Colombia, italiano ucciso da uno squalo

Un turista italiano è morto in Colombia per le ferite riportate in seguito all’attacco di uno squalo. L’incidente è avvenuto nell’arcipelago colombiano di San Andrés, nel Mar dei Caraibi. Lo riportano le autorità e i media locali. L’uomo, 56 anni, secondo le prime informazioni originario di Roseto degli Abruzzi, stava nuotando nei pressi di una scogliera poco frequentata dai bagnanti quando è stato improvvisamente morso dall’animale. Alcune persone, richiamate dalle urla, sono accorse riuscendo a recuperarlo dopo che, a fatica, aveva raggiunto gli scogli. Ricoverato in ospedale, il 56enne è morto per dissanguamento a causa della profonda ferita a una gamba.

Coisp celebra Cassarà e gli altri martiri

“Siamo cadaveri che camminano” furono le parole del questore di Polizia Cassarà nell’82, rivolgendosi a Chinnici, Falcone e Borsellino, davanti all’auto crivellata di colpi in cui giacevano le prime due vittime della guerra tra la fazione mafiosa dei Corleonesi, guidata da Riina, e quella di Bontade e Badalamenti. Una contesa che solo a partire dall’81 provocò oltre 600 vittime tra gli uomini delle istituzioni. Quest’anno ricorre il trentennale delle stragi in cui persero la vita Falcone e Borsellino e il sindacato di Polizia Coisp, guidato da Domenico Pianese celebra questi eroi attraverso un “percorso della memoria” che avrà inizio il prossimo 23 marzo durante il Congresso nazionale del sindacato.

‘Ndrangheta a Trento, Schina torna in libertà

È “carente ogni approfondimento in merito alla verifica del legame e del presunto ruolo” mentre “non vengono forniti elementi che dimostrino estrinsecazione del metodo mafioso a Trento”. La Cassazione ha liberato Alessandro Schina, imprenditore romano arrestato alla fine del 2020 e accusato di essere a capo di una locale romana legata alla ‘ndrangheta di Trento. Schina, che è ancora indagato, è stato liberato senza rinvio. Accolto dunque il ricorso presentato dall’avvocato Daniele Francesco Lelli. L’inchiesta della Procura di Trento aveva documentato anche l’incontro tra Schina e l’attuale vice presidente della Regione Lazio, Daniele Leodori (estraneo all’inchiesta).

Colle Esquilino senz’acqua: eppure duemila anni fa arrivava

Lì dove riuscivano gli antichi Romani, Acea non è più in grado. L’Esquilino, il più alto dei sette colli di Roma con i suoi 58,3 metri, sembra diventato insormontabile per la società che gestisce il servizio idrico nella Capitale. Da settembre scorso, da quando ben 42 palazzi nel centralissimo Rione a ridosso della Stazione Termini subiscono il forte abbassamento del flusso idrico, se non addirittura l’assenza di acqua per oltre 10 ore al giorno. Disservizio inedito al quale, ironie a parte, Acea non riesce a dare una motivazione precisa, sebbene la società si stia impegnando da mesi per risolvere una situazione che coinvolge circa 1500 appartamenti. Da piazzale Ostiense spiegano che “le singole situazioni possono differire in considerazione dell’altezza degli stabili” e “delle quote di altitudine del terreno”. I residenti sono imbufaliti. In una lettera inviata alla Sovrintendenza capitolina, il Comitato Acqua Esquilino scriveva che “ai reclami (…) i rappresentanti di Acea rispondono invitando i residenti a installare grandi cassoni o serbatoi di raccolta con rumorose pompe elettriche di sollevamento”. Un ritorno al passato per una città dove dall’inizio degli anni 90 l’acqua diretta è presente pressoché ovunque. La vicenda è arrivata in Campidoglio. Se ne è occupata la commissione Lavori Pubblici il 1° febbraio scorso, mentre il consiglio del I Municipio ha votato diverse mozioni, tra cui una dove si afferma che in realtà la crisi del flusso idrico durerebbe da ben 4 anni. Acea, come detto, sta provando a porre rimedio. Spiegano dalla società che “già da tempo sono stati ispezionati manufatti e gallerie di pubblici servizi per verificare la tenuta idraulica degli organi di manovra” e sono “in corso di progettazione interventi di bonifica tramite circa 400 metri di nuove condotte e sono stati realizzati nuovi collegamenti sulle reti”. In generale, “gli interventi in corso hanno hanno portato a una riduzione delle segnalazioni ricevute dalla zona”.

