Palermo, un agente firma per il ministro: la questura indaga

Dopo Ascoli, Palermo. Ieri la questura di Palermo ha aperto un’inchiesta su un agente di polizia che avrebbe firmato un appello a sostegno del leader della Lega Matteo Salvini, indossando la divisa mentre era in servizio. L’episodio è avvenuto a Partinico, comune nella città metropolitana di Palermo, nello stesso banchetto per la raccolta firme dove i militanti della Lega avevano denunciato domenica di essere stati minacciati da un migrante tunisino, che si sarebbe così rivolto a uno di loro: “Ti taglio la testa”. A quel punto i leghisti hanno chiamato la polizia e sul luogo è arrivata una pattuglia. E uno degli agenti a bordo avrebbe poi firmato l’appello in favore di Salvini, come dimostrerebbe una foto pubblicata su Facebook dalla leader del gruppo locale, Katya Caravella. Per questo la questura ha avviato accertamenti sul caso, proprio come è già successo ad Ascoli, dove a firmare per il ministro dell’Interno erano stati due poliziotti. E in quel caso a ritrarre la scena era stato un senatore del Carroccio. Ma Valter Mazzetti, segretario generale del sindacato Fsp Polizia di Stato, protesta: “Non c’è un divieto per i poliziotti in divisa di firmare una petizione, esistono norme di comportamento generiche”.

Caso Foibe, il Viminale minaccia: “Via i soldi all’Anpi”

Una conferenza controversa, l’ombra del negazionismo delle foibe e i partigiani finiscono nel mirino di Matteo Salvini: il ministro dell’Interno se la prende con l’Anpi e minaccia addirittura di toglierle i 100 mila euro l’anno che riceve dal ministero (ma non dal suo). Tutto nasce da un evento a Parma il 10 febbraio, intitolato “Fascismo e Foibe”, in cui è prevista la proiezione del video “La foiba di Bassovizza, un falso storico”: la partecipazione dell’Anpi locale è diventata un caso nazionale, con le proteste di Fratelli d’Italia e della Lega, seguite dalla minaccia di Salvini. “È necessario rivedere i contributi alle associazioni, come l’Anpi, che negano le stragi fatte dai comunisti nel dopoguerra”. Non è la prima volta, del resto, che i partigiani scivolano sulle foibe (qualche giorno fa sul sito della sezione di Rovigo un post negazionista bollava i massacri come “invenzione dei fascisti”). Come non è la prima volta che da ambienti di destra si mettono in discussione i loro contributi. Adesso lo fa Salvini, che forse aveva il dente avvelenato anche per la recente campagna dell’associazione partigiani contro il suo decreto sicurezza. C’è solo un problema: quei soldi non sono di sua competenza ma del ministero della Difesa, da cui l’Anpi riceve un finanziamento come le altre associazioni combattentistiche (è la più ricca, con 100 mila euro su un milione totale). Poi nel bilancio (che non è pubblico) ci sono i ricavi dal 5 per mille, circa 250 mila euro.

A parte le minacce di Salvini, però, sui fondi non c’è nulla di concreto in cantiere. A scanso di equivoci è comunque arrivata la precisazione dell’Anpi nazionale: “Non per timore delle ‘minacce’ ma per obiettività storica, ribadisco che le foibe sono una tragedia nazionale: sia la frase di Rovigo che l’iniziativa di Parma non sono condivisibili”, la nota firmata dalla presidente Carla Nespolo. Caso chiuso, per il momento.

Dal matrimonio in verde al caso Buffagni. Ecco la leghista avvocato del “Capitano”

Al momento, l’incarico ancora non ce l’ha. Sarà solo l’eventuale via libera del Senato al processo a obbligare Matteo Salvini a nominare un legale di fiducia. Claudia Eccher, però, con i bisticci giudiziari del leader della Lega, ormai ha già una certa dimestichezza. E l’altro giorno, uscendo dal Tribunale di Milano, ha illustrato ai giornalisti le prime linee guida della strategia difensiva del suo assistito.

Il caso della nave Diciotti, dice l’avvocato, è una “vicenda kafkiana”, “senza precedenti”, in cui ci sono “due poteri contrapposti dello Stato”. Ma lui, precisa, “è tranquillo” perché “ha agito nel rispetto del patto con gli elettori” nonché “nell’interesse del Paese e dei molti cittadini che lo hanno votato e che lui rappresenta con orgoglio”.

