Helicoide: da icona chic a simbolo di tortura politica

“L’Helicoide come metafora del Venezuela”. Così Celeste Olalquiaga, storica della cultura originaria di Caracas ha sintetizzato la storia dell’edificio costruito nel centro della capitale venezuelana nato come simbolo del modernismo e del futuro galoppante del paese e diventato una prigione, in una “spirale vivente di vergogna che gira sul suo stesso asse portante”. Olalquiaga sulla storia del più grande centro commerciale venezuelano immaginato nell’ormai lontanissimo 1955 ha scritto un libro: Spirale discendente: El Helicoide, da centro commerciale a centro di polizia, il cui protagonista in questi giorni appare quanto mai attuale e metaforico.

Nato da un’idea dell’allora dittatore Marcos Perez Jimenez negli Anni ‘50 sulla falsa riga dell’architettura di Frank Lloyd Wright e affidato agli architetti Jorge Romero Gutiérrez, Pedro Neuberger e Dirk Bornhorst, avrebbe dovuto proiettare nel mondo l’immagine di una nazione nel pieno del boom economico per cui “il progresso si fondava sulle costruzioni”. Ma c’è di più: primo, unico e immenso centro commerciale dell’America Latina, l’Helicoide in realtà doveva essere il più grande al mondo, con i suoi 4 chilometri di rampe elicoidali, appunto, che accompagnavano ai 300 negozi. Ma soprattutto, la sua struttura imponente doveva essere vista da ogni punto di Caracas.

Peccato che Jimenez nel 1958 venga rovesciato e il suo ambizioso progetto diventi “un elefante bianco”, come iniziano a identificarlo gli stessi abitanti della capitale venezuelana. E dopo un lungo periodo di abbandono da parte delle istituzioni locali e nazionali – evacuate nel 1982 le diecimila persone che vi abitavano abusivamente dal 1979, la cosiddetta “Grande occupazione” – negli Anni ‘80 il governo inizia a trasferire nel- l’immensa struttura alcune agenzie statali. “El Helicoide” diventa così per tutti la sede dell’intelligence, nota oggi come Sebin e, soprattutto un luogo del terrore. Lì vengono rinchiusi dai criminali comuni ai prigionieri politici e a poco servono le denuncie delle Ong, le testimonianze di chi è passato per l’Helicoide – oltre 3 mila persone – sono raccapriccianti. La situazione peggiora a partire dal 2014, quando durante le settimane di proteste contro Nicolas Maduro – che l’anno aveva vinto le elezioni indette alla morte di Hugo Chavez –, i prigionieri da 50 cominciano a diventare migliaia. La politica dell’“erede” di Chavez, secondo i testimoni è: spaventare i fermati perché cessino le manifestazioni. Chi entra a l’Helicoide aspetta anche giorni, settimane o persino mesi prima di poter essere processato. E mentre i detenuti aumentano, nell’edificio gli spazi che dovevano essere adibiti a boutique vengono trasformati in uffici, servizi igienici e celle. Il peggiore di tutti, secondo un ex detenuto era “Guantanamo”, un vecchio deposito di 12 metri per 12 che ospita 50 persone. Nell’ex centro commerciale i detenuti raccontano di aver subito torture.

Una “spirale discendente” quella dell’Helicoide che appare sempre più la metafora degli ultimi decenni di storia venezuelana. “Ad ogni nuovo governo, doveva corrispondere una progetto di riqualificazione dell’edificio che veniva sabotato dall’opposizione”, spiega Olalquiaga. Il destino dell’Helicoide come quello del Venezuela, teatro di scontro non solo nazionale, tra l’Europa – tranne l’Italia – che vota per il riconoscimento dell’autoproclamato presidente ad interim Juan Guaidò fino a nuove elezioni; e gli Usa che minacciano Maduro di portarlo a Guantanamo se non indice elezioni. A Caracas continua la prova di forza di Guaidò che avverte i “mediatori”: “non c’è dialogo senza voto”. Una spirale tutta in salita.

Processo in streaming per i leader indipendentisti

Inizierà il 12 febbraio il processo ai leader indipendentisti catalani che il 1° ottobre del 2017 indissero il referendum separatista incostituzionale. Il processo ai sette uomini e alle due donne, accusati a vario titolo di ribellione e malversazione, trasferiti ieri dalle carceri di Lledoners e Puig de les Basses a quelle madrilegne di Soto del Real e Alcalá-Meco, più vicine al Tribunale che dovrà giudicarli, verrà trasmesso sia in diretta tv che in streaming. Così ha deciso il Tribunale motivando il respingimento della richiesta degli imputati che al Processo fossero ammessi Osservatori internazionali.

