suo manifesto, si erge a unico portabandiera dell’europeismo del Pd, con un protagonismo che comincia a dare fastidio pure al candidato segretario. “Sia Martina che Zingaretti mi hanno offerto di fare il capolista”, ha detto ieri. E poi: ha chiarito che in lista alle Europee vorrebbe Irene Tinagli, Enrico Giovannini, Paolo De Castro (ex ministro dell’Agricoltura) e Ferdinando Nelli Feroci (decano degli ambasciatori, ex componente della Commissione europea), ma anche Roberto Gualtieri, attuale eurodeputato Pd. I rapporti tra lui e il governatore del Lazio sono pessimi: Zingaretti guarda a sinistra, Calenda al centro; il primo corre per fare il segretario del Pd, il secondo già parla esplicitamente del suo superamento. E visto che i due condividono molti sostenitori, le premesse per un’implosione/esplosione del partito, ci sono tutte. Occhi puntati sulle elezioni di maggio: sopra il 20% il Pd vive, sotto diventa difficile. E qui entra in gioco la “strada” di Renzi: perché più si indeboliscono i dem, più si apre lo spazio per un partito di centro, che dovrebbe mettere insieme fuoriusciti post-renziani e buona parte di Forza Italia. I big azzurri temono un grosso ridimensionamento nelle urne: questo sarebbe un buon motivo per ripensarla e creare un contenitore – insieme a parte del Pd – per offrire un’alternativa ai Cinque Stelle a Matteo Salvini.

L’ultimo mese di campagna congressuale dem si gioca tutto tra queste incognite. Con una competizione interna anche ai post-renziani. Luca Lotti e Lorenzo Guerini ci hanno messo la faccia per creare una corrente e portarla su Maurizio Martina. La percentuale ottenuta nei circoli è deludente. Non a caso domenica alla convenzione nazionale mancavano praticamente tutti in blocco: e non solo Marcucci, Lotti e Guerini, ma anche seconde file molto renziane, nella variabile lottiana, come Alessia Morani e Alessia Rotta. Non c’erano neanche Francesco Bonifazi e Maria Elena Boschi, che adesso possono rivendicare la posizione assunta: niente corrente, un piede già fuori dal Pd, sostegno a Roberto Giachetti per ogni evenienza. Obiettivo, secondo posto, dopo Zingaretti, e di là valutare quali mosse fare.

Appuntamento, dunque, al 3 marzo. Ma anche al 15 febbraio. Da una parte ci sono i gazebo, dall’altra l’ennesimo tour di Renzi.

“C’è Benigni” ma costa caro: chiesti 200 mila euro alla Rai

Roberto Benigni batte Adriano Celentano e Beppe Grillo. La puntata andata in onda ieri, C’è Benigni, in prima serata su Rai2, è la più costosa di quelle programmate in queste settimane sugli altri grandi personaggi. Duecentomila euro è stata la richiesta dell’artista, tramite il suo manager Lucio Presta. Poi con la Rai si è aperta una trattativa che si sarebbe chiusa tra i 100 e i 150 mila euro. Una cifra notevole per un programma in cui sono andate in onda solo immagini di repertorio. Ma perché Benigni costa così caro?

Il motivo è che il comico toscano qualche anno fa, tramite la Melampo cinematografica (società di cui sono proprietari Benigni e sua moglie, Nicoletta Braschi), ha acquistato i diritti d’immagine di tutte le sue perfomance televisive, anche quelle realizzate per la Rai. Così, mentre viale Mazzini non ha sborsato un euro per le immagini di spettacoli di Beppe Grillo targati Rai – fanno parte del patrimonio aziendale ed è la tv di Stato a detenerne i diritti – per Benigni, invece, la tv pubblica ha dovuto pagare i diritti per tutto, anche per le ospitate a Sanremo o all’Altra domenica di Arbore.

