Gli assenti in Svizzera: i grandi dell’auto

Non sarà un salone di Ginevra come gli altri, quello che andrà in scena tra un mese. Non per le novità e lo show. Per fortuna quelli sono garantiti da una formula inossidabile che gli organizzatori hanno saputo adattare alle nuove tendenze, soprattutto quelle high-tech. Sarà diverso perché mancheranno le personalità forti, quelle che negli anni ci hanno regalato titoli e spunti, nel bene e nel male. Mancherà soprattutto Sergio Marchionne, che dopo l’amata Detroit proprio alla kermesse svizzera si sentiva più a suo agio, al punto da attirare sempre l’attenzione su di sè coprendo a volte qualche carenza di nuovi prodotti da presentare, da parte di Fca.

Altro grande assente, quest’anno, sarà Carlos Ghosn (in foto). L’ormai ex padre padrone di Renault-Nissan-Mitsubishi è in prigione a Tokyo dal 19 novembre scorso, accusato di irregolarità finanziarie e in attesa di essere processato. Ma se escludiamo i veicoli commerciali pesanti il suo gruppo è stato il primo al mondo per vendite lo scorso anno, davanti a quelli Volkswagen e Toyota. Come a dire, tutti utili e nessuno indispensabile. Chi invece probabilmente ci sarà, anche se alla sua ultima apparizione, è Dieter Zetsche. Il baffo più famoso dell’automotive saluterà tutti proprio a Ginevra, lasciando dopo dodici anni il ponte di comando di Daimler al giovane delfino Ola Kallenius. E andandosi a godere un pacchetto pensione da 4.250 euro al giorno, tutto compreso: il più alto dell’industria automobilistica tedesca.

Seggiolino anti-abbandono: ecco come funziona

Già a fine settembre il Senato aveva approvato un provvedimento per l’uso obbligatorio di seggiolini dotati di un apposito allarme per aiutare il guidatore a non scordare i bambini in auto una volta a destinazione. Ora la norma, valida per il trasporto dei bimbi fino a 4 anni di età, passato al vaglio del Consiglio di Stato e alla successiva pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, entrerà in vigore dall’inizio dal 1° luglio. La buona notizia è che non sarà necessario comprare un nuovo seggiolino dotato di allarme: quest’ultimo, infatti, potrà essere integrato o separato dal sistema di ritenuta per bimbi, nonché venduto come un accessorio separato per adeguare alla nuova legge anche i seggiolini già in uso. La norma stabilisce che il dispositivo di sicurezza in questione si attivi in caso di allontanamento del guidatore dal veicolo in presenza di un bambino seduto nel seggiolino: inoltre, dovrà accendersi automaticamente a ogni utilizzo dello stesso, confermando l’entrata in funzione attraverso un segnale acustico di conferma. In caso di abbandono, l’allarme “dovrà essere in grado di attirare l’attenzione del conducente tempestivamente attraverso appositi segnali visivi e acustici percepibili all’interno o all’esterno del veicolo”, come riportato nel documento del Ministero. I sopracitati avvertimenti antiabbandono lavoreranno insieme a un sistema di comunicazione automatico per l’invio di messaggi o chiamate ad almeno 3 diversi numeri di telefono. E, se alimentati a batteria, questi allarmi dovranno poter “segnalare al conducente livelli bassi di carica rimanente”.

Salone di Ginevra 2019. È il momento della concretezza

È arrivato il momento della concretezza. Quello di una risposta industriale alle pressioni politiche dell’Europa, con l’irrigidimento dei limiti alle emissioni di CO2 a 95 grammi per chilometro entro il 2030. Deve scattare il cambio di passo dell’auto elettrificata verso listini e modelli più popolari. L’Europa vede i costruttori americani defilarsi, quelli cinesi interessarsi e quelli coreani espandersi come vendite e tasso tecnologico. L’edizione numero 89 del Salone dell’auto di Ginevra (7-17 marzo) non ha insomma i riflettori di un palcoscenico, ma quelli di un interrogatorio. Centocinquanta anteprime, di scena e soprattutto di peso, l’assenza già dichiarata di una Ford fresca di alleanza con Volkswagen, ma anche del gruppo Jaguar Land Rover e Volvo.

Conteranno vere e democratiche evoluzioni. Non a caso, le protagoniste più attese sono due compatte, figlie di progetti che trasportano l’idea della vecchia utilitaria in una prospettiva che si allarga a tutte le tecnologie. Renault Clio quinta generazione avrà una motorizzazione ibrida E-tech, con dispositivi di assistenza che portano alla guida autonoma, e sarà la prima vettura a nascere sulla piattaforma Cmf-B, già predisposta per la trazione elettrica. La Régie gioca una partita tutta transalpina con il gruppo Psa, che punta tutto sulla nuova Peugeot 208: personalità sportiva, come sulla berlina 508, ma piattaforma Cmp che promette motorizzazioni mild Hybrid e, anche qui, l’elettrico.

Pochi copioni di scena, molti conti alla rovescia, come e-Buggy, un’interpretazione moderna della spiaggina a zero emissioni, ultima anteprima marciante basata sul piattaforma Meb destinata a tutti i veicoli a batteria del gruppo Volkswagen, una ondata che inizierà entro il 2019 con la tre volumi ID. Sono proprio le sigle la conferma che i progetti interessanti arrivano, come quello Mqb A0, il pianale su cui il gruppo tedesco ha già ricavato T-Cross e Seat Arona, e che a Ginevra vedrà il debutto anche di Skoda Kamiq. Crossover urbani come Jeep Renegade e Compass, al centro di una corsa contro il tempo di Fca per presentare le rispettive varianti ibride. Esserci non è sicuro, ma sarebbe importante.

