Lasciati soli in mare Così il procuratore “assolve” Sea Watch

“Non è emerso alcun rilievo penale nella condotta dei responsabili della Sea Watch 3”. È il contrario di quanto sostenuto per diversi giorni da autorevoli membri del governo. E lo scrive il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, il più attivo negli ultimi due anni nel contestare accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina alle Ong, in genere non condivise dai giudici. La Procura non ha sequestrato la nave. L’inchiesta procede per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ma contro ignoti trafficanti e non contro la Ong.

Il salvataggio e i libici che non parlano inglese

Zuccaro ricostruisce la vicenda secondo le indagini di polizia, Guardia di finanza e Guardia costiera, in termini in larga parte coincidenti con quelli della memoria presentata dall’avvocato Alessandro Gamberini, che assiste Sea Watch. I 47 migranti, tra cui 15 minori non accompagnati, sono sbarcati a Catania solo giovedì 31 gennaio, dopo dodici giorni.

Tutto è cominciato il 19 gennaio alle 10.24, quando l’aereo da ricognizione “Moonbird” della Ong tedesca ha avvistato un gommone in difficoltà a 29 miglia nautiche dalle coste libiche e l’ha segnalato alla nave in una zona Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) di competenza del vacillante governo provvisorio di Tripoli. Anche un aereo militare della missione Sophia/Eunaformed sorvolava l’area, sottolinea l’avvocato Gamberini. Alle 11.47 la nave ha informato le autorità libiche, italiane, maltesi e olandesi (Stato di bandiera dell’imbarcazione). Alle 12 sono partite le lance per soccorrere i passeggeri del gommone.

Alle 13,06 il comando della Guardia costiera di Roma ha rimandato il coordinamento ai libici, lo stesso ha fatto Malta. Ma “i libici – scrive il procuratore – mostravano di non comprendere la lingua inglese”. L’avvocato Gamberini aggiunge altri tentativi di contattarli in lingua “francese, italiana e araba (egiziano)”. A vuoto. Alle 16,49 Mrcc Roma, il centro di coordinamento, veniva avvisato dell’impossibilità di contatto con i libici. Non è dunque vero quanto dichiarato il 26 gennaio dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli secondo il quale “la SeaWatch3 si è mossa in totale autonomia in mare Sar libico, senza attendere la Guardia costiera di Tripoli”.

Il procuratore, sulla base delle deposizioni raccolte, afferma la “palese inidoneità tecnica del gommone” e sottolinea “il progressivo sgonfiamento dei tubolari, da cui tutti sentivano fuoriuscire dell’aria, sgonfiamento che avrebbe inesorabilmente portato all’affondamento”.

L’imbarcazione si muove in direzione dell’Italia

Il 20 gennaio, alle 15,36, nuove mail a tutte le autorità per chiedere il porto, ma intanto la nave si è diretta a Est per un altro naufragio. Toccherà poi al mercantile Lady Sham recuperare quei naufraghi e riportarli nei lager libici, dove sono stati picchiati e di nuovo segregati secondo le testimonianze riportate da Francesca Biagiotti nella trasmissione Cartabianca di Raitre e sul Fatto. Fino al 21 gennaio “la motonave rimaneva all’interno dell’area Sar libica in attesa di risposta”, scrive Zuccaro. Dalle 12,20 del 21 gennaio ha rivolto la prua a Nord e “dalle ore 1 del 22 gennaio” è andata “verso le coste di Lampedusa a seguito della convocazione da parte della Procura di Agrigento, poi revocata”. Infatti il procuratore Luigi Patronaggio voleva ascoltare l’equipaggio di Sea Watch 3 su un altro naufragio, quello del 18 gennaio con 117 vittime.

La mancata deviazione verso le coste tunisine

Il 23 gennaio, scrive ancora Zuccaro, “l’imminente e previsto peggioramento delle condizioni meteomarine in zona induceva il Comandante a procedere verso le coste orientali della Sicilia piuttosto che dirigersi verso le coste tunisine, benché più vicine”. Ma “la rotta tunisina – afferma il procuratore – avrebbe costretto la nave a muoversi ‘in direzione della perturbazione’”. Ancora una smentita per il ministro Toninelli, secondo il quale non andando verso la Tunisia la Ong avrebbe “messo a repentaglio i migranti”. Il comandante della Sea Watch 3 ha detto che i tunisini, peraltro, non rispondono mai. Zuccaro ha trovato conferma: “Il responsabile di Mrcc olandese – scrive – ha asserito di avere richiesto alle autorità tunisine di consentire l’approdo nei loro porti del natante, senza riceverne alcuna risposta”.

L’attesa a Siracusa e poi l’arrivo a Catania

Il 24 gennaio alle 8,22 la nave è entrata nelle acque territoriali italiane e alle 23.55 ha chiesto di entrare in porto, a Siracusa, “per cercare riparo dal violento ciclone mediterraneo”, scrive l’avvocato Gamberini. Mezz’ora dopo il comandante del porto ha chiarito che la Sea Watch sarebbe andata “all’ancora e non in porto”, a un paio di miglia da terra. È iniziata l’attesa. Il procuratore di Siracusa ha verificato che non erano in corso emergenze sanitarie, la Procura minorile di Catania ha chiesto inutilmente lo sbarco dei minori. “Nessun porto”, continuava a twittare Matteo Salvini. Uno psichiatra salito a bordo ha documentato le gravi condizioni di gran parte dei migranti, a lungo detenuti e torturati in Libia.

