La rivincita di Macron: niente sponde all’Italia

È il paradosso più curioso in una vicenda già surreale. Emmanuel Macron potrebbe presto prendersi la rivincita per gli attacchi del governo italiano, partiti dai i 5Stelle, che invece avrebbero ora bisogno proprio di una sponda di Parigi per uscire dall’impasse del Tav. Il presidente francese non ha mai amato l’opera. Né l’ha mai difesa. A luglio 2017, da poco eletto, spiegò che si sarebbe dedicato “a finanziare il rinnovo delle infrastrutture già esistenti, senza impegnarsi a rilanciare nuovi grandi progetti”. Da quando il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli (M5S) ha deciso di sottoporre il Tav all’analisi costi-benefici, non si è mai pronunciato pubblicamente, lasciando all’omologa francese di Toninelli, Elisabeth Borne, il compito di placare i politici locali, assatanati come quelli piemontesi.

Le polemiche sulla Torino-Lione, che scuotono il governo italiano, hanno poco rilievo nazionale Oltralpe, relegate soprattutto nei giornali locali. La destra nazionalista di Marine Le Pen non vuole il Tav. Contro i dubbi di En Marche!, il partito di Macron, si è schierata la Regione Auvergne-Rhone-Alpes, guidata dagli oppositori repubblicani. Che però possono contare sulla sponda del sindaco di Lione Gerard Collomb, al suo quarto mandato, ex ministro di Macron, di cui è stato un sostenitore della prima ora.

Venerdì, Borne, dai cantieri di Saint Martin La Porte – mentre Salvini sfilava a Chiomonte sul versante italiano del tunnel – ha ribadito che per la Francia “il progetto deve essere completato e serve intervenire rapidamente per poter avviare ulteriori lavori”. Non è sempre stato così. Nell’estate 2017, Borne aveva annunciato che il progetto sarebbe stato messo “in pausa” per riflettere sul da farsi fino alla presentazione di una legge sulla mobilità. Che è arrivata solo a fine novembre scorso, quando già in Italia Lega e M5S litigavano sul da farsi. Il documento non inserisce il Tav tra le priorità pur confermando l’impegno di Parigi a realizzarlo. L’insistenza di Parigi sull’opera si è fatta più forte negli ultimi mesi.

I dubbi francesi vengono da lontano. Nel gennaio 2008 un report del Comitato per le opere pubbliche presieduto da Philippe Duron aveva scatenato l’ira del presidente della Savoia. Nel dossier la questione della tratta francese del Tav, dall’imbocco del tunnel del Moncenisio a Lione, veniva rinviata a dopo il 2038 perché considerata non prioritaria e non giustificata dal traffico merci. Testuale: “Non può oggi essere prevista se non nel quadro di una cronologia adattata al reale aumento del trasporto merci del collegamento Lione-Torino”. La tratta, prevista dal trattato italo-francese, ha un costo di oltre 10 miliardi.

In sostanza, l’intero progetto Tav – che per la Corte dei conti francese sarebbe costato 26 miliardi (“ampiamente fuori dalla portata budgetaria del Paese”) – dal lato di Parigi si è ormai ridotto al solo tunnel di base: 57 chilometri, di cui 12 nel versante dell’Italia, che però paga il 35% degli 8,6 miliardi del costo previsto. Alla Francia spetta il 25% (il 40% è a carico di fondi Ue). Fu il governo Berlusconi, nel 2004, a compiere il capolavoro di accollarsi due terzi del costo di un tunnel per due terzi in Francia, con la motivazione che Parigi sosteneva costi più alti per la sua tratta nazionale. Che ormai è stata sconfessata. Il rapporto Duron, per dire, consiglia solo di ammodernare la linea storica Digione-Modane.

Con questo pedigree la Francia attende le decisioni italiane. Questa settimana, o più realisticamente la prossima, Roma invierà l’analisi costi-benefici, che poi andrà presentata a Bruxelles. I tempi si allungano. La linea francese è “ridiscutiamola quanto volete ma facciamola”. Eppure Macron non si straccerà le vesti in caso di stop. Al ministero italiano ne sono convinti: “I francesi bluffano, sperano che sia l’Italia a dire un no unilaterale e di ottenere il rimborso di parte dei fondi spesi”.

Tav, l’ultima trincea 5Stelle: “Salvini, o con noi o con B.”

