Ma mi faccia il piacere

Il Maestro/1. “Venezuela, l’appello di Berlusconi per la democrazia: ‘Subito elezioni libere’” (il Giornale, 3.2). Le tv le porta lui.

Il Maestro/2. “Inutile ricordare i casi di ridicolo della nostra democrazia, incapace di prendere una posizione nitida sulle vicende del Venezuela, malgrado gli sforzi europeisti di Conte e Moavero” (Gianni Riotta, La Stampa, 31.1). In effetti è ridicolo che non si riesca a difendere la democrazia in Venezuela appoggiando i golpisti.

Aridatece er puzzone. “Berlusconi non è Salvini, lui è meglio di Salvini” (Nicola Fratoianni, Sinistra Italiana, Il Dubbio, 31.1). Ha sempre avuto degli ottimi stallieri.

Voce del verbo. “È tutto un popularsi di opinioni… Se ne sono dovuti andare per trovare maggiore ricchezza e maggior dettaglio in un altro paese… Non vedremo più politici che incassano il vitalizio a sbaffo… Il Jobs Act ha precariato milioni di giovani” (Teresa Manzo, deputata M5S, alla Camera, 22.1).

Il trono di spade. “Buongiorno, per la Presidente On. Carla Ruocco è stato riservato un posto tra le autorità? Gradirei essere informato al 349…” (mail dello staff di Carla Ruocco, deputata M5S, agli organizzatori di un convegno sulla Shoah alla Camera, 25.1). Mi raccomando: poltrona in pelle umana.

Tavanate/1. “Guardate la vicenda di Torino e della Tav: Salvini è decisamente a favore mentre Di Maio è contrario. La sinistra democratica in questa vicenda è impersonata da Sergio Chiamparino che ha lo stesso obiettivo di Salvini. Personalmente penso che Salvini e Chiamparino… perseguano l’utilità non solo di quella regione ma di tutto il circuito europeo di cui le ferrovie veloci fanno parte” (Eugenio Scalfari, Repubblica, 3.2). Mica male questa Repubblica del Capitano.

Tavanate/2. “Il leader-operaio con i ‘nemici’ del Movimento”, “Matteo Salvini arriva a piedi… Naturalmente il capod ella Lega, con la giacca della Polizia, posa per selfie e foto assortite… Sorride insieme a Virano e Foietta, gli uomini dei quali i Cinque Stelle chiedono la testa da sempre. Al momento dei saluti, gli operai gli riservano un applauso lungo tre minuti che rimbomba nel tunnel. Avrà i suoi difetti., ma quando gli avversari-alleati politici gli offrono un goal a porta vuota, non si fa pregare” (Marco Imarisio, Corriere della sera, 2.2). Ma questo è amore!

Cella piena e moglie ubriaca. “Carceri sovraffollate. Il ministro Bonafede vuole costruirne di nuove. Ma tutti gli esperti dicono che la repressione ha fallito” (Roberto Saviano, l’Espresso,3.2). Giusto: teniamoci quelle vecchie e facciamo uscire tutti i camorristi.

Prima e dopo la cura. “Manara & Celentano: ‘Il mio Adriano sembra Corto Maltese’”, “’Lo ripeto sempre: quando chiama Celentano è come se chiamasse la patria’. Milo Manara, grande disegnatore, lo dice ridendo, ma per lui è davvero così. ‘Lo seguo da quando sono ragazzo, per me rappresenta la libertà. Quando mi ha chiamato per disegnare Adrian, che all’inizio doveva essere un film d’animazione di dieci ore, ho accettato subito’” (Milo Manara, intervista a Repubblica, 19.1). “Non mi sono assolutamente occupato, in nessuna fase della lunga e travagliata produzione, della realizzazione delle animazioni, essendo io un disegnatore e non un animatore… Alcuni disegni dei miei storyboard sono stati inseriti anche nell’animazione, nonostante non fossero stati realizzati per questo scopo. Purtroppo la decisione di utilizzarli non è stata mia e, a suo tempo, non ho potuto che far presente la mia forte perplessità in merito” (Milo Manara, comunicato stampa, 28.1). Si attende ora la presa di distanze di Corto Maltese.

Senti chi pirla. “L’anticipo di cittadinanza della casa editrice del Cavaliere di cittadinanza (già Al Tappone e/o Testa d’Asfalto) per il supercittadino non candidato, per permettergli di insultare il Cavaliere di Cittadinanza dopo averne percepito l’anticipo di cittadinanza” (Luca Bottura, a proposito di Alessandro Di Battista, autore di due libri per Mondadori, Repubblica, 1.2). Poi Bottura scoprì che Scalfari, fondatore di cittadinanza, ha pubblicato i suoi ultimi sette libri per Einaudi (gruppo Mondadori), con altrettanti anticipi e royalties di cittadinanza. E non se ne riebbe mai più.

I titoli della settimana/1. “La tentazione totalitaria è scritta nel Dna dei Cinquestelle”, “I 5Stelle appoggiano Maduro per fare un favore a Pechino” (Libero, 3.2).

Il titolo della settimana/2. “Berlusconi imita la Boldrini” (Libero, 29.1). Avrà di nuovo esagerato col trucco.

“Mozziconi” dal sottosuolo: “Roma sei bella, ma mi fai schifo”

Anticipiamo stralci del romanzo di Luigi Malerba “Mozziconi”, in uscita in questi giorni con Quodlibet: la prima e unica edizione di Einaudi risale al 1975.

Mozziconi abitava in una casetta abusiva fuori dalle mura di Roma, cioè in periferia vicino all’Acquedotto Felice.

La casa era abusiva, però il Comune voleva fargli pagare le tasse, compresa quella della spazzatura che nessuno passava mai a raccogliere, e compresa quella delle fogne.

– Dove stanno le fogne? Io non le vedo, imbroglioni!

Mozziconi era arrabbiato dalla mattina alla sera.

Ogni tanto arrivavano i poliziotti per cacciarli via tutti quanti, gli abusivi. Arrivavano d’improvviso anche di notte con le camionette, le pantere, le gazzelle e dicevano adesso vi portiamo tutti in prigione, a Regina Coeli. La gente dell’Acquedotto Felice si distendeva a terra in mezzo alla strada e i poliziotti dovevano ritornare a casa, cioè in caserma.

Per non pagare le tasse della spazzatura e delle fogne e per non essere scacciati, quei poveretti dovevano stare distesi per terra molte ore della giornata. – Io da qui me ne vado! – diceva sempre Mozziconi.

Ma non sapeva dove andare. A destra o a sinistra, in salita o in discesa, in città o in campagna, dove? Forse avrebbe trovato un prato boscoso o una montagna pianeggiante o una spiaggia rocciosa in riva al mare o una città senza strade e senza case. Ma fintanto che aveva una casa tutta sua gli riusciva difficile partire.

