L’ultima creatura di Calenda: “Puntiamo al 30%”

Gli autosondaggi di Carlo Calenda ingrassano di minuto in minuto. Verso le 16, intervistato da Alan Friedman, l’ex ministro ipotizza un futuro straordinario per il suo listone (si chiama “Siamo Europei”, vuole raggruppare la galassia “anti-sovranista”, qualsiasi cosa significhi). “Il nostro obiettivo – spiega Calenda – è raggiungere il 28%”. L’ascesa è inarrestabile: poche ore più tardi, di fronte a un altro microfono, i numeri sono già cresciuti. “L’obiettivo è superare il 30%”. Come? “Rivolgendoci anche agli elettori del centrodestra delusi da Salvini”.

Solo giovedì l’amata Repubblica lanciava l’operazione Calenda con un sondaggio che stimava il potenziale elettorale del listone tra il 20 e il 24%. Poco, troppo poco: lui ora propone “una grande mobilitazione popolare”.

È uno dei paradossi della serata: una mobilitazione popolare attorno al rampollo della sinistra “pariolina” e ben pasciuta, come lo descrivono i più maligni ritrattisti politici. Ma il fatto davvero curioso è un altro: all’evento in cui Calenda lancia il listone che dovrebbe inglobare il Pd, del Pd non si vede nessuno. Né si vedono i radicali di +Europa, che allo stato attuale non hanno alcuna intenzione di aderire.

In compenso in prima fila c’è la regista Cristina Comencini, che di Calenda è la mamma: “È la prima volta che mi viene a sentire – scherza lui – L’ultima volta che ho lanciato un manifesto, il Fronte Repubblicano, non l’ha firmato nemmeno mia madre”.

Stavolta, raggiante, annuncia già 150 mila adesioni. E festeggia il sostegno di quattro piccole associazioni euro-entusiaste: “L’Italia Che Verrà”, “Koiné”, “Riformismo e Solidarietà”, “Europei in Italia”.

Tutto si celebra a Roma, auditorium di via Rieti. La sala non è grande ma è gremita. Le chiome in platea sono per lo più bianche: si fa una fatica disperata a individuare degli under 30 (un vecchio problema del centrosinistra).

L’ex ministro è in forma, si lancia in un discorso a braccio sciolto e brillante. Parla veramente come fosse un leader. Ed è un altro paradosso: chi l’ha investito? Perché il Pd dovrebbe affidare le sue residue fortune elettorali a un ex ministro (con Renzi e Gentiloni) che si presenta come un uomo nuovo, ha preso la tessera dopo il 4 marzo e ha evocato a più riprese lo scioglimento del partito? Mistero. Si risolverà al più tardi dopo le primarie dem. Per ora i principali candidati alla segreteria, Nicola Zingaretti e Maurizio Martina (assenti), benedicono l’operazione.

Dal palco, non a caso, Calenda azzanna solo pochi compagni: quelli legati a Matteo Renzi. Non lo nomina, ma il primo siluro è per lui: “Io non credo che alle Europee dobbiamo togliere il logo del Pd. L’importante è fare delle liste a prova di bomba. Quelle del Pd alle Politiche erano di una qualità talmente scadente che hanno contribuito al pessimo risultato”. Il secondo è per Maria Elena Boschi: “Io sono contrario al reddito di cittadinanza per come è stato realizzato, ma chi dice che il reddito serve a fare ‘una vita in vacanza’ (ovvero l’ex ministra, ndr) non sa come si parla della povertà. Ed è parte del nostro problema”.

L’ultima polemica, più garbata, è con Emma Bonino: “Ovviamente mi pare logico che +Europa debba stare con noi in una lista europeista. Lei invece sostiene che siccome c’è una legge proporzionale, conviene andare separati. Ma l’idea che cinque liste divise prendano ognuna il 10% mi pare inesistente. E ricordo che la soglia di sbarramento è al 4%”. Calenda, ora lo sappiamo, punta come minimo al 30.