Il Salvini agente di polizia l’hanno sopportato in silenzio (troppo) a lungo. Ma quello in versione operaio nel tunnel del Tav, tutto sorrisi, brindisi e selfie, è stato troppo per Luigi Di Maio, “una provocazione fine a se stessa” come ringhiano i Cinque Stelle. E allora ecco la guerra totale sulla Torino-Lione, ecco Di Maio che dall’Abruzzo, dove è in campagna elettorale, traccia il confine: “Fino a quando ci sarà il M5S al governo, il Tav non ci sarà, la vuole la peggiore lobby di affari”. Ma con il vicepremier c’è anche Alessandro Di Battista, alle prime piazze dopo il suo ritorno in Italia, e il salto in serata lo fa lui: “Se la Lega intende andare avanti su un buco inutile che costa 20 miliardi di euro e non serve ai cittadini, tornasse da Berlusconi e non rompesse i coglioni”.

E per la prima volta dal debutto del governo gialloverde, un big del Movimento indica la porta a Salvini, sbattendogli in faccia il passato che potrebbe essere anche il suo futuro. E lo fa Di Battista, quello che non è al governo e ha le mani più libere, il redidivo che per riapparire in Italia in versione elettorale ha chiesto garanzie su alcuni totem, e il primo è il no al Tav. E da lì riparte Di Maio: “Il discorso sull’opera è chiuso: possiamo semplicemente dire che finché il M5S sarà al governo quel cantiere non inizierà, perché non è stato scavato neanche un centimetro”. Sillabe per tenersi in equilibrio, perché il vicepremier combatte con mille fronti, esterni e interni: quindi ha bisogno di un centro di gravità permanente. E il no senza sconti al Tav è essenziale. Anche per rispondere al Salvini che pretende e probabilmente otterrà il no del Movimento alla richiesta di processo nei suoi confronti per sequestro di persona, arrivata dal Tribunale dei ministri di Catania. Ma che ormai non si ferma più, perché sente e vede la paura del M5S che cala nei sondaggi. Lacerato da quel muro ai giudici a cui potrebbe piegarsi anche per paura del ricatto, “o così o tutti casa”. E allora prova a prendersi tutto il leghista, pure il Tav. E in giornata, anche lui dall’Abruzzo risponde con toni bassi, ma tenendo il punto: “Troveremo una soluzione con i 5Stelle, sediamoci a un tavolo. Il Tav non serve a Salvini: se si viaggia più veloce e si inquina di meno serve agli italiani”.

Ma a Di Maio ora non servono mini-Tav o compromessi simili, che pure aveva valutato settimane fa. E a cui aveva pensato il presidente del Consiglio Conte, che vuole il no al processo per Salvini, e che vorrebbe mediare tutto nel nome dell’andare avanti. E infatti in serata arriva la nota di Palazzo Chigi, come un idrante sulle intemperanze gialloverdi: “Il contratto di governo prevede una revisione del progetto, c’è la necessità di procedere all’analisi costi-benefici e di riservarci la decisione all’esito di questa valutazione. Renderemo trasparenti i risultati”. Ed è una presa di distanza dalle polemiche politiche, come sussurrano da Palazzo Chigi. Scritta però anche nella consapevolezza, dicono, che l’analisi sarà negativa. Ed è quanto fanno trapelare anche fonti del ministero dei Trasporti: “Sta emergendo un saldo fortemente negativo a carico dell’opera”. Ma nel sabato di guerra i 5Stelle non usano più l’analisi sui costi per rinviare il vero momento della decisione, il confronto tra i partiti. Certo, il ministro dei Trasporti Toninelli assicura che “arriverà tra pochi giorni”. Ma la linea adesso è un’altra: no e basta al Tav, subito, perché i soldi servono per altre opere. Così, proprio Toninelli mette in fila tutti i sì del M5S, dal Terzo Valico al passante di Bologna.

E l’obiettivo ovviamente è mostrare che il Movimento non è quello dei no e basta. Quindi batte un colpo anche Max Bugani, membro dell’associazione Rousseau: “Sulla littorina Catanzaro Lido-Reggio Calabria si ascolta musica col grammofono, l’Italia ha bisogno di questo, altro che Torino-Lione del cavolo”. Ma la musica la vuole dettare Salvini. E Conte insiste perché l’orchestra continui a suonare.

