La verità processuale e la verità dei fatti. Accettare la prima, ma allo stesso tempo chiedersi se coincide con la seconda. Un battaglia interiore, silenziosa e lunga 17 anni, affrontata da un padre impotente davanti alla morte della sua figlia maggiore. Un dubbio che ora Maurizio Piovanelli ha deciso di cancellare. O almeno ci prova. “Non voglio una verità, ma la verità”, dice l’uomo al Fatto. Desirée Piovanelli, studentessa di liceo 15 anni ancora da compiere, con una passione per i gatti. Un volto e un nome che, 17 anni fa, venne associato per la prima volta all’espressione “delitto del branco”. Qualche mese prima, in quello stesso 2002, ci fu Cogne, e l’efferatezza di quel delitto. Cogne, Novi Ligure e Leno, con la cascina Ermengarda, a pochi metri dalla casa della famiglia Piovanelli, dove venne ritrovato, martoriato di coltellate, il piccolo corpo di Desirée. E nulla, nel racconto mediatico dei casi di cronaca, restò più come prima.
Una vicenda quella di questo piccolo paese della Bassa Bresciana, coi suoi 15mila abitanti, che ora potrebbe essere riscritta per volere, caso più unico che raro, dei familiari della vittima (Maurizio Piovanelli, il padre) e di uno dei carnefici (Giovanni Erra, l’operaio vicino di casa, condannato a 30 anni): entrambi, da fronti opposti, chiedono la revisione del processo, sulla base di nuovi elementi.
Desirée era bella e solare con i suoi 14 anni. L’avevano cercata per giorni, sembrava sparita nel nulla. La ritrovarono a cento metri di distanza in linea d’area da casa. Il corpo abbandonato tra cocci di bottiglie rotte e sporcizia, e straziato da decine di coltellate. Alcune delle quali, riveleranno le relazioni dei Ris, sferrate dopo la morte. Un delitto, tra i primi in Italia, commesso dal “branco”: tre minori, Nicola Bertocchi, 16 anni, Mattia Franco, 14 anni e Nicola Vavassori, 16 anni. E poi c’era Giovanni Erra, con i suoi 36 anni l’unico adulto del gruppo, sposato e padre di un figlio al quale proprio Desirée aveva fatto da baby-sitter. Gli atti dicono che è stata uccisa per aver detto no. A Nicola che sferra le prime coltellate, ma anche agli altri che avrebbero dovuto abusare di lei, stando al piano studiato dai ragazzini che avevano convinto Desirée ad entrare nella cascina Ermengarda, con la scusa di vedere dei gattini appena nati. “Vuoi diventare la mia amica del cuore?”, le aveva chiesto l’amico di infanzia Nicola, quello con cui Desy giocava da piccola. E lei, disse poi il ragazzo, lo aveva preso in giro: “No, sei più stupido degli altri”. In quasi 17 anni Maurizio Piovanelli si è convinto che non può essere andata così. E proprio lui, che in quei giorni aveva cercato la Desy dappertutto, nei canali, nei boschi, nei campi di granoturco, col suo sguardo fermo scandisce: “Desy era finita nella rete dei pedofili. Ha visto persone che non doveva vedere, ha scoperto qualcosa che non avrebbe dovuto, e per questo l’hanno ammazzata. Non certo perché si è ribellata davanti a una proposta sessuale. C’è un mandante, che è sempre stato coperto”, prosegue nel suo racconto. “Un uomo che in quegli anni organizzava festini a luci rosse con minorenni e cocaina. Probabilmente avrebbe voluto portare anche mia figlia a quelle feste di cui tanti qui sapevano… e sanno”. Per questo, l’estate scorsa ha deciso di depositare un esposto in Procura a Brescia chiedendo di riaprire le indagini, e, sul tavolo del sostituto procuratore bresciano Barbara Benzi, Piovanelli e il suo legale, l’avvocato Alessandro Pozzani, hanno allegato anche una registrazione audio. Una testimonianza che potrebbe risultare chiave per chi parla – il padre di una giovane del paese, anche lei trascinata a quei festini “hot” – e pronuncia il nome di un persona che considera il mandante, il “grande regista” del delitto della sua Desirée.
Un caso che sembrava essersi chiuso anni fa
Nicola e Mattia hanno ammesso il delitto, mentre Nico Vavassori e l’unico adulto al tempo dei fatti, Giovanni Erra, hanno sempre raccontato di essere arrivati sul luogo del delitto quando la ragazza era già morta. L’epilogo processuale è storia. Sedici anni per Nicola, dieci per Mattia, quindici per Nico e trenta per Erra. I tre ex minori sono tornati in libertà, ma solo uno ha deciso di continuare a vivere a Leno. “Capita di vederci, mi ha confessato aspetti importanti che non so se siano veri, ma vanno nella direzione di quanto credo io” svela Maurizio, padre taciturno che ha fatto della verità sulla morte della figlia l’unica ragione di vita, sostenuto dalla sua fede in Geova. In carcere è rimasto solo Giovanni Erra che deve ancora scontare tredici anni. “Lavoriamo per la revisione del processo” è stato l’annuncio di pochi giorni fa del suo legale, l’avvocato Nicodemo Gentile, che ammette di non avere in tasca la prova regina capace di ribaltare l’intero processo, “ma i dubbi su questa storia sono troppi. E se il padre della vittima chiede verità perché non dovrebbe farlo il mio assistito che ha sempre detto di non aver partecipato al delitto, ma di essere arrivato dopo? Oggi, lo confermo, ci sono le condizioni favorevoli per riscrivere la vicenda” e chiosa: “Mi sembra di rivedere il caso di Meredith Kercher, nel quale difendevo Rudy Guede. La verità emersa dal processo fagocitò anche allora i fatti realmente accaduti…”.
