L’eccezione del caso Traini: il pericolo dei lupi solitari

Un anno fa a Macerata un uomo esplode decine di colpi di pistola dalla sua auto, in diversi luoghi della città. Mira a persone di colore che gli vengono a tiro. Alla fine nella sparatoria rimarranno ferite almeno sei persone, tutti giovani immigrati di origine africana. Viene colpita anche una sede del Partito democratico, in quel momento chiusa. È un caso fortunato che alla fine non vi siano morti. Dopo la sparatoria l’uomo scende dall’auto davanti al monumento ai caduti, con una bandiera tricolore legata al collo, fa il saluto romano e grida “Viva l’Italia”, prima di arrendersi alle forze dell’ordine.

Macerata si ferma, paralizzata. La notizia deflagra immediatamente in tutto il Paese, nel pieno della campagna elettorale. L’uomo che ha sparato è Luca Traini, un ventottenne che abita poco lontano. Secondo le sue dichiarazioni, la mattina aveva preso l’auto per andare in palestra. Per lui tutto cambia quando alla radio sente alcuni aggiornamenti sul caso di Pamela Mastropietro, la giovane ospite di una comunità di recupero che è stata uccisa e fatta a pezzi proprio a Macerata pochi giorni prima. La vicenda colpisce profondamente Traini, che in passato ha avuto due fidanzate tossicodipendenti.

Nella casa di Traini vengono rinvenuti una copia del Mein Kampf di Adolf Hitler, una bandiera con la croce celtica e altro materiale riconducibile alla destra nazi-fascista. Sulla stessa tempia destra l’uomo ha tatuato un vistoso dente di lupo, simbolo arcaico associato al nazismo. D’altra parte, Traini non è un militante di gruppi di estrema destra e non ha precedenti penali.

Il primo aspetto che colpisce di questa vicenda è, in una curiosa triangolazione, il collegamento tra aspetti biografici, cronaca nera ed estremismo ideologico. Traini colpisce in maniera indiscriminata persone che hanno apparentemente caratteristiche (colore della pelle, provenienza geografica) uguali a quelle dei presunti responsabili dell’uccisione di una ragazza italiana che non conosceva di persona, ma che ora gli rievoca alcuni passaggi fondamentali (e traumatici) del suo vissuto personale.

Il gesto viene poi giustificato a posteriori, in maniera scenica, con riferimenti di carattere politico, riconducibili al nazionalismo di stampo fascista: il saluto romano, cingendo il tricolore, davanti al monumento dei caduti, senza considerare gli spari contro la sede di un partito politico avverso.

Traini può essere considerato un caso interessante di “lupo solitario”: ha pianificato ed eseguito l’attacco da solo, non fa parte di alcun gruppo e non ha agito su ordine e per conto di nessuno. Curiosamente l’espressione “lupo solitario” (non molto amata dagli studiosi) sembra ancora più calzante in questa vicenda, se si pensa che Traini ha scelto per sé proprio il soprannome di “Lupo” e, come detto, esibisce in volto un simbolo vistoso associato a questo animale.

Negli ultimi anni gli atti di violenza politica eseguita da soggetti solitari costituiscono un fenomeno sempre più preoccupante in Occidente. Gli studi mostrano peraltro che l’estrema destra è particolarmente propensa a utilizzare questa modalità; si possono ricordare, per esempio, la strage realizzata da Anders Breivik in Norvegia nel 2011 e l’assassinio della parlamentare laburista Jo Cox in Inghilterra nel 2016.

In molti Paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti, i militanti violenti di estrema destra, in assenza di opportunità di vera e propria mobilitazione collettiva, hanno puntato, per necessità, su azioni indipendenti di singoli individui, nell’ambito di una cosiddetta “resistenza senza leader” fortemente decentralizzata.Al contrario, in Italia esiste, come ben noto, una lunga storia di mobilitazione collettiva dell’estrema destra, anche con metodi violenti o addirittura terroristici. Inoltre, la tradizione neo-fascista tende naturalmente a esaltare la dimensione della partecipazione collettiva e dell’organizzazione gerarchica. Si può dire che il nostro Paese sia rimasto, ancora oggi, sostanzialmente immune a questa tendenza globale dei movimenti violenti ad adottare strutture orizzontali e decentralizzate.

In questo contesto, la sparatoria di Macerata, ispirata dall’estremismo di stampo fascista ma realizzata da un singolo individuo solitario, si presenta come un’eccezione rilevante, con pochissimi precedenti negli ultimi decenni: tra questi spicca l’attacco del 2011 a Firenze ad opera di Gianluca Casseri, simpatizzante di CasaPound, costato la vita a due senegalesi.

Come hanno notato alcuni studiosi, è interessante osservare che Casseri e ancor più Traini erano soggetti periferici rispetto al mondo dell’estrema destra italiana. Da una parte, guardando con interesse a quegli ambienti hanno potuto trarre ispirazione o quantomeno ragioni di giustificazione e legittimazione per i propri atti di violenza, ma, dall’altra parte, non facendone organicamente parte hanno potuto agire in maniera autonoma e solitaria, senza vincoli e limiti. La vicenda di Luca Traini ci ricorda rischio dei cosiddetti lupi solitari, anche in Italia, e non solo in relazione all’estremismo jihadista.

 

“Guardiamo ai movimenti, saremo noi l’alternativa ai giallo-verdi”

“Di fronte alle scelte disumane di questo governo bisogna agire e offrire una alternativa agli italiani”. Luigi de Magistris è netto: correrà con una sua lista alle prossime elezioni europee.

La lista de Magistris?