Il filo tra il ministro dell’Interno e i suoi elettori, a dire il vero, poco ha a che vedere con il quesito a cui la Giunta per le autorizzazioni del Senato è chiamata a rispondere, ovvero se il titolare del Viminale abbia agito o meno per “la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante” o “di un preminente interesse pubblico”.

Nella difesa preventiva dell’avvocato Eccher, forse, ha prevalso il lato umano. Perché prima che difensore di Matteo Salvini, Eccher è una fervente sostenitrice della Lega, al punto da aver scelto un abito verde padano per il suo matrimonio. Figlia del chirurgo Claudio Eccher, già consigliere regionale a Trento con il centrodestra, è sposata dal 2008 con l’ex senatore del Carroccio, Sergio Divina. A officiare la cerimonia, a Rovereto, c’era l’ex ministro Roberto Castelli. Le nozze furono seguite e immortalate da www.giornaletrentino.it, che le raccontava così: “Quando la sposa è scesa dalla grande Bmw X5 bianca, tutti sono rimasti a bocca aperta. Qualche leghista della prima ora ha anche versato una lacrimuccia. Claudia Eccher era avvolta da un abito di raso di seta completamente verde Padania, anche le scarpe erano verdi. L’unica cosa bianca che aveva erano le rose in mano. Anche lo sposo Sergio Divina è rimasto a bocca aperta. E sì che a lui il verde non mancava: cravatta e pochette erano color smeraldo”.

Le frequentazioni leghiste le hanno fruttato nel 2014 la consulenza con “il Capitano”. Eccher segue le cause del leader della Lega e anche quelle del partito: l’unico incarico che ha declinato è quello del processo sui famosi 49 milioni. Per lei, che vive a Trento, seguire le udienze a Genova e Milano sarebbe stato troppo complicato. Così, finora, si è ritrovata quasi sempre a dover dirimere le beghe social dell’attuale ministro. È lei a seguire la querela a carico dell’ex ministro Cecile Kyenge, imputata per diffamazione per aver definito “razzista” la Lega. Sempre lei segue il processo contro un antagonista milanese che il 25 aprile 2016 aveva scritto su Facebook: “Salvini, in nome della bellezza e dell’intelligenza. Fai un gesto nobile. Sparati in bocca. Ps: prima o poi verrai appeso a un lampione, ne sei consapevole?”. E ancora lei ha portato a casa la condanna di un blogger calabrese che l’anno prima, sempre il giorno della festa della Liberazione, aveva rilanciato online una frase mai pronunciata dal leader della Lega: “Al sud non esistono partigiani perché non avevano le palle per combattere. Vigliacchi”.

Lunedì prossimo conta di firmare un’altra transazione con il segno più per il ministro: un ex consigliere regionale aveva scritto su Facebook che in Lombardia la Lega era come il Pd e “mafia capitale”, un “sistema marcio che sta infettando le istituzioni”, dove “yes men” stanno lì ad “aprire porte e stendere tappeti rossi”. Quel consigliere regionale era il Cinque Stelle Stefano Buffagni. Oggi è sottosegretario del governo di cui Matteo Salvini è vicepremier. Per Eccher, una passeggiata di salute.

Tav, l’Ue minaccia: “Col no pagherete”. Ma sono spiccioli

Nello scontro interno al governo sul Tav basta poco per accendere le polemiche. Anche l’ennesimo avvertimento dell’Ue. Ieri Bruxelles ha infatti ribadito i suoi dubbi su un possibile stop deciso dall’Italia dopo la bocciatura dell’analisi costi-benefici voluta dal governo. Intercettato dai giornalisti, un portavoce della Commissione ha spiegato che “non possiamo escludere, se ci sono ritardi prolungati, di dover chiedere all’Italia i contributi già versati” per il Tav, oltre al “rischio che, se i fondi non sono impiegati, possano essere allocati ad altri progetti” Ue. Tanto è bastato a far partire un coro di critiche dall’opposizione. Il concetto non è una novità. Bruxelles lo ha già espresso almeno 5 volte dall’estate. Stando ai documenti ufficiali, però, non esistono automatismi: gli accordi bilaterali non prevedono alcuna clausola che compensi le spese in caso di stop.