Solo il 30 gennaio le trattative del premier Giuseppe Conte hanno ottenuto la disponibilità di alcuni Paesi europei a ricollocare parte dei migranti. La nave è arrivata a Catania giovedì 31, preceduta da titoloni di alcuni giornali che ne invocavano il sequestro. Zuccaro non l’ha sequestrata nonostante le pressioni politiche. “Non si tratta di una vittoria: mai si dovrebbe verificare un tale accanimento contro chi svolge un’attività umanitaria che cerca di colmare il vuoto in un’area dove le persone continuano a morire affogate, quando non sono ricondotte alle terribili vessazioni che trafficanti, aguzzini e carcerieri infliggono loro in Libia”, osserva Sea Watch. La Guardia costiera ha fatto una serie di rilievi tecnici venerdì 1° febbraio: per riprendere il mare Sea Watch dovrà adeguarsi, ci vorranno almeno alcuni giorni.

Freccero rimanda in onda la replica di Grillo (che fece flop)

Era andato in onda lunedì scorso, in seconda serata, con risultati non proprio clamorosi in termini di share (4,3 per cento). E ieri pomeriggio, il direttore di Rai2 Carlo Freccero ha deciso di rimetterlo in palinsesto: due volte in una settimana, per lo speciale “C’è Grillo”, un best of delle apparizioni tv del comico, poi fondatore del Movimento Cinque Stelle. Come prevedibile, la decisione ha creato polemiche nell’opposizione, che già aveva protestato per la scelta di pagare i diritti alla società che gestisce l’artista che è anche garante del partito di maggioranza oggi al governo. Ieri, mezzo Pd si è rivoltato contro Freccero: “Pazzesco. Umiliante. Siamo a Tele-Ceaucescu. La Vigilanza convochi al più presto l’Ad Salini”, ha detto il senatore dem Francesco Verducci. “Non permetteremo che il Movimento 5 Stelle, insieme ai sodali di governo della Lega, trasformi la più grande azienda culturale del Paese in un Minculpop per la propaganda di governo”, gli ha fatto eco Emanuele Fiano. Chiude il dem Salvatore Margiotta: “Non si rende conto che così nuoce a Grillo invece di fargli del bene, appannando ulteriormente la sua immagine sbiadita?”.

Ma perché il M5S si mette in casa certa gente?

La prima questione, da porre subito, è una presa d’atto. Questa: se, come diceva Agatha Christie, “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi sono una prova”, allora nel caso di Chiara Appendino (e in qualche modo della viceministra Laura Castelli) siamo ormai vicini al livello di guardia.

In attesa che la giustizia faccia il suo corso e che la presunzione di innocenza sia resa vana oppure no da una condanna definitiva, quello che possiamo dire infatti – e senza possibilità di essere smentiti –, è che la sindaca di Torino (e oggi una viceministra, anch’essa esponente dei Cinquestelle) hanno avuto a che fare con un personaggio quantomeno opaco, abituato a usare comportamenti poco ortodossi, ad agire secondo i metodi e i costumi tipici dei portaborse e dei flaneur del “sottogoverno” e a concepire la professione giornalistica più come un’occasione per campare che per informare i cittadini.

A un simile soggetto, la sindaca per prima, e poi l’onorevole Castelli (ma dopo che era già stato congedato dall’Appendino in seguito all’apertura nei suoi confronti di un’inchiesta: e questa, restando nelle similitudini del processo penale, per la viceministra potrebbe essere considerata una “aggravante”) hanno affidato uno dei compiti più difficili per lo staff di un politico o di un amministratore: il ruolo di “portavoce”. Pronto a vessare i colleghi giornalisti, ricevendone in cambio, in qualche caso, allora il servo encomio e oggi il codardo oltraggio. Quanto alla sindaca di Torino, anche per lei sembra possibile indicare una “aggravante”: quella di aver consentito al proprio “portavoce” di invadere il campo ben oltre la sua attività di amministratrice e di politica. Sino a metterlo in condizione di attuare, sostengono i pm, un’estorsione nei suoi confronti.

Un portavoce, Luca Pasquaretta, che nei mesi scorsi era stato già indagato per peculato (il “primo indizio” della Christie) e adesso per aver compiuto addirittura un reato più grave (il “secondo indizio”). C’è dunque bisogno di un “terzo indizio” (peraltro non improbabile in futuro) per poter affermare che sia Appendino sia Castelli hanno peccato di leggerezza nello scegliersi uno sconosciuto collaboratore di pagine sportive (quelle dove si parla sempre bene della Juventus e dei suoi padroni), frequentatore (con il mito di Luciano Moggi, che chiama ancora il “direttore”) di sguaiati talk sportivi di emittenti locali, addetto stampa di concessionarie d’auto e già consulente di una manifestazione denominata “Torino Erotica”?