Così all’ora di cena Di Maio scala la marcia per non sembrare l’unico leader nervoso, e dal palco di Chieti si rivolge direttamente a Salvini: “Non utilizziamo i temi degli oppositori per farci dividere, andiamo avanti su quei temi su cui siamo d’accordo e vedrai che faremo altre cose buone nei prossimi anni”. Ma il Tav, “quello no, non si fa”. E arrivederci, al prossimo scontro.

Esonda il Reno a Bologna, feriti sei carabinieri

Un’autostrada chiusa,quasi 300 sfollati e 6 carabinieri feriti, valanghe e un morto. Sono i risultati delle prime 24 ore di maltempo sulla Penisola, con danni e disagi soprattutto nel Centro e nel Nord Italia. In Trentino-Alto Adige una valanga ha invaso entrambe le corsie dell’autostrada A2 vicino al confine con il Brennero, costringendo file chilometriche di automobilisti a passare la notte in macchina, bloccati, con l’assistenza della Protezione civile. Sul Passo Pordoi cinque sciatori, colpiti da una slavina, ne sono usciti illesi. In Emilia-Romagna, il Reno è esondato vicino Castelmaggiore costringendo 280 persone a lasciare le proprie case e nelle durante l’evacuazione sei carabinieri sono stati investiti da un’ondata d’acqua del fiume il cui livello si era alzato all’improvviso. I militari, dopo due ore nell’acqua gelida, sono stati portati in ipotermia all’ospedale Maggiore di Bologna e a quello di Bentivoglio. In Piemonte, a Isola d’Asti, un uomo di 58 anni è morto schiacciato dalla sua auto mentre cercava di liberarla dalla neve. Roma è stata colpita un forte temporale fin dalla serata di venerdì e sono stati chiusi gli accessi alle banchine del Tevere per l’innalzamento del suo affluente Aniene.

Villa Emo, la “resa” di Italia Nostra “Meglio l’ipermercato dei russi”

“Un ipermercato nella villa di Palladio”. Alla fine il presidente di Italia Nostra di Treviso ha lanciato la proposta. Chissà se quella di Romeo Scarpa sia una provocazione o un tentativo estremo di salvare il capolavoro del grande architetto che è stato venduto e sta per finire nelle mani dei privati. Siamo a Fanzolo di Vedelago (Treviso). Ecco villa Emo, uno dei capolavori dell’età matura di Andrea Palladio. Le forme perfette, gli affreschi, non per niente l’Unesco l’ha riconosciuta come patrimonio dell’Umanità. Ma sembra non bastare per evitare che la villa costruita nel 1559 per Leonardo Emo finisca nelle mani di un privato. Chi? Per quanto? Non si sa. Ma già a Treviso si vocifera di oligarchi russi, di progetti per farne resort a cinque stelle. Come ha raccontato Il Corriere Veneto. Il Credito Trevigiano, che aveva comprato la villa nel 2004, dopo la crisi degli ultimi anni ha deciso di venderla. E in un batter d’occhio è arrivata l’offerta di un privato. Villa Emo è quasi venduta, manca un passo. Gli enti locali possono esercitare il diritto di prelazione.

C’è un piccolo dettaglio: non si trovano i soldi. Il governatore Luca Zaia caldeggia l’arrivo di acquirenti locali: “Si tratta di una villa palladiana restauratissima e che non ha bisogno di altri interventi. Un investimento ‘chiavi in mano’”. Altri lanciano la proposta di “collette”, un po’ come hanno fatto gli ambientalisti sardi che hanno comprato le loro spiagge. Ma per villa Emo siamo nell’ordine dei 15 milioni. Mica spiccioli. Così ecco la proposta choc del presidente di Italia Nostra Treviso (pare non molto condivisa dalla stessa associazione): “Non si potrebbero fare centri commerciali ovviamente nel rispetto dei vincoli?”. Un po’ come accaduto a Venezia per il Fontego dei Tedeschi (palazzo sul Canal Grande ceduto ai Benetton che lo hanno trasformato in un paradiso dello shopping) o l’ex cinema Italia diventato un supermercato.

