Ieri il governatore di Bankitalia Ignazio Visco – noto come “l’avevo detto” – ha ribadito, visto che le aveva già dette, molte cose interessanti tipo che per la crescita servono le riforme strutturali (eh no?) e che le norme Ue in materia di riserve di capitale da bruciare in caso di crisi bancaria vanno ripensate, in particolare per i piccoli, in modo che un eventuale crac non abbia “ripercussioni sul finanziamento dell’economia”. Serve gradualità, che diamine. E non si dica che Visco non l’avesse già detto: praticamente le stesse parole le usò per i bond subordinati ai tempi del via libera al bail-in… Intanto che noi si pensa a come graduare, in Germania hanno già pensato e deciso che la malmessa NordLB – una banca pubblica (orrore!) di proprietà di un Land – sarà aiutata con 3,5 miliardi altrettanto pubblici: 2,5 li mette la Bassa Sassonia e uno altri istituti pubblici (orrore!). Niente bail in, niente kamasutra coi subordinati, niente problemi di accesso ai mercati. “Tutto in linea con le norme Ue”, ha detto il governo regionale. Ne sono tanto sicuri che il piano, all’Ue, glielo faranno vedere solo venerdì. Per far contenti tutti, infine, i crediti marci del settore nautico che affossano la banca se li becca Cerberus, il fondo di Steve Feinberg, repubblicano di ferro, nominato da Trump a capo dei consiglieri per l’intelligence: ché “l’internazionale del profitto” conta un po’ di più di quella che i poveri di spirito chiamano sovranista. E l’Italia? In recessione, le sue banche devono trovare capitali e ridurre gli Npl: insomma, come ha già detto Visco, sono cazzi.
Il coro di S. Cecilia e l’Italia che muore povera e vecchia
Cinque anni fa l’Accademia di Santa Cecilia ha bloccato il turnover del coro fondato cinque secoli fa da Pierluigi da Palestrina. Non si sostituisce chi va in pensione. Nei giorni scorsi ha deciso il blocco per altri cinque anni. Dopo dieci anni i cantanti saranno scesi da 86 a 60, con età media di 60 anni. Quello che oggi il mondo ci invidia sarà un piccolo coro di anziani, simbolo di un Paese sfasciato. Esattamente 40 anni fa un Paese squassato dal terrorismo e dalla crisi economica si prese uno schiaffone da Federico Fellini che, con il film Prova d’orchestra, profetizzò un’Italia morta di caos, avvelenata dal letale impasto di egoismo e sindacalismo. Una profezia sbagliata. Il caos politico e sociale, con l’egoismo assurto a ideologia e programma di governo, è solo il rumore di fondo che cela la più semplice, agghiacciante realtà: l’Italia sta morendo di vecchiaia.
Negli ultimi dieci anni i docenti universitari si sono ridotti da oltre 60 mila a 48 mila, e la loro età media è superiore ai 50 anni. Tra i 12 mila docenti di prima fascia solo 20 (venti) hanno meno di 40 anni. L’età media dei professori ordinari è 60 anni. Nei prossimi anni molti di loro andranno in pensione e non saranno sostituiti. Se oggi l’Italia è il Paese occidentale che laurea meno i suoi figli, in futuro le cose andranno peggio. Siamo avviati a diventare un popolo di vecchi ignoranti.
Di un declino che diventa sprofondamento fa parte la narrazione, cara a certi uomini concreti, secondo cui la colpa è dei giovani inclini a studiare materie inutili come Lettere antiche o Scienze politiche anziché quelle che servono: Economia, Ingegneria e Medicina. A parte che le materie inutili sono utilissime, per esempio per capire che un ministro che entra in Parlamento in divisa è un’aberrazione. A parte che l’Italia l’ha portata nell’euro il laureato in Lettere antiche Carlo Azeglio Ciampi e la vogliono far uscire fior di laureati in Economia. Comunque è falso l’assunto: è l’Università che non riesce più a formare i professionisti che servono. Prendete i medici. Tra quelli ospedalieri il 70 per cento ha più di 50 anni. Secondo i calcoli della loro associazione Anaao, nei prossimi sette anni ne andranno in pensione 52 mila, circa la metà. L’Università non è in grado di formare un numero sufficiente di specialisti: nel 2025 ne mancheranno 16 mila, secondo l’Anaao, proprio quando ce ne sarà un disperato bisogno per curare una popolazione sempre più vecchia e malata.
