Conte, uno “normale” nell’era dei fenomeni

Se volete ridere (per non piangere), rileggetevi gli epiteti con cui venne accolto Giuseppe Conte tra maggio e giugno. Neanche aveva cominciato a fare il presidente del Consiglio, che già era stato dilaniato dalla stessa classe dirigente che – con la sua incapacità – aveva aperto la strada al Salvimaio e dalla stessa informazione che – con la sua ruffianeria – ne aveva incensato i predecessori. Conte era un millantatore, un prestanome, un incapace: un omino inutile, telecomandato come Ambra con Boncompagni. E questi erano i complimenti: di solito lo si riteneva null’altro che un mezzo deficiente, comandato per giunta da due minus habens come Salvini e Di Maio. È ancora il parere di chi resta turborenziano, tipologia umana che temo non potrebbe essere salvata neanche dal combinato disposto di Jung e Freud.

Era più che lecito avere dubbi su un sostanziale sconosciuto, scelto dal M5S come ministro della Pubblica amministrazione nell’impossibile monocolore 5 Stelle e – di colpo – catapultato in cima a un governo di per sé stravagante. Ora, però, se ci fosse un minimo di onestà intellettuale e non questo generalizzato tifo purulento di qua e di là, bisognerebbe ammettere come e quanto Conte stia stupendo: in positivo. Ne è prova ultima la risoluzione, colpevolmente tardiva ma politicamente encomiabile, del caso Sea Watch-Sea Eye. Una risoluzione (si ribadisce tardiva, e in quel ritardo c’è tutta la colpa del governo italiano e dell’Unione europea) che dimostra non solo il talento diplomatico di Conte (e Moavero), ma pure la sua autonomia.

Da mesi va avanti la nenia secondo cui, nel governo, faccia tutto Salvini. A furia di ripeterlo nei social e talk-show, è divenuto una sorta di Dogma. Ma è così vero che Salvini regni e signoreggi su Di Maio, Conte e il mondo intiero, compresa la non marginale Galassia di Andromeda? È vero mediaticamente ma non politicamente: a parte il dl Sicurezza, pieno peraltro di storture, per ora di concreto Salvini si è fatto – più che altro – le pippe a manetta. Conte, reputato “prestanome” dagli stessi che celebravano Monti (noto filantropo vicino ai deboli), veneravano la Diversamente Lince di Rignano e santificavano Gentiloni dimenticandosi quel suo essere “prestanome” di Renzi, ha più volte messo all’angolo Salvini. Sulla Sea Watch, sugli inceneritori, sulla legge Anticorruzione. E si spera pure su trivelle e Tav.

A settembre, in tivù, osai affermare che sul Salvimaio avevo (ho) miliardi di dubbi e certe cose mi facevano (fanno) schifo il giusto, ma che Conte era la sorpresa più positiva dell’esecutivo e che mi pareva già allora il miglior presidente del Consiglio dai tempi di Prodi. Fui massacrato, e ovviamente il massacro arrivò dai soliti scienziati rintanati nei loro attici con vista grandangolare sul proprio ombelico. Oggi ribadisco il concetto, ben sapendo che neanche gli faccio tutto ’sto gran complimento: anche una sogliola morta di onanismo sarebbe preferibile a Renzi.

Conte è migliorato pure nei suoi discorsi in Parlamento, dove all’inizio soffriva parecchio, e in tivù, dove – altro suo unicum – si ostina ad andare pochissimo. Le prime volte, da Floris a ridosso del voto (quando raccontò di provenire dalla sinistra) e poi ancora a DiMartedì dopo la nascita del Salvimaio, parve moscio. Idem all’esordio da Vespa, durante la quale mostrò il santino di Padre Pio a cui è devoto. Pochi giorni fa, ancora a Porta a Porta, si è rivelato molto più sicuro e quasi baldanzoso (“Salvini non vuole sbarchi? Vorrà dire che li farò prendere in aereo…”). L’uomo non disdegna l’ironia. A volte esagera (“I tagli ai pensionati sono impercettibili, nemmeno L’avaro di Molière se ne accorgerebbe”) e a volte ci prende (“Chi butto dalla torre tra Renzi e Gentiloni? Renzi si è già buttato da solo…”). Sottovalutandolo (quasi) tutti oltremodo, hanno finito col rendere ancora più evidenti le sue qualità: un’altra delle troppe cantonate di una cosiddetta “opposizione” che non riuscirebbe a essere così ridicola neanche se ci si impegnasse deliberatamente.