La partita è con il mercato vero, non con il lusso. Quello è terreno per Bmw con nuova Serie 3 Touring, il maxi Suv X7 e forse la nuova Serie 1, oppure per Mercedes e le sue sportive Amg A45 S o Gt R Roadster. L’iperuranio atteso da Audi sta nell’ammiraglia da pista S8 o nella A6 Allroad quattro. A salire, Porsche 991 Cabrio, l’incognita per l’erede eventuale di Ferrari 488 alla svolta dell’ibrido, fino a McLaren 720S Spider, Lamborghini Huracan Evo Spyder e Bugatti Chiron Super Sport da ben oltre 1000 Cv. Guardare non guasta ma non basta. A Ginevra ci saranno molti nuovi espositori da Cina e Asia. Dovessimo perdere l’ultimo treno europeo della concretezza, toccherà a loro.

Conti correnti, rincari in banca Sempre più difficile risparmiare

C’è sempre un buon motivo per aumentare il costo dei conti correnti. O almeno la pensano così le banche che, a suon di modifiche, hanno fatto crescere a dismisura il costo dei servizi bancari, anche online, utilizzati da 30 milioni di correntisti. Secondo le ultime rilevazioni effettuate dai siti di comparazione, emerge che negli ultimi tre mesi l’Indicatore sintetico di costo (Isc) dei migliori conti correnti allo sportello per le famiglie con operatività media (accredito dello stipendio, bancomat e qualche bonifico) è aumentato del 3,7% (a 142 euro). Si tratta, cioè, dell’indice voluto dalla Banca d’Italia nel nome della trasparenza che consente di confrontare il costo dei conti per 6 diversi profili di operatività (giovani; famiglie con operatività bassa, media, elevata; pensionati con operatività bassa e media) e per i conti correnti a consumo con un unico profilo (operatività particolarmente bassa).

Ma se l’Isc ha aperto le porte alla trasparenza nel settore bancario, ha anche un evidente limite: somma solo i costi annuali, fissi e variabili, escludendo le altre voci che non sono standard ma che incidono sull’esborso finale. É, per esempio, il caso dell’imposta di bollo (34,20 euro) e del salvataggio delle banche (si pensi a Etruria, Marche, Chieti, Ferrara e alle due venete) che negli ultimi due anni ha spinto gli istituti ad applicare nuovi balzelli, una tantum. Tanto che dal 2017, il costo complessivo dei conti più utilizzati dalle famiglie è aumentato del 6,5% a causa dei salvataggi. Ed ecco spiegato perché se per la Banca d’Italia la spesa media di gestione del conto è di “soli” 79,4 euro, nella realtà le famiglie ne sborsano 160, secondo le rilevazioni del Centro tutela consumatori utenti (Ctcu). Ma la forbice fra l’offerta più economica e quella più cara è di oltre 200 euro. Del resto non è sempre facile tenere sotto controllo i costi e, magari, non ci si è mai accorti che – spiega il Ctcu – alcune banche locali possono arrivare a far pagare anche 25 euro all’anno i bonifici in entrata, come stipendi, pensioni o assegni di mantenimento. Inoltre, il tempo del conto a “costo zero” – che fino ad ora ha permesso di risparmiare – sembra essere agli sgoccioli con le banche non lo propongono più tra i propri prodotti.

Ma non è tutto. Secondo Sos Tariffe, i rincari sono arrivati in un anno fino al 40%, soprattutto per i conti ad operatività mista (sia online che in filiale) che salgono anche del 52,8% e che evidentemente le banche vogliono disincentivare. In media, dal 2013 al 2017 sono passati da 82 a 115,73 euro di costo annuo (+41,12%). A pagare di più in assoluto (quasi 173 euro l’anno) sono però le famiglie che restano ancorate ai conti tradizionali, tutti gestiti attraverso lo sportello della banca. Aumenti dei canoni annui (27,47 euro di media) e dei costi delle carte di credito (canone annuo medio 37,5 euro). Le banche online hanno, invece, diminuito i costi di canone, movimenti, bonifici e prelievi allo sportello, costo degli assegni e del canone annuo della carta di credito (12,22 euro di media) aumentando però quelli del versamento di contanti e assegni, delle domiciliazioni delle bollette e dei prelievi attraverso gli sportelli Atm del circuito delle altre banche. E se si guardano i soli conti tradizionali, in media negli ultimi quattro anni i single hanno subito aumenti compresi tra il 23,5 ed il 33%, le coppie tra il 30 e il 52,8%, le famiglie tra il 28 e il 45,5%. In pratica il costo annuo di tenuta del conto è aumentato da un minimo di 13 a un massimo di 43 euro l’anno. Eppure quando i clienti si accorgono che un conto è arrivato a costare decisamente troppo hanno un’arma importante: la portabilità che ne consente la chiusura a costo zero e il trasferimento, da parte della banca vecchia a quella nuova, nel giro di 12 giorni lavorativi. E, dopo anni di affossamento della legge, le banche non possono più rallentare la procedura a coloro che le vogliono abbandonare, con la scusa di lungaggini burocratiche e informazioni fuorvianti date agli sportelli, con l’unico scopo di tenersi il cliente per decenni.

L’unica accortezza da prestare durante la portabilità è di ricordarsi degli assegni già emessi: meglio attendere che vadano all’incasso per non lasciare scoperti. Inoltre, cambiando le coordinate bancarie andrà comunicato il nuovo Iban per tutti i rapporti in essere (accredito stipendio, addebito delle utenze o delle rate di un mutuo, ordini di bonifico permanenti, ecc).

