Bivio 5stelle. Come votare sul vicepremier?

Il voto sull’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini per il caso Diciotti – i 177 migranti non fatti sbarcare ad agosto – rischia di spaccare i Cinque Stelle. Da una parte ci sono i valori storici del Movimento, che non ha mai concesso sconti a parlamentari e politici finiti sotto la lente della magistratura. Dall’altra c’è il rapporto con l’alleato: se i grillini decidessero di votare contro “il Capitano” potrebbero compromettere la tenuta del governo. E lo farebbero su una decisione – come hanno rivendicato Luigi Di Maio e Danilo Toninelli – che è stata presa collegialmente dall’intero esecutivo. Come deve comportarsi quindi il Movimento? Sul Fatto di ieri, il direttore Marco Travaglio ha elencato “10 buoni motivi” per cui l’unica possibilità dei Cinque Stelle è dire “sì” alla richiesta del tribunale. In questa pagina ospitiamo i pareri di altri sei giornalisti che seguono da vicino la politica italiana.

Piero Ignazi

Se il Movimento vota “no” salva il governo, ma danna se stesso

Se i Cinque Stelle seguono i principi che hanno sempre sostenuto, non possono fare altro che votare “sì” all’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini. Se invece hanno cambiato idea e hanno deciso di fare valutazioni diverse, dovranno spiegare perché. E dovranno avere delle argomentazioni serie. Di Maio e altri esponenti del Movimento si sono “autoaccusati”, sostenendo che le decisioni sulla nave Diciotti sono state prese in modo collegiale da tutto il governo. Ma per ora sono solo parole: serve un atto formale, come potrebbe essere il verbale di un Consiglio dei ministri. Altrimenti restano dichiarazioni politiche che hanno poco significato e danno l’impressione di una strategia maldestra per levarsi dai guai: votando “no” i Cinque Stelle riuscirebbero a salvare il governo ma non a salvare se stessi. Non credo che gli elettori del Movimento glielo perdonerebbero: l’immagine trasmessa all’esterno sarebbe quella di un esponente della Casta salvato dai suoi simili.

 

Franco Bechis

L’unica cosa da non fare è far processare solo il leader leghista

L’autodenuncia di cui hanno parlato i Cinque Stelle deve diventare un atto reale, concreto, altrimenti rischia di diventare una cosa un po’ ridicola. Di Maio e i suoi devono recarsi di fronte ai magistrati e denunciarsi oppure devono scrivere una dichiarazione privata da far trasmettere alla Giunta del Senato che valuterà il caso Salvini. L’autodenuncia, insomma, deve diventare formale, non bastano le dichiarazioni alla stampa. Tecnicamente, la richiesta di autorizzazione nei confronti di Salvini non è corretta (visto che la responsabilità è collettiva) e quindi può essere restituita al tribunale dei ministri. Il quale potrà riformularla e rimandarla in Giunta includendo gli altri corresponsabili del presunto reato. Si può fare, c’è un precedente: quello dell’ex ministro della Dc Giovanni Prandini. L’unica cosa che i Cinque Stelle non possono fare è votare semplicemente “sì” all’autorizzazione. Perché Salvini è un alleato di governo e perché non sarebbe giusto. Credo che i loro elettori lo capiranno.

 

Lucia Annunziata

I grillini non devono rinunciare alla loro identità sulla giustizia

Il Movimento 5 Stelle deve mantenere la sua identità, al di là anche della discussione di merito sul caso Diciotti e sulla richiesta del tribunale dei ministri. Il successo dei Cinque Stelle è basato sulla loro radicalità, in particolare in materia di giustizia. Cominciare a cambiare radicalmente i propri principi, inserire troppi “però” nei loro discorsi politici, rischia di minare la loro identità di base. Non devono avere paura: anche se votare contro Salvini li dovesse portare a una crisi di governo, in politica essere fedeli alla propria identità paga sempre. Ed è meglio che essere percepiti come cinici o iper-realisti. Peraltro non credo che Salvini abbia davvero voglia di scatenare una crisi su questo tema. Si sta comportando come al solito, è la sua strategia: forzare sempre, stressare gli alleati e portare al limite la tenuta della coalizione. Ma non credo che andrà fino in fondo. Poi con lui bisogna stare attenti, ha sempre in serbo la “mossa del cavallo”: se dopo aver incassato la fedeltà dei Cinque Stelle decidesse comunque di farsi processare?