I pm: “Ricattò l’Appendino”. Ora lavora per la Castelli

Le ipotesi di reato fanno presagire qualcosa di grave. Turbativa d’asta e traffico illecito di influenze, ma soprattutto un’estorsione ai danni di Chiara Appendino, di cui era il collaboratore più fidato, il “pitbull” sempre pronto a difenderla. Ieri mattina i carabinieri hanno notificato un nuovo avviso di garanzia a Luca Pasquaretta, 42 anni, giornalista lucano trapiantato a Torino dove dal 2016 fino allo scorso 4 agosto è stato il portavoce della sindaca M5s e capo ufficio stampa della Città, incarico lasciato ad agosto per poi ricoprire quello di collaboratore del sottosegretario all’Economia Laura Castelli (senza inquadramento ufficiale, tanto che non risulta dal sito del Mef), anche lei grillina torinese.

Tutto è cominciato la scorsa primavera. Il capogruppo Pd in consiglio comunale, Stefano Lo Russo, aveva denunciato pubblicamente un incarico “ultroneo” di Pasquaretta. Nel corso del Salone del libro del 2017 aveva ottenuto un incarico di portavoce di Massimo Bray, presidente della Fondazione per il libro, durato quindici giorni e pagato cinquemila euro. “Tutto è stato fatto in modo controllato e autorizzato”, si difendeva lui, salvo poi restituire alla Fondazione la somma. Non è bastato a metterlo al riparo. L’opposizione aveva sottolineato la difficoltà di compiere due incarichi contemporaneamente e il trattamento di favore ricevuto da Pasquaretta rispetto a moltissimi altri creditori che non hanno potuto riscuotere quanto dovuto. La maggioranza pentastellata in consiglio comunale ha avuto un’ulteriore ragione per metterlo alle strette dopo i litigi e dopo il suo coinvolgimento in un’inchiesta sorta dopo il 3 giugno 2017 e i fatti di piazza San Carlo: Pasquaretta era stato indagato per apertura abusiva di luoghi di spettacolo e invasione di terreni per aver organizzato, insieme ad altri, l’allestimento di un altro maxischermo per la proiezione della finale di Champions League al Parco Dora.

La procura, poi, è andata a fondo. Nel luglio scorso il sostituto procuratore Gianfranco Colace, che ha coordinato l’inchiesta di carabinieri e Guardia di finanza sul Salone del libro, lo ha iscritto nel registro degli indagati per peculato. Appendino, nel frattempo, gli aveva tolto l’incarico di capo ufficio stampa, lasciando soltanto quello di portavoce, fino a quando – ricevuto l’avviso di garanzia per peculato – Pasquaretta si è preso una pausa sfociata nella rottura consensuale del rapporto di lavoro lo scorso 3 agosto.

Poche settimane fa al termine dell’inchiesta sul Salone del libro il nome dell’ex portavoce non compariva nella lista degli indagati: la vicenda era stata stralciata per poter essere approfondita e il motivo si è intuito soltanto ieri, giorno in cui l’assessore al Commercio Alberto Sacco è stato sentito come persona informata sui fatti e i carabinieri hanno perquisito l’abitazione di Pasquaretta. Gli inquirenti sospettano che, terminato il suo incarico, l’ex collaboratore di Appendino abbia commesso nuovi reati, di cui non è dato sapere molto. Trapela però un dettaglio importante: nell’avviso di garanzia si ipotizza che l’estorsione sia stata commessa ai danni della sindaca subito dopo la fine del suo incarico. Forse per questa ragione Pasquaretta non è più difeso dagli avvocati dello studio Chiusano, che assistono anche Chiara Appendino.

Pasquaretta, in passato cronista sportivo, pr di locali e addetto stampa di “Torino Erotica”, aveva ottenuto l’incarico di portavoce di Appendino a mo’ di riconoscimento per l’aver lavorato gratuitamente come addetto stampa della candidata M5s nel 2016. Nell’ottobre 2017 era stato un altro uomo fidatissimo della sindaca, l’ex capo di gabinetto Paolo Giordana, a lasciare l’incarico per via delle indagini.