Un giorno di pioggia, di vento e di rabbia furiosa, Mozziconi decise di buttare la casa fuori dalla finestra. Incominciò a buttare fuori i mobili. Due seggiole, un materasso di crine vegetale, un tavolino, una cassapanca e un comodino. Poi buttò fuori dalla finestra una pentola, una padella, sei piatti, due forchette, un cavatappi e quattro cucchiai…

– Prendete prendete – diceva ai passanti che passavano sotto la finestra.

– Ma che cosa fai Mozziconi? – domandò un ladro che non era riuscito mai a rubare niente.

– Lo vedi, no? Sto buttando la casa fuori dalla finestra.

– Tutta?

– Tutta.

– Mi fai rubare qualcosa?

– Puoi prendere quello che vuoi.

– Io voglio rubare.

– Ruba quello che vuoi.

– No. Tu dovresti far finta di dormire, io entro di nascosto, rubo qualcosa e poi scappo.

– Non ho tempo di far finta di dormire.

– Se mi fai rubare qualcosa ti pago – disse il ladro tirando fuori il portafoglio.

– Ormai ho buttato fuori quasi tutto.

– Mi accontento di poco.

– È rimasta la stufa di ghisa.

Il ladro entrò in casa, provò a sollevarla, ma pesava troppo. Mozziconi allora si fece aiutare a buttarla fuori dalla finestra.

– Invece di rubare mi hai fatto lavorare!

Il ladro se ne andò piagnucolando. Non era mai riuscito a rubare niente in vita sua e gli era andata male anche questa volta…

Mozziconi non sapeva e non poteva nemmeno immaginare dove aveva deciso di andare. Attraversò la città, si incamminò per il Lungotevere, si fermò vicino a Ponte Sisto. Qui si diede un’occhiata intorno, poi si avviò giù per la scaletta che porta al greto del Tevere.

– Vuoi vedere che ho deciso di andare proprio laggiù?

Dopo qualche scalino si voltò indietro.

– Sarai anche bella, Roma, ma a me non mi piaci.

– Che cosa non ti piace? – domandò un tale che passava di là per caso.

– Roma.

– Perché?

– Perché mi fa schifo.

Il passante restò lì a guardare con la bocca aperta questo straccione che gli faceva schifo Roma… Da quel giorno i piedi di Mozziconi non calpestarono più le strade di Roma.

– Qua giù c’è la terra, l’acqua e l’aria – disse Mozziconi – qui ci posso vivere benone. Ci sono anche i ponti per ripararsi quando piove.

Mozziconi seminò qua e là un po’ d’insalata e zucchine e fagioli e carciofi e fragole e pomodori… Sulla sabbia umida e grassa tutto cresce alla svelta e senza bisogno di concime perché il greto del Tevere è da secoli una specie di concimaia dove i romani gettano i loro rifiuti… Poco alla volta il greto sarebbe diventato un orto e un frutteto…

Mozziconi raccolse da terra un giornale. Guardò la data e si accorse che era fresco di giornata. Secondo lui, cioè secondo il giornale, la crosta terrestre era tutta inquinata, le nazioni non facevano altro che litigare e in qualche posto si sparavano anche le cannonate. In Italia c’erano tanti disoccupati e scoppiavano le bombe nelle piazze e sui treni, ma gli assassini non li acchiappavano o non li volevano acchiappare. Invece avevano arrestata una ragazza che si era tuffata nuda nella Fontana di Trevi e un ragazzo che aveva rubato una mela.

– Qui ci sarebbe da piangere dalla mattina alla sera – disse Mozziconi. Però sapeva che piangere non migliora la situazione e allora era meglio chiudere in prigione quelli che stavano sulle poltrone a comandare, e mettere fuori la ragazza che si era tuffata nella fontana e il ragazzo che aveva rubato la mela.

Mozziconi cercava qualche notizia che gli tirasse su il morale. Sfogliando le pagine del giornale, finalmente trovò la fotografia di due tali che ridevano e si davano la mano.

– Meno male!

Guardò meglio e si accorse che erano due ministri ruboni e peculoni, e sotto la foto c’erano scritti stampati i miliardi che avevano rubato.

– A forza di rubare non resterà più niente – disse Mozziconi – fra poco non sapranno più che cosa rubare e resteranno disoccupati.

Uno dei due era un po’ gobbetto e aveva la faccia da prete. Tutti sapevano che era padrone di mezza Roma, compreso Frosinone. L’altro era grasso e pelato e rideva con la bocca spalancata. Si vede che era contento perché gli andavano bene gli affari, da Fiumicino a Grottaferrata. Ridendo mostrava tutti i denti cariati.

– I denti sono lo specchio dell’anima – disse Mozziconi.

Si accorse che anche questa volta aveva inventato un proverbio o quasi. Però aveva un difetto, che l’anima quei due ministri non sapevano nemmeno dove sta di casa…

I romani continuavano a buttare giù delle porcherie come se il Tevere fosse il loro mondezzaio, poi venne lo sciopero degli spazzini e insieme alle cartacce e agli stracci, ai sacchetti di plastica e ai torsoli di cavolo, i romani buttarono giù una grande quantità di barattoli vuoti e di vetri rotti… Lui gli spazzini li avrebbe fatti tutti ministri e i ministri li avrebbe messi a fare gli spazzini, però con i pesci non si può parlare, soprattutto di politica. E poi parlare di politica non serve, bisogna fare la rivoluzione. Ma per fare la rivoluzione ci vogliono i fucili e i fucili costano molti soldi. Allora per fare la rivoluzione bisogna essere ricchi. Ma se uno è ricco non ha più voglia di fare la rivoluzione.

“Terence Hill è un ascetico. Da Celentano imparo e Fazio è capace di odiare”

Sul citofono del palazzo dove vive c’è scritto “Frassica”. Semplice. Diretto. Apre la porta di casa ed è avvolto da una tuta, cammina in ciabatte senza calzini e da perfetto ospite ha apparecchiato il tavolino davanti ai divani con bevande e salatini. “Vuole un caffè?” No, grazie. “Ne è sicuro?”. Sì, grazie.

A 68 anni ha mantenuto intatto un equilibrio raro tra fanciullezza ed età adulta, fama e origini, perseveranza e casualità: è consapevole delle proprie qualità (“Secondo Arbore sono scientifico”), ama ancora stupirsi (“Se alle prove di Adrian so che arriva Celentano, mi piazzo lì e godo dello spettacolo”); quando può torna in Sicilia perché “adoro parlare in dialetto, e rivedere i miei amici”, e non ha ancora la patente.