Torniamo al coro di Santa Cecilia. Il consiglio d’amministrazione della Fondazione è un consesso di anziani. Il ragazzino della compagnia è il presidente Michele Dell’Ongaro, 62 anni. Poi si va dai 78 anni di Nicola Bulgari agli 84 di Gianni Letta, dai 72 di Luigi Abete ai 79 anni di Franco Bassanini. Sarà per questo che gestiscono l’Accademia come se non ci fosse un domani, tagliando i costi per tenere il pareggio di bilancio (mai mancato) fino alla fine del loro mandato. Come se non sapessero che senza inserire i giovani un coro muore, e che un coro di 60 cantanti è troppo piccolo per il Requiem di Verdi o l’Inno alla gioia di Beethoven. Come se non sapessero quanti anni servono a formare un cantante. Come se la sopravvivenza del coro di Pierluigi da Palestrina riguardasse solo i suoi cantanti. Come se la cultura musicale di un Paese si potesse delegare a YouTube. Magari è tutto vero. In fondo che cosa ce ne frega di studiare il latino e di cantare la Nona sinfonia, mica è roba che serve a battere la competizione cinese. Così siamo condannati a diventare un Paese di vecchi ignoranti, poveri e rancorosi. Troppo malati anche per fare la ola al Capitano che difende i sacri confini dall’invasione degli africani palestrati.
La Parola di Gesù chiede di essere accolta senza bisogno di prove
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. Ma egli rispose loro: “Certamente voi mi citerete questo proverbio: ‘Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!’”. Poi aggiunse: “In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro”.
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino (Luca 4,21-30).
In questa domenica, continua il racconto della reazione accaduta dopo la lettura del brano d’Isaia da parte di Gesù nella sinagoga di Nàzaret. Quando Gesù commenta dicendo che oggi in Lui si compiono le Promesse delle Scritture, immediatamente serpeggiano, tra gli uditori, sentimenti di meraviglia, di stupore, di sbalordimento, scatta un’indignazione tale da cacciarlo via dalla città e a tentare di farlo fuori. La domanda che suscita questa reazione d’opposizione, nonostante l’apprezzamento per le sue parole, è sempre la stessa: “Chi è costui? Chi pretende di essere? Conosciamo la sua storia, suo padre, da dove pretende di venire?”.
La reazione nasce dalla dinamica dell’ascolto della parola di Gesù. Infatti, tutto ha inizio dall’udire queste cose, perché questa Parola affascina, sorprende e volentieri si è disposti ad ascoltarla. Ma essa chiede di essere accolta, di visitare le attese, di purificare la nostra incredulità che ci rende insensibili, diffidenti e ostili, di metterci nella prospettiva di ciò che, sorprendentemente, Dio vuole compiere per la nostra vita. I nazaretani, invece, presumono a tal punto da chiedere che i segni messianici compiuti a Cafàrnao vengano prodotti tra loro, affinché quella potenza sia verificata, vagliata, accreditata, dimostrata. Considerare se è un profeta autentico! Si vorrebbe sottoporre il segreto che la Persona di Gesù porta in sé al vaglio del nostro modo di credere per giudicare, secondo noi, come Dio dovrebbe agire nella storia. Gesù sta al gioco citando due proverbi: medico, cura te stesso e nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Come medico, dovrebbe andare incontro alle esigenze dei conterranei; come profeta, non dovrebbe appagare un qualche bisogno, ma essere lì perché vedano che la promessa, custodita dall’Antica Parola di Dio, si sta attuando. Ogni segno rinvia a quella Parola che richiede un atto di fede che trascende il segno stesso. Questo si riconosce ma all’interno della credibilità performativa della divina Parola. Chi vuole miracoli, come i nazaretani, vanta una pretesa nei riguardi di Dio: che Gesù attui la salvezza a modo di noi uomini.
Gesù sfida la fede dei suoi concittadini ricordando l’azione di Elia a difesa della vita di una vedova di Sarèpta di Sidone e la guarigione per l’intervento di Eliseo del lebbroso Naamàn, il siro. Questi due pagani ottennero il prodigio in forza dell’obbedienza della loro fiducia al comando dei profeti. Imprevedibile: Dio opera a favore di stranieri e nemici!