La seconda questione consiste invece in un interrogativo. Ma quale segreta pulsione, quale attrazione fatale irresistibile e implacabile sembra sempre spingere alcuni degli esponenti più in vista del M5S (soprattutto nelle amministrazioni comunali) verso personaggi discutibili e pronti, prima o poi, a trasformarsi in un boomerang di credibilità e di immagine per i Cinquestelle?

Non certo la complicità o la disonestà: non è così a Torino e non è stato così a Roma per il caso Raggi-Marra. Le spiegazioni possibili allora sono due: quella dell’opposizione e della furibonda propaganda giornalistica antigrillina che, nella migliore delle ipotesi, parlano di inadeguatezza, in quella peggiore, di colpevole incompetenza; e quella – probabilmente più obiettiva – che invece si potrebbe definire “dell’inutile illusione dell’innocenza”.

L’innocenza (illusoria e perciò inutile) intesa come liberazione dal “peccato originale” di chi, costruendo la propria credibilità solo sull’essere “fuori dal mondo” (il mondo della casta e della mala politica), non riesce poi a capire il “mondo” e a difendersi: arruolandone, senza filtri, gli esponenti peggiori. Torino, come già Roma, interrogano i Cinquestelle ancora di più dell’esperienza di governo di Luigi Di Maio. Si può sopravvivere pensando che per fare politica basti sempre e solo una candida improvvisazione?

Laura Castelli scarica il “pit bull” Pasquaretta

Martedì Luca Pasquaretta dovrà presentarsi in Procura. L’invito a comparire notificato venerdì all’ex portavoce della sindaca di Torino Chiara Appendino, accusato di estorsione, influenze illecite e turbativa d’asta, riporta la data del 5 febbraio. Il giornalista, dallo scorso settembre fino a ieri collaboratore della sottosegretaria all’Economia Laura Castelli, avrà una prima occasione per dare spiegazioni al sostituto procuratore Gianfranco Colace e ai carabinieri. “Non ho mai ricattato Appendino – si è difeso ieri –. È tutto un equivoco che chiarirò nelle sedi opportune. Ricordo che siamo tutti innocenti fino a prova contraria”.

Poco prima Castelli, con cui da settembre aveva un contratto di lavoro per la comunicazione nell’area torinese, l’aveva scaricato con una nota: “Ritengo sia necessario interrompere immediatamente il nostro rapporto di collaborazione, la magistratura farà il suo corso”. E al M5S va bene così. “Ha fatto ciò che andava fatto” dicono dai piani alti. Dove però marcano le distanze: “Pasquaretta l’aveva scelto la sindaca in via autonoma. E quando lo abbiamo visto con la Castelli è stata una sorpresa per tutti”.

Ma era stato un altro incarico a insospettire gli investigatori. Nel corso dell’inchiesta sul Salone del libro, il sostituto procuratore Gianfranco Colace aveva iscritto Pasquaretta per l’ipotesi di peculato per un incarico da 5 mila euro come portavoce del presidente della fiera Massimo Bray per 15 giorni. Secondo la minoranza Pd del consiglio comunale era difficile svolgere i due incarichi insieme e, cosa peggiore, aveva avuto una corsia privilegiata: il suo compenso era stato liquidato subito, mentre molti creditori aspettavano i soldi. Indagando sarebbero emerse conversazioni significative da cui i nuovi reati contestati.

Un traffico di influenze illecite: si ipotizza che abbia cercato di far ottenere dagli uffici della Città di Torino all’impresario Divier Togni il cambio di destinazione a un terreno con un palazzetto dello sport in disuso. Una turbativa d’asta per una “consulenza per la realizzazione dell’ufficio comunicazione istituzionale” al Consorzio di bonifica della Basilicata (importo di 20 mila euro per una durata di otto mesi). E l’ipotesi più rumorosa, l’estorsione ai danni di Appendino.

La sindaca, che deve ancora essere sentita come persona informata sui fatti, non ha mai sporto denuncia contro il collaboratore allontanato lo scorso 3 agosto in seguito all’indagine per peculato. Da lei, ieri, neanche una parola. Cosa Pasquaretta abbia ottenuto con le sue pressioni illecite è difficile saperlo. Nell’invito a comparire si nominano genericamente “contratti e/o contatti”. A settembre sembrava che il “pit bull” volesse affiancare l’eurodeputata M5S Tiziana Beghin, in quel periodo data come possibile candidata alla Regione Piemonte: ma non era vero.

A quel periodo risale invece il contratto (non esclusivo) con Castelli, passato da 600 euro lordi in settembre a 2.000 euro da ottobre. “Ma non era il mio portavoce, mi aiutava nei rapporti con la stampa a Torino e in Piemonte”, ha spiegato ai suoi la sottosegretaria. Anche se nell’ultimo mese Pasquaretta era sceso a Roma per aiutarla nel lavoro al Mef, ma sempre senza un ruolo da collaboratore. Domani in consiglio comunale i consiglieri dem Lo Russo e Carretta chiederanno alla sindaca perché non abbia denunciato e se abbia ceduto alle pressioni dell’ex portavoce.