Scientifico, cosa vuol dire?

Con Renzo ogni tanto ci vediamo, però ci sentiamo spesso e commentiamo i programmi televisivi: secondo lui sono scientifico perché bravo nel concretizzare il materiale astratto; piazzo la cornice intorno al quadro…

Istinto o necessità?

Tutti e due: è diventata un’esigenza per via del mio stile comico, basato sull’improvvisazione, il nonsense, il surreale: per tenere insieme tutto, è obbligatorio mantenere dei confini, togliere le parti inutili, arrivare alla sostanza.

Setaccia l’oro…

Da sempre, fin dall’esordio a Quelli della notte, quando Renzo e Ugo Porcelli non sapevano come inserirmi, e solo dopo avermi studiato bene mi dissero: “Con questi baffoni saresti perfetto come frate: te la senti?”.

E lei?

Avrei interpretato qualunque ruolo, pure l’infermiere, il pompiere, l’idraulico. Che mi fregava? Per preparare quella parte comprai una telecamera costosissima, cinque milioni di lire, allora una follia, la piazzai su un trespolo per registrare i vari tentativi; poi studiavo la cassetta e selezionavo le parti migliori.

Scientifico davvero.

Davo ordine al delirio. Comunque nella prima puntata di Quelli della notte ho detto solo: “Sono frate Antonino da Scasazza, provincia di Agrigento, Trapani. Sono qui per il concorso ‘Cuore d’oro’, dedicato ai buoni comportamenti”.

Basta?

Sì, però nella mia testa c’era già il percorso per arrivare alla 35esima puntata, e quella semplice frase era la cornice al personaggio.

Agitato per il debutto?

Insomma, per fortuna c’era Maurizio Ferrini che stava molto peggio di me, guardavo lui e in confronto mi sentivo disinvolto.

Che combinava?

A un certo punto mi è preso un colpo: sentivo tremare il salottino, ho pure pensato al terremoto, invece era lui agitatissimo. La questione è una: eravamo giovani, poca esperienza, e impreparati.

Lanciati in tv.

Con Renzo avevamo organizzato un piccolo allenamento, del cazzeggio a ruota libera, siparietti eccezionali che andavano ripresi; oggi sarebbero delle chicche meravigliose. E invece niente, tutto perso.

Avrà le cassette di lei che prova il ruolo da frate.

Neanche una, ed è uno dei miei rammarichi.

Quanto duravano le vostre prove?

Ore e ore: il 70 per cento del tempo parlavamo di altro, era come una lenta preparazione, riscaldavamo le menti, poi ci lanciavamo sul presunto lavoro.

Presunto.

Perché ci divertivamo come matti, e mangiavamo in maniera scriteriata. Per questo mi dispiace non avere alcuna testimonianza di quei momenti.

È stupito della sua carriera così lunga?

Non ci avrei creduto neanche io, e in questo mi sento realizzato; al contrario sono in credito con il cinema, lì non è andata meravigliosamente.

Come mai?

Ci sarebbero voluti due Frassica: uno per la tv, l’altro per il grande schermo; non riesco a occuparmi di due progetti importanti contemporaneamente, e quando mi chiamano per un film, mi preoccupo se ho troppe pose.

Meglio il cammeo.

Lì sono bravissimo.

Con quale regista le piacerebbe lavorare?

Pupi Avati, Marco Tullio Giordana e Carlo Verdone. Anzi, per Verdone pagherei.

Lo ha informato di questa predilezione?

E come posso? Come si fa?

Non si è mai proposto?

In generale qualche volta sì, è parte del nostro lavoro, sono pubbliche relazioni; se uno resta a casa non ti chiamerà mai nessuno, quindi a qualche porta tocca bussare. A quella di Carlo mai, eppure per me è il miglior attore italiano, ha una capacità incredibile di piazzare la verità nella recitazione. In lui credi.

E sulla regia, no?

Ne capisco di meno, non me ne intendo, mentre sulla recitazione so giudicare.

La sua dote principale?

Sono spiritoso di natura, ho il senso del cagacazzismo, se punto un tema, un tema qualunque, non lo mollo, devo scherzarci sopra.

Da sempre.

Da ragazzo mi sedevo al bar del paese, mi piazzavo lì per delle ore, e amavo rompere le palle a chi entrava, amavo ridere e scatenare risate, e questo non lo impari, nasce da dentro, è Dna, poi per renderlo professione sei costretto a riportare tutto in una chiave scientifica.

Fondamentale.

Ho un fratello più spiritoso di me.

Ma…

Non si è strutturato, non ha cercato di capire i meccanismi.

Lei è un lavoratore.

Mi piace, e in realtà non mi fermo mai, poi ho una passione totale per la radio, è in quel contenitore che do il meglio: lì mi sento più libero, senza padrone.

Da Fabio Fazio si sente sotto padrone?

Zero. Lui non vuole sapere nulla, si fida, però ci sono dei tempi tecnici, non si possono toccare certe situazioni, mentre con la radio vado in totale libertà.

Fazio è per antonomasia “il buonismo”. Lo è?

È un uomo che ama e odia in maniera netta: se gli piaci è per sempre, altrimenti con lui scatta il “mai”.

Niente grigi.

Basta controllare la lista degli ospiti in trasmissione, oppure chi è andato una volta e non è più tornato. A Fabio gli ospiti devono piacere anche umanamente.

Lei ora è impegnato anche in “Adrian”…

Celentano è un grande creativo, è uno imprevedibile e volubile, cambia in continuazione lo spettacolo, e l’aspetto incredibile è che a tutti noi piace sempre l’ultima versione.

Se lo può permettere.

Eh, solo lui, perché ha la forza di ottenere carta bianca sui progetti; con nessun altro ho mai visto una situazione del genere.

Volubile, diceva.

Me l’avevano spiegato, ma dal vivo è uno spettacolo: sto lì e mi piace vederlo, sono felice quando ci sono le prove, resto anche quando non mi tocca, ma desidero godermi ogni secondo, come uno spettatore, ma privilegiatissimo.

Con chi altro ha provato questa sensazione?

Con Renato Carosone: una sera sono andato a casa sua, e lui si è seduto al pianoforte; oppure anni dopo durante la trasmissione Doc di Renzo: registrava in via Teulada (sede della Rai), e io lo raggiungevo, mi piazzavo in disparte, e mi beavo di personaggi come Pino Daniele o James Brown.

Si stupisce.

È sbagliato derubricare il tutto al “già visto” o al “è niente di che”. Un cavolo. Certi mostri li riconosco e davanti a loro sono un fan, esattamente come quando esce un film di Verdone: lì corro al cinema e lo viviseziono. Lo studio. Cerco di capire.

