Caro Coen, ho visto e letto tutto. Ho visto il video con la signora milanese che minaccia una donna straniera sul bus, i commessi del supermarket che umiliano la donna cinese e il ragazzo Prince. Che aveva un sogno, l’Italia, presto diventato un incubo che l’ha ucciso. Ho visto, so, mi informo, e lo faccio in modo compulsivo. Sì, compulsivo. Lo confesso a te e ai lettori di questa nostra rubrica. Mi informo sul nostro italico razzismo, quel cancro che ci consumava da anni e che oggi ha un volto, una barba, una stazza bulimica ricoperta da improbabili divise militari. Mi commuovo, mi indigno, vorrei spaccare tutto, ma la domanda prevalente è una sola: che fare? Cosa possiamo fare noi, buonisti, radical chic col Rolex, pietisti, farabutti che non pensano agli italiani poveri (e mi fermo qui con la rassegna degli insulti che ci vengono rivolti), per fermare questa barbarie? La risposta è parlare, smetterla di far finta di nulla. Parlare al bar, in metropolitana, in ufficio, al mercato, per strada. Farlo sempre per contrastare le parole malate che ogni giorno avvelenano questo Paese. Dobbiamo essere netti e chiari per smontare la narrazione di chi parla di invasione, di chi favoleggia di immigrati nei centri d’accoglienza palestrati, di chi alza il dito e pronuncia il suo “prima gli italiani”. E spegnere la tv, togliere ossigeno (auditel) alle trasmissioni che sguazzano nell’odio. Colpire al cuore (dalla parte del portafoglio) giornalisti e opinionisti che danno parole e idee al Vangelo della paura. Ma soprattutto, sbugiardare quei politicanti da quattro cent che governano con i razzisti, quei deputatini Cinquestellati che riescono a nascondere alla propria coscienza l’evidenza di aver portato al governo Salvini e la Lega. Come sono bravi a spaccare il capello dei distinguo in quattro. Da dorotei dell’era moderna vivisezionano parole e atti del “Capitano” per giustificarlo. E noi, quelli di cui sopra, che dobbiamo fare? Resistere, caro Coen, resistere. Ogni giorno e in ogni momento.
Migranti: il germoglio dell’odio che cresce a Milano
Caro Enrico, non so in che girone infernale sia finita Milano, la “città più vivibile d’Italia”. Si coltivano preziosi giardini sui grattacieli, ma in basso germoglia invece il seme dell’odio. L’altro giorno, al Lorenteggio, un’anziana sciura milanese – spalleggiata da altri passeggeri – ha aggredito una giovane madre velata di origini arabe, salita sull’autobus della linea 50 assieme a tre figli, perché non aveva chiuso il passeggino. L’anziana scalmanata ha mollato una sberla alla donna, davanti ai figli terrorizzati. Il video in rete è inequivocabile. Chi l’ha postato ha ricevuto insulti. Gli hanno scritto che la mamma araba non aveva pagato il biglietto. Accusa falsa.
Che dire, poi, di un altro video diventato virale, in cui si vede una donna orientale di una certa età minacciata e insultata in un supermarket perché si era rivolta ad un inserviente in cinese. Costui risponde con offese e mima il gesto della pistola: “Brutta cinese di merda, già sei venuta qui a rovinare il mercato, vattene o ti sparo in testa!”. Col bullo c’è un collega che invece di tappargli la bocca si sganascia dalle risate. Il video ha indignato la comunità cinese italiana ed è finito sul sito del South China Morning Post, prestigioso quotidiano di Hong Kong. Pochi giorni prima, un pizzaiolo aveva spruzzato deodorante ai colleghi africani nella cucina del “Rossopomodoro” che si trova alla Stazione Centrale, riversando il filmato nel web.