Bongiorno: “La lettera di Matteo al Corsera? Ho aiutato a scriverla”

“Salvini non rischia nulla,credo sia innegabile l’interesse pubblico” dice il ministro per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno a Tagadà su La7 in merito al voto del Senato sull’autorizzazione a procedere contro il ministro dell’Interno, accusato dal Tribunale dei ministri di Catania di aver sequestrato i migranti a bordo della nave Diciotti impedendo lo sbarco. Argomenta Bongiorno che a giugno 2018 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha detto “esplicitamente che bisogna cambiare approccio agli sbarchi, occorre che vi sia una svolta e una redistribuzione”. Il ministro, secondo la vulgata, è l’autrice della lettera che Salvini ha inviato al Corriere della Sera martedì per dire “non processatemi”: “Ogni parola è di Salvini, io ho dato un supporto tecnico”, ammette però Bongiorno, secondo cui il leader leghista “non scappa dal processo se mai ci sarà un processo”. In ogni caso non sarà lei a difenderlo se il Senato voterà sì all’autorizzazione: “Sto facendo il ministro per ora, non l’avvocato”. Infine Bongiorno avalla la linea difensiva del Viminale (contestata dai giudici): “In quei giorni fu focalizzata l’attenzione su un pericolo di arrivo di terroristi dal mare e quindi c’era stata particolare attenzione”.

Il dilemma Sì o no al “Capitano”

 

Antonio Padellaro

Caso perfetto per il Comitato di conciliazione mai insediato

La fine è nota. Salvo eventi spiacevoli, e grazie a qualche stratagemma leguleio, i vertici del M5S diranno no all’autorizzazione a procedere contro Salvini. E dunque diranno sì alla sopravvivenza del governo. Non sappiamo ancora con quale procedura dorotea ciò avverrà nella Giunta per le autorizzazioni, e poi con il voto del Senato, però non sarà il malpancismo di pochi o molti grillini a fermare la gloriosa marcia gialloverde del cambiamento. Poiché, però, il famoso Contratto benché stilato come una bibbia non poteva prevedere l’imprevedibile (cioè la realtà nel suo incessante divenire), che cosa avevano escogitato gli amanuensi per evitare controversie “e addivenire a una posizione comune”? Ecco, a pagina 2, la costruttiva trovata del “Comitato di conciliazione che si attiverà in tempo utile per raggiungere un’intesa e suggerire le scelte conseguenti”. Per il dna del M5S, nato contro i privilegi della casta (e dei ministri) il caso Salvini (e numerosi altri) sembrerebbe tagliato e cucito per siffatto organismo. Che infatti mai fu insediato.

 

Sandra Bonsanti

È solo l’ultimo dei tradimenti alla democrazia e alla Carta

È evidente che i 5 Stelle siano nell’angolo, perché si sono sempre pronunciati per dare spazio alla giustizia, contro chi invece si oppone alla giustizia. Alla fine troveranno il modo per non votare contro il ministro Salvini, faranno un accordo e poi cercheranno di spiegarlo ai propri elettori, anche se mi sembra molto difficile. Questo però è solo l’ultima scheggia di una serie di tradimenti che stanno compiendo, in primis alla democrazia parlamentare e alla Costituzione che in passato avevano sempre difeso, e che prevede l’onorabilità della classe politica e difende il lavoro della magistratura. Le dichiarazioni contraddittorie che stanno facendo i 5 Stelle sono sintomo di confusione, di un grande minestrone per deviare dalla via più semplice, che sarebbe la retta via di un’autorizzazione a procedere. La realtà è che hanno provato a fare un contratto infilandoci più cose possibili, ma la realtà non la si può racchiudere in un contratto e prima o poi capita l’imprevisto con cui fare i conti. E in questo caso, sarebbe meglio spezzare la corda.