Come mai ha i capelli bianchi?

Per girare Uno di famiglia ho deciso di cambiare il look, volevo differenziarmi dagli altri ruoli, così li ho tagliati e lasciati naturali. E mi piacciono. Mentre Don Matteo mi costringe a un unico look, con i baffi scuri.

Terence Hill…

Ascetico e assomiglia tantissimo al personaggio di Don Matteo: è uno un po’ schivo, rifiuta la mondanità e tutto quello che è rumoroso; dice di no alle pubblicità e anche all’anteprima del suo film, se l’è svignata appena ha potuto. Una volta, durante le riprese della fiction, la troupe ha organizzato una festa e quando lo ha invitato la sua risposta è stata: “Va bene, ma iniziamo alle sette di sera”. Capito? Alle sette…

Si concede poco.

Davvero, è fantastico; e poi è un vero divo internazionale, mentre noi siamo appena dei divetti italiani: quando giriamo a Gubbio o a Spoleto, gli stranieri lo riconoscono, a noi no.

L’arrivo della fama…

Ai tempi di Quelli della notte, un giorno si avvicina un tizio, si ferma, mi guarda e parla in arabo: mi aveva scambiato per un connazionale, o almeno credo; poi passate le puntate il pubblico ha iniziato a riconoscermi, solo che non sapevano il mio nome, e mi urlavano solo “frate, frate”, al massimo aggiungevano “Scasazza”.

Soluzione?

Mi sono quasi preoccupato, temevo di finire il programma senza che nessuno avesse impresso il mio nome, allora dopo un po’, timidamente, ho piazzato l’auto-assist durante lo sketch: “Io, padre Frassica…”. Un piccolo trucco per farmi pubblicità.

Aveva il dubbio su cosa fare da grande…

All’epoca del programma avevo 34 anni e una lunga esperienza di spettacoli e radio private, indietro non sarei mai tornato, al massimo non sapevo il livello della carriera.

È scaramantico?

In assoluto no, ma se non costa niente perché evitare certe attenzioni?

Cosa legge?

Stefano Benni in primis, poi Maurizio Milani, Gene Gnocchi e quelli scritti da me. (Ci pensa). Uno dei complimenti che ho più amato nella vita è arrivato al funerale di Boncompagni, e grazie a una signora: “Gianni mi ha regalato il suo libro, gli piaceva tantissimo”. Un onore.

Com’era la coppia Boncompagni-Arbore?

Fantastici. Avevano una capacità introvabile di individuare i talenti, e soprattutto di estrarre il meglio da loro: Marenco o Bracardi sono imprendibili, in assoluto non si sa mai dove vanno a finire, mentre Gianni e Renzo li inquadravano; con loro il talk diventava all’improvviso sketch.

I classici della letteratura li legge?

No, al massimo le biografie.

Ha mantenuto l’inflessione siciliana.

Mi piace, solo che a Roma non so con chi parlare in dialetto; quando torno a casa vado subito al bar per ritrovare i miei coetanei, oramai dei vecchi, e lì affondo nelle radici.

La trattano da star?

Un po’, anche se qualcuno, a volte, mi ha criticato; il bello però, è che possono solo loro concedersi il dubbio, se un estraneo si permette di esprimere qualcosa contro di me, sono mazzate.

La difendono.

C’è il senso della tribù, lo stesso che avvertivo da ragazzo per le squadre di calcio.

Giocava a pallone?

Io? Nooo, mai.

Niente sport?

Neanche uno, appena delle partite a pallavolo, e giusto perché le squadre erano miste: c’erano le donne.

Questa settimana parte Sanremo…

Lì il problema è il pubblico, con i comici sono micidiali: stanno con gli occhi addosso pronti alla critica.

Non sono generosi.

Per niente, hanno un atteggiamento disincantato, non si siedono rilassati, vogliono portare al Festival il loro protagonismo. Se poi ci sono di mezzo delle polemiche politiche, è la fine.

La politica non la tocca mai.

La mia comicità è surreale, la satira non è il mio passo, forse non sarei nemmeno in grado, in quel campo sei costretto a restare sempre informato, a non perdere mai di vista l’attualità; oggi non ho letto i giornali e non ho acceso la televisione. E capita spesso.

Si dedica ad altro.

Vedo film , scrivo molto, penso agli spettacoli. Mi isolo.

Il suo miglior consiglio?

Specializzarsi. E insistere.

Sempre.

No, da sempre. Nel 1973 dalle mie parti c’era una discoteca e per alcune settimane ho chiesto ai miei amici di andarci; entravano e poco dopo si avvicinavano al proprietario o alla cassa: “Bello il posto, organizzate mai serate di cabaret?”. Ogni volta rispondevano “mi dispiace, no”. Un paio di mesi dopo mi sono presentato: “Buongiorno mi chiamo Nino Frassica, per caso vi interessa uno spettacolo di cabaret”.

E loro?

“Effettivamente ce lo chiedono spesso”. Subito ingaggiato. E non mi sono più fermato.

(Nihil difficile volenti)

 

L’ultima moda: tutti in gita nel tempio dei mormoni

Niente croci, niente ceri, zero statue di santi, solo moquette da non sporcare (ci sono gli appositi copri scarpe), fiori di plastica, poltrone soffici bianchissime, illuminate da lampadari un po’ oltre il limite del kitsch. “A me non ispira molta spiritualità, mi ricorda più la hall di un hotel di lusso”. La signora non cerca neppure di tenere bassa la voce. Serena, la guida, non rinuncia al sorriso accogliente anche se si era appena raccomandata di osservare due minuti di silenzio e raccoglimento nella sala celeste, la più sacra del tempio mormone che ha appena aperto a Roma, in via di Settebagni, periferia Nord, di fronte a un grande centro commerciale.

A marzo sarà consacrato e potranno entrare soltanto i membri della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni (sul sito pregano che in ogni articolo venga citato il nome per esteso almeno una volta), ma intanto è l’attrazione del momento a Roma: nessuna chiesa, a parte San Pietro, può vantare un simile afflusso di visitatori. L’accesso è gratis con la registrazione online. Ci sono turisti americani delle crociere, portati coi bus da Civitavecchia, ma anche decine e decine di italiani, i tour guidati si inseguono da una stanza all’altra, frotte di volontari aiutano a parcheggiare e a trovare la via nella vasta area intorno al tempio.