No, non sarà il solito partitino personale. È una coalizione, se sarò considerato il leader o il capo, chiamiamolo come ci pare, mi assumerò la responsabilità di guidare questo processo. Ci metto la faccia, e insieme sceglieremo se candidarmi già alle europee o meno. Ho una sola perplessità: voglio portare a termine il mio mandato di sindaco e poi candidarmi alla guida della Campania, per portare anche lì il cambiamento che abbiamo realizzato a Napoli.

Obiettivo?

Offrire una terza via. Non vogliamo l’Europa dell’austerità e dei neoliberismi selvaggi alla Renzi, Macron e Merkel, né quella dei muri alla Orban, Salvini e Di Maio. L’Unione va ricostruita dal basso, con le città, il territorio, l’accoglienza, la solidarietà e la giustizia sociale. Il messaggio che lancio è che l’alternativa a Salvini-Di Maio non può essere chi ha provocato la malattia politica di un governo che è il più a destra della storia repubblicana del Paese.

Porte chiuse al Pd?

Sbarrate. Il Pd non è più credibile agli occhi di chi vuole il cambiamento. Non è più spendibile a sinistra.

Quindi a quale campo politico guardate?

All’opposizione reale che sta crescendo nel Paese, movimenti, gruppi sociali e individualità”.

È una ulteriore frammentazione, o il tentativo di riunificare i pezzi della sinistra?

Non riproporremo vecchie operazioni di ricomposizione del puzzle della sinistra radicale. Noi vogliamo mettere insieme le esperienze che in questi anni hanno resistito. A Napoli abbiamo dimostrato che si può coniugare rivoluzione, intesa come capacità di rottura del sistema, e governo competente delle istituzioni. Ceti popolari, borghesia illuminata, sindaci, movimenti, reti sociali: questi sono i miei riferimenti. Ci saremo alle europee, ma l’obiettivo è la guida del Paese.

Sindaco, i più benevoli le diranno che lei è un illuso.

Analisti, politologi, editorialisti, si ostinano a non vedere che nel Paese sta crescendo una opposizione reale. La gente è stanca della politica dell’urlo, del rancore, del nemico a tutti i costi, della paura. Vuole un’alternativa. Un fenomeno già visto a Napoli quando venni eletto per la prima volta sindaco. Proponemmo la rottura di un sistema potentissimo e la gente scelse noi, non la destra berlusconiana o un centrosinistra che governava da anni.

I sondaggi valutano la lista Calenda al 20-24%, mentre il vostro raggruppamento non viene testato, perché?

Noi puntiamo alle elezioni, non ai sondaggi. Detto questo, Calenda mette insieme personaggi e pezzi di potere che sono la causa vera dell’esplosione di Salvini. Se l’opposizione a questo governo è fatta dai Calenda e da Renzi, insomma, dagli sconfitti, i giallo-verde possono stare tranquilli.

Sull’immigrazione l’Italia si lacera e Salvini miete consensi…

Nel governo c’è un misto terribile di disumanità e incompetenza: il ministro Toninelli continua a parlare di porti chiusi, mentre sono aperti. Di Maio che dice blocchiamo la nave Sea Wacht, ignorando che in Italia c’è ancora la separazione dei poteri e un sequestro non lo dispone il governo, ma l’autorità giudiziaria. Se non ci fosse stata la mobilitazione dei sindaci sul tema del decreto sicurezza e la battaglia sulla Sea Wacht, avremmo avuto ancora la nave in mare con le persone costrette a soffrire. Attaccano le Ong perché non vogliono testimoni in mare, occhi in grado di vedere. Ora che le condotte criminali che hanno messo in campo stanno venendo a galla, sta emergendo la verità: le scelte disumane sull’immigrazione sono dell’intero governo. L’unità M5S-Lega è granitica anche nella difesa di Salvini. Altro che onestà e trasparenza.

Qualcuno parla di mutazione genetica dei Cinquestelle, qual è il suo giudizio?

Non li ho mai votati, ma ho sempre riconosciuto che nel loro humus c’era una volontà di cambiamento. Lo slogan onestà-onestà era giusto, nel Sud ha attirato voti, ma dopo un anno di governo la mia valutazione è negativa. Dall’incompetenza evidente di esponenti che sono al vertice del governo e delle istituzioni, al capolavoro politico.

Quale?

Quello di aver preso una marea di voti al Sud e di far diventare dominus del governo uno come Salvini che ha governato con Berlusconi e che è il politico più antimeridionale che si conosca. Sono dei geni, passeranno alla storia. Sulla questione morale devo dire che, al di là delle vicende che hanno riguardato le famiglie di Di Maio e Di Battista, mi chiedo come si possa governare con un partito come la Lega condannato per aver truffato 49 milioni allo Stato? Ma vedono le alleanze che Salvini sta facendo al Sud? Stanno costruendo un Paese disumano, che rischia di essere odiato nel mondo. Un Paese che con l’approvazione dell’autonomia delle regioni ricche del Nord sarà più ingiusto e diviso.

I Cinquestelle puntano al reddito di cittadinanza. Qual è il suo giudizio?

L’intera manovra del governo è elettoralistica. Sul Reddito va detto che è una misura che abbiamo sempre chiesto, ma analizzata a fondo appare come un obiettivo che guarda alle elezioni europee. Di Maio ha accelerato i tempi e vuole staccare l’assegno il 27 aprile a poche settimane dal voto. È una norma temporanea, dura pochi mesi e non è legata al lavoro, finito il budget, sette miliardi e mezzo, i disoccupati non avranno prospettive e ce li ritroveremo sotto i Comuni a chiedere un lavoro. L’alternativa è quell’insieme di scelte che nella manovra non ci sono, soprattutto quella di coniugare misure per gli investimenti, per lo sviluppo e il lavoro e assistenza alle fragilità sociali.