Più in dettaglio, su 110 minuti di trasmissione andati in onda ieri sera, la tv di Stato ha pagato diritti per 70 minuti. Il programma ha ripercorso tutta la carriera dall’attore, compresi alcuni classici come I dieci comandamenti, la Divina commedia o la Lettura della Costituzione. Ma sono state trasmesse anche immagini totalmente inedite dei suoi spettacoli. Così funziona per qualsiasi canale, sia essa Rai, Mediaset, La7 e Sky. Per un programma realizzato solo con immagini di repertorio, però, la cifra è comunque alta: il costo medio per un prodotto simile, infatti, è di 50 mila euro. Non di più. Per la puntata su Grillo, per esempio, la Rai ha speso 40 mila euro. “Se pensiamo che Fabio Fazio costa 450 mila euro a puntata, con 150 mila euro si può realizzare un programma di buon livello. Per una serata di repertorio è una cifra oltre la media”, spiega un addetto ai lavori Rai.

“Io non parlo di cifre, ma quello che viale Mazzini ha speso per realizzare il programma è assolutamente sotto il suo reale valore”, afferma Lucio Presta, manager dell’artista con la sua Arcobaleno Tre, che ha partecipato alla realizzazione dello speciale come autore, insieme a Marco Giusti, “senza percepire un euro”.

Forse una sorta di riconciliazione con Rai2 dopo le polemiche di qualche settimana fa. Presta, infatti, non ha gradito la controprogrammazione che Carlo Freccero ha messo in campo il venerdì in prima serata, con la serie tv The good doctor, quando su Raiuno va in onda lo show Superbrain, condotto da Paola Perego, moglie del manager. Lo show è in continuo calo, anche a causa dei buoni numeri della serie tv: venerdì scorso Superbrain ha fatto l’11,6% di share, The good doctor il 7,3%.Nel frattempo, in attesa dei dati di ascolto della serata su Benigni che, visti i soldi spesi, si spera siano superiori a quelli di Beppe Grillo (4,3%), in Rai il denaro continua a tenere banco. I 5 Stelle sono partiti all’arrembaggio nel chiedere la riduzione dei mega stipendi di Fabio Fazio (2 milioni e 240 mila) e di Bruno Vespa (1 milione e 200 mila). E ieri sono andati in scena scambi tra esponenti di Pd e 5 Stelle. E questi ultimi puntano addirittura a un flash mob di protesta davanti alla sede tv. “Stiamo pensando a un gesto eclatante”, fanno sapere dal Movimento, dopo che Alessandro Di Battista aveva ufficialmente chiesto un adeguamento dei contratti, con l’auspicio di riportarli sotto il tetto dei 240 mila euro previsto per i giornalisti.

Cosa assai difficile da ottenere per Fazio (che non è iscritto all’ordine), ma anche per Vespa. Il cui contratto è scaduto e per la prossima stagione potrebbe esserci un adeguamento, quello di Fazio invece è blindato per altri due anni. Anche se la sua posizione, viste le invettive di Matteo Salvini, appare sempre più debole e non è escluso che il prossimo anno sia costretto a traslocare su Rai3.

Si candida con la Lega il marito della Kyenge: “Salvini fa bene”

“Ho firmatoper Salvini ai banchetti della Lega, entrerò in lista alle Comunali di Castelfranco Emilia, sono persone perbene quelli della Lega”. Così Domenico Grispino, marito di Cecile Kyenge eurodeputato del Pd, alla Zanzara su Radio 24. “Ci sono le elezioni comunali – dice – e metto a disposizione della Lega quello che so, le mie competenze”. Chiede il conduttore: “Hai firmato contro il processo a Salvini sul caso Diciotti?”. “Sì, finirà nel nulla, se uno prende una linea poi non può cambiare, è evidente che Salvini lo fa per svegliare l’Europa. Sta facendo bene”. “Ma tua moglie che pensa di questo?”. “Mia moglie? Io penso per me, ognuno pensa per sé, con mia moglie non parlo mai di queste cose”. “Sono a favore dello slogan ‘aiutiamoli a casa loro’ – dice il marito dell’ex ministro – e bisogna creare dei punti strategici in Africa di attrazione delle persone. Ma mica con cattiveria. Salvini non è disumano, penso che sia una macchina da guerra per avere consensi. Poi ci sono altri personaggi a cui sono più vicino, come Giorgetti. Alle Europee non voterò Pd, per il partito di mia moglie. Le persone che ho conosciuto a Castelfranco sono molto in sintonia con me e tutt’altro che aggressive”.