Aggiungo un ultimo aspetto legato alla sua veste diplomatica. Quando Conte va all’estero, è assai a suo agio con le lingue (compresa quella italiana: e già qui c’è del clamoroso). Non solo: ai summit coi (presunti) grandi della Terra, non fa le corna e neanche si improvvisa ilare bullo come quell’altro gradasso quando incontrava Schulz. Cordiale, affabile: sicuro di sé. Forse è la prima volta dal 2006 che tanti italiani non si vergognano di un presidente del Consiglio. Non che Conte sia un fenomeno: è solo un uomo serio e normale alla guida di un governo improbabile e sbilenco, che a volte le indovina e più spesso no. Ma anche solo essere “normali”, in questi tempi di fenomeni finti e politica sputtanata, suona quasi rivoluzionario.

Mail box

 

L’accordo sui 49 migranti è un atto di unità e umanità

L’accordo tra otto paesi – Germania, Francia, Lussemburgo, Portogallo, Olanda, Romania e noi – di accogliere oltre a quelli già soccorsi nei mesi scorsi da Malta anche i 49 migranti che da settimane erano bloccati su una nave, è un segnale positivo per l’Europa che finalmente e fattivamente si è impegnata nella condivisione del fenomeno migratorio. Ma è anche un atto di umanità nei confronti di persone sofferenti.

Gabriele Salini

 

Il premier ha stoffa da leader: sa mediare ed essere concreto

Conte si sta rivelando uno dei politici più preparati che l’Italia ha avuto negli ultimi trent’anni. Preparato, onesto, dai modi pacati, con grandi capacità di mediazione e con una pazienza infinita. Con i due vice in costante conflitto, con l’Europa e tutti i personaggi autoreferenziali della politica. Sta imponendo a tutti una linea politica che traduce in concretezza le a volte azzardate aspirazioni dei due schieramenti di governo. Spero che i cittadini italiani lo sostengano nei momenti più difficili che ancora lo aspettano.

Carlo de Lisio

 

Quanto dura questo governo? Le profezie delle “cassandre”

Secondo la maggior parte dei mezzi d’informazione la domanda che tormenta il sonno degli italiani sarebbe: “Ma quanto durerà questo governo?”. Di Maio e Salvini con le loro incomprensioni e contrasti, un po’ stimolano la suddetta domanda. Purtroppo per loro, le liti si risolvono sempre con i vertici a tre fra i due vicepremier e Conte. Secondo un editoriale di Stefano Folli su Repubblica, improvvidamente intitolato “Il governo c’è, ma è finito”, si era agli sgoccioli durante l’ultima lite Salvini-Di Maio sui migranti, invece la crisi si è risolta ancora una volta. Di sicuro la domanda continuerà a essere posta comunque da tutti i media.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Di Maio ha sbagliato mossa, non si intrometta coi gilet

Il garante del Movimento Beppe Grillo deve convincere il capo politico 5stelle Di Maio a non fare mosse che rischiano di confondere gli elettori. Nel tentativo di contenere l’ingombrante alleato dei grillini Matteo Salvini, molto più abile del collega, Di Maio ha commesso degli errori. Come il sostegno assicurato ai gilet gialli in lotta contro il presidente Macron. Una sortita da bocciare con la matita blu. Un governante non può nè deve interferire negli affari interni di un paese alleato dell’Italia. Una forza di governo, seppure favorevole al cambiamento non può firmare cambiali in bianco a movimenti, al cui interno ci sono, e lottano nelle piazze, settori, che talvolta ricorrono alla violenza contro le forze dell’ordine. In più polemizzando con Macron e sponsorizzando i suoi avversari, Di Maio ha favorito proprio l’inquilino dell’Eliseo, che era in grandi difficoltà, a Parigi, e la cui popolarità era in caduta libera. Ma molti francesi, orgogliosi e fieri, tra il ministro italiano “movimentista” e il rappresentante della loro nazionale, hanno scelto di schierarsi con il secondo, seppure non molto amato.