 

Mario Giordano

Ormai Di Maio si è autoaccusato Come fa a dire di “sì” ai giudici?

Capisco benissimo le difficoltà dei militanti del Movimento 5 Stelle a comprendere e accettare un eventuale rifiuto dell’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini. Però dal punto di vista logico, dire di “no” alla richiesta dei giudici mi sembra l’unica ipotesi plausibile. Sono stati gli stessi Cinque Stelle a rivendicare che la gestione del caso Diciotti sia stata un’azione collegiale di governo: si suppone che abbiano agito quindi nell’interesse nazionale. È proprio questa la domanda che si pone la Giunta del Senato: non si deve valutare se c’è il fumus persecutionis dei magistrati, ma appunto se si è agito nell’interesse nazionale oppure no. Un fatto che è già stato rivendicato, tra gli altri, dal vicepremier Di Maio e dal ministro Toninelli. Come fanno ora a rispondere “sì” alla richiesta del tribunale contro Salvini? Forse sarà difficile da spiegare ai loro elettori, ma il “no” è la conseguenza logica delle loro dichiarazioni. In caso contrario, il governo avrà un grosso problema. Che potrebbe portare a una crisi.

 

Luisella Costamagna

La sola via è l’autodenuncia. A costo di andare in tribunale

Su questa vicenda ammetto di avere più domande che risposte. Perché Salvini ha cambiato idea e, dopo aver proclamato che si sarebbe fatto processare per “poter andare davanti ai magistrati a spiegare di non essere un sequestratore”, ora chiede che il Senato neghi l’autorizzazione a procedere? Sono stati i suoi avvocati a suggerirglielo perché, sulla base delle carte rischierebbe davvero una condanna? E ok, quella sulla Diciotti è stata una decisione politica, presa nell’esercizio delle sue funzioni di ministro e condivisa collegialmente dal governo; ma, come per ogni atto governativo, c’è un documento, una delibera che l’abbia autorizzata? Infine il cul de sac in cui è finito il M5S con la giravolta salviniana (né il primo né – temo – l’ultimo): dirà “no” rinnegando la sua storia o “sì” rinnegando il suo alleato (col rischio che “salti tutto”, come minaccia il governatore leghista Fedriga)? Meglio la terza via: dire sì autodenunciandosi. Anche a costo di tenere i prossimi Consigli dei ministri in tribunale…

 

Gavin Jones

Ridicola l’indagine sul ministro, dovrebbero condividerla con lui

Trovo che l’accusa a Salvini di sequestro di persona sia ridicola. Scritto in inglese kidnapping sembra ancora più ridicola. Dà l’idea di un bambino nascosto in una grotta in attesa del riscatto. Detto ciò, è un vero dilemma per il M5S. Una classica situazione lose-lose. Sembra fatta ad arte per mettere loro, e quindi anche il governo, in difficoltà. Secondo me Conte, Di Maio e Toninelli dovrebbero autodenunciarsi, chiedere il processo anche per se stessi e poi il partito deve votare l’autorizzazione. Così anche i loro elettori più duri e puri sarebbero soddisfatti, mentre la Lega non potrebbe accusarli di tradimento. Non so se tecnicamente il tribunale abbia la possibilità di rigettare l’autodenuncia e insistere nel chiedere di procedere solo contro Salvini. Ma anche in quel caso il M5S avrebbe fatto un gesto per rendere chiaro che il governo ha agito in modo collegiale e che è assurdo processare solo Salvini. In ogni caso, credo che dovranno votare l’autorizzazione, altrimenti rischiano grosso con la loro base.

 

 