 

Enrico Mentana
È l’occasione per maturare una posizione più garantista

Si dovrebbe sempre decidere con cognizione di causa, basandosi sulle carte e non su un pregiudizio politico o su una presunzione di colpevolezza, che pure è stata spesso nel passato dei 5 Stelle. Se quindi il Movimento si comporterà come un qualunque cittadino chiamato a una giuria popolare non farà danno né a se stesso né al proprio mandato. Io non ho mai amato la via giudiziaria come sostituto del bilanciamento della democrazia e su questo i 5 Stelle adesso potrebbero maturare e al tempo stesso far maturare al loro elettorato una posizione più garantista. In qualche modo è un’occasione. Non sto dicendo che bisogna votare contro l’autorizzazione, ma per lo meno non prendere una posizione “a prescindere”, come in passato. Dal punto di vista del consenso, c’è uno zoccolo duro che li seguirebbe qualsiasi cosa dicessero, ma c’è anche una parte fluttuante che potrebbe essere ingolosita da Salvini, che gioca questa partita da professionista, con una lunga storia politica, a fronte di debuttanti. E questo i 5 Stelle lo sanno.

 

Peter Gomez
Autodenuncia e atti a Catania poi il sì contro i nuovi imputati

Se i 5 Stelle diranno no al processo contro Salvini perderanno molti voti alle Europee. È vero, come spiega il premier, che il Senato si dovrà pronunciare solo per stabilire se gli atti del ministro dell’Interno sono coperti da ragion di Stato. Ma la differenza rispetto agli altri casi legati a ruberie non verrà colta da tanti elettori. Perché i 5S hanno fin qui sostenuto che politici e ministri vanno sempre trattati alla stregua dei comuni cittadini. E la mancata coerenza si paga. Se però alcuni ministri pentastellati possono dimostrare di essere concorrenti nel presunto reato di Salvini, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello penale, questi ministri, sempre per coerenza, hanno il dovere di autodenunciarsi alla magistratura e chiedere di essere processati con lui. In questo caso la Giunta per le autorizzazioni (come già accaduto in passato) potrà rimandare gli atti a Catania domandando di esaminare i fatti prima sconosciuti. Per poi pronunciarsi (con il sì dei 5S in coerenza con i loro principi) quando (e se) verrà inviata dalle toghe una nuova richiesta di processo contro tutti gli imputati.

 

Andrea Scanzi
Tanto vale staccare la spina, meglio coerenti che paraculi

Se il M5S negherà l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini, farà una cosa tanto vergognosa quanto politicamente suicida. L’unica strada è votare sì, come in questi casi (solo) i 5 Stelle hanno meritoriamente sempre fatto. L’uovo di Colombo sarebbe autodenunciarsi e farsi processare pure loro, perché sul caso Diciotti non ha deciso certo solo Salvini. Questo tentennamento è puerile, pietoso e palloso. Salvini, come spesso gli è capitato, è passato dallo status di ganassa ipotetico a quello di leader moscio che è solo chiacchiere e distintivo. Ha avuto paura, si è accodato alla Bongiorno e ha voluto testare gli alleati, che infatti continua a provocare (trivelle, Tav). Qualcuno dice: “Se il M5S voterà sì, Salvini farà saltare il governo”. Pazienza: il Salvimaio ha senso per il M5S solo se a ogni rospo ingoiato corrisponde una vittoria autentica. Altrimenti tanto vale staccare la spina: meglio coerenti con la schiena dritta che pavidi paraculi. A meno che qualcuno, nel M5S, si sia nel frattempo innamorato – e incollato – alle poltrone come quelli di prima.

 

Marco Revelli
Si stanno giocando l’anima sul filo dell’opportunità politica

Tutta la vicenda è disgustosa: un ministro gradasso e codardo che prima sfida i giudici e poi si tira indietro, e i suoi alleati che rischiano di fare una figura ancora peggiore, dopo aver fondato la propria identità su principi di giustizia. L’impressione è che in questa alleanza, i 5S si siano mangiati l’anima e si stiano facendo mangiare il proprio patrimonio elettorale dal concorrente. La cosa che colpisce è che si discute sul filo dell’opportunità politica e si smarrisce il fatto che Salvini metta sul palcoscenico del governo una rappresentazione di disumanità nei confronti dei migranti che ha ripercussioni anche sul Paese, basta vedere la cattiveria della gente comune sui social network. Ora il M5S rischia tutto: non si gioca solo l’alleanza di governo, ma l’anima. In caso di voto contrario all’autorizzazione a procedere, si condannerebbero all’inutilità politica, all’inconsistenza. Verrebbe meno uno degli elementi decisivi che li contraddistingue.