Reggio Calabria, 50 anni dopo i Bronzi il Museo Archeologico è senza personale

“Il Museo soffre di una drammatica carenza di personale, al punto da rendere difficile, se non impossibile, la normale gestione e programmazione delle varie attività” inizia così la nota stampa senza fronzoli diffusa ieri 19 marzo dalla Direzione del Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, istituto autonomo del Ministero della Cultura che, secondo quanto sostiene il direttore Carmelo Malacrino, da anni sta lavorando “in regime estremamente ridotto e con affanno”: è ora operativo soltanto un terzo del personale previsto in pianta organica, poco più di 30 unità su 95, spiega il direttore. Afferma di riferirsi “al personale amministrativo, tecnico e scientifico, oltre naturalmente al settore della fruizione, accoglienza e vigilanza” e aggiunge che “interi profili professionali sono completamente scoperti, tanto da comportare la chiusura al pubblico della biblioteca. Non c’è un archivista, né un informatico, né un funzionario per la comunicazione, mancano tre archeologi sui cinque previsti” pur trattandosi di un museo archeologico “così come il laboratorio attende due restauratori su tre. Su dieci assistenti tecnici previsti, ne è presente solo uno. Tutti gli operatori tecnici sono andati in pensione”.

Il direttore riconosce che la pandemia ha ridotto le presenze, ma sottolinea come ora sia “il momento di riprenderci la quotidianità alla quale eravamo abituati. Con tale carenza di personale in alcune giornate potrebbe diventare necessario chiudere al pubblico alcune sale”. Il tutto, sottolinea il comunicato, in un anno ancor più importante e impegnativo del normale, dato che proprio nel 2022 si celebrano i 50 anni dal ritrovamento dei Bronzi di Riace. Dopo tante biblioteche nazionali e archivi di Stato, ora anche un museo autonomo, inserito nei circuiti turistici maggiori, prende parola pubblicamente, e con forza, per denunciare l’emergenza che mette a rischio servizi e collezione stessa. Secondo i sindacati, sono 8 mila le carenze di personale nel Ministero della Cultura, in crescita di anno in anno a causa dei pensionamenti.

In chiusura della nota la direzione ringrazia il personale per gli sforzi profusi per evitare disservizi pur riconoscendo che “in queste condizioni, sarà sempre più difficile”, e si dice fiduciosa, seppur affermando come da anni, con lettere e monitoraggi, abbia “rappresentato la situazione e i rischi” a cui il Museo va incontro, senza riuscire a ottenere una inversione di tendenza.

Via del Tritone, manuale di lavori stradali malfatti

Togli i sampietrini, metti i sampietrini. Metti i marmi, togli i marmi. La pavimentazione al centro di Roma non ha pace. Fra via Nazionale, via del Corso e via del Tritone, il Campidoglio ha speso, nel giro di due anni, una cifra vicina ai 10 milioni di euro. La necessità nella strada che collega piazza della Repubblica a piazza Venezia era quella di togliere il tipico pavé capitolino tanto odiato da scooteristi (in primis) e automobilisti. Un argomento in dibattito da anni e che è finito per rappresentare anche uno scontro “culturale” tra presunti “conservatori” e “progressisti”. Gli stessi “selci” a breve saranno installati nella limitrofa via del Corso, al costo di 4,6 milioni di euro, appalto già assegnato nel 2021, con il cantiere che partirà a breve. Nel 2019, invece, furono aspramente criticati i lavori di rimozione dei sampietrini a Piazza Venezia: un appalto da 5,6 milioni per ripristinare l’asfalto a far contenti gli scooteristi. Il rischio è che fra qualche anno, quando (finalmente) i lavori per la metro C approderanno all’ombra dell’Altare della Patria, ci si dovrà rimettere totalmente le mani. Di questi giorni, infine, la polemica su via del Tritone, dove Campidoglio e La Rinascente hanno lavorato insieme per riqualificare i marciapiedi. Al di là della fake news sulle presunte lastre già spaccate (erano quelle vecchie e stavano lì da anni), chi ha messo insieme il progetto non ha previsto la sosta per i furgoni che devono consegnare la merce ai negozianti. Costo totale: 3 milioni di euro.