La Pa assumerà 25 mila dipendenti esperti di digitale

La Pubblica Amministrazione cerca esperti in nuove tecnologie e dirigenti: a dirlo, ieri, il sottosegretario alla Pa, Mattia Fantinati, che ha fornito le prime stime: “Credo che servano almeno 25 mila nuove risorse provenienti da un percorso di studi espressamente tecnico-informatico” ha detto. Ha poi aggiunto che si sta cercando una soluzione per rimediare ai ritardi nell’individuazione del responsabile per la transizione al digitale, una figura “chiave” che però a oggi risulta assente in tre amministrazioni su quattro. Con lo sblocco del turnover, slittato al 15 novembre 2019, dovrebbero entrare nello Stato “150 mila” nuove leve l’anno, di queste un sesto dovrebbe tradursi in assunzioni 2.0. Con il ddl Concretezza, ora all’esame della Camera “abbiamo espressamente previsto – ha detto Fantinati – che ci debbano essere assunzioni in via preferenziale di quelle figure tecniche e di esperti in Ict che oggi mancano alla Pa”. Intanto il ministero sta tentando di aiutare i singoli enti a nominare il cosiddetto ‘capo hi-tech’, la figura dirigenziale che deve occuparsi della loro digitalizzazione e di cui solo il 26% delle amministrazioni si è dotato.

Tim, per farmi levare un numero era meglio se telefonavo a Kafka

Storie di ordinaria follia. Burocratica. Della Tim. Vicenda che è capitata a me, ma pure a molti altri utenti anche se non nelle forme kafkiane della mia. Ho due linee di telefono fisso, una collegata al fax, una risalente a quando era ancora vivo mio padre prima sotto Stipel poi diventata Sip poi Telecom infine l’attuale Tim. Insomma un numero che sta in casa mia da oltre 70 anni. Naturalmente gli apparecchi sono cambiati e modernizzati. Anche se il vecchio modello, tipo ‘telefoni bianchi’, che io tengo in un’altra stanza, fa il suo porco dovere. Tant’è che quando lascio la cornetta del telefono principale attaccata male, quello invece squilla.

Il secondo numero, collegato al fax, non mi serviva più. A settembre ho chiesto alla Tim, con una certa fatica perché non si riusciva mai ad arrivare a un umano, di toglierlo di mezzo. Finalmente la Tim mi informò che il giorno 30 novembre sarebbe arrivato il tecnico, senza peraltro dirmi a che ora. Sono quindi rimasto in casa tutto il giorno. Ma quello non si è fatto vedere. Allora con la solita difficoltà delle nuove tecniche (devi schiacciare un’infinità di numeri, come il lettore sa bene) sono riuscito a fissare un nuovo appuntamento. Il tecnico non è arrivato. Alla Tim avevo fatto ben presente che volevo togliere il numero suppletivo ma lasciando ovviamente l’altro, quello di sempre. Il 15 gennaio, circa cinque mesi dopo la mia prima richiesta, si è alla fine presentato un tecnico in carne e ossa. Un vecchio operaio che aveva cominciato con la Sip e la cosa mi ha rassicurato. Anni prima infatti avevo avuto un incrocchio per cui se funzionava la segreteria telefonica non funzionavano il fax e il fisso. E viceversa. Era venuto un giovane tecnico, di ultima generazione, che quando, un po’ preoccupato, gli spiegai il problema si mise a ridere: “È cosa da nulla”. Non riuscì a combinare un picchio. Ne chiamai un altro, sempre giovane, col quale si ripeté la stessa scena. Ne chiamai un terzo e nulla cambiò. Mi rivolsi allora a un vecchissimo tecnico che risaliva addirittura alla Stipel. Risolse tutto. L’ultimo tecnico, quello ex Sip, operò molto bene. Sembrava tutto risolto. Il telefono principale funzionava, il numero collegato al fax era stato tolto di mezzo. Chiesi al tecnico una certificazione che documentasse la nuova situazione. Mi disse che ormai tutto avveniva per vie interne alla Tim, che quindi non ce n’era bisogno. Qualche giorno dopo ricevetti una telefonata della Tim. Una donna mi disse: “Lei ha lasciato Tim. Vorremmo quindi…”. “Io non ho mai lasciato Tim. Ho solo chiesto di togliere un numero suppletivo”. “Mi lasci controllare”. Poi mi richiamò confermando che le cose stavano come le avevo detto. Ricevetti però una seconda telefonata Tim che mi poneva la stessa questione. Diedi la stessa risposta. Ce ne fu poi anche una terza dello stesso tenore, stessa domanda, stessa risposta. A questo punto pensai che questa logorante interlocuzione con la Tim fosse finalmente chiusa.

