Gli autosondaggi di Carlo Calenda ingrassano di minuto in minuto. Verso le 16, intervistato da Alan Friedman, l’ex ministro ipotizza un futuro straordinario per il suo listone (si chiama “Siamo Europei”, vuole raggruppare la galassia “anti-sovranista”, qualsiasi cosa significhi). “Il nostro obiettivo – spiega Calenda – è raggiungere il 28%”. L’ascesa è inarrestabile: poche ore più tardi, di fronte a un altro microfono, i numeri sono già cresciuti. “L’obiettivo è superare il 30%”. Come? “Rivolgendoci anche agli elettori del centrodestra delusi da Salvini”.
Solo giovedì l’amata Repubblica lanciava l’operazione Calenda con un sondaggio che stimava il potenziale elettorale del listone tra il 20 e il 24%. Poco, troppo poco: lui ora propone “una grande mobilitazione popolare”.
È uno dei paradossi della serata: una mobilitazione popolare attorno al rampollo della sinistra “pariolina” e ben pasciuta, come lo descrivono i più maligni ritrattisti politici. Ma il fatto davvero curioso è un altro: all’evento in cui Calenda lancia il listone che dovrebbe inglobare il Pd, del Pd non si vede nessuno. Né si vedono i radicali di +Europa, che allo stato attuale non hanno alcuna intenzione di aderire.
In compenso in prima fila c’è la regista Cristina Comencini, che di Calenda è la mamma: “È la prima volta che mi viene a sentire – scherza lui – L’ultima volta che ho lanciato un manifesto, il Fronte Repubblicano, non l’ha firmato nemmeno mia madre”.
Stavolta, raggiante, annuncia già 150 mila adesioni. E festeggia il sostegno di quattro piccole associazioni euro-entusiaste: “L’Italia Che Verrà”, “Koiné”, “Riformismo e Solidarietà”, “Europei in Italia”.
Tutto si celebra a Roma, auditorium di via Rieti. La sala non è grande ma è gremita. Le chiome in platea sono per lo più bianche: si fa una fatica disperata a individuare degli under 30 (un vecchio problema del centrosinistra).
L’ex ministro è in forma, si lancia in un discorso a braccio sciolto e brillante. Parla veramente come fosse un leader. Ed è un altro paradosso: chi l’ha investito? Perché il Pd dovrebbe affidare le sue residue fortune elettorali a un ex ministro (con Renzi e Gentiloni) che si presenta come un uomo nuovo, ha preso la tessera dopo il 4 marzo e ha evocato a più riprese lo scioglimento del partito? Mistero. Si risolverà al più tardi dopo le primarie dem. Per ora i principali candidati alla segreteria, Nicola Zingaretti e Maurizio Martina (assenti), benedicono l’operazione.
Dal palco, non a caso, Calenda azzanna solo pochi compagni: quelli legati a Matteo Renzi. Non lo nomina, ma il primo siluro è per lui: “Io non credo che alle Europee dobbiamo togliere il logo del Pd. L’importante è fare delle liste a prova di bomba. Quelle del Pd alle Politiche erano di una qualità talmente scadente che hanno contribuito al pessimo risultato”. Il secondo è per Maria Elena Boschi: “Io sono contrario al reddito di cittadinanza per come è stato realizzato, ma chi dice che il reddito serve a fare ‘una vita in vacanza’ (ovvero l’ex ministra, ndr) non sa come si parla della povertà. Ed è parte del nostro problema”.
L’ultima polemica, più garbata, è con Emma Bonino: “Ovviamente mi pare logico che +Europa debba stare con noi in una lista europeista. Lei invece sostiene che siccome c’è una legge proporzionale, conviene andare separati. Ma l’idea che cinque liste divise prendano ognuna il 10% mi pare inesistente. E ricordo che la soglia di sbarramento è al 4%”. Calenda, ora lo sappiamo, punta come minimo al 30.