Bastone e carote. Muoversi fra le commissioni, confrontare i tassi, scegliere il conto migliore per le proprie tasche resta un dilemma. Anche se tutti questi calcoli dovrebbero essere facilmente confrontabili su ComparaConti.it (l’ex Pattichiari), il sito dell’Associazione bancaria italiana, da due anni il motore di ricerca è sospeso, perché manca l’adeguamento alla nuova direttiva europea sui pagamenti (Payment accounts directive).

Tassare i ricconi, la sinistra Usa rompe quel tabù

La neo deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez non era invitata a Davos. Eppure il suo nome è stato al centro di tante conversazioni tramanager di gruppi internazionali, riuniti al Forum economico mondiale di gennaio. Figura anzi nella lista delle principali preoccupazioni del momento, insieme alla guerra commerciale tra Trump e la Cina e i rischi di una nuova crisi finanziaria.

Alexandria Ocasio-Cortez è tra le personalità politiche “che combattono ricchezze e privilegi facendo cadere uno dei tradizionali tabù della politica americana”, riassume l’editorialista del Financial Times, Gideon Rachman, sottolineando l’attuale ascesa di una forma di populismo di sinistra. Quale tabù? Ha osato proporre di tassare fino al 70% i redditi più alti e le grandi ricchezze americane superiori ai 10 milioni di dollari.

Proposta indecente. Appena arrivata a Washington, la neo deputata democratica ha rimescolato tutte le carte in tavola e avanzato l’idea che gli Stati Uniti ritrovino il principio dell’imposizione progressiva. Un sistema fiscale introdotto da Franklin D. Roosvelt al momento del New Deal nel 1934 e ancora in vigore negli anni 60, ha ricordato Ocasio-Cortez –AOC, come la chiamano tutti –, insistendo sull’urgenza di un “nuovo New Deal”, che integri le problematiche del cambiamento climatico negli Stati Uniti.

Le élites economiche sono state colte di sorpresa: non avevano visto arrivare l’affondo e tanto meno previsto che la proposta sarebbe diventata immediatamente popolare. La questione fiscale, per loro, è uno di quei risultati acquisiti che non può essere rimesso in discussione: erano convinte cioè che non si sarebbe mai tornati indietro sul principio della riduzione progressiva della fiscalità per i più facoltosi e sulla competizione fiscale tra gli Stati, in vigore da trent’anni, e che evolve secondo il principio del “sempre meno tasse” per l’1%, vedi lo 0,1%, delle grandi ricchezze del mondo.

La sola prospettiva di vedere rimettere in discussione lo status quo sta facendo rabbrividire le élites del mondo della politica, dell’economia e della finanza. La questione della giustizia sociale, che quelle élites pensavano di aver sepolto per sempre, torna invece ovunque alla ribalda facendo riemergere, con una forza inaspettata, concetti come la lotta di classe e il marxismo che si credevano finiti per sempre. È tempo insomma per l’America di riprendere in mano la questione della lotta di classe, assicura l’editorialista politico del Financial Times, Janan Ganesh.

A Davos il timore per l’avvenire compromesso dei più ricchi era travisato dai sorrisi di facciata dei diretti interessati. Un’aliquota d’imposta al 70%? Come credere a una tale idiozia? Michaël Dell, fondatore del gigante dell’informatica che porta il suo nome, ha voluto sferrare il colpo decisivo, o creduto tale, all’assurda idea. Per il milionario si tratta di una pessima proposta: una tassazione a quei livelli avrebbe come sola conseguenza di bloccare la crescita, ha assicurato. L’intervento di Erik Brynjolfsson, direttore del dipartimento di ricerca d’economia digitale del Mit, ha però rimesso i puntini sulle i: Brynjolfsson ha infatti ricordato che gli anni 60 e 70, quando la fiscalità poteva raggiungere aliquote fino al 90%, sono stati “i migliori decenni per l’economia degli Stati Uniti”. “Chi può credere che questa proposta abbia un senso? Solo gli ignoranti… come Peter Diamond, premio Nobel di economia, uno dei maggiori esperti al mondo di finanza pubblica. E poi, una politica come questa non è mai stata sperimentata da nessuna parte, tranne… negli Stati Uniti, per 35 anni, dopo la Seconda guerra mondiale: il periodo economicamente più fiorente della nostra storia”, ha ironizzato Paul Krugman, Nobel di economica, in un editoriale sul New York Times.

La proposta di Alexandria Ocasio-Cortez ha scatenato subitole critiche dei suoi numerosi oppositori. I cervelloni di Wall Street, i responsabili del partito repubblicano e tv come Fox News hanno ridicolizzato il progetto e si sono presi gioco della neo deputata, un po’ troppo giovane a loro avviso e quindi per forza incompetente. I repubblicani si sono a loro volta scaldati, agitando lo spettro del socialismo e del comunismo e, per tutta risposta, tre senatori del partito hanno sventolato una contro-proposta per abrogare la tassa federale di successione. Tassa che era già stata abbassata nel 2017 permettendo alle famiglie che ricevono un’eredità fino a 11,2 milioni di essere interamente esenti da imposte. La nuova misura proposta punta a sopprimere la tassa ed esonerare tutti gli altri, anche i patrimoni più importanti.

Panico tra i guru. I grandi gruppi e i vertici dell’alta finanza assicurano, dal canto loro, che ogni minimo cambiamento avrebbe come solo effetto di portare l’economia americana alla rovina.

Uno dei principali ostacoli, spiegano alcuni economisti, è che l’aumento dell’aliquota fiscale non permette oggi di lottare contro le diseguaglianze come è stato in passato, e questo per via dell’evoluzione dei grandi capitali, concentrati ormai essenzialmente in attivi finanziari e strutture aziendali che garantiscono loro importanti sgravi fiscali. Per correggere le disuguaglianze, tassare i grandi patrimoni è invece più interessante che aumentare le tasse sul reddito, secondo l’Istituto di fiscalità e politica economica, un think thank orientato a sinistra, citato da Bloomberg.

