È una catena di affetti che nessuno può spezzare, come poetava il chirurgo Alfeo Sassaroli in Amici miei. O solo una serie ininterrotta di coincidenze, dovuta al fatto che il Consiglio di Stato (Cds) è un piccolo mondo antico dove poche decine di persone detengono la più impressionante concentrazione di potere oggi esistente in un Paese moderno. L’ultima coincidenza è la nomina di Raniero Fabrizi a capo della Struttura tecnica di missione per la ricostruzione dell’Aquila. Il segretario generale della Presidenza del Consiglio Roberto Chieppa fa sapere di non conoscerlo. La nomina è del sottosegretario Giancarlo Giorgetti.
Vecchi ricordi si affacciano alla mente. Nel 2005 Fabrizi, ingegnere del ministero delle Infrastrutture, curò per il Consiglio di Stato la cosiddetta “verificazione” sullo stato di degrado di un palazzo di proprietà Inps situato a 40 (quaranta) metri in linea d’aria dal Colosseo. La verificazione di Fabrizi consentì alla sesta sezione del Cds di emanare la sentenza grazie alla quale il consigliere di Stato Filippo Patroni Griffi (oggi presidente della potente istituzione) potè comprare nel 2008 l’appartamento nel prestigioso condominio a 1.600 euro al metro quadro, in quando degradato, per rivenderlo nel 2013 a 7.300 euro al metro quadro. Quella sentenza si segnala per un’arditezza logica che ne consiglierebbe lo studio nei corsi per aspiranti magistrati con i quali molti consiglieri di Stato arrotondano il proprio tenore di vita e alcuni limano la propria reputazione. L’ha scritta Roberto Chieppa. E nel collegio giudicante c’era anche Luciano Barra Caracciolo, oggi promosso sottosegretario nel governo Conte.
Quando l’Inps mise in vendita i suoi immobili, a Roma gli inquilini di via Monte Oppio 12 contestarono l’inserimento del palazzo tra gli immobili “di pregio” e quindi la cessione a prezzo pieno. Secondo la legge il pregio svanisce se l’immobile è in “stato di degrado”, e con il degrado c’è lo sconto. “Il mio è un atto lecito che migliaia di altri italiani avrebbero fatto e farebbero”. In realtà sono i 40 condomini del palazzo a farsi indicare la via da Patroni Griffi. “E io, da condomino, feci il mio dovere. Spulciai le carte e risposi che esistevano tutti gli estremi perché quel palazzo fosse dichiarato non di pregio”. Estremi ignoti al facoltoso acquirente che ha pagato sull’unghia 800 mila euro a Patroni Griffi per un appartamento in stato di degrado. Il giudice amministrativo compie il suo dovere di condomino. Suggerisce il ricorso alla giustizia amministrativa (che costerà all’Inps milioni di euro) e il nome dell’avvocato Carlo Malinconico, ex consigliere di Stato dedicatosi al patrocinio davanti ai suoi colleghi del Cds. Parte la causa e i vertici dell’Inps vengono bersagliati da telefonate di vari politici, tutti latori tutti dello stesso messaggio: “Mollate”.