Bene. Domenica mattina, verso le undici, alzo il telefono, faccio un numero e una voce registrata mi dice: “Per ragioni amministrative il suo telefono è disattivato”. Aggiunge poi, la voce, di chiamare il numero di emergenza. Per un colpo di sfiga avevo rotto il cellulare. Ero quindi completamente isolato. Il cellulare però non è obbligatorio. Uno può non avercelo per ragioni sue. Per smaltire il nervosismo sono andato in piscina. Sono ritornato alle quattro e il telefono continuava a non funzionare, c’era sempre la stessa voce registrata che cominciava: “Per ragioni amministrative…”. Ritengo che in una società come questa, basata tutta sulle telecomunicazioni, e in una città come Milano, modernizzatissima ma dove uno non conosce nemmeno il suo vicino di pianerottolo, lasciare una persona per quattro o più ore senza la possibilità di comunicare sia un tantino criminale. Un vecchio, un single, può sentirsi male e non può nemmeno chiamare il 118. In ogni caso, anche se era la Tim che aveva sbagliato tutto, aveva almeno il dovere di informarmi qualche giorno prima che mi avrebbe disattivato il telefono. Verso le quattro e mezza del pomeriggio il telefono ha ripreso, misteriosamente, a funzionare. Erano passati cinque mesi dalla mia prima richiesta. Tim mi ha spiegato che c’erano stati dei difetti e degli equivoci nelle loro comunicazioni interne (che non è affatto detto che non si possano ripetere, e infatti l’altro giorno il telefono è rimasto disattivato per mezzora). Insomma la più importante società di telecomunicazioni, che è la proprietaria delle linee telefoniche, non sa comunicare al proprio interno. E il dottor Gubitosi che ieri ha rilasciato un’intervista trionfalistica al Corriere, dove è prospettata una serie di agganci internazionali con altri operatori, farebbe bene, prima, a sistemare un po’ meglio la propria organizzazione interna.

In crociera a spese della Uil che salva i capi dal processo

Il Tribunale di Roma non potrà far luce sugli oltre 18 mila euro spesi dai vertici della Uil per acquistare una crociera “Costa Atlantica – Terra dei Vichinghi”. E neanche sugli acquisti effettuati nelle boutique Swarovski di Roma. I tesserati del sindacato non sapranno mai se il segretario generale Carmelo Barbagallo e l’ex segretario Luigi Angeletti utilizzavano legittimamente i soldi dei lavoratori, mentre viaggiavano tra i mari del Nord Europa. Perché il processo che vede i più alti dirigenti dell’Unione Italiana dei Lavoratori difendersi dall’accusa di appropriazione indebita è definitivamente morto. Per comprenderne il motivo occorre ritornare al 21 marzo scorso, quando nonostante la sconfitta elettorale del Pd, il governo guidato da Paolo Gentiloni aveva modificato le norme in materia di procedibilità di alcun reati, ad esempio l’appropriazione indebita: l’accusa non può procedere d’ufficio se le presunte vittime non denunciano. Si tratta di un decreto legislativo molto discusso, anche per la vicenda legata al cognato di Matteo Renzi, che insieme ai suoi fratelli era indagato dalla Procura di Firenze anche per appropriazione indebita.

Tra i processi falcidiati dalla legge, anche quello di Umberto Bossi e del figlio Renzo per i fondi della Lega. E ora c’è quello ai vertici della Uil perché, nonostante le sollecitazioni del giudice, che aveva fissato un termine per la presentazione della querela, il sindacato ha preferito non presentarla e il processo è stato quindi dichiarato estinto. Del resto, l’attuale segretario generale, Carmelo Barbagallo, era uno dei principali accusati. Al suo fianco, seduti sul banco degli imputati, ci sono anche l’ex segretario Luigi Angeletti e altri tre esponenti dell’Unione italiana dei lavoratori. Tra gli indagati c’era anche l’ex tesoriere Goffredo Patriarca: scomparso lo scorso anno, era accusato di aver effettuato quattro acquisti per un totale di 7 mila e 76 euro “presso l’esercizio commerciale ‘Swarovski’ di Roma con addebito delle spese su carta di credito intestata alla Uil Trasporti”, si legge nel capo d’imputazione. Per gli altri invece le accuse si riferiscono a vario titolo ad alcuni viaggi. Il 22 marzo 2010, ad esempio, furono spesi 18.456 euro per una crociera “Costa Atlantica – Terra dei Vichinghi”. E ancora il 27 maggio 2011, quando con due bonifici da 8.192 euro fu acquistata la “Crociera Favolosa”. Altri 16.595 euro furono invece spesi nel 2012, per una “crociera nei mari dell’Europa del Nord (Costa Deliziosa)”. “Le crociere (…) avevano lo scopo di consentirci di discutere in maniera approfondita, e per più giorni, di importanti tematiche relative principalmente al blocco dei contratti del pubblico impiego e delle politiche previdenziali”, aveva spiegato Angeletti ai pm il 20 ottobre 2015. “In seguito alle riunioni effettuate a bordo delle navi non sono stati redatti documenti, o resoconti scritti”, si legge però tra gli atti. Poco importa. Il processo ormai è morto. E così la Uil, che non fornisce spiegazioni per la mancata querela, si dice “soddisfatta per il non luogo a procedere”.