Su Repubblica ho letto di un’ivoriana di 24 anni, operatrice socio sanitaria abilitata. A un colloquio per una cooperativa che offre assistenza domiciliare agli anziani le dicono che non si fidano a mandarla a casa di una famiglia bianca: “Sento addosso il peso del disprezzo”.
Peso che ha ucciso Prince Jerry, 25 anni, laurea in Nigeria. Voleva fare il chimico in Italia. Asilo negato (l’ultimo no il 17 dicembre). Il nuovo decreto annulla il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Persa ogni speranza, si è buttato sotto un treno a Tortona. Era arrivato in Italia due anni e mezzo fa. Ci è rimasto per sempre.
Django, quell’anima zingara e pop della legenda del jazz
La sua avventura ha la magia della musica e della vita zingara: alla periferia di Parigi (e al successo) arrivò infatti con una carovana rom. E oggi potrebbe anche essere un simbolo contrario alla cecità di chi, a una simile magia, oppone l’ottusità dei sovranismi (il “prima gli italiani” nella nostra Penisola) e dei tanti razzismi che fioriscono in Europa. Ma nella sua breve corsa, morì nel 1953 a 43 anni, Jean “Django” Reinhardt è stato soprattutto un grande del jazz e lo straordinario interprete di quello stile, il manouche, che proprio da ritmi cadenzati e dagli strumenti della musica tzigana (chitarre, violini, contrabbassi) traeva la sua ispirazione.
“Uno che ha cambiato l’ordine delle cose: e non solo nell’universo dei jazzisti rom che continuano a venerarlo nel mondo”.
“Un genio che non suona mai la stessa cosa. Che ha segnato un’epoca, che ha stregato e incantato con una magia che ancora dura”. Che ancora dura, è vero, sino a spingere Giandomenico Curi, saggista e regista cinematografico, ad aprire così il suo Django Reinhardt, una leggenda manouche tra cinema e jazz (Casa Musicale Eco, pag. 416, euro 29), volume che aggiunge all’ormai vastissima letteratura musicale dedicata al jazzista il racconto di come il chitarrista e compositore sia poi diventato protagonista di molti documentari e film ispirati alla sua vita.
Nello stesso tempo, però, è anche la rilettura di un’esperienza che, con l’avvento definitivo della Settima Arte e la centralità dei registi francesi dell’epoca, vide intrecciarsi le sorti del cinema e del jazz. “Il cinema si occuperà di lui solo dopo la morte, Da allora non l’ha più abbandonato. Negli anni della gloria, invece, gli passa accanto senza quasi accorgersi di lui. Registi come Carné e Renoir, proprio in quegli anni, realizzano film con dentro le stesse storie, gli stessi sentimenti che attraversano la musica di Django (la vita nei quartieri poveri, la fatica, i sogni, l’amore, il ballo). E anche a livello esistenziale, quella di Django è una vicenda da grande cinema popolare: il suo essere rom e analfabeta, ma anche autentica star della musica più amata dalla gente. Perché allora il jazz era questo: musica meravigliosa per le petit peuple, dai vagabondi ai travet della piccola borghesia impiegatizia… E insieme una vita che tende sempre più alla leggenda e all’evidenza spettacolare di una partitura cinematografica”. Traspare, nel racconto di Curi, documentatissimo ma mai pedante, la passione che Django sa catturare ancora oggi: e non solo per la sua musica geniale. Perché è proprio la sua breve vita ad essere affascinante e struggente. A cominciare dall’incendio della roulotte in cui viveva da ragazzo e che gli costò l’uso della gamba destra e una lesione permanente alla mano sinistra, con i monconi dell’anulare e del medio uniti dalla cicatrizzazione.
Reinhardt rieduca lentamente la mano e si inventa un modo per riuscire a pizzicare ugualmente le corde della chitarra. E forse fu proprio quella menomazione ad aumentare a dismisura la sua già completa bravura. Documentata da interviste, dichiarazioni di amici, riconoscimenti che hanno cognomi e dignità altissimi e che Curi cita senza sosta. Dirà di lui, per esempio, Juliette Gréco: “Django era un dio…! Lo amavano tutti:. Cocteau lo adorava, Prévert ne ha scritto… Sartre e Beauvoir venivano ad ascoltarlo. Ma non c’era nessuna vanità in lui”.
