I Centri per l’impiego

 

Milano – Oltre 400 sono già formati – In attesa del Reddito – Continua il viaggio nelle strutture d’Italia che gestiscono la misura anti-povertà destinata a 5 milioni di persone

Il 24% ha trovato lavoro contro una media nazionale del 3% “Fidelizzate 2.500 imprese”

Entrano ed escono col passo veloce, tipico di chi non ha tempo da perdere. Nel Centro per l’impiego di via Strozzi, a Milano, c’è la sede centrale di Afol, l’Agenzia che dal 2015 gestisce tutti i servizi dell’area metropolitana: 7,5 milioni di abitanti distribuiti tra il capoluogo e altri 857 Comuni. In totale 7 centri per l’impiego, 42 sportelli lavoro e 17 siti per la formazione professionale. “È la seconda volta che vengo – racconta Marina, 33 anni, disoccupata da un mese – e la prossima, a quanto pare, sarà l’ultima. Mi hanno trovato un posto. È part time, ma per ora mi va bene”.

I numeri, qui, sono da record. Nel 2017, ultimi dati disponibili, hanno fatto domanda di occupazione 139.891 persone: il 24% ha trovato lavoro. “Se pensiamo che la media nazionale – spiega Giuseppe Zingale, direttore generale di Afol – si attesta attorno al 3%, possiamo essere soddisfatti, anche se potremmo fare di più. Il problema non è l’offerta, ma la domanda. Abbiamo fidelizzato 2.500 imprese, che oggi si rivolgono a noi per cercare personale. Più passi facciamo in questa direzione e più saremo efficienti”.

Anche con il reddito di cittadinanza? “Dal governo – continua Zingale – non abbiamo ricevuto né indicazioni né strumenti, ma ci basta il testo del decreto legge. Lo leggiamo, lo studiamo e attiviamo il servizio”.

Dati Istat alla mano, in Lombardia sono 178.000 i cittadini che avrebbero diritto al reddito di cittadinanza e due terzi di loro vivono nell’area metropolitana milanese. Afol, che dal 2000 a oggi si è autoriformata grazie agli investimenti degli enti locali, si dichiara pronta.

Un ottimismo che deriva dal numero dei dipendenti: sono 545, tutti già formati. Di loro, più della metà si occupa esclusivamente del reinserimento nel mondo del lavoro.

Ersilio Mattioni

 

Firenze Problemi organici e di spazi

I dipendenti in città sono 123, ma ne servirebbero almeno 300 “Andremo con le gambe all’aria”

La centralissima via Cavour a Firenze il lunedì è molto più affollata del solito. Non si creano file ma entrano tutti nel Centro per l’impiego più grosso della città che sta proprio davanti alla sede della Regione Toscana. Ogni giorno da qui passano tra le 100 e le 300 persone. C’è chi è venuto presto per cercare un lavoro, chi per chiedere il sussidio di disoccupazione e chi, invece, vuole semplicemente informarsi e compilare i moduli per ottenere il reddito di dignità. In pochi hanno voglia di parlare: “Speriamo che tutte le parole dei politici portino a risultati concreti”, dice un fiorentino sulla quarantina rimasto disoccupato a fine anno. Secondo le prime stime di Irpet (Istituto per la programmazione economica Toscana), a Firenze saranno 32mila le famiglie sotto i 9mila euro di Isee che potranno richiedere il reddito di cittadinanza, più di un terzo delle 83mila potenziali beneficiarie di tutta la Regione, equivalenti a circa 190mila persone. Ma per farlo gli undici centri della città metropolitana dovranno fare gli straordinari. “Già non reggiamo adesso – racconta un funzionario dello sportello di via Cavour – con tutte le domande sul reddito di cittadinanza, andremo a gambe all’aria”. I problemi sono soprattutto di organico: a Firenze i dipendenti sono 123 ma ne servirebbero più del doppio (circa 300) che dovrebbero arrivare presto dalla Regione. Ma non basta: “Con le richieste del reddito di cittadinanza, oltre agli operatori servirà un rafforzamento delle sedi perché quello di via Cavour è troppo piccolo per accogliere gli utenti – spiega Francesca Giovani, direttrice Lavoro della Regione Toscana – e poi va aggiornato il sistema delle banche dati che devono essere messe in Rete in tutta Italia. Siamo troppo indietro, per aprile non ce la faremo mai”.
Giacomo Salvini

