“L’Helicoide come metafora del Venezuela”. Così Celeste Olalquiaga, storica della cultura originaria di Caracas ha sintetizzato la storia dell’edificio costruito nel centro della capitale venezuelana nato come simbolo del modernismo e del futuro galoppante del paese e diventato una prigione, in una “spirale vivente di vergogna che gira sul suo stesso asse portante”. Olalquiaga sulla storia del più grande centro commerciale venezuelano immaginato nell’ormai lontanissimo 1955 ha scritto un libro: Spirale discendente: El Helicoide, da centro commerciale a centro di polizia, il cui protagonista in questi giorni appare quanto mai attuale e metaforico.
Nato da un’idea dell’allora dittatore Marcos Perez Jimenez negli Anni ‘50 sulla falsa riga dell’architettura di Frank Lloyd Wright e affidato agli architetti Jorge Romero Gutiérrez, Pedro Neuberger e Dirk Bornhorst, avrebbe dovuto proiettare nel mondo l’immagine di una nazione nel pieno del boom economico per cui “il progresso si fondava sulle costruzioni”. Ma c’è di più: primo, unico e immenso centro commerciale dell’America Latina, l’Helicoide in realtà doveva essere il più grande al mondo, con i suoi 4 chilometri di rampe elicoidali, appunto, che accompagnavano ai 300 negozi. Ma soprattutto, la sua struttura imponente doveva essere vista da ogni punto di Caracas.
Peccato che Jimenez nel 1958 venga rovesciato e il suo ambizioso progetto diventi “un elefante bianco”, come iniziano a identificarlo gli stessi abitanti della capitale venezuelana. E dopo un lungo periodo di abbandono da parte delle istituzioni locali e nazionali – evacuate nel 1982 le diecimila persone che vi abitavano abusivamente dal 1979, la cosiddetta “Grande occupazione” – negli Anni ‘80 il governo inizia a trasferire nel- l’immensa struttura alcune agenzie statali. “El Helicoide” diventa così per tutti la sede dell’intelligence, nota oggi come Sebin e, soprattutto un luogo del terrore. Lì vengono rinchiusi dai criminali comuni ai prigionieri politici e a poco servono le denuncie delle Ong, le testimonianze di chi è passato per l’Helicoide – oltre 3 mila persone – sono raccapriccianti. La situazione peggiora a partire dal 2014, quando durante le settimane di proteste contro Nicolas Maduro – che l’anno aveva vinto le elezioni indette alla morte di Hugo Chavez –, i prigionieri da 50 cominciano a diventare migliaia. La politica dell’“erede” di Chavez, secondo i testimoni è: spaventare i fermati perché cessino le manifestazioni. Chi entra a l’Helicoide aspetta anche giorni, settimane o persino mesi prima di poter essere processato. E mentre i detenuti aumentano, nell’edificio gli spazi che dovevano essere adibiti a boutique vengono trasformati in uffici, servizi igienici e celle. Il peggiore di tutti, secondo un ex detenuto era “Guantanamo”, un vecchio deposito di 12 metri per 12 che ospita 50 persone. Nell’ex centro commerciale i detenuti raccontano di aver subito torture.
Una “spirale discendente” quella dell’Helicoide che appare sempre più la metafora degli ultimi decenni di storia venezuelana. “Ad ogni nuovo governo, doveva corrispondere una progetto di riqualificazione dell’edificio che veniva sabotato dall’opposizione”, spiega Olalquiaga. Il destino dell’Helicoide come quello del Venezuela, teatro di scontro non solo nazionale, tra l’Europa – tranne l’Italia – che vota per il riconoscimento dell’autoproclamato presidente ad interim Juan Guaidò fino a nuove elezioni; e gli Usa che minacciano Maduro di portarlo a Guantanamo se non indice elezioni. A Caracas continua la prova di forza di Guaidò che avverte i “mediatori”: “non c’è dialogo senza voto”. Una spirale tutta in salita.