È il paradosso più curioso in una vicenda già surreale. Emmanuel Macron potrebbe presto prendersi la rivincita per gli attacchi del governo italiano, partiti dai i 5Stelle, che invece avrebbero ora bisogno proprio di una sponda di Parigi per uscire dall’impasse del Tav. Il presidente francese non ha mai amato l’opera. Né l’ha mai difesa. A luglio 2017, da poco eletto, spiegò che si sarebbe dedicato “a finanziare il rinnovo delle infrastrutture già esistenti, senza impegnarsi a rilanciare nuovi grandi progetti”. Da quando il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli (M5S) ha deciso di sottoporre il Tav all’analisi costi-benefici, non si è mai pronunciato pubblicamente, lasciando all’omologa francese di Toninelli, Elisabeth Borne, il compito di placare i politici locali, assatanati come quelli piemontesi.
Le polemiche sulla Torino-Lione, che scuotono il governo italiano, hanno poco rilievo nazionale Oltralpe, relegate soprattutto nei giornali locali. La destra nazionalista di Marine Le Pen non vuole il Tav. Contro i dubbi di En Marche!, il partito di Macron, si è schierata la Regione Auvergne-Rhone-Alpes, guidata dagli oppositori repubblicani. Che però possono contare sulla sponda del sindaco di Lione Gerard Collomb, al suo quarto mandato, ex ministro di Macron, di cui è stato un sostenitore della prima ora.
Venerdì, Borne, dai cantieri di Saint Martin La Porte – mentre Salvini sfilava a Chiomonte sul versante italiano del tunnel – ha ribadito che per la Francia “il progetto deve essere completato e serve intervenire rapidamente per poter avviare ulteriori lavori”. Non è sempre stato così. Nell’estate 2017, Borne aveva annunciato che il progetto sarebbe stato messo “in pausa” per riflettere sul da farsi fino alla presentazione di una legge sulla mobilità. Che è arrivata solo a fine novembre scorso, quando già in Italia Lega e M5S litigavano sul da farsi. Il documento non inserisce il Tav tra le priorità pur confermando l’impegno di Parigi a realizzarlo. L’insistenza di Parigi sull’opera si è fatta più forte negli ultimi mesi.
I dubbi francesi vengono da lontano. Nel gennaio 2008 un report del Comitato per le opere pubbliche presieduto da Philippe Duron aveva scatenato l’ira del presidente della Savoia. Nel dossier la questione della tratta francese del Tav, dall’imbocco del tunnel del Moncenisio a Lione, veniva rinviata a dopo il 2038 perché considerata non prioritaria e non giustificata dal traffico merci. Testuale: “Non può oggi essere prevista se non nel quadro di una cronologia adattata al reale aumento del trasporto merci del collegamento Lione-Torino”. La tratta, prevista dal trattato italo-francese, ha un costo di oltre 10 miliardi.
In sostanza, l’intero progetto Tav – che per la Corte dei conti francese sarebbe costato 26 miliardi (“ampiamente fuori dalla portata budgetaria del Paese”) – dal lato di Parigi si è ormai ridotto al solo tunnel di base: 57 chilometri, di cui 12 nel versante dell’Italia, che però paga il 35% degli 8,6 miliardi del costo previsto. Alla Francia spetta il 25% (il 40% è a carico di fondi Ue). Fu il governo Berlusconi, nel 2004, a compiere il capolavoro di accollarsi due terzi del costo di un tunnel per due terzi in Francia, con la motivazione che Parigi sosteneva costi più alti per la sua tratta nazionale. Che ormai è stata sconfessata. Il rapporto Duron, per dire, consiglia solo di ammodernare la linea storica Digione-Modane.
Con questo pedigree la Francia attende le decisioni italiane. Questa settimana, o più realisticamente la prossima, Roma invierà l’analisi costi-benefici, che poi andrà presentata a Bruxelles. I tempi si allungano. La linea francese è “ridiscutiamola quanto volete ma facciamola”. Eppure Macron non si straccerà le vesti in caso di stop. Al ministero italiano ne sono convinti: “I francesi bluffano, sperano che sia l’Italia a dire un no unilaterale e di ottenere il rimborso di parte dei fondi spesi”.