C’è un equivoco

Aleggere le dichiarazioni dei 5Stelle contrari o perplessi sul via libera al processo per Salvini sul caso Diciotti, si ha l’impressione che non abbiano ancora capito su cosa dovranno votare. Anzi, che si siano fatti un’idea sbagliata, complice la cortina fumogena alzata dai leghisti, dai forzisti e – dall’altra parte – dal Pd e dalla sinistra, con giornali e talk al seguito. L’idea sbagliata è che autorizzare il processo a Salvini significherebbe sconfessare una scelta politica firmata da lui, ma assunta o almeno condivisa da tutto il governo, confermare implicitamente che il vicepremier leghista ha commesso un sequestro di persona e consegnarlo a sicura condanna. Francesco Urraro, senatore pentastellato e membro della Giunta del Senato, spiega alla Stampa: “Dagli atti emerge chiaramente l’operato del ministro Salvini e la collegialità della scelta in seno al governo”. E chi se ne frega: se ogni scelta assunta collegialmente da un governo fosse di per sé insindacabile dai giudici, lo sarebbero sempre tutte: se esiste un “Consiglio dei ministri”, la collegialità delle scelte è scontata. Infatti non è su questo punto che deve pronunciarsi il Senato. A Michele Giarrusso, capogruppo M5S in Giunta, La Verità attribuisce questa frase (mai smentita): “Se perfino io, dipinto come troppo vicino alle Procure, sono contrario a concedere questa autorizzazione, vuol dire che forse c’è una forzatura e che la linea sulla Diciotti è stata collegiale”.

Ma qui “le Procure” non c’entrano nulla, tant’è che sia quella di Palermo sia quella di Catania avevano chiesto l’archiviazione, poi respinta dal Tribunale dei ministri. Che ha preso una decisione opinabile e magari sbagliata, ma priva di “forzature”: i giudici, ravvisando possibili indizi di reato, hanno seguito la legge chiedendo al Parlamento di concedere o di respingere l’autorizzazione a procedere. E la “collegialità” della decisione, ancora una volta, non rileva: al massimo può indurre il premier e gli altri ministri ad autodenunciarsi al Tribunale per farsi processare e assolvere insieme a Salvini. Il che presuppone il via libera al processo. Il sottosegretario M5S Mattia Fantinati annuncia al Messaggero: “Massì, salveremo Salvini… mica stiamo dicendo che Ruby sia la nipote di Mubarak… nel caso di Salvini non si tratta di salvare la Casta”. Tutto vero, ma il voto tragicomico del centrodestra nel 2010 su Ruby non rende di per sé legittimo un voto contrario al processo Salvini: potrebbero essere sbagliati e illegittimi entrambi. Il capogruppo M5S alla Camera Francesco D’Uva, sul Corriere, fa altra confusione: nell’accusa di sequestro di persona – dice – “non c’è sostanza”.

Probabilmente ha ragione, ma questo non devono stabilirlo i senatori, bensì i giudici. Poi aggiunge: “Qui si tratta solo di divisione per quote dei migranti. Lo chiediamo dal 2014”: ottima idea, ma esistono vari modi di imporre alla Ue quella ripartizione, e se quello scelto dal governo sia lecito o no lo decide il Tribunale, non la maggioranza parlamentare. D’Uva sostiene pure che “Salvini ha agito nell’interesse nazionale” perché “quella era la linea del governo”: verissimo, ma per stabilire l’interesse nazionale di un atto non basta che l’abbia condiviso tutto il governo. E il Tribunale dei ministri lo chiarisce bene nelle carte inviate al Senato. La domanda a cui prima la Giunta poi l’Aula devono rispondere non è se si sia trattato di una scelta politica (chiaro che sì), né se sia stata condivisa da tutto il governo (ovvio che sì), né se configuri il reato di sequestro di persona (scontato che i giudici sostengano di sì e la maggioranza parlamentare ritenga di no). Il quesito è tutt’altro, molto più neutro: quella di vietare per cinque giorni lo sbarco dei migranti dalla nave Diciotti nel porto di Catania, fino alla disponibilità di alcuni Stati di condividerne l’accoglienza, fu una scelta discrezionale o una decisione obbligata da un “interesse dello Stato costituzionalmente rilevante” o da un “preminente interesse pubblico”? Se era discrezionale, cioè si poteva fare altrimenti, il processo va autorizzato perché spetta solo ai giudici decidere se fu lecita o illecita. Se era imposta da uno dei due obblighi indicati dalla Costituzione, il processo non va autorizzato, perché la decisione è insindacabile. Vediamoli, dunque, quei due obblighi. Il primo, l’“interesse dello Stato costituzionalmente rilevante”, dovrebbe essere indicato dalla Carta: ma purtroppo nessun articolo vieta od ostacola lo sbarco di 177 migranti salvati dal naufragio da una nave della Marina militare italiana. Il secondo è il “preminente interesse pubblico”: si può anche sostenere che ci fosse un “interesse pubblico” nel creare un caso internazionale con quel gesto estremo, per forzare la mano all’Ue ignava ed egoista; ma non che l’interesse pubblico fosse “preminente”. Sarebbe cambiato poco se le trattative con l’Ue fossero proseguite con i migranti già sbarcati e reclusi nell’hotspot per l’identificazione (dove furono condotti al sesto giorno: tantopiù che sia la nave Diciotti sia l’hotspot erano territorio italiano).