 

Campobasso Precari anche gli addetti

Carenza di personale, nessun progetto e platea sterminata nella Regione dei disoccupati

L’elimina-code segna il numero 66. Sono quasi le 11 di un giovedì di gennaio e nel Centro per l’Impiego di Campobasso ci sono ancora una trentina di persone in fila. Il comune denominatore sono i visi, segnati un po’ dalla noia dell’attesa, un po’ dalla disperazione per l’ennesimo tentativo di verificare se ci sia disponibilità di lavoro o che il proprio libretto sia in regola. Ci sono persone di tutte le generazioni, dai più giovani agli esodati. Più di qualcuno è in fila per avere informazioni (che non riuscirà ad avere) sul reddito di cittadinanza. Il Molise è una Regione in cui il tasso dei disoccupati a lungo termine, secondo la ricerca annuale dell’ufficio statistico Ue, è al 71,8% sul totale complessivo dei senza lavoro.
Il direttore del Centro non fornisce informazioni per via di una direttiva del governatore di centrodestra Donato Toma che vieta ai dirigenti degli uffici regionali di rilasciare interviste senza il suo preventivo consenso. Soltanto un’impiegata sussurra, pur con un quadro non chiaro, come il personale sia carente e, dunque, che gli uffici con l’erogazione del reddito di cittadinanza potrebbero andare in tilt.
“Il sostegno per le famiglie molisane sarà ben accetto – sostiene l’assessore regionale al Lavoro, Luigi Mazzuto (Lega) –. Non abbiamo, però, ancora contezza di quello che accadrà. Il principale problema da affrontare sarà quello logistico. Attendiamo dal governo maggiore chiarezza, anche alla luce della precarietà di molti dipendenti di questi uffici. Difficile prevedere i numeri senza un quadro chiaro. In Molise sono migliaia i lavoratori che usufruiscono degli ammortizzatori sociali e vogliamo anche capire meglio come ci si regolerà con i diversamente abili che già percepiscono pensioni, conclude Mazzuto”.
Giuseppe Formato

Sognando L’europa: Mamadou e i suoi “fratelli”

Quando Mamadou inizia a raccontare, lo fa insaponando i piatti. Un colpo di spugna, con la mano, e lo sguardo fermo alla costa, con gli occhi. Quelle luci fisse, a bordo della Sea Watch 3, rimasta in rada per giorni e giorni di fronte al Porto di Santa Panagia di Siracusa, era convinto fossero case: “Come sono alte in Italia!”, esclama. Erano le ciminiere del petrolchimico, ma per lui, come per gli altri 46 migranti salvati dalla nave dell’ong Sea Watch 3, erano la prova che ce l’avevano fatta. Ce l’hanno fatta.

Mamadou, partito a 14 anni anni dalla Guinea, dopo un viaggio via terra durato più di 6 mesi e 13 giorni in mare, è sbarcato due giorni fa a Catania. Vuole fare il calciatore, “come Kalidou Koulibaly”. “Sono partito con una scusa, non ho detto niente a nessuno, altrimenti mica me lo avrebbero permesso”, ricorda. Lo sguardo, per tutti questi 13 giorni, è sempre rimasto allegro, vispo. A differenza di molti altri, minori o adulti che fossero, presi a volte dalla rabbia, a volte dalle lacrime, chi dalla disperazione, chi con l’intento di saltare sulle navi che venivano a rifornire di generi di prima necessità la Sea Watch. È con uno di questi “carichi” che a Mamadou è arrivata la felpa azzurra, diventata la sua “divisa d’ordinanza”. Assieme alle sue orecchie a sventola e ai capelli sparati in aria: inconfondibili per l’equipaggio. Una tuta, inviata come le altre cose da Caritas e dalla città di Siracusa, e indossata al posto di quello che restava della maglietta a mezze maniche con cui era partito, aveva attraversato il deserto, aveva vissuto in Libia, e aveva nuotato, dopo che il suo gommone si era sgonfiato, nel Mediterraneo.