Pietro Mancini

 

Ma l’“onestà!” ora dove sta? Punite di più gli evasori fiscali

Sono piuttosto deluso dai primi sei mesi di governo Lega e Movimento 5 Stelle, la primissima cosa da fare era una lotta seria all’evasione fiscale, inasprendo le sanzioni e le pene. In Italia c’è una evasione fiscale stimata tra i 60 e i 90 miliardi di euro all’anno! Si potrebbero rimpinguare le casse dello Stato con poco, ma evidentemente non interessa a questa coalizione di governo.

Dove è finito lo slogan “Onestà! Onestà!” ? I mezzi per scovare e punire gli evasori fiscali ci sono. E allora che cosa ostacola una seria lotta all’evasione fiscale?

Sergio Cannaviello

 

Simboli religiosi in politica sono soltanto provocazione

Da uomo che non crede nel cristianesimo, mi associo alla lettera di Mauro Chiostri. Per me è un argomento importantissimo. Chi crede che lo Stato debba essere laico – non ateo, laico – non può sopportare la vista di coloro che abusano del cristianesimo o di qualsiasi altra religione. Usare simboli religiosi per fare politica non è soltanto un’offesa a chi crede o una provocazione per chi non crede, si tratta di uno sfregio al significato stesso di libertà di religione. Per non invadere i diritti degli altri, si deve trovare un limite e rispettarlo.

G.C.

 

Il flop delle casette di Renzi che cadono a pezzi subito

Non si capisce con quale criterio il governo Renzi abbia scelto le ditte a cui affidare la costruzione delle casette per i terremotati. A parte il fatto che dopo tre anni ancora molti siano nelle tende, anche se abbiamo detto e ridetto che in Trentino le fanno tutte in legno, facili da montare, coibentate, economiche e sicure che si possono realizzare in poche settimane, non si capisce con quale criterio il governo Renzi abbia dato l’appalto per queste casette.

A Leonessa, dopo tre settimane cadevano a pezzi, erano inabitabili, senza che per questo qualcuno ne abbia a rispondere. Che contratto avevano? E perché i venditori non sono responsabili di nulla?

Viviana Vivarelli

Tifo violento. Il calcio c’entra poco, il tema è politico (di estrema destra) e criminale

L’agguato contro i napoletani occupa ancora grande spazio. Le ultime notizie dicono che a pagare sarà anche un commissario della Polizia di Stato per non aver previsto l’agguato. Non sarà mica anche colpa dell’indulgente bonarietà con la quale vengono trattati, adducendo il fatto che sono appartenenti a frange sportive? Il ministro dell’Interno come può definire fatti “attinenti allo sport” agguati per cercare di uccidere con le armi, tesi lontano dagli stadi e in ore precedenti le partite? Quale differenza sostanziale c’è fra i ‘’tifosi’’ di tutte le squadre e di tutte le curve che bloccano per ore e impegnano forze dell’ordine, tra cui si contano spesso feriti e in qualche caso anche dei morti, e gli “imprendibili” black block? Chi terrorizza e tiene in scacco una città per ore dovrebbe essere condannato senza tante scusanti, le leggi ci sono e si possono applicare, non saranno i Daspo a fermare questi teppisti. Poi balza agli occhi un aumento, fra i tifosi, di frange politiche di estrema destra che usano queste occasioni come se fossero esercitazioni.

Franco Novembrini

 

Gentile signor Novembrini, il Daspo è un buon provvedimento, ma non è certo un deterrente per evitare fatti come quelli di Milano. Basti solo pensare che gli oltre cento diffidati dell’Inter accedono tranquillamente alla curva Nord e buona parte di loro la sera di Santo Stefano ha preso parte alla guerriglia. Non vi è dubbio che l’azione dove è morto Dede Belardinelli nulla ha a che vedere con fatti attinenti allo sport. Tanto che l’ottimo giudice Guido Salvini ha definito quei fatti “un’azione in stile militare”, simile a quelle del blocco nero che ad esempio il primo maggio 2015 ha devastato Milano. Azione che per dinamica è del tutto diversa da quelle che purtroppo si registrano ogni domenica fuori o dentro gli stadi di tutta Italia. E questo ha reso e rende il lavoro della magistratura più complicato. Il dato che inquieta ulteriormente è che buona parte del manipolo interista sia legato al gruppo neofascista di Lealtà e azione. Un’area molto vicina alle idee del ministro dell’Interno, il quale spesso sfoggia indumenti di marche ufficialmente vicine a CasaPound. Al netto di tutto, la soluzione è quella di chiudere le curve così come sono concepite. Curve dove spesso la criminalità organizzata fa affari legandosi con teppisti da stadio. Ma non è semplice perché, è stato registrato in molti casi, i capi delle curve hanno legami oscuri con le stesse società di calcio.