Afghanistan, Trenta: “Nessun ritiro per ora È una montatura…”

Il ritirolo decide il Parlamento, non il ministro della Difesa. “Il caso è stato un po’ montato dai giornalisti”, si spiega a Otto e mezzo Elisabetta Trenta alla domanda se avesse o meno stabilito di ritirare il contingente militare italiano dall’Afghanistan nel giro di un anno. “Non ho mai annunciato il ritiro, ma una fase di pianificazione che prevedesse anche questo”, chiarisce il ministro facendo riferimento al suo colloquio col presidente del Consiglio Conte. Quanto al processo di ritiro delle missioni militari dal paese asiatico, Trenta spiega che la riflessione “nella Nato è iniziata da tempo, da prima della sua elezione Trump diceva di voler ritirare le truppe americane” e ”le decisioni vanno prese rispetto al momento e in questo momento noi con serietà accompagneremo alle elezioni di luglio la provincia di Herat, dove si trova il contingente italiano”. E poi si vedrà come vanno i negoziati. Prima di lasciare l’Afghanistan, sostiene Trenta, bisogna trovare accordi con le popolazioni locali per assicurare al paese un futuro diverso: “La pace non si può fare a discapito dei diritti delle donne, né senza dei negoziati coi talebani”.

Etihad fa ricorso La lunga e cara storia dell’aereo di Stato di Renzi

Il quadrimotore Airbus A340-500 di Etihad, meglio conosciuto come Air Force Renzi, resta ancora parcheggiato in un gigantesco padiglione dell’aeroporto di Fiumicino. Il Tar del Lazio ha respinto il ricorso della compagnia emiratina – che fu azionista di Alitalia – contro la recessione del contratto di affitto dei commissari di Alitalia su ordine del ministro della Difesa, ma Etihad annuncia che ha intenzione di proseguire la battaglia legale contro l’Italia.

Nei primi mesi di governo, tra fine luglio e agosto, i Cinque Stelle hanno avviato la rottamazione mediatica – con passerella dei ministri a Fiumicino, tra cui Luigi Di Maio, Danilo Toninelli, Elisabetta Trenta – dell’Air Force Renzi, che al momento dell’affitto per sette anni – data riconsegna teorica nel 2023 – costava oltre 150 milioni di euro inclusa la manutenzione ordinaria e straordinari. S’era capito subito che il quadrimotore non fosse un buon affare: mezzo vecchio, consuma troppo, eccessivamente grande, non poteva essere ospitato a Ciampino dove alloggia il 31° Stormo dell’Aeronautica – che si occupa dei voli di Stato – per ragioni di spazio. Oggi un modello così, in vendita, non richiede più di una decina di milioni di euro.

I Cinque Stelle hanno promesso risparmi per circa 100 milioni di euro, ma l’Italia ha già versato un anticipo di 25 milioni e altri 50 milioni a rate. Per una clausola dell’accordo con l’allora governo di Renzi, l’Italia dovrebbe pagare comunque l’intero importo dell’affitto (esclusa, ovviamente, la manutenzione e 20 milioni di euro mai spesi, per pudore chissà, per la conversione della cabina passeggeri). Oggi non è possibile quantificare e nemmeno stimare il risparmio per lo Stato, di sicuro il contenzioso è ancora lungo.

Ecco il Conte normalizzatore Ma dai territori sale la fronda

La rotta verso l’abiura l’ha indicata lui, l’avvocato che non viene dai banchetti. Il presidente del Consiglio che fuorionda se la rideva con Angela Merkel dei due discoli Di Maio e Salvini, quelli che “quando io dico di smetterla non litigano”. E certi Cinque Stelle di peso ora ruminano rabbia e cattivi pensieri: “Ma dove vuole arrivare Giuseppe Conte?” Probabilmente ad “annullare sempre più tutti e due, sia Luigi che Matteo” soffia una voce che conta del Movimento.