L’idea è stata adottata dalla senatrice democratica del Massachussetts, Elizabeth Warren. Nel campo democratico, che si comincia ad attivare in vista delle presidenziali del 2020, è nata una certa rivalità tra i rappresentati dell’ala più a sinistra del partito, in particolare tra Elizabeth Warren e Bernie Sanders, entrambi tentati dall’idea di presentarsi alle primarie. In questo contesto, la senatrice democratica, che si è distinta per coraggio e tenacia nella commissione d’inchiesta sulla crisi finanziaria, ha avanzato il progetto di una tassa sulla ricchezza. Misura che ricorda per certi aspetti la soppressione della tassa patrimoniale Isf introdotta da Emmanuel Macron all’inizio del suo mandato,e che ora il presidente rifiuta di discutere nell’ambito del “grande dibattito” lanciato in piena crisi dei Gilet Gialli. Secondo Elizabeth Warren i patrimoni superiori ai 50 milioni di dollari devono essere tassati al 2%, ma superata la soglia del miliardo di dollari la tassa crescerebbe al 3%. L’imposta riguarderebbe circa 75.000 famiglie americane. La proposta ha ovviamente sollevato numerose critiche. Da una parte c’è chi considera ingiusto tassare le ricchezze ottenute dal lavoro, dall’altra c’è chi maschera la sua opposizione dietro spiegazioni tecniche, sottolineando la pesantezza del dispositivo e i rischi di evasione fiscale. Elizabeth Warren, che si basa sugli studi degli economisti francesi Gabriel Zucman e Emmanuel Saez, assicura che sono state previste delle disposizioni ad hoc per evitare appunto l’ottimizzazione fiscale e l’evasione.

Le primarie democratiche. Ancora prima di proporre la tassa sulla ricchezza, la senatrice aveva lanciato un progetto di legge sulla responsabilità delle aziende (Accountable Capitalism Act), che propone tra l’altro l’obbligo per le grandi imprese basate negli Stati Uniti di dotarsi di una Carta a carattere vincolante. In particolare, i dipendenti avrebbero il diritto di eleggere il 40% dei rappresentanti dei consigli d’amministrazione, i dirigenti sarebbero tenuti a conservare le loro stock-option per almeno cinque anni e le grandi aziende ad ottenere l’accordo del 75% degli azionisti e del 75% dei dirigenti prima di poter finanziare la campagna elettorale di un candidato. Questa proposta, come quella della tassa sulla ricchezza, non ha riscosso grande successo negli ambienti dell’alta finanza, e neanche nell’ala più conservatrice del partito democratico.

“Per risolvere il problema delle disuguaglianze, bisogna imparare a riflettere uscendo dai soliti schemi e mettere sul tavolo idee nuove”, sostiene Steve Wamhoff, uno dei responsabili dell’Istituto di fiscalità e politica economica. Comincia a farsi strada negli Stati Uniti l’idea che una certa “radicalità” sia necessaria per creare un nuovo ordine e imporre un nuovo discorso politico. “Ritrovare l’essenza di quello che Roosvelt chiamava il ‘sistema americano della libera iniziativa e del profitto” necessita oggi una certa dose di radicalismo. I centristi più pragmatici farebbero bene a riprendere le migliori pagine del maestro e ricopiarne i passaggi più progressisti”, scrive Trineesh Biswas, ricercatore all’Istituto internazionale per lo svilluppo sostenibile.

Nel grande dibattito aperto dalla sinistra americana e non solo, alcuni insistono sull’opportunità per i democratici di uscire dai sentieri battuti e avvertono: ispirarsi alle formule del passato, come aumentare la fiscalità e ampliare i dispositivi di sicurezza sociale, non sarà sufficiente. “La ridistribuzione permette di correggere le disuguaglianze, ma bisogna trovare il modo per prevenirle”, insiste il politologo Stephen Vogel sulle pagine del New York Times.

da Mediapart.fr

 

 

“Io, cancellato: sul web c’è un mondo di merda”

Qualcuno ci sta per forza, per promuovere sé stesso, i suoi film o i suoi dischi. Qualcun altro, come Gianni Morandi, sceglie di aver pazienza e di rispondere con cortesia anche ai messaggi meno educati. Altri ancora hanno preferito rinunciare. “Dopo un infarto, una ischemia, un edema alle corde vocali, ci mancava solo questa guerra inutile, disgustosa e vergognosa”, ha scritto due anni fa Al Bano, annunciando l’addio a Facebook e agli altri social. Colpa di insulti e provocazioni sotto ad ogni post, riferiti soprattutto alle sue vicende amorose.

Al Bano, quasi due anni senza Facebook. Ha mai la tentazione di tornare?

No, non mi manca: è un’espressione di questo secolo e io sono nato nel 1943, c’era ancora la Seconda Guerra Mondiale. Sono cresciuto con altre cose, altro che Insta, Google, twit, mamma mia! Ma che devo dire, è la realtà di oggi e bisogna accettarla.

Lei però se ne è andato.

La società dell’anonimato ha preso il sopravvento e succedono cose indigeribili: insulti, cose squalificanti per il genere umano. E siccome io ancora credo nel genere umano, vorrei vedere umanità anche da chi non conosco o non so che faccia abbia.

Si rende conto di essere una mosca bianca.

Per tanti i social sono diventati un’ossessione, sempre lì attaccati allo schermo. Senza dimenticare la privacy, che ormai è totalmente abbattuta. Il mio non è un allontanarmi per un atto di superiorità, me ne guarderei bene, ma nella merda non mi piace stare e quello è un mondo di merda.

Non crede di essere un po’ troppo critico? Diversi suoi colleghi lo usano come strumento di lavoro.