Infine, spiega ancora Curi, assieme a una parabola che sa di cinema, resta sempre salda la fedeltà all’appartenenza zingara: “E lì, c’è un altro pezzo dell’anima di Django: ci sono la sua placenta, la musica manouche, le radici di tutto. E lui sa che, se sei capace di suonare bene quella musica, poi non c’è nessun posto dove non puoi andare”. E scrivendo di lui, anche Curi ci è riuscito.
L’arrivo degli stranieri e il pericolo che viene dal mare
Stefano Allievi è un tipo inconsueto di sociologo. Invece di descriversi come un male ineluttabile la ossessione corrente dell’emigrazione, lavora a spiegare che molto di ciò che sappiamo non è vero, e molto di ciò che è vero non è il pericolo che richiede di chiudere il mare.
Allievi è stato l’autore di un libro, “Cambiare tutto” (editori Laterza) forse il trattato più chiaro e utile per sapere qualcosa sui fatti e sul fare della “invasione” propagandata dalla parte politica che governa, e accettata con strana sottomissione anche dalle varie opposizioni. L’editore allora ha chiesto all’autore di produrre una versione breve e semplice per i non addetti ai lavori e anche per fronteggiare il problema delle mille notizie false (in buona e malafede) sull’arrivo di “stranieri” che trapassano in modo irregolare (non ce ne è uno regolare) i nostri sacri confini. La risposta è un volumetto (“5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare )”), Editori Laterza, simpatico e benevolo che, invece di occuparsi degli inventori di immense e pericolose falsità (vedi le decine di migliaia di vite umane sacrificate alla falsa credenza del dio invasione), spiega “perchè ci muoviamo noi”, “perchè si muovono loro”, “perchè arrivano in questo modo”, “perchè proprio qui”, “perchè la diversità ci fa paura e ci attrae”. E conclude con un capitolo che include queste civilissime parole: “ Viviamo in quello che potremmo chiamare un contesto interculturale. Che ha vantaggi e svantaggi. È questione di come vediamo le cose, di come le mettiamo in prospettiva”. E anche: “Bisognerebbe spendere la metà delle risorse, delle energie e anche dell’intelligenza e dei soldi che spendiamo in accoglienza degli emigranti per aiutare gli autoctoni a capire cosa sta succedendo”. Queste due frasi includono implicitamente, ma chiaramente, i due grandi e deliberati errori di governo: provocare la paura e ingannare i cittadini. Mobilitarli fino alla mavagità contro un terrore inventato da pochi individui in contatto con un mondo di razzismo e sovranismo che sta minacciando molti Paesi, grandi e piccoli, forti e deboli.
Ho già detto: il libro di Allievi sono solo 51 pagine scritte in una lingua chiara, di buon racconto. Consiglio di profittare del formato tascabile. Sono tali e tante le falsità sull’immigrazione, che vi può servire in qualunque momento.
L’Italia con l’ascensore sociale rotto e le prediche dei giornaloni di regime
Venticinque anni di miopia. E “due Italie”. Con quale faccia, verrebbe da dire. Con quale faccia il primo giornale d’Italia, il Corriere della Sera che è la prima cattedra tra le Italie più irraggiungibili agli italiani, scrive di “un’Italia stanca e un’Italia furiosa”. Con quale faccia si descrive la prima – “stufa di demagogia, di volgarità” – e la seconda invece additata, anzi, conclusa, nel suo essere “incattivita, delusa, privata di un ascensore sociale che non sia fatto di sotterfugi, furbizie, sottomissioni e ricerca di favori”.