Le parole di grazia di Dio si compiono nell’umiltà e se si possono combattere, ostacolare, non è possibile bloccarle. Esse raggiungono la misura di Gesù Cristo. Tant’è che Gesù, avendo a cuore la missione del Padre, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
*Arcivescovo emerito di Camerino – San Severino Marche
Il colpo di Stato mondiale
Sta finendo in queste settimane in Sud Africa il capolavoro di pacificazione voluto da Nelson Mandela. Sta esplodendo una violentissima contrapposizione, del tutto diversa dal passato, fra bianchi e neri. La ragione è una vasta e bene orchestrata fake news che racconta il complotto dei bianchi per fare ammalare i neri. La malattia è l’Aids, il veicolo è il retro-virus detto Hiv. La diffusione avverrebbe, da un lato, attraverso misteriose medicine delle case farmaceutiche del Nord Europa e attraverso le vaccinazioni; dall’altro, l’intero mondo industriale, finanziario e bancario del mondo si assumerebbe il compito di provvedere, nel corso dei prossimi due decenni, a stroncare la minacciosa popolazione nera del mondo. Chi ha letto queste righe avrà notato che c’è qualcosa di vecchio e di tristemente universale (per ragioni tuttora ignote): la lotta alle vaccinazioni viste come lo strumento di dominio di alcuni potenti untori. E c’è qualcosa di nuovo. Adesso sappiamo chi lo ha diffuso in Sud Africa, governi bianchi dell’apartheid e poi governi bianchi liberal. Il populismo è la ribellione di chi chiede, per ragioni che sembrano clamorose ma sono solo narrazione di un nuovo tipo di movimento politico, cambiamento e vendetta.
Queste due parole saldano il populismo sudafricano, cioè del Paese più ricco dell’Africa, al populismo che sta percorrendo il mondo come un ghibli che offusca la vista e spinge a mobilitazioni e decisioni sempre più separate dalla realtà. Ho citato il Sud Africa perché su quello che ho raccontato stiamo per vedere un film che si chiamerà Cold Case Hammarskjöld. Racconta di un vasto complotto che include reparti speciali sudafricani, della Cia e dei servizi segreti inglesi, nell’assassinio del segretario generale dell’Onu il cui nome dà il titolo al film. A quanto pare, la sua eliminazione era indispensabile per la riuscita del complotto.
Naturalmente la cultura politica sudafricana in questo momento si schiera contro i vaccini, contro la scienza, contro le banche che hanno finanziato il tutto e contro la sottomissione a poteri di altri Paesi, comprese le Nazioni Unite, che non li riguardano. Il sovranismo bianco e quello nero sono identici, salvo essere ognuno il pericolo intollerabile dell’altro. Resta così svelato il perché, durante un bel giorno di campagna elettorale presidenziale, negli Stati Uniti, uno dei candidati alle primarie elettorali del Paese più importante del mondo ha cominciato a definire “ladri, stupratori e inabili a ogni lavoro” milioni di suoi cittadini (messicani e sudamericani), che sostengono l’economia del suo Paese, ha cominciato a ridicolizzare la scienza e i vaccini, ha cominciato a invocare un immenso muro per difendere l’America dal pericolo del “mondo fuori”, ha proclamato gli articoli fondamentali del sovranismo, ha gettato come un macigno sulla storia uno slogan tipico dei deboli: “America First”.
E nel momento in cui ha ingranato furiosamente la marcia contro ogni collaborazione, tolleranza e accoglienza, una grande folla, fino a quel momento nascosta, si è raccolta intorno a lui proclamandolo leader, nella persuasione di avere patito un grande furto di ricchezza dalla privazione di sovranità.
Ha trovato gli stessi nemici del populismo italiano, di quello inglese, di mezza Europa (l’altra metà giace inerte). In questo clima di programmata ostilità (che esiste prima di sapere “ostile a chi”?) si diffonde sia negli Usa che in Europa la leggenda di un finanziere ebreo di nome Soros: dobbiamo a lui la grande miseria a cui il sovranismo deve opporsi con urgenza e, se necessario, anche con fermezza (vedi la crudeltà nel mare italiano).
In Venezuela, dove non si può decidere fra due contendenti al potere, entrambi dal passato pre-sovranista, e in Brasile, dove una spinta netta ha portato, come in Italia, il sovranismo al potere al primo colpo, si vede meglio il quadro mondiale. Religioni (variazioni bizzarre del cristianesimo) e superstizioni fanno la loro parte, cercando di portare i credenti lontani dal Papa, che ha rifiutato di dare una mano alla nuova, cieca visione del mondo. Nel ghibli che ci tormenta nessuno vede l’altro, e quando lo vede, vede un nemico. Nel Senato italiano qualcuno ha pensato che fosse il momento giusto per rimettere sul tavolo, bene in vista, “I Protocolli dei Savi di Sion”. Ma le parole d’ordine sul nemico (nemico è chiunque offra le prove sulle totali invenzioni del sovranismo), le istruzioni per l’eliminazione del “prima”, il cambiamento del passato e una narrazione adatta a un presente mondiale chiuso in un sinistro indovinello (dove si va di qui?) sono uguali nel mondo. Poiché viviamo circondati da un comportamento assurdo, non è improprio concludere con una frase che sembra assurda: è in corso un colpo di stato mondiale.