È il segno che il mercato della musica, come quello di molti altri settori, è drogato e troppo condizionato da questi mezzi. Per fortuna posso farne a meno.

Quindi dobbiamo rimpiangere i vecchi tempi senza social?

È questione di voler guardare il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Di sicuro Facebook ha accorciato le distanze della comunicazione, ma lo scotto da pagare è stata la qualità dei contenuti, l’oggetto di queste comunicazioni.

Lei gestiva direttamente il suo profilo Facebook?

No, io ho a malapena un telefono: non sono capace e non ho mai voluto imparare. Se ne occupavano i miei figli e persone del mio ufficio. Ma seguivo, ogni tanto mi facevo stampare i messaggi che ricevevo.

E quelli le hanno dato fastidio?

Ci sono troppe persone con problemi esistenziali che si sfogano, producendo uno squallore unico. Ma io dico: conosci il mio nome, forse conoscerai le mie canzoni, ma come fai a sapere chi sono davvero per insultarmi?

Il suo collega Gianni Morandi ha un approccio zen, cerca di moderare i più esagitati.

Se si tratta di un dialogo io sono d’accordo, ma quando ci sono le offese no. Quella è la fabbrica gratuita di insulti a tutto spiano, almeno per come l’ho vissuta io. Hanno attaccato persino i miei figli più piccoli, senza preoccuparsi del male che potevano fare a me o a loro.

Come si possono educare gli odiatori online?

Basterebbe un pizzico di attenzione verso il cristianesimo, perchè non c’è insegnamento diverso da quello di non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso. Quando manca questo valore cristiano, si eleva la bestia.

Se non cambiano le cose, mai più Facebook dunque.

Non so quanto è lunga la mia vita ma non voglio spenderla per imbottirmi di quelle porcherie. Per carità, ogni decade ha la sua specialità: bisogna sopportarla con la speranza che si rinsavisca al più presto.

Facebook fa festa. Tra scandali e tonfi in Borsa

Nessuno, oggi, è più abituato a spiegare che cosa sia Facebook. Il suo successo, a 15 anni dal lancio – era il 4 febbraio 2004 – lo ha reso pane quotidiano, elemento imprescindibile e accessorio naturale. Il suo simbolismo – f bianca su sfondo blu, pollice in alto – fa il paio con quello del suo fondatore, Mark Zuckerberg da White Plains, 34 anni, t-shirt a tinta unita al posto di giacca e cravatta, nonostante il patrimonio stimato dica 53 miliardi di dollari.

Il 28 aprile del 2004, ospite per la prima volta alla Cnbc, l’allora sconosciuto fondatore presentava la sua creatura: “Un annuario online che connette persone attraverso le università e i college tramite le loro reti sociali”. Thefacebook, con il “the” davanti (se ne sarebbe andato due anni dopo), contava allora 100 mila iscritti: oggi siamo a 2,3 miliardi, con fatturato di 52 miliardi di dollari nel 2018. Sono passati 15 anni, una crisi economica devastante, scandali di ogni tipo sulla violazione della privacy e sulla vendita di dati sensibili, sospetti di interferenze politiche internazionali, eppure Zuckerberg e Facebook non hanno mai smesso di crescere.

Schermata bianca e blu, con a lato un volto cartoonizzato che ricorda Al Pacino. “Welcome to thefacebook”. Così si presenta il social network nel febbraio 2004, quando ancora l’accesso è riservato agli iscritti di Harvard. Zuckerberg, 19 anni, lo crea prendendo spunto dall’idea di tre compagni, Cameron e Tyler Winklevoss e Divya Narendra, che gli avevano commissionato un sito simile. Mark sparisce per un po’, dicendosi troppo impegnato per il progetto, ma poi all’improvviso presenta da solo il nuovo social. Lo sgarbo ai Winklevoss e a Narendra due anni dopo finirà in tribunale: Zuck i li dovrà risarcire con 1,2 milioni di azioni, circa 65 milioni di dollari che oggi valgono almeno il quadruplo.

D’altra parte è chiaro da subito che Facebook sfonderà. Dopo neanche un mese di vita è già iscritta mezza Harvard, poi arrivano Stanford, la Columbia, Yale e Boston. Tutti vogliono condividere nome, cognome, mail, libri preferiti, gusti musicali, persino numero di dormitorio. Le interazioni possibili sono minime: soltanto un poke, una pacca virtuale per dire “ciao” oppure “conosciamoci”. Niente like – arriveranno nel 2009 – e niente chat – Messenger è del 2011 –, solo ragazzi non più spaventati (ma anzi volontari) della versione più spontanea del Grande Fratello. Nel 2006 Facebook si apre a tutti e i numeri si fanno spaventosi: 100 milioni di utenti a fine 2008, un miliardo nel 2012 e 2 miliardi nel 2017.

E se nei primi anni di vita Facebook era un social per ragazzi, oggi le cose sono cambiate. In Italia, per esempio, solo il 42% degli utenti attivi ha meno di 35 anni e la fascia di età con più iscritti è quella tra i 35 e i 46 anni (6,7 milioni, 21%), secondo le rilevazioni Vincos. Il trend è simile in tutto il mondo: nel 2013 il social era utilizzato solo dal 33% dei potenziali utenti con più di 66 anni, oggi siamo al 42,2, mentre nelle fasce più giovani gli iscritti sono stabili o in calo.