Davide Milosa

Cuneo, veleno per topi nel cibo del marito ricoverato in ospedale

Per più di un mese ha cercato di avvelenare il marito, malato e in ospedale, facendogli ingerire con l’inganno veleno per topi. Laura Davico, 49 anni di Bra (Cuneo), è stata arrestata dai carabinieri del Nas, che l’hanno scoperta grazie alle telecamere nascoste nella stanza in cui l’uomo era ricoverato per i postumi di una polmonite. Dove la donna lo imboccava, nascondendo nei cibi, nelle bevande e nel thermos del caffè un cocktail micidiale di sostanze tossiche. Pastiglie e polveri di bromadiolone, molecole presenti nel topicida, e acenocumarolo – il principio attivo dei farmaci anticoagulanti – erano gli ingredienti della ‘ricetta’ che rischiava di uccidere il 55enne causandogli un’emorragia interna. A salvarlo sono stati i sanitari dell’ospedale. Nonostante le cure, infatti, il paziente non migliorava. In un primo momento, i medici hanno ipotizzato che fosse affetto da una rarissima sindrome che colpisce solo 50 persone su otto miliardi, poi, dopo aver notato negli esami tossicologici dosi massicce di anticoagulanti orali mai prescritti, hanno temuto l’avvelenamento e così hanno allertato le forze dell’ordine. La donna è accusata di tentato omicidio aggravato e premeditato.

Alla Magliana un omicidio da professionisti: si rischia una faida tra gruppi criminali

Ora il timore è quello di una vera e propria faida tra gruppi criminali. Alla Magliana, Roma Sud, c’è chi ripensa al clima di terrore degli anni 70-80. Il killer di Andrea Gioacchini, il pregiudicato 34enne ucciso giovedì mattina davanti all’asilo di via Castiglion Fibocchi, “è un professionista”, forse una persona assoldata appositamente per uccidere l’usuraio. Secondo gli inquirenti, negli ultimi giorni l’uomo avrebbe spiato la vittima sin dalla sua scarcerazione, avvenuta il 6 gennaio, e avrebbe studiato attentamente tutti i suoi movimenti, colpendolo nel momento di maggiore vulnerabilità, ossia mentre accopagnava i figli a scuola. Un sicario in piena regola, di cui si sono perse le tracce in pochi minuti. Un lavoro “pulito” e “di grande clamore” allo stesso tempo. Per questo cresce la preoccupazione. I legali di Gioacchini erano riusciti, attraverso una serie di riconteggi, ad abbreviare la carcerazione di 75 giorni. E fra circa due mesi toccherà al fratello Sergio – coinvolto insieme ad Andrea in un filone dell’inchiesta su Tamara Pisnoli, la ex moglie del calciatore Daniele De Rossi – lasciare gli arresti domiciliari cui oggi è relegato.

Per questo i familiari temono per la sua incolumità, mentre la preoccupazione maggiore per gli inquirenti è evitare che si verifichino forme di “vendette alla cieca”. Quello che interessa maggiormente gli investigatori, al momento, è capire il movente dell’omicidio. La Squadra mobile di Roma sta lavorando sotto traccia. All’esame anche i contatti di Gioacchini in carcere e gli equilibri creatisi durante i due anni di detenzione, dove potrebbe essersi fatto dei nemici. Non risultano, invece, esserci state collaborazioni particolari di Gioacchini con gli inquirenti, tali da scatenare una vendetta di questo genere. “Un episodio totalmente inaspettato, di cui siamo rimasti tutti sgomenti”, ha commentato l’avvocato Salvatore Sciullo.