Gli stessi giudici hanno invece ammesso a testimoniare un lungo elenco di politici, tra cui il premier in carica al momento del referendum, Mariano Rajoy, la sua vicepresidente Soraya Sáenz de Santamaría e l’allora ministro del Tesoro, Cristóbal Montoro che dovrà pronunciarsi sui fatti in relazione all’accusa di malversazione, la sindaca di Barcellona Ada Colau oltre all’attuale presidente del Parlamento catalano Roger Torrent. Il Tribunale di Madrid ha invece rifiutato le testimonianze di Carles Puigdemont, altro imputato latitante, condizione “incompatibile” con l’obbligo di testimonianza, il re Felipe VI, perché vietato dalla legge spagnola e l’attuale portavoce al Senato del Partito Popolare Ignacio Cosidó, che aveva accusato l’Alto Tribunale di essere politicizzato. I nove imputati sono: Oriol Junqueras, ex vicepresidente della Generalitatn che rischia 25 anni carcere per ribellione aggravata da malversazione, gli ex consiglieri del Presidente Carles Puigdemont Joaquim Forn, Jordi Turull, Josep Rull, Raül Romeva e Dolors Bassa 16 anni per gli stessi reati, mentre i “Jordi” Sànchez e Cuixart – rispettivamente leader dell’Assemblea nazionale catalana e dell’associazione Òmnium – e l’ex presidente del Parlamento catalano Carme Forcadell rischiano 17 anni di prigione per ribellione.

Siria-Francia solo andata: tornano gli orfani del Califfo

Circa 130-150 foreign fighters, uomini e donne detenuti dalle forze curde in Siria, e con loro numerosi bambini, potrebbero rientrare in Francia nelle prossime settimane. “Ci stiamo preparando all’eventualità. Abbiamo fatto una scelta: preferiamo rimpatriarli”, ha detto la ministra della Giustizia Nicole Belloulet. Finora Parigi era stata di un altro parere. Quando, lo scorso anno, Mélina Boughedir, 27 anni, quattro figli, partita a Mosul nel 2015 e in attesa di processo in Iraq, aveva implorato la Francia di farla rientrare a casa, Parigi le aveva chiuso la porto. A giugno la donna è stata condannata dal tribunale di Baghdad a 20 anni di reclusione: “Quando si parte per Mosul è per combattere. È normale che madame Boughedir venga giudicata dal paese in cui ha commesso i crimini”, aveva tagliato corto il ministro degli Esteri, Yves Le Drian.

Nel frattempo la situazione è cambiata: Donald Trump ha annunciato il ritiro delle truppe americane in Siria, circa 2.000 uomini, abbandonando gli alleati curdi. “Va da sé – ha spiegato la Belloubet –che, se c’è un rischio che i francesi detenuti dai curdi vengano rimessi in libertà e espulsi, è nostro interesse collettivo tenerli sotto controllo piuttosto che lasciarli liberi senza sapere dove sono”. In sintesi, meglio in carcere in Francia che in giro chissà dove, liberi di fomentare nuove azioni.

Il ritorno dei jihadisti però preoccupa i francesi. La Francia è il Paese che ha sofferto di più negli ultimi anni della furia di Daesh. Dal 2015 a oggi più di 250 persone sono morte negli attentati e l’ultimo attacco, al mercato di Natale di Strasburgo, non risale neanche a due mesi fa. Che fare degli ex combattenti di Daesh una volta sbarcati all’aeroporto di Roissy? “Verranno affidati alla giustizia e nella maggior parte dei casi – ha assicurato il responsabile dell’Interno, Christophe Castaner – andranno in prigione”. Una promessa rassicurante, fino a che punto? Le sovraffollate carceri francesi sono diventate negli anni i principali focolai della radicalizzazione di matrice islamista. È in prigione che Chérif Kouachi, uno dei killer di Charlie Hebdo, si era radicalizzato e aveva conosciuto Amedy Coulibaly, autore della strage al supermercato kosher.

I jihadisti rimpatriati raggiungeranno i circa 500 detenuti per terrorismo islamista e 1200 radicalizzati che già contano le prigioni francesi. Sconteranno la pena e un giorno torneranno liberi come le decine di detenuti radicalizzati che già sono usciti di prigione o stanno per uscire. Un’altra “trentina” nel 2019, per la ministra Belloubet. Contro la radicalizzazione nelle prigioni, Parigi sta creando dei quartiers étanches, “zone stagne”, con 1.500 posti, per isolare i detenuti più pericolosi; 450 posti dovrebbero essere pronti per metà 2019. Basterà? Nel suo agghiacciante Les Revenants, il giornalista David Thomson ha scritto: “Non si può essere mai sicuri della sincerità di un jihadista, neanche quando si dice pentito”. C’è anche un’altra questione delicata: che fare dei “leoncini di Daesh”? Tra gli estremisti che la Francia aspetta non ci sono solo adulti, molti sono bambini, il 75% di loro avrebbe meno di 7 anni, secondo la ministra Belloubet.

Bimbi arrivati nelle zone di guerra piccolissimi o nati lì, che hanno visto e vissuto di tutto, che forse hanno già tenuto in mano un’arma e ucciso, e che rientrano con traumi enormi. Per loro è previsto un “trattamento ad hoc”: “Si studierà caso per caso – ha spiegato Le Drian – insieme alla Croce Rossa internazionale e sotto il controllo delle autorità giudiziarie francesi”. Molti saranno affidati a famiglie. Alcuni esperti, come Gilles Kepel, specialista del mondo arabo, ritengono che, se una risposta ottimale al problema dei jihadisti di ritorno non esiste, quella di metterli nelle carceri francesi almeno denota buon senso. È invece contraria al rimpatrio Marine Le Pen: “Il posto di quei fanatici non è la Francia – ha detto la leader del Rassemblement National – quante nuove reclute faranno in prigione? Di quanti nuovi attentati saranno responsabili?”. Nicolas Dupont-Aignant, del partito sovranista Debout la France, ha persino ipotizzato di esiliare gli estremisti islamici nelle lontane isole Kerguelen, minuscoli territori francesi nell’Oceano Indiano.