Finora sono stati spesi 1,4 miliardi. Andare avanti costerebbe all’Italia almeno 3 miliardi, il 35% del costo del tunnel (8,6 miliardi, secondo il costruttore italo-francese Telt). Alla Francia spetta il 25%, mentre i fondi Ue coprono il 40%. Il 15 settembre scorso il coordinatore della Commissione per il corridoio est-ovest, Jan Brinkhorst, ha scritto al ministro dei Trasporti Danilo Toninelli e al suo omologo francese, Élisabeth Borne, avvisando che la sospensione del progetto avrebbe potuto portare alla “rescissione” degli accordi (il Grant agreement del 2014) “con totale o parziale recupero dei fondi già versati”. Per indurre l’Italia a non fermare l’opera, proponeva di alzare al 50% il contributo europeo. Nella lettera venivano stilate le cifre: nel 2007-2013 l’Ue ha versato, e i governi speso, 370 milioni; l’accordo del 2014 ne stanzia altri 813 fino al 2020 (362 per la Francia e 451 per l’Italia: di questi solo una parte è già arrivata). A Bruxelles la cifra che circola è di 120 milioni al 2018, ma Telt sostiene sia più alta.

Per il costruttore, ad oggi sono stati spesi – per studi, progetti e lavori – 700 milioni di contributi Ue, di cui poco meno della metà proveniente dagli stanziamenti post 2014. Non è un dettaglio secondario. Il Grant agreement del 2014 prevede “sanzioni” nel caso di comportamenti irregolari ma chiarisce che “nessuna delle parti è autorizzata a chiedere un risarcimento in caso di risoluzione dell’opera da parte di uno dei contraenti”. Bruxelles fa trapelare l’intenzione di riavere indietro parte dei fondi, ma c’è molto scetticismo sulla reale possibilità che – in caso di stop – si possa chiedere all’Italia di restituire la quota già spesa nel 2007-2013.

Precedenti legali non esistono e le norme escludono indennizzi. Discorso diverso per la quota versata dal 2014, ma dipende da quanto si è già speso. L’agreement prevedeva spese al 2018 per 461 milioni, ma il cronoprogramma dei lavori è andato a rilento. In un documento inviato al ministero a fine novembre, Telt ammetteva che le “penalità” per la rescissione dell’agreement non supererebbero gli 81 milioni. L’unica certezza è che quanto non speso andrà restituito. E – stando ai dati Telt – si tratta di oltre 400 milioni, solo in parte destinati a coprire i costi dell’Italia. La Francia potrebbe provare a chiedere indietro i 300 milioni spesi, ma gli accordi non lo prevedono.

L’altra certezza è che questi rischi non vengono conteggiati nell’analisi costi-benefici decisa dall’Italia, che considera i fondi Ue come normali costi, e tra questi annovera anche quelli per dismettere i cantieri e ammodernare la tratta storica (2 miliardi). “L’Ue stia tranquilla, gliela presenteremo a giorni”, ha replicato Toninelli. A Bruxelles non c’è però grande attesa: ieri hanno fatto sapere che già nel 2015 Italia e Francia gliene sottoposero una. In realtà, però, si trattava di uno studio commissionato dal costruttore Telt alla Bocconi. L’agreement – ha aggiunto il portavoce – si potrà ridiscutere entro giugno. Poi i fondi non spesi rischiano di essere dirottati altrove.

Diciotti, il M5S ci (ri)pensa: “Voto online su Salvini”

I due contraenti che prima non litigavano mai, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, hanno messo (o fatto mettere) sul tavolo la pistola carica, cioè la minaccia di voto anticipato. Dandosele sul Tav, innanzitutto. Ma con in testa anche e soprattutto la prima mina per il governo, il voto in Senato sul rinvio a processo di del leghista per sequestro di persona. Quello su cui ora i Cinque Stelle tornano a pensare di affidarsi al blog, delegando agli iscritti la scelta. Per recuperare il contatto con la base, certo, ma soprattutto per allontanare l’amaro calice da Luigi Di Maio: il capo che da un po’ di tempo è troppo solo e che bisogna tutelare, verbo che fa rima con salvare. Specialmente adesso.