Mail box
Da noi le grandi opere sono solo inutili e superate
Due grandi opere, il Tav e il Mose così diverse e così uguali. Diverse perché il Mose doveva proteggere Venezia dall’acqua alta e il Tav dovrebbe assicurare che i treni merci arrivino alcune decine di minuti prima a Lione, sempre più vuoti secondo le migliori previsioni. Il Mose, delle cui paratie mobili si cominciò a parlare e a spendere in progetti, prove e studi, nel 1981 quando in laguna dominava il Psi. L’opera che dovrebbe essere collaudata questa primavera, ribadisco collaudata, si sta dimostrando nella sua splendida inutilità essendo cambiato il flusso delle maree, che rendono inservibile l’opera. Speriamo almeno non sia pure dannosa. Certamente sarà costoso il mantenimento e i costi praticamente quintuplicati da quelli preventivati dai progettisti.
Il Tav sta seguendo lo stesso percorso sia nei tempi, nei costi e nella completa inutilità se non per i politici ed i loro amici a cui sono aggiunte di recente le “madamine’”. Ho anche letto della “fortezza Bastiani” di Orbassano, semiabbandonata e penso che negli Usa ed in altri paesi dove la ferrovia si trova nei pressi di tratte montane si fanno partire, con qualsiasi tempo, lunghissimi treni merci trainati nei tratti difficili da due o più locomotori che portano quantità notevoli di merci, magari un po’ più lentamente ma in quantità maggiori a destinazione e con regolarità. In parole povere con una migliore organizzazione si potrebbe supplire alla immaginifica velocità tanto cara ai futuristi e, con i controlli di ciò che si fa viaggiare, evitare disastri.
Franco Novembrini
Il blocco delle auto in città è un “rimedio palliativo”
L’inquinamento delle polveri sottili (Pm10) in alcune città è elevato, così si ricorre a “rimedi palliativi” come il blocco della circolazione dei mezzi mettendo sul banco degli imputati gli automobilisti proprietari delle vetture Euro 3 e 4.Ma se passano i limiti di legge con la revisione, perché creare un disagio all’utenza e un costo per eventuale acquisto di un nuovo mezzo? Oltretutto abbiamo visto che nonostante lo scandalo Dieselgate sui dati delle emissioni di alcuni nuovi modelli taroccati, queste macchine non vengono bloccate. Sembra una barzelletta ma è la quotidianità.
Gianluca Bragatto
Crac Etruria, prima vittoria per le vittime del Salvabanche
Un primo atto di giustizia è stato fatto col processo a Banca Etruria. Ci aspettavamo forse più comprensione per chi aveva avuto il coraggio di contestare una gestione spericolata che arrivò ad accusare persino in Banca d’Italia. Un plauso da parte della nostra Associazione “ Vittime del Salvabanche” va anche al Procuratore Rossi, che ha condotto un’inchiesta non certo facile e molto spinosa. Con questa sentenza si conferma quello per cui abbiamo lottato fin dagli albori di questa vicenda: l’istituto era gestito da un management che continuava a curare esclusivamente il proprio interesse mentre la banca cumulava perdite da capogiro per colpa di prestiti concessi con leggerezza e senza alcuna lungimiranza, oltre che in pieno conflitto di interessi. E quando si doveva mascherare lo stato di dissesto di fronte ad un’autorità di vigilanza arrivata tardi e male, si decideva di “scaricare” questa gestione sui clienti, con la vendita indiscriminata dei bond subordinati. Tanto che il giudice ha riconosciuto ai risparmiatori il diritto a far valere il danno morale subito in questa vicenda.
Letizia Giorgianni
Landini lavori con Di Maio per un nuovo welfare
Dal primo discorso di Landini, mi sarei aspettato anziché un atteggiamento così negativo nei confronti del governo e del reddito di cittadinanza – anche nell’intervista al Fatto ne ha ribadito le critiche – una riflessione umile e critica sui grossi limiti mostrati dal mondo sindacale, Cgil compresa. I grandi sindacati, in tanti anni, hanno fatto troppo poco in favore del lavoro atipico e precario sempre più diffuso. Un mondo che Di Maio secondo me conosce meglio di tanti sindacalisti. Se Landini vuole rappresentare, come ha detto “il vero cambiamento”, aiuti Di Maio a costruire, a poco a poco, questo nuovo Stato sociale, unendo le rispettive competenze.
