Domande sui tagli alla scuola, sul trasferimento dei migranti dal centro di Castelnuovo di Porto e sulle politiche di Salvini in tema di immigrazione. Per chiudere, l’accusa di uno studente di fare propaganda elettorale. Il clima da amarcord che ha avvolto il ritorno di Luigi Di Maio nel liceo classico frequentato da ragazzo, l’Imbriani di Pomigliano d’Arco, è stato parzialmente offuscato da un botta e risposta con studenti dopo che una rappresentante d’istituto aveva denunciato le pressioni delle autorità scolastiche a non rovinare la festa contestando. Presente tutta la famiglia del vicepremier. A far velare gli occhi dei Di Maio al completo, un video di ricordi preparato dagli ex docenti del ministro al Lavoro, che ne hanno vantato le virtù giovanili di “ragazzo rispettoso delle istituzioni”, che ha emozionato non poco il vicepremier, premiato anch’egli, insieme agli studenti meritevoli per gli ottimi voti ottenuti in questi anni, per il suo “impegno politico e istituzionale”.
Dieci, cento, mille Salvini: ma un vestito suo non ce l’ha?
È il popolo che lo vuole. E così il populismo salviniano si abbiglia a seconda delle situazioni e dei paesi. Un’indole ruffiana, non solo camaleontica, e che si trascina da mesi, al punto da risultare stucchevole. E foriera di giuste polemiche antipatizzanti. Si prenda il Real Giulianova, squadra di serie D. Il Capitano è andato in Abruzzo per la campagna delle Regionali (lì si vota il 10 febbraio) e ha indossato la maglia giallorossa del Giulianova, personalizzata con il suo nome. I giocatori si sono dissociati: “Non strumentalizzare i nostri colori per motivi politici”. Giustissimo.
Epperò il ministro dell’Interno se ne frega e tira diritto per la sua strada trasformista. Ennesimo revival del berlusconismo piacione che un tempo si trasfigurava, a parole, nel premier operaio, nel premier pompiere, nel premier capotreno e così via. Salvini al contrario mette in scena questo populismo all’italiana, da arlecchino che adula gli elettori, e rinuncia a un guardaroba tutto suo, anche spinto dal fatto di essersi lasciato con Elisa Isoardi, all’uopo stiratrice di camicie. Ed è per questo che il ministro di propaganda fa il poliziotto, il pompiere, l’ultras, il volontario della protezione, il leader in felpa. Secondo qualcuno, in omaggio a una psicologia spicciola, il travestitismo del vicepremier implica finanche una questione d’identità sessuale.
E verrà il giorno, infine, osservando la foto di Salvini nel duomo di Teramo, che il leader leghista indosserà i sacri paramenti da sacerdote officiante, in nome di quella Chiesa che odia Bergoglio e nega la parola misericordia. Per il momento, nei luoghi sacri, il ministro ruffiano e travestito ci va con il solito giaccone della Polizia, come se fosse il generale di un suo esercito personale. Un’immagine pericolosa, oltre che carnascialesca. Perché nella sua ignoranza istituzionale, a Salvini è capitato di andare anche a Montecitorio conciato così. E politici che scimmottiano i militari, a destra, sono un po’ farsa, un po’ no.
Berlusconi ottiene due rinvii (ma solo uno a dopo le Europee)
Se ne riparla dopo le Europee: prima Silvio Berlusconi ha diritto di godersi la campagna elettorale in santa pace. Così, a Bari, finisce con un rinvio al 17 giugno il processo per la vicenda escort, che riguarda i soldi che, dieci anni fa, Berlusconi avrebbe dato all’imprenditore Gianpaolo Tarantini perché mentisse ai pm che indagavano sulle ragazze portate a Palazzo Grazioli e Arcore. Non va alla stessa maniera a Milano, invece, dove l’udienza per il Ruby Ter viene spostata solo di due mesi. Lì, Berlusconi e altri 27 imputati, sono a processo per corruzione in atti giudiziari. Anche in questo caso la difesa di B. con l’avvocato Marco Cecconi, aveva chiesto al collegio un rinvio per consentire all’ex Cavaliere di “partecipare in modo sereno alla campagna elettorale”, ma i giudici hanno detto no, per il momento, a uno stop del processo. Allo stato, infatti, secondo il tribunale, la richiesta “non può essere presa in considerazione”, anche perché, come hanno fatto notare i pm, la campagna elettorale “inizia 40 giorni prima delle elezioni e servono delle istanze documentate che precisino gli impegni effettivi”.