Con quale faccia si potrebbe inveire se non fosse per la specchiata qualità di Roberto Gressi, l’autore dell’editoriale uscito martedì scorso, giustamente convinto dell’urgenza di dare voce a una nazione finalmente in grado di fare sistema per essere forte di energie e saperi.
Giusto, giustissimo fare sistema e costruire il futuro con le competenze. Ma come, dove e quando i “competenti” hanno avuto modo di far valere i propri studi, le proprie aspirazioni e – ebbene sì – il proprio genio in un’Italia, quella dei piani alti, che ha pervicacemente assecondato un regime unico di casta chiusa in ogni fortilizio, sia esso quello della ricerca, quello della cultura, quello della magistratura, quello dell’editoria e quello dello spettacolo perfino. Appunto, come, dove, quando, se perfino lo stesso Corriere – alla testa di tutto il concerto di testate istituzionali – ha da sempre avallato “il capitalismo di relazione”, la pax consociativa e auspicato quel liberismo che nei fatti ha impoverito il ceto medio, ha messo al riparo le èlite e ha consegnato ai giovani proprio quei lavori “dequalificanti e a basso stipendio” di cui lo stesso Gressi parla nel suo articolo. A meno che non sia – questo editoriale – un parlare a suocera affinché nuora intenda.
L’Italia stanca è, infatti, quella che si appresta a diventare furiosa. Un ascensore sociale che non sia fatto di sotterfugi, furbizie, sottomissioni e ricerca di favori è infatti quell’unico buio imbuto dove va a crepare la buonafede di tanti, troppi e sempre zittiti padri di famiglia costretti alla gavetta dal regime unico della casta chiusa – a dispetto di saperi, specializzazioni ed esperienza – per consumare oltretutto le umiliazioni della questua sulla soglia di quell’età in cui le generazioni precedenti già assaporavano la pensione.
Uomini, tutti – e troppi, sempre zittititi – che sono messi sotto scopa dai caporali di sempre.
Ecco chi popola “l’Italia furiosa”. Altro canone di decifrazione non c’è che “Uomini e Caporali”, lo stigma con cui Totò nel suo celeberrimo film insegue – attraverso le varie epoche della memoria contemporanea – il miraggio di un ascensore sociale al riparo dall’arroganza, dalla protervia e dal disprezzo con cui l’eterno regime unico della casta da sempre chiusa cristallizza la propria egemonia.
A dispetto delle due Italie – quella stanca e quella furiosa – e sempre a garanzia dell’irraggiungibile Italia dei piani alti. Ieri come oggi – per dirla con le maschere di Totò e di Paolo Stoppa in “Siamo uomini o caporali?” – ma oggi, in verità, è perfino peggio. Certo, si dirà – e infatti il Corriere, con la dovuta faccia, lo stigmatizza – l’Italia furiosa, con i gialloverdi, adesso è al governo.
Certo, è così, ma il fatto è un altro. E il fatto è che quelli che sono al governo non comandano. Infuriano.