Il governo può ribattere che il divieto di sbarco rafforzò la posizione dell’Italia dinanzi alla Ue, accelerando la soluzione. Ma siamo sempre nell’ambito della discrezionalità delle scelte di governo. Che può difendere le proprie con le unghie e coi denti, ma senza impedire ai giudici di valutarne la conformità al Codice penale. Dire sì al processo non significa né scaricare Salvini né anticipare la colpevolezza. Si può dire: “Se è colpevole lui, lo siamo tutti”, “Né lui né il governo hanno commesso reati”. Ma non si può dire: “Siccome siamo al governo e abbiamo deciso insieme, nessuno ci può giudicare”. Saggio il principio: “Prima leggiamo le carte, poi decidiamo”. Purché tutti capiscano le carte che leggono.

“La tv? Non è la mia strada, colpa della timidezza. Meglio il cinema”

Il Nord e il Sud insieme. Non solo come eterno schema della commedia italiana ancora riproposto, ma anche come vita, esperienze e temperamenti di Valeria Bilello: siciliana di nascita, milanese di crescita e maturazione, è ora in sala con Compromessi sposi, la storia di un matrimonio impossibile tra il figlio dell’imbruttito Diego Abatantuono e la figlia dell’inflessibile politico meridionale Vincenzo Salemme, con la regia di Francesco Miccichè.

Valeria Bilello, cosa bisogna aspettarsi da “Compromessi sposi”?

È la storia di due famiglie di estrazione sociale diversa, con idee politiche diverse. Saranno alle prese con questo matrimonio che non s’ha da fare proprio per le iniziali diffidenze dei padri. È una commedia molto tenera.

Lei fa la milanese…

Sì, sono la figlia di Abatantuono e di Rosita Celentano. Ma fuori dal set ho dentro di me tutte e due le anime, Nord e Sud. Diciamo che emergono alternate: nell’aspetto più intimo sono siciliana, ma ho quell’apparenza fredda tipica da milanese, come anche l’attenzione per le piccole cose, tipo la puntualità.

Al cinema funziona ancora l’eterna contrapposizione farsesca tra Nord e Sud?

L’Italia è cambiata molto in questi anni e nella vita, me ne accorgo per esperienza personale, questo dualismo è abbastanza superato. Però al cinema è diverso: se si raccontano con ironia alcune diversità, si innescano dinamiche che tutti noi in qualche modo abbiamo dentro e che fanno sorridere.

Avere due mostri sacri come Abatantuono e Salemme aiuta.

Durante le riprese, tra loro è nata una romance, un’intesa romantica incredibile. Pur essendo due personaggi molto diversi.

Sul set come nel copione?

Vincenzo è composto, molto educato, saluta sempre tutti, ponderato e misurato. Diego, che sono stata entusiasta di ritrovare anni dopo Happy Family, è un dolcissimo irruento, è incontenibile. E per questo adorabile.

“Compromessi sposi” arriva dopo la serie tv “Sense8”, insieme alle sorelle Wachowski.

È stata un’esperienza impressionante. A parte la macchina produttiva enorme, era affascinante vedere la dinamicità con cui Lana Wachowski si muoveva sul set e in una storia così intricata.

Carattere difficile?

No, per niente: una persona molto aperta, intelligente, in grado di ascoltare e di capire al volo le sfide giuste per l’attore che ha di fronte. Mai mi sarei vista come una femme fatale killer, determinata e spietata, invece lei è riuscita a tirarmi fuori quest’aspetto. Ma per starle dietro serve una certa flessibilità.

Si impara qualcosa da ogni set.

E da ogni esperienza. Ricordo quando entrai a Mtv ancora minorenne: da lì mi porto dietro la non-paura di affrontare ogni situazione, anche senza paracadute e senza troppe prove, con quell’euforia coinvolgente che a volte, anche rischiando, ci consentiva di realizzare cose molto importanti.

Adesso è in sala “Compromessi sposi”, ma a metà febbraio la vedremo in un musical.

Sì, uscirà Un’avventura: la colonna sonora è di Mogol e ripercorre i vari successi di Lucio Battisti.

E lei?

Completerò un triangolo amoroso con Laura Chiatti e Michele Riondino, un aspirante cantautore. Sarò Linda, come quella della canzone.

Niente più programmi tv?

Ci ho lavorato, ma prendendo coscienza di me stessa e conoscendomi un po’ di più ho capito che non è la mia strada. Colpa anche della timidezza: molto meglio indossare una maschera, come quando reciti.

