Napoli, aula piena per il fantacalcio

A Napolinemmeno si contano più le sedute di consiglio comunale andate deserte e annullate, l’ultima il 29 gennaio, presenti solo in 18 su 41. Tra la relazione del sindaco sulla criminalità, l’affidamento del servizio di igiene urbana e il piano di emergenza per il rischio sismico, si sarebbe dovuto discutere anche il conferimento della cittadinanza onoraria a Kalidou Koulibaly, ma questo non significa che i consiglieri napoletani non amino il pallone. Anzi, mentre nella bozza della nuova convenzione tra il Comune e il Napoli di De Laurentiis spunta il ritorno dei 150 biglietti omaggio in tribuna autorità, appena due giorni dopo il consiglio “saltato” l’aula consiliare di via Verdi si è magicamente riempita come un uovo per un’asta di Fantacalcio indetta dal presidente della Commissione Sport Carmine Sgambati, un fedelissimo del sindaco Luigi de Magistris. L’hanno chiamato “Fantanapoli” ed è un torneo tra amministratori e ragazzi delle dieci municipalità napoletane, uno shake di calcio e politica, con tanto di bando per la partecipazione, calendario in otto giornate, playoff e finali. A qualcuno sono cadute le braccia vedendo l’aula piena solo in quest’occasione, e quasi sempre vuota quando si tratta di deliberare per la città.

“È fuori dal pensiero unico, è brava e fa pure impazzire il partito Rai”

“Questa guerra dei 5 Stelle alla Maglie è ridicola. Non ho capito perché lei non va bene e gli altri sì. Capisco però che il 26 maggio ci sono le Europee, elezioni importanti che possono far cambiare di nuovo lo scenario. E da mesi siamo in campagna elettorale…”. Di Maria Giovanna Maglie, Roberto D’Agostino è un estimatore, tanto da averla presa a scrivere di politica estera sul suo Dagospia.

D’Agostino, Maglie ora arriverà in prima serata su Rai1, dopo il Tg delle 20. È anche merito suo…

È una brava giornalista con tanto di curriculum, quando ha iniziato a scrivere su Dagospia ha previsto, contro tutti, la vittoria di Trump. Ha fiuto anche e ha capito che per comprendere il mondo bisogna guardare il web: da lì s’intuisce tutto. E poi vivaddio: su Raiuno avremo una che ha un pensiero non mainstream, una persona che, anche in maniera decisa, dia una diversa prospettiva sul mondo.

Sulla Maglie pesa la vicenda delle spese pazze a New York, per cui fu costretta a lasciare la Rai nel 1994…

Ma è una storia di 25 anni fa che non ha portato ad alcuna conseguenza penale: il caso fu archiviato. E pure l’allora direttore del personale, Pierluigi Celli, anni dopo le ha chiesto scusa. Io credo che lei abbia pagato in modo spropositato l’etichetta di craxiana di ferro. I più furbi si sono riciclati un attimo prima del crollo, vedi Enrico Mentana.

Craxiana con Craxi, berlusconiana con Berlusconi, sovranista con Salvini…

Ma de che… Lei era sovranista prima di Salvini. È lui che le è andato dietro.

Ora non è iscritta all’elenco dei professionisti…

Ma se hanno appena nominato vicedirettore Iman Sabbah, che non figura nell’elenco italiano. È stata sospesa per morosità: vorrei conoscere un giornalista che non s’è mai dimenticato di pagare la quota all’ordine. L’Usigrai fa una polemica pretestuosa. Vuol sapere la verità?

Prego.

Il famoso partito Rai non si rassegna ad aver perso il potere, diventano pazzi. Non sopportano che dopo il 4 marzo anche a Viale Mazzini è cambiato tutto. Prima i conduttori scelti da Renzi o dal Pd erano perfetti, ora non va bene nessuno. Il famoso pensiero unico in Rai tende a espellere i corpi estranei: basta ricordare Gad Lerner al Tg1, costretto a dimettersi per una polpetta avvelenata.

Maglie andrà in onda nella striscia che fu di Biagi.