Vuole superarli, con la voce e le decisioni di chi siede a Palazzo Chigi, ed è molto contento di starci. E pazienza se Di Maio aveva promesso il sì, alla richiesta del Tribunale dei ministri di processare Salvini per sequestro di persona. E niente drammi, anche se sui territori, consiglieri regionali e comunali sono in rivolta per il probabile favore al leghista. Con le chat che esplodono e un dimaiano doc come il veneto Jacopo Berti, membro del collegio dei probiviri (carica di peso), che protesta su Radio Padova: “La questione dell’autorizzazione a procedere, la Giunta che ti deve dare un voto perché tu sei un appartenente alla casta magica privilegiata non deve esistere”. Eppure si corre verso il no. Perché il Carroccio in caso contrario minaccia di far saltare il governo, e anche se suona come un bluff, i grillini sono impressionati: “I parlamentari della Lega ce lo dicono da giorni, se non fermiamo i giudici andiamo tutti a casa”.

E comunque non è il caso di rischiare secondo Conte: il normalizzatore del Movimento, l’ex “non partito” che un tempo i palazzi li assediava, e ora li riempie. Tanto da scoprire che oltre al bianco e al nero esistono altre sfumature: congeniali al premier, il mediatore. La conversione a U sul Tap, quello che il M5S doveva chiudere “in 15 giorni”, l’ha preparata e spiegata lui. E sul no al processo per il ministro dell’Interno ha già indicato il punto di caduta, in punta di diritto: “Parlare di immunità è uno strafalcione giuridico, definire questo voto un salva-Salvini è un falso”. Un assist migliore il leghista non poteva chiederlo. Però in politica nulla è gratis. Così sull’immigrazione il Salvini dei porti chiusi dovrà convivere con il Conte che i migranti li va “a prendere in aereo”, come ha ribadito sempre alla Merkel nel cosiddetto fuori onda. Però adesso ora è innanzitutto tempo di autorizzazione a procedere, con i sette grillini nella giunta per le autorizzazioni del Senato che avranno respirato, ascoltando il premier. Perché cinque propendono per il no, e “almeno due sembrano irremovibili” spiegano.

Lo sa bene Di Maio, che assiste al Conte primo della fila con apparente atarassia. Però il timore di essere scavalcato esiste, nella testa e nelle chiacchiere riservate del vicepremier. Capo politico da statuto, quindi con polizza sul futuro. Ma la regola dei due mandati elettivi è ancora lì. Ed è un comandamento che indebolisce naturaliter Di Maio e tutta la sua cerchia, e che al contrario è carburante per Conte, sempre altissimo per consenso nei sondaggi, mentre il suo vice cala e ricala. Ecco perché il fuorionda tra il premier e la Merkel mostrato da Piazzapulita ha alimentato mille congetture. E ha fatto arrabbiare tanti dei pretoriani del leader politico: “Conte parlava di noi 5Stelle come di una cosa diversa, quasi lontana da lui. Ma Luigi lavora e si sacrifica per tutti, per questo paga nei sondaggi”. Ed è sempre Di Maio che ha in mano il cerino del voto sul processo per Salvini. Perché Conte la sua l’ha detta. Ma sulla sponda del sì c’è una bella porzione del corpaccione parlamentare. E ci sono gli eletti locali, cioè la prima trincea. E non è un dettaglio, visto che i voti piazza per piazza dovranno cercarli innanzitutto loro. In vista delle Europee di maggio, certo. Ma prima ci saranno Comunali e Regionali, anche in luoghi simbolici come il Piemonte del Tav.

E il Movimento che governa l’Italia fatica a trovare candidati. “Comporre le liste è diventato un dramma, vogliono tutti candidarsi nelle elezioni nazionali”, raccontano. Ma oltre al carrierismo c’è anche altro, la distanza dai vecchi codici (utopie?) che si allarga e scolora la diversità del M5S. Come ha ricordato sull’Huffington Post la capogruppo in Regione Lazio, Roberta Lombardi (“Il no al processo va contro i valori del Movimento”). Per questo alcuni big continuano a ripetere a Di Maio che bisognerebbe rimettersi all’ordalia sul web, cioè far decidere gli iscritti sul blog: anche per non spezzare quel filo. Ma dalla Casaleggio, hanno fatto notare che sui social anche diversi elettori dei 5Stelle spingono per lo stop ai giudici. E allora sarebbe meglio evitarlo il voto sul blog, perché in caso di vittoria del no il capo del Carroccio potrebbero esibirlo come un trofeo. Anche se c’è chi obietta: “Quelli che ora ci chiedono di salvarlo tra sei mesi potrebbero rinfacciarci tutto questo, ci sono vari precedenti”. E comunque la base che si agita è un problema, a prescindere.

