Conte spoilera l’Istat: “Pil in calo anche a fine anno”. È recessione

Quale occasione migliore? Davanti agli industriali di Assolombarda il presidente del Consiglio Giuseppe Conte spoilera i dati Istat che saranno pubblicati stamattina alle 10 e certifica che l’Italia è in recessione tecnica, ovvero che per il secondo trimestre consecutivo vedrà il suo Prodotto interno lordo contrarsi: “Mi aspetto un’ulteriore contrazione del Pil nel quarto trimestre – dice pudico alla platea – Abbiamo dati congiunturali che non sono favorevoli. Non dobbiamo girare la testa, il dato positivo è che non dipende da noi: la Cina, la Germania…”.

Il dato è atteso anche dagli analisti: secondo le stime di 28 economisti raccolte da Bloomberg, il risultato dovrebbe essere lo stesso del terzo trimestre 2018, vale a dire -0,1%. “Non drammatizzerei, la situazione italiana non cambia di molto”, dice da Washington il ministro dell’Economia Giovanni Tria, forse anche pensando ai buoni risultati dell’asta sui Btp a 10 anni di ieri (rendimento in calo al 2,60%).

Il dato effettivamente cambia poco per la situazione italiana – e così sarebbe anche se fosse un +0,1% – mentre una certa differenza per il futuro la farà capire quanto pesano su quel numero le singole componenti. Le parole di Conte (“non dipende da noi”) lasciano intendere che il calo riguardi la domanda estera, rallentata da guerra dei dazi e incertezze varie, Brexit in testa: ieri, per capirci, il governo tedesco ha quasi dimezzato la sua stima di crescita per il 2019 (all’1% dall’1,8 di ottobre) e la Germania è il principale partner commerciale dell’Italia.

Come che sia, la previsione del premier sul calo della domanda estera andrà verificata stamani visto che nel terzo trimestre, a sorpresa, fu invece la domanda nazionale a tirare giù il Prodotto (in particolare gli investimenti fissi lordi) con una seppur modesto contributo positivo di quella straniera.

Conte, in ogni caso, mette le mani avanti: “Seppure l’inizio di quest’anno porterà ancora dati non positivi, ci sono tutti gli elementi per ripartire nel secondo semestre” (quando entreranno appieno in vigore sia il reddito di cittadinanza che quota 100) . L’avvocato e il suo governo devono sperare davvero che i buoni auspici per la seconda metà del 2019 si rivelino esatti: se il quadro di finanza pubblica dell’anno prossimo è infatti compatibile anche con una crescita del Pil più bassa dell’1% stimato dall’esecutivo, il biennio successivo è appeso a un filo e, il che è peggio, a una ventina di miliardi di aumenti dell’Iva. Non a caso l’Ufficio parlamentare di bilancio paventa, per il 2020-21, tagli alla sanità, l’unico comparto di spesa aggredibile di una certa consistenza.

“Poverini loro? La vita di mio figlio non vale 5 anni”

La madre di Marco Vannini, Marina Conte, alla lettura della sentenza che due giorni fa ha condannato a 5 anni in appello Antonio Ciontoli, l’assassino di suo figlio, ha battuto le mani, ha urlato “Vergogna!”, per poi allontanarsi dall’aula.

Il suo “Vergogna!” è stato straziante.

Non potevo credere a quello che stavo ascoltando. Mi aspettavo una conferma del primo grado, ma quando ho sentito pronunciare “5 anni” per me la legge è morta.

Si sente vittima della giustizia?

Sì. Ora so che la vita di mio figlio vale cinque anni. Che tutto quello che ho vissuto in questi 44 mesi vale cinque anni. Che tutte le volte che mi sono sentita insultare in tribunale serviva solo ad arrivare a questo.

Perché “insultare”?

Perché sentire difendere l’indifendibile per me ogni volta è un insulto. Hanno detto tante di quelle cose false, poco credibili. Ho sentito dire che Marco non ha perso sangue, addirittura che non urlava, quando nelle telefonate al 118 si sentono le sue grida strazianti. Le grida che hanno sentito anche i vicini di casa, gli operatori, tantissime persone.