Perché già ieri mattina nel M5S sussurravano che “certe frasi del fine settimana suonano da campagna elettorale per le Politiche più che per le Europee”. E in serata Matteo Salvini ha minacciato il fine corsa da Quarta Repubblica: “Sono convinto che su Venezuela e Tav tra persone di buon senso l’accordo si trova, ma se qualcuno preferisce darmi del rompicoglioni le cose si fanno più complicate”. Una risposta al Di Battista di sabato scorso, quello che “se Salvini vuole fare il Tav vada con Berlusconi e non rompa i coglioni”. E dietro c’era anche quella decisione sul rinvio a giudizio che lacera il Movimento: diviso tra la vecchia guardia, in maggioranza per il sì “perché non ci siamo mai opposti alle autorizzazioni a procedere”, e i nuovi eletti, per i quali il no non è un’eresia, ed è comunque la via per tenere a galla il governo. “Ma è un gioco a perdere, perché se diciamo sì Salvini ha il pretesto per far saltare tutto, e con il no invece rischiamo di spaccarci in aula” riconoscono tutti. Ecco perché torna in auge l’ipotesi del voto sul portale. Perché nella partita sul caso Diciotti è il ministro dell’Interno a poter muovere le pedine dove preferisce. Anche se per lui il processo resta uno spauracchio.

Ieri è apparso nella Giunta delle autorizzazioni in Senato per visionare i faldoni, e in particolare gli interrogatori dei funzionari del Viminale e delle capitanerie di porto. “Quelle carte confermano che nella vicenda della nave il Tribunale dei ministri di Catania sbaglia” è la tesi dei leghisti. Ma in serata Salvini alza l’asticella: “Sarebbe un precedente grave se la giunta votasse sì: vorrebbe dire che una parte della magistratura decide quello che il governo può o non può fare”.

Ed è lo specchio dei timori del ministro dell’Interno, che non si presenterà in giunta, depositando invece una memoria scritta entro domani sera. E ne dovrebbe arrivare anche una dei 5Stelle, sottoscritta dal presidente del Consiglio Conte, dal ministro dei Trasporti Toninelli e da Di Maio. “Spiegheremo che quelle decisioni sono state prese insieme e non solo dal ministro dell’Interno” assicura il capo del M5S. Anche se il presidente della giunta, Maurizio Gasparri, fa sapere: “Non sappiamo se possiamo accettarla, decideremo”. Ma il Di Maio che nega e rinega scambi con il Tav (“Non ragioniamo così”) può scegliere solo il male minore sul caso Diciotti: ergo, sarebbe meglio che non scegliesse lui ma la base. Un rischio nel rischio, perché gli umori del web danno come probabile la vittoria del no. E per Salvini sarebbe trionfo. Per questo l’opzione della votazione online era stata messa di lato, anche se mai accantonata. E ora che si balla sopra il precipizio della crisi, rieccola. Anche perché i sette grillini in giunta restano in gran parte per lo stop ai giudici, come ripetono ai colleghi: “Se ci basiamo sul diritto il voto deve essere no”. Anche se Roberto Fico domenica sulla Rai si è esposto per il via libera: “Io pregherei la mia Camera di dare l’autorizzazione”. Però tante delle nuove leve vogliono il no, la via indicata da Conte.

E alla fine tutto torna, con “l’avvocato del popolo” che spinge verso lo stop al tribunale il Movimento 2.0, quello giacca, cravatta o tailleur. Meno scapigliato ma più calcolatore: “O magari più garantista”, come suggerisce un parlamentare del Nord. Di sicuro più simile a Conte, quello che nel fuorionda con la Merkel ha dipinto i due vicepremier come giovincelli vivaci da tenere a bada. E la ferita ancora stilla. “Ogni volta che attacchiamo Salvini il premier si smarca con una nota” sibila un dimaiano. Ravvivando i sospetti sul Conte che gioca in solitaria.

Intanto questa mattina i senatori del M5S si riuniranno in assemblea e parleranno anche di Diciotti. Matteo Mantero è per il sì, e lo motiva così: “È come negli scacchi, Salvini ci ha fatto la mossa della forchetta. Noi dovremo sacrificare comunque una pedina, e io allora voterei sì, per non fare il suo gioco”. Però è tutto complicato. E sopra il governo c’è un nuvolone chiamato crisi.

Dite qualcosa

Manca un mese alle primarie congressuali che daranno al Pd, nel primo anniversario della più grave sconfitta della sua storia, un nuovo segretario. I sondaggi, per quel che valgono, lo stimano ancora sopra il 15%, cioè poco sotto il minimo storico toccato alle elezioni del 4 marzo 2018. E questa, per i dem, è una buona e una cattiva notizia. Buona perché possono contare (chissà ancora per quanto) su uno zoccolo duro di irriducibili di centrosinistra che non si rassegnano al bipolarismo 5Stelle-Lega. Cattiva perché, otto mesi dopo la sua nascita, il governo Conte continua a mantenere uno spropositato consenso intorno al 60%, a dispetto delle continue risse, cazzate e gaffe giallo-verdi. E la gente non è che non le veda o ne sia soddisfatta: ma l’allergia per “quelli di prima” è così inestinguibile da farle passare in second’ordine dinanzi alla terrificante prospettiva di un ritorno al passato. E nessuno degli aspiranti leader del Pd (per non parlare di B.) è ancora riuscito a scrollarsi di dosso le sembianze di “quelli di prima”. Perché né Zingaretti, né Martina, né Giachetti & Ascani (caso unico al mondo di doppia candidatura per una carica singola) hanno neppure tentato di abbozzare un’alternativa credibile e coerente alla maggioranza grillo-leghista. Un’alternativa che presupporrebbe un’analisi della sconfitta di un anno fa e di quelle precedenti, ininterrotte dal 2016.