Caso Vannini. La sentenza e le scorciatoie sempre buone del “pensavo che…”
Cara Selvaggia, ho letto la tua intervista sul Fatto all’avvocato della famiglia Ciontoli riguardo il triste caso di Marco Vannini. Ho letto che secondo il signore che sarà sicuramente uno stimato professionista e che ha il difficile compito di difendere degli assassini, quei quattro (padre, madre, due figli) sono dei poveretti che hanno agito con negligenza e imperizia ma non volevano uccidere. E a quanto pare un giudice ha creduto a questa versione: omicidio colposo. Dice che non avevano ipotizzato che potesse morire perché pensavano che avesse solo una pallottola nel braccio. Bene. Questo però apre la porta a qualsiasi difesa di assassini che implorino di credere alla loro buonafede. Sparo in pieno petto al mio vicino perché volevo festeggiare il capodanno e non chiamo i soccorsi in tempo perché ha perso poco sangue e pensavo di non aver colpito gli organi vitali? Omicidio colposo. Metto sotto un vecchietto con la bicicletta e poi scappo perché dallo specchietto mi è sembrato che non si fosse fatto nulla, invece muore? Omicidio colposo. Do da bere per sbaglio a mia moglie del brillantante anziché l’acqua liscia che mi ha chiesto e chiamo i soccorsi troppo tardi perché ho l’amante e spero che crepi ma dico che pensavo che l’ingestione del brillantante si curasse con una tisana? Omicidio colposo. Non trovi, Selvaggia, che quest’alibi del “non pensavo potesse morire” sia una bella uscita di sicurezza per qualsiasi sciocchezza o oscenità si compia? Io nella mia vita ho sempre utilizzato la formula “non pensavo che” per coprire qualche mia malefatta. Ho seguito poco l’infanzia di mio figlio con assoluta consapevolezza e quando lui me lo ha rinfacciato, anni dopo, gli ho detto: non pensavo che avessi bisogno di me. Lui che è un giudice migliore di quello toccato ai Vannini, non mi ha creduto. Ho tradito la mia ex moglie, quando mi ha scoperto le ho detto: “Non ho mai pensato che questo avrebbe contato qualcosa nel nostro matrimonio, che non è in discussione”. Non era vero. Lo sapevo. Lo avevo previsto. Ho agito con lucidità, senza alcun impeto. Infine, e questa è la cosa più grave, quando la mia ex moglie è caduta in depressione, dopo il nostro divorzio e ha tentato il suicidio, anni fa, io ho detto a mio figlio: non pensavo che stesse così male. Ancora un volta stavo mentendo. Lo sapevo. Anzi, mi ero più volte chiesto se sarebbe sopravvissuta a quel buio dell’anima che ormai le impediva anche di andare a lavorare. Però non l’avevo aiutata, non me ne ero occupato. Facile dire “non avrei mai pensato che potesse accadere il peggio”, è una bella scorciatoia per le responsabilità. Invece l’umanità sta proprio nel riuscire a prevedere il peggio, ad anticiparlo, a prendersi cura dell’altro, pure quando ha solo un graffio. E con urgenza, cura, senso di responsabilità. Nessuno di quei quattro ha pensato a Marco, al suo bene, alla sua vita. Se ne sono tutti lavati le mani e quando è morto, “ma noi non pensavamo che potesse morire”. Già. La legge gli ha creduto, io che sono umano e come loro, cara Selvaggia, non ci credo neanche un po’.
Samuele
Non pensavo che si potesse avere un punto di vista così originale e così poco sguaiato rispetto al resto delle urla del popolino. E invece.
Che paura, un futuro senza la matita blu
Cara Selvaggia, sono un insegnante d’italiano che, nei giorni scorsi, ha vissuto veri e propri attimi di terrore. È stato quando sembrava che l’Accademia della Crusca si fosse arresa all’ondata d’ignoranza dilagante e avesse autorizzato l’uso transitivo dei verbi “scendere” e “uscire”. Scendi il cane, esci i soldi. Fino al momento della smentita, quella che sottolineava come la nota fosse una semplice constatazione dell’utilizzo colloquiale di alcune espressioni, soprattutto in alcune zone d’Italia, mi sono visto nel futuro. Un futuro distopico in cui non avrei potuto segnare più nessuna mostruosità grammaticale con la matita blu, perché in quel futuro chiunque sarebbe stato autorizzato a scrivere qualsiasi cosa gli venisse in mente, senza poter essere corretto. “Lo spizio”, ma mia nonna dice così da vent’anni, sta dicendo che mia nonna è ignorante? “Subbacquei”, embè? Sono di Roma, qui si dice così. Nei fogli intonsi di questi miei studenti futuri vedevo un preciso piano ideologico. Perché dietro quei “vado a pisciare il cane” non c’era l’intento di nobilitare la potenza dei regionalismi italiani, con cui Dante a suo tempo scrisse quella Commedia che poi diede vita alla lingua che parliamo (o meglio, scriviamo) ancora oggi. Intravedevo invece un nitido disegno populista: al bando queste ammuffite regole sintattiche, quest’elitaria ortografia, chiunque ha ben il diritto di esprimersi come vuole. Anzi, come può, e guai a correggerlo. Perché non si può propugnare l’equivalenza delle opinioni su qualsiasi argomento, scientifico, ambientale, politico, se rimarrà sempre la barriera di un linguaggio corretto e forbito a separare l’immunologo, il geologo, il filosofo dalla cassiera, dal contadino, dal muratore. È necessario livellare prima il linguaggio, così che poi non conti più tanto l’articolazione del proprio pensiero o la consistenza del proprio bagaglio culturale, ma semplicemente il volume della propria voce. E soprattutto, nessuno può più dirti che sbagli.