Antonio Maldera
Il clima è sempre più “pazzo” ma sembra interessare a pochi
Gli “strani” eventi meteorologici di questi giorni, che vedono un’ampia zona degli Stati Uniti stretta nel gelo con temperature di 50 gradi sotto zero e l’Australia che bolle con il termometro che segna i +50, ci stanno dicendo, una volta di più, che le cose a livello climatico non funzionano più come dovrebbero. Eppure non sembra che tra la popolazione di questo pianeta ci sia troppa ansia al riguardo.
Non vorrei passare per un menagramo, ma credo che se non ci mettiamo subito a fare qualcosa che eviti catastrofi irreparabili, i prossimi eventi non saranno più “avvertimenti”, la Terra potrebbe diventare un posto inospitale da molte parti.
Mauro Chiostri
Votare contro l’autorizzazione è regalare il Paese a Salvini
Se per una malaugurata ipotesi una parte sufficiente dei senatori del Movimento 5 stelle dovesse contribuire a salvare Salvini dal processso, si potrebbero verificare e eventi terribili. Il Movimento sparirebbe politicamente, Salvini diventerebbe premier de facto e in un futuro molto prossimo presidente del Consiglio incontrastato. E a quel punto davvero “Buonanotte popolo”.
Ninni Chindemi
Multopoli, quelli che “io so’ io” e l’aria pulita in Campidoglio
“Sono stata convocata dalla sindaca Raggi e per me è davvero una grande soddisfazione”.
Parla la funzionaria del Campidoglio che ha denunciato lo scandalo di Multopoli: 197 indagati per un danno erariale di 16 milioni di euro (“Repubblica”).
Tutte le critiche alla giunta di Virginia Raggi sono legittime (e l’autore di questa rubrica non ne ha risparmiata una) ma perché non riconoscere che da quando la sindaca Cinque Stelle governa la città, il principio di legalità è tornato di casa in quegli stessi palazzi da dove era stato espulso? La vicenda umana e professionale di colei che dopo anni di inutili denunce e di mobbing (non a caso un’altra donna) è riuscita a ottenere che la giustizia facesse il suo corso, avrebbe meritato più di qualche articolo in cronaca. Perché ci vuole tanto coraggio e tenacia e rispetto per la legge e amor proprio se si vuole combattere certe battaglie in ambienti dove perfino i muri sono impregnati dalla politica del lasciar correre, del che ti vai a impicciare, ma pensa ai fatti tuoi. Usiamo il termine “politica” perché è soprattutto a certi livelli che il pesce puzza dalla testa e che l’esempio (cattivo) viene dall’alto. Immaginiamo la vita quotidiana di questa signora al corrente della gigantesca furbata delle multe cancellate e che non riesce proprio a farsi ascoltare dai capi (oggi fortunatamente ex) abituati a chiudere un occhio e anche l’altro quando si tratta dei cosiddetti vip. Infatti, i beneficiari dei “favori” sono tutte persone importanti, e dal portafoglio ben fornito. Eppure non si degnano di saldare le contravvenzioni, come i comuni cittadini, forse perché considerano la cosa non alla loro altezza. Esemplare il commento del presidente della Lazio, Claudio Lotito: “Pago 6 milioni di tasse ogni anno, non corro dietro a due contravvenzioni”. Detto alla romana: io so’ io e voi non siete un cazzo. Denunciare i potenti e restare soli: ce lo ha raccontato Andrea Franzoso ne “Il disobbediente”, diario di un uomo onesto che messo di fronte allo sperpero del pubblico denaro a Trenord, accetta di perdere il posto pur di non girare la testa dall’altra parte. Alla funzionaria del Comune di Roma alla fine è andata meglio perché nessuno è riuscito a cacciarla. E che Virginia Raggi l’abbia voluta incontrare per manifestarle l’appoggio suo e della giunta ci dice molto sul clima cambiato in Campidoglio. E il problema rifiuti? E le strade colabrodo? Certo, l’ideale sarebbe avere degli amministratori sempre efficienti oltreché perbene. Ma apprendere che da qualche tempo quelli che “non corrono dietro a due contravvenzioni” non sono più i benvenuti ai piani alti dell’Urbe, non è soddisfazione da poco. Forse, cari colleghi, riconoscerlo sarebbe per Virginia Raggi e i suoi assessori una spinta a fare meglio.