Visco gela l’ottimismo del governo: “Nel 2019 rischi molto rilevanti”

I rischi sulla crescita dell’Italia per il 2019 sono “rilevanti” e il rallentamento globale, che in alcuni Paesi intacca l’aumento del Pil, qui può trasformarsi in recessione viste “le debolezze proprie del nostro Paese”: a dirlo è il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco all’Assiom Forex. Senza interventi strutturali di riforme, i rallentamenti degli altri paesi come la Germania da noi si “trasformeranno in ristagno o calo dell’attività produttiva.” Visco concede che ci siano “fattori di rischio esterni” come i dazi Usa-Cina e la Brexit. Però l’incertezza sulla politica di bilancio del governo, che nei mesi scorsi ha fatto partire il differenziale con il Bund, ancora “non si è dissipata.” Ci sono poi da collocare 50 miliardi di euro in titoli di stato “per coprire il disavanzo” oltre a rinnovare i 340 miliardi in scadenza. Le banche, che sono tornate a comprare Btp (detengono 330 miliardi) sono esposte alle oscillazioni dello spread. “L’attenzione all’equilibrio dei conti pubblici deve restare alta” e sulle clausole di salvaguardia sull’Iva dice che “sono solo spostate al 2020-2021. Se fossero disattivate senza misure compensative il disavanzo andrebbe al 3% del Pil in entrambi gli anni”.

Il reddito e i dilemmi della sinistra

Ma questo reddito di cittadinanza è troppo o troppo poco? Mentre il Pd si limita a deridere una misura che, con mille difetti, è l’evoluzione di quel Reddito di inclusione introdotto dai governi Letta-Renzi-Gentiloni, c’è un pezzo di sinistra che contesta nel merito il provvedimento appena approvato dall’esecutivo.

Sul Fatto di ieri, Tomaso Montanari, tra l’altro presidente di Libertà e Giustizia, ha mosso una serie di rilievi. Il primo dei quali riguarda la natura quasi filosofica: è un reddito di base? Cioè universale e incondizionato? Sicuramente no, di condizioni ce ne sono fin troppe. Ma nonostante i vincoli ad accettare le offerte di lavoro e gli obblighi di formazione, questo reddito è molto più simile a un reddito di base di quanto i Cinque Stelle sostengono. È vero, come scrive Montanari, che il reddito di base è eterno mentre quello di cittadinanza dura 18 mesi. Ma dopo un solo mese di pausa può essere rinnovato. Potenzialmente all’infinito, se il beneficiario non riesce mai a migliorare la propria condizione.

Ed è vero che, sotto la pressione delle critiche degli avversari politici e pure degli alleati leghisti, i Cinque Stelle hanno abbinato al sussidio una serie di misure paternalistiche (l’obbligo di spendere tutte le somme ricevute in un mese, sanzioni durissime per chi non rispetta gli impegni presi ecc.), misure che sembrano presupporre una naturale malafede e tendenza alla pigrizia dei poveri. Ma sappiamo tutti che gran parte di quegli obblighi non saranno mai rispettati perché la Pubblica amministrazione sarà forse pronta a erogare il reddito a fine aprile, ma impiegherà anni a mandare a regime la complessa organizzazione che coinvolge Centri per l’impiego, assistenti sociali, imprese, “navigator”, Regioni, Anpal, Inps, Poste e tutto il resto. E un reddito minimo condizionato che prevede condizioni di fatto poco applicabili finisce per assomigliare un po’ troppo a un reddito universale, di base.

Anche l’esclusione degli stranieri, denunciata da Montanari, è un argomento debole: secondo la relazione tecnica le famiglie di soli stranieri escluse sono 87.000 su 241.000, immolate per tacitare la Lega.