Ah, se vogliamo fare il giochino col passato, allora vediamo un po’: ieri c’era Berlinguer e oggi Renzi; ieri Flaiano e oggi Baricco; ieri Dostoevskij e oggi Saviano; ieri Arbasino (che però è ancora vivo, ndr) e oggi Piccolo. Devo continuare? Meglio lasciar perdere…

Che trasmissione sarà?

Mi ha chiesto un consiglio sul titolo. Mi sono limitato a dirle di non usare giochi di parole alla Dagospia, di scegliere un nome lineare, da Raiuno. Ogni sera analizzerà un fatto con un ospite in studio, un po’ sul modello Batti e ribatti di Pigi Battista. Mi aspetto una Maglie anticonformista e provocatoria, che faccia il contropelo all’ospite, che lo metta con le spalle al muro se dice fesserie. Insomma, che non si accontenti della rispostina di comodo. Vorrei vedere un Cacciari travestito da Maglie.

Consigli sul primo ospite?

Io inviterei Matteo Salvini. Ma sa cosa mi fa ridere?

Cosa?

Che i partiti stanno ancora lì a scannarsi per uno strapuntino in tv, quando ormai non conta più nulla. Nel 2013 Berlusconi aveva Mediaset e controllava la Rai e le elezioni le ha vinte un signore, Beppe Grillo, che aveva a disposizione un blog e un mouse.

Il M5S contro la Maglie in tv: “Fu Craxi a raccomandarla”

Il caso alla fine è deflagrato, diventando un altro motivo di scontro tra Lega e 5Stelle. La scelta di far condurre a Maria Giovanna Maglie una striscia quotidiana serale, dopo il Tg1 delle 20, sta facendo litigare gli alleati di governo e ha creato una nuova rogna in casa Rai. L’ultima scintilla è arrivata dal segretario dell’Usigrai, Vittorio Di Trapani, che ieri mattina ha twittato sul fatto che Maglie non risulta iscritta all’ordine dei giornalisti. Qualche ora dopo si viene a sapere che la sospensione è dovuta a una questione di quote non pagate. Per tre anni, dicono alcuni. Per otto, sostengono altri. “Non aver pagato le quote non mi sembra un gran problema, vi porrò subito riparo. Io non ci ho mai pensato, prima me le pagava mio padre, che ora non c’è più. Tutto questo mi sembra un fuoco di sbarramento preventivo per far saltare la mia condizione”, afferma la Maglie. Nel frattempo sulle agenzie e sui social sono scintille. Con i 5 Stelle che mettono una sorta di veto sulla futura conduttrice. Che, va ricordato, è arrivata a questo programma per volontà del direttore di Raiuno Teresa De Santis e del presidente Marcello Foa. Ma le voci interne all’azienda giurano vi sia stato anche lo zampino di Matteo Salvini.

Insomma, una scelta targata Lega che ai 5 Stelle non va giù, data anche l’importanza dell’orario: è uno spazio molto prezioso, specialmente in vista delle Europee. “È una follia che sul primo canale della tv pubblica si affidi uno spazio così importante a chi, per sua stessa ammissione, è arrivata in Rai grazie a Bettino Craxi. Questo è incompatibile con la Rai che vogliamo noi, senza raccomandati e legami col passato”, si legge in una nota del M5S. Alcuni poi ricordano la sua fuoriuscita da Viale Mazzini per la vicenda delle spese pazze quando era corrispondente del Tg2 da New York (2 miliardi e 200 milioni di vecchie lire tra il 1992 e il 1993). Vicenda che le costò un’indagine della magistratura (finita con l’archiviazione) e un procedimento disciplinare interno. Che non ebbe seguito proprio per le sue dimissioni. “Tutto questo rumore su di me lascia basiti… Queste sono ancora le stimmate craxiane che mi porto addosso per aver abbandonato il Pci per i socialisti, trent’anni fa”, osserva Maglie sul Corriere on line. “Tutte queste polemiche confermano che la scelta è stata azzeccata”, afferma il leghista Massimiliano Capitanio. “Contro di lei è andato in scena un assurdo fuoco di sbarramento, una censura preventiva delle idee”, gli fa eco un altro leghista, Igor Iezzi. Il M5S però non demorde e lancia un appello all’ad Rai, Fabrizio Salini, affinché blocchi l’operazione. Sarà difficile, però, che Salini si opponga. Secondo fonti di Viale Mazzini, infatti, ormai la vicenda è andata troppo avanti. E far saltare la trasmissione ora con una scelta precisa dell’ad genererebbe un cortocircuito mai visto tra ad, presidente e direttore di Raiuno. Cosa che al settimo piano della tv pubblica si vuole assolutamente evitare.