“Ho scatenato i miei fantasmi per cercare una vera identità”

“Per mio padre – saggista, romanziere, drammaturgo, poeta – la famiglia, insieme a quell’esigua comunità che intorno a essa si raccoglieva, era il senso stesso della vita”. “Mia madre (…) scartabellava i faldoni, schiccherava note sui taccuini, fotocopiava intere raccolte di fascicoli e fascicoletti e le inviava via fax a editori, cultori, professori”. Matteo Cerami sa di portare sulle spalle oneri e onori di una famiglia impegnativa: suo padre Vincenzo, candidato all’Oscar nel 1999 per la sceneggiatura de La vita è bella; sua madre Graziella Chiarcossi, cugina (“quasi sorella minore”) di Pier Paolo Pasolini, attenta e gelosa custode dell’immensa eredità letteraria del poeta. Matteo, già regista e sceneggiatore, oggi ha deciso di scrivere un romanzo, Le cause innocenti: una sorta di flusso di coscienza del personaggio-narratore, che scrive una lettera al suo analista finanziario, originariamente soltanto per dargli disposizioni riguardo alla dismissione del suo patrimonio. “Solo che questi – spiega Cerami – essendo un estraneo, e dunque la persona con cui è più facile confessarsi, diventa via via la società stessa, davanti alla quale il personaggio finisce per snocciolare tutte le contraddizioni della sua vita”.

Il libro è disseminato di indizi personali, a cominciare dal cognome del consulente, Vivaldi, come il personaggio del romanzo di suo padre “Un borghese piccolo piccolo”. È autobiografico?

Non ho mai sentito il bisogno di liberarmi dai fantasmi del passato. Casomai il contrario: ho cercato il modo per scatenarli. Potrei dire che non c’è niente di reale tra le pagine del libro, ma è tutto vero: nel senso che tutto risponde all’urgenza di dare al personaggio una verità di sentimenti. “Vivaldi” è una citazione, ma è anche un segnale, un modo di suggerire un dialogo tra le generazioni.

Che significa verità di sentimenti?

La mia generazione ha il bisogno disperato di uscire da un’insopportabile narrazione che la sta soffocando, storytelling la chiamano, ma è un racconto falso che rende falsi anche i sentimenti, e non lascia spazio all’immaginazione. Serve solo a mettere gli uni contro gli altri. Nel mio libro una trama neanche c’è. Il protagonista fa tabula rasa, per rispondere alla domanda: “chi sono?” senza ricorrere ad antagonismi o inutili finzioni.

Una rivolta generazionale?

Viviamo in un mondo pieno di contraddizioni. Molti giovani lamentano la mancanza di una visione in ogni discorso pubblico. È il prezzo che abbiamo dovuto pagare quando ci siamo liberati delle vecchie ideologie. Ma è sbagliato pensare che lo storytelling in cui siamo immersi non sia ideologico. Tocca la nostra identità. Pensi a quante identità crediamo di avere, e invece ci sono attribuite: dai social, dai parametri finanziari, dai dati freddi di una società cui abbiamo permesso tutto. Accettarle ci rende in qualche modo “collusi”. Ecco: il mio personaggio una mattina si sveglia e decide di disfarsi di tutto. Non ha niente da perdere: la sua esistenza fino a quel momento è stata un susseguirsi di fallimenti. Ma fallire in un mondo decadente tutto sommato è una virtù.

Una virtù?

C’è una meravigliosa virtù nel fallire, a volte i traguardi importanti si raggiungono percorrendo strade sbagliate. A me, per una serie fortunata di eventi e grazie al sostegno dei miei genitori, è stato possibile fallire in molti ambiti prima di arrivare alla scrittura.

Le persone di solito non si possono permettere il lusso di fallire. Lei invece proviene da una borghesia intellettuale che non esiste più…

È vero, quella élite culturale non esiste più, anche se bisogna intendersi sul significato di “intellettuale”: oggi tutti facciamo in qualche modo lavori d’intelletto, anche chi deve portare avanti una piccola impresa. Ma naturalmente è un’intellettualità asservita alla propria sussistenza, che non è attrezzata a mettere in discussione l’esistente. L’unico modo che ha un letterato oggi per ripagare il proprio privilegio è tentare di infondere agli altri un concetto più nobile della natura umana, perché ritrovino la forza di prevalere sul nichilismo di quest’epoca e rivendicare la propria dignità.

Lei non ha conosciuto PPP, ma cosa le è arrivato di lui?

Sono cresciuto circondato dai suoi oggetti, tutto qua. Da questo punto di vista non sono privilegiato rispetto ai miei coetanei. La sua opera è a disposizione di tutti. Il mio rapporto intimo, profondo, personale con lui, l’ho avuto attraverso gli occhi di mia madre, la sua capacità di trasformare il dolore in qualche altra cosa: ha passato tutta la vita a mettere a posto le carte di Pier Paolo con una cura infinita.

La commedia degli errori, da Proust alla Rowling

Errare è umano, perseverare è Letteratura: strafalcioni storici, salti spazio-temporali, buchi neri nella trama, morti che resuscitano, leggi della dinamica che non funzionano, bancomat accessibili prima ancora di essere inventati, delfini presi per pesci (e a pesci in faccia)… La commedia degli errori nei romanzi è corposa e spassosa, dalle novità in libreria indietro fino ai classici dell’Ottocento.