La destra contesta il reddito di cittadinanza con argomenti di destra: è sbagliato aiutare i poveri, lo Stato non deve fare assistenza, è più efficace destinare quelle risorse alle imprese o usarle per ridurre le tasse e così via. La sinistra si perde in dibattiti terminologici o tendenze al benaltrismo (non basta, non risolve tutti i problemi…) e perde l’occasione di imporre un punto di vista di sinistra al dibattito.

Chi ha gli ultimi come priorità dovrebbe fare una sola domanda: ma il reddito di cittadinanza funziona nel rendere i poveri meno poveri o meno numerosi? L’investimento è grosso, 7 miliardi annui, e il governo chiede al reddito di cittadinanza troppe cose: far ripartire i consumi e il Pil, ridurre il numero dei disoccupati, abolire la povertà, riformare il sistema di ricerca del lavoro… Così tanti obiettivi che sarà difficile, o impossibile, raggiungerli tutti. E, come sempre succede, alla fine saranno i poveri a essere dimenticati. Secondo l’Istat nel 2017 gli individui in povertà assoluta erano 5 milioni. Molti di loro, se faranno domanda per il reddito, saranno affidati ad assistenti sociali e Comuni che già ora sono sotto stress. È su di loro che la sinistra dovrebbe concentrarsi.

Consob: sul nome di Savona 5Stelle divisi, Conte ci prova

Parlano due pezzi da 90 del M5S come Alessandro Di Battista e Nicola Morra, parla il vicepremier Matteo Salvini, parla il candidato in pectore Paolo Savona. Sappiamo come la pensa il premier Giuseppe Conte che non smentisce le indiscrezioni secondo cui è sua l’idea di proporre il ministro degli Affari europei per la presidenza della Consob. L’unico che tace, una sfinge nell’intricata vicenda, è il capo politico del M5S Luigi Di Maio.

Mettiamo in fila i fatti. La Consob, autorità di vigilanza sui mercati finanziari, è senza presidenza dal 13 settembre, giorno delle dimissioni di Mario Nava. Dal 14 novembre il candidato del governo, previo accordo tra Conte, Salvini e Di Maio, è l’economista Marcello Minenna, dirigente della Consob, voluto dal M5S. Conte non ha però mai sottoposto il suo nome al voto del Consiglio dei ministri per poi portare la proposta alla firma del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Da mesi fa trapelare che su Minenna ci sarebbero delle perplessità del Quirinale, ma, anziché chiedere a Di Maio e Salvini di cercare un altro candidato, si limita a dire che per lui va benissimo lasciare al timone della Consob la presidente ad interim Anna Genovese.

Due giorni fa spunta il nome di Paolo Savona. Conte non smentisce di aver proposto al ministro una soluzione capace di toglierlo dall’imbarazzo degli ultimi mesi, che lo hanno visto emarginato dalla politica economica del governo. Lo sponsor più attivo di Savona, contro Minenna, è del M5S: il sottosegretario agli Affari regionali Stefano Buffagni, candidato a diventare ministro al posto dell’economista di Cagliari, a coronamento di una cavalcata che in pochi mesi, grazie alla totale delega sulle nomine ottenuta da Di Maio, è diventato uno degli esponenti di spicco del M5S di governo.

Ma il M5S di lotta non ci sta. Il presidente della Commissione antimafia Nicola Morra tuona su Twitter: “Perché perdere un buon ministro ed impantanare #Consob in un’ipotesi di assai dubbia percorribilità giuridica? Il candidato di un coraggioso #GovernoDelCambiamento è dal 14 novembre uno solo: #Minenna”. Morra è considerato molto vicino a Beppe Grillo, che pochi giorni fa ha fatto pesare a modo suo il ruolo di “garante” del M5S: “L’Elevato garante vuole esprimere un parere sulla garanzia per i cittadini per la nomina #Consob: senza dubbio #Marcellominenna”.