Consiglio di Stato, una catena di affetti

È una catena di affetti che nessuno può spezzare, come poetava il chirurgo Alfeo Sassaroli in Amici miei. O solo una serie ininterrotta di coincidenze, dovuta al fatto che il Consiglio di Stato (Cds) è un piccolo mondo antico dove poche decine di persone detengono la più impressionante concentrazione di potere oggi esistente in un Paese moderno. L’ultima coincidenza è la nomina di Raniero Fabrizi a capo della Struttura tecnica di missione per la ricostruzione dell’Aquila. Il segretario generale della Presidenza del Consiglio Roberto Chieppa fa sapere di non conoscerlo. La nomina è del sottosegretario Giancarlo Giorgetti.

Vecchi ricordi si affacciano alla mente. Nel 2005 Fabrizi, ingegnere del ministero delle Infrastrutture, curò per il Consiglio di Stato la cosiddetta “verificazione” sullo stato di degrado di un palazzo di proprietà Inps situato a 40 (quaranta) metri in linea d’aria dal Colosseo. La verificazione di Fabrizi consentì alla sesta sezione del Cds di emanare la sentenza grazie alla quale il consigliere di Stato Filippo Patroni Griffi (oggi presidente della potente istituzione) potè comprare nel 2008 l’appartamento nel prestigioso condominio a 1.600 euro al metro quadro, in quando degradato, per rivenderlo nel 2013 a 7.300 euro al metro quadro. Quella sentenza si segnala per un’arditezza logica che ne consiglierebbe lo studio nei corsi per aspiranti magistrati con i quali molti consiglieri di Stato arrotondano il proprio tenore di vita e alcuni limano la propria reputazione. L’ha scritta Roberto Chieppa. E nel collegio giudicante c’era anche Luciano Barra Caracciolo, oggi promosso sottosegretario nel governo Conte.

Quando l’Inps mise in vendita i suoi immobili, a Roma gli inquilini di via Monte Oppio 12 contestarono l’inserimento del palazzo tra gli immobili “di pregio” e quindi la cessione a prezzo pieno. Secondo la legge il pregio svanisce se l’immobile è in “stato di degrado”, e con il degrado c’è lo sconto. “Il mio è un atto lecito che migliaia di altri italiani avrebbero fatto e farebbero”. In realtà sono i 40 condomini del palazzo a farsi indicare la via da Patroni Griffi. “E io, da condomino, feci il mio dovere. Spulciai le carte e risposi che esistevano tutti gli estremi perché quel palazzo fosse dichiarato non di pregio”. Estremi ignoti al facoltoso acquirente che ha pagato sull’unghia 800 mila euro a Patroni Griffi per un appartamento in stato di degrado. Il giudice amministrativo compie il suo dovere di condomino. Suggerisce il ricorso alla giustizia amministrativa (che costerà all’Inps milioni di euro) e il nome dell’avvocato Carlo Malinconico, ex consigliere di Stato dedicatosi al patrocinio davanti ai suoi colleghi del Cds. Parte la causa e i vertici dell’Inps vengono bersagliati da telefonate di vari politici, tutti latori tutti dello stesso messaggio: “Mollate”.

Il giudice relatore Chieppa chiede una verificazione al Siit, la struttura del ministero delle Infrastrutture guidata da Angelo Balducci, in seguito celebre come capo della cosiddetta “cricca”. Balducci delega Raniero Fabrizi e Filippo di Giacomo. I quali scrivono che “l’immobile non può essere classificabile come degradato”, però “è ai limiti dell’abitabilità”. Gli avvocati dell’Inps Pietro Collina e Gaetano De Ruvo – in difesa del denaro pubblico contro un giudice amministrativo e lo stesso presidente del collegio sindacale dell’Inps Giuliano Cazzola (altro inquilino ingolosito dall’affare che, privo di ironia, definirà “un colpo di fortuna”) – insorgono: “Ai limiti dell’abitabilità è un’affermazione puramente polemica”. Chieppa invece coglie al volo lo spunto e nella sentenza scrive che lo “stato di degrado”, definito dal ministero delle Finanze come sostanziale sinonimo di “inagibile”, in questo caso va preso come sinonimo di “non di pregio”. Una tautologia: la legge dice che l’immobile non è di pregio se è in degrado, Chieppa stabilisce che è in degrado se non è di pregio. Testualmente, “si tratta di verificare se (…) l’immobile, benché agibile, presenti diffusi elementi o situazioni di degrado tali da escludere la qualificazione di pregio”. Questo Comma 22 ha consentito a Patroni Griffi di pagare 177 mila euro anziché 383 mila un appartamento che cinque anni dopo, in un momento di crisi drammatica del mercato immobiliare, ha potuto rivendere a 800 mila. Il famoso appartamento vista Colosseo comprato “a sua insaputa” da Claudio Scajola nel 2004, prima del crollo dei prezzi, era stato pagato 8 mila euro al metro. Quello di Patroni Griffi, in piena crisi, è stato pagato 7300 euro al metro.

La catena di affetti che lega i consiglieri di Stato riappare a novembre 2011, quando nasce il governo Monti. Patroni Griffi diventa ministro della Funzione pubblica e il suo avvocato Malinconico sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Tra i primi atti dell’esecutivo di salvezza nazionale, due suscitano amara ironia: la riforma Fornero per salvare i conti dell’Inps e la nomina di Chieppa a segretario generale dell’Antitrust. Il Corriere della Sera critica il malcostume di distaccare giudici amministrativi a dirigere le Authority i cui atti sono stati e saranno chiamati a giudicare. Non solo Chieppa che ha all’attivo 47 sentenze sull’Antitrust. Ma anche Luigi Carbone, allora commissario dell’Autorità per l’energia, che pochi giorni fa è stato autorizzato dal Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (Cpga), presieduto da Patroni Griffi, a fare il capo di gabinetto del ministero dell’Economia in deroga alla legge Severino che glielo vieterebbe. Come? Equiparando gli incarichi nelle Authority alle cariche elettive. Fare il consigliere di Stato ha questo di bello: un drappello di giuristi le norme se le scrivono da distaccati ai ministeri, e poi se le giudicano, se le interpretano e se le applicano.