Per accedere si passa dal metal detector, questa “operazione simpatia” dei mormoni sembra perfettamente riuscita ma non si sa mai. Il video introduttivo è presentato dalle giovani missionarie americane, in un italiano efficace: passano un anno e mezzo lontano dalla famiglia, per studiare e diffondere il verbo, come l’angelo Moroni che soffia nella tromba dalla punta del tempio. Questo impegno rende i mormoni tra i meno provinciali in un Paese provinciale come gli Usa, dove in milioni non hanno neppure il passaporto. Anche chi vive nell’isolamento dello Utah di solito parla almeno due lingue e conosce un pezzo di mondo.

I 5.000 mormoni di Roma, 26.000 in Italia, sono alla periferia dell’impero gestito da Salt Lake City. Ma conservano alcune delle stesse caratteristiche: comunità compatte, ma non chiuse (sono troppo pochi per essere autosufficienti, almeno fuori dallo Utah), seguono una religione che a molti pare bizzarra, con quel mito fondativo della nuova bibbia sotterrata in una collina del Vermont, ma che in realtà è molto pragmatica, quasi laica.

Le guide che scortano i visitatori nel tempio si sono prese qualche giorno di ferie: non c’è un clero tra i mormoni, guidano a turno la preghiera e la comunità, i loro “vescovi” (equivalente dei parroci) cambiano spesso. Chi si aspetta di incontrare fanatici religiosi poligami – quelli erano una minoranza poi scomunicata – resta deluso. Durante la visita al tempio, l’unico momento di tensione si consuma nella sala del suggellamento, dove gli sposi si inginocchiano e si legano per l’eternità, guardandosi poi negli specchi contrapposti che rimandano la stessa immagine all’infinito (“Se ti concentri su te stesso non vedi altro, se guardi la coppia la vedi proiettata nell’eternità”). Se gli sposi sono legati per l’eternità, si può divorziare? Per i mormoni sì, e ci si libera del coniuge non solo qui ma anche nella prossima vita. “E se uno resta vedovo e si risposa? Con chi passa l’eternità, con la prima o la seconda moglie?”, chiede una agguerrita pensionata che ha chiaramente studiato prima della visita. La guida resta interdetta: “Non so rispondere, possiamo chiedere al centro visitatori all’ingresso”. La signora non si arrende: “Non può non saperlo, io l’ho letto su Internet”.

Ma i mormoni, quelli italiani come quelli americani, non sono raffinati teologi, hanno un approccio molto operativo alla fede: le preghiere ci sono nella Bibbia, ma poi ognuno dice quello che si sente. Non ci sono particolari precetti, se non l’astenersi da alcol, caffè e fumo (versione ufficiale: perché il corpo è un tempio da rispettare; versione laica: perché il profeta Joseph Smith si era stancato di gestire riunioni con gente ubriaca e nervosa).

L’equivalente della chiesa, per le funzioni domenicali, è una specie di grande sala riunioni, senza immagini religiose o altari, giusto un pianoforte per accompagnare gli inni e un pulpito. Nel tempio si entra soltanto per le funzioni più sacre, i matrimoni, ma anche le “alleanze” (una specie di patto con Dio, all’inizio del percorso, c’è anche un video sull’origine del mondo che però non viene mostrato ai visitatori) e soprattutto i battesimi. O meglio, i battesimi dei morti. Perché chi entra nel battistero – una piscina con acqua e cloro sorretta da dodici buoi – lo fa per procura, nel senso che battezza i parenti morti. Così è sicuro di ritrovarli nell’aldilà e di riunire la famiglia nel senso più allargato, attraverso le generazioni. “Siamo convinti che apprezzeranno”, spiegano. Per questo il complesso del tempio offre anche una biblioteca genealogica – che anche i non fedeli potranno consultare – così da risalire a tutti gli avi ancora da battezzare.

I mormoni sono cristiani, nominano Gesù in ogni frase, eppure non c’è mai una sola croce in tutto il complesso del tempio. Hanno espunto dal cristianesimo quello che per i cattolici è il suo fondamento: il peccato, la sofferenza, la redenzione attraverso il sacrificio di Cristo. Niente di tutto questo, ci sono soltanto Gesù amorevoli dipinti in quadri dalle tonalità soffuse, paesaggi rilassanti (italiani, per dare al tempio un’identità locale), e grandi lampadari. “Noi celebriamo la vita, qui, e la speranza contro la morte, per questo non ci sono croci”, spiegano le guide.

Qualche visitatore contesta lo sfarzo, molto relativo se confrontato con la media delle chiese romane. Ma è uno sfarzo da residence di fascia alta più che da costruzione religiosa: marmi lucidissimi di Carrara, mobili eleganti (per i gusti americani), un giardino curato. È tutto pagato da quella che loro chiamano “la decima”, cioè il 10 per cento del reddito lordo annuo che ogni mormone versa alla chiesa. Non è poco, e infatti i Santi degli ultimi giorni possono permettersi investimenti colossali come questo di Roma – 60.000 metri quadri – ma anche università di eccellenza nello Utah, missioni in giro per il mondo, attività benefiche.

Questo tempio è il primo del Sud Europa: finora i mormoni che si volevano sposare andavano a Berna o a Madrid. Ora verranno a Roma, anche se in zona Bufalotta, di fronte all’Ikea, non il meglio che la Capitale possa offrire. Però, dopo aver tolto i copriscarpe infilati da apposite anziane signore americane, resta la sensazione che in una città che rifugge dalla tradizione cattolica per rifugiarsi in corsi di yoga, mantra buddhisti e ristoranti vegani, questi mormoni così materialisti, all’apparenza sereni (e ricchi), potrebbero perfino diventare di moda.

“Roma riconosca il nuovo presidente”

L’Italia si è messa”dalla parte sbagliata della storia”, aderisca “alla posizione europea”. La grande comunità di italovenezuelani, “costituita da più di 2 milioni” di persone, ha scritto una lettera-appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, “nel suo ruolo di super partes”, chiedendo a Roma di riconoscere Juan Guaidò come presidente ad interim.

Intanto ieri il leader dell’opposizione, e autoproclamato presidente ha potuto contare su centinaia di migliaia in piazza a Caracas e nei principali centri del Paese annunciando “una coalizione internazionale per gli aiuti umanitari e la libertà”. Rivolgendosi ai militari Guaidó ha detto che “il ruolo delle forze armate è di collocarsi dal lato della Costituzione”. Il generale dell’Aeronautica Francisco Esteban Yanez Rodriguez, ha annunciato il suo sostegno a Guaidò, sostenendo che “Maduro ha due aerei sempre pronti per la fuga” e chiedendo agli altri ufficiali di schierarsi con il leader del Parlamento. “Il colpo di Stato è già fallito. In Venezuela non c’è stata e non ci sarà dittatura, ma potere popolare, vera democrazia”, la risposta di Nicolas Maduro, che ha parlato davanti alla folla vestita di rosso e marrone a Caracas nelle celebrazioni per il ventennale della rivoluzione bolivarianà. “La destra smetta di appoggiare un colpo di Stato che è già fallito. La smetta di chiedere l’intervento militare degli yankee. A Washington governa il Ku Klux Klan”.