Grandi europeisti, piccole miserie
Il congresso di +Europa regala ancora perle. Dieci giorni fa, la lista nata dall’improbabile connubio tra Emma Bonino e Bruno Tabacci è diventata partito e ha eletto il suo segretario, Benedetto Della Vedova. Con gustose polemiche, come quella per le truppe cammellate del vecchio leone dc (i “pullman per Tabacci”) convocate in massa per far vincere Della Vedova. Ora l’Huffington Post racconta un altro prezioso aneddoto. Il lettore deve sapere che tra le varie mozioni che si sono sfidate per la guida di +Europa c’era anche una lista “sovranista”, prontamente esclusa perché in palese contraddizione con lo spirito del partito. Ma proprio mentre “i sovranisti” venivano cacciati, uno di loro – l’ex Idv Matteo Riva – veniva agganciato per portare i suoi voti a Della Vedova. Riva ha pubblicato la conversazione su Facebook. A corteggiarlo è il braccio destro di Della Vedova, Piercamillo Falasca. “Ciao, parliamoci – gli scrive – Come sai, avrei voluto il ritiro della vostra lista, perché politicamente era una operazione insensata. So che comunque parteciperete al congresso. Proviamo a capire bene quale contributo potete dare”. E ancora: “La mia lista non è ancora chiusa, se ti va vediamoci e chiacchieriamo. Noi sosteniamo Della Vedova ma alcuni voteranno per Cappato. Avremo molti voti disgiunti”. Piccole trame per piccoli partiti.
Pd, i tre sfidanti partono dal voto “sgonfia-Calenda”
Se l’operazione “freno” andrà in porto, si capirà stamattina all’hotel Ergife di Roma, dove la Convenzione nazionale apre ufficialmente la corsa per le primarie per la nuova segreteria del Pd: chiuse le votazioni degli iscritti nei circoli, comincia la fase “popolare”, che si chiuderà nei gazebo il prossimo 3 marzo. I tre sfidanti ammessi, come noto, sono Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti, i più votati tra i tesserati dem, rispettivamente con il 48, 36 e 11 per cento. Ma il convitato di pietra del congresso democratico è quel Carlo Calenda che da giorni ha aperto la sua campagna elettorale per le Europee di fine maggio. Ed è proprio contro il listone battezzato “Siamo europei” che oggi i tre candidati daranno il via alla sfida interna al Pd.
L’idea è quella di votare un documento che in qualche modo “sgonfi” l’operazione Calenda e permetta ai maggiorenti Pd di riappropriarsi della partita europea su cui l’ex ministro ha costruito interamente la sua campagna. Oggi, la capodelegazione dem al Parlamento Ue, Patrizia Toia, presenterà all’assemblea un testo dal titolo “L’Europa è il nostro futuro” per “offrire a tutti i candidati una piattaforma comune su l’Europa per avviare con slancio, visione e proposte una campagna che sarà tra le più importanti e difficili per il nostro Paese”.
Ancora non è chiaro se Zingaretti, Martina e Giachetti decideranno di firmarla. Ma al di là del merito della proposta elaborata dagli europarlamentari dem, l’obiettivo, come accennato, è quello di svuotare di senso l’operazione dell’ex ministro dello Sviluppo Economico, tirare un “freno” collettivo alla marcia che, evidentemente, una qualche preoccupazione la desta.
Non è ben chiaro il perchè, va detto.
Nei giorni scorsi, un sondaggio Swg ha stimato il risultato alle Europee del listone Calenda tra il 20 e il 24 per cento dei voti. Però, dentro, venivano considerati gli elettori di Pd, Verdi, Italia in Comune, altre liste civiche e forse anche +Europa.
Non esattamente un exploit, considerato il numero di formazioni affluenti. Eppure, si compiace lo stesso Calenda, “in caso di presentazione separata, passerebbe il quorum solo il Pd al 17%”. Insomma: è il listone l’unica speranza per chi altrimenti, rimanendo sotto alla soglia del 4 per cento, resterebbe a casa.