Alitalia, la soluzione si allontana: Fs chiede la proroga di 40 giorni

La prospettiva sempre più concreta di un rinvio a marzo del nuovo piano industriale di Alitalia, che avrebbe dovuto essere presentato entro il 31 gennaio, scatena le ire dei sindacati che hanno annunciato l’avvio delle procedure di mobilitazione. A far capire che i tempi del dossier che riguarda la compagnia di bandiera sono destinati ad allungarsi è l’ad di Ferrovie dello Stato, Gianfranco Battisti. “Abbiamo chiesto la proroga, ma stiamo aspettando la risposta dei commissari sulle tempistiche giuste”, ha spiegato indicando marzo come possibile punto di approdo. Un allungamento dei tempi non gradito dalle principali sigle sindacali del trasporto aereo che hanno annunciato “una mobilitazione unitaria” chiarendo che “in assenza di risposte da parte del governo, anche sulla vertenza Alitalia, sarà inevitabile mobilitarsi”. Il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha provato a essere rassicurante: “L’obiettivo prima di presentare il piano discutere è discuterne con tutti, anche con i sindacati che incontrerò nei prossimi giorni”.

Contro Minenna alla Consob il premier bluffa con Savona

Per il M5S e per il vicepremier Luigi Di Maio, la via crucis di retromarce rischia di allungarsi con una nuova e dolorosa stazione, la presidenza della Consob. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che da mesi ostacola la candidatura dell’economista Marcello Minenna, voluto dal M5S e avversato dagli avvocati d’affari colleghi del premier, ieri ha escogitato la candidatura dell’82enne ministro degli Affari europei Paolo Savona. Sarebbe stato lo stesso Conte a proporre la Consob come via d’uscita all’economista cagliaritano, da tempo emarginato dalla politica economica del governo. Savona non ha smentito: “Non so cosa stia succedendo dietro le mie spalle”. La notizia è stata diffusa da esponenti M5S ostili a Minenna, che pure in questo momento è l’unico punto di accordo tra Di Maio e Matteo Salvini. Gli stessi che hanno accreditato come nuova scelta del M5S l’inverosimile candidatura di un altro economista, Luigi Zingales.

Che Savona sia solo un nome di disturbo lo dimostra il fatto che non sia tecnicamente nominabile. Trattandosi di un pensionato, la legge Madia consentirebbe la sua nomina solo a titolo gratuito e per non più di un anno, mentre la presidenza della Consob è un mandato di sette anni. È significativo che questa obiezione sia stata diffusa da fonti vicine al Quirinale, dove il presidente Sergio Mattarella potrebbe trovarsi nuovamente di fronte alla proposta di nominare Savona, al quale già disse un fermo e rumoroso “no” quando Conte glielo propose come ministro dell’Economia.

Da quattro mesi il premier non trova un nome alternativo, ma il sabotaggio su Minenna si è addirittura intensificato dopo la solenne benedizione di Beppe Grillo, che per l’occasione ha speso insolitamente la sua qualifica di “garante” del M5S. Come se Conte scommettese sull’incapacità di Di Maio di battere i pugni sul tavolo quando serve davvero.

Di Maio: “Ecco chi ha affossato Carige”

“I responsabili di questo disastro dovranno essere resi pubblici e pagare le conseguenze dei propri errori. Carige è l’ennesima banca portata a un passo dal fallimento per una gestione scellerata che non è stata causata solo da incompetenza dei manager, ma anche da commistioni con la politica”. Ha esordito così Luigi Di Maio ieri alla Camera rispondendo a un’interpellanza urgente sull’istituto ligure. Un intervento che ha suscitato molte reazioni perché il vicepremier ha poi fatto un lungo elenco di nomi.