Venezuela, saranno i militari la vera incognita per Maduro

Davanti all’ennesimo scossone della lunga crisi venezuelana, la comunità internazionale è divisa e non sa cosa augurarsi. Anche lasciando da parte le posizioni geopoliticamente “interessate” di Usa, Russia e Cina, l’incertezza resta grande. Lo stesso Bernie Sanders sposa l’affondo di Trump ma gli chiede di non intervenire militarmente. Nelle sinistre europee c’è divisione: in Italia troviamo Pd da una parte e Cgil dall’altra, una dicotomia che si ripete quasi ovunque. Anche nel M5S non sono tutti convinti del sostegno al governo Psuv (il partito socialista di Chávez e Maduro). Questa volta la Lega sta con il Pd, a favore del presidente autoproclamato Guaidò.

La questione si complica perché i sostenitori di Maduro sono stati sempre ben attenti a non travalicare totalmente la Costituzione e a dare una parvenza di legalità alle loro mosse. Rimaneggiata più volte a colpi di referendum dall’indefinibile partecipazione, la carta fondamentale rimane comunque un riferimento per tutti. Nello spirito della tradizione comunista, i dirigenti Psuv si vogliono legalisti: l’hanno stiracchiata senza mai romperla del tutto.

Il legalismo di Maduro. I sostenitori di Maduro sono riusciti anche a intentare processi contro gli oppositori più in vista, facendoli decadere dalle loro cariche amministrative e arrestandone molti. Tenere sotto controllo il sistema giudiziario è un atout essenziale per il governo. Per questo, anche se legalisti, hanno contravvenuto ai contenuti fondamentali di una democrazia liberale, schierando il paese nel campo delle democrature, ancorché di sinistra.

Sul terreno tutto è complicato: Maduro ha ottenuto prestiti cinesi ma paradossalmente le major americane del petrolio continuano ad operare senza soverchi problemi. Il petrolio è tutto per il Venezuela che importa il 97% dei beni di consumo.

Fino a che il prezzo del petrolio è stato alto, Chavez non solo finanziava i programmi sociali e di sussidio ai poveri venezuelani ma anche ai paesi limitrofi, “regalando” petrolio a Stati economicamente fragili come Cuba o Salvador e Belize. Così ha cercato di riequilibrare in maniera autoritaria ma popolare, le diseguaglianze del paese. Dall’Europa si è cominciato a guardare a lui, per esempio da parte di Podemos spagnolo o M5S italiano: piaceva (e piace) la retorica redistributiva ed egualitaria del “bolivarianismo”, un misto ideologico tra comunismo, sovranismo e terzomondismo che si può includere a giusto titolo tra i populismi di sinistra di cui l’America Latina è generosa.

La democratura. Certo l’alternativa dell’iper-liberismo autoritario, militare e di “sicurezza nazionale”, propugnato dalle destre latine è ancor peggiore. Gli Usa rimangono un attore ambiguo, avendole spesso sostenute nel passato. Così Chávez si è potuto permettere di essere amico di Putin e della Cina, di Saddam ma anche degli Ayatollah, di Cuba e dei palestinesi e in genere di tutti i rogue states del pianeta, utilizzando una retorica veemente. Ma non ha mai perso i contatti con Washington, in particolare con il settore privato petrolifero americano dalla cui tecnologia dipende.

Il guaio è che niente si è fatto per cambiare strutturalmente il sistema economico , e la dipendenza dal solo petrolio. Ancora c’è da creare una vera classe imprenditoriale privata, con produzioni nazionali e aumento della produttività .

Chávez aveva carisma e risorse, riuscendo a controllare ben o male il sistema. Senza il prestigio del suo predecessore, Maduro si è trovato in una situazione peggiore. La classe media, in generale antichavista, è stata sacrificata e alla fine si è ribellata. Ma con essa anche parti della classe più povera, stanca della scarsità generale: niente medicine, niente beni di prima necessità, lunghissime file ai punti di distribuzioni.

Anche l’opposizione è divisa: c’è un sistema di coordinamento (Mud, Tavola di unità democratica) che si tiene assieme a fatica. I tentativi di mediazione tra i due schieramenti sono stati numerosi: presidenti latinoamericani, ex presidenti, ex leader europei come Zapatero e alla fine direttamente il Vaticano.

L’attenzione ora è puntata su cosa faranno i militari venezuelani, l’unica vera forza residua di un paese sfilacciato. Chávez veniva dall’esercito e ha sempre curato con attenzione gli equilibri interni a esso. Maduro non è altrettanto influente tra gli uomini in divisa anche se alcuni degli ex compagni del suo predecessore per ora lo garantiscono. Un intervento militare toglierebbe le castagne dal fuoco a tutti, ma non è detto che accadrà ora.

Il gioco geopolitico. Trump ha pensato di pesare riconoscendo Guaidó. Non basta: solo un reale embargo sul settore petrolifero potrebbe funzionare col tempo, ma a scapito di immani e ancor peggiori sofferenze del popolo. Gli americani non hanno quindi tante armi e oggi è inimmaginabile un loro diretto intervento militare. Russia e Cina, pur non avendo piacere di buttare via soldi per Caracas, la sostengono per ragioni geopolitiche: il Venezuela è una spina nel fianco degli Usa in America Latina. L’Europa, unita nel giudizio negativo su Maduro, è però divisa sul da farsi. I prudenti vorrebbero ancora provare la via del dialogo; gli impulsivi vogliono attaccare. L’Italia (assieme a Spagna e Portogallo) è sulla prima posizione perché ha una grande collettività italiana sul posto (150 mila italiani di passaporto su 1,5 milioni di italo-discendenti). La stessa collettività ha sempre detto alle autorità italiane entrambe le cose: che il chavismo-bolivariano è una iattura; che però non dovevamo esporla troppo (pena sequestri, espropri ecc.). Anche l’Onu si è interessata per una possibile soluzione, basando il suo eventuale intervento sulla crisi umanitaria, sempre rigettata dalle autorità. La trappola venezuelana resta un rompicapo.

I Gilet gialli e il corteo delle “facce fracassate”

In testa al corteo di ieri c’era Jérôme Rodrigues, gilet giallo addosso e una benda sull’occhio destro. Sabato scorso, in place de la Bastille, Rodrigues era stato colpito da un proiettile di gomma di un flashball, la controversa arma che i poliziotti usano nelle situazioni critiche di ordine pubblico. Il Gilet giallo era stato ricoverato e operato d’urgenza e ora rischia di perdere l’occhio.