Pensione di cittadinanza, platea ristretta e paletti

Se si prova a tracciare l’identikit della persona che potrà ricevere la pensione di cittadinanza, viene fuori il profilo di un anziano che vive da solo e in affitto. I beneficiari di questo aiuto saranno soprattutto i vedovi e le vedove che non possiedono una casa di proprietà. Chi invece ha ancora la fortuna di avere accanto il marito o la moglie molto difficilmente, sommando i due trattamenti, rientrerà nei requisiti. Il profilo arriva dal sindacato pensionati italiani (Spi) della Cgil che ha simulato una serie di situazioni tipo.

Prima va fatta una precisazione: non ci sarà un innalzamento a 780 euro delle pensioni minime. “Si parla di pensione di cittadinanza – dice Antonio Pellegrino dello Spi – ma in realtà l’importo del cedolino della pensione resterà sempre lo stesso, cioè il minimo. La novità è che si riceverà a parte la carta acquisti caricata con l’importo che corrisponde alla differenza tra la pensione e il tetto dei 780 euro al mese per dodici mesi, per chi vive da solo. È importante chiarire che la pensione rimane la stessa, questa è una misura contro le povertà”.

Oggi sono circa un milione gli italiani che percepiscono una pensione minima (513 euro), ma a ricevere questa integrazione “di cittadinanza” saranno circa 200 mila, cioè quelli che rispettano anche tutti gli altri requisiti richiesti per avere il reddito di cittadinanza. L’Isee del nucleo familiare, quindi, deve essere inferiore a 9.360 euro, il valore dell’eventuale seconda casa minore di 30 mila euro, il patrimonio mobiliare più basso di 6 mila euro per i single e 10 mila per le famiglie con più di tre componenti. Inoltre, non bisogna aver acquistato recentemente barche o motociclette di grossa cilindrata (circostanza comunque inverosimile per un anziano). Fin qui i tratti in comune con il reddito di cittadinanza. Quello che invece distingue le due misure è che per la pensione di cittadinanza tutti i componenti della famiglia devono avere un’età superiore a 67 anni. Poi, ma è ovvio, i beneficiari della pensione di cittadinanza non devono cercare un’occupazione nei centri per l’impiego. Quanto al reddito massimo, cioè l’ammontare totale dei guadagni della famiglia, per i beneficiari del reddito di cittadinanza non dovrà superare i 6 mila euro annui, mentre per chi vorrà la pensione di cittadinanza la soglia sarà di 7.650 euro. Queste le somme di riferimento per chi vive in casa di proprietà, mentre per chi è in affitto entrambi i valori si allineano a 9.360 euro.

I paletti, quindi, sono tanti. Prendiamo come esempio un anziano di 67 anni che vive da solo e prende 8.289 euro tra pensione minima e altre prestazioni assistenziali dell’Inps. Se abita in una casa di proprietà non potrà ricevere nulla; se invece è in affitto prenderà 1.071 euro all’anno (differenza con 9.360 euro). Seconda ipotesi: vedova titolare di pensione di reversibilità integrata al minimo da 9.301 euro: se in affitto, avrebbe diritto solo a 59 euro annui per farla arrivare alla soglia. Ma siccome l’importo minimo erogabile è 480 euro annui, sarà proprio quest’ultima la cifra che incasserà. Passiamo ai nuclei formati da più persone. In questo caso, le soglie da raggiungere con l’integrazione saranno 12.384 euro per quelli in affitto e 10.584 per i proprietari. Marito e moglie, entrambi con pensione integrata al minimo, con quattordicesima e assegno di nucleo familiare oggi ricevono 14.864 euro all’anno. Quindi non hanno in nessun caso diritto alla pensione di cittadinanza perché superano già di parecchio le soglie. Non cambia molto per il titolare di pensione minima e per chi percepisce l’assegno sociale: la somma dei loro redditi arriverà a 12.790 euro all’anno, di poco superiore al tetto di cittadinanza. Anche per loro non ci sarà il sussidio.

La fuga infinita degli americani

La storia della guerra in Afghanistan, la più lunga sostenuta dagli Stati Uniti, è la storia di un eroico fallimento militare e di un vile fallimento politico dietro l’altro. Il generale Harrison che firmò nel 1953 l’armistizio della guerra di Corea per conto degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite disse di essere stato “il primo generale americano a finire una guerra senza averla vinta”. Da quel giorno gli Stati Uniti non hanno più vinto una sola guerra e alcune le hanno drammaticamente perdute.

In particolare, in Afghanistan, gli Stati Uniti intrapresero una “spedizione punitiva” contro le basi dei terroristi di al Qaeda sostenuti dai Talebani al governo di quel Paese. L’operazione militare fu un successo, ma sul piano politico la “spedizione” non era sufficiente. L’eliminazione di basi di addestramento di qualche centinaio di terroristi non giustificava l’intervento della più grande potenza militare del mondo con uno spiegamento di mezzi e uomini degno di una causa più complessa e di un nemico più dotato. La causa fu subito elevata a guerra globale al Terrore (non ai terroristi) e divenne una questione ideologica, o da psichiatri. Il nemico da battere fu individuato nel regime politico-sociale e religioso afghano e quindi la finalità della guerra si tramutava in regime change, come venivano anche chiamati i colpi di Stato sudamericani sponsorizzati dagli Usa. Non poteva mancare il riferimento alla lotta in favore delle donne afghane costrette dai barbari fanatici a portare il velo. E così la ragione della guerra fu sublimata in ogni sua componente: la Causa, il Nemico, la Mamma.