L’ex ministro da settimane ormai si propone come la scialuppa di salvataggio per i moderati “delusi”, di destra e sinistra, e usa Twitter come clava per svegliare le “anime morte” dell’intellighenzia nostrana. “Sono stanco di chi su Twitter grida al fascismo ma non firma il manifesto perché ‘ho una consulenza’, ‘ti aiuto ma da dietro’, degli editorialisti che non propongono ma dileggiano, degli imprenditori che ‘stiamo andando a sbattere’ ma votano Lega”, ha scritto nei giorni scorsi l’ex ministro.
A quanto pare, però, i risultati ancora non si vedono. E Calenda, sempre su Twitter, si preoccupa dei numeri: “Il sito ‘io sto con Salvini’ (la pagina aperta ieri in solidarietà al ministro indagato, ndr) ha in poche ore lo stesso numero di iscritti di #SiamoEuropei. Quelli non passano le giornate a fare distinguo e polemiche inutili e sanno fare rete davvero”.
“I gialloverdi sono élite ma su Salvini il M5S rischia”
Davanti a un tè, in un bar del quartiere Testaccio di Roma dove vive quando non sta all’Università di Sciences Po a Parigi, per parlare della crisi delle élite Enrico Letta sceglie di partire dal dilemma dei Cinque Stelle sul caso Salvini. Devono autorizzare il Tribunale dei ministri a procedere con il processo per sequestro di persona dei migranti a bordo della nave Diciotti? O devono votare contro per salvare il governo? Sul Fatto il direttore Marco Travaglio ha elencato dieci motivi per cui gli elettori e simpatizzanti considererebbero il voto contro l’autorizzazione a procedere “un suicidio di massa” dei Cinque Stelle. Ed Enrico Letta dice: “Condivido quell’editoriale dalla prima all’ultima riga”. In queste settimane Letta presenta in giro per l’Italia il suo libro Ho imparato (Il Mulino), racconta gli incontri e raccoglie testimonianze su Instagram e sta avendo molte occasioni di discutere gli errori delle élite. E del centrosinistra.
Enrico Letta, i Cinque Stelle possono risolvere il caso Salvini senza far esplodere tutto?
Dipende se riescono a spostare il problema a dopo le Europee, immaginando una fine anticipata della legislatura. Ma i Cinque Stelle corrono gli stessi rischi di tutti i nuovi fenomeni politici di questi anni. L’innamoramento che ho visto in Francia per Emmanuel Macron non ha eguali, se non forse quello dell’Italia di oggi per Salvini. Ma c’è un momento in cui finisce. E quando passi dall’altra parte poi è durissima tornare indietro.
Per i Cinque Stelle questo è il momento Macron?
Può essere. Si discute del loro tema fondativo: il parlamentare deve essere uguale al cittadino. E poi c’è il gioco sporco della divisa.
Prende sul serio Salvini vestito da poliziotto?
Per lui è un messaggio cruciale: non si presenta solo come il ministro che dà l’indirizzo politico, ma è anche quello che esegue, che ottiene il risultato. Nella vicenda della Diciotti ha fatto il ministro e l’esecutore. Ed è evidente la conseguenza.
Quale?
Se un funzionario pubblico avesse fatto quello che ha fatto Salvini, oggi sarebbe incriminato. Il gioco della divisa è indegno di uno Stato di diritto che prevede la distinzione tra il politico che fa le regole e l’apparato che le esegue. L’esecuzione delle regole deve essere sindacabile dalla magistratura, secondo il principio di Kant: l’Europa è quel luogo dove la limitazione della libertà personale viene stabilita in nome di un principio universale, non di un potere discrezionale.
Torniamo alle élite. Quand’è che ha (avete) lasciato che il tema migranti declinato in chiave leghista diventasse quello cruciale?
Direi alla fine del 2015, con la vicenda tedesca: l’accoglienza di siriani in Germania, decisa all’improvviso da Angela Merkel senza adeguata preparazione, ha dato il senso dell’invasione. E poi c’è stato l’accordo tra Ue e la Turchia di Erdogan per bloccare gli arrivi via terra.
Il suo governo ha impostato il Reddito di inclusione, progenitore di quello di cittadinanza. Perché il Pd poi lo ha rinnegato al punto da dichiarare guerra alla misura dei Cinque Stelle?
Perché il Pd era senza guida, in una transizione infinita. Comandava Matteo Renzi anche dopo le dimissioni da segretario. E in assenza di una leadership legittimata e solida, c’è soltanto un’opposizione a prescindere, a tutto.
Ora che il reddito di cittadinanza è legge, i Cinque Stelle hanno esaurito la loro funzione storica?