Ancora l’altroieri, alla Convenzione seguita alle primarie nei circoli, né Zingaretti né Martina hanno speso una parola per prendere le distanze dalle politiche degli ultimi sette anni, clamorosamente bocciate dagli elettori. E Giachetti, il più applaudito, le ha addirittura esaltate come “riforme che resteranno nella storia”. La storia dei cimiteri, visto il loro effetto mortifero su quello che ancora nel 2014 era il maggior partito di centrosinistra d’Europa. Insomma, non ha sbagliato il Pd, ma gli elettori. Per il resto, le solite giaculatorie sullo “sforzo unitario” e sul “basta divisioni”, piuttosto bizzarre mentre ben tre candidati si contendono la segreteria e dovrebbero spiegare cosa li caratterizza e li differenzia. Altrimenti non si vede perché siano tre e non uno solo. Sull’Europa, tutti a scappellarsi a Calenda e al geniale manifesto “Siamo Europei”, che vieta rigorosamente l’accesso a chiunque puzzi di sinistra e sventola uno dei brand più screditati sul mercato (infatti la lista +Europa della Bonino, un anno fa, non superò nemmeno il 3%). Sui migranti, i soliti pateravegloria sull’accoglienza, come se la linea dura l’avesse inventata Salvini, non Gentiloni e Minniti.

Sull’esorbitante e inquietante consenso a Salvini, nessun’analisi e nessuna idea per contrastarlo, se non l’astuta mossa di Martina di una mozione di sfiducia in Parlamento per regalargli un altro po’ di vittimismo. Senza spiegare come mai il nuovo Duce smette di esserlo e diventa un ottimo alleato con cui marciare in piazza gomito a gomito in difesa del Tav, delle trivelle e del Partito del Pil, cioè della Confindustria (tutti valori tipici della sinistra). Sul reddito di cittadinanza, la più vasta misura contro la povertà mai adottata in Italia, nemmeno un monosillabo, a parte gli scherni renzian-boschiani. “Mai con i 5Stelle”, giura Martina, mentre Giachetti, dal canto suo, tuona: “Mai con i 5Stelle”. Invece Zingaretti, per differenziarsi, ribatte: “Mai con i 5Stelle”. Quel giuramento, oltre a rispondere a una domanda che al momento nessuno ha posto, è diventato un mantra. Una specie di test d’integrità e purezza da superare per essere ammessi alla segreteria del Pd, cioè del partito che dal 2011 al 2018 è riuscito a governare una volta con Monti e Fornero, due volte con B., quattro volte con Alfano e Verdini. E un anno fa, pur di non sedersi al tavolo con Di Maio malgrado gli appelli di Mattarella e Fico, mandò Salvini al governo. Ora un centrosinistra che si rispetti dovrebbe finalmente arrendersi al principio di realtà.
Problema: posto che si vota col proporzionale (grazie al Rosatellum, imposto dal Pd e votato anche da FI e Lega) e che il Pd naviga poco sopra il 15%, come intendono lorsignori arrivare al 50% più uno dei seggi in Parlamento (pari a oltre il 40% dei voti nelle urne)? Soluzione: si tenta di recuperare una parte dei voti perduti; e si cerca un partner che abbia almeno il 25%. Ora, lo sappiamo: il destino è cinico e baro e il mondo è brutto e ingrato. Ma al momento di partner sopra il 25% ne esistono solo due: i 5Stelle e la Lega. Bisogna sceglierne uno, sapendo che la Lega non ha alcuna intenzione (né alcun bisogno) di allearsi col Pd. Al momento neppure i 5Stelle, visto che al governo ci sono già e visto come furono trattati un anno fa. Ma poniamo il caso che, dopo le elezioni europee, l’esile filo che tiene uniti i giallo-verdi si spezzi e il governo Conte cada. A quel punto il Pd che fa? Appoggia un governissimo istituzionale con Lega, FI e frattaglie varie (in cui il M5S non entrerebbe mai)? O entra in un governo con i 5Stelle? Oppure continua la politica renziana dei pop corn e del no a tutti, rendendo inevitabili le elezioni anticipate, cioè la vittoria del centrodestra, con Salvini premier e B. ministro della Giustizia? Altre soluzioni, in natura, non ne esistono. Se il congresso del Pd ha un senso, è anche e soprattutto per rispondere a questa domanda. Cioè, nell’ordine: darsi una nuova identità; incunearsi fra le contraddizioni dei giallo-verdi; farle esplodere al più presto; indicare un’alternativa praticabile, sui numeri e sui programmi, possibilmente in questo Parlamento perché già sappiamo come sarà il prossimo; e poi provare a realizzarla. Riusciranno i nostri eroi nel prossimo mese a dire qualcosa di sinistra, o almeno a dire qualcosa?