Ieri, per l’atto 12 della protesta anti-Macron – in 60.000 a partecipare, 10.500 solo a Parigi – Rodrigues è tornato a manifestare. Di nuovo alla Bastille ha preso il megafono: “Ci battiamo per la giustizia e l’uguaglianza e per tutta risposta riceviamo proiettili di flashball – ha detto alla folla – non molliamo. Ciò che non uccide rende più forti”. Poco prima, in place Daumesnil, dove il corteo ha preso il via, con Eric Drouet e Priscillia Ludosky nella folla, Rodrigues era salito su un camioncino e la folla lo ha acclamato. Nel pieno della polemica sull’uso del flashball nei cortei, Rodrigues è diventato uno dei simboli della protesta. La marcia di ieri era in solidarietà ai Gilet che come lui sono rimasti feriti mentre manifestavano. La stampa francese l’ha chiamata la marcia delle gueules cassée, le facce fracassate, il nome dato ai reduci sfigurati della Grande Guerra. Il paragone può sembrare esagerato. Ma il bilancio delle manifestazioni, due mesi è mezzo dopo, è pesante: 11 morti e almeno 2.000 feriti per il governo, che non fornisce dati precisi. I gravi sarebbero un centinaio, secondo il collettivo anti-violenza Désarmons-les, e tra loro almeno 20 sono stati colpiti agli occhi. Da fonti della polizia, citate dall’agenzia France Presse, l’Ispezione generale della polizia generale ha aperto 116 inchieste su casi di presunte violenze di poliziotti a margine dei cortei e registrato “dieci ferite gravi agli occhi”. I Gilet non esitano a parlare di “mutilazioni di guerra”. Ieri da tutta la Francia sono arrivati a Parigi a decine, chi ha perso l’uso di un occhio, chi una mano, chi ormai si sposta con le stampelle o sulla sedia a rotelle. Camminavano tutti insieme dietro un cordone “di sicurezza” formato da volontari. Tra loro, Sophie, estetista di 26 anni, si è disegnata un occhio pesto e del sangue sulla guancia: “Non è possibile andare a manifestare e ritrovarsi così”. Altri dimostranti si sono fasciati la testa o coperti un occhio in segno di solidarietà.

A Marsiglia sul Vecchio Porto hanno formato un “muro della vergogna” in omaggio alle vittime della protesta. Con loro c’era Jean-Luc Mélenchon per il quale l’atto 12 di ieri suona come un “richiamo all’ordine umano” verso Emmanuel Macron, il “presidente Flashball”. Secondo il leader della France Insoumise, questo governo detiene il “più terribile bilancio in materia di ordine pubblico da 60 anni”. Molte voci si levano contro il flashball. Una petizione, lanciata da un neurochirurgo di Besançon, per reclamare l’abolizione dell’arma dai cortei ha raccolto più di 70.000 firme. Venerdì il ricorso della Lega dei diritti dell’uomo è stato respinto dal Consiglio di Stato, che ha confermato l’uso dell’arma considerandola “necessaria”. Gli agenti – su 3.000 feriti nelle manifestazioni 1.000 sono agenti – ne hanno fatto ricorso già 9.200 volte da metà novembre e, ormai, sono tenuti ad attivare una telecamera GoPro di controllo ogni volta che la usano. Nuovi scontri ieri in place de la République, dove i Gilet gialli contavano di restare fino a tardi, tutti seduti sulla piazza, per una “notte gialla”.

Il nuovo wargame si chiama “conflitto nucleare tattico”

Trump e Putin rivestono i panni del dottore Stranamore e si lanciano in una nuova corsa agli armamenti? L’ipotesi non è peregrina dopo le dichiarazioni degli ultimi giorni. Stavolta però il wargame si chiama “conflitto nucleare tattico”, in cui le testate, di dimensioni ridotte, sarebbero schierate sul campo di battaglia.

“Forniremo una risposta speculare. I partner americani hanno annunciato la sospensione della loro partecipazione al trattato e anche noi la sospenderemo”. Questa la replica del presidente Putin, alla decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dal trattato sui missili nucleari a medio raggio, accusando Mosca di averlo ignorato.

Washington, con il supporto della Nato, ha evidenziato che i russi in barba all’accordo del 1987 hanno sviluppato il missile nucleare 9M729, di portata superiore ai 500 chilometri: una violazione dell’Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty che fu firmato dai presidenti Ronald Reagan per gli Usa e Michail Gorbaciov per la Russia: si concluse così la tensione legata ai missili nucleari di raggio intermedio su territorio europeo: erano state vietate in modo ufficiale le armi di portata fra 500 e 5.500 chilometri.

Ieri gli americani hanno lasciato la porta aperta: il loro ritiro sarà effettivo “entro 6 mesi, a meno che la Russia rispetti i suoi obblighi”, ha scritto il presidente Trump. Ma la risposta di Putin è stata tutt’altra: Mosca ha mostrato immagini satellitari di un impianto dell’azienda americana Raytheon, dove nel 2017 sarebbe iniziata la produzione missili proibiti dall’Inf, ed ha confermato che svilupperà nuovi armamenti. Così nello spazio di 48 ore è stata cancellata una intesa che era durata più di 30 anni e aveva contribuito alla fine della Guerra Fredda.

La mossa della Casa Bianca è stata ponderata? Gli analisti nicchiano e cercano di capire se la situazione è stata creata dall’asse Trump-Putin, amici-nemici a secondo delle convenienze.

Per il segretario della Nato, Jens Stoltenberg, che ha risposto alle domande della Bbc, la minaccia russa è reale: “Questi nuovi missili sono mobili, difficili da rilevare, dotati di capacità nucleare, possono raggiungere le città europee: riducono la soglia per qualsiasi potenziale uso di armi nucleari in un conflitto”. Su entrambi i fronti si punta l’incide accusatorio ma si lavora per potenziare gli arsenali.

Per gli alleati occidentali, la situazione sul terreno è già cambiata proprio nell’area del Baltico, la più delicata nel confronto con i russi: a Kaliningrad sono iniziati lavori di ristrutturazione per ammodernare il sistema missilistico mobile (“Iskander”) in grado di sparare con armi sia convenzionali che nucleari. “Sembra davvero che la base abbia subito una revisione piuttosto accurata”, ha detto Jeffrey Lewis – specialista del Middlebury Institute of International Studies di Monterey – alla National Public Radio (Npr), dopo aver analizzato le immagini satellitari scattate dalla compagnia Planet di San Francisco.

