La neo deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez non era invitata a Davos. Eppure il suo nome è stato al centro di tante conversazioni tramanager di gruppi internazionali, riuniti al Forum economico mondiale di gennaio. Figura anzi nella lista delle principali preoccupazioni del momento, insieme alla guerra commerciale tra Trump e la Cina e i rischi di una nuova crisi finanziaria.
Alexandria Ocasio-Cortez è tra le personalità politiche “che combattono ricchezze e privilegi facendo cadere uno dei tradizionali tabù della politica americana”, riassume l’editorialista del Financial Times, Gideon Rachman, sottolineando l’attuale ascesa di una forma di populismo di sinistra. Quale tabù? Ha osato proporre di tassare fino al 70% i redditi più alti e le grandi ricchezze americane superiori ai 10 milioni di dollari.
Proposta indecente. Appena arrivata a Washington, la neo deputata democratica ha rimescolato tutte le carte in tavola e avanzato l’idea che gli Stati Uniti ritrovino il principio dell’imposizione progressiva. Un sistema fiscale introdotto da Franklin D. Roosvelt al momento del New Deal nel 1934 e ancora in vigore negli anni 60, ha ricordato Ocasio-Cortez –AOC, come la chiamano tutti –, insistendo sull’urgenza di un “nuovo New Deal”, che integri le problematiche del cambiamento climatico negli Stati Uniti.
Le élites economiche sono state colte di sorpresa: non avevano visto arrivare l’affondo e tanto meno previsto che la proposta sarebbe diventata immediatamente popolare. La questione fiscale, per loro, è uno di quei risultati acquisiti che non può essere rimesso in discussione: erano convinte cioè che non si sarebbe mai tornati indietro sul principio della riduzione progressiva della fiscalità per i più facoltosi e sulla competizione fiscale tra gli Stati, in vigore da trent’anni, e che evolve secondo il principio del “sempre meno tasse” per l’1%, vedi lo 0,1%, delle grandi ricchezze del mondo.
La sola prospettiva di vedere rimettere in discussione lo status quo sta facendo rabbrividire le élites del mondo della politica, dell’economia e della finanza. La questione della giustizia sociale, che quelle élites pensavano di aver sepolto per sempre, torna invece ovunque alla ribalda facendo riemergere, con una forza inaspettata, concetti come la lotta di classe e il marxismo che si credevano finiti per sempre. È tempo insomma per l’America di riprendere in mano la questione della lotta di classe, assicura l’editorialista politico del Financial Times, Janan Ganesh.
A Davos il timore per l’avvenire compromesso dei più ricchi era travisato dai sorrisi di facciata dei diretti interessati. Un’aliquota d’imposta al 70%? Come credere a una tale idiozia? Michaël Dell, fondatore del gigante dell’informatica che porta il suo nome, ha voluto sferrare il colpo decisivo, o creduto tale, all’assurda idea. Per il milionario si tratta di una pessima proposta: una tassazione a quei livelli avrebbe come sola conseguenza di bloccare la crescita, ha assicurato. L’intervento di Erik Brynjolfsson, direttore del dipartimento di ricerca d’economia digitale del Mit, ha però rimesso i puntini sulle i: Brynjolfsson ha infatti ricordato che gli anni 60 e 70, quando la fiscalità poteva raggiungere aliquote fino al 90%, sono stati “i migliori decenni per l’economia degli Stati Uniti”. “Chi può credere che questa proposta abbia un senso? Solo gli ignoranti… come Peter Diamond, premio Nobel di economia, uno dei maggiori esperti al mondo di finanza pubblica. E poi, una politica come questa non è mai stata sperimentata da nessuna parte, tranne… negli Stati Uniti, per 35 anni, dopo la Seconda guerra mondiale: il periodo economicamente più fiorente della nostra storia”, ha ironizzato Paul Krugman, Nobel di economica, in un editoriale sul New York Times.
La proposta di Alexandria Ocasio-Cortez ha scatenato subitole critiche dei suoi numerosi oppositori. I cervelloni di Wall Street, i responsabili del partito repubblicano e tv come Fox News hanno ridicolizzato il progetto e si sono presi gioco della neo deputata, un po’ troppo giovane a loro avviso e quindi per forza incompetente. I repubblicani si sono a loro volta scaldati, agitando lo spettro del socialismo e del comunismo e, per tutta risposta, tre senatori del partito hanno sventolato una contro-proposta per abrogare la tassa federale di successione. Tassa che era già stata abbassata nel 2017 permettendo alle famiglie che ricevono un’eredità fino a 11,2 milioni di essere interamente esenti da imposte. La nuova misura proposta punta a sopprimere la tassa ed esonerare tutti gli altri, anche i patrimoni più importanti.