Nessuna novità, a dire il vero, sono le persone che hanno occupato i ruoli di vertice nell’istituto ligure negli anni della gestione di Giovanni Berneschi. Il Fatto li ripete da anni, segnalando i legami passati tra banca, politica (centrodestra e centrosinistra) e anche ambienti della Curia di Genova.

Ha proseguito Di Maio: “In aula voglio pronunciare i nomi e cognomi non solo di chi ha contribuito al fallimento della banca ma anche dei loro sponsor politici”. Poi l’affondo: “All’interno del cda, nel periodo di maggiori sofferenze erano presenti membri legati al mondo politico che hanno giocato a fare i banchieri”.

Tra i nomi citati da Di Maio: “C’erano Alessandro Scajola, fratello dell’ex ministro, Luca Bonsignore, figlio di Vito Bonsignore un ex eurodeputato del Pdl, Giovanni Marongiu, sottosegretario del governo Prodi”. Qualcuno, come Giorgio Mulé (Forza Italia), ha notato la mancanza di Guido Alpa (il mentore di Giuseppe Conte) che ha seduto in società del gruppo Carige in quegli anni. Non si parla per nessuno di responsabilità penali, fino a prova contraria. Quello del leader M5S è stato piuttosto un j’accuse ‘morale’.

Di Maio ha puntato il dito sui finanziamenti da centinaia di milioni concessi durante la gestione Berneschi: “Per un lungo periodo Carige ha assunto rischi troppo alti per operazioni diciamo discutibili che hanno portato la banca a perdite per diversi miliardi… tra questi troviamo un debito di 450 milioni, erogati al Gruppo Messina (il finanziamento è stato rinegoziato nelle scorse settimane, ndr); poi ci sono 250 milioni concessi con estrema leggerezza, come sottolineato anche da Bankitalia, al Parco degli Erzelli, una cittadella tecnologica fortemente voluta dalla politica ligure e realizzata solo a metà sulla collina sopra l’aeroporto”. Il riferimento è all’operazione immobiliare che, come ha raccontato questo giornale, è stata sponsorizzata dall’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Per completare il progetto privato, tra l’altro, sono stati previsti investimenti pubblici che sfiorano i trecento milioni.

“Il governo chiederà di restituire i megabonus che hanno incomprensibilmente incassato visto il disastro che hanno combinato. Il problema alla fine è che non paga mai nessuno e non si dice mai chiaramente come stanno le cose e chi c’è dietro la cortina di fumo dei nomi più o meno sconosciuti di amministratori e dirigenti. Mi auguro – ha concluso Di Maio – che con la nuova Commissione d’inchiesta sulle banche venga avviata una seria inchiesta sul caso Carige”.

Il governatore Giovanni Toti, nella cui giunta siede Marco Scajola (figlio di Alessandro), ha criticato le parole di Di Maio: “Si improvvisa investigatore promettendo di scovare e punire i responsabili delle difficoltà di Banca Carige”.

Pil, Conte e Tria ottimisti, ma i dati non li aiutano

Edire che Billy Cristal in Harry ti presento Sally aveva avvertito tutti: “Mai dire le ultime parole famose”. A quanto pare il premier non è un fan del film scritto da Nora Ephron e ieri s’è fatto intervistare da Povera Patria (Raidue) per dire che la recessione certificata giovedì da Istat è praticamente già alle spalle: “Ci sono tutte le premesse per un bellissimo 2019 e per gli anni a venire. L’Italia ha un programma di ripresa incredibile”. Giuseppe Conte forse dovrebbe ricordare quanto costò a Silvio Berlusconi la frase scolpita a novembre 2011: “Mi sembra che in Italia non ci sia una forte crisi. I ristoranti sono pieni”.