“A mio nonno ho detto che andavo in Senegal a cercare lavoro, invece la mia idea era già quella di arrivare in Libia. Per raggiungere mio fratello, che lavora lì, e che mi ha spedito i soldi per finire il viaggio. Il mio sogno è fare il calciatore, anche se i calciatori francesi non sono un granché… ma lì la vita è tranquilla. Io gioco a centrocampo. La mia squadra preferita? Juventus!”. “Non ho avvertito nessuno perché temevo potessero bloccarmi. Solo in Libia ho chiamato il nonno, per dargli mie notizie, mesi dopo la partenza. Cosa mi ha detto? Che sono un pazzo e che sarei dovuto tornare assolutamente indietro, a casa, perché in Libia avrei corso il pericolo di morire. Certo che sapevo cosa succede in Libia, nei campi… ma io non ho paura, non ho avuto mai paura. Io sono grande. Nel mio Paese, alla mia età, si è già uomini. E io lo sono ancora di più dopo il viaggio”.

Racconta così come in Libia, lui, piccoletto, fosse riuscito a farsi “benvolere”, e a risparmiarsi quello che invece tocca agli adulti. “Ho iniziato pulendo i pavimenti di alcuni negozietti, e poi facevo l’ambulante. Sono riuscito a racimolare così un piccolo gruzzoletto che però non bastava a pagarmi la traversata in mare, perché era davvero pochissimo: e così ho chiamato mio fratello, per farmi spedire i soldi necessari. I miei genitori, invece, li sentirò solo quando sarò al sicuro, quando sarò arrivato in Europa. Non l’ho fatto finora perché sapevo che la paura, la preoccupazione, li avrebbe distrutti. Non mi mancano, ma so che a loro mancherò”.

Il suo momento più bello, racconta, è stato quando, dopo una notte passata pensando che sarebbe tutto finito, ha visto arrivare con le luci del sole le piccole imbarcazioni di salvataggio. Le grida: “We are Europe! Europe!”. Prima di quelle parole, in molti, come Omar, un ragazzo senegalese vicino a Mamadou, pensando si trattasse della guardia costiera libica, si erano abbassati, ammassandosi ancora di più sul gommone uno sull’altro, in tutta velocità. “Io ho capito invece che il mio sogno si stava realizzando”.

Ogni giorno, nel mondo, 44 persone decidono di migrare

C’è chi viaggia da mesi e ha abbandonato la famiglia, chi si muove in gruppo e c’è, in alcuni casi, qualcuno che ha poco da raccontare, qualcuno che non ha lunga memoria di ciò che ha lasciato: sono i bambini. Almeno 300 mila tra bambini e adolescenti, non accompagnati da adulti o separati da essi, sono stati registrati in circa 80 Stati tra il 2015 e il 2016 (erano 66 mila nel biennio 2010-2011). Nel 2017, nell’area dell’Unione europea sono stati registrati oltre 31mila minori non accompagnati (che una sigla identifica come MSNA), in maggioranza afghani. Una su tre richieste di asilo per minori stranieri è stata effettuata in Italia. Otto minori non accompagnati su 10 hanno 14-15 anni, come Mamadou. Il ministero del Lavoro italiano ne ha censiti, al 31 dicembre 2018, 10.787. Sono prima di tutto albanesi, anche se non li “vediamo” perché non arrivano via mare ma via terra, seguendo la rotta balcanica, e poi ci sono i bambini che giungono dall’Egitto, dal Gambia, dalla Guinea, dall’Eritrea, dalla Costa d’Avorio. Rischiano detenzione, lavori forzati, percosse o morte. E, per quasi tutti, il viaggio è anche un rito di iniziazione: a volte parti a 12 anni, arrivi a 15 e, nel frattempo, sei diventato adulto. Ciascuno viaggia con le proprie ragioni, aspettative, fantasie. Si sentono uomini. Gli brucia la terra sotto i piedi. Sbarcano con in tasca l’indirizzo o il numero di telefono di un parente. Senza cellulare, senza documenti. Chi parte dai villaggi cerca una nuova vita. Chi fugge dalle guerre vuole solo transitare, essere invisibile. Alcuni finiscono nella mani della criminalità o a vendersi per strada. Altri spariscono, finendo per alimentare quell’esercito di invisibili che è arrivato a contare, per l’anno che si è appena concluso, oltre 4mila bambini di cui non si hanno più tracce.