È stato riconosciuto l’omicidio colposo.

Certo, come se Marco fosse morto subito e non dopo ore di strazio.

Tutta la famiglia della fidanzata di Marco, Martina, ha sempre detto che il proiettile sembrava aver perforato solo il braccio. E che non pareva una ferita così grave.

Non è vero. Lo sapevano benissimo. Nelle intercettazioni ambientali, Martina indica il secondo foro di entrata dicendo che Marco ce l’aveva già nella vasca, che le sembrava una cisti, e il fratello Federico annuisce.

Perché non crede che fosse partito tutto davvero da uno scherzo?

Il Ciontoli era un militare della Marina, le armi le sapeva usare. Non sapremo mai cosa sia successo prima. Speravamo che non andasse così anche il dopo.

Che idea si è fatta del prima?

In tanti mi dicono che Ciontoli si è preso la colpa… potrebbe aver coperto qualcun altro quella sera. Io ce l’ho questo tarlo. Così come ho il tarlo, dopo questa sentenza, che loro siano molto coperti, “protetti”.

Lei ha ricevuto tanta solidarietà.

Tantissima. Io sono una mamma che credeva suo figlio al sicuro, a casa della sua seconda famiglia, in un ambiente protetto. Era molto più rassicurante che saperlo in discoteca. E invece è morto lì, circondato da persone che avrebbero dovuto proteggerlo. Prima Marco era il figlio di ogni mamma. Oggi è il simbolo dell’ingiustizia.

L’avvocato della difesa Andrea Miroli ha detto che per Ciontoli e il resto della famiglia c’è la morte sociale.

Io non voglio neppure sapere cosa ha detto, abbia pazienza. L’avvocato è degno delle persone che difende. Ogni volta viene in udienza e dice: “Poverini i miei clienti, non possono neppure più uscire di casa a comprare il latte perché la gente li odia!”. E la colpa di chi sarebbe? Mia? Sono loro ad aver creato questa situazione. Bastava che quella sera maledetta chiamassero la mamma di Marco e il 118. Invece ci hanno messo un’ora per chiamare il 118 e un’ora e dieci per chiamare me. Se l’avessero fatto, sarebbero anche degli eroi. Forse avrebbero avuto perfino il mio perdono.

“È un altro processo tv: la giustizia non sono i social”

Lunedì sera, alla notizia che l’assassino di Marco Vannini era stato condannato in appello a cinque anni di carcere, la sollevazione popolare e i toni dei lanci delle principali trasmissioni di cronaca nera sul web, somigliavano a quelli di un altro caso ormai lontano cinque anni, il caso Meredith. Stessa indignazione, stessa incredulità, stessa sensazione che si stesse consumando un’ingiustizia intollerabile. Del resto, c’è un processo che si è svolto nei tribunali e un processo mediatico che si è consumato ininterrottamente in tv.

La mamma di Marco, Marina Conte, è una donna combattiva, con cui l’opinione pubblica empatizza da sempre. Antonio Ciontoli, colui che sparò, è quello che ha mentito perché non voleva perdere il lavoro, quello che ha convinto il resto della famiglia a mentire, che ha lasciato Marco a urlare di dolore per troppo tempo prima di chiamare i soccorsi. Ciontoli e il resto della famiglia sono detestati dalla gente che a casa guarda Quarto Grado o Chi l’ha visto? con i popcorn. Martina, la fidanzata, non ne parliamo nemmeno. È fredda, era quella che diceva “Oh era destino che morisse” e “Quanto la fanno lunga”, mentre attendeva che la interrogassero.

L’avvocato della famiglia Ciontoli Andrea Miroli, all’indomani della sentenza, dice di capire chi empatizza con la famiglia di Marco, ma che la legge segue altri codici. “L’omicidio colposo prevede una pena massima di 5 anni, per Ciontoli è stato applicato il massimo della pena. Sono stati condannati anche la moglie e i figli per lo stesso reato. Comprendiamo il lutto altrui, ma anche la moglie e i figli di Ciontoli sono a loro modo vittime del marito e padre”.