Con una affrettata dichiarazione di vittoria sul regime talebano, gli Usa ordinarono alla Nato di approntare una Missione di Assistenza al nuovo governo afgano. Si riservarono comunque il compito di continuare le operazioni militari contro le sacche di terrorismo ancora presenti, ma sostanzialmente decisero di iniziare il ritiro delle loro truppe e ricominciare la guerra decennale mai terminata contro l’Iraq. Mai exit strategy e disimpegno militare furono così dolorosi e titubanti come quelli americani in Afghanistan. Fior di comandanti e guerrieri furono esonerati dal comando, le operazioni segrete (anche inconfessabili) presero il posto di quelle regolari, il governo afghano risultò il più corrotto di tutta l’Asia, il Paese tornò a essere leader della produzione e distribuzione di oppio e derivati. Per fortuna, però, alcune donne poterono togliersi il velo.

Il ritiro avrebbe dovuto essere completato entro il 2011, poi entro il 2014 e poi entro il 2016. Ancora oggi il contingente Usa è di circa 14.000 uomini dislocati a Kabul, Kandahar, Bagram e Jalalabad. La missione Nato dall’assistenza passò all’addestramento perdendo ogni competenza operativa, lasciata agli Usa. Nel frattempo lo sfascio in Iraq e Siria e la bella idea degli alleati mediorientali degli Usa di sostenere lo Stato Islamico e degli Usa stessi di sostenere l’opposizione al regime siriano (inclusi i gruppi jihadisti) portarono a una forte recrudescenza dell’opposizione armata in Afghanistan. Le truppe Usa e quelle afghane, addestrate anche dall’Italia, si trovarono ad affrontare i Talebani e un’altra ventina di formazioni di guerriglia armata.

La decisione del presidente Trump di chiudere la guerra non è quindi una sua idea né una semplice promessa elettorale. É la prosecuzione di una esigenza strategica di disimpegno da una guerra imbarazzante che né la potenza militare né la politica egemonica sono riuscite a vincere. Trump si è reso conto di avere un cerino in mano che a parole aveva spento durante la campagna elettorale ma che gli sta ancora bruciando le dita. Messo alle strette dall’opposizione e dalla giustizia, con un accordo di pace con i Talebani pensa di fare ancora in tempo a rivendicare il merito di aver terminato il conflitto e portato a casa i “ragazzi” in armi. Purtroppo per lui deve accordarsi con gli stessi Talebani che gli americani e molti suoi generali hanno sempre dipinto come il “male assoluto”. Per parlare con i Talebani ha dovuto escludere il governo afghano, gli alleati e i potenziali avversari. Trump può fregarsene degli afghani e degli alleati. Lo ha sempre fatto. Non può fregarsene della Russia, della Cina, del Pakistan, dell’India e di tutti gli Stati centro e mediorientali che dovranno assistere a un nuovo squilibrio degli assetti geopolitici. Non può fregarsene nemmeno degli interessi economici che gli stessi americani hanno nell’area. Forse sta pensando di difenderli con i pochi soldati rimasti e con i mercenari. Ma, per definizione, i mercenari difendono i propri interessi che di norma non coincidono con quelli dello Stato nemmeno se vengono pagati da esso. Purtroppo, i Talebani non controllano gli altri gruppi ribelli. Se dovessero tornare al potere anche solo in parte si muoverebbero per conquistarlo del tutto e se dovessero mantenere l’impegno di combattere i “terroristi” (come vogliono gli americani) dovrebbero scatenare una guerra civile. Purtroppo, Trump non ha capito che già sedersi al tavolo con i Talebani per tutti gli americani e molti alleati è una sconfitta. Una di quelle che lasciano i semi per un conflitto successivo. Purtroppo, per tutti noi europei e italiani, l’eventualità di un’altra guerra afghana è una iattura, non tanto perché abbiamo interessi nell’area, ma perché gli Stati Uniti questa volta, ritirate le loro truppe, la farebbero fare a noi. Trump e la maggioranza degli americani non guardano più all’Europa come un alleato o come un competitor, ma come un utile idiota. L’Europa è tornata un’espressione geografica da controllare pezzo per pezzo col bastone o la carota. Un’altra guerra in Afghanistan ce la dovremmo vedere noi sul terreno e chiedere umilmente agli Usa il loro appoggio dal cielo o dallo spazio: a debita distanza, e dietro congruo pagamento del disturbo.

D’altra parte, siamo noi stessi a indurci e ridurci in condizioni di sudditanza. In questi giorni di preliminari discussioni tra Usa e Talebani su un possibile ritiro americano (comunque non totale) già si pensa al ritiro delle nostre truppe. L’atteggiamento è di rammarico e di preoccupazione, ma la sostanza è di intima esultanza. Al primo tweet americano la ministra della Difesa Trenta chiede ai vertici militari di approntare i piani per il rientro. Questi si fingono sorpresi e intanto tirano fuori i piani elaborati cinque anni fa. Il ritiro è dato per scontato perché “senza americani non si va da nessuna parte, sono loro che garantiscono la logistica, la copertura aerea e le truppe speciali”, come ha detto un collega. Ed è vero: senza americani la guerra non si fa. Purtroppo però se ci verrà twittato dovremo farla e poco varrà il fatto che gli afghani hanno bisogno di tutto tranne che di un’altra guerra.