Mattia Fantinati, sottosegretario veneto vicino a Di Maio, non lo nasconde: “Potrebbe essere vero che molti attivisti e perfino portavoce non abbiano capito che non è di immunità che si parla, ma è nostro dovere spiegare e rispiegare la nostra posizione, ascoltando i territori”. Ai piani alti sperano che basti per non perdere troppi pezzi e troppi voti. Mentre il capogruppo in Senato Stefano Patuanelli deve ricordarlo su Radio24: “Siamo in un caso che creerà un precedente, non ci si è mai trovati di fronte alla richiesta di rinvio a giudizio per un ministro che ha agito sulla base della sua funzione”. E il sottotesto è chiaro: proprio a loro doveva capitare.

B. spera: “Possibile un nuovo governo di centrodestra”

“C’è una possibilità di nuovo governo di centrodestra sostenuto da una maggioranza allargata ai 5S insoddisfatti”, ma non è detto che a presiederlo possa essere Matteo Salvini. Lo assicura Silvio Berlusconi a Circo Massimo su Radio Capital: “I miei parlamentari mi dicono che molti 5 stelle sono scontenti di non contare nulla. Mattarella certamente non vuole andare a nuove elezioni a poco più di un anno dalle ultime. Se in Parlamento si verificasse il formarsi di un Gruppo che potrebbe spostare la maggioranza a un governo di centrodestra, credo che il Presidente della Repubblica sarebbe soddisfatto”. Salvini premier?: “Dovrà deciderlo Mattarella”, dice il leader forzista. “La Lega – ha poi proseguito Berlusconi in comizio a Pescara ostrando anche il programma del centrodestra approvato da Matteo Salvin – ha firmato con noi un programma in cui si impegna per meno tasse, meno burocrazia, meno Stato, più Infrastrutture, ma non si oppone al M5S in un governo che fa contrario: la pressione fiscale è aumentata, c’è più burocrazia, si parla di nazionalizzazioni, le aziende soffocano e le grandi opere sono bloccate”. Pescara, mi: “E’ questa la ricetta per far ripartire l’Italia”, ha sottolineato.

Il Siap ringrazia il Viminale: “Da 8 anni dimenticati da tutti”

Sono ormai quasi otto anni che in uno scenario operativo unico in Italia migliaia di donne e uomini in divisa, dimenticati dalla maggior parte della politica, devono garantire i lavori di un’opera strategica per l’Italia”. Così, in una nota scrive Pietro Di Lorenzo, Segretario Generale Provinciale del Siap (Sindacato Italiano Appartenenti Polizia) che esprime soddisfazione per il fatto che “che oggi (ieri, ndr) il ministro Salvini porti fisicamente la propria vicinanza alle forze di Polizia impiegate per difendere il cantiere del Tav”.

“Non entriamo nel dibattito sull’utilità dell’opera”, aggiunge Di Lorenzo e prosegue: “a coloro che vorrebbero cambiare la storia per utilizzarla contro il governo di turno vogliamo dire che noi abbiamo buona memoria e non dimentichiamo mai chi siano i professionisti della violenza, di quali coperture politiche hanno sempre goduto né, tantomeno, nessuno dei nostri feriti causati da loro in questi lunghi anni”.

“Grazie dunque al ministro Salvini, chiunque ha il coraggio di stare apertamente dalla nostra parte avrà sempre il nostro rispetto”.

“È un’opera utile”. Parola di Matteo, ministro capotreno

Sul Tav Torino-Lione, il ministro dell’Interno Matteo Salvini, in visita ieri a Chiomonte, ha già deciso.