Già, ma le loro bugie hanno ritardato i soccorsi, Marco si sarebbe potuto salvare. “Ciontoli non ha mai preso in considerazione l’idea che Marco potesse morire. Ha agito per salvaguardare il suo posto di lavoro. La morte di Marco quel lavoro non l’avrebbe mai salvaguardato, quindi è ovvio che abbia sottovalutato gli eventi. Ha agito con negligenza, è stato maldestro, ma l’evento morte non l’ha mai considerato possibile”. È difficile credere che ritenesse poco grave un colpo al torace, però. “Lui pensava che il colpo fosse nel braccio. Marco è morto per circostanze eccezionali, la traiettoria del proiettile è stata un evento unico. È stato sfortunato perché l’emorragia è avvenuta all’interno e questo non ha permesso di comprendere la gravità del fatto. Aveva così pochi sintomi che gli operatori intervenuti a soccorrerlo a cui i familiari non avevano detto del proiettile, gli hanno fatto scendere le scale a piedi”. Non hanno detto del proiettile, appunto. È impossibile non capire la rabbia di una madre. “Io la capisco e ai genitori di Marco è consentito tutto. Chi fa informazione però dovrebbe parlare di processi, non di suggestioni. Continuare a dire che Marco ha perso due litri di sangue e che la famiglia ha ripulito tutto è una falsità. Marco ha avuto un’emorragia interna”.

I difensori dei Ciontoli, in tv a difendere la loro verità, si sono visti poco. “Le linee editoriali in tv sembrano voler accontentare i social. Io ho scelto un profilo basso, non posso andare a parlare di dolo eventuale e di colpa cosciente in tv, chi capirebbe? I processi per me non si fanno nei tribunali”.

La madre di Marco dice che Ciontoli forse ha coperto qualcuno. L’avvocato Miroli conosce questa voce. “Le perizie balistiche sulle polveri da sparo hanno escluso che in bagno ci potessero essere altre persone oltre Marco e Antonio. Avevano particelle di polvere da sparo in quantità molto superiori rispetto agli altri. Solo Martina aveva delle particelle in quantità minore nel naso, ma entrò in bagno dopo lo sparo. Queste sono suggestioni che fanno pensare alla mamma di Marco che siano avvenuti eventi misteriosi, ma la giustizia non tiene conto delle suggestioni”.

Nessuno della famiglia si è ribellò all’omertà di quella sera. “Ciontoli ha un carattere molto forte, questo influenzò l’andamento dei fatti. Io spesso ci litigo, lui vuole che si faccia come dice, è una persona con una forte personalità”.

La riduzione della pena è stata importante. “Ormai l’orientamento è quello di stabilire il dolo eventuale solo se c’è la volontà e non in termini di probabilità di verificarsi di un evento”. Le suggestioni alimentano l’odio in chi segue la vicenda senza conoscere carte e perizie, e di odio se ne è scatenato tanto sui Ciontoli. “A me in studio hanno inviato una pallottola. Da sempre noi in questa vicenda siamo soli contro tutti. I Ciontoli temono ritorsioni, sono fuggiti da Ladispoli. I testimoni che ho inserito nella mia lista testi mi hanno pregato di non essere convocati per la paura. Questa famiglia vive “agli arresti domiciliari” da tre anni e mezzo, esce il meno possibile. Martina faceva l’infermiera al Gemelli ma c’erano in continuazione le troupe di Quarto grado e di altri programmi sotto l’ospedale, le hanno chiesto di andarsene. Non la vuole nessuno, ha un marchio infamante. Tutto questo è una sorta di avvio verso la morte sociale. Meglio andare in galera”.