Dal “caso Grillo”

 

“La Rai è oggi una colonia”

(da Televisione di Carlo Freccero, Bollati Boringhieri, 2013, pag. 165)

Beppe Grillo non meritava un flop come quello che gli ha tributato lunedì Rai2, dedicandogli un “collage” di vecchi sketch troppo datato e fuori contesto per non sfidare la noia. A 70 anni d’età, dopo essere stato estromesso dalla tv pubblica nel 1986 per una corrosiva battuta sul Psi di Bettino Craxi, il comico genovese avrebbe avuto diritto a una più decorosa e onorevole riabilitazione televisiva: tanto più perché nel frattempo è diventato il “padre fondatore” di un Movimento che oggi è la prima forza elettorale del Paese. Ma probabilmente sta proprio qui l’origine di quell’imbarazzante 4,3% di share, su cui s’è avventata subito l’opposizione fino a chiedere addirittura le dimissioni di Carlo Freccero, direttore della seconda rete.

Da un intellettuale raffinato e cosmopolita come lui, già in passato alla guida di Rai2, sarebbe stato lecito aspettarsi che non commettesse un errore grossolano come quello di proporre nella prima puntata di un nuovo programma, in prima serata, proprio il “guru” del M5S che l’ha designato al nuovo incarico. Ma tant’è. Può anche darsi che si sia trattato di un eccesso di zelo o di piaggeria, per quanto la scelta inaugurale di Grillo fosse giustificata dalla popolarità dell’attore e dal peso del personaggio.

Il punto vero, però, è un altro. In un certo senso, il caso si configura come una pena del contrappasso per il garante dei Cinquestelle, a più di trent’anni di distanza dall’editto craxiano. Possiamo dire cioè che Grillo, cacciato dalla Rai per motivi politici, ha subito questo flop per motivi politici. Vale a dire per il fatto che il suo Movimento, asse portante del governo giallo-verde, non è riuscito finora a rimuovere le condizioni per cui allora il comico fu estromesso dalla tv di Stato e oggi è stato esposto a questa modesta rentrée.

La colpa, insomma, non è tutta del povero Freccero. Non discutiamo se debba dimettersi o meno. Ma semmai su come e perché è stato rinominato alla direzione di Rai2, in virtù di un’investitura che – al di là delle sue competenze – deriva notoriamente da un rapporto politico. Lottizzazione era e lottizzazione resta, come conferma anche l’intenzione di affidare all’ex socialista e neo-sovranista Maria Giovanna Maglie, non più iscritta all’Ordine dei giornalisti da tre anni, la “striscia” informativa serale del Tg1 che un tempo fu di Enzo Biagi: scelta contestata dallo stesso M5S al grido di “No ai raccomandati in Rai”.

Questo era ed è tuttora il “male oscuro” della televisione pubblica italiana: la sua dipendenza cronica e la sua subalternità alla politica. Per cui anche un professionista come Freccero subisce la “marchiatura” di un’appartenenza che lo induce a mandare in onda un flop del genere. Il “caso Grillo”, dunque, può essere assunto come paradigma di una riforma della Rai che (ancora) non c’è. E nessuno ne parla più. Eppure, dopo il ventennio del regime televisivo berlusconiano, sarebbe ora che il “governo del cambiamento” affrontasse questo nodo per affrancare il servizio pubblico dalla sudditanza al potere politico.

Per cominciare, basterebbe trasferire il pacchetto azionario dell’azienda dal ministero dell’Economia, e quindi del governo, a una Fondazione composta da esponenti rappresentativi della società civile. A questo organismo indipendente, come il Board of Governors della Bbc, dovrebbe spettare la nomina del consiglio di amministrazione che a sua volta sceglierà i direttori di rete e di testata. Dalla Rai dei partiti, delle leghe o dei movimenti, si passerebbe così finalmente alla Rai dei cittadini.

Reddito di cittadinanza, così non va bene

Le ragioni del mio giudizio negativo sul reddito di cittadinanza gialloverde sono diametralmente opposte a quelle usate dal Pd, che riesce anche in questo caso ad attaccare il governo da destra. Una posizione incomprensibile: la prima proposta di reddito minimo garantito venne nel 1997 dalla Commissione Onofri, insediata dal governo Prodi.

Ha invece ragione Lorenza Carlassare: realizzare un reddito di base significa attuare il progetto politico della Costituzione, rimuovendo almeno qualcuno degli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Ma la domanda è: il reddito gialloverde è un reddito di base, o è un’altra cosa?