Simonetta Cesaroni, riaperte le indagini

Si riapre un altro cold case che da tre decenni tiene col fiato sospeso i romani. Nuove verifiche, accertamenti e audizioni per arrivare, dopo 32 anni, a una verità. Si riapre il caso di Simonetta Cesaroni, uccisa con 29 coltellate il 7 agosto del 1990 in via Poma a Roma. Da alcuni giorni, i pm di piazzale Clodio hanno riaperto l’inchiesta ascoltando una serie di testimoni, tra cui l’allora dirigente della Squadra Mobile, Antonio Del Greco. La notizia è stata anticipata sul Foglio da Massimo Lugli, che con Del Greco scrisse proprio il libro-inchiesta sul caso. Le nuove indagini riguarderebbero un sospettato che già all’epoca dei fatti finì nel mirino degli investigatori. Il suo alibi potrebbe essere ora smentito da nuovi elementi che verranno raccolti dai pm per cercare di dare una identità a chi quel pomeriggio si accanì sul corpo di Simonetta. I legali della famiglia Cesaroni al momento non commentano, mentre l’avvocato Paolo Loria, difensore di Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta Cesaroni e assolto in via definitiva dall’accusa di omicidio, non nasconde ottimismo.

Mail box

 

 

Dibattito aperto sull’invio delle armi

Caro Travaglio, da abbonato al Fatto propongo un patto: chi (come te e non solo) è contrario all’invio di armi agli ucraini non deve essere accusato di filo-putinismo; chi (come me e altri) invece è favorevole non deve essere accusato di volere la terza guerra mondiale. Ti propongo questo accordo, perché penso che entrambi i punti di vista abbiano seri argomenti a corredo ed entrambi i sostenitori vogliano la pace. Motivo sufficiente per dotarci di rispetto reciproco, pur continuando il confronto da posizioni diverse. Ma senza insulti e insinuazioni. Ci stai? Dimmelo, perché non aiuta alla riflessione leggere nei tuoi articoli che chi è pro-invio di armi alla Resistenza ucraina venga accomunato agli “scemi di guerra”, alle “Sturmtruppen de noantri” o a chi sostiene il battaglione Azov. Capisco che la vis polemica tenga alta l’audience, ma come diceva Totò, “ogni limite ha una pazienza”.

Massimo Marnetto

 

Caro Massimo, certo che ci sto. Infatti non ho mai equiparato chi sostiene l’invio delle armi a chi vuole la terza guerra mondiale, agli scemi di guerra e alle Sturmtruppen. Questi sono i fautori dell’aumento della spesa militare e della “no fly zone”. Quanto ai nazisti del battaglione Azov, è purtroppo un fatto documentato che stiamo armando soprattutto loro e i 20mila mercenari presenti sul territorio ucraino.

M. Trav.

 

Base Nato in Ucraina: grazie per averlo scritto

Lode al Fatto , l’unico che ha avuto il coraggio di dare la notizia che a Yavoriv, in pieno territorio ucraino, si trovava una base segreta Nato, con istruttori militari americani, già dal 1995 (a me sembra gravissimo). Ho preso molti altri quotidiani: Corriere, Domani, Repubblica, Stampa, Verità e Giornale: nessuno ne ha scritto una riga. Solo Domenico Gallo sul Manifesto. Che vergogna l’informazione italiana completamente allineata alle direttive Nato.

Tiziano Corsi Residori

 

Estradizione Assange: dove sta la democrazia?

Vorrei segnalare un “errore” nella lettera del Gruppo Free Assange Italia. Perché, infatti, il gruppo dovrebbe temere l’estradizione di Assange negli Stati Uniti? Non sono forse questi la patria e i paladini di ogni democrazia e di ogni libertà, soprattutto della libertà di stampa?… Che confusione! Ci siamo persi qualcosa? Sì! La dignità e l’onestà! Tutto il mio sostegno ad Assange, naturalmente.

Francesca Cardoni

 

La cattiva coscienza degli Usa sulle guerre

Credo che la figura di Assange, accusato di aver contribuito a diffondere documenti anche su crimini di guerra delle forze armate americane in Iraq e Afghanistan, evochi come pochi la cattiva coscienza dei governi statunitensi. Viene da pensare che, essendo ormai vicina la sua possibile estradizione negli Stati Uniti, egli concretamente rischi – oggi più che mai – di finire seppellito sotto una montagna di anni di detenzione. Nella presente situazione, in cui il governo Usa emette ogni giorno sdegnate condanne verso gli aggressori di un popolo, temo infatti che il sistema giudiziario americano vorrà esorcizzare con una pena “esemplare” la credibilità delle denunce di Assange.