La banda della pizza: arrestati tre ragazzi italiani. Rapinavano i rider a domicilio

Ordinavano la cena e poi, armati di pistole giocattolo, rapinavano il porta-pizze dell’incasso (e della consegna) per avere un po’ di contante da spendere la sera stessa nei locali bolognesi. Sono tre ragazzi italiani i responsabili, secondo la Squadra mobile di Bologna, di una scia di rapine ai danni di riders. Il copione era sempre lo stesso: con un cellulare – con la sim intestata al padre di uno del gruppo – telefonavano a locali o pizzerie e ordinavano d’asporto avvertendo che serviva “molto resto”. I tre infatti sostenevano di avere una banconota da 100 o 200 euro. Il 14 agosto la prima rapina, forse per noia: il porta-pizze viene violentemente aggredito e minacciato dai tre, a volto scoperto, con una pistola e un coltello, e poi rapinato del portafoglio con gli incassi della serata. I tre non ci credono che sia stato così facile e la sera dopo ci riprovano, per due volte consecutive, cambiando ovviamente pizzerie. E così di settimana in settimana. Qualche centinaia di euro il bottino raccolto tra agosto e ottobre del 2017 subito speso nei numerosi locali notturni bolognesi per cocktail e birre. Per interrompere la scia di rapine, la Squadra mobile inizia a visionare le numerose immagini delle telecamere che confermano quanto raccontato dai diversi testimoni e identifica i tre ragazzi: un 27enne bolognese, un 30enne italiano nato in Brasile e un 22enne di origine marocchina ma cittadino italiano. Nonostante fossero già sotto indagine per un paio episodi, questo settembre due di loro decidono di riprovarci e fare un’ultima rapina, motivo per cui vengono arrestati in flagranza di reato. Un atteggiamento definito dagli inquirenti “di sfida” ma forse più di stoltezza visto che erano sempre rapine a volto scoperto dopo chiamate fatte col cellulare del padre di uno dei tre. Per tutti custodia cautelare in carcere per rapina aggravata e continuata, chieste dal pm Augusto Borghini e firmate dal gip Gianluca Petragnani Gelosi.

Falsa testimonianza e reticenza, la strage della Moby Prince verso una seconda indagine

Non solo la Procura di Livorno. Ora anche i magistrati di Roma sono pronti a riaprire le indagini sulla strage della Moby Prince, il traghetto diretto verso Olbia che la sera del 10 aprile 1991 entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo provocando 140 vittime. A comunicarlo sono stati ieri i familiari delle vittime Luchino, Angelo Chessa e Loris Rispoli che lo scorso 23 gennaio hanno incontrato il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone. Quest’ultimo ha fatto sapere ai rappresentanti dell’associazione “10 Aprile” che la Procura ha ricevuto gli atti della commissione parlamentare d’inchiesta conclusasi un anno fa e che valuterà se riaprire le indagini su eventuali reati di “falsa testimonianza o reticenza”. Il processo principale sulla strage si era concluso in appello nel 1999 senza colpevoli: assolti in primo grado e prescritti in appello. Pignatone però ha anche ammesso che i reati di natura colposa – omissione di soccorso e omicidio – sono ormai prescritti. “Dopo un anno dalla chiusura dei lavori della commissione parlamentare d’inchiesta, la cui relazione ha ribaltato in modo straordinario le verità processuali del passato, i familiari delle vittime del Moby Prince hanno finalmente la reale speranza di giungere alla verità e di avere giustizia” hanno scritto ieri Chessa e Rispoli in una nota. La relazione della commissione d’inchiesta presieduta da Silvio Lai era stata presentata un anno fa portando alla luce elementi mai emersi al processo: possibili depistaggi, errori della magistratura e un accordo assicurativo tra gli armatori delle due navi (Navarma e Snam-Agip) “per non attribuirsi reciproche responsabilità”. Inoltre la commissione d’inchiesta aveva anche accertato che quella sera non c’era la nebbia, che da parte della Capitaneria di porto di Livorno ci fu “impreparazione e inadeguatezza” e che qualche vita si sarebbe potuta salvare. Lo scorso 23 dicembre anche la Procura di Livorno ha aperto una nuova inchiesta sulla strage.