La Sea Watch per molti è stata l’ancora in mezzo al mare

Abbandonati dalla terraferma, intenta a ricercare un accordo tra le varie diplomazie europee, l’unico rifugio sicuro, per i 47 migranti salvati dalla nave dell’ong nella notte tra il 18 e il 19 gennaio scorso, è stato il mare. Proprio quel mare che, solo la notte prima del loro salvataggio, si era inghiottito 117 persone: persone, prima che corpi.

Ma Mamadou sulla Sea Watch non ha mai sofferto, come invece gli altri. Perché, diceva, “so che devo aspettare, anche se la vedo così a portata di mano, l’Europa… gli altri non riescono, vogliono buttarsi in acqua, piangono. Ma è solo una questione di tempo, di attesa”.

Non sembrava avesse solo 14 anni. Anche se non ha mai smesso di giocare, sulla nave. Il tempo lì può logorarti. Lo ha fatto, con alcuni dei migranti. Specie con chi ha passato le torture dei centri di detenzione libici. Come Alì, che la notte si svegliava all’improvviso, sognando “un miliziano che mi colpiva in testa, come in prigione. Solo quando ho aperto gli occhi ho realizzato di essere sulla nave, al sicuro”.

Mamadou capitava spesso di vederlo sul pontile, assieme ad altri 5-6 ragazzi. Mezzo sdraiato su un tendone, a ritagliare e colorare carta. Tanti piccoli pezzetti di carta che sono diventati aeroplanini, barche e barchette. Ognuna coi colori della bandiera dello Stato corrispondente. Gli aeroplanini, italiani. La barca, la sua, coi colori della Guinea: rosso, giallo e verde. Le altre barchette, tutte azzurre. Perché? “Sono quelle finite in fondo al mare”.

Mamadou ha passato ore e ore così: a mimare il suo salvataggio. Su e giù con gli aeroplanini. Non sa nulla, non immagina alcunché del braccio di ferro che si è consumato tra i vari Stati, in Europa. Non sa chi sia Salvini, non conosce il premier Conte. Sa solo che ce l’ha fatta.

Percorrendo in discesa la scaletta della Sea Watch, due giorni fa, chissà cosa avrà pensato. Ha trattenuto le emozioni: a differenza degli altri, non è scoppiato a piangere. E poi guardava dritto avanti, a testa alta. Entusiasta. Prima, un piccolo spavento, per alcuni boati. È l’eco dei botti per la Festa. Fra qualche giorno a Catania è Sant’Agata, la Santa patrona protettrice della città. E poi, ad accogliere lui e gli altri suoi “fratelli”, c’erano tutti quegli agenti di polizia e i militari della Guardia di Finanza, tutte quelle luci lampeggianti. Chissà cosa avrà pensato, Mamadou.

Assieme ai suoi “fratelli” – in tutto, i minori a bordo della nave dell’ong erano 15 su 47, 8 quelli non accompagnati, completamente soli – resteranno in Italia, accolti in una struttura catanese che si occupa di progetti di inclusione per ragazzi stranieri. Loro 15, più un altro migrante, adulto.

“Dove siamo?” hanno chiesto una volta a terra. Alle 11.25 era sceso l’ultimo dalla Sea Watch, dopo le urla, gli applausi, e gli abbracci a quell’equipaggio che due settimana fa ha salvato loro la vita.

Siamo in Italia. Siamo in Europa.

 

“Troppo Facebook” al lavoro, via libera al licenziamento

Basta like alle foto e commenti ai post degli amici in orario di lavoro. La Cassazione infatti ha confermato il licenziamento disciplinare di una segretaria part time in uno studio medico, che in 18 mesi si era collegata dal computer del suo ufficio 4.500 volte a Facebook. Il titolare le aveva contate attraverso la cronologia del computer: in generale gli accesi a Internet erano stati 6.000, “per durate talora significative”. E questo è bastato come prova del fatto che la segretaria non meritasse più la sua fiducia, tanto da far scattare la sanzione estrema. La Sezione Lavoro della Cassazione, nella sentenza 3133, si limita a confermare quanto stabilito dalla Corte d’appello di Brescia – che ha ritenuto la gravità del comportamento in “contrasto con l’etica comune” tanto da incrinare il rapporto – liquidando in poche paginette il ricorso dell’avvocato dell’ex segretaria, che si appellava alla tutela della privacy e alla inammissibilità delle prove.