Il governo Monti per loro è però una débacle. Malinconico dura 44 giorni. Con “decisione sofferta ma convinta” si dimette dopo che Il Fatto rivela una sua vacanza all’Argentario pagata da Vincenzo Piscicelli, l’imprenditore celebre per le risate al telefono la notte del terremoto in Abruzzo ma soprattutto per essere stato condannato per corruzione insieme a Balducci. Sì, proprio lui, il capo del Siit che affida a Fabrizi (come prestazione privata, quindi pagato a parte con apposita sentenza di Chieppa) la “verificazione” grazie alla quale Malinconico vince la causa per Patroni Griffi. Il quale viene investito in quel gennaio 2012 proprio dalle polemiche sulla casa al Colosseo, e reagisce con un singolare mea culpa: “Non lo farei mai più. Nella mia condizione attuale riterrei quell’azione giudiziaria per ottenere lo sconto lecita ma inopportuna. Però oggi, non ieri”.

Poi per il governo Monti, che è un po’ il governo del Consiglio di Stato, arriva un’altra tegola. Andrea Zoppini, avvocato amministrativista e sodale di Giulio Napolitano, figlio del presidente della Repubblica, è costretto a dimettersi da sottosegretario alla Giustizia per un’accusa di frode fiscale poi archiviata.

La catena di affetti torna a rinsaldarsi con il governo Conte. Da anni ormai il Cds è squassato dagli scandali, ogni tanto un giudice amministrativo è arrestato per corruzione in atti giudiziari, si arriva a parlare di tariffari e sentenze vendute al miglior offerente. Nel 2015 il governo Renzi schianta una prassi secolare e anziché nominare automaticamente presidente del Consiglio di Stato il giudice più anziano (acciocché il governo non si scelga il suo giudice) chiede all’organo di autogoverno della giustizia amministrativa (Cpga) una rosa di cinque nomi tra cui scegliere. Il Cpga obbedisce. Così Renzi nominerà Alessandro Pajno scavalcando i più anziani Stefano Baccarini e Sergio Santoro.

Nella riunione decisiva l’avvocato Giuseppe Conte, membro della Cpga considerato in quota Maria Elena Boschi, appoggia le pretese di Renzi: “Invita calorosamente, al di fuori di ogni ipocrisia, a considerare che l’anzianità di servizio, dinanzi ad una scelta cosi rilevante sotto il profilo dell’immagine, della rappresentatività e di tutte le ricadute sul piano istituzionale, non può essere assunta come l’unica forma esclusiva di valutazione del candidati”. Il consigliere di Stato Ermanno De Francisco evoca la ragion politica: la pretesa di Renzi “integra palesemente un unicum storico” ma “nella consapevolezza del momento storico che attraversano l’Istituto e tutta la giustizia amministrativa, per il bene comune sembra più saggio accantonare una siffatta posizione pregiudiziale, ritenendo di aderire” al diktat renziano.

Nella cinquina entra anche Patroni Griffi, anche se privo dei cinque anni di presidenza di sezione “effettiva” richiesti dalla legge per concorrere alla presidenza del Cds. E anche lui, come Pajno, scavalca Santoro nella cinquina in base a un inedito giudizio meritocratico che due mesi dopo gli spianerà la strada alla nomina a presidente aggiunto.

Anche Santoro, però da consigliere di Stato e non da condomino, si rivolge al Consiglio di Stato. Che gli dà torto con un altro ragionamento memorabile: per diventare presidente aggiunto non sono richiesti i cinque anni di presidente di sezione effettiva. Solo che, obiettano gli avvocati di Santoro, Daniele Granara e Federico Tedeschini, Patroni Griffi è stato nominato presidente aggiunto grazie alla posizione ottenuta nella cinquina per la presidenza, in cui non avrebbe dovuto rientrare. Niente paura. La Quinta Sezione argomenta che Patroni Griffi i cinque anni li ha fatti contando anche gli oltre due anni a Palazzo Chigi come ministro e sottosegretario, perché il d.lgs. 303/99 equipara il servizio presso la Presidenza del Consiglio a quello prestato presso le amministrazioni di appartenenza. Dunque Patroni Griffi, secondo il Consiglio di Stato, ha fatto il ministro per conto del Consiglio di Stato. Giova ripeterlo: Palazzo Spada è un mondo fatato in cui un gruppo di sacerdoti intoccabili le leggi se le scrive, se le intepreta e se le applica.

Torniamo al governo Conte. Quando “l’avvocato del popolo” entra a palazzo Chigi sceglie come segretario generale Giuseppe Busia, segretario generale dell’Autorità per la Privacy. Il quale va a Palazzo Chigi a parlare del passaggio di consegne con l’uscente Paolo Aquilanti. Poi il silenzio e il colpo di scena. Il 25 giugno 2018 Conte nomina segretario generale Roberto Chieppa. E a capo dell’ufficio legislativo Ermanno De Francisco. E tutti insieme chiedono al Cpga un nome per la presidenza del Consiglio di Stato e quelli indicano Patroni Griffi. Siamo tornati alla prassi del più anziano? Ovviamente no. Il più anziano è ancora Santoro. Ma Patroni Griffi è stato scelto in ragione della “posizione preminente” di presidente aggiunto, raggiunta grazie alla sentenza che gli ha fatto valere come presidenza di sezione gli anni spesi da ministro e sottosegretario. Sentenza scritta dal giudice Roberto Giovagnoli, indagato per corruzione in atti giudiziari per la sentenza Mediolanum che dette ragione a Berlusconi e torto alla Banca d’Italia.