Disatro Pro Piacenza. Indagato il presidente patron della Sèleco

La società perquisita, il presidente indagato: il disastro sportivo del Pro Piacenza, squadra di Serie C in crisi che da due mesi non si presenta in campo, è finito in procura. Ieri la Guardia di finanza si è presentata nella sede del club per acquisire documenti sulle operazioni sospette degli ultimi mesi, nell’ambito di un’inchiesta che vede indagato Maurizio Pannella, n. 1 del club e patron della Sèleco: truffa, appropriazione indebita e falso in fatturazione le ipotesi di reato, nell’inchiesta che nasce anche dai documenti svelati in esclusiva dal Fatto Quotidiano e contenuti nell’esposto dell’ex direttore generale Massimo Londrosi. La sorte dei rossoneri sembra segnata. Anche la Figc si è mossa per mettere fine all’agonia e provare a salvare il campionato: presto la squadra sarà punita per non aver sostituito la fideiussione irregolare Finworld con 8 punti di penalità e 350 mila euro di multa, cifra proibitiva per una società vicina al fallimento. Il mancato pagamento farà scattare l’esclusione dal torneo. Nella stessa posizione anche il Matera (rimasto senza giocatori, domenica ha perso 1-6 schierando i ragazzini delle giovanili), a rischio Cuneo e Lucchese.

Negozi aperti una domenica sì e una no

Negozi aperti non soltanto per otto domeniche, quelle di dicembre e altre quattro da individuare durante l’anno, come proponeva la Lega. E nemmeno una sorta di meccanismo di turnazione per far restare aperti solo un quarto degli esercizi, come aveva annunciato il vicepremier Luigi Di Maio lo scorso settembre. Dopo mesi di discussioni sulla questione del lavoro domenicale e festivo, ieri sera è stata depositata in commissione Attività produttive alla Camera una proposta di legge meno restrittiva, frutto di un accordo di governo, che lascia molta discrezionalità alle Regioni.

Il provvedimento prevede che negozi e centri commerciali dovranno restare chiusi da un minimo di 8 a un massimo di 26 giorni. Vale a dire la metà delle domeniche in un anno. Mentre per quanto riguarda i “rossi” sul calendario, l’apertura degli esercizi commerciali è consentita in 4 festività laiche e religiose a scelta del commerciante sulle 12 totali. Ma tutti i piani di aperture e chiusura dovranno comunque essere definiti dalle Regioni d’intesa con Comuni e organizzazioni di categoria. “In questo modo – spiega Rachele Silvestri (M5S) che insieme a Massimiliano De Toma (M5S) e Andrea Dara (Lega) ha redatto la proposta di legge – assicuriamo i servizi e garantiamo a tutti di poter gestire al meglio i periodi di saldi o di vacanze, permettendo ai lavoratori di passare più tempo in famiglia”. Posizione da sempre sostenuta da quasi tutto il sindacato, ma avversata dalle grandi catene della distribuzione, da quasi tutto il Pd e da Forza Italia. “Una misura folle, la applicassero ad Avellino, qui a Milano non ci rompano le palle”, fu il commento del sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Dichiarazioni avvalorata dai dati. Secondo l’Istat, nel 2016 più della metà dei lavoratori del commercio ha lavorato almeno una domenica. Mentre secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio “nella media dei paesi Ocse, le passate liberalizzazioni degli orari di apertura degli esercizi commerciali hanno avuto solo impatti positivi sull’occupazione”.

E così, durante questi mesi di mediazione, le aperture concesse dalla proposta di legge sono diventate tante. Possono tenere sempre su la saracinesca i negozi nei centri storici, a partire da quelli delle grandi città. E lo stesso vale per i negozi di vicinato fuori dal centro storico. Si tratta, cioè, degli esercizi commerciali fino a 150 metri quadri nei Comuni fino a 10.000 e gli esercizi fino a 250 metri quadri nei Comuni con più di 10.000 abitanti. Confermata la deroga anche per i negozi di hotel e campeggi; le rivendite di giornali; gelaterie, gastronomie, rosticcerie e pasticcerie; chi vende bevande, fiori, mobili, libri, dischi, opere d’arte, oggetti d’antiquariato e artigianato locale. E in aggiunta gli autosaloni e i negozi presenti nei parchi divertimento, negli stadi e nei centri sportivi. Previste, invece, multe salate per chi non rispetterà i nuovi obblighi: da 10mila a 60mila euro che raddoppiano in caso di recidiva. La maggioranza punta a portare il provvedimento in aula già a febbraio, ma probabilmente slitterà. La precedenza ce l’ha la votazione del dl Semplificazioni che dovrà essere convertito in legge dalla Camera entro il 12 febbraio. L’unico nodo aperto resta quello dell’e-commerce: non è prevista nessuna norma.