Tant’è, il premier avrà i suoi motivi per essere ottimista, come pure il ministro dell’Economia Giovanni Tria: “Non si vedono rischi di recessione in Europa: gli indicatori dicono che la fase peggiore è quasi passata”. Sarà, ma “il Pmi di gennaio rafforza l’idea che il settore manifatturiero sia in recessione e che durante il primo trimestre questo peserà sull’intera economia”, ha spiegato Chris Williamson, chief business economist di Ihs Markit, presentando la loro ultima rilevazione. In sostanza, l’industria nell’Eurozona non se la passa benissimo: 50,5 il valore dell’indice, dove 50 è la contrazione, in calo di quasi un punto da dicembre; peggio fanno Italia con 47,8 e Germania con 49,7 (entrambe ai minimi dal 2013). Dato coerente con l’ennesimo calo del settore auto: sempre a gennaio le immatricolazioni in Italia hanno fatto segnare un -7,55% rispetto a un anno prima, mentre Fca crolla addirittura del 21,64% con la sua quota di mercato che passa da 28,46 al 24,12%.

Insomma tutto lascia pensare – e, per quanto squalificati dagli errori del passato, sostengono tutti i previsori – che la prima metà del 2019 sarà questa: stagnazione se non calo. Della seconda metà, però, non v’è certezza e questo è il vero problema del governo perché quel semestre ci porterà dritti al 2020, quando il bilancio appena approvato dal Parlamento diventa, per così dire, scivoloso (a partire dagli aumenti dell’Iva legati alla promessa di deficit e debito in calo). Il quadro di finanza pubblica per il 2019, infatti, è compatibile anche con una crescita inferiore all’1% scritta a bilancio, senza contare che difficilmente ci saranno richieste di austerità (aka manovra correttiva) prima delle Europee del 26 maggio. Dopo, si farà tutto più complicato.

Ieri il Centro studi di Confindustria – sì, quello delle cavallette in caso di vittoria del No al referendum – ha stimato per il 2019 una crescita del Pil quasi nulla, al massimo di qualche decimale: la stessa Bankitalia, com’è noto, prevede un +0,6% pur ammettendo che l’impatto del reddito di cittadinanza è difficilmente stimabile e potrebbe essere più alto del nulla a bilancio. Proprio il reddito di cittadinanza e Quota 100 sulle pensioni sono l’arma che rilancerà la crescita secondo il governo. Problema: anche se negli ultimi due trimestri il Pil è stato affossato dalla domanda interna è però difficile che quelle due misure – che sono l’anima (assai poco) “espansiva” della manovra – incrementino i consumi nazionali abbastanza da far svoltare il 2019 a Conte e soci.

Come ormai dicono tutti, pure al bar, servono gli investimenti: quelli privati, che sono fermi anche in attesa di capire cosa succede, e quelli pubblici, i quali però per essere utili non dovrebbero restare solo sulla carta ed essere pensati per avere o un impatto immediato sulla domanda aggregata (piccoli cantieri) e/o di medio periodo (cioè opere che servono davvero e migliorano l’ambiente economico, cioè non il Tav). Significa, in sostanza, fare il contrario di quanto fatto finora al netto del taglio selvaggio praticato sulla spesa pubblica per investimenti (dal 3% del Pil del 2008 a meno del 2 l’anno scorso): difficile che questo cambio di paradigma arrivi per magia dalla struttura di missione che sta per nascere a Palazzo Chigi. I gialloverdi devono pregare che riparta la domanda mondiale e svaluti un po’ l’euro: non sarà bellissimo, ma forse la sfangano.