“Interesse dello Stato” e obiettivi politici contingenti sono diversi
Il problema più rilevante è intendersi su che cosa sia l’interesse dello Stato, ovvero la discriminante su cui i parlamentari dovranno valutare l’operato di Salvini. Il ministro si difende sostenendo di aver agito in quel modo per fare il bene dell’Italia e perseguire le sue idee politiche sull’immigrazione. Questa però è una visione soggettiva dell’interesse dello Stato, una visione contingente che non è quella giuridica. Sarebbe corretto intendere questo interesse come supremo, relativo alla stabilità delle istituzioni e della democrazia. Non parliamo di obiettivi politici, altrimenti di volta in volta chi governa potrebbe pensare di essere superiore alla legge in virtù della propria visione delle cose. Non è così, è un’interpretazione riduttiva dell’interesse dello Stato che non appartiene alla nostra cultura giuridica, dove da qualche secolo “è la legge che fa il Re” e non viceversa. Mi aspetterei quindi che la Giunta e l’Aula si interrogassero in questi termini, non sulla base di un interesse generale o di parte.
L’unico perseguibile è il leghista: la responsabilità penale è sua
Quella su cui dovranno votare i parlamentari è un’autorizzazione diversa da quella che, anche di recente, ha riguardato molti eletti. Qui non si tratta di giudicare sull’insindacabilità delle opinioni espresse da un deputato o senatore durante l’esercizio delle sue funzioni, ma sarà un voto sulla legittimità politica, rispetto all’interesse nazionale, dell’azione di un ministro. I ministri sono responsabili collegialmente se si tratta di decisioni prese nell’ambito del Consiglio dei ministri, come indica l’art. 96 della Carta, ma in tutti gli altri casi si parla di responsabilità personale. Su questo si sta facendo confusione, perché un conto è l’aspetto politico e un altro quello giuridico. Il resto del governo, nei giorni dell’emergenza, non ha fatto nulla per opporsi a Salvini o per mostrare una diversità di opinioni, sulla gestione della nave, dunque è sempre stato chiaro che la responsabilità politica fosse condivisa. Questo però riguarda gli elettori di Lega e M5S, che valuteranno l’operato dell’esecutivo. Dell’atto non può che rispondere soltanto Salvini, al di là della solidarietà che potrà ricevere.
Votare no è dire che si può fare politica sulla pelle dei migranti
Le norme costituzionali parlano chiaro. Il Parlamento non deve dire se Salvini ha commesso reati, che è compito solo dei giudici. Né se furono atti politici, perché anche i magistrati di Catania ne danno atto. La domanda rivolta al Senato è un’altra: Salvini, a prescindere da ciò che in concreto ha fatto, poteva ritenersi autorizzato a spingere la sua iniziativa politica nei confronti dell’Ue sino a costringere i disperati che erano sulla nave a restarvi segregati per giorni e in precarie condizioni igieniche e di salute? Aveva “licenza di”? Se la risposta è no, l’autorizzazione deve necessariamente essere concessa e poi saranno i giudici a verificare se reati furono commessi, il che non è affatto scontato. Negare l’autorizzazione al contrario avalla la tesi secondo cui, pur di porre con forza la questione all’Europa, tutto sarebbe lecito anche mettere a repentaglio le vite dei migranti. I 5stelle vogliono dire questo? È qui il punto. Né cambia nulla se la questione riguardi anche altri ministri o tutto il governo perché il profilo attiene a quali siano i limiti del mandato riconosciuto dal Parlamento.