Wolfgang, Greta: amore diviso in due

Wolfgang e Greta li ho conosciuti a Firenze sotto la statua del David. Si baciavano e abbracciavano teneramente, due figure romantiche come Paolo e Francesca. Il giorno dopo sarebbero ritornati a Berlino, purtroppo lui a est, lei a ovest. Con un muro a dividerli nel bel mezzo di un amore appena nato in Italia. Per tre anni si sono amati per lettera, si sono scambiati foto e parole maneggiate dalla Stasi. Nulla di più eversivo dell’amore in un Europa divisa. Poi finalmente il gran giorno con la caduta del muro, uno squarcio di sole è penetrato in una notte fonda, una notte magica in cui si sono aperti varchi, e si è tornati a mescolarsi in un’atmosfera festosa. Con Rostropovich che ha suonato il violoncello, improvvisando tra le macerie una suite di Bach, e dietro di lui mi è sembrato di vedere la figura di Wolfgang arrampicarsi, superare il muro e raggiungere la sua Greta, stretti in un abbraccio, finalmente insieme. Insieme, che bella parola, chissà come si dice in tedesco. Wolfgang e Greta si sono immaginati per tanto tempo. Qualche giorno dopo ci rivediamo a Roma, al Colosseo, lo adorano perché è pieno di buchi “…e l’hanno costruito cosi, è così da sempre!” gli dico “…che bello, centinaia di aperture attraverso cui si può passare e vedersi!” rispondono, Wolfgang e Greta hanno imparato benissimo l’italiano e si conversa a meraviglia. Mi raccontano del muro. Sono felici ma preoccupati, perché i muri da abbattere sono quelli invisibili mi dicono, i muri dell’indifferenza, i muri delle differenze, i muri del profitto a tutti i costi, quelli che abbiamo dentro. Sono stati con noi in Italia una settimana, poi sono tornati a Berlino e si sono lasciati. Potrebbe sembrare un controsenso, in fondo se ci penso lo hanno deciso loro, non uno stupido muro costruito dalla politica. Viva la libertà!

 

Sagittario in balia di un amore a tre Leone preda di una rogna di lavoro

ARIETE – Dice Enrica Mannari (DeAgostini) che Qualcuno ha il cuore… “leggero” e qualcun altro “chiuso”: tu appartieni alla prima categoria; lui/lei alla seconda. Con queste premesse sarà difficile che la relazione duri fino a Pasqua.

TORO – “Scusa ma ’sto Gesù non esiste. E comunque se è esistito, è morto. Che cazzo gliene frega del tuo amore?”. Giusto. Impara da Paolo Repetti gli Esercizi di sepoltura di una madre (Mondadori). Ma anche di un amore, di un amante e del povero cristo che sai.

GEMELLI – Daniela Leoni spiega La Cabala (Edb): “La magia bianca è unanimemente condannata dai mistici, anche se non tutti i grandi cabalisti sono immuni da commistioni con essa”. Sii più smaliziato sul lavoro e sfrutta le tue doti di fattucchiera: solo così riuscirai a strappare un piccolo aumento.

CANCRO – Testimoniando il destino (Adelphi), Emanuele Severino ti ammonisce: “Non basta possedere un campo: bisogna coltivarlo”. Svegliati! In famiglia stai lasciando troppi conflitti irrisolti: è ora di affrontarli, e scioglierli.