Ma alla fine il cerchio si chiude. Alla vigilia del plenum Cpga che doveva nominare Santoro presidente aggiunto del Consiglio di Stato esce la notizia che anche lui è indagato da sette mesi, senza sapere perché, nella bollente inchiesta sul Consiglio di Stato sulla quale la procura di Roma dà le notizie con il contagocce.

Twitter@giorgiomeletti

Silenzio-dissenso: no a film nei “Palazzi”

Èda poco andato in onda su Rai3 il film Il Divo di Paolo Sorrentino. Non fu facile realizzarlo, ma i suoi esiti, premio della giuria a Cannes, un Oscar europeo a Toni Servillo, una candidatura agli Oscar per il miglior trucco e il suo successo in tutto il mondo, ne ripagarono tutte le difficoltà. Il film ricostruiva, attraverso la figura di Giulio Andreotti, un lungo periodo della politica italiana.
Anni dopo, in una chiave completamente diversa, con “Benvenuto Presidente” di Riccardo Milani, altro film molto fortunato, abbiamo raccontato un’altra epoca della nostra storia politica. In entrambi i film alcune scene particolarmente significative erano ambientate a Montecitorio e in tutti e due i casi le riprese in Aula furono autorizzate senza alcuna difficoltà. Sotto la presidenza Bertinotti nel primo caso, Fini nel secondo.

In modo del tutto inatteso per il film in lavorazione “Bentornato Presidente” seguito di “Benvenuto”, l’autorizzazione alle riprese per Camera e/o al Senato ci viene negata, anche se, formalmente, nessuno di questi uffici ha mai risposto alle nostre richieste. Un silenzio che invece di assenso in questo caso significa, attraverso la pratica nostrana della “non risposta”, diniego. Questa è la storia, tutta italiana, in quanto negli altri paesi europei questo tipo di autorizzazione viene accordato senza alcuna difficoltà. Questi i fatti da cui traggo personali conclusioni.

Il racconto audiovisivo si basa sulla cosiddetta “sospensione dell’incredulità”. Chi racconta per immagini chiede allo spettatore di credere a quello che sta vedendo, dimenticando la condizione di essere davanti a uno schermo. Quando un solo elemento di quanto proiettato risulti non plausibile ecco che l’edificio crolla, l’incredulità riemerge e il film non funziona, rivela la sua essenza fisiologica: finzione. La possibilità quindi di “credere” a un racconto basato sulla vita politica italiana non può prescindere dalla verosimiglianza di tutti gli aspetti della narrazione, fra questi, ovviamente anche gli ambienti i in cui la storia si svolge. Lo scenografo di un film troverà e adatterà dei luoghi per renderli credibili. Come sarà lo studio privato di Andreotti? Un corridoio del Quirinale? Sono ben pochi gli spettatori di un film che hanno avuto modo di accedervi realmente. Ma come sia la Camera dei Deputati o il Senato, questo lo sanno tutti, perché tutti le hanno viste migliaia di volte in Tv, al telegiornale.Il Parlamento non appartiene alla politica, ma allo Stato, quindi a tutti i cittadini.

Quella audiovisiva è un’industria nazionale che si occupa fra le altre cose di raccontare e veicolare nel mondo le storie, la vita, l’ immagine e l’immaginario del nostro Paese e quindi, se vuole, se crede, anche la Politica. Ma se la Politica nega all’ industria audiovisivo la possibilità di accedere ai suoi luoghi simbolo ovviamente non riproducibili in via finzionale, allora sta negando, o forse censurando, la possibilità di essere raccontata e rappresentata.

Ma soprattutto la “Politica” tace. E questa cosa sorprende non poco in un periodo in cui ci viene detto che la distanza fra Palazzo e cittadini non esiste più.

Che peccato.

P.S. Adesso forse ci diranno che l’autorizzazione viene negata sulla base di un “regolamento” in vigore da due anni che nega l’autorizzazione alle riprese. Quindi stabilito da chi governava prima. Ma visto che quel “regolamento” non è fra quelli consegnati a Mosè su tavole di pietra (Bertinotti lo modificò in 2 minuti) e che si parla spesso di cambiamento, forse questo regolamento si poteva pure cambiare. Basta volerlo.

Noi siamo ancora qui e abbiamo ancora poco tempo (poi le riprese finiscono). Non sporchiamo, facciamo poco rumore e verremmo solo quando ce lo dite voi. Giusto per farvelo sapere nel caso cambiaste idea.

 

Pd e Forza Italia uniti contro la riforma anti-voltaggabana

Tira una brutta aria a Montecitorio per la riforma del regolamento che Roberto Fico vorrebbe portare a casa al più presto. E che servirà ad avvicinare le regole di funzionamento della Camera a quelle già in vigore dalla fine del 2017 al Senato, magari anche per quel che riguarda lo stop ai cambi di casacca: a Palazzo Madama gli eletti che intendono lasciare il gruppo di appartenenza non possono mettersi in proprio, né godere di finanziamenti, neppure in caso di esodi di massa: la sola opportunità è confluire nel Gruppo misto.