La smentita poi è arrivata, per fortuna, ma quell’incubo non si è dissolto. Vive nei drammatici commenti sui social, dove si gareggia tra chi mette più acca davanti alle disgiunzioni, dove si fa sprezzo della grammatica invitando a “parlare come mangi”. Osservando tutto questo, devo concludere che siamo diventati un popolo di coprofagi.
Massimo
Caro Massimo, hai ragione. E vorrei venirti a trovare a scuola per dire ai tuoi studenti quanto sei bravo. Esci il nome della scuola, grazie.
Inviate le vostre lettere a: il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2. selvaggialucarelli @gmail.com
Champions, sfida Agnelli-Allegri
Che succede in casa Juventus? Parafrasando il poeta si potrebbe dire: “C’è qualcosa di nuovo oggi alla Juve: anzi d’antico”. E quel qualcosa che sa tanto d’antico è il dibattito che Max Allegri, l’allenatore in carica da cinque stagioni, ha riaperto a sorpresa a proposito del sogno (per gli juventini un incubo) chiamato Champions League. Per capire di cosa stiamo parlando bisogna riannodare qualche filo e tornare al discorso della corona che Andrea Agnelli, camicia azzurra a maniche rimboccate, fece sul prato di Villar Perosa, a favore di telecamere, il 12 agosto scorso alla presenza di giocatori, staff tecnico e cronisti al seguito. “Sarà un anno difficile – disse testualmente Agnelli -. Sarà un anno dove dal sogno dobbiamo passare all’obiettivo: l’obiettivo dev’essere la Champions, quest’anno. L’obiettivo dev’essere la Champions, dev’essere lo scudetto, dev’essere la Coppa Italia. Noi quest’anno dobbiamo veramente porci l’obiettivo di vincere tutto. Max, l’allenatore, e lo staff lo sanno perfettamente”. Così parlò il presidente accolto dagli applausi scroscianti di tutti, dal cugino John Elkann a CR7 a mister Allegri. E però… e però è successo che qualche giorno fa, alla vigilia di Atalanta-Juve 3-0 di Coppa Italia, un Allegri visibilmente nervoso per non dire alterato ha voluto parlare del match che la Juve giocherà in Champions il 20 febbraio in casa dell’Atletico Madrid (andata ottavi di finale). “Io – è stata la sua intemerata – tutte le volte sento parlare di questa benedetta partita di Madrid. La partita di Madrid è una partita di calcio della Champions dove non sta scritto da nessuna parte, perchè non sta scritto da nessuna parte, che la Juventus è la mega favorita, è la numero 1, cioè praticamente si parla come se la Juventus dovesse aspettare solo il primo giugno per vincere la Champions. Credo che questa è una roba da folli”. Ecco, Allegri che a gennaio dà del folle a chi pensa a una Juve favorita in Champions, addirittura incerto sul superamento degli ottavi di finale, è un Allegri che in pratica dà del folle al suo presidente; davanti al quale s’era messo sull’attenti, in estate, senza eccepire di fronte al monito “vincere e vinceremo!”.