Inter-Napoli, tra gli indagati anche Caravita Jr, figlio 19enne dello storico fondatore dei Boys

C’è l’Interma non solo, la sua seconda passione è l’estrema destra, targata Lealtà e azione, movimento neofascista legato alla realtà degli Hammerskin. Lui è Alessandro Caravita, 19 anni appena, e un cognome di peso nella storia della curva Nord. Suo padre Franco, nel 1969, fu uno dei fondatori del gruppo Boys San. Leggenda ultrà insomma. Il giovane Alex posta sul suo profilo Fb se stesso in curva con bandiera dei Boys. Qualcuno commenta: “Buon sangue non mente”. Nel bene e nel male verrebbe da dire. Visto che Caravita junior da ieri è indagato per la guerriglia di Santo Stefano contro i tifosi napoletani. Rissa aggravata e omicidio volontario, le accuse per lui come per tutti gli indagati coinvolti nei fatti del 26 dicembre che hanno provocato la morte di Dede Belardnelli. Caravita senior, invece, oggi rappresenta il volto presentabile della curva. Immagine ripulita con il tempo, dopo i burrascosi anni Ottanta, dove fu arrestato per detenzione di armi nell’ambito dell’inchiesta sull’accoltellamento di un tifoso austriaco dopo la partita di coppa Inter-Austria Vienna. Ma era il 1983 e per l’accoltellamento non fu condannato. Ieri suo figlio Alessandro è arrivato in Questura a bordo di un mini-scooter. Giacca militare e stemma dei Boys. Con Caravita il capo dei Viking Nino Ciccarelli anche lui indagato. Accompagnati dall’avvocato, hanno ritirato la notifica per poter presenziare con i periti di parte all’autopsia sul corpo di Belardinelli. Il giovane ultrà già il 4 gennaio era stato sentito dalla Digos e aveva spiegato di non essere andato allo stadio il 26. Versione non apparsa credibile. Secondo l’accusa anche lui era presente in via Novara. Caravita jr è molto attivo in curva. Il 23 ottobre durante la trasferta Champions a Barcellona era finito negli scontri con gli ultrà catalani. Bloccato dalla polizia era stato subito rilasciato anche grazie all’intervento della polizia italiana. L’indagine dunque resta nel vivo. Il numero degli indagati aumenta, mentre allo stato sono quattro le auto collegate all’investimento di Dede e messe sotto sequestro.

“Le foto del mio Gabriele nel pc. Ridatemelo, sono i nostri ricordi”

È comeaver perso il suo bambino una seconda volta. Il dolore rinnovato che Elisabetta Chiavarino mette nel suo post su Facebook scuote Biella. La donna lancia un appello sul social per chiedere indietro la cosa più importante che le sia rimasta, un hard disk nero. “Lì dentro c’erano gli unici ricordi di mio figlio, foto e video. Sono la cosa più cara che avevo! Vi prego con il cuore in mano, se qualcuno sapesse qualcosa, anche in forma anonima, ditemelo”, scrive la donna come riporta La Repubblica Torino. Lo scorso 7 gennaio infatti dei ladri sono entrati in casa della donna e hanno le hanno rubato soldi, gioielli e l’hard disk con tutto ciò che le rimane del figlio, il piccolo Gabriele Balanzino, morto a due anni e mezzo il 13 maggio 2013. La tragedia avvenne nel centro commerciale dove lavorava Elisabetta. Gabriele stava giocando con un amico e collega della madre, Giuseppe T., commerciante, che per farlo divertire lo lanciava per aria per poi riprenderlo al volo. Ma Gabriele cadde a terra e sbattè la testa. I continui lamenti dei bambino, anche una volta tornato a casa, convisero i genitori a portarlo all’ospedale di Biella, qui i medici si accorsero che Gabriele aveva un’emorragia celebrale in corso e doveva essere operato. Da Biella, Gabriele fu trasferito all’ospedale Regina Margherita di Torino dove morì intorno alle 5 del mattino mentre i medici lo stavano operando per ridurre l’ematoma. Quattro anni dopo alla tragedia se ne aggiunse un’altra. Giuseppe T., dopo aver patteggiato una condanna a cinque mesi di reclusione per omicidio colposo – poi la pena fu sospesa –, si suicidò. Probabilmente per il senso di colpa legato alla morte del piccolo Gabriele. L’uomo da alcuni mesi era tornato in Germania, dove aveva trascorso parte della sua infanzia.

Prese tra i rifiuti un monopattino per i figli. Annullato il licenziamento: “Non fu furto”

Lisa, l’operatrice ecologica torinese licenziata per aver preso un vecchio monopattino trovato tra i rifiuti, ha riottenuto il suo posto di lavoro. Così ha deciso giovedì la Corte d’appello del capoluogo piemontese, pronunciandosi sull’assurda storia avvenuta a giugno 2017.