La donna invece sosteneva che il licenziamento sarebbe stato deciso in seguito alla richiesta fatta per godere della legge 104 per prendersi cura della madre malata.

Sindacato dei militari, “Ultimo” sarà presidente

Per il “Capitano Ultimo” un nuovo compito: sarà alla guida del primo sindacato militare italiano, il Sim appunto, la prima organizzazione autorizzata e riconosciuta dopo che la Corte costituzionale ha sancito che anche i militari possono costituire associazioni sindacali. Per Sergio De Caprio, l’uomo che catturò Totò Riina, “essere proclamato presidente, se l’assemblea deciderà in questo senso, sarebbe un grandissimo onore. Mi metto a disposizione, carabiniere tra i carabinieri, con grande senso di responsabilità e prometto, in questa battaglia di civiltà, di impegnarmi per la salvaguardia dei diritti e della dignità di ogni militare dell’Arma”, aggiunge “Ultimo”, oggi in servizio presso il Comando unità per la tutela forestale, ambientale e agroalimentare dell’Arma. “sono destinati a evolvere in questa nuova realtà sindacale”.

Come segretario generale dovrebbe essere scelto invece il brigadiere capo dei carabinieri, Antonio Serpi, promotore del movimento che ha portato allo storico traguardo del sindacato militare, che nei giorni scorsi ha ricevuto l’“atto di assenso”, ovvero il decreto del ministro della Difesa Elisabetta Trenta che dà l’autorizzazione alla costituzione del Sim Carabinieri.

Il museo della salsiccia in un lager di Buchenwald, la memoria del “bratwurst” supera l’Olocausto

Quando tre giorni fa, i rappresentanti del piccolo Museo della salsiccia della Turingia (il German Bratwurst Museum, inaugurato nel 2006) hanno annunciato il trasferimento da Holzhausen a Mühlhausen, 60 chilometri a nord, mai si sarebbero aspettati di finire su tutti i giornali del mondo. Nel nuovo stabile scelto per ospitare un pezzo della storia della macellazione delle carni in Germania, furono infatti rinchiuse, durante il nazismo, circa 700 donne ebree, provenienti soprattutto da Polonia e Ungheria, e la memoria imporrebbe che quello, più che l’insaccato, fosse l’evento da ricordare.

L’edificio dove dovrebbe trasferirsi il museo è in verità distante dal campo di Buchenwald ben 68 chilometri (il vecchio museo a Holzhausen ne dista meno di 40 per dire), ma ne è stato parte integrante negli anni delle deportazioni. Il campo di concentramento di Buchenwald contava infatti 22 campi “satellite”, e due (Martha e Martha II) erano a Mühlhausen.

Lo stabile appartiene all’ex Martha II, che gli abitanti del paese conoscevano anche come “B-Lager”. Le molte donne lì internate lavoravano per la Gerätebau GmbH, industria di armamenti che impegnava nel 1944 oltre 4 mila operai e chi ha raccontato quelle storie spiega che facevano quasi due chilometri a piedi (spesso scalze) per arrivare alla fabbrica.

Nel 2008 lo stabile è stato venduto a un privato dal governo federale. Ma le terribili memorie di quanto vi è avvenuto sono evidentemente rimaste.

Le autorità locali provano a correre ai ripari con spiegazioni a volte peggiori dell’errore già commesso (tipo che il museo ha accettato di includere una qualche forma di memoriale tra i tritacarne e le riempitrici di salsiccia). Ora i responsabili dell’esposizione, appreso l’errore, dicono che “nulla è ancora deciso”.

Fra.Tino, “corvo” di S. Marco “Preti pedofili, chiesa zitta”

Dissacrante, eretico, controcorrente, novello Savonarola che fustiga i costumi della chiesa, “il povero Fra.Tino” è un anonimo, e quindi misterioso personaggio che sta mettendo a rumore Venezia e toglie il sonno al patriarca Moraglia. Lo fa, ma in altro modo, come ai tempi della Serenissima quando venivano imbucate le denunce per l’imperscrutabile magistratura di Palazzo Ducale, per colpire qualcuno, tirando indietro la mano. Da alcuni giorni l’area Marciana, con le numerose chiese attorno a San Marco, è disseminata di volantini. Qualcuno, incurante delle telecamere, li ha affissi davanti a San Zulian, San Salvador, San Lio, Santa Maria Formosa e San Moisè.