“L’Italia ha bisogno di più opere”

“La mia convinzione è che l’Italia abbia bisogno di più opere, più strade, più ferrovie, più energia, più gas, più porti, più aeroporti”. In realtà, l’Italia ha bisogno di più opere utili e di non buttare soldi in opere inutili. Chiedere agli amministratori leghisti che al Nord sono alle prese con troppi piccoli aeroporti che si fanno concorrenza tra loro.

“Sono disposto a cambiare idea in base ai numeri”

“Siamo persone pratiche”, dice Salvini. Bene, ecco i numeri. Il Tav Torino-Lione è nato come treno passeggeri ad alta velocità, ma quando i promotori si sono resi conto che tra Torino e Lione non c’è un traffico sufficiente a giustificare il colossale investimento, lo hanno trasformato in treno merci ad alta capacità. Il problema è che il traffico merci tra l’Italia e la Francia dal 2001 (anno del massimo) al 2016 è calato del 17,7%, sia su ferrovia (-71% dall’anno record 1997 al 2016), sia su strada (da Ventimiglia al Monte Bianco, -6,5% tra il 2001 e il 2016). È aumentato un po’ il passaggio merci a Ventimiglia (dai 17,4 milioni di tonnellate del 2009 ai 20,2 del 2017): ma è una rotta che difficilmente si sposterà più a nord, perché diretta più verso la Spagna che la Francia. La linea attuale, poi, è sottoutilizzata. Potrebbe già trasportare dai 20 ai 30 milioni di tonnellate all’anno. Ne ha portate invece solo 10 nell’anno-record (1997), per poi scendere a 7 nel 2007, a 3 nel 2017. Perché spendere oltre 12 miliardi di euro (9,6 per il tunnel più almeno 3 per la linea) per un’opera evidentemente superflua?

“Se finire costa meno che interrompere si va avanti”

Salvini dice: “È più saggio finire il buco sotto la montagna e spendere meno soldi o spendere più soldi per riempire i buchi sotto la montagna? Secondo me è più normale finire il buco nella montagna”. I numeri dicono però un’altra cosa: finire “il buco nella montagna” costerà almeno altri 9,6 miliardi. Se ci fermiamo qui, invece, li risparmiamo tutti (e possiamo magari utilizzarli per opere davvero utili). Le penali, poi, non ci sono. Finora abbiamo speso per attività preparatorie 1,8 miliardi, in parte finanziati dall’Unione europea, che può chiedere, è vero, la restituzione dei soldi concessi per opere non fatte. Ma quei finanziamenti sono stati dati per opere parziali che sono state tutte completate: l’Ue non può dunque chiederci nulla. Nulla può pretendere neppure la Francia, con la quale l’Italia non ha mai firmato accordi che prevedano penali. Qualche penale potrebbero pretenderla le aziende che hanno iniziato i lavori non ancora finiti. Potrebbe essere una cifra non superiore ai 100 milioni, facilmente transabili e azzerabili in cambio di incarichi per mettere in sicurezza i lavori finora realizzati.

Il grosso dei lavori, del resto, non è ancora iniziato. Sono stati scavati tunnel geognostici (per un totale di 7 chilometri), ma in Italia neppure un metro del grande tunnel ferroviario previsto dal progetto (due gallerie di 57,5 chilometri ciascuna), per il quale non è stata neppure bandita la gara. Dunque non c’è “un buco da riempire”, se non i 7 chilometri di gallerie di servizio scavate finora.

“Togliamo dalla strada un milione di tir”

Salvini indossa anche i panni dell’ecologista. Ma i dati dicono che in Val di Susa il milione di tir da togliere dalla strada non c’è. D’altra parte, il cambio non è automatico: per togliere traffico dalle strade, purtroppo, non basta scavare un tunnel ferroviario, bisogna rendere conveniente il trasporto su ferro rispetto a quello su gomma. A Ventimiglia c’è sia la ferrovia, sia l’autostrada, ma le merci che passano sui treni sono solo 0,7 milioni di tonnellate l’anno, mentre sui camion sono 19,5 milioni. Come ridurre l’inquinamento? Al Frejus transitano in media 5 mila veicoli al giorno, sulla tangenziale di Torino 240 mila al giorno. Da dove partire, dunque? Vale la pena di cominciare da un “buco nella montagna” da 9,6 miliardi di euro?