“Altri allarmi da Rigopiano sono rimasti in un cassetto”

Il ministero della Giustizia sta valutando in queste ore se inviare i suoi ispettori nella Procura di Pescara. Dopo la controinchiesta del Fatto sulla tragedia di Rigopiano, 29 persone uccise da una valanga nell’hotel di Farindola (Pescara) il 18 gennaio 2017, undici parlamentari del M5S hanno chiesto al ministro Alfonso Bonafede se intenda “attivare i suoi poteri ispettivi”: “Risulta – scrivono i parlamentari – che l’indagine su uno dei fatti più gravi della nostra storia nazionale sia connotata da lacune, approssimazione e inspiegabili dimenticanze”. Il primo firmatario è Primo Di Nicola, ex giornalista dell’Espresso e in seguito direttore de Il Centro di Pescara.

Il riferimento è alle notizie pubblicate dal nostro giornale: “Risultano incredibilmente mai analizzati e verificati – si legge nell’interrogazione –i tabulati telefonici delle ore dell’emergenza, entrati nel fascicolo processuale solo a seguito della richiesta di alcuni difensori… e risulta che da tale documentazione possano emergere elementi di conoscenza determinanti”.

In attesa che il ministro prenda le sue decisioni, emerge un altro dettaglio interessante dell’inchiesta. Nel dicembre 2018 la Procura di Pescara apre un nuovo fascicolo sulla tragedia di Rigopiano, il cosiddetto “Rigopiano bis”, indagando l’ex prefetto di Pescara Francesco Provolo, i due viceprefetti Salvatore Angieri e Sergio Mazzia, più altri funzionari. Secondo l’accusa hanno omesso di “riportare”, nelle loro relazioni, “le segnalazioni di soccorso pervenute in quella giornata da persone presenti nell’Hotel Rigopiano”. In particolare, gli inquirenti si riferiscono alla “telefonata fatta alla Prefettura, dal dipendente dell’hotel Gabriele D’Angelo”. Nell’avviso di garanzia si legge che avrebbero omesso, nonostante l’ordine di esibizione, “la documentazione su cui erano riportati gli estremi necessari per l’individuazione della suddetta richiesta di soccorso di D’Angelo e del suo contenuto…”.

Il punto è che di un’altra telefonata di D’Angelo, che chiede aiuto al numero della Croce Rossa, in uso al Centro operativo avanzato di Penne (Pescara), alle 11.21 del 18 gennaio, la Procura di Pescara e gli investigatori dei carabinieri forestali avevano comunque avuto notizia. Ma fino al 12 novembre 2018 – l’inchiesta principale viene chiusa 14 giorni dopo, il 26 novembre – nelle informative non viene mai valorizzata. Sembra non esistere. Finché il giornalista del Tg3 Abruzzo, Ezio Cerasi, il 6 novembre non scopre l’esistenza di questa telefonata di D’Angelo, che poi morirà a Rigopiano. Lo stesso 6 novembre, la Procura delega i carabinieri per indagare sulla telefonata in questione. E si scopre che, di questa telefonata, gli investigatori erano già stati messi al corrente, dalla Squadra mobile di Pescara, appena 9 giorni dopo la tragedia. Sono gli stessi forestali infatti, a citare “l’annotazione” trasmessa il 27 gennaio 2017, in cui si parla dell’agente di polizia Clementino Crosta, il quale ha riferito di un brogliaccio – del centro di Penne – sul quale “era annotato, senza alcun riferimento all’orario di registrazione, ‘D’Angelo Gabriele Hotel Rigopiano Evacuazione’”.