“Penso che sia impossibile avviare un’azienda nella stanza del tuo dormitorio e portarla a crescere fino al punto in cui siamo senza commettere errori”. L’auto-assoluzione è firmata Mark Zukerberg, 10 aprile 2018, davanti al Congresso degli Stati Uniti. Quelli che passano per errori di percorso sono in realtà il più grande scandalo della vita di Facebook, capace di produrre un tonfo in Borsa del 24% nel trimestre in cui è divampato (complice anche una prima storica frenata negli iscritti) e che ha costretto il fondatore a dare spiegazioni al Campidoglio Usa. Difficile però giustificare la fuga delle informazioni sensibili su 50 milioni di iscritti, trafugate dal social alla società di consulenza Cambridge Analytica – che a sua volta le aveva ottenute da una app – e da lì sparsi chissà dove, fino al sospetto che quei dati abbiano avuto un ruolo nell’ascesa di Donald Trump. Una innocente leggerezza, secondo Zuckerberg, un errore doloso stando invece alla fonte interna a Cambridge Analytica che ha fatto scoppiare il caso. Quello dei dati personali è comunque un aspetto delicato, al di là del singolo caso. La comodità di un log in su altri siti usando le proprie credenziali del social fa sì che spesso siano gli stessi utenti a regalare i propri dati alle aziende, consentendo profilazioni dirette che ritornano sotto forma di pubblicità mirate.

A volte però il gioco è meno limpido. Zuckerberg giura di non vendere informazioni sensibili alle aziende, ma la realtà è meno rassicurante: i dati arrivano comunque a clienti terzi, in forma non associabile a un singolo profilo (ma a una rete di persone) oppure attraverso autorizzazioni date dagli iscritti in modo poco consapevole (i famosi “termini e condizioni”, o le pagine di siti associate, attraverso like, commenti o condivisioni, a Facebook). Senza dimenticare che ogni permesso concesso a Whatsapp o Instagram è un permesso concesso all’azienda Facebook Inc, loro proprietaria.

Oltre alla gestione dei dati, Facebook sta ottenendo sempre più soldi grazie alle pubblicità aziendali. La possibilità di creare una pagina del proprio marchio è presente da anni, ma da inizio 2014 alcuni cambiamenti nell’algoritmo hanno fortemente limitato la visibilità di queste pagine, che all’improvviso si sono visti recapitare i propri post solo a un 10% dei propri fan. La soluzione al problema? Pagare. Facebbok ha iniziato a offrire pacchetti a prezzo variabile per diffondere i messaggi delle pagine. Più si paga e a più persone si arriva. Un trucco che ha gonfiato i ricavi dell’azienda: nel 2014 dalla pubblicità arrivavano 11 miliardi di dollari, nel 2018 sono stati quasi 34. E non è solo questione di algoritmi: nel 2016, anno di introduzione delle “dirette”, il social ha dato la possibilità alle aziende di inviare messaggi privati sponsorizzati. Tutte premesse con cui Zuckerberg adesso si prepara al prossimo passo: diventare una banca, gestire conti correnti, offrire mutui e permettere pagamenti online in modo rapido. La sperimentazione è già avviata, tanto che Facebook ha acquisito una licenza per offrire prestiti in Irlanda e ha avviato un test in India. Con la solita garanzia: “Sarà un servizio opt-in”. Ovvero: per qualsiasi azione servirà il consenso esplicito di utenti e aziende. Scongiurando “errori di percorso”.

Quattro milioni, poi il fallimento l’amara fine della cioccolata turca

Si è sciolto, come il cioccolato in un pentolino caldo, l’accordo tra la Regione Valle d’Aosta e la Captain Gida, azienda dolciaria turca, che avrebbe dovuto rilevare e rilanciare il marchio Feletti. Nei giorni scorsi il Tribunale collegiale di Aosta ha dichiarato il fallimento del gruppo turco. Se ne riparlerà il prossimo 15 maggio quando lo stesso Tribunale dovrà pronunciarsi sullo stato passivo finale della Captain Gida.

Intanto sulla vicenda ha aperto un fascicolo anche la Procura regionale della Corte dei Conti perché i turchi erano subentrati, nel 2016, alla “Feletti 1882” grazie ad un mutuo di 4 milioni di euro che la Regione (attraverso la Finaosta) aveva erogato per far ripartire l’industria dolciaria valdostana. In realtà le cose non sono andate come previsto e già all’inizio del 2018, neppure due anni dopo il subentro, la società turca aveva fermato la produzione. “Eravamo anche disposti a cedere una parte delle nostre quote – aveva detto ad ottobre Ertugrul Selciuk, presidente della Cioccolato Valle d’Aosta – ma non abbiamo trovato nessun partner in grado di rilevare o sostenerci nel progetto di sviluppo aziendale”.

Nel pacchetto azionario, oltre al presidente Selciuk (65,7%), sono presenti la Captain Gida (19,8%), Levent Guler (7,9) e Halil Olcucner (6,3). La sede è ad Ankara ed i turchi si erano presentati, nel 2016, con grandi progetti. Si parlava di riassumere una ventina di dipendenti messi in cassa integrazione dalla Feletti. In realtà da oltre 8 mesi la Cioccolato Valle d’Aosta non sta più pagando le quote legate ai due mutui erogati dalla finanziaria valdostana.

Nei mesi scorsi sono stati licenziati definitivamente tutti i dipendenti e dalla Turchia rimbalzano voci, non confermate, che l’epilogo sia dovuto al crescente dissidio tra i soci. Lo stesso amministratore delegato, Alì Doruk, aveva lasciato l’incarico alcuni mesi fa.