Il giudice relatore Chieppa chiede una verificazione al Siit, la struttura del ministero delle Infrastrutture guidata da Angelo Balducci, in seguito celebre come capo della cosiddetta “cricca”. Balducci delega Raniero Fabrizi e Filippo di Giacomo. I quali scrivono che “l’immobile non può essere classificabile come degradato”, però “è ai limiti dell’abitabilità”. Gli avvocati dell’Inps Pietro Collina e Gaetano De Ruvo – in difesa del denaro pubblico contro un giudice amministrativo e lo stesso presidente del collegio sindacale dell’Inps Giuliano Cazzola (altro inquilino ingolosito dall’affare che, privo di ironia, definirà “un colpo di fortuna”) – insorgono: “Ai limiti dell’abitabilità è un’affermazione puramente polemica”. Chieppa invece coglie al volo lo spunto e nella sentenza scrive che lo “stato di degrado”, definito dal ministero delle Finanze come sostanziale sinonimo di “inagibile”, in questo caso va preso come sinonimo di “non di pregio”. Una tautologia: la legge dice che l’immobile non è di pregio se è in degrado, Chieppa stabilisce che è in degrado se non è di pregio. Testualmente, “si tratta di verificare se (…) l’immobile, benché agibile, presenti diffusi elementi o situazioni di degrado tali da escludere la qualificazione di pregio”. Questo Comma 22 ha consentito a Patroni Griffi di pagare 177 mila euro anziché 383 mila un appartamento che cinque anni dopo, in un momento di crisi drammatica del mercato immobiliare, ha potuto rivendere a 800 mila. Il famoso appartamento vista Colosseo comprato “a sua insaputa” da Claudio Scajola nel 2004, prima del crollo dei prezzi, era stato pagato 8 mila euro al metro. Quello di Patroni Griffi, in piena crisi, è stato pagato 7300 euro al metro.
La catena di affetti che lega i consiglieri di Stato riappare a novembre 2011, quando nasce il governo Monti. Patroni Griffi diventa ministro della Funzione pubblica e il suo avvocato Malinconico sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Tra i primi atti dell’esecutivo di salvezza nazionale, due suscitano amara ironia: la riforma Fornero per salvare i conti dell’Inps e la nomina di Chieppa a segretario generale dell’Antitrust. Il Corriere della Sera critica il malcostume di distaccare giudici amministrativi a dirigere le Authority i cui atti sono stati e saranno chiamati a giudicare. Non solo Chieppa che ha all’attivo 47 sentenze sull’Antitrust. Ma anche Luigi Carbone, allora commissario dell’Autorità per l’energia, che pochi giorni fa è stato autorizzato dal Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (Cpga), presieduto da Patroni Griffi, a fare il capo di gabinetto del ministero dell’Economia in deroga alla legge Severino che glielo vieterebbe. Come? Equiparando gli incarichi nelle Authority alle cariche elettive. Fare il consigliere di Stato ha questo di bello: un drappello di giuristi le norme se le scrivono da distaccati ai ministeri, e poi se le giudicano, se le interpretano e se le applicano.
Il governo Monti per loro è però una débacle. Malinconico dura 44 giorni. Con “decisione sofferta ma convinta” si dimette dopo che Il Fatto rivela una sua vacanza all’Argentario pagata da Vincenzo Piscicelli, l’imprenditore celebre per le risate al telefono la notte del terremoto in Abruzzo ma soprattutto per essere stato condannato per corruzione insieme a Balducci. Sì, proprio lui, il capo del Siit che affida a Fabrizi (come prestazione privata, quindi pagato a parte con apposita sentenza di Chieppa) la “verificazione” grazie alla quale Malinconico vince la causa per Patroni Griffi. Il quale viene investito in quel gennaio 2012 proprio dalle polemiche sulla casa al Colosseo, e reagisce con un singolare mea culpa: “Non lo farei mai più. Nella mia condizione attuale riterrei quell’azione giudiziaria per ottenere lo sconto lecita ma inopportuna. Però oggi, non ieri”.
Poi per il governo Monti, che è un po’ il governo del Consiglio di Stato, arriva un’altra tegola. Andrea Zoppini, avvocato amministrativista e sodale di Giulio Napolitano, figlio del presidente della Repubblica, è costretto a dimettersi da sottosegretario alla Giustizia per un’accusa di frode fiscale poi archiviata.
La catena di affetti torna a rinsaldarsi con il governo Conte. Da anni ormai il Cds è squassato dagli scandali, ogni tanto un giudice amministrativo è arrestato per corruzione in atti giudiziari, si arriva a parlare di tariffari e sentenze vendute al miglior offerente. Nel 2015 il governo Renzi schianta una prassi secolare e anziché nominare automaticamente presidente del Consiglio di Stato il giudice più anziano (acciocché il governo non si scelga il suo giudice) chiede all’organo di autogoverno della giustizia amministrativa (Cpga) una rosa di cinque nomi tra cui scegliere. Il Cpga obbedisce. Così Renzi nominerà Alessandro Pajno scavalcando i più anziani Stefano Baccarini e Sergio Santoro.