LEONE – Facciamo che ero morta, ma anche no. Jean Beagin (Einaudi) ti esorta a smetterla di “rimuginare. È come quando sei a letto e la stanza ti gira attorno: l’unico modo per fermarla è mettere un piede a terra”. Alzati e cammina: in ufficio c’è una rogna che ti attende.

VERGINE – Appunta Albert Camus nell’Estate e altri saggi solari (Bompiani): “Firenze! Uno dei pochi luoghi d’Europa in cui ho capito che nel cuore della mia rivolta dormiva un consenso”. Finalmente l’hai capito anche tu, senza nemmeno uscire di casa: deponi le armi con il/la partner.

BILANCIA – Gigliola Fragnito studia il Rinascimento perduto (il Mulino), quando la censura imperava. Tuttavia, “non sarà mai possibile far tal’Indice che levi via tutti i libri cattivi, perché mentre se ne prohibisce uno, se ne stampano due”. In casa smettila coi divieti a figli, consorti e parenti, o ti attirerai contro una congiura familiare.

SCORPIONE – Manuel Vilas è pieno di rimpianti: In tutto c’è stata bellezza (Guanda); “era un uomo libero, viveva per i suoi piaceri tranquilli”. Che noia! Tu piuttosto pensa al futuro: non farti scappare una succulenta, quanto temeraria, proposta di lavoro.

SAGITTARIO – Il mio nome è Venus Black, dice la protagonista di Heather Lloyd (Sperling & Kupfer). Ma vatti a fidare: “È come se nel suo subconscio i due uomini si sovrapponessero in una maniera strana e ingiusta”. Occhio perché ti stai impelagando in un pernicioso triangolo amoroso.

CAPRICORNO – “Non sono del tutto in forma, ma niente può tenermi lontano da una festa”. Ellen Raskin ti manda un Invito a Westing House (Il battello a vapore): vedi di non rifiutarlo anche questa volta. Colpi di fulmine in vista.

ACQUARIO – Siamo umani – sostengono Ikeda e Unger (Piemme) –:“Chiunque manchi della passione per proteggere la vita manca della passione per i diritti umani”. C’è un amico in difficoltà economica: non far finta di non saperlo.

PESCI – Ti incalza Melissa Hill (Fabbri); fai La scelta di una madre, anche se non lo sei: “M. si sente presa dal panico, ma fa del suo meglio per mostrarsi serena. Non è una codarda e ha già avuto a che fare con streghe del genere”. È il giusto atteggiamento per affrontare streghe e stregoni che infestano il tuo ufficio.

Facce di casta

 

Bocciati

ANALFABETISMO DISFUNZIONALE
Teresa Manzo, deputata del Movimento Cinque Stelle, è balzata alle cronache per un intervento alla Camera durante il quale è riuscita ad inciampare in ben quattro strafalcioni nel giro di un minuto: dal Jobs Act che “ha precariato” milioni e milioni di giovani, al “pupularsi” di opinionisti, passando per i vitalizi “a sbaffo”, fino ad arrivare ai giovani “messi a parcheggio” sul divano. In un solo minuto la Manzo è riuscita a sgominare la feroce concorrenza e a guadagnarsi il primo posto nel torneo “Politici contro l’italiano”. Pare che la cospicua quantità di neologismi introdotti dall’onorevole, abbia gettato nel panico l’intera Accademia della Crusca, che reduce dalla discussione sull’utilizzo transitivo dei verbi intransitivi, non era pronta ad un’altra mole di lavoro così incombente. Intervistata sull’accaduto, la Manzo ha replicato così: “Mi piacerebbe essere ricordata come quella che disse pupularsi, ma ha mantenuto le promesse, contribuendo a fare dell’Italia un paese autoritario”. Immaginando che volesse intendere autorevole, non possiamo che congratularci con la coerenza con cui, malgrado le ingerenze esterne, continua la sua battaglia contro la lingua italiana: quello che si chiama un politico fedele alla linea.

voto 2

 

OSTE, COM’È IL VINO? Umberto Smaila è una di quelle figure provenienti da altre categorie (vedi alla voce Lorella Cuccarini) che non perde occasione per cantare le gesta sovraniste e per tessere le lodi di Matteo Salvini. Ai microfoni di “Un giorno da pecora” lo showman, dopo aver spiegato perchè il ministro non debba essere processato, si è lasciato andare ad un fervido elogio del Capitano: “Si dà un gran da fare, è giovane, scattante, energico, ha un modo di esporsi molto fattivo, la pigrizia non fa parte del suo modo di essere. Lui in un giorno riesce a fare molto più che i suoi predecessori. Trova il tempo anche di andare a vedere il nostro Milan…”. Viene il sospetto che quando Salvini, alla notizia di Lino Banfi nominato a rappresentare l’Italia all’Unesco, ha replicato “!E Smaila?”, non scherzasse poi così tanto…

voto 5

 