Alla Camera invece il vincolo di appartenenza al gruppo con cui si è stati eletti non c’è ancora. In caso di scissioni interne o di fuoriuscite niente impedirebbe formazioni nuove di pacca, sotto insegne sconosciute agli elettori e che, naturalmente, parteciperebbero alla ripartizione del bottino da 30,9 milioni stanziati da Montecitorio ogni anno a titolo di contributi ai gruppi. Una discreta rete di protezione di questi tempi incerti: sono in molti a profetizzare che l’esito delle Europee potrebbero determinare crisi se non collassi interni ai partiti. C’è chi sta attraversando – è il caso del Pd – una travagliata stagione congressuale che lascia già intravedere la minaccia di strappi. E chi cerca – è il caso di Forza Italia – un rinnovamento di leadership atteso inutilmente da anni.

Insomma, per molti la possibilità di cambiare insegne senza finire nel limbo del Gruppo misto è una scialuppa da preservare a tutti i costi. E forse non è un caso che proprio Pd e Forza Italia abbiano minacciato barricate sulla riforma del regolamento.

Per dem e forzisti se ne potrà parlare solo dopo che verranno approvate le riforme costituzionali, ossia tra molti mesi. C’è chi dice addirittura un paio d’anni o più. Sempre che nel frattempo la maggioranza tenga nella composizione attuale e che la legislatura non finisca anzitempo.

Lo si è capito l’altro giorno alla prima riunione della Giunta del regolamento della nuova legislatura, in cui Fico ha proposto di allargare i lavori ai gruppi attualmente non rappresentati nell’organismo, ossia Fratelli d’Italia, LeU e il Gruppo misto. Il presidente della Camera l’ha spuntata, ma ha dovuto faticare per rassicurare che aumentando i componenti da 10 a 15 non si produrrà una eccessiva distorsione della corretta rappresentanza proporzionale dei Gruppi. Numeri a parte – comunque non una questione trascurabile quando si tratta di cambiare le regole – il nodo resta la “netta contrarietà e indisponibilità” a discutere della riforma del regolamento già manifestata da Pd e FI e dem. L’azzurro Roberto Occhiuto è stato chiarissimo: non se ne fa nulla prima che si sia concluso l’iter delle modifiche costituzionali che imporranno di rimettere mano anche al regolamento, quindi tanto vale attendere. Simone Baldelli, sempre di FI, ha avvertito Fico sul rischio che anche le regole della Camera possano offrire ulteriori occasioni di divisioni in un clima già teso tra maggioranza e opposizioni, paventando lo spettro di una riforma di parte “con inevitabile coinvolgimento della posizione del presidente”. Tesi sposata appieno dal dem Emanuele Fiano. Fico è avvertito.

Toninelli: “A22 torni pubblica”. Lo è all’85%

“Vogliamo vederci chiaro sui disagi che si sono verificati negli ultimi giorni sulla Autostrada del Brennero. È già in corso un’ispezione per verificare che il concessionario sia intervenuto adeguatamente per garantire la sicurezza degli utenti, come prevede la convenzione”. La guerra di Danilo Toninelli contro i privati che gestiscono le autostrade si è arricchita ieri di una nuova battaglia. Il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, sull’onda del caos dell’altro giorno che ha visto automobili e Tir bloccati per ore sull’A22 in seguito all’ondata di maltempo, ha preso la palla al balzo per dichiarare di voler riconsegnare il tratto “totalmente” in mani pubbliche, rinegoziando cioè la convenzione, per ridurre quelli che ha definito “dividendi clamorosi e ingiustificati, 33 milioni nel solo 2017. L’attuale concessionario, la cui gestione non si può dire sia stata soddisfacente in questi giorni, ha fatto ricorso contro la rivoluzione che stiamo mettendo in atto”.

Tanto è bastato per far scoppiare l’ennesima bagarre, e pure l’ennesima presa in giro. “Ma quale rivoluzione? – ha risposto il governatore della Regione Trentino Alto Adige-Sudtirol e presidente della Provincia autonoma di Bolzano, Arno Kompatscher – La proposta di una gestione totalmente pubblica dell’autostrada A22 risale al 2014. L’ho fatta io con l’allora governatore del Trentino, Ugo Rossi, con un accordo con l’allora ministro, Graziano Delrio”. Attualmente il principale azionista della società Autostrada del Brennero è la Regione Trentino-Alto Adige con il 32,28 per cento. Fra gli altri azionisti figurano la provincia autonoma di Bolzano e la provincia autonoma di Trento. In totale l’81 per cento è in mano di enti pubblici. Il progetto di trasformazione è già avviato, anche se non mancano gli ostacoli, tanto che recentemente il ministro era già intervenuto pungolando gli amministratori locali, interessati ai dividendi. Per questo scopo è già stata creata la Brenner Corritor da parte della Regione Trentino Alto Adige con la partecipazione delle due province. Alla società dovrebbero aggregarsi altri enti territoriali e, probabilmente, alcuni Comuni. Un nuovo schema di tariffe, regolato dall’autorità dei Trasporti (Art), avrebbe poi l’obiettivo di ridurle, limitando gli extraprofitti e i dividendi.

Toninelli è diventato bersaglio di molti esponenti delle opposizioni. “A ogni ignoranza c’è un limite – ha commentato l’ex ministro Maurizio Lupi –. Ma è possibile che un settore delicato e strategico come le infrastrutture sia in mano a questo dilettante allo sbaraglio?”. “Incompetente e sciacallo come sul Ponte di Genova” per il dem Michele Anzaldi.