Quello che è stato fatto è una bandiera. Ma in Italia c’è una fragilità diffusa che non è risolvibile col reddito di cittadinanza così com’è oggi. La povertà non è stata e non sarà abolita. Il reddito di cittadinanza è un primo passo per affrontare un grave problema di marginalità: fu proprio il governo Prodi, con la commissione Onofri, a proporre uno strumento universale anti-povertà, fa parte del Dna del centrosinistra. Io non difendo il provvedimento nei dettagli, è incompleto, ma non posso accettare lo scherno o la critica pregiudiziale. Mentre Quota 100 è soltanto una marchetta elettorale, miliardi buttati.
Nel suo libro Ho imparato lei scrive che in mezzo a grandi sconvolgimenti le élite hanno pensato soltanto ad autotutelarsi. Ha funzionato?
C’è una forte marginalizzazione, nonostante tentativi fallimentari di riciclo. Ma questo non giustifica la derisione della competenza che si è ormai diffusa: prevale l’idea che basti una ricerca su Google per trovare ogni risposta, non serve studiare. I Cinque Stelle sono andati al potere contro la tecnocrazia, contro i “parrucconi”, ma un politico incompetente finisce per ridare tutto il potere ai burocrati. Nino Andreatta, il mio maestro, da ministro ne sapeva sempre più dei suoi direttori generali. Oggi purtroppo non è così.
C’è una nuova élite degli anti-élite al potere?
Sono d’accordo con Gustavo Zagrebelsky: ognuno di noi è un po’ popolo e un po’ élite. Se vogliamo semplificare, oggi c’è un’élite, quella di chi è al potere, anche se non si riconosce nella parola.
Anche lei prova a costruire una élite, con la sua Scuola di politiche per giovanissimi.
Sì, ma il principio fondativo è che la politica si fa con professionalità, però bisogna avere una professione a cui tornare. È l’unico modo per poter essere liberi. Anche i Cinque Stelle hanno introdotto il limite dei due mandati – vediamo se riusciranno a mantenerlo – proprio per dare il messaggio che non si sarebbero incrostati al potere.
Questa diffidenza verso le élite implica che non ci sono più le condizioni per governi tecnici alla Cottarelli anche in caso di crisi finanziarie?
Verrebbe da dire di sì. Ma i governi tecnici, un’unicità italiana, più che dalla ricerca a personalità competenti per gestire una crisi, sono sempre stati prodotti soprattutto dallo stallo tra forze politiche incapaci di siglare un accordo senza ricorrere a nomi terzi. In questa prospettiva non è cambiato nulla, lo dimostra la scelta di Giuseppe Conte come presidente del Consiglio da parte di Lega e M5S.
Anche l’élite europea può dire: “Ho imparato”? O dopo le elezioni di maggio resterà tutto come prima?
Sulla base dei sondaggi, Popolari e Socialisti insieme non supereranno il 45 per cento, servirà quindi una coalizione più ampia tra Popolari, Socialisti, Liberali e Verdi, che potrebbe avere il 65-70 per cento dei voti. Non ci sarà più la spartizione di tutte le cariche di vertice tra due soli partiti. E il Parlamento sarà permeabile a nuove influenze, come quella dei Verdi, che considero molto positiva. Io sono ottimista: una cappa soffocante potrebbe svanire.
Il Carroccio aggiorna la propaganda: video, gazebo e un nuovo sito
L’ultima del “Capitano” è un sito internet a sostegno della sua battaglia giudiziaria: l’accusa di sequestro aggravato di persona per la gestione del caso Diciotti. Si chiama salvininonmollare.it e mette online una petizione a sostegno del capo della Lega, che – si legge – “rischia da 3 a 15 anni di carcere per aver fatto il proprio dovere di ministro difendendo i confini italiani”. La propaganda del Carroccio fa già sapere che in poche ore sono arrivate “quasi 150 mila richieste di sottoscrizioni”. Ma il tam tam non si ferma qui. Il capo della comunicazione Luca Morisi ha lanciato un nuovo strumento di comunicazione: il format si chiama “SalviniTv”, un montaggio dei filmati più importanti della settimana del ministro. Sui social del “Capitano” sono già state pubblicate quasi 3 ore di immagini, visualizzate da oltre 120 mila utenti in 24 ore. La Lega peraltro non dimentica la piazza: in questo weekend ha allestito centinaia di banchetti per raccogliere firme in solidarietà al suo segretario. Non sono mancate però le contestazioni: a Taranto e Torino alcuni gruppetti dei centri sociali hanno preso di mira i gazebo leghisti. In entrambi i casi è intervenuta la polizia.