Le ondate di manifestini (i cui testi sono finiti in Procura) sono due. Ma se la prima poteva far pensare a un semplice regolamento di conti ecclesiale scaturito dal trasferimento di un parroco, la seconda è un attacco diretto al vescovo Francesco Moraglia e alle sue ambizioni di diventare cardinale. Con informazioni dettagliate sulle mosse del presule che da 6 anni è in attesa della porpora, per ingraziarsi il Vaticano. Se siano anche precise e veritiere, lo dovranno accertare i carabinieri che indagano sull’ipotesi di diffamazione, sollecitata da una Curia indignata. Di certo l’immagine della chiesa veneziana ne esce a pezzi, mentre si cerca un “corvo” (o forse due). Il primo volantino porta una firma evangelica: “La verità vi rende liberi” (Giovanni, 8, 32). La parte più pruriginosa riguarda i nomi di 5 sacerdoti, additati per comportamenti “deprecabili”. Il riferimento sembra essere a pedofilia, sesso e corruzione nella Chiesa. E in quel primo foglio monsignor Moraglia viene tirato in ballo perché avrebbe chiuso un occhio, anzi tollerato.

Per inquadrare il clima che si respira a Venezia, pensiamo che un mese fa alcuni fedeli sono andati a manifestare sotto le finestre del patriarca contro il trasferimento di don Massiliano D’Antigua, parroco di San Salvador, destinato a fare il confessore a San Marco. Autentica rivolta contro l’autorità, mentre il prete è tornato a casa dai genitori, a dispetto del vescovo che lo invitava ad andare in un monastero.

In questa polveriera è piombato il secondo volantino del sedicente “Fra.Tino”, con nuove “Notizie dal Patriarcato”. Che provenga da chi ha accesso alle stanze ecclesiastiche ci sono pochi dubbi. Per capire la situazione, si deve ricordare che Moraglia è arrivato nel 2012 da La Spezia, come vescovo. E tale è rimasto. Eppure in un secolo i patriarchi di Venezia, tutti cardinali, hanno dato a Santa Romana Chiesa, tre papi del calibro di Pio X , Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I. Insomma, a Moraglia manca la porpora.

Nel volantino è scritto che il presule, rientrato da un incontro della Cei, avrebbe riunito i preti precisando “che serve massima attenzione e unità interna per non fallire il prossimo (auspicabile) riconoscimento della porpora”. Il virgolettato è dell’anonimo veneziano. Avrebbe invitato a prendere le distanze dagli attacchi a papa Francesco, perché il patriarca “non vuole essere coinvolto in queste diatribe”. Un’aggiunta conduce al professore Alessandro Tamborini, docente di Scienze religiose, “plenipotenziario, responsabile nazionale di Forza Nuova per le politiche di tutela e promozione del patrimonio culturale e artistico”. Un personaggio che ha animato le cronache, perché si rifiutò di togliersi le scarpe entrando in una moschea ricostruita alla Biennale e perché ha denunciato l’affarismo della chiesa veneziana. Secondo il volantino, Moraglia non lo ritiene più un interlocutore, perché ha attaccato papa Francesco. Tamborini, di simpatie neofasciste, ha subito scritto ai giornali negando di essere il delatore.

“Fra.Tino”, tremando per la solidità dell’“edificio ecclesiale”, conclude accorato: “Il patriarca ha tenuto a sottolineare che è lui a comandare e tutti debbono ubbidire. Ma non si accorge che le chiese vengono chiuse e il gregge dei fedeli viene disperso?”.