Nella stessa informativa i forestali citano anche un’altra pregressa attività d’indagine: hanno chiesto al Ris di estrarre la cronologia delle chiamate in entrata ed in uscita effettuate da D’Angelo tramite il cellulare e whatsapp dal 15 al 18 gennaio. I forestali segnalano che il Ris ha ricavato questo dato: “Solo 88 telefonate” e “nessuna chiamata verso il numero del Coc di Penne”.

Dobbiamo però soffermarci su due ulteriori dettagli. Il primo: il 17 novembre 2018 – quindi 11 giorni dopo che i forestali hanno ricevuto la delega a indagare sulla telefonata di D’Angelo – gli investigatori ricevono nuovamente lenote tecniche del Ris. “Si ritrasmettono”, scrive il nucleo investigativo dei carabinieri di Pescara ai forestali “qualora non pervenuti a seguito dell’inoltro… del 17 marzo 2017”. Non è quindi la prima volta che gli investigatori ricevono questi documenti. Perchè li chiedono ancora? Ma soprattutto: il “numero di servizio” della Croce Rossa contattata da D’angelo – usato al Coc di Penne nelle ore dei soccorsi – nell’estrazione inviata dal Ris (datata 15 marzo 2017) compare decine di volte. Ben 25, il solo giorno 18. Ovvero quello della tragedia. Se qualcuno avesse analizzato quel numero, sin dal gennaio 2017, avrebbe scoperto – già un anno prima – che D’Angelo cercava disperatamente di contattare la Croce Rossa che era operativa nel centro di soccorso di Penne. Ma questo accade soltanto a 14 giorni dalla chiusura delle indagini. E non si tratta di un dettaglio: quella telefonata dimostra che qualcuno, in quelle ore, chiese aiuto. E che non fu solo la Prefettura fu ad essere allertata.

Popolare di Bari, via libera al piano per diventare una Spa

Ieri il cda della Banca Popolare di Bari ha votato il nuovo piano strategico triennale, dicendo addio al modello cooperativo. Si va dal “rafforzamento dei coefficienti patrimoniali, da realizzare entro giugno 2019 attraverso adeguate iniziative di capital relief, anche mediante l’emissione di strumenti finanziari destinati a investitori qualificati” al “riassetto societario con approdo alla banca Spa, anche attraverso l’ingresso di nuovi soci”. Reuters riferisce, secondo sue fonti, che ci sarebbe allo studio una combinazione con altre banche popolari del Meridione. Nel mezzo, si prevede “lo sviluppo dell’attuale banca cooperativa, partecipe del consolidamento del sistema delle popolari attraverso la ‘banca della comunità’, finalizzata a rafforzare la capacità produttiva e competitiva degli aderenti e a preservare le specificità delle attuali realtà cooperative”. Il piano prevede poi, per i crediti deteriorati (Npl), di “migliorare gli indicatori di qualità creditizia, traguardando le best practice di sistema, attraverso la messa a regime delle efficaci politiche di derisking realizzate tra il 2014 e il 2018”. Per l’attuazione del Piano sono previsti il riposizionamento delle strutture della Direzione Generale.

Il contro-dossier della Lega è lo studio del costruttore

Nella polemica sul Tav Torino-Lione tra Lega e M5S succedono cose curiose. Da giorni la Lega fa filtrare di avere una fantomatica controanalisi da contrapporre a quella costi-benefici affidata dal ministro dei Trasporti Danilo Toninelli agli esperti capitanati dall’economista Marco Ponti. Il controdossier dimostrerebbe che il Tav “sta in piedi” sulla base di un assunto: fermarlo costerebbe più dei 10 miliardi ancora da spendere per realizzarlo. È finito su alcuni giornali, con tanto di tabella dettagliata sui costi. Il risultato a cui arriva è clamoroso: “Fermare il Tav costerebbe 24 miliardi”, tre volte il costo del solo tunnel di base. Il dossier, però, altro non è che i numeri sfornati da Telt, il costruttore pubblico italo-francese dell’opera. E provengono in gran parte da un vecchio studio curato per il costruttore da un gruppo di docenti della Bocconi che da anni sforna numeri positivi sulla Torino-Lione, e che sono anche soci di una società consulente di Telt. Un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono.