C’è qualcosa di nuovo oggi alla Juve, anzi d’antico: c’è che ancora una volta, dopo che la società gli ha messo a disposizione campioni sempre più campioni, Dybala dopo Tevez, Higuain dopo Dybala, CR7 dopo Higuain, per non parlare di Pjanic, Douglas Costa, Bernardeschi e Cancelo costati come la Gioconda, Allegri continua ad essere l’allenatore che con 24-25 campioni in organico, alcuni assoluti fuoriclasse, riesce nell’impresa di far giocare la Juventus male facendo quasi sempre peggio, in quanto a gioco, di tutte le squadre che incontra, dalle corazzate europee tipo Real o Barcellona ai pescherecci italiani tipo Atalanta, Lazio o Sampdoria, perdendo sempre contro le prime e vincendo spesso contro le seconde ma per esclusivo merito della bravura dei suoi campioni: come a dire che se Agnelli fosse andato in panchina al posto di Allegri la Juventus avrebbe perso 3-1 col Barça e 4-1 col Real esattamente come con Max e avrebbe vinto gli ultimi 4 scudetti né più né meno com’è riuscito ad Allegri. Insomma, una cosa è certa: Atletico-Juve, mercoledì 20, rischia di trasformarsi in qualcosa di più, nella sfida all’Ok Corral Allegri-Agnelli. Chi vincerà?
Cattolici in politica: altro che partito, Francesco pensa a un Sinodo speciale
La notizia è clamorosa e di grande suggestione. Altro che partito, la Chiesa italiana per affrontare l’epoca cupa dei populismi potrebbe addirittura convocare un sinodo sulla società e sull’impegno in politica dei suoi fedeli. L’ipotesi conclude l’ultimo scritto del gesuita Antonio Spadaro (nella foto), l’intellettuale più vicino a papa Francesco e direttore della Civiltà Cattolica, la rivista tornata dopo due decenni al centro dell’attenzione in Vaticano, grazie al pontificato di Bergoglio.
Nel suo editoriale del quaderno d’inizio febbraio del periodico gesuita, e pubblicato giovedì scorso da Avvenire, padre Spadaro conclude infatti così il suo lungo articolo: “Che dunque stia maturando il tempo per un sinodo della Chiesa italiana?”. L’interrogativo è la sintesi di due punti che il direttore della Civiltà Cattolica va ripetendo da settimane, nel segno di papa Francesco, eletto peraltro nel 2013 per depurare la Curia di Bertone dall’intreccio con il mondo berlusconian-andreottiano.
Punto primo: no a un partito unico dei cattolici, ossia “l’usato garantito”. E ancora: “Non basta più neanche una sola tradizione politica a risolvere i problemi del Paese”. Punto secondo: fermare la salvinizzazione clericale della Chiesa, spiegata pure in una bella intervista a Giuseppe Genna sull’ultimo numero dell’Espresso: contrastare il “suprematismo religioso” dell’americano Bannon, che teorizza “la necessità teocratica di sottomettere lo Stato alla Bibbia”, non distante dalla logica del “fondamentalismo islamico”. Ergo, non resta che “la formazione” di nuovi cattolici in politica sulla linea di quanto già espresso dal cardinale Gualtiero Bassetti, il presidente dei vescovi italiani.
Formare, quindi, e soprattutto comprendere le ragioni dei “sentimenti di paura, diffidenza e persino odio che hanno preso forma tra la nostra gente”. E un processo del genere, di vastissima portata, non si può che ottenere con “l’esercizio della sinodalità”, ovvero il “coinvolgimento” e la “partecipazione attiva di tutto il popolo di Dio”. Un progetto ambizioso, sembra. Non il solito partitino per riciclare i moderati rimasti senza poltrone.