Adesso il pronunciamento del Tribunale di Aosta mette la parola fine alla storia della più importante industria dolciaria della Valle d’Aosta. Una storia molto simile a quella della “Pernigotti” di Novi Ligure. Rilevata, anche in quel caso, da un gruppo turco (Toksoz) e chiusa nelle scorse settimane. Due aziende che avevano fatto la storia del cioccolato in Italia. La Pernigotti nata nel 1860 e la Feletti nel 1882. L’impressione è che i turchi, pur disponendo di importanti materie prime (a partire dalle nocciole che servono per fare la crema di cioccolato), fossero interessati più all’acquisizione dei marchi che non alla produzione effettiva del cioccolato italiano. Hanno cominciato a guardare all’Italia dopo l’incontro del 2014 “Destinazione Italia” nel quale il Presidente delle Camere di Commercio della Turchia aveva detto di prevedere quasi 100 miliardi di dollari di investimenti nei paesi europei e, tra questi, c’era pure l’Italia. E quale ruolo ha avuto, eventualmente, la Camera di Commercio turca in queste tristi vicende italiane?

Quel sindaco condannato per aver salvato gli affreschi

Se c’è una storia capace di raccontare l’Italia di oggi, ebbene è questa. Il 25 aprile dell’anno scorso il sindaco di Matelica, munito di fascia tricolore e orgoglio istituzionale, va a Visso, perla dei Monti Sibillini e paese martire del terremoto del 2016, per celebrare la Liberazione. Arrivato su, si accorge che le celebrazioni sono due: quella dell’Anpi, e la contromanifestazione revisionista organizzata dal sindaco leghista.

Preso dallo sconforto, il sindaco si ricorda di essere uno storico dell’arte, specialista proprio della pittura rinascimentale di quella sua terra, e cerca di ‘distrarsi’ andando a vedere a che punto fosse la messa in sicurezza (a un anno e mezzo dal sisma!) della devastata chiesa di Santa Maria in Castellare, nella frazione Nocelleto di Castelsantangelo.

Qua Alessandro Delpriori si mette le mani nei capelli, e rimpiange il sindaco leghista. Le macerie – cioè i frammenti di affreschi rinascimentali – vengono rimosse con la ruspa, nella volontaria distruzione di una storia e di una memoria senza eguali. Delpriori scatta le fotografie (che vedete), condivide con i colleghi l’amarezza per l’eclissi totale del ministero per i Beni Culturali allora guidato da un esponente del suo stesso Pd, Dario Franceschini (un’eclissi per nulla interrotta dall’avvento del pentastellato Alberto Bonisoli).

Ovviamente, Delpriori scrive una lettera alle istituzioni, segnalando lo sfascio. Mentre la Regione tiene conto della denuncia, e appalta il restauro a un’altra ditta, la reazione di chi avrebbe la responsabilità della tutela è singolare: al Segretariato regionale delle Marche del Mibac non importa che questo cantiere fosse aperto a chiunque, e che fosse già in corso una tranquilla sottrazione di rovine pregiate della chiesa. Il punto è punire l’intrusione non autorizzata: e sporge denuncia alla procura della Repubblica. L’epilogo è di questi giorni: il sindaco storico dell’arte si vede condannato penalmente a pagare una multa di 40 euro per aver salvato un pezzo di patrimonio culturale che, senza quella sua visita criminosa, sarebbe oggi distrutto. In una terribile caricatura, sembra che dello Stato sia rimasto in piedi solo il riflesso condizionato della repressione più stoltamente burocratica: rivolta contro i pochi che ancora nello Stato ci credono, spes contra spem.

Il terremoto, questo terribile acceleratore di processi, sembra aver condannato a morte quel territorio meravigliosamente fuori dal mondo. Nessun progetto, nessuna visione, nessun piano per fermare l’esodo, progettare un ritorno, ricostruire un tessuto culturale. Sembra che l’unica iniziativa che desti l’interesse del potere locale sia la realizzazione di un lago artificiale sul Monte Prata, nel versante marchigiano del Parco Nazionale dei Monti Sibillini nel territorio dello stesso comune di Castelsantangelo sul Nera, a 1.700 metri di altitudine. Uno sbancamento di oltre un ettaro di superfice per circa 12 mila metri cubi di acqua, con una spesa stimata di oltre un milione di euro. Un progetto moralmente gemello del cosiddetto Deltaplano di Colfiorito, il centro commerciale nato sul versante marchigiano: come se il terremoto si portasse dietro, in una scia di lutti, non le resurrezioni ma le speculazioni.

Il patrimonio culturale, che qua legava in un contesto davvero unico, paesaggio, chiese, decorazione monumentale e opere mobili, giace invece nel più completo abbandono. Come se non esistesse più un ministero: Camerino stessa è ancora ferma in un silenzio di morte, io stesso l’ho documentato ad un anno dal terremoto, e Salvatore Settis l’ha ritrovata esattamente immobile dopo un altro anno, descrivendola su queste pagine.

Dagli edifici lesionati e crollanti in tutto il cratere sono stati rimossi 12.908 beni (report Mibac 2018) e solo nelle Marche (sulla base di un accordo a cui il Ministero si è piegato) questo inestimabile ben di Dio è stato affidato in larghissima parte alla custodia degli enti proprietari, che per la massima parte sono diocesi.

Dopo alcune sacrosante polemiche sulle condizioni di questi depositi, rilanciate nello scorso autunno dalla presidente di Legambiente Marche, Francesca Pulcini, queste sistemazioni sono stati “certificate” dall’Istituto Centrale del Restauro, ma rimangono inaccessibili a visitatori esterni e terzi.

Comunque stiano le cose, è evidente che bisognerebbe accelerare al massimo il recupero dei vari monumenti, per riportarci dentro prima possibile questo patrimonio mobile, cui è legata indissolubilmente la speranza di rinascita di comunità che vanno invece estinguendosi in uno spopolamento senza fine.

Invece, la potentissima Curia di Camerino (potere forte di un territorio che, nell’eclissi dello Stato, sembra tornato ai tempi dello Stato pontificio) lancia ora l’idea di un museo delle opere salvate dal terremoto: di fatto una mostra permanente, possibilmente itinerante per l’Italia e fuori. Un’operazione commerciale, senza memoria e senza futuro: un modo di staccare la spina a monumenti come la chiesa di Nocelleto.