Individuato il primo “corvo” di San Marco. Il patriarca: “Vigliacco chi agisce al buio”

È l’atteggiamento vigliacco di chi agisce nelle tenebre, sparando nel mucchio. Ma quello che ha scritto su quei volantini sono totali invenzioni, diffamazioni vere e proprie, qualcosa che toglie l’onore a tante persone. Non ho mai parlato di ambizioni alla porpora quando ho incontrato i sacerdoti, li ho convocati solo per parlare di questioni pastorali. Per questo abbiamo presentato la querela, al momento contro ignoti”. Monsignor Francesco Moraglia è il patriarca di Venezia. Da qualche giorno il suo sonno è turbato, anche se pubblicamente si sforza di apparire sereno, a causa dei manifesti anonimi affissi alle porte delle chiese nell’area Marciana, che denunciano per immoralità cinque sacerdoti e per aver chiuso un occhio lo stesso vescovo, di cui un secondo volantino dipinge l’ambizione di diventare cardinale . L’interessato ha appena detto messa nella cripta di San Marco, assieme ai giornalisti, per celebrare il loro patrono.

E per uno scherzo del destino, il dibattito successivo, programmato da tempo, è con Andrea Tornielli, già vaticanista de Il Giornale e La Stampa, da un mese e mezzo direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede. Insomma, uno specialista, per essersene occupato professionalmente, dei corvi che hanno volteggiato sopra San Pietro, sfiorando perfino un paio di papi. Adesso che è entrato nella cabina di regia informativa, si tiene prudentemente alla lontana dai corvi veneziani che, però, fatte le debite proporzioni, non sono meno imbarazzanti. Quello che ha affisso la prima ondata di volantini è caduto nella trappola delle telecamere piazzate nelle calli, ha già un volto, un nome e un cognome. Pare questione di ore e i carabinieri lo convocheranno in caserma. Allora si potrà capire chi e, soprattutto, perchè ha lanciato la crociata invocando la purificazione del clero.

“Sono state scritte cose gravissime, contro sacerdoti e contro la chiesa che è in Venezia. Ma io esorto al perdono, come lo vorrebbe il Signore. E mi consolo con la solidarietà che ho ricevuto”. Il riferimento di Moraglia è ai sacerdoti che gli hanno scritto una lettera. Ma anche al governatore Luca Zaia che si è indignato per “così squallide e miserrime calunnie”. Il misterioso “Fra.Tino” ha scritto sui muri che il patriarca starebbe tentando in tutti i modi di diventare porporato e per questo avrebbe richiamato tutti i preti all’unità. “Non ho mai convocato i sacerdoti per parlare di queste cose. E’ falso” ribadisce. L’immagine è quella di una chiesa in pezzi. “No, il clima è disteso, abbiamo l’ottimismo della speranza”. Un gruppo di fedeli con il rosario in mano ha protestato sotto le finestre del Patriarcato per il trasferimento del parroco di San Salvador. “Sono 40-50 persone la cui protesta è stata esclusivamente legata a questo sacerdote. Ma sono disinformati. Io ho solo 46 preti per 40 parrocchie, ho dovuto riorganizzare tutto”. Moraglia è arrivato a Venezia nel 2012 da La Spezia, come vescovo. E vescovo è rimasto. Perchè non è stato nominato cardinale? “O il patriarca non è all’altezza, o Venezia non è una città da Cardinalato. Ma io so che il papa sa quello che fa”. Amen.

Funerali del piccolo Giuseppe Dorice: urla contro la madre

Commozione e rabbia a Pompei ai funerali di Giuseppe Dorice, il bimbo di sette anni massacrato di botte domenica scorsa a Cardito (Napoli) dal compagno della madre, Tony Essobti. La piccola bara bianca è arrivata poco dopo le 15 dal Policlinico universitario di Napoli, dove nei giorni scorsi si era svolta l’autopsia. Ad accoglierla, un lungo applauso. Molte, però, le frasi ostili nei confronti della madre, Valentina Casa, che arriva in chiesa scortata da due poliziotte municipali. La cerimonia funebre si svolge nella parrocchia di San Giuseppe, in via Aldo Moro, alla periferia di Pompei; di fronte alla palazzina dove abitano i nonni paterni del bambino, davanti al balcone degli anziani sono stati deposti fiori bianchi. Sia la parrocchia sia le strade circostanti sono state presidiate dalle forze dell’ordine e da volontari della Croce Rossa. La madre di Giuseppe, Valentina, arriva con largo anticipo e, quando entra in chiesa, ci sono alcune grida di contestazione. E il parroco ha invitato tutti a mantenere la calma: “Questo è il momento della preghiera e del silenzio. Il dolore ci stringe l’anima e ci toglie il respiro”, ha detto don Ruggiero.

