Quale occasione migliore? Davanti agli industriali di Assolombarda il presidente del Consiglio Giuseppe Conte spoilera i dati Istat che saranno pubblicati stamattina alle 10 e certifica che l’Italia è in recessione tecnica, ovvero che per il secondo trimestre consecutivo vedrà il suo Prodotto interno lordo contrarsi: “Mi aspetto un’ulteriore contrazione del Pil nel quarto trimestre – dice pudico alla platea – Abbiamo dati congiunturali che non sono favorevoli. Non dobbiamo girare la testa, il dato positivo è che non dipende da noi: la Cina, la Germania…”.
Il dato è atteso anche dagli analisti: secondo le stime di 28 economisti raccolte da Bloomberg, il risultato dovrebbe essere lo stesso del terzo trimestre 2018, vale a dire -0,1%. “Non drammatizzerei, la situazione italiana non cambia di molto”, dice da Washington il ministro dell’Economia Giovanni Tria, forse anche pensando ai buoni risultati dell’asta sui Btp a 10 anni di ieri (rendimento in calo al 2,60%).
Il dato effettivamente cambia poco per la situazione italiana – e così sarebbe anche se fosse un +0,1% – mentre una certa differenza per il futuro la farà capire quanto pesano su quel numero le singole componenti. Le parole di Conte (“non dipende da noi”) lasciano intendere che il calo riguardi la domanda estera, rallentata da guerra dei dazi e incertezze varie, Brexit in testa: ieri, per capirci, il governo tedesco ha quasi dimezzato la sua stima di crescita per il 2019 (all’1% dall’1,8 di ottobre) e la Germania è il principale partner commerciale dell’Italia.
Come che sia, la previsione del premier sul calo della domanda estera andrà verificata stamani visto che nel terzo trimestre, a sorpresa, fu invece la domanda nazionale a tirare giù il Prodotto (in particolare gli investimenti fissi lordi) con una seppur modesto contributo positivo di quella straniera.
Conte, in ogni caso, mette le mani avanti: “Seppure l’inizio di quest’anno porterà ancora dati non positivi, ci sono tutti gli elementi per ripartire nel secondo semestre” (quando entreranno appieno in vigore sia il reddito di cittadinanza che quota 100) . L’avvocato e il suo governo devono sperare davvero che i buoni auspici per la seconda metà del 2019 si rivelino esatti: se il quadro di finanza pubblica dell’anno prossimo è infatti compatibile anche con una crescita del Pil più bassa dell’1% stimato dall’esecutivo, il biennio successivo è appeso a un filo e, il che è peggio, a una ventina di miliardi di aumenti dell’Iva. Non a caso l’Ufficio parlamentare di bilancio paventa, per il 2020-21, tagli alla sanità, l’unico comparto di spesa aggredibile di una certa consistenza.