Andiamo con ordine. Il dossier elenca una serie di costi dello stop e si basa sui numeri forniti da Telt all’Osservatorio per il Tav di Palazzo Chigi presieduto dal commissario di governo Paolo Foietta, vero pasdaran dell’opera. Nato nel 2006, l’Osservatorio, in teoria parte terza, si prodiga da sempre per spiegare la bontà dell’opera. È talmente indipendente che il predecessore di Foietta, il fassiniano (sic) Mario Virano è stato poi promosso a direttore generale di Telt. Nei mesi scorsi Foietta ha ammesso che le previsioni fatte dieci anni fa per giustificare l’opera erano sballate, ma “in assoluta buona fede”.

E veniamo al punto. Un vero dossier della Lega in realtà non esiste. Quella filtrata sui giornali è una tabella contenuta in un documento di tre pagine inviato da Telt al ministero delle Infrastrutture il 30 novembre scorso. I costi diretti dello stop vengono quantificati in circa 4,2 miliardi (“nella ipotesi massima”). Tra spese già effettuate – 1,4 miliardi – e presunti costi di ripristino dei cantieri, i rimborsi per i contratti di progettazione già firmati, le perdite finanziarie e le “penali” (di cui Foietta aveva smentito l’esistenza) si arriva a 2 miliardi e dispari. Per arrivare a 4,2 miliardi si deve sommare anche il costo dell’ammodernamento della vecchia linea, oggi sottoutilizzata. Un passaggio che per Telt e Foietta diverrebbe obbligatorio in caso di stop al Tav.

All’appello mancano però altri 20 miliardi. Da dove arrivano? Sono sintetizzati alla voce “Costi indiretti. Perdite dei ricavi e dei benefici socio economici”. L’origine di questa cifra è, manco a dirlo, sempre il proponente dell’opera. Risale a uno studio commissionato nel 2014 dall’allora Ltf (oggi Telt) al Centro di economia regionale, dei trasporti e del turismo (Certet) della Bocconi, fondato e presieduto da Lanfranco Senn, professore emerito dell’ateneo milanese. Al Fatto , Telt spiega che ha pagato il dossier 59 mila euro. Lo studio aggiornava una vecchia analisi costi-benefici del Tav arrivando a quantificare in 20 miliardi i benefici socio-economici nel lungo periodo dell’opera. Perché ora sono considerati costi? Il ragionamento attuale è, in sostanza, questo: se i benefici potenziali sono di 20 miliardi, altri Paesi, come la Francia, coinvolti nell’opera potrebbero chiedere danni per analoghi importi all’Italia se decidesse di fermarla.

Senn è un nome che ricorre da anni nel dibattito sul Tav. Ha più volte sfornato contributi per i “Quaderni” dell’Osservatorio per illustrare perché il Tav conviene. Nell’ultimo, usato per offrire “contributi tecnici” all’analisi costi-benefici ha stimato una domanda di circa 4,5 milioni di passeggeri annuali che “potranno valorizzare i benefici derivanti dai risparmi di tempo e costo resi possibili dal Tav”. Oggi sono 700 mila l’anno sulla linea storica.

Nello staff di ricerca del Certet Bocconi compare anche Roberto Zucchetti, anche lui autore di contributi per l’Osservatorio, di cui è stato consulente fino a fine 2018 (compenso: 10 mila euro). A dirigere il comitato direttivo del Certet c’è un altro professore della Bocconi, Oliviero Baccelli. Nel 2011 l’Osservatorio gli chiese di coordinare l’analisi costi-benefici del Tav. Quattro anni dopo è stato nominato nel Consiglio di amministrazione di Telt. I tre professori hanno contribuito a realizzare lo studio del 2014 e lavorano poi a vario titolo per la società di consulenza milanese Clas, di cui sono soci, che più volte ha redatto rapporti sull’impatto positivo del Tav. Sempre al Fatto, Telt spiega di non avere “rapporti contrattuali con l’Osservatorio Certet Bocconi né direttamente con i professori Zucchetti e Senn”, ma di avere pagato nel 2018 una consulenza a Class, cioè la società di cui è socio un membro del suo Cda, per un valore “inferiore ai 25 mila euro”.