La donna, che oggi ha 42 anni, si era appropriata di quel giocattolo per regalarlo ai suoi tre figli, considerando che sarebbe comunque finito nella spazzatura. Un gesto apparso a tutti innocente; la Cidiu, impresa che gestisce i servizi ambientali nei Comuni a Ovest di Torino, l’ha però accusata di aver rubato un bene aziendale e tanto è bastato per metterla alla porta. Come hanno scritto l’altroieri i giudici nella sentenza, non si può parlare di furto perché l’oggetto era abbandonato e non esisteva alcun proprietario che potesse ritenersi derubato. L’impresa, quindi, dovrà riassumerla immediatamente e pagarle anche 12 mensilità per risarcirla del danno subito.

Per arrivare al lieto fine c’è voluto un anno e mezzo, durante il quale Aicha Elisabethe Ounnadi, detta Lisa, ha dovuto affrontaregravi disagi. Essendo ragazza madre, dopo il licenziamento ha potuto contare solo sul sussidio di disoccupazione per provvedere a se stessa e ai figli. Un assegno pari all’inizio al 75% dell’ultimo stipendio, poi dopo un po’ di mesi inizia a diminuire. “Non riuscivo a pagare l’affitto e per questo ho rischiato lo sfratto – spiega al Fatto – che è stato evitato solo grazie all’aiuto degli uffici del Comune”. La sua situazione in questi mesi ha commosso tutti tranne i suoi datori di lavoro, disposti ad affrontare la causa in Tribunale pur di sostenere le loro ragioni. A marzo del 2018 è arrivata la pronuncia dei giudici di primo grado che hanno dichiarato illegittimo il licenziamento, ma non hanno ordinato la riassunzione di Lisa, limitandosi a riconoscerle un indennizzo di 18 mensilità. Il motivo: essersi impossessata di quel monopattino può formalmente essere considerato un furto. Troppo lieve per giustificare un licenziamento, ma pur sempre un furto. La donna era stata assunta prima di marzo 2015, quindi alla sua vicenda non si applica il Jobs act ma l’articolo 18, così come modificato nel 2012 durante il governo Monti: se il fatto contestato dall’azienda è reale, anche se non grave, si può al massimo riconoscere un risarcimento economico, non la reintegrazione sul lavoro. Così è stato.

Mara Artioli e Paola Bencich, avvocati che hanno assistito Lisa, non erano d’accordo con quell’interpretazione e hanno presentato ricorso. L’Appello ha dato loro ragione: quel monopattino, pur trovandosi nei locali aziendali, non era di proprietà della Cidiu, quindi non si è trattato di un furto. L’impresa sosteneva l’esistenza di un regolamento che vietava ai dipendenti di appropriarsi dei beni trovati nei capannoni, anche dei rifiuti stessi, e per questo accusava Lisa di insubordinazione. Per i giudici, invece, era responsabilità dell’azienda se la lavoratrice non conosceva quella specifica norma, tra l’altro scritta a mano su un foglio che non aveva valore né nella forma né nei contenuti. “Sono felice che abbiano riconosciuto la mia buona fede, ora mi aspetto di tornare presto al lavoro”, ha commentato Lisa.

Prestazioni sessuali e denaro in cambio di permessi: 6 arresti

C’era un “consolidato sistema corruttivo” nel Comune di Castel Volturno (Caserta), imperniato sul dirigente e i dipendenti dell’Ufficio Tecnico e con la complicità della Polizia municipale. Un sistema in cui i permessi e le autorizzazioni amministrative erano oggetto di un mercimonio, in cui il prezzo della corruzione era il più vario: mazzette, viaggi, cibo e anche prestazioni sessuali consumate direttamente nel Municipio. Lo ipotizzano i pm di Santa Maria Capua Vetere nell’ambito di un’indagine che ha portato all’arresto di sei persone, tra cui il dirigente dell’Utc Carmine Noviello, ritenuto figura centrale del sistema illecito, e il dipendente Antonio Di Bona. Ai domiciliari sono finiti in tre, tra cui il comandante della Municipale. Per l’accusa due caschi bianchi avrebbero omesso di procedere ai sequestri quando emergevano illegittimità edilizie, inviando false comunicazioni all’autorità giudiziaria; non rispondono però di corruzione come i funzionari dell’Utc, ma di abuso d’ufficio e falso in atto pubblico. I carabinieri hanno anche scoperto che in qualche circostanza Di Bona si sarebbe fatto pagare “in natura”, anche in Comune, da persone che chiedevano il suo intervento per vicende edilizie.

