“Non è emerso alcun rilievo penale nella condotta dei responsabili della Sea Watch 3”. È il contrario di quanto sostenuto per diversi giorni da autorevoli membri del governo. E lo scrive il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, il più attivo negli ultimi due anni nel contestare accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina alle Ong, in genere non condivise dai giudici. La Procura non ha sequestrato la nave. L’inchiesta procede per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ma contro ignoti trafficanti e non contro la Ong.
Il salvataggio e i libici che non parlano inglese
Zuccaro ricostruisce la vicenda secondo le indagini di polizia, Guardia di finanza e Guardia costiera, in termini in larga parte coincidenti con quelli della memoria presentata dall’avvocato Alessandro Gamberini, che assiste Sea Watch. I 47 migranti, tra cui 15 minori non accompagnati, sono sbarcati a Catania solo giovedì 31 gennaio, dopo dodici giorni.
Tutto è cominciato il 19 gennaio alle 10.24, quando l’aereo da ricognizione “Moonbird” della Ong tedesca ha avvistato un gommone in difficoltà a 29 miglia nautiche dalle coste libiche e l’ha segnalato alla nave in una zona Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) di competenza del vacillante governo provvisorio di Tripoli. Anche un aereo militare della missione Sophia/Eunaformed sorvolava l’area, sottolinea l’avvocato Gamberini. Alle 11.47 la nave ha informato le autorità libiche, italiane, maltesi e olandesi (Stato di bandiera dell’imbarcazione). Alle 12 sono partite le lance per soccorrere i passeggeri del gommone.
Alle 13,06 il comando della Guardia costiera di Roma ha rimandato il coordinamento ai libici, lo stesso ha fatto Malta. Ma “i libici – scrive il procuratore – mostravano di non comprendere la lingua inglese”. L’avvocato Gamberini aggiunge altri tentativi di contattarli in lingua “francese, italiana e araba (egiziano)”. A vuoto. Alle 16,49 Mrcc Roma, il centro di coordinamento, veniva avvisato dell’impossibilità di contatto con i libici. Non è dunque vero quanto dichiarato il 26 gennaio dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli secondo il quale “la SeaWatch3 si è mossa in totale autonomia in mare Sar libico, senza attendere la Guardia costiera di Tripoli”.
Il procuratore, sulla base delle deposizioni raccolte, afferma la “palese inidoneità tecnica del gommone” e sottolinea “il progressivo sgonfiamento dei tubolari, da cui tutti sentivano fuoriuscire dell’aria, sgonfiamento che avrebbe inesorabilmente portato all’affondamento”.
L’imbarcazione si muove in direzione dell’Italia
Il 20 gennaio, alle 15,36, nuove mail a tutte le autorità per chiedere il porto, ma intanto la nave si è diretta a Est per un altro naufragio. Toccherà poi al mercantile Lady Sham recuperare quei naufraghi e riportarli nei lager libici, dove sono stati picchiati e di nuovo segregati secondo le testimonianze riportate da Francesca Biagiotti nella trasmissione Cartabianca di Raitre e sul Fatto. Fino al 21 gennaio “la motonave rimaneva all’interno dell’area Sar libica in attesa di risposta”, scrive Zuccaro. Dalle 12,20 del 21 gennaio ha rivolto la prua a Nord e “dalle ore 1 del 22 gennaio” è andata “verso le coste di Lampedusa a seguito della convocazione da parte della Procura di Agrigento, poi revocata”. Infatti il procuratore Luigi Patronaggio voleva ascoltare l’equipaggio di Sea Watch 3 su un altro naufragio, quello del 18 gennaio con 117 vittime.
La mancata deviazione verso le coste tunisine
Il 23 gennaio, scrive ancora Zuccaro, “l’imminente e previsto peggioramento delle condizioni meteomarine in zona induceva il Comandante a procedere verso le coste orientali della Sicilia piuttosto che dirigersi verso le coste tunisine, benché più vicine”. Ma “la rotta tunisina – afferma il procuratore – avrebbe costretto la nave a muoversi ‘in direzione della perturbazione’”. Ancora una smentita per il ministro Toninelli, secondo il quale non andando verso la Tunisia la Ong avrebbe “messo a repentaglio i migranti”. Il comandante della Sea Watch 3 ha detto che i tunisini, peraltro, non rispondono mai. Zuccaro ha trovato conferma: “Il responsabile di Mrcc olandese – scrive – ha asserito di avere richiesto alle autorità tunisine di consentire l’approdo nei loro porti del natante, senza riceverne alcuna risposta”.
L’attesa a Siracusa e poi l’arrivo a Catania
Il 24 gennaio alle 8,22 la nave è entrata nelle acque territoriali italiane e alle 23.55 ha chiesto di entrare in porto, a Siracusa, “per cercare riparo dal violento ciclone mediterraneo”, scrive l’avvocato Gamberini. Mezz’ora dopo il comandante del porto ha chiarito che la Sea Watch sarebbe andata “all’ancora e non in porto”, a un paio di miglia da terra. È iniziata l’attesa. Il procuratore di Siracusa ha verificato che non erano in corso emergenze sanitarie, la Procura minorile di Catania ha chiesto inutilmente lo sbarco dei minori. “Nessun porto”, continuava a twittare Matteo Salvini. Uno psichiatra salito a bordo ha documentato le gravi condizioni di gran parte dei migranti, a lungo detenuti e torturati in Libia.
Solo il 30 gennaio le trattative del premier Giuseppe Conte hanno ottenuto la disponibilità di alcuni Paesi europei a ricollocare parte dei migranti. La nave è arrivata a Catania giovedì 31, preceduta da titoloni di alcuni giornali che ne invocavano il sequestro. Zuccaro non l’ha sequestrata nonostante le pressioni politiche. “Non si tratta di una vittoria: mai si dovrebbe verificare un tale accanimento contro chi svolge un’attività umanitaria che cerca di colmare il vuoto in un’area dove le persone continuano a morire affogate, quando non sono ricondotte alle terribili vessazioni che trafficanti, aguzzini e carcerieri infliggono loro in Libia”, osserva Sea Watch. La Guardia costiera ha fatto una serie di rilievi tecnici venerdì 1° febbraio: per riprendere il mare Sea Watch dovrà adeguarsi, ci vorranno almeno alcuni giorni.