Umberto Monterubbianesi

 

Lo “zar” ricalca lo stile dei grandi dittatori

Le dittature si assomigliano. Le immagini dell’adunata oceanica nello stadio di Mosca che ha visto Putin protagonista assoluto sono state parte di un film già visto. Pensiamo a Mussolini che da piazza Venezia annunciava la guerra tra gli applausi scroscianti dei numerosissimi cittadini (sudditi?) presenti. Oppure alle folle immense che, nella Germania hitleriana, ascoltavano estasiate il loro Fuhrer. Ho osservato in Putin la stessa tecnica comunicativa di questi due dittatori del secolo scorso e questo mi preoccupa. Un uomo simile è capace di tutto.

Anilo Castellarin

La mafia nega giustizia ai morti

 

 

“Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo”.

Dal film “Io lo so chi siete”

 

Vincenzo Agostino ha giurato sulla bara del figlio che finché non si fosse accertata la verità sull’assassinio di Nino Agostino, morto tra le sue braccia, non si sarebbe tagliato né la barba, né i capelli. Che si sono fatti candidi. Aspetta dal 5 agosto del 1989, da quando, a Villagrazia di Carini, l’agente di polizia della Questura di Palermo cadde sotto i colpi dei killer, insieme alla giovane moglie Ida, incinta. Erano attesi nella casa di famiglia per festeggiare il compleanno della sorella più piccola. Sono cose che squarciano il cuore e ogni volta che ho pensato a quel padre, a quella famiglia, che in un attimo passano dalla gioia alla tragedia più assoluta, mi convinco che io da padre sarei impazzito. Oppure avrei trascorso il resto della vita a progettare la più efferata delle vendette. Nel film “Io lo so chi siete”, che domani 21 marzo sarà presentato al cinema Farnese di Roma (e che uscirà nelle sale di tutta Italia, dopo gli applausi al Taormina FilmFest), la presenza di questo uomo, anziano ma ancora vigoroso, parla e agisce come l’incarnazione della nemesi, che è la negazione stessa della legge del taglione. Riposto l’infinito tormento in un tabernacolo interiore, egli ci appare come la personificazione della giustizia terrena. Quella che mossa da un sentimento potente, esclusivo, assoluto fatto di amore struggente, rimpianti, insanabile dolore è tale da far tremare le vene ai polsi degli assassini, se mai in quella presenza implacabile dovessero imbattersi. Perché lui sa chi sono. Nel cinema di Alessandro Colizzi e Silvia Cossu all’essenzialità della narrazione nulla viene aggiunto, perché di nulla la croce del giusto necessita se non dell’ansia di verità che essa suscita in chi s’interroga colpito da tanta dignità, resistenza, devozione. Da trentatré anni, accanto alla moglie Agusta (scomparsa nel 2019), Vincenzo Agostino sta cercando di riannodare quel filo di sangue che attraverso un percorso infinito di bugie, omissioni, depistaggi conduce alla fonte del non più negabile intreccio tra la mafia e lo Stato. Io lo so chi siete. È quel libro nero che da più di un trentennio un manipolo di cittadini coraggiosi (magistrati, uomini delle istituzioni, familiari delle vittime) sta cercando di scrivere. “Quel filo delle stragi”, ha scritto Salvatore Borsellino, “che nega giustizia ai morti costringendo i parenti a sospendere il normale corso della propria esistenza e a improvvisarsi egregi investigatori, giornalisti e addirittura politici”. L’agente Agostino era stato accanto a Giovanni Falcone e doveva pagare ciò che di indicibile era venuto a sapere. A cominciare dall’attentato dell’Addaura, strumento criminale con il quale le “menti raffinatissime” si erano proposte di distruggere la persona fisica e quella morale del giudice. Che insieme a Paolo Borsellino rappresenta del coraggio civile il simbolo tra i simboli. Mentre Vincenzo Agostino si fa testimone della storia girando per le scuole d’Italia, l’ammirazione che sprigiona dagli occhi dei ragazzi che lo ascoltano ci fa dire che quel sacrificio non è stato inutile. Perché, come lui ci dice, “il terreno non è più arido”. E, dunque, la speranza può finalmente germogliare.