L’obiettivo del reddito di base non è quello di un sostegno temporaneo nella ricerca di un qualunque lavoro, ma al contrario quello di affrancare dal ricatto della sopravvivenza chi altrimenti non sarebbe in condizione di poter scegliere. Per questo serve una misura che duri finché le condizioni economiche di colui che ne usufruisce non cambino: mentre quella approvata dal governo è un aiuto a tempo determinato (massimo 18 mesi), che poi riconsegna il cittadino all’arbitrio del mercato. Non sfuggirà, pur tra mille diversità, una contiguità culturale con le misure una tantum di Renzi, e prima ancora con la social card. La visione che sorregge ogni vero reddito di base riconosce, al contrario, il valore della produzione sociale che sta fuori da quello che non a caso si chiama il ‘mercato’ del lavoro. È, cioè, un investimento pubblico che punta sulla crescita di un modello alternativo a quello dominante: perché ritiene che la coesione sociale e la sottrazione di larghi strati sociali a una condizione non dignitosa sia conveniente sia sotto il profilo sociale sia sotto quello strettamente economico. Il reddito gialloverde non ha nulla a che fare con questa visione. Lo rende chiaro la retorica profusa dal governo sulle norme cosiddette ‘antidivano’: “Traspare – ha scritto il direttivo italiano del Basic Income Network, che pure ha dichiarato di guardare con interesse a questa indubbia svolta – un’attitudine a considerare i beneficiari del ‘reddito’ come responsabili della propria condizione di bisogno e dunque suscettibili di essere gestiti burocraticamente e persino spostati geograficamente a discrezione dell’amministrazione. Le mancanze anche lievi nei rapporti tra i percettori e l’ente erogatore sono sanzionate con una severità che non trova riscontri in alcun’altra misura del nostro sistema di welfare; le eventuali violazioni da parte di alcuni membri della famiglia ricadono su tutti i membri in violazione del principio di responsabilità individuale”. Appare, poi, inutilmente punitivo e umiliante l’obbligo alle otto ore di lavori socialmente utili, che contribuisce a configurare la povertà come una colpa da espiare.

Inoltre, la definizione di reddito di base impone che esso sia diretto a tutti coloro che percepiscono meno del 60% del reddito mediano del Paese: dunque, non solo ai poveri attuali, ma a tutti coloro che rischiano di diventarlo, o che comunque non riescono a essere davvero liberi nelle loro scelte. Sta in questo abisso (4,5 milioni di persone invece di 9 milioni) la differenza fondamentale che separa un vero reddito di base sia dal reddito di inclusione dei governi Pd, sia da questa diversa forma di Rei pentastellato. Inoltre, l’esclusione di fatto dei migranti (oltre a essere palesemente incostituzionale) è l’ennesimo provvedimento con cui il governo affossa ogni idea di possibile integrazione, preparando altre munizioni per quella guerra tra poveri a cui la Lega deve il suo consenso. Nella scorsa legislatura, 91 deputati e 35 senatori del Movimento 5 Stelle avevano firmato per un progetto di reddito di dignità grande il doppio di quello approvato, veramente democratico e antisistema. Poi ha prevalso, non solo in questo campo, la normalizzazione.

B. oramai è di casa dentro “Repubblica”

A un certo punto di ieri abbiamo pensato di avere le traveggole: sulla home page di Repubblica comparivano simultaneamente tre, ripetiamo: tre rimandi al messaggio diramato in mattinata su Radio Capital da Berlusconi (proprio “quel” Berlusconi); il quale Berlusconi a quanto pare ha eletto i media del gruppo Gedi a suoi organi preferiti, visto che solo il giorno avanti distillava saggezza dalle pagine di Repubblica.

Forse è una forma molto astuta di controinformazione da parte di Repubblica, nel qual caso la saluteremmo come una svolta in senso squisitamente artistico, se non situazionista viennese, se non proprio dada, del giornale che ha passato gli ultimi venticinque anni a spiegare al mondo quanto quel signore fosse un tipo da evitare, al massimo uno a cui chiedere conto di ragazzine di Casoria e candidature di showgirl e veline. Forse, al giorno d’oggi, intervistare compulsivamente B. prendendo sul serio le sue proposte politiche e resistendo alla tentazione di rinfacciargli a ogni parola l’aver fatto, l’aver detto, l’essere, l’avere e l’apparire, è un tentativo di compensare l’informazione tendenziosa e unilaterale scartando diciamo di lato, come a dire: “Pure il peggiore dei politici ha qualcosa da insegnare a quelli attuali” (Del resto Scalfari l’aveva detto: meglio Berlusconi che Di Maio, e Repubblica è pur sempre scritta col font “Eugenio”).

Fatto sta che questa particolare riedizione delle “chiacchiere davanti al caminetto” di Roosevelt, affidate a uno che tanto ha contribuito al progresso sociale, economico e morale del Paese, ci ha colpito al punto che per una volta ci siamo messi di buzzo buono ad analizzare il contenuto senza badare all’emittente, perché in fondo se un giornale tanto autorevole dedica per due giorni di fila tanto spazio a uno con la fedina penale e morale di B., qualcosa di interessante ne dovrà pure sortir fuori.