Il Senato non fa inchieste, deve dare un giudizio solo politico
Premetto che ritengo Salvini il peggior ministro dell’Interno della Repubblica, ma il Senato non è chiamato a decidere se abbia commesso un reato o meno, ma solo sull’interesse costituzionalmente rilevante o sul preminente interesse pubblico. I parlamentari non hanno strumenti e competenze per valutare il profilo giuridico, non hanno poteri investigativi, non interrogano: per questo il loro giudizio è politico e questo darà modo di fare valutazioni anche esterne all’inchiesta. Come si legge in questi giorni, il voto potrebbe infatti finire in mezzo a scambi politici tra partiti. Personalmente lo ritengo inaccettabile: su una decisione così importante c’è il dovere di essere chiari, tanto è vero che il voto sarà palese e si saprà chi ha votato cosa. Quanto alla condivisione della scelta di Salvini col resto dell’esecutivo, mi sarei stupito del contrario: è in linea con il silenzio assenso di quei giorni. Questo però non cambia granché sulla decisione che dovranno esprimere i parlamentari e, al momento, sull’indagine della magistratura.
La “funzione di governo” va stabilita in modo non generico
La questione è semplice per chi non vuole deliberatamente confondere: l’autorizzazione a procedere è un giudizio politico su un comportamento di un ministro nell’esercizio delle sue funzioni ministeriali. Non c’entra il fumus persecutionis, non si tratta di valutare la fondatezza dell’accusa, l’esistenza di sufficienti indizi di colpevolezza per evitare azioni pretestuose e persecutorie nei confronti di un parlamentare. Si tratta qui, invece, di decidere se il ministro inquisito “abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante, ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo” e il collegamento con la funzione non dev’essere generico. Quella che dovranno prendere la Giunta e poi l’aula è una valutazione di natura politica, non giudiziaria: sulla qualificazione dei fatti come reato, la competenza dell’autorità giudiziaria è esclusiva. Sarà poi la magistratura a valutare se il comportamento di Salvini è un reato o meno.
La domanda è: può un ministro, governando, violare il diritto?
Si tratta di capire se, nell’esercizio di funzioni di governo, si possa perseguire l’interesse pubblico anche violando lo Stato di diritto, come, per la procura, avrebbe fatto Salvini: non la sussistenza del reato, ma l’eventualità che l’azione del ministro possa spingersi sino a un sequestro di persona aggravato. Nessun rilievo, invece, dovrebbero avere le disposizioni richiamate dal ministro nella lettera al Corriere per giustificarsi: l’accertamento del reato di immigrazione clandestina è competenza della magistratura e non può giustificare atti extraordinem. La Carta inoltre dice in modo chiaro che la responsabilità penale è personale e che i ministri hanno responsabilità collegiale solo per gli atti del Consiglio: è per questo che solo Salvini dovrà rispondere dell’atto di diniego di autorizzazione allo sbarco. Certamente Conte ha avallato politicamente la cosa e ciò ha un suo rilievo: è il responsabile della politica generale del governo, sicché la sua dichiarazione influenzerà la decisione del Senato che dovrà valutare anche la tenuta generale dell’esecutivo.
In difesa di Lione, calunniata e offesa
Essendo cresciuti col “dogmatico rispetto verso le istituzioni” di cui già Battiato, le vorremmo sempre autorevoli e superiori a piccole beghe e cadute di stile. Purtroppo la vita pubblica italiana non ci ha aiutato in questo legittimo desiderio e ora il governo gialloverde e la sua opposizione ci sfidano intellettualmente in continuazione a separare la persona dalla funzione. Ieri, ad esempio, il ministro Toninelli (a torto o, spesso, a ragione assurto al ruolo di gaffeur dell’esecutivo), volendo argomentare in tv contro il Tav s’è lasciato andare – dopo un sacrosanto richiamo ai numeri dell’opera (“i dati del 2011 sono clamorosamente sbagliati: il traffico non è aumentato, è diminuito”) – a un’uscita poco educata nei confronti dei nostri cugini francesi: “A Torino c’è bisogno di una metro 2, non di un buco nella montagna che nasce per trasportare persone e diventa trasporto merci perché né le persone, né le merci passeranno di lì, perché chi se ne frega di andare a Lione, lasciatemelo dire”. E qui il ministro s’è attirato le ironie dei pro Tav francesi anche perché, dobbiamo dirlo, Lione è una bellissima città, ricca di storia e cultura, con la bellezza di due aeroporti in cui arrivano un sacco di voli dei quali, da Torino… zero. Ecco, noi no, ma forse i torinesi sono d’accordo con Toninelli e davvero non gliene frega niente di andare a Lione.