Nel frattempo, secondo Npr, in Texas gli americani hanno avviato la produzione di un nuovo tipo di arma nucleare, si chiama W76-2 ed è una variante molto più piccola di quelle conosciute. L’amministrazione Trump dice che questa testata aiuterà a contrastare le capacità della Russia. Lewis, così come altri esperti, sostiene che l’America da anni aveva trascurato il pericolo di una guerra nucleare e ora corre ai ripari con un approccio diverso.

L’idea era già nata nel luglio 1962, durante una esercitazione nel deserto del Nevada; prima di dare l’assalto, i reparti utilizzarono un’arma nucleare in miniatura chiamata “Davy Crockett”: nel giro di un’ora, truppe e carri armati attraversarono il deserto per dichiarare la vittoria sul nemico simulato ridotto in cenere. “Davy Crockett” era una bomba nucleare da campo di battaglia: poteva essere montata su una jeep.

L’isola che non c’è Porto Rico, le macerie dimenticate da Trump

Il giallo è il numero delle vittime che, a 16 mesi dal passaggio degli uragani Irma e soprattutto Maria, il peggiore in quasi un secolo, nessuno sa indicare con certezza. Lo scandalo è l’inefficienza nella ricostruzione e nel ritorno alla normalità. Donald Trump, a un anno dalla calamità, giudicava un “successo incredibile” la risposta dell’Amministrazione all’uragano Maria; e, tre mesi dopo, vuole tagliare i fondi stanziati, convinto che il governo portoricano li usi per pagarsi i debiti invece che per ricostruire.

“Il popolo di PortoRico è meraviglioso, ma i politici sono inetti”, ha scritto su Twitter: “Gli Usa non pagheranno più con i fondi per gli uragani!”. Tanto più che il presidente i fondi per le emergenze progetta di impiegarli per costruire il muro anti-migranti lungo il confine con il Messico. Ma questa è un’altra storia. Quel che irrita Washington è che una missione dell’Onu ha constatato che Cuba, che ha subito a causa di Maria devastazioni paragonabili a quelle di Porto Rico, si è ripresa meglio e più rapidamente.

Di quel che accade a Portorico, agli americani non è mai importato molto: è l’isola da cui vengono, fra gli altri, Benicio del Toro e Ricky Martin e numerose stelle degli sport statunitensi; ma è pure un territorio i cui immigrati sono stati a lungo sinonimo di malavita e malaffare (fin quando gli haitiani non li hanno spodestati).

C’è un sussulto d’interesse ora che una giovane di New York di madre portoricana, Alexandria Ocasio-Cortez, 29 anni, è divenuta la più giovane eletta di sempre alla Camera di Washington ed è un astro nascente della sinistra democratica. Fra le vittime del passaggio di Maria, c’è il nonno materno d’Alexandria, che viveva in una casa di riposo.

Grande come l’Umbria – circa 9000 kmq – e con circa tre milioni e mezzo di abitanti, di cui la metà nell’area della capitale San Juan, l’isola è la più piccola delle Grandi Antille. Il suo statuto è incerto: è un territorio non incorporato degli Stati Uniti, ma i portoricani dal 1917 sono cittadini statunitensi, pur senza diritto di voto alle politiche e alle presidenziali. Con un referendum consultivo, nel 2012, oltre tre su cinque si sono detti favorevoli a divenire uno Stato dell’Unione, avviando un processo che potrebbe farne il 51° Stato federale. Ma ancora non ci siamo: Portorico è in un limbo istituzionale, combattuto tra handicap politici e vantaggi economici. Per la sua collocazione geografica, l’isola è avvezza al passaggio d’uragani devastanti, ma Maria è stato uno dei peggiori mai vissuti. Quando si fece la conta dei danni, nell’ottobre 2017, il numero delle vittime risultò però basso rispetto all’entità del fenomeno e al temuto: 64, fu il bilancio ufficiale e definitivo. Sei mesi dopo, uno studio dell’Università di Harvard calcolava a 4.600 le vittime. Ad agosto, Ricardo Rosello, il governatore, ammetteva che fossero circa 1.600, salvo poi riconoscere, il mese dopo, sulla base di uno studio della George Washington University da lui stesso commissionato, che le persone decedute a causa di Maria o per le sue conseguenze sono quasi 3.000, esattamente 2.975. Il numero dei morti era subito parso inadeguato, a fronte all’entità dei danni materiali: venti a oltre 240 kmh e piogge torrenziali avevano provocato 90 miliardi di danni el asciato l’isola per 84 giorni senza elettricità, 64 giorni senz’acqua e 41 giorni senza copertura dei telefoni cellulari. Le autorità locali hanno accusato quelle federali di avere deliberatamente sottostimato il bilancio delle vittime, chiedendo al Congresso quasi 140 miliardi di dollari per ripristinare le infrastrutture. Uno dei motivi della discrepanza è che il bilancio iniziale riguardava solo i morti immediatamente causati dall’uragano, con crolli, annegamenti, sinistri, mentre le stime successive tengono conto dei decessi anche nei sei mesi successivi. Intanto i democratici e i media avevano già attirato l’attenzione su aspetti oscuri dei soccorsi e della ricostruzione. Elijah Cumming e Stacey Plaskett, delegati al Congresso per le Isole Vergini, chiedevano alla commissione investigativa del Congresso di imporre alla Federal emergency management Agency (Fema), cioè la protezione civile, di fornire dati sugli interventi successivi all’uragano Maria, ipotizzando che l’Agenzia non avesse fornito decine di milioni di pasti pattuiti. Con una lettera allo House Oversight Committee, i due misero in discussione un contratto da 156 milioni di dollari con una ditta di Atlanta, la Tribute Contracting Llc, con un giro d’affari annuo d’appena 1.000 dollari. La società avrebbe fornito solo 50 mila dei 30 milioni di pasti previsti, ossia meno dello 0,25%. Il contratto fu rescisso poco dopo la firma.

Fra gli effetti dell’uragano, l’esodo di centinaia di migliaia di portoricani – per molti, permanente – verso il continente: delle 1.113 scuole di Puerto Rico, solo 119 avevano riaperto a fine 2017, alimentando i sospetti del sindacato degli insegnanti che il governo ne rallentasse la ricostruzione per favorirne la privatizzazione, come già successo a New Orleans, dopo il passaggio di Katrina nel 2005.

La rete elettrica, che pareva essersi ripresa, smise di funzionare a novembre. Una piccola azienda del Montana, legata al segretario all’Interno Usa, Ryan Zinke, poi dimessosi, ottenne un contratto da 300 milioni di dollari per ripararla. Ma la Whitefish non aveva alcuna esperienza nel campo: fatturava 319 dollari l’ora il lavoro dei tecnici, retribuendoli con 63 dollari e intascando il resto. Anche questo contratto fu stracciato.