Nella riunione decisiva l’avvocato Giuseppe Conte, membro della Cpga considerato in quota Maria Elena Boschi, appoggia le pretese di Renzi: “Invita calorosamente, al di fuori di ogni ipocrisia, a considerare che l’anzianità di servizio, dinanzi ad una scelta cosi rilevante sotto il profilo dell’immagine, della rappresentatività e di tutte le ricadute sul piano istituzionale, non può essere assunta come l’unica forma esclusiva di valutazione del candidati”. Il consigliere di Stato Ermanno De Francisco evoca la ragion politica: la pretesa di Renzi “integra palesemente un unicum storico” ma “nella consapevolezza del momento storico che attraversano l’Istituto e tutta la giustizia amministrativa, per il bene comune sembra più saggio accantonare una siffatta posizione pregiudiziale, ritenendo di aderire” al diktat renziano.
Nella cinquina entra anche Patroni Griffi, anche se privo dei cinque anni di presidenza di sezione “effettiva” richiesti dalla legge per concorrere alla presidenza del Cds. E anche lui, come Pajno, scavalca Santoro nella cinquina in base a un inedito giudizio meritocratico che due mesi dopo gli spianerà la strada alla nomina a presidente aggiunto.
Anche Santoro, però da consigliere di Stato e non da condomino, si rivolge al Consiglio di Stato. Che gli dà torto con un altro ragionamento memorabile: per diventare presidente aggiunto non sono richiesti i cinque anni di presidente di sezione effettiva. Solo che, obiettano gli avvocati di Santoro, Daniele Granara e Federico Tedeschini, Patroni Griffi è stato nominato presidente aggiunto grazie alla posizione ottenuta nella cinquina per la presidenza, in cui non avrebbe dovuto rientrare. Niente paura. La Quinta Sezione argomenta che Patroni Griffi i cinque anni li ha fatti contando anche gli oltre due anni a Palazzo Chigi come ministro e sottosegretario, perché il d.lgs. 303/99 equipara il servizio presso la Presidenza del Consiglio a quello prestato presso le amministrazioni di appartenenza. Dunque Patroni Griffi, secondo il Consiglio di Stato, ha fatto il ministro per conto del Consiglio di Stato. Giova ripeterlo: Palazzo Spada è un mondo fatato in cui un gruppo di sacerdoti intoccabili le leggi se le scrive, se le intepreta e se le applica.
Torniamo al governo Conte. Quando “l’avvocato del popolo” entra a palazzo Chigi sceglie come segretario generale Giuseppe Busia, segretario generale dell’Autorità per la Privacy. Il quale va a Palazzo Chigi a parlare del passaggio di consegne con l’uscente Paolo Aquilanti. Poi il silenzio e il colpo di scena. Il 25 giugno 2018 Conte nomina segretario generale Roberto Chieppa. E a capo dell’ufficio legislativo Ermanno De Francisco. E tutti insieme chiedono al Cpga un nome per la presidenza del Consiglio di Stato e quelli indicano Patroni Griffi. Siamo tornati alla prassi del più anziano? Ovviamente no. Il più anziano è ancora Santoro. Ma Patroni Griffi è stato scelto in ragione della “posizione preminente” di presidente aggiunto, raggiunta grazie alla sentenza che gli ha fatto valere come presidenza di sezione gli anni spesi da ministro e sottosegretario. Sentenza scritta dal giudice Roberto Giovagnoli, indagato per corruzione in atti giudiziari per la sentenza Mediolanum che dette ragione a Berlusconi e torto alla Banca d’Italia.
Ma alla fine il cerchio si chiude. Alla vigilia del plenum Cpga che doveva nominare Santoro presidente aggiunto del Consiglio di Stato esce la notizia che anche lui è indagato da sette mesi, senza sapere perché, nella bollente inchiesta sul Consiglio di Stato sulla quale la procura di Roma dà le notizie con il contagocce.
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