Di Maio: “Il mini-Tav è una supercazzola. Finchè governiamo noi, il tunnel non si fa”

Continua tra Salvini e Di Maio la gara a chi tira più dritto e il campo preferito – come ormai da alcuni giorni – è il Tav Torino-Lione. E se sabato il ministro degli Interni era stato invitato sul tema a “non rompere i coglioni” da Alessandro Di Battista, ieri ha dovuto incassare la “supercazzola” del collega vicepremier a proposito del progetto “mini Tav” rilanciato in mattinata sulle pagine de Il Messaggero e Il Mattino: “Si può risparmiare un miliardo tramite alcune modifiche – aveva detto il leader leghista – e si può rivedere in questo senso il progetto, come dice il contratto di governo, e non vedo grossi problemi”.

A farglieli trovare, come detto, Luigi Di Maio, nel pomeriggio, durante un comizio: “Il tema non è il ridimensionamento dell’opera, altrimenti parliamo di una supercazzola”.

È andata avanti così, tutto il giorno un botta e risposta a distanza, in realtà neppure troppa. Se infatti il capo politico del M5S parlava da Ortona in provincia di Chieti, il “capitano” verde era impegnato in un comizio a Campli (Teramo). Più o meno un centinaio di km di distanza, a occhio assai meno di quelli che dividono i due dal tema-totem del Tav. La giornata era cominciata con una nemmeno troppo velata esibizione di muscoli di Salvini nella già citata intervista: “Ma figuriamoci, nessuno stop (al Tav, ndr) – aveva detto –. Un conto sono le parole, un conto sono i fatti. L’intesa si trova sempre. Così è stato in questi otto mesi. E sarà così anche stavolta. Siamo abituati a trattare e a portare a casa il risultato, e infatti la maggioranza degli italiani è dalla nostra parte”.

Salvini ha poi rilanciato nel pomeriggio: “Sia l’Abruzzo che l’Italia hanno bisogno di più opere, di più ferrovie, di più strade: i soldi devono servire per finire le opere cominciate, non per tornare indietro. Se sono stati scavati 25 km di tunnel, è più utile andare avanti e finirlo o spendere soldi per chiudere il buco? Io sono per andare avanti”.

La replica di Di Maio non si è fatta attendere: “Finché al governo ci sarà il Movimento – ha detto – il Tav non si farà. Salvini tira dritto? A tirare dritto sono io, siamo convinti, come trapelato dal ministero delle Infrastrutture, che l’analisi costi-benefici sia negativa. Quel buco non si inizia. Perché non è nemmeno iniziato”. Quindi di che parla Salvini?, verrebbe da chiedersi? Il punto che separa i due è il concetto di opera “iniziata”. Attualmente in Francia e in Italia sono stati scavati circa 25 km di gallerie di servizio al tunnel di base, mentre la vera grande opera (il tunnel di base da 57 km, appunto) non è ancora nemmeno cantierizzata. Insomma, una questione di punti di vista. Su un punto, tuttavia, i due sono totalmente in sintonia: escludere l’ipotesi di uno scambio politico Tav per autorizzazione a procedere sul caso Diciotti: “Non siamo al mercato – dichiara Salvini – Questo è da vecchi governi, con vecchie regole, ‘mi dai questo in cambio di quell’altro’”. “Qualcuno mi ha detto che questo del Tav sarebbe uno scambio con il caso Diciotti – replica Di Maio – ma io rispondo che non siamo abituati a ragionare sugli scambi politici”.

Zingaretti verso le primarie. I renziani scaricano Martina

Annunci, polemiche e grandi assenti: si potrebbe riassumere così la mattinata di ieri all’Ergife di Roma, dove il Pd ha dato il via ufficiale alla corsa alle primarie del prossimo 3 marzo. Annunci di una mozione di sfiducia contro Salvini, polemiche sul documento presentato dagli eurodeputati che, Carlo Calenda dixit, sarebbe stato costruito contro #SiamoEuropei e, soprattutto, le file vuote dei renziani di ferro, da Maria Elena Boschi a Luca Lotti al capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, ufficialmente malato.

Ma andiamo con ordine. Con una scenografia sullo sfondo in cui sono comparse due bandiere dell’Unione europea (con tanto di inno europeo suonato prima di quello di Mameli), la Convenzione del Pd ha decretato che, a sfidarsi alle primarie, saranno Nicola Zingaretti (47,38% dei voti), Maurizio Martina (36,10) e Roberto Giachetti (11,13). Esclusi dalla competizione Francesco Boccia (il quale ha poi fatto sapere che appoggerà l’attuale governatore del Lazio), Maria Saladino e Dario Corallo. Hanno votato poco più di 189 mila iscritti al Pd ai congressi di circolo, praticamente un iscritto su due.

Nel suo discorso Zingaretti ha provato a parlare a tutto il partito – “Basta con un partito fondato sugli antirenziani, gli antifranceschiniani, gli antiboschiani” – e ha lanciato una stoccata a chi lo vede dialogante con il M5S: “Trovo umiliante dover dire ancora che non voglio alleanze o accordi con i Cinque Stelle. Io li ho sconfitti due volte, imparassero a sconfiggerli pure quelli che mi accusano”. Nelle prime file, oltre a Dario Franceschini, Piero Fassino e Lorenzo Guerini, mancavano proprio Matteo Renzi (che in una lettera al Corriere di ieri ha attaccato Di Maio e il governo, ma si è ben guardato dal citare la Convenzione) e i suoi e non c’era nemmeno Paolo Gentiloni, impegnato negli Stati Uniti. A lavori iniziati, invece, si è presentato Carlo Calenda, fresco fresco dell’ultima battaglia via Twitter: “Oggi andrò alla Convenzione Pd – aveva scritto –. Se il documento dei parlamentari europei Pd rimaneggiato nelle ultime ore da Goffredo Bettini (sostenitore di Zingaretti, ndr) si confermerà nei contenuti come un’operazione costruita contro #SiamoEuropei ne prenderò atto. Non possiamo combattere su 10 fronti. #chiarezza”. A calmare le acque sarebbe stata poi una telefonata tra l’ex ministro e il candidato numero uno. E infatti quest’ultimo dal palco ha definito il Manifesto di Calenda uno “straordinario contributo che abbiamo davanti”, rispetto al quale il Pd deve fare “uno sforzo unitario e non chiuso e settario”. Pace fatta? Almeno nelle dichiarazioni.