Scuola, Quota 100 rischia di creare carenze d’organico

È di circa 34 mila unità, tra docenti e personale amministrativo (Ata), la platea di coloro che potrebbero andare in pensione anticipatamente con Quota 100: di questi almeno i due terzi lo farà (gli Ata sono solo 5 mila). Il rischio è che per la scuola si crei un vuoto negli organici a partire da settembre, soprattutto se si aggiunge chi andrà via per anzianità. Si stima quindi ci saranno almeno 70 mila cattedre vuote. Ieri il ministero dell’Istruzione ha pubblicato la circolare d’attuazione per le forme di pensionamento anticipato. La domanda potrà essere presentata dal 4 al 28 febbraio. I sindacati si sono già attivati: “Nelle nostre sedi c’è grande affluenza di docenti che vogliono lasciare la scuola anticipatamente per difficoltà sul piano professionale: l’esodo dalla scuola solo con Quota 100 potrebbe superare le 30 mila unità”, dice Maddalena Gissi, della Cisl scuola, secondo la quale è urgente un concorso. Per Pino Turi (Uil) saranno almeno 20 mila. “Occorre una fase transitoria, con un percorso accelerato per i precari che hanno maturato almeno 36 mesi di servizio”. “Questo esodo significherà ulteriori vuoti di organico”, dice Rino Di Meglio della Gilda, anche in caso di concorso, impossibile si riesca per settembre.

“Il governo del cambiamento finora non ha cambiato nulla”

“In quel paese qui” si manifesta il 9 febbraio. Appena eletto segretario generale della Cgil, Maurizio Landini oltre a lasciarsi sfuggire un intercalare ormai famoso (ma solo dopo un’ora di colloquio) mette l’accento sulla scadenza di piazza che sta costruendo insieme a Cisl e Uil. Non solo perché si preannuncia come una grande manifestazione contro il governo, ma anche per il forte richiamo a valori fondamentali della Costituzione: “Antifascismo e antirazzismo”. Sottolinearli ora espone la Cgil alla sfida all’egemonia di Matteo Salvini. E in questa conversazione Landini manda anche un messaggio preciso al Movimento 5 Stelle: “Rischiano di fare la stampella della Lega. Il governo si confronti invece con il sindacato. La democrazia è la mediazione tra interessi diversi, se no non è democrazia”.

Qual è la ragione di fondo che sta dietro la sua elezione così unitaria?

L’unità che abbiamo raggiunto è il lavoro di anni a partire dalle lotte contro il Jobs Act. La soluzione unitaria è stata il frutto di quel lavoro per il quale ha giocato un ruolo decisivo Susanna Camusso, anche per la difesa dell’autonomia della Cgil.

Qual è l’idea base della nuova Cgil?

L’idea strategica nuova è la contrattazione inclusiva che vuol dire che i diritti non possono più essere legati solo al tipo di rapporto contrattuale, ma devono essere in capo alla persona. A prescindere dal tipo di rapporto, autonomo, subordinato o altro, devi avere gli stessi diritti. Questo è il senso della Carta dei diritti fondamentali che abbiamo presentato come proposta di legge popolare alle Camere.

Dentro la crisi della politica c’è però anche la crisi del sindacato e del suo rapporto con il “popolo”.

Che ci sia un problema di rappresentanza del sindacato è vero, ma è un problema europeo e mondiale. Noi abbiamo milioni di iscritti che pagano volontariamente il contributo sindacale. Abbiamo centinaia di migliaia di delegati e di attivisti di b, cosa che ci ha permesso di reagire.

Lei ha lanciato un percorso di nuova unità sindacale.

Le antiche divisioni non sono più attuali. Ci sono invece molte ragioni sindacali per farlo. Va raccolta la domanda di unità che viene dal mondo del lavoro a partire dai delegati. Per questo chiediamo che il Parlamento discuta e approvi la legge sulla rappresentanza come previsto anche da numerosi accordi con le nostre controparti. L’idea della disintermediazione sociale nasconde una logica autoritaria e poco democratica.

A proposito di governo, di chi è “colpa” la recessione?

Dire che siamo in recessione perché c’è questo governo sarebbe limitativo. Dal 2008 c’è stato un calo del 30% degli investimenti pubblici e una crescita della precarietà che ha contraddistinto governi di centrosinistra e di centrodestra. Bisogna però dire che il ‘governo del cambiamento’ non sta cambiando un bel niente né sull’Europa, né sugli investimenti.

Sull’Europa la Cgil è più critica dei moderni “sovranisti”?

La polemica con l’Europa è stata tutta una finta. Cosa hanno portato a casa? Zero. Il punto vero è il cambiamento delle politiche economiche e quindi ridiscutere la logica dell’austerità.

Dal governo risponderebbero con il Reddito di cittadinanza e Quota 100.