Panico tra i guru. I grandi gruppi e i vertici dell’alta finanza assicurano, dal canto loro, che ogni minimo cambiamento avrebbe come solo effetto di portare l’economia americana alla rovina.
Uno dei principali ostacoli, spiegano alcuni economisti, è che l’aumento dell’aliquota fiscale non permette oggi di lottare contro le diseguaglianze come è stato in passato, e questo per via dell’evoluzione dei grandi capitali, concentrati ormai essenzialmente in attivi finanziari e strutture aziendali che garantiscono loro importanti sgravi fiscali. Per correggere le disuguaglianze, tassare i grandi patrimoni è invece più interessante che aumentare le tasse sul reddito, secondo l’Istituto di fiscalità e politica economica, un think thank orientato a sinistra, citato da Bloomberg.
L’idea è stata adottata dalla senatrice democratica del Massachussetts, Elizabeth Warren. Nel campo democratico, che si comincia ad attivare in vista delle presidenziali del 2020, è nata una certa rivalità tra i rappresentati dell’ala più a sinistra del partito, in particolare tra Elizabeth Warren e Bernie Sanders, entrambi tentati dall’idea di presentarsi alle primarie. In questo contesto, la senatrice democratica, che si è distinta per coraggio e tenacia nella commissione d’inchiesta sulla crisi finanziaria, ha avanzato il progetto di una tassa sulla ricchezza. Misura che ricorda per certi aspetti la soppressione della tassa patrimoniale Isf introdotta da Emmanuel Macron all’inizio del suo mandato,e che ora il presidente rifiuta di discutere nell’ambito del “grande dibattito” lanciato in piena crisi dei Gilet Gialli. Secondo Elizabeth Warren i patrimoni superiori ai 50 milioni di dollari devono essere tassati al 2%, ma superata la soglia del miliardo di dollari la tassa crescerebbe al 3%. L’imposta riguarderebbe circa 75.000 famiglie americane. La proposta ha ovviamente sollevato numerose critiche. Da una parte c’è chi considera ingiusto tassare le ricchezze ottenute dal lavoro, dall’altra c’è chi maschera la sua opposizione dietro spiegazioni tecniche, sottolineando la pesantezza del dispositivo e i rischi di evasione fiscale. Elizabeth Warren, che si basa sugli studi degli economisti francesi Gabriel Zucman e Emmanuel Saez, assicura che sono state previste delle disposizioni ad hoc per evitare appunto l’ottimizzazione fiscale e l’evasione.
Le primarie democratiche. Ancora prima di proporre la tassa sulla ricchezza, la senatrice aveva lanciato un progetto di legge sulla responsabilità delle aziende (Accountable Capitalism Act), che propone tra l’altro l’obbligo per le grandi imprese basate negli Stati Uniti di dotarsi di una Carta a carattere vincolante. In particolare, i dipendenti avrebbero il diritto di eleggere il 40% dei rappresentanti dei consigli d’amministrazione, i dirigenti sarebbero tenuti a conservare le loro stock-option per almeno cinque anni e le grandi aziende ad ottenere l’accordo del 75% degli azionisti e del 75% dei dirigenti prima di poter finanziare la campagna elettorale di un candidato. Questa proposta, come quella della tassa sulla ricchezza, non ha riscosso grande successo negli ambienti dell’alta finanza, e neanche nell’ala più conservatrice del partito democratico.
“Per risolvere il problema delle disuguaglianze, bisogna imparare a riflettere uscendo dai soliti schemi e mettere sul tavolo idee nuove”, sostiene Steve Wamhoff, uno dei responsabili dell’Istituto di fiscalità e politica economica. Comincia a farsi strada negli Stati Uniti l’idea che una certa “radicalità” sia necessaria per creare un nuovo ordine e imporre un nuovo discorso politico. “Ritrovare l’essenza di quello che Roosvelt chiamava il ‘sistema americano della libera iniziativa e del profitto” necessita oggi una certa dose di radicalismo. I centristi più pragmatici farebbero bene a riprendere le migliori pagine del maestro e ricopiarne i passaggi più progressisti”, scrive Trineesh Biswas, ricercatore all’Istituto internazionale per lo svilluppo sostenibile.
Nel grande dibattito aperto dalla sinistra americana e non solo, alcuni insistono sull’opportunità per i democratici di uscire dai sentieri battuti e avvertono: ispirarsi alle formule del passato, come aumentare la fiscalità e ampliare i dispositivi di sicurezza sociale, non sarà sufficiente. “La ridistribuzione permette di correggere le disuguaglianze, ma bisogna trovare il modo per prevenirle”, insiste il politologo Stephen Vogel sulle pagine del New York Times.
da Mediapart.fr