Bardem e Gere: “Fate tornare in mare la nave Open Arms”

L’attore spagnolo Javier Bardem e lo statunitense Richard Gere fanno appello in un video a sbloccare la nave della ong Proactiva Open Arms, fermata dalle autorità spagnole nel porto di Barcellona. “Se salvare vite è un crimine, io sono un criminale perché sostengo Proactiva Open Arms”, dicono sui social network “Salvare vite non è un reato. Free Open Arms. Sii anche tu complice”, segnala l’appello firmato anche dagli attori Dani Rovira e Clara Lago, dai giornalisti Jordi Evole e Adreu Buenafuente e dal cantautore uruguaiano Jorge Drexler. Alla nave dal 14 gennaio scorso è negata l’autorizzazione della Capitaneria di porto di Barcellona a salpare verso nelle zone Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) del Mediterraneomeridionale. Il ministro delle Infrastrutture, Josè Abalos, in Parlamento ha ribadito “l’impegno deciso e fermo” del governo socialista di Pedro Sanchez “a salvare imbarcazioni di migranti”, ha negato qualsiasi “decisione arbitraria” e ha giustificato il blocco della Open Arms a Barcellona e quello della motonave Aita Mari a Pasaia col fatto che “violano la normativa di salvataggio marittimo”, in quanto “non hanno la certificazione per il trasporto di un elevato numero di persone”.

Chiesto l’ergastolo per cinque scafisti “Morti asfissiati in 53, chiusi nella stiva”

Cinque ergastoli. È la richiesta della Procura di Palermo per cinque dei sette imputati su cui gravano le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, naufragio e omicidio plurimo per la morte per soffocamento di 53 migranti nel 2015 stipate nella stiva del barcone dove viaggiavano vicino ai motori, respirando i fumi di scarico per l’assenza di boccaporti, senza poter uscire mentre attraversavano il Canale di Sicilia.

Per gli altri due imputati è stata chiesta l’assoluzione. I migranti avrebbero subito “un trattamento inumano e degradante” fatto di botte e minacce “con l’uso di coltelli e bastoni. L’imbarcazione dei trafficanti, lunga 20 metri, era stata riempita di persone, costrette in poco spazio senza misure di sicurezza, acqua e cibo. I 600 superstiti della traversata vennero salvati dalla nave della guardia costiera svedese “Poseidon” scesero nel porto di Palermo il 27 agosto 2015 .

La telefonata che smentisce Marina e Guardia costiera

Il pomeriggio del 18 gennaio, quando 117 naufraghi muoiono annegati 50 miglia a nord-est di Tripoli, c’è un mercantile che viene contattato per tentare il soccorso. È il Cordula Jacob, battente bandiera liberiana. C’è però un dettaglio che non quadra tra le ricostruzioni ufficiali e le registrazioni avvenute a bordo in quelle ore drammatiche. Chi attivò il mercantile e chi coordinò effettivamente i soccorsi?

Secondo la Marina militare italiana – che ha ricevuto l’informazione dalla Guardia costiera – se ne occupò il centro di coordinamento libico. Ma una telefonata sembra smentire questa versione. Ed è quella tra l’equipaggio della Sea Watch 3 e quello della Cordula Jacob, che afferma di esser stato “contattato dall’aereo militare italiano, dopo siamo stati guidati dal centro di coordinamento di Roma”.

È possibile conoscere questa conversazione perché quel giorno sulla Sea Watch 3 c’era anche Giuseppe Borrello, l’inviato di Cartabianca (Rai3), che con la sua telecamera riprende tutte le telefonate della giornata. Oggi quelle conversazioni videoregistrate tra la nave della Ong e il cargo liberiano assumono un significato diverso. Su quel naufragio la Procura di Roma indaga per omissione di atti d’ufficio. Il pm Sergio Colaiocco sta cercando di ricostruire nel dettaglio cosa avvenne per chiarire se vi siano responsabilità.

Tutto inizia il pomeriggio del 18 gennaio quando un aereo da pattugliamento marittimo P72 del 41esimo Stormo di Sigonella dell’Aeronautica militare avvista un gommone che sta affondando. L’aereo lancia due zattere e avverte la Guardia costiera di Roma. Prima parte una nave dalla Libia, che poco dopo si ferma e torna indietro per un problema al motore. Si decide di far intervenire il cacciatorpediniere Caio Duilio della Marina Militare che si trovava a 110 miglia nautiche di distanza (200 km). In navigazione, a una velocità di 18 miglia all’ora, ci avrebbe messo almeno sei ore. Così nave Duilio manda l’elicottero SH90 che arriva al gommone un paio di ore dopo. Verranno salvati tre naufraghi, che parlano di 117 persone in mare. È una tragedia.