Nelle ultime settimane, per dire, mentre Kathryn Schulz licenziava L’arte di sbagliare (Bompiani), Michel Houellebecq veniva massacrato su Twitter per una svista in Serotonina (La nave di Teseo): uno dei personaggi, infatti, scambia Ummagumma per Atom Heart Mother, entrambi album dei Pink Floyd, attribuendo fallacemente al primo la mucca in copertina del secondo. Figuraccia rubata all’agricoltura, ma peggio è andata ad Antonio Scurati, bacchettato da Ernesto Galli della Loggia sulle colonne del Corriere della Sera: nelle 850 pagine di M. – Il figlio del secolo (Bompiani) il professore ha rintracciato una decina di errori – da penna blu e da penna rossa – oltre a numerosi svarioni, “ma non mi sembra il caso di pignoleggiare”. Le cantonate più gravi attengono alla Storia: Pascoli confuso con Carducci; Croce scambiato per accademico e Gramsci per politologo; elettricisti e telescriventi fuori luogo e anzitempo; Francesco De Sanctis redivivo 39 anni dopo la morte, e via così. Una Caporetto, citata ovviamente con la data sbagliata.

Da bravo giallista Roberto Costantini si ritrova lettori-detective più agguerriti e pignoli di lui, sulle tracce di refusi e incongruenze disseminati tra le pagine: “Lunedì 23 agosto 1982 – si legge in Alle radici del male (Marsilio, 2012) – Anita Messi non aveva usato bancomat o carte di credito durante le poche ore tra l’arrivo a Roma e il momento in cui era stata uccisa. Del resto era una poveraccia, probabilmente non le possedeva”. Ovvio che non le possedeva: il bancomat è arrivato in Italia solo nel 1983, il pauperismo non c’entra nulla. Nella Moglie perfetta (Marsilio, 2016), poi, il commissario Balistreri – tabagista incallito – si concede il lusso di fumare sotto un cartello “No smoking”. Ma è il 2001: le sigarette nei luoghi pubblici erano ancora consentite. Altri svarioni di quel romanzo – e in quell’anno – sono i cellulari con fotocamera e le “cavolate di Facebook”; peccato che Zuckerberg ai tempi fosse solo un adolescente brufoloso.

La più bersagliata, però, resta J. K. Rowling: online spopolano siti, blog e post che snocciolano, compiaciuti, tutte le gaffe e le imprecisioni nella saga di Harry Potter: dal protagonista erroneamente definito “mezzosangue” agli sbadati gemelli Fred e George, che non si accorgono della presenza di Peter Minus sulla Mappa del Malandrino; dal potentissimo incantesimo con tre bacchette, dimenticato dai più, agli occhialetti di Harry stesso, che però è un mago. E che mago è se neanche ci vede? Una svista bella e buona.

Lunghezza è difficilmente sinonimo di accuratezza, come insegna Marcel Proust: scambio di nomi dei personaggi, lassi di tempo perduto, quadri di Vermeer rielaborati con un muretto al posto del tetto, uomini morti due volte (lo scrittore Bergotte) e altri defunti un momento e resuscitati 40 pagine dopo (il dottor Cottard)… È vero, però, che lo scrittore non ebbe modo di rileggere l’intera e fluviale Recherche, via via emendata dagli editori. Ha meno scusanti, invece, Ernest Hemingway, che nel breve Il vecchio e il mare attribuisce a un povero delfino, appena sventrato, le “branchie”, non i polmoni come ogni mammifero che si rispetti: sarà stato geneticamente modificato.

Altri classici dell’abbaglio sono i romanzi russi: ad esempio, nel Giocatore, Fëdor Dostoevskij inanella anacronismi, lapsus e imprecisioni, tra personaggi che scompaiono nel nulla, conti che diventano marchesi, 250 denari che risultano 200 grazie allo sconto dell’autore, mattinate “grigie” in cui il “sole illumina la stanza”. Oltre al meteo, Dostoevskij ha seri problemi con il tempo (nell’Idiota una sola giornata copre inverosimilmente tutta la prima parte del libro), laddove il collega Lev Tolstoj li ha col moto. In Guerra e pace la fisica presta il fianco ad alcune metafore militaresche: “La forza (la quantità di movimento) è il prodotto della massa per la velocità”. Il “movimento” al posto del “moto” potrebbe essere una papera del traduttore, ma la “velocità” scambiata con l’“accelerazione”? Newton non pervenuto, ma forse si trova un posticino per Brecht. E che fa? “Sto lavorando duro: preparo il mio prossimo errore”.

L’arresto-show del senatore accusato di omicidio

Il senatore dai capelli rossi è un assassino. E quando vede le divise in aula comincia a correre. “Smetta di fare resistenza. Si fermi!”: lo intima la portavoce del Consiglio federale Valentina Matvienko – quella che tutti chiamano “voce di ghiaccio” –, al senatore Rauf Arashukov, 32 anni, che salta e si dimena tra scranni di legno, cravatte e occhi allibiti dei colleghi. Arresto-spettacolo a Mosca: le manette al politico accusato di due omicidi vengono strette in piena seduta del Consiglio. Un segnale e non una coincidenza, un colpo di teatro in diretta al Cremlino. Arashukov è accusato di essere il mandante di due omicidi: quello dell’attivista circasso Aslan Zhukov e del politico Fral Shebzukhov. Due uccisioni costate in totale quasi due milioni di rubli nel 2010.