C’è da dire che Silvio non delude, e quella che per noi è una boutade per lui è una seria ipotesi di lavoro: “Con questo governo, con questi grillini, in molti mi rimpiangono”. L’autoironia è il prezzo che paga al sarcasmo; in realtà intende: “Vi attaccate persino a uno come me per dire quanto vi fanno schifo i grillini”. Claudio Tito, che lo intervista, cerca di mettere zizzania all’interno del cosiddetto, finto e puramente vestigiale centrodestra (“Lei dice che il M5S è il vero pericolo per il Paese, intanto la Lega ha fatto il Governo con loro. O il centro-destra non c’è più o Salvini deve farlo cadere”), come se B. fosse un uomo di principi, che teme le contraddizioni e cerca di sanarle con la coerenza. Infatti Silvio eroicamente resiste, oltrepassa, s’atteggia a emerito, e poi butta lì: “Molti affermano che nel Parlamento, dopo la caduta di questo governo, emergerà una maggioranza diversa da quella attuale… Mi risulta che molti parlamentari, anche fra i Cinque Stelle, si rendano conto che le politiche del governo ci stanno portando verso una nuova grave crisi e che sentano il dovere di fronte ai loro elettori e al Paese di fare qualcosa per cambiare questa situazione”. “Fare qualcosa”, insegnano i silviologi, nel vocabolario berlusconiano vuol dire “agire per ottenere favori e agevolazioni”. E “mi risulta” significa che le indagini di mercato sono già a buon punto. Ecco così che a metà intervista si palesa il vero motivo di questa orazione in punta di penna: lanciare a tutti gli scilipoti e responsabili del Parlamento l’appello a convergere nel grande giardino di Silvio, dove scorrono fiumi di latte e il miele stilla dagli alberi. Purtroppo Tito, oltre alle 10 domande, dimentica che sta parlando col Prescritto dal Signore anche per la compravendita senatoriale che tanto lustro portò alle Istituzioni; poi insieme parlano male di Di Maio, il cialtrone che “provoca gli italiani” parlando di boom economico (incidentalmente uno dei due interlocutori è quello del “nuovo miracolo italiano”, ndr).

A Circo Massimo su Radio Capital, di buon mattino, il vecchio saggio precisa a Massimo Giannini i cardini della sua Arte della guerra: “Mattarella certamente non vuole andare a nuove elezioni a poco più di un anno rispetto alle ultime, quindi se in Parlamento si verificasse il formarsi di un gruppo che potrebbe spostare la maggioranza dalla attuale a un governo di centrodestra, credo che il presidente Mattarella sarebbe molto soddisfatto”. La soddisfazione di Mattarella come criterio su cui basare le sue scelte è un cadeau di raffinatezza squisita (ricordiamo che ufficialmente B. ruppe il patto del Nazareno perché Renzi volle far eleggere Mattarella), e come sempre in lui tante fregagioni, tante moine; ma non divaghiamo. Se dopo aver concesso interviste a reti unificate ai suoi antichi oppositori B. vedesse migliorare FI nei sondaggi, non ci resta che invitarlo da noi.

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L’amore “mobile” degli italiani per i salvatori della Patria

Faccio veramente fatica a capire “l’innamoramento”, almeno stando ai sondaggi, di tanti italiani per Salvini. Sara’ che il personaggio rappresenta lo stereotipo dell’italiano medio, sarà che riempie i social, sarà che in fondo mette meno paura dei Cinquestelle e sarà perché in realtà vuole mantenere lo status quo.

Quello che mi fa più rabbia la continua ed implacabile attitudine degli italiani di aspettare un salvatore della Patria che, come la storia ci insegna, produce danni economici e non.

Leonardo Gentile

 

Spese pazze: capitolo Tav. Piuttosto finanziamo la sanità

Mi incuriosisce sempre di più questa ostinata volontà di costruire il Tav. Ma quale utilità primaria e quale ritorno economico giustifica una spesa così pazza? Mi meraviglio che il vicepremier Salvini, così vicino ai suoi italiani, non veda la priorità di versare quei soldi alla sanità, alla scuola, alla ricerca, ai lavori di costruzione di nuove carceri e e nuove case per gli sfollati a causa dei terremoti. Sforzandomi di capire a cosa giovi quest’opera maestosa, arrivo alla conclusione che sia tutta rivolta all’immagine.

Un’enorme scenografia per uno spettacolo che ci faccia apparire più “fighi” agli occhi del mondo. È la stessa logica della spesa miliardaria per gli aerei F-35, che erano difettosi. Non ci vuole un genio per riflettere su questo.

Roberto Calò

 

Il M5S deve avere il coraggio di dire sempre la verità

Salvini promette rimpatri e sicurezza e poi lascia per strada centinaia di migranti, elogia Orbàn che chiude agli immigrati che Salvini stesso vorrebbe fossero spartiti. I Cinquestelle non hanno il coraggio di dire chiaramente che l’appoggio ai paesi Visegrad è contradditorio rispetto a quanto la Lega chiede all’Europa né di far emergere le enormi conseguenze contenute nel decreto Sicurezza, con migranti ad un passo dall’integrazione che divengono improvvisamente apolidi. Puntano a salvare il governo per portare a casa il reddito e la riforma della giustizia. Salvini intanto cresce nei consensi e gli elettori del Movimento, invece, pesano tutte queste tristi novità e, non potendo votare il Pd causa prima di tutto ciò che vediamo, diventano pure loro elettori apolidi. La cura? Continuare a denunciare il vero senza il timore che il governo cada.