Negli ultimi giorni si sono spesi a favore di Minenna anche Giorgia Meloni (Fdi) e tutti i sindacati. E ieri sono scesi in campo Stefano Fassina (Leu) e il deputato del Pd Filippo Sensi, ex portavoce di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni. Quest’ultimo ha sollevato due volte in due giorni il tema dell’incompatibilità di Savona: “Ai sensi della legge 215 del 2004 #Savona NON è candidabile alla #Consob. Punto. Lo spin di Palazzo Chigi vale per un giro di titoli. Risiamo a Vicolo Corto”. La legge Madia vieta a un pensionato l’accesso a incarichi pubblici, se non a titolo gratuito e per un anno. Inoltre Savona è stato fino alla nomina a ministro presidente della società finanziaria che gestisce il fondo Euklid.

Come dimostra il recente caso del consigliere di Stato Luigi Carbone, nominato capo di gabinetto del ministero dell’Economia grazie a una disinvolta interpretazione della legge Severino, il modo di nominare lo stesso Savona si può sempre trovare, e infatti Conte ha già chiesto agli uffici di Palazzo Chigi di escogitare una soluzione in grado di convincere Mattarella.

La candidatura di Savona è dunque in campo, confermata dall’interessato, e il silenzio di Di Maio somiglia molto a un discreto sostegno. Se n’è fatto interprete Di Battista, parlando in Abruzzo durante un giro elettorale con il vicepremier accanto: “Non entro in queste partite: a me personalmente, come cittadino, una persona come Savona a capo della Consob mi tutelerebbe moltissimo”. Non a caso l’agenzia AdnKronos rilancia anonimi esponenti della Lega che ributtano la palla nel campo M5S, alludendo alla ormai evidentemente spaccatura tra un fronte più radicale (Grillo, Morra, Elio Lannutti, Carla Ruocco) e il fronte dimaiano, allineato con Conte e con Di Battista e Buffagni in prima linea.

Non è un caso che Salvini ieri abbia parlato con un filo di ironia, come se la presidenza della Consob fosse un ginepraio in cui si sono cacciati gli alleati e rivali: “Io ho già dato l’ok a Minenna, se fosse Savona è persona che da cittadino italiano e da risparmiatore italiano mi darebbe la totale garanzia sul sistema bancario”.

Reddito, da domani sono online il sito e le spiegazioni Inps

Arriva domani il sito sul Reddito di cittadinanza. La piattaforma sarà presentata lunedì dal ministro del Lavoro, Luigi Di Maio e si chiamerà www.redditodicittadinanza.gov.it. Inizialmente darà informazioni ai cittadini per poi accogliere, da marzo, le domande che saranno inoltrate telematicamente da chi è in possesso dell’identità digitale Spid. L’Inps ha messo a punto un opuscolo che sarà pubblicato nei prossimi giorni per rispondere alle domande principali sul sussidio (sono 21, da “Che cosa è il Reddito di cittadinanza” a “In quali casi si verifica la decadenza dal Reddito o dalla Pensione di cittadinanza”) e chiarire chi può fare domanda e quali sono le condizioni di decadenza dal beneficio.

La domanda, oltre che telematicamente attraverso il nuovo sito, potrà essere presentata in modalità cartacea negli uffici postali – il modello dovrà essere predisposto dall’Inps – a partire dal 6 marzo 2019 e da ogni giorno 6 del mese. Inoltre saranno abilitati a raccogliere le domande i Caf (Centri di assistenza fiscale) “dalla data e con modalità che saranno comunicate successivamente”.

Toninelli: “I soldi per l’aeroporto di Firenze non saranno pubblici”

Il ministrodei trasporti, Danilo Toninelli, ieri ha elencato tutte le opere che il M5s porterà a termine: Terzo Valico, Asti-Cuneo, tunnel del Brennero, il Mose, il passante di Bologna. Poi, in diretta Facebook, fa una annotazione sugli aeroporti. “In Toscana rafforzeremo il polo aeroportuale di Pisa e Firenze senza avvantaggiare chi lo sta gestendo. È un aeroporto profittevole, perché dovremmo metterci 150 milioni di soldi pubblici?” dice indicando che dovrà essere il concessionario ad effettuare gli investimenti nell’aeroporto e facendo riferimento alla nuova pista della struttura. Immediata la replica del sindaco della città, Dario Nardella: “Quelle di Toninelli sono dichiarazioni faziose, arroganti e intimidatorie. Ricordo a Toninelli che da ministro dovrebbe lavorare per lo sviluppo delle infrastrutture e il bene comune e non usare il proprio potere per fare campagna elettorale contro una comunità bloccando le opere pubbliche e attaccando singole persone. Inoltre è in fase finale una procedura amministrativa per la definitiva autorizzazione della realizzazione della nuova pista dell’aeroporto rispetto alla quale ogni ingerenza impropria può essere un abuso grave e inaccettabile”.