Il 18 gennaio stesso viene pubblicato il comunicato numero 8 della Marina militare che ricostruisce la vicenda. Poi scrivono: “Le ricerche continuano sotto il coordinamento del Libyan Rescue Coordination Center, che ha assunto la responsabilità del soccorso e dirottato sulla scena d’azione un mercantile di bandiera liberiana, con il supporto del P72 e dell’elicottero di nave Duilio”.

Il “mercantile di bandiera liberiana” al quale si riferiscono è il Cordula Jacob, che quel pomeriggio è in navigazione nel Mediterraneo come pure la Sea Watch 3, con a bordo le telecamere di Cartabianca. Il capo missione della nave della ong tedesca, Kim Heaton-Heater, chiama il coordinamento della Guardia costiera a Roma e gli offre aiuto.

L’Italia spiega che invieranno la loro posizione alla Guardia costiera libica, che i volontari provano a contattare senza successo. Iniziano così la navigazione verso il gommone, quando a un certo punto capitano il segnale radio tra i militari italiani e la nave Cordula Jacob. L’equipaggio della Sea Watch chiama la Cordula Jacob. “Potete dirmi quale autorità vi ha detto di recarvi sul luogo del naufragio?”, chiede Kim Heaton-Heater. Dalla Cordula Jacob rispondono: “Siamo stati contattati dall’aereo militare italiano, dopo siamo stati guidati dal centro di coordinamento di Roma”. Non proprio quanto sostenuto dall’Italia.

Sea Watch bloccata a Catania

La Sea Watch 3 resta bloccata nel porto di Catania, ormeggiata al molo di Levante dove è arrivata giovedì per lo sbarco dei 47 migranti salvati 13 giorni prima al largo delle coste libiche. Sulla nave sono saliti gli uomini della Squadra mobile della polizia, della Guardia di finanza e della Capitaneria di porto di Catania, il capitano e l’equipaggio sono stati sentiti sul percorso della navigazione. La Procura guidata da Carmelo Zuccaro al momento ha aperto solo un’indagine conoscitiva, senza ipotesi di reato, men che meno il favoreggiamento dell’immigrazione irregolare.

La nave non è stata sequestrata. Agli agenti marittimi della Ong tedesca è stata notificata dalla Guardia costiera un “accertamento di sicurezza” che contiene 32 contestazioni definite “deficienze rilevanti e non temporaneamente tollerabili”. “Nell’elenco c’è la stiva in disordine, la presenza di tre bidoni di benzina in coperta, riferimenti al rischio incendio e al rischio inquinamento”, spiega Giorgia Linardi di Sea Watch. Il comando dell’imbarcazione è tenuto, “prima della partenza” da Catania, alla “rettifica delle deficienze”, che almeno in parte “deve essere sottoposta alla valutazione dell’autorità di bandiera”, cioè quella olandese che sarebbe stata informata. Non c’è dubbio che passeranno diversi giorni prima che la Sea Watch possa riprendere il mare.

Il “fermo amministrativo della Sea Watch 3 per violazioni delle norme in materia di sicurezza della navigazione e di tutela dell’ambiente marino” è stato annunciato dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli prima che il provvedimento fosse notificato. “È arrivato alle 18.10”, spiega Linardi. “Stiamo parlando di un’imbarcazione registrata come pleasure yacht – sostiene Toninelli – che non è in regola per compiere azioni di recupero dei migranti in mare. Se tu, milionario compri uno yacht, vai in navigazione per piacere, non per sostituirti alla Guardia costiera libica o di altri Paesi”. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che aveva invocato il sequestro della nave, ha ripetuto che la Sea Watch non è “adeguata per il soccorso”.

“Nel provvedimento non si parla di pleasure yacht – replica Linardi – né di fermo amministrativo”. Secondo la Ong, l’imbarcazione non è ancora registrata come “nave commerciale”, ma questo “non influisce sulla qualifica della barca come nave di salvataggio” e d’altro canto negli anni è stata sottoposta a ispezioni a Malta, in Spagna e nel Regno Unito senza che nessuno la fermasse. “Le autorità, sotto chiara pressione politica, sono alla ricerca di ogni pretesto tecnico per fermare l’attività di soccorso in mare”, osserva Sea Watch.

I 32 migranti adulti hanno trascorso la loro seconda notte nell’hotspot di Messina, ex Caserma Gasparro, in attesa di sapere quali Paesi europei li accoglieranno. I 15 minori sono in una struttura protetta a Catania.