Eletto senatore in Circassia nel 2016, viene arrestato nove anni dopo quel sangue e poche ore dopo il padre, il “re del gas del Caucaso”, Raul Arashukov, finito in carcere a Pietroburgo qualche ora prima del figlio. Raul ha lucrato sul transito del gas contro la Gazprom, è un furto che si aggira intorno ai 30 milioni di rubli, ovvero 500 milioni di dollari. “Questo arresto è solo la punta dell’iceberg” dicono le Ong russe. Arashukov si aggiunge alla lista di 12 senatori imputati dal 1991 a oggi: ma nonostante le accuse di stupro, frode e altri gravi crimini, alcuni sono rimasti a piede libero. Molti titoli di giornale e poche informazioni vaghe a Mosca: si teme una nuova purga di elementi non graditi alle autorità, l’ennesimo giro di vite, ma al momento vige il segreto per il Comitato investigativo: 200 investigatori sono in azione in 11 città. Al vaglio conti ed amicizie dei politici. Dagli scranni al banco degli imputati. In tribunale il rampollo circasso non smette di ghignare, non parla “a causa della sua limitata conoscenza del russo” e ha richiesto un traduttore.

Altro che razzista, il Klan è una “vittima”

Che non si dica più che gli Stati Uniti non rispettano i diritti civili e sono insensibili alla loro tutela, solo perché ci si ricorda, un po’ confusamente, di avere visto Mississippi Burning o Easy Rider. L’Fbi ha recentemente aperto e condotto un’inchiesta per “terrorismo domestico” contro un gruppo che si batte in California per i diritti civili: nella circostanza, i ‘g-men’ si preoccupavano di tutelare i diritti civili di membri del KuKluxKlan e di neo-nazisti e suprematisti bianchi, considerando “estremisti” gli attivisti che li contestavano.

I fatti risalgono al 2016. Paradossalmente, la vicenda testimonia che gli Stati Uniti non solo sanno proteggere i diritti di chi si batte per la tutela dei diritti, come racconta il regista nero per eccellenza Spike Lee nel suo BlackkklansMen in lizza per l’Oscar – il film ambientato nel Colorado Anni 70 è basato su una storia vera -, ma si preoccupano pure di garantire la tutela dei diritti a chi si batte contro i diritti altrui.

Sembra un gioco di parole, ma è la ‘morale’ della notizia sviluppata da The Guardian, sulla base di documenti inediti, a partire dalla scoperta che i federali misero sotto sorveglianza il Bamn (By Any Means Necessary), un gruppo di sinistra, dopo che un militante nero era stato accoltellato durante una manifestazione di suprematisti bianchi. L’Fbi decise di appurare se c’era stata “cospirazione” del Bamn contro i “diritti” del KuKluxKlan e dei suprematisti.

I federali guardarono ai militanti del Kkk come “vittime” e ai contro manifestanti di sinistra come a “una potenziale minaccia terroristica”. Quanto alle provocazioni del Kkk, l’Fbi le derubricò all’espressione del pensiero “di sostenitori di un’agenda suprematista bianca”. I controlli sul Bamn portarono a mettere sotto sorveglianza elementi del gruppo: fra gli indizi della “deriva terroristica” furono inclusi le campagne del Bamn contro “strupri e aggressioni sessuali” e contro “la brutalità della polizia”.

Tutto ciò accadeva nell’America di Obama presidente, dove gli agenti sparavano su neri inermi anche per sfogare la frustrazione che ci fosse un nero alla Casa Bianca. Nell’America di Trump, oggi, forse non c’è più bisogno che l’Fbi garantisca i diritti civili dei suprematisti bianchi: ci pensa il magnate presidente a farlo, mettendo sullo stesso piano le violenze del KuKluxKlan e le proteste dei loro oppositori, come accadde, nel luglio 2017, dopo gli incidenti di Charlottesville che fecero una vittima nera.

Non a caso Spike Lee, volle che il suo film uscisse nell’anniversario di Charlottesville, un’estate fa. E attualizzò la pellicola con scene di quegli incidenti e con il discorso del presidente ‘equidistante’ tra i due gruppi, che innescò una nuova ondata di tensioni razziali. L’elezione di Trump ha ridato forza e vitalità al KuKluxKlan e l’avanzata, altrove nel mondo, di movimenti xenofobi e razzisti ne ha persino fatto un ‘prodotto da esportazione’: in Germania, la polizia ha smantellato un gruppo ispirato al KuKlux-Klan (si chiamavano ‘Cavalieri nazional-socialisti del KuKluxKlan in Germania’); e il neo-eletto presidente brasiliano Jair Bolsonaro, ha rifiutato in campagna elettorale l’appoggio del Kkk statunitense. Per la cronaca, l’inchiesta dell’Fbi a tutela del KuKluxKlan e contro il Bamn è stata un buco nell’acqua: s’è chiusa con un nulla di fatto, non essendo emerse prove a sostegno della tesi d’accusa.