Niente film alla Camera: “Qui non è mica Cinecittà”

La Camera dei Deputati è un luogo apertissimo. Ma ci sono delle regole da rispettare. “I criteri che ci siamo dovuti dare nel tempo, valgono per tutti”, ripete il capo ufficio stampa di Montecitorio, Stefano Menichini. Che cerca di chiudere il caso scaturito dalla lettera di Nicola Giuliano, produttore di Benvenuto Presidente, pubblicata ieri sul Fatto.

Un appello, quello del produttore, affinchè si riaprano le porte del Parlamento ai film che potrebbero avere proprio nei palazzi del potere una scenografia ideale. “Abbiamo risposto a tutte le richieste che ci sono state fatte secondo le procedure previste”, sottolinea Menichini riferendosi ad un carteggio con la produzione relativo solo alle riprese esterne. “La Camera non è Cinecittà”, chiosa il questore anziano di Montecitorio Gregorio Fontana che invece parla delle regole generali adottate per questo tipo di richieste. “L’amministrazione di Montecitorio non è disponibile a farsi carico di costi che potrebbero essere ben sostenuti dalle produzioni di film o fiction, che siano di successo o meno” ripete spiegando perchè da ormai qualche anno, le autorizzazioni alle riprese non vengono più date, a meno che non siano produzioni di carattere documentario o giornalistico.

“Comprendo che sia meno conveniente ricostruire gli ambienti di Montecitorio negli studi cinematografici , ma noi non possiamo sostenere i costi per un’attività commerciale da parte di privati” dice Fontana. Che nella sua lunga permanenza a Montecitorio ne ha viste davvero tante. Persino le comparse della serie tv 1993, che nel 2016 riportarono per qualche ora indietro le lancette della storia. E che al ciak del regista recitarono tra i banchi dell’aula una scena ormai passata agli annali di Montecitorio. “In quel caso abbiamo autorizzato perchè riproducevano una scena realmente avvenuta qui, ossia quella del cappio agitato nell’emiciclo da un parlamentare” (il 16 marzo ‘93, durante il dibattito sulla questione morale, il leghista Luca Leoni Orsenigo espose il pendaglio da forca verso i banchi del governo, ndr).

Poi però la stessa produzione si vide negare l’autorizzazione per scene di mera fantasia sempre per la stessa serie. Fin dalla XIV legislatura infatti l’Ufficio di presidenza di Montecitorio ha stabilito un indirizzo generale: di regola non si danno autorizzazioni ai filmati, con le sole deroghe per le produzioni caratterizzate da rilievo storico e istituzionale dei personaggi e degli eventi narrati: è stato il caso della trasmissione di La7 Antartide per la ricostruzione della giornata del rapimento di Aldo Moro. O per il docufiction Rai Il Professore, sempre per gli ultimi giorni di Moro. Così come si è detto sì alla lettura dei discorsi di Lelio Basso per Rai Storia, o per il documentario di Sky Arte sul centenario dell’aula di Montecitorio.

Insomma il criterio pare chiaro anche se, viene riconosciuto, c’è stato un prima e un dopo. Ossia un’epoca di maggiore flessibilità. E quello adottato oggi, complice una certa indisponibilità di Montecitorio a pagare il personale per cose che poco hanno a che fare con l’Istituzione. “Negli ultimi anni il nostro personale è diminuito del 30%: prima tanto per fare un esempio, questo ci consentiva di tenere aperti ben otto ingressi, oggi ridotti a soli 3” continua Fontana. Quindi nessuno si senta offeso. Meno che mai Claudio Bisio. Con cui non si vuole nè si cerca la polemica.

Nel passato sono state autorizzate alla Camera anche alcune scene di Buongiorno presidente (il precedente citato nella lettera del produttore Giuliano), così come per la serie 1992. Mentre successivamente per i girati di scene di pura fiction si è detto no: a quelle di 1993, ma pure al film Io sono tempesta del 2016. Come pure a Come un gatto in tangenziale rispetto a scene che avrebbero dovuto essere filmate nei pressi dell’ingresso principale di Palazzo. E ancora: niente da fare per le scene che dovevano essere filmate in sala lettura e nel parcheggio di Montecitorio per 1994, una serie sempre Wildside del 2018. E no pure alla fiction Suburra, sempre del 2018: anche in questo caso la produzione avrebbe desiderato girare nel corridoio del Transatlantico. Insomma nessuno si senta offeso.