Il padre di Desirée non ha dubbi sulle responsabilità degli esecutori materiali, ma è sugli elementi “nuovi” che vuole concentrarsi. “Probabilmente Erra farà lo stesso nome che abbiamo fatto noi. Vuole dire oggi quello che si è tenuto dentro in tutti questi anni”. Giovanni Erra, in alcune lettere inviate a una giornalista nel 2015, scriveva: “Io sul posto non ero presente. Sono arrivato dopo, quando era già tutto finito. Io alla cascina Ermengarda ci nascondevo la droga, era a 500 metri da casa mia. Poi sono salito su, al piano di sopra, quel giorno, perché ho visto che c’era del sangue. C’era il corpo di Desirée e io non ho capito più nulla. Sono scappato via, e sono pure caduto giù dalle scale. Non ho detto niente a nessuno di quello che avevo visto. Dio mio! E oggi penso: e se fosse stata ancora viva? Che Dio mi perdoni!”.
Secondo la ricostruzione processuale che ha portato alla condanna dei tre ragazzi più Erra, la ragazza al tempo sarebbe stata attratta con l’inganno nella cascina da uno dei ragazzi perché potesse essere violentata dal “branco” guidato da Giovanni Erra, con problemi di di tossicodipendenza. Desirée morii per le coltellate inferte mentre tentava di scappare dai suoi aguzzini. “Ma dopo tutti questi anni – prosegue il padre, Maurizio Piovanelli – ho le prove. È stato proprio l’unico dei ragazzi coinvolti che è rimasto a vivere in paese ad avermi avvicinato. Voleva parlarmi… In quattro per abusare di una ragazzina? E le fascette? E il coltello? E Giovanni Erra che era arrivato sul posto con l’auto in retro, come se volesse caricare qualcuno? Volevano rapirla, Desy”. Si tormenta, Maurizio. Per offrirla “in pegno”, per ripagare un debito di droga. Lei che aveva saputo o visto qualcosa, questa la convinzione del genitore, di queste serate a luci rosse con ragazzine minorenni a base di sesso e droga. Il nome, dicono tutti in paese, c’è. È quello. È quello che si sa da tempo. È quello che starebbe scritto sull’esposto del padre, e che sarebbe alla base di una registrazione audio, inedita, che confermerebbe il sospetto.
La cascina Ermengarda oggi è un residence di lusso
Come Cogne, Avetrana e Brembate Sopra, che resteranno chissà per quanto ricordati come i paesi dei delitti del piccolo Samuele, di Sarah Scazzi e di Yara Gambirasio, anche questo angolo della Bassa Bresciana non riesce a levarsi di dosso Desirée Piovanelli. Fantasmi che non se ne vanno, anzi. A volte si ripresentano. Come alcuni mesi fa, quando una mano rimasta ignota ha appeso dei manichini sugli alberi nella piazza del Comune. C’erano nomi e cognomi e, sotto, la scritta “pedofili”. Vennero rimossi, ma il gesto fece rumore per le vie del paese, dove nessuno oggi sembra stupirsi dell’ombra della pedofilia che si sta allargando sul caso. “Ho deciso di rivolgermi in Procura dopo aver sentito per tanto tempo le voci sulle ragazzine coinvolte in atti sessuali da adulti” dice ancora il padre. “Sarebbero state coinvolte persone molto importanti, e forse per questo non si è mai andati fino in fondo”.
All’epoca della inchiesta, la Procura di Brescia aprì un fascicolo parallelo contro ignoti per pedofilia, dopo alcune intercettazioni ambientali di confessioni captate tra detenuti in una cella del carcere bresciano di Canton Mombello. L’indagine non venne mai completata. A distanza di poco, diversi carabinieri della stazione di Leno che avevano lavorato alle indagini su Desirée vennero trasferiti (per alcuni sembra fossero scattati anche processi disciplinari interni all’Arma, alimentando i sospetti che forse la verità non fosse già al tempo del tutto emersa). E c’è chi, chiedendo di restare anonimo, racconta al Fatto quanto successo. “Anche mia figlia è stata vittima di quelle feste. Chi l’ha violentata e la drogava è stato arrestato, ma se fosse stato bloccato prima oggi forse Desirée sarebbe ancora viva”. E sarebbe una donna di 32 anni.