“È arrivato il momento di presentare una mozione di sfiducia al ministro Salvini, ha violato la legge nel fare il suo lavoro”. A lanciare l’anatema strategico contro l’attuale ministro dell’Interno è stato invece Martina, “rimasto solo” dai suoi sostenitori renziani della prima ora. “Mi autodenuncio, i miei avversari non sono Nicola e Roberto; i miei avversari sono quelli che stanno oggi al governo. La nostra mozione vuole unire e se toccherà ame farò una segreteria unitaria”. Ha voluto invece ribadire la sua distanza Giachetti, che ha attaccato la mozione Zingaretti: “Ha dentro tutto e il contrario di tutto, c’è Minniti e chi lo considera uno schiavista. Ma non è un problema che riguarda me”. La battaglia per il 3 marzo è appena cominciata.

“Se fossi Salvini mi farei processare dai giudici”

Abruzzo, regione di tour e dichiarazioni elettorali, in questi giorni è il territorio su cui si è giocato il botta e risposta di Movimento Cinque Stelle e Lega. Insieme alla Rai dove, in serata, il presidente della Camera dei Deputati, Roberto Fico, ha lanciato un messaggio chiarissimo, da cui si può evincere una sintesi brutale ma efficace: Salvini si faccia processare.

Fulcro delle discussioni è il caso Diciotti per il quale, entro la fine di marzo il ministro dell’Interno Matteo Salvini dovrà essere giudicato dal Senato, che deciderà se dare o meno l’autorizzazione al tribunale dei ministri a procedere contro di lui per la gestione dei migranti a bordo della nave. “Nella nostra storia non abbiamo mai votato per utilizzare le immunità parlamentari. – ha detto ieri il vicepremier dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio – Questo è un pò diverso dalle immunità parlamentari. Per quello che mi riguarda il mio riferimento sono i deputati M5s nella Giunta, che seguiranno il procedimento, ascolteranno le audizioni. E poi decideremo”. Nessuna certezza granitica, quindi, neanche quando gli è stato chiesto se ci sarà una indicazione di voto. “Il voto arriverà tra qualche settimana. Intanto dobbiamo approfondire le carte”. Dalla stessa terra predica, e risponde, in comizio a Campli il diretto interessato. Il vicepremier, leader della Lega, Matteo Salvini inizia la sua giornata escludendo qualsiasi ipotesi dell’uso del Tav come grimaldello per la sua immunità. Dice di non aver bisogno di “aiutini” di aver solo fatto il ministro. “Io blocco gli sbarchi, sveglio l’Europa e fermo i morti e le partenze, l’ho fatto, lo farò”. Senza pentimento. “Avete qui un pericoloso delinquente che rischia sino a 15 anni di carcere perchè ha bloccato lo sbarco di 177 clandestini. Vi annuncio che lo rifarò, perchè in Italia ne sono arrivati anche troppi. Prima bisogna occuparsi degli italiani che aspettano un lavoro e una casa”.

È invece a Che Tempo che Fa che arriva la posizione di Roberto Fico, intervistato da Fabio Fazio nel giorno in cui l’ex deputato del M5S, Alessandro Di Battista, su Facebook spiega che sia necessario tagliare lo stipendio dei “conduttori Rai pagati con denaro pubblico che sono giornalisti, ma non hanno contratti da giornalisti” proprio partendo da Vespa. E da Fazio, che con Fico inizia dai migranti: “Le persone vanno sempre salvate – replica la terza carica dello Stato –. Sempre, non ci possono essere dubbi. Non sono sacchi di patate, vanno fatti sbarcare”. Distingue il problema politico, sostiene sia giusto intervenire, far capire che il Mediterraneo non è solo un problema dell’Italia ma che non lo si può fare lasciando le navi fuori dai porti. E sul caso Diciotti? “Il M5s si è sempre espresso con chiarezza assoluta. Sono il presidente della Camera e rispetto in modo sostanziale qualsiasi decisione prenderanno giunta e Senato. Non entro nel merito. Ma se mai arrivasse a me una richiesta da parte della magistratura di autorizzare a procedere nei miei confronti, io pregherei la mia Camera di appartenenza di dare alla magistratura l’autorizzazione”. Il messaggio è chiaro.

E ancora, la necessità di rendere il Parlamento protagonista della vita pubblica del Paese, di ridurre decreti e fiducia, di fornire ai cittadini tutti gli strumenti per partecipare, di ribadire il No al Tav, di attendere gli effetti della manovra, di spingere sull’acqua pubblica. Fico non nasconde neanche le divergenze nel governo, né l’indebolimento del M5s: “Le due forze politiche sono diverse. La maggioranza è nata con un contratto di governo”. Si litiga? “Ci sono molte ragioni per divergere, alcune per rimanere insieme. Si deve andare avanti rispetto a ciò che si è detto nel contratto. Nessuno ha mai pensato che non sarebbe stato difficile”. Ma la Lega e le sue istanze hanno la meglio nei sondaggi. “Il Movimento deve fare la sua strada – spiega Fico – rimanere legato ai suoi valori. Può anche perdersi nel breve termine ma deve resistere sul lungo. È una maratona di 42 chilometri”.