La Lega accerchia M5S sul Tav: “Fuori l’analisi costi-benefici”

Sul Tav è ormai scontro aperto tra i due alleati di governo. Ad aprire le ostilità ci ha pensato ieri la Lega per bocca del sottosegretario al Tesoro, Massimo Garavaglia, che sulla Stampa ha attaccato il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli chiedendogli di tirare fuori l’analisi costi-benefici affidata agli esperti capitanati dall’economista Marco Ponti. Non era mai successo finora.

Da giorni la Lega alza il livello dello scontro. Il compromesso tentato con il Movimento, da sempre contrario alla Torino-Lione, riducendo i costi dell’opera grazie al sacrificio di parte della tratta nazionale (il “mini Tav”) sembra ormai naufragato e quindi punta a contestare in toto l’analisi. Per questo da giorni fa filtrare un presunto controdossier con numeri devastanti in caso di stop all’opera (lo leggete sotto). La distanza tra gli alleati si ripercuote anche nei lavori Parlamentari. Il Pd chiede da giorni di calendarizzare le mozioni sull’opera presentate alla Camera. Quelle dell’opposizione chiedono di sbloccare gli appalti fermati da Toninelli in accordo con la Francia. Un tentativo di stanare la Lega e spaccare la maggioranza. I gialloverdi presenteranno una propria mozione, ma non c’è accordo sui dettagli. La lega vuole riferimenti precisi, M5S solo un testo vago senza impegni. Così ieri hanno preso altro tempo e la Conferenza dei Capigruppo ha rinviato la discussione alla seconda metà di febbraio, facendo infuriare le opposizioni. “Si nascondono a causa del terrore pentastellato”, ha attaccato il capogruppo dem Graziano Delrio. Pd e Forza Italia hanno cercato poi di mettere in difficoltà il governo chiedendo l’audizione di Ponti in Commissione trasporti alla Cemera e costringendo Toninelli a negarla. Il motivo? Prima l’analisi va condivisa con l’Ue e la Francia.

Lo scambio non è ancora avvenuto. Ieri Toninelli ha smentito che avverrà venerdì, quando la collega francese Elisabeth Borne visiterà i cantieri a Santi-Martin-La-Porte mentre Salvini sfilerà dall’altro versante. Coincidenza che ha fatto infuriare i 5Stelle. Il dossier arriverà a Parigi la settimana prossima o comunque entro la prima metà di febbraio. I tempi per la sua pubblicazione, quindi, si allungano ancora.

Aspi, Giuliano Mari nuovo presidente, Roberto Tomasi ad

L’assemblea dei soci di Autostrade per l’Italia ha nominato Giuliano Mari, indicato due settimane fa dalla controllante Atlantia, come nuovo presidente del consiglio di amministrazione.

L’organo collegiale ha quindi a sua volta nominato amministratore delegato Roberto Tomasi. È quanto si apprende da una nota della società, che ha nominato quindi quattro nuovi consiglieri: lo stesso Mari, Michelangelo Damasco, Amedeo Gagliardi e Giancarlo Guenzi, che rimarranno in carica, unitamente agli altri componenti del consiglio, fino all’assemblea convocata per l’approvazione del bilancio relativo all’esercizio chiuso al 31 dicembre 2018.

Mari e Tomasi succedono rispettivamente a Fabio Cerchiai e Giovanni Castellucci, che avevano espresso la volontà di ridurre le proprie responsabilità in Autostrade per l’Italia lo scorso autunno, spiegando di volersi concentrare sui propri ruoli in Atlantia, società il cui ruolo sta diventando sempre più importante a livello internazionale