I Biologi e l’obbligo di vaccinazione
Qualcuno spieghi all’ordine dei biologi (Onb) che grazie ai vaccini non si muore più di vaiolo e che la poliomelite è stata quasi eradicata. Desta infatti qualche preoccupazione la scelta dell’ente di aver organizzato a fine gennaio un convegno dal titolo “Vaccinare in sicurezza” in cui è stato messo in discussione l’obbligo vaccinale. Così come il finanziamento di 10mila euro a Corvela (il coordinamento regionale veneto per la libertà delle vaccinazioni), movimento free vax, “finalizzato a sostenere analisi mirate alla verifica della qualità e della sicurezza dei vaccini”, si legge sul sito web dell’Onb. La federazione italiana scienze della vita, che raggruppa 14 società scientifiche, ha pubblicato una lettera aperta sulla Stampa criticando questo scetticismo. “La vaccinazione – scrivono – è l’approccio farmacologico dal principale effetto salvavita nella storia dell’umanità e i vaccini sono prodotti e somministrati in condizioni di vigilanza e sicurezza garantite dalla ricerca farmacologica e medica moderne, tenendo conto di particolari situazioni personali prima della loro somministrazione”. Vaccinarsi dunque “è un dovere sociale”.
Torna l’investimento prudente del buon padre (o madre) di famiglia
Una ricaduta positiva della risalita dello spread? Difficile dirlo, perché spesso non è facile comprendere le scelte della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp). Fatto sta che dal 24 gennaio sono di nuovo disponibili buoni fruttiferi postali (Bfp) indicizzati all’inflazione, titoli emessi appunto dalla Cdp che le Poste si limitano a collocare, rimborsare ecc. Erano tre anni, precisamente dal 17 febbraio del 2016, che non venivano più offerti. Ed era un peccato, perché sono l’impiego più prudente dei risparmi per il proverbiale buon padre (o madre!) di famiglia.
Il primo motivo è il loro aggancio al costo della vita in Italia, che difende validamente il potere d’acquisto delle somme accantonate. Il secondo è la possibilità di disinvestire in qualunque momento senza ottenere mai meno della somma investita, al netto anche dell’imposta di bollo. Il terzo la duplice garanzia della Cdp e dello Stato.
Certo che non sono perfetti, ma come suol dirsi la perfezione non è di questo mondo. Come redditività non c’è da scialare: con appena lo 0,1% annuo più dell’inflazione la difesa dalla perdita di potere della moneta è buona, ma non totale. Alcune serie del 2011-2012, come la J19 o la J27, garantivano un rendimento netto superiore all’inflazione, per quanto alta. A proposito: fino a inizio 2016 i Bfp avevano nomi semplici, dopo invece sigle alquanto ostiche. La serie attuale in particolare è la IL110A190124.
Certo che uno può ottenere tassi reali più alti a scadenza e anche oltre un 1,5% annuo lordo oltre al carovita, comprando Btp Italia o Btp-i abbastanza lunghi, coi quali però potrà andare incontro a perdite anche sensibili, nel caso di una impellente necessità di smobilizzo e quotazioni crollate, magari per un’ulteriore risalita del famigerato spread.
Può darsi poi che in futuro le Poste offrano buoni fruttiferi indicizzati migliori. Ma questo non può preoccupare chi sottoscrive quelli in emissione, perché potrà sostituirli coi nuovi senza costi. Viceversa, essendo imperscrutabili i processi decisionali della Cdp, essa potrebbe parimenti sospenderne di punto in bianco l’emissione. Quindi, chi pensasse di sottoscriverne, magari non indugi troppo.
Nel complesso i Bfp indicizzati si possono considerare più sicuri di qualunque conto deposito, di qualsiasi polizza vita, di qualsivoglia fondo pensione. Per altro non si può escludere al 100% un’inflazione italiana bassissima per i prossimi dieci anni, ma io scrivo per chi, come me, non conosce il futuro. E vuole rischiare il meno possibile.
www.ilrisparmiotradito.itTwitter @beppescienza