Antonio Padellaro

I Buffoni, le pere succose e il trofeo per sposare la principessa Eleonora

Dai racconti apocrifi di Francisco de Quevedo. Un giorno, Filippo I proclamò che avrebbe dato in sposa sua figlia Eleonora al cavaliere che avesse primeggiato nella giostra con le lance: il torneo sarebbe durato un anno. Fra i valorosi che si presentarono ce n’era uno senza sangue nobile, Javier Ortega: però si era distinto nelle crociate, e il re fu felice di invitarlo alla cena inaugurale. Il rozzo Javier temeva la serata, perché l’etichetta di corte non era il suo forte. A tavola, fu seduto accanto alla principessa, che parlò con lui nel modo più cordiale, ammirandone il fisico possente, mentre lui non apriva bocca. Sconcertata da quel comportamento, Eleonora riuscì a malapena a nascondere il suo disgusto quando, alla frutta, Javier infilzò una pera succosa col suo pugnale, la tagliò in due, se ne mise in bocca una metà, buccia e tutto, e gettò l’altra nel piatto della principessa, che rabbrividì all’eventualità di un uomo tanto volgare come marito.

Ignaro della brutta impressione che aveva fatto, il giorno dopo Javier vinse alla giostra la più spettacolare delle sue vittorie, e al termine cavalcò tronfio davanti alla loggia reale per prendersi il tributo della principessa, che invece distolse lo sguardo e disse al padre: “Quel gradasso è uno zoticone che si riempie la bocca con una mezza pera non sbucciata e a me offre l’altra metà. Non sa cosa siano le buone maniere”. Lo scudiero del cavaliere udì quelle parole irate e corse dal suo padrone per scoprire cos’era successo. Tutto allegro, quello raccontò della bella serata trascorsa, del cibo eccellente, delle pere succose… “Mio buon padrone”, disse lo scudiero, “le vostre maniere a tavola vi hanno tradito. Vincere al torneo non vi servirà a nulla, se non farete cambiare idea alla principessa. Seguite i miei consigli: lasciate la corte, andate in una regione dove nessuno vi conosce e camuffatevi da buffone. Rapatevi la testa a zero, rasatevi la barba, indossate un costume sgargiante e un cappello a sonagli; e fingete di essere idiota, e senza lingua. Dopo un po’ di pratica nell’arte di rallegrare la gente, tornate a corte, mischiatevi ai buffoni della principessa, e fatela ridere. Molto. E se qualcuno vi percuote, come capita sempre ai buffoni, cercate rifugio da lei”. Gli diede infine un’ultima istruzione, la più importante. Javier segui i consigli talmente bene che un giorno la principessa disse: “Questo buffone è il mio preferito. Nessuno gli torca un capello, o subirà la mia ira”.

Una sera, davanti al caminetto, mentre si divertiva con le damigelle ai suoi lazzi, Eleonora notò un rigonfiamento enorme nei pantaloni del buffone. Diede uno sguardo d’intesa alla vecchia nutrice, e si ritirò nelle sue stanze. Poco dopo, la nutrice fedele conduceva il buffone nel letto della giovane. Ma, al dunque, Javier finse di essere tonto, restando immobile sopra di lei come un tronco (ecco l’istruzione cruciale!). La nutrice, che spiava la scena, risolse l’impasse: punse con un ago il sedere del buffone, che diede una spinta in avanti, dove il soccorso era più necessario. Al che la principessa implorò: “Continua a pungerlo, cara Ermengarda! Continua a pungerlo!”. E così la giostra poté proseguire finché la principessa non si assopì soddisfatta. Il pomeriggio seguente, battuti tutti gli avversari al torneo, Javier cavalcò davanti alla loggia reale per prendersi il tributo della principessa. Questa distolse di nuovo lo sguardo, ma Javier alzò la celata e urlò: “Continua a pungerlo, cara Ermengarda! Continua a pungerlo!”. Il re si rallegrò vedendo Eleonora che scoppiava a ridere come a uno scherzo ben riuscito del buffone, e ancor più quando, al banchetto di nozze, la vide dare un gran morso a una pera succosa, buccia e tutto.