Tolta la scorta a Sandro Ruotolo Zagaria disse: “Squartiamolo vivo”

È ancora presto per sapere le valutazioni con le quali l’Ucis ha deciso a partire da domani la revoca di ogni forma di protezione per Sandro Ruotolo. Il giornalista napoletano, residente a Roma ma al lavoro in Campania su alcune inchieste per la testata Fanpage, era sotto scorta dal maggio 2015, dopo le intercettazioni di Michele Zagaria che in un colloquio in carcere con la sorella lanciava il suo anatema contro il cronista da “squartare vivo”. Il boss del clan dei Casalesi era furibondo per una puntata di Servizio Pubblico in cui Ruotolo narrava i contatti tra Zagaria e i Servizi segreti negli anni dell’emergenza rifiuti. Nel maggio scorso a Ruotolo era stato alleggerito il dispositivo di protezione, sceso dal terzo al quarto livello, in sostanza il passaggio dall’auto blindata a una non blindata, con un agente. È alla firma del ministro dell’Interno Salvini una direttiva per ridefinire i compiti dell’Ucis e delle prefetture, anche per evitare che l’organismo centrale faccia solo da notaio delle valutazioni assunte localmente che a volte creano situazioni paradossali per cui una persona ha livelli diversi di protezione nelle varie province che frequenta. Attualmente le scorte sono 572, in pochi mesi sono diminuite di poche unità.

La notizia è stata resa pubblica da un tweet del dem Andrea Orlando, che ricorda che Ruotolo “è anche il giornalista che si è occupato della Bestia, il dispositivo propagandistico del ministro dell’Interno. Casualità? Lo chiederò in Parlamento”. L’ex Guardasigilli interpreta come una sorta di ritorsione leghista il provvedimento, dopo le inchieste critiche di Ruotolo su Salvini e le politiche sui migranti. Per DemA, il movimento di de Magistris, è “vendetta di Stato”. Protesta pure il M5S, a cominciare dal presidente dell’Antimafia Nicola Morra: “Si devono proteggere i giornalisti esposti”. In serata si è schierato con Ruotolo anche Roberto Saviano.

Al Viminale c’è una certa irritazione e non solo tra i Salvini boys, anche perché – spiegano fonti qualificate – le valutazioni sui rischi sono affidate ai tecnici e il ministro, a differenza di alcuni suoi predecessori, non si occupa personalmente delle scorte, anche perché non vuole esporsi alle pressioni di chi pretende la protezione.

Ruotolo per ora non commenta. Ma dalla redazione di Fanpage dove lavora da due anni, filtra amarezza. Il giornalista ha confidato al direttore Francesco Piccinini di non condividere la decisione del Viminale: si sente molto esposto, sia per le sue inchieste in terre di clan, che per i ruoli pubblici nel sindacato giornalisti e nei comitati antimafia, e sottolinea che Zagaria è il boss non pentito di un clan in attività, dunque il rischio esiste ancora. Ruotolo avrebbe già fatto sapere che in certe zone del casertano non metterà più piede. In questi giorni stava lavorando per Italian Leaks, un format Fanpage, ai misteri del rapimento Cirillo. Ed era andato a Ottaviano a intervistare la sorella del boss Raffaele Cutolo.

Così la mafia degli affari pedinava il reporter Kuciak

Sono le foto inedite, agli atti dell’indagine, che provano lo spionaggio e il pedinamento del giornalista investigativo slovacco Jan Kuciak poco prima che fosse ucciso con la sua fidanzata Martina Kusnirova il 21 febbraio 2018. Foto servite ai killer. Foto scattate con il teleobiettivo ovunque Jan si spostasse, alla fermata dell’autobus o davanti al cancello di casa. Queste foto, frutto della mia inchiesta per Tv7 in Slovacchia, dimostrano che l’omicidio Kuciak è stato deciso ai più alti livelli. Perché altrimenti spiare e pedinare un ragazzo di 28 anni, un giornalista investigativo della redazione Aktuality di Bratislava che aveva studiato grazie ai sacrifici della sua famiglia?