Beato il verde che fa a meno di twitter

Robert Habeck, leader dei Verdi tedeschi, ha deciso di non utilizzare più né Twitter né Facebook: “Twitter mi disorienta e mi rende poco concentrato. Mi fa scattare qualcosa, sono più aggressivo, polemico, stridulo ed estremo, il tutto con una velocità che non lascia spazio alla riflessione”.
Come ogni cosa buona, questa decisione ha subito suscitato polemiche. Il segretario della Spd, Kingbeil, ha affermato: “Il posto dei politici è dove c’è il dibattito”.

Altri hanno aggiunto che un politico deve stare al passo con i tempi anche nell’uso degli strumenti di comunicazione altrimenti finisce fuoricorso. Non mi pare che le cose stiano così. E proprio la Germania ne è un esempio. Sfido chiunque a trovare un solo tweet di Angela Merkel che pur ha governato la Repubblica federale per 13 anni con un consenso amplissimo. Merkel si è sempre espressa per note ufficiali o sue o del governo o dei suoi ministri. Al più ha concesso qualche intervista (ci mancherà Angela, con la sua visione politica ampia, il suo stile, portando anche, a differenza di Albright e Condoleezza Rice, un tocco di garbata femminilità in ruoli tradizionalmente maschili).

Da noi, invece, l’uso di Twitter e in generale dei social da parte dei rappresentanti politici, anche con importanti incarichi di governo, impazza. L’apristrada è stato Renzi. Dice: è giovane. Sì, ma non è che se un uomo politico è giovane deve comportarsi esattamente come i suoi coetanei e magari ciucciare il biberon. L’esempio di Renzi è stato seguito da tutti i suoi successori, con maggior o minor pudicizia a seconda delle rispettive personalità. Attualmente il più assatanato fra gli uomini di governo è Salvini, seguito affannosamente da Di Maio, che sempre gli arranca dietro, e più moderatamente da Conte. Il che crea pasticci inenarrabili soprattutto con un governo che è uno e trino. Esemplare è stato il caso della Sea Watch e della Sea Eye, con i suoi 49 migranti a bordo, che veleggiavano al largo di Malta in attesa di un ‘porto sicuro’. Salvini fa sapere via Twitter che non ne accoglierà alcuno. Fa seguire questa twittata da una miriade di interviste. E anche questa ideolipsìa – poiché la Treccani afferma che siamo in epoca di neologismi ne creiamo uno, modesto, anche noi – per le interviste spalmate giorno e notte sulla trentina di talk show in circolazione non è un buon uso della democrazia. Tu non puoi venire a sapere di una importante decisione politica da Maria Latella o dall’Annunziata. Nel frattempo Di Maio, twittante e intervistato, si dichiarava disposto ad accogliere le donne e i bambini, Conte ad andarli a prendere personalmente con un aereo (i bambini li capisco, ma perché le donne? Se son pari siano pari anche nei rischi e la classica frase, durante un naufragio, “prima le donne e i bambini” non vale più). Insomma per giorni non si è saputo, né in Italia né all’estero, quale fosse la reale posizione del governo italiano. La situazione alla fine l’ha risolta Bruxelles, la disprezzatissima Bruxelles, impegnando otto Paesi, fra cui l’Italia, con un Conte rientrato nei suoi panni, ad accogliere, pro quota (per l’Italia 15 o 25, non si sa) non solo i 49 migranti delle due Ong ma anche altri sbarcati nei giorni precedenti a Malta.

Ma lasciando perdere per il momento il caso della Sea Watch e della Sea Eye, definito “vergognoso” dall’Avvenire

, questo continuo e permanente twitteraggio, condito da una infinità di interviste, finisce per disorientare i cittadini. Un provvedimento è stato solo annunciato o è in corso di elaborazione o è stato approvato? Le cose in democrazia dovrebbero andare in tutt’altro modo. Dovrebbero andare come andavano anche da noi in un tempo poi non tanto lontano: il Consiglio dei ministri propone una legge, in casi urgenti emana un decreto, se il Parlamento approva, il testo viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e diventa legge dello Stato. Così ci eravamo abituati, noi pleistocenici. Male, evidentemente.