Le madamine e il Sì risvegliano condannati e reduci di Tangentopoli: tutti col Chiampa

Avolte ritornano, soprattutto adesso che la chiamata alle armi s’incarna nel Sì Tav Torino-Lione. Sono ex parlamentari, ex politici ed ex amministratori della Prima Repubblica; qualcuno di loro era finito nelle inchieste di Mani Pulite, altri erano in sonno. Si scrisse pure, anni fa, che Primo Greganti, il “signor G” delle inchieste giudiziarie sulle cosiddette tangenti rosse, si stesse occupando del Tav per conto delle cooperative. Poi non si è saputo altro. Ma tant’è. L’ombra resta.

Qualche giorno fa, in ogni caso, alla cena ad Avigliana a sostegno del governatore del Piemonte Sergio Chiamparino e della sua lista civica per le prossime elezioni regionali, molto puntata sul consenso al Tav, faceva bella mostra Giuseppe Garesio. Già segretario regionale del Psi craxiano, in uno dei processi di Tangentopoli patteggiò 8 mesi di pena. Adesso è un imprenditore che non perde occasione di cantare le lodi dell’Alta velocità e che sembra pronto a dare il suo sostegno alla lista Chiamparino. Con Garesio, ad Avigliana, c’erano tre delle celebrate sette madamine del Sì Tav, ovvero Giovanna Giordano, Adele Olivero e Roberta Castellina. Le pasionarie del Rotary e affini paiono avere cambiato idea rispetto alla probabile discesa in campo elettorale di una di loro, Patrizia Ghiazza, che nei giorni scorsi aveva depositato il simbolo dell’Onda Tav.

All’inizio le colleghe non avevano accolto troppo favorevolmente la sua mossa, parlando di “iniziativa personale”. Ora, invece, fanno marcia indietro. In una nota del loro comitato, “Sì, Torino va avanti”, affermano: “Grande scandalo è stato sollevato per il nostro rapporto con la politica, sembra che una donna che voglia impegnarsi per il bene comune solleciti commenti malevoli e un po’ sessisti. E allora diciamo, se qualcuna di noi vorrà scendere in campo per sostenere gli ideali del nostro manifesto dei 7 Sì per Torino e per il Piemonte, ebbene le saremo vicine”. Che cosa significa? Prelude a un appoggio alla probabile lista della signora Ghiazza o a una candidatura delle sette madamine che vestono arancione in un’unica formazione, magari al fianco di Chiamparino, e con il simbolo dell’Onda? Oppure si divideranno: qualcuna, come la Giordano, in passato sostenitrice dell’ultima e infelice candidatura a sindaco di Piero Fassino, finirà nel centrosinistra; altre con il centrodestra? Si vedrà.

Nel frattempo, vicine alla Ghiazza orbitano altre due vecchie conoscenze della politica della Prima Repubblica, entrambe con buoni agganci tra gli industriali subalpini, Fiat in testa. C’è l’ex senatore repubblicano Roberto Giunta, anche lui noto per avere patteggiato in uno dei filoni di Mani Pulite; nella sua società di “cacciatori di teste”, peraltro, lavora proprio la Ghiazza. Il principale consigliere politico della madamina in questione, poi, sembra essere Aldo Ravaioli, pure lui repubblicano, ex assessore ed ex vicesindaco nella giunta comunale torinese di pentapartito guidata dalla sindaca Maria Magnani Noya.

Solo archeologia? Forse. Ma, intanto, sulla pagina Facebook di Ravaioli si stanno ricompattando e si danno appuntamento, per esaltare le manifestazioni Sì Tav, diversi esponenti politici dei vecchi tempi, che furono protagonisti fino a Tangentopoli: da Giuseppe La Ganga, grande capo piemontese del Psi di Craxi, quindi approdato al Pd, a Giorgio Ardito, una lunga carriera dal Pci al Pd, tra politica e Sitaf (la società dell’autostrada del Frejus). Tutti uniti, comunque, nell’essere per il Tav e per sottoscrivere il seguente alato pensiero: “Questa è Torino contro la decrescita felice!!! Sindaco… e giunta… a casaaaaa”.