Noi non ci opponiamo in modo pregiudiziale, ma nel merito come nella piattaforma che promuove il 9 febbraio. La critica non è la lotta alla povertà, ma il fatto che la traducano con l’ennesimo intervento sul mercato del lavoro. Non è con i Centri per l’impiego che si crea lavoro, ma con gli investimenti. Trovo poi incredibile che a risolvere il problema vengano assunti cosiddetti Navigator con contratti di lavoro precario. Sulle pensioni, Quota 100 non è la riforma della Fornero.

Non crede che ci siano differenze tra i due partiti di governo?

La differenza era chiara in campagna elettorale. L’accordo di governo fa prevalere una logica di destra con un ruolo preponderante di Salvini. Le promesse del M5S, in particolare sul lavoro, non si stanno realizzando.

Eppure i sondaggi dicono che il governo ha un ampio consenso.

Ma più del 40% degli intervistati non dice quello che pensa. Nel 2018 si è verificata l’astensione più alta della storia. Al di là dei sondaggi di Salvini, aumenta la sfiducia e la rottura sociale.

Per questo insiste sui valori dell’antifascismo e dell’antirazzismo?

Si tratta di un tema decisivo, perché gioca sulla pelle delle persone. E si raccontano cose non vere. Ci dicono che siamo invasi, ma in realtà sono più i giovani italiani che fuggono all’estero dei migranti che sbarcano in Italia. Dobbiamo spezzare la narrazione di Salvini. La responsabilità per le diseguaglianze non è dello straniero di turno ma del governo che non dà risposte ai problemi dei lavoratori.

Il suo invito sembra essere colto da ampi settori.

Il sindacato sta dando voce a un sentire diffuso che non aveva la visibilità generale.

Si tratta di una Cgil più politica?

Le Camere del lavoro nascono anche per trasformare la società e avere un ruolo ‘politico’. Le conquiste più importanti sono state ottenute negli anni di maggior protagonismo sindacale unitario.

Un problema spinoso: il Tav. Si deve fare o no?

Innanzitutto il governo dovrebbe smettere di farsi l’opposizione e decidere. Nella mia storia ho espresso dubbi rispetto all’utilità di quell’opera, ma è evidente che nella Cgil prevale l’orientamento di utilità della ripresa dei cantieri. La discussione non può concentrarsi su una singola opera, serve un ragionamento più ampio sul lavoro e gli investimenti pubblici. Noi, ad esempio, proponiamo un’agenzia pubblica che coordini gli investimenti pubblici.

Come l’Iri?

Una ‘nuova Iri’, non la ripetizione del passato. Va riaffermato il ruolo del pubblico nel creare lavoro e uno sviluppo sostenibile.

Leoluca Orlando viola il decreto Sicurezza e registra i migranti

La guerradi Leoluca Orlando al decreto sicurezza, annunciata tempo fa a mezzo stampa, è diventata reale nel pomeriggio di ieri: l’anagrafe di Palermo ha registrato, con la firma del sindaco, quattro richiedenti asilo (tre del Bangladesh e una donna libica) che, a norma della legge voluta da Matteo Salvini, non avrebbero diritto alla residenza nel Comune. Secondo il sindaco, però, il divieto di registrazione dei richiedenti asilo rischia di negare alcuni diritti umani fondamentali, primo fra tutti quello alla salute (che a quel punto sarebbe tutelato solo in Cas e Cpr): “Questo è un provvedimento amministrativo, che ha basi giuridiche ed amministrative solide, anche se ora qualcuno parlerà di atto politico”. Notevole anche il modo in cui si è arrivati al provvedimento. Il 2 gennaio Orlando aveva emanato una circolare per chiedere agli uffici di valutare la sospensione della norma di Salvini e in seguito ha aggiunto che avrebbe firmato lui stesso i documenti per evitare grane giudiziarie agli impiegati. Non è bastato: da lunedì, primo giorno utile per la richiesta degli stranieri, quasi tutto l’ufficio era in malattia, giovedì è arrivato il “no” degli addetti recuperati alla bisogna, ieri la firma del sindaco. Ora partiranno le denunce.