Jan, Martina e le loro famiglie rappresentano la Slovacchia degli onesti che credono nella legalità in un mare di corruzione, oligarchie e clan. Contro la corruzione dei colletti bianchi erano puntati i fari investigativi di Jan. Il ruolo di Marian Kocner, un imprenditore faccendiere in carcere per frodi fiscali, è centrale. Un affarista che gonfia l’Iva negli investimenti e truffa lo Stato. Un ricattatore, uno che dà ordini all’ex procuratore generale Trnka di Bratislava – ci sono le registrazioni – e ha rapporti con ministri ed esponenti di primo piano delle forze dell’ordine. E si serve di tutti. Ricatta, minaccia. Come aveva provato a fare con Jan Kuciak in una telefonata che ho ricostruito dove il faccendiere mette sotto pressione Jan incalzandolo sul perché ficcasse il naso sui suoi affari. Soldi, business, affari internazionali. Kocner in quella telefonata si complimenta con Kuciak per la sua capacità di indagine e gli dice: “Ora basta”. Tenta il ricatto dicendo che avrebbe rivolto la sua attenzione alla sua famiglia: “Tutti hanno un cadavere in cantina”, affermava, e lui avrebbe scoperto il suo. Un’inchiesta giornalistica può mandare al macero miliardi di euro di soldi sporchi. Ecco il perché di quelle foto.

Jan Kuciak aveva denunciato le minacce di Kocner alla Procura generale di Bratislava. Nessuno ha indagato finché Jan non è stato assassinato con Martina dentro casa il 21 febbraio 2018. Kocner, potente uomo d’affari, dall’autunno 2017 era inserito nella cosiddetta “lista dei mafiosi” della polizia slovacca. Come mai le sue minacce non sono state prese sul serio?

Dopo l’uccisione dei due ragazzi la Slovacchia è scesa in piazza per chiedere verità e giustizia. Dalla morte di Jan e Martina niente è più come prima: dimissioni del premier Fico e del ministro dell’Interno, scoperta della corruzione politica, delle frodi sui finanziamenti dell’Unione europea da cui esclusi i contadini dell’est della Slovacchia, dei piccoli proprietari picchiati ed estromessi dai boss dei colossi finanziari per appropriarsi delle loro terre. L’ex numero due del partito di governo (Smer) Lubica Roskova è indagata per queste frodi. Jan ripeteva alla madre preoccupata: “Sto facendo il mio lavoro per il mio Paese”.C’è ora un testimone segreto che sta collaborando alle indagini sui due omicidi in Slovacchia. Uno dei killer accusa dell’omicidio Marian Kocner al quale proprio in questi giorni sono state ristrette le misure di sicurezza in carcere: stava per fare uscire ordini all’esterno. I rapporti tra Kocner e una dei componenti del gruppo di fuoco, la escort Zsuszova, sono provati. Jan indagava anche sui Vadalà legati alla ’ndrangheta che hanno terre e aziende in Slovacchia al confine con l’Ucraina.

Antonino Vadalà, in un primo momento sospettato per i due omicidi Kuciak-Kusnirova e poi scagionato, è stato in seguito arrestato su ordine della Procura di Venezia per traffico internazionale di droga col Sudamerica. Ma c’è chi giura che siano implicati anche personaggi di primo piano slovacchi. Mentre la Dda di Reggio Calabria indaga sui Vadalà da tempo e ci saranno sorprese. Dove puntano? Droga e poi cos’altro?

Gli omicidi in Slovacchia e quello di Daphne Caruana Galizia a Malta, avvenuto quattro mesi prima di quello di Kuciak, hanno analogie. Spiati, pedinati e fotografati entrambi. Entrambi avevano indagato sui Panama Papers, entrambi indagavano sul flusso di danaro illecito che passa per società e colletti bianchi in odor di mafia. Come mai Kocner aveva immobili e yacht a Malta e un ex genero banchiere ed avvocato maltese? Da una banca di Malta sono transitati milioni di euro diretti nel suo conto in Slovacchia alcuni anni fa. È un caso? Come si fa a trovare il bandolo della matassa internazionale se non c’è in Europa un sistema giudiziario comune ? Senza il 416 bis le mafie in Europa non spossono essere perseguire come in Italia. E le mafie dei colletti bianchi prosperano.