L’alternativa è chiara: da una parte una comunità e il suo patrimonio, dall’altra una mostra con i suoi clienti. Nel cratere marchigiano del terremoto anche solo immaginare un futuro giusto e sostenibile è peccato mortale. E pure reato.

Il blitz di Strada dei Parchi per (ri)bucare il Gran Sasso

Terzo traforo del Gran Sasso: rieccolo. Dopo quasi vent’anni dalle lotte contro il progetto Lunardi, come un fantasma ricompare l’idea, e soprattutto la volontà, di creare quella che comunemente viene definita “la terza canna” – oltre le gallerie auostradali già esistenti – nel Gran Sasso, in Abruzzo, con l’obiettivo di mettere in sicurezza l’acqua potabile e le falde. Un progetto finito nero su bianco perché sostenuto da Strada dei Parchi (che gestisce il tratto autostradale) durante l’ultima riunione della Commissione tecnica per la gestione del rischio nel sistema idrico del Gran Sasso, che vede attorno al tavolo la Regione Abruzzo, l’Istituto nazionale di fisica nucleare (sotto il Gran Sasso ha i suoi laboratori), Strada dei Parchi e i gestori della rete idrica, e confermato da un documento interno con la firma di un dirigente degli uffici del Mit.

Quella per la realizzazione di una terza galleria nel Gran Sasso è stata una delle maggiori battaglie ambientali in Abruzzo tra la fine degli anni 90 e l’inizio degli anni 2000. Sostenuta dall’allora ministro delle infrastrutture, Pietro Lunardi, l’idea era di realizzare un ingresso autonomo ai laboratori di fisica. Ci furono proteste, manifestazioni e ricorsi al Tar per tutelare la falda acquifera che fornisce acqua potabile a 700mila persone. Il progetto naufragò. Negli anni, poi, si sono susseguiti gli incidenti: il maggiore, nel 2002, per alcune perdite dai laboratori, a cui seguì sequestro, commissariamento e un nuovo progetto di messa in sicurezza da 100 milioni (tra 2004 e 2008), inutile visto che negli ultimi due anni altri incidenti hanno portato anche all’apertura di una inchiesta della procura di Teramo. Il sistema deve essere messo in sicurezza e per questo è stato attivato un tavolo tra tutte le parti in causa. Si arriva così al problema della “terza canna”. Ognuna ha presentato i progetti di messa in sicurezza. Se per i laboratori dell’Infn si va verso l’impermeabilizzazione e l’allontanamento delle sostanze pericolose, Strada dei Parchi ha invece presentato tre ipotesi tra cui quella che prevede la creazione di un tunnel di 7 chilometri, separato dagli altri già esistenti, per accogliere il nuovo sistema idrico e tenerlo lontano dal traffico auto e dai laboratori. L’idea era già stata avanzata il 25 giugno e la Regione aveva già detto no. Ma il 21 dicembre Strada dei Parchi l’ha ri -sottoposta sostenedo che su quella ipotesi ci fosse la “preferenza del ministero dei Trasporti”, tanto da richiedere che la propria posizione fosse inserita nella delibera finale. “L’ingegner Mongiardini – si legge nel verbale – ribadisce la posizione di Strada dei Parchi e Mit sulla preferenza del progetto relativo alla realizzazione della galleria dedicata per le infrastrutture potabili”. Il problema è che il ministero dei Trasporti, in particolare la direzione di vigilanza sulle concessioni autostradali, sembra non esser stata “destinataria di alcuna comunicazione da parte della società concessionaria inerente la proposta in riferimento” spiegano. La preferenza, però, esiste. Ad esprimerla è stato il dirigente del Uit – Rm (l’ufficio ispettivo territoriale di Roma) del ministero dei Trasporti, Placido Migliorino, nel corso di un incontro con Strada dei Parchi il 15 giugno del 2018. La sua firma è su un verbale che il Fattoha potuto consultare e in cui, nelle conclusioni, Migliorino “esprime la preferenza per la soluzione…che si presenta meno impattante per l’esercizio delle gallerie e qualitativamente più idonea per gli aspetti connessi alla tutela ambientale dell’acquifero”.

“La terza canna non si può fare – spiega al Fatto Giovanni Lolli, presidente ad interim della Regione Abruzzo – Ci siamo assunti la responsabilità di indicare allo Stato le soluzioni per la messa in sicurezza e sia come tavolo che come giunta abbiamo respinto quel progetto per vari motivi, su tutto che siamo in area parco. Al di là di come la si pensa, al di là della volontà, per noi è un limite invalicabile”. Il progetto alternativo presentato dalla Regione costa 170 milioni di euro e prevede la messa in sicurezza dei dreni e dei tubi (che diventano d’acciaio e quindi impermeabili), il convoglio delle acque paretali in canaline di scolo anch’esse impermeabili, l’impermeabilizzazione dell’intero sedile autostradale. Un progetto che è stato consegnato alla procura, all’Iss, al ministero dell’Ambiente e alle autorità di bacino. “La realizzazione di una terza canna costerebbe almeno 100 milioni di più” conclude Lolli.

Nonostante la contrarietà della Regione, la segnalazione di Strada dei Parchi è comunque nel dossier e nella delibera della Regione. “Il nostro timore – spiega Augusto De Sanctis del comitato H2o – è che chi dovrà approvare il progetto possa lasciarsi influenzare dal fatto che il ministero dei Trasporti preferisca la soluzione del terzo traforo. Il Gran Sasso dà acqua a 700mila abruzzesi, già i laboratori dell’Infn hanno fatto scendere la falda acquifera di 600 metri: deturpare ancora questa montagna non è certo la soluzione”.