Promossi

#PRIMAIFATTIPROPRI La presenza di Stefania Prestigiacono nella delegazione di parlamentari che è salita sulla Sea Watch per accertare la situazione dei migranti, ha suscitato polemiche di ogni tipo, in particolar modo a destra, da dove le sono arrivati attacchi di ogni tipo. Uno degli argomenti maggiormente utilizzati, che ormai è diventato un topos letterario nelle discussioni di questo tipo, è quello d’imputare al politico di turno di privilegiare gli interessi dei migranti a quelli degli italiani. A replicare in maniera convincente c’ha pensato Gianfranco Rotondi, la cui ironia sui social si fa notare spesso: “Colleghi deputati insistono a contrapporre i bisogni degli italiani ai migranti visitati dalla @stefprest .Conoscendo le loro biografie, assicuro che i soli italiani per cui si sono spesi sono loro stessi, talvolta neppure i loro familiari”. Perchè si può tranquillamente ignorare i migranti e al contempo fregarsene beatamente degli italiani, non dimentichiamocelo.

voto 6

La Settimana Incom

 

Bocciati

Equivocheto.Lino Banfi precisa in un’intervista la sua frase sui plurilaureati. “Sono stato equivocato. Non ho mai detto di fregarsene della laurea, degli studi o della conoscenza. Mi sono limitato ad affermare, e lo rivendico, che in alcuni casi e per certi ruoli basta l’esperienza, l’aver conosciuto e navigato la vita, l’essersi affermati in una professione, possedere la curiosità necessaria per accettare sempre nuove sfide. Questo volevo dire”. Una parola è troppa, e due sono poche.

 

Non classificati

Vanity Fair. A un anno dalla posa della stella sulla Walk of Fame, la 91enne Gina Lollobrigida torna a Los Angeles per girare un documentario sugli inizi della sua carriera, The Last Diva: “Io non ho mai creduto al ruolo da icona che mi è stato affibbiato. Ad Hollywood mi chiamano la donna più bella del mondo, io penso di essere fotogenica e bella tanto quanto le altre donne che vivono di un amore così grande da parte del pubblico”. Su Marilyn Monroe: “Siamo diventate amiche. Era modesta e dolcissima ma non forte quanto me e in questo business devi esserlo. Povera ragazza, ha provato ad avere una vita decente, ma non è facile quando parliamo di una popolarità come la sua”. Tutto bene? No. A proposito della rivalità con Sophia Loren dice: “Tra di noi non c’è nessuna rivalità, la numero uno sono io. A differenza sua, io ho conquistato il successo completamente da sola, senza un produttore alle spalle”. La vanità non si prescrive.

 

Promossi

W la Crusca. Grande strepito social per il presunto sdoganamento da parte dell’Accademia della Crusca, nell’autorevole persona del professor Vittorio Coletti, di alcuni verbi intransitivi: esci il cane, siedi il bambino, scendi la borsa. Indignazione e alti lai diffusi un po’ ovunque on line (mondo dove notoriamente l’italiano scritto è correttissimo): ma come, ‘sti accademici assecondano gli ignoranti? Luigi Settembrini, letterato e patriota, sosteneva che per fare una buona lingua serve un buon Paese (il quale sembra tutt’oggi mancare). A parte il fatto che, come abbiamo scritto, nessuno ha sdoganato niente, alzi la mano chi non ha detto almeno una volta “Scendere le scale”. Le lingue vive sono, appunto, vive e dipendono dall’uso che ne fanno i parlanti (noi, tutti). Per i puristi da tastiera: già Leopardi, nello Zibaldone si lamentava dell’abuso “di lineette, di puntini, di punti ammirativi doppi e tripli”. Figuriamoci cosa direbbe delle loro faccine.

Sanremo è… Sanremo, come da spot. Da martedì, per cinque lunghissime e attesissime serate, torna il Natale della televisione italiana. Ci sarà tanta musica e molto probabilmente anche ottima tv, vista la presenza della coppia Raffaele-Bisio. E, azzardiamo, anche molte polemiche: dopo anni di satira all’acqua di rose, i comici si scateneranno (come si dovrebbe) contro il governo. Ci divertiremo.