Barbara Cinel

 

Nell’articolo “Fondi per la formazione: milioni di euro con un’autocertificazione” del 12 dicembre

2018 abbiamo riscontrato inesattezze ed errori. I fondi interprofessionali sono sottoposti a uno stretto controllo da parte degli organi di vigilanza del ministero del Lavoro (Anpal) e dei propri organi interni (la legge istitutiva prevede un componente di nomina ministeriale nel collegio sindacale). FonARCom è stato sottoposto a questo controllo sin dalla fase di start up (2006-2009). Ad oggi Anpal ha definito il controllo sul triennio 2009-2011 e lo ha avviato per gli anni 2012-2017. Dunque, non è mai stata disposta alcuna sanatoria e/o condono sulla verifica 2012-2016. L’articolo ingenera, poi, l’errata convinzione che i Fondi possano costituirsi presentando una mera autocertificazione. In verità, per FonARCom, le parti sociali costituenti, Cifa e Confsal (componente del CNEL) hanno prodotto i dati e i documenti richiesti da cui è risultato il requisito della maggiore rappresentatività normativamente prescritto al solo fine di verificare la capacità organizzativa e gestionale necessaria nella fase di avvio. La competente divisione del Ministero del Lavoro ha ritenuto “soddisfatti i parametri che preludono alla maggiore rappresentatività sul piano nazionale” ed emesso il decreto autorizzativo di FonARCom quasi due anni dopo la richiesta. FonARCom conta oggi 172.658 aziende aderenti e 1.140.550 lavoratori (dato INPS aggiornato al 25/01/2019) rappresentando quasi il 10% della popolazione lavorativa e non lo 0,05 come riportato dall’articolo. FonARCom assolve correttamente e nel rispetto delle norme vigenti la propria funzione istituzionale garantendo il pieno utilizzo, da parte delle aziende aderenti, delle risorse per la formazione continua. Prima di altri fondi, si è dotato del modello 231 (modello di gestione e organizzazione aziendale ai sensi del D.Lgs. 231/2001 – Responsabilità amministrativa da reato) e del correlato codice etico, subordinando l’attività dei dipendenti e degli organi decisionali a un controllo contro qualsiasi illecito. Ha poi normato con apposito regolamento le ipotesi di conflitto d’interesse richiedendo a dipendenti, consulenti e organi sociali la sottoscrizione della dichiarazione sostitutiva. Infine, ottemperando alle direttive ANAC, applica il Codice degli Appalti nelle procedure di affidamento di beni e servizi, oltre che per le forniture.

Andrea Cafà, Dg di Fonarcom

 

Nell’edizione di martedì 29 gennaio 2019, accanto all’articolo intitolato “La Cuccagna: ecco il ristorante che attovaglia Stato, 007 e boss”, abbiamo pubblicato per errore la foto di Carmelo Sammarco attribuendola al padre, Francesco Paolo Sammarco, deceduto nel 2005.

Ce ne scusiamo con l’interessato e con i lettori.

Fq

Salone del Libro Sì, a Torino già ci sono polemiche per l’invito rivolto a Cuba

 

Buongiorno, ho letto su Facebook che Cuba sarà il Paese ospite del prossimo Salone del Libro di Torino: mi pare una scelta discutibile, considerata la scarsa libertà di espressione in quel Paese e considerato che, nel 2020, ospite sarà l’Iran, altro Stato illiberale, per non dire dittatoriale. È tutta una provocazione o una mossa pubblicitaria?

Arianna Ceccacci

 

Lo scrittore Nicola Lagioia, direttore del Salone del Libro di Torino, non lo ha confermato e sulla sua pagina Facebook ha parlato di “ansia da scoop” di chi ha diffuso l’indiscrezione, cioè il “Corriere della Sera”. Ma l’incontro avvenuto a Roma giorni fa, tra Lagioia e i vertici della kermesse del Lingotto con l’ambasciatore cubano in Italia, José Carlos Rodríguez Ruiz, sembra lasciare pochi dubbi sul fatto che Cuba sarà tra le nazioni ospiti dell’edizione 2019. È stato lo stesso diplomatico cubano, inoltre, a scrivere su Twitter: “Invitada Cuba al Salòn del Libro de Turin nel 2019”. La presenza dell’isola caraibica verrà annunciata al Salone del Libro di L’Avana, che comincia il 7 febbraio.

È chiaro che Cuba e l’Iran, uno dei Paesi che potrebbero essere invitati alla fiera torinese del 2020, non brillano per il rispetto della libertà di espressione, tanto giornalistica quanto culturale. Basterebbe ricordare i diversi intellettuali cubani in esilio come la “fatwa” iraniana nei confronti di Salman Rushdie. E per non parlare degli altri diritti negati a Cuba e in Iran. Così le proteste e le petizioni anti-Teheran al Salone, con numerose firme, sono comprensibili. Non mancheranno, probabilmente, i pronunciamenti contro la presenza di Cuba. Lagioia, in ogni caso, ha definito l’eventuale sbarco dell’Iran “meno di un’ipotesi”.

Va detto pure che il Salone del Libro di Torino, che non è un’istituzione politica, si propone da sempre come un luogo di dialogo e di incontro tra culture e popoli. Lo staff di Librolandia, del resto, a proposito dell’Iran ha dichiarato che verrà “valorizzata la libertà di pensiero, da parte di artisti e letterati iraniani, mentre non sarà lasciato spazio a elementi ideologici che distinguono il regime degli ayatollah”, dall’odio verso i gay alla negazione della Shoah e dei diritti delle donne. Le delegazioni culturali invitate a Torino, tuttavia, saranno ufficiali: di governi, non di popoli. E questo, in effetti, è un po’ imbarazzante visto che si tratta di due Paesi diversi tra loro, certo, ma entrambi sicuramente non democratici.

Massimo Novelli