La vittoria dei rider. “Paga oraria e ferie come i dipendenti”

È una sentenza storica per la gig economy, quella dei lavoretti on demand. Ieri pomeriggio la Corte d’appello di Torino ha riconosciuto i rider di Foodora al pari di lavoratori subordinati. “Non siamo stati dei pazzi a pensare che in questo Paese i lavoratori devono avere dei diritti e delle tutele”, afferma l’avvocato Giulia Druetta che, insieme al collega Sergio Bonetto, ha seguito questi lavoratori sin dai primi passi della contesa giudiziaria.

Il collegio della sezione lavoro, presieduto da Clotilde Fierro, ha accolto parzialmente il ricorso di cinque fattorini che lavoravano per l’azienda tedesca nel settore delle consegne di cibo a domicilio. I cinque, insieme ad altri colleghi, erano stati sospesi (o meglio, “sloggati”) dopo aver partecipato alle prime proteste nel 2016 contro il peggioramento delle condizioni economiche, col passaggio dal pagamento orario al pagamento alla consegna. In base al Jobs act il collegio ha riconosciuto “il diritto degli appellanti a vedersi corrispondere quanto maturato in relazione all’attività lavorativa da loro effettivamente prestata in favore dell’appellata sulla base della retribuzione diretta, indiretta e differita stabilita per i dipendenti del quinto livello del contratto collettivo logistica e trasporti merci”. Dovranno essere riconosciute loro anche la tredicesima, le ferie e le malattie. L’azienda, passata poi alla spagnola Glovo, dovrà rimborsare anche un terzo delle spese di lite. I giudici non hanno invece riconosciuto il licenziamento discriminatorio, dando in questo caso ragione agli avvocati di Foodora, il professore Paolo Tosi e l’avvocato Ornella Girgenti: i lavoratori non saranno reintegrati. Inoltre Foodora, in Italia, ha chiuso le attività e sta per essere acquisita dalla piattaforma Glovo.

“È una vittoria parziale, ma finalmente anche i tribunali hanno deciso che queste aziende devono pagare per il nostro lavoro quotidiano, che altri colleghi fanno in condizioni ben più precarie rispetto qualche tempo fa”, dice Giuseppe, uno dei rider. Secondo lui “è giusto che tanti lavoratori prendano coscienza di poter migliorare, potersi organizzare collettivamente e portare avanti una battaglia”. Un altro ricorrente, Riccardo Lajolo, sottolinea come “il lavoratore del food delivery non può essere considerato un lavoratore autonomo perché non dipende da lui lo sviluppo del suo lavoro”.

Ad aprile il Tribunale di Torino non la pensava così e aveva bocciato il ricorso su tutta la linea. Ora resta il nodo del licenziamento: “Se per aver protestato si perde la possibilità di continuare a lavorare significa che si è stati licenziati. Se ciò è avvenuto a causa delle proprie idee, si tratta di discriminazione e si ha diritto a essere indennizzati”, sottolineano il segretario di LeU, Nicola Fratoianni, e il consigliere regionale Marco Grimaldi, presente all’udienza. In tribunale c’era anche Paolo Furia, nuovo segretario regionale del Pd in Piemonte, contestato da un rider: “Il Pd è mancato per troppo tempo da alcuni scenari di conflitto e di tensione in materia di lavoro – ha detto – . Un ragazzo mi ha contestato perché il Pd ‘li ha lasciati soli’. Da precario trentenne, la contestazione di un coetaneo incazzato mi ha fatto male”.

Tesoro, via libera a Carbone come capo di gabinetto

Alla fine, il ministro dell’Economia Giovanni Tria è riuscito a portarsi in squadra Luigi Carbone, il consigliere di Stato che dovrà sostituire Roberto Garofoli (che ha lasciato a dicembre scorso dopo l’accusa di essere dietro la “manina” che ha inserito in manovra una norma per la Croce Rossa) come capo di gabinetto in via XX Settembre. Una nomina che arriva dopo il via libera del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa: l’ok è arrivato con 11 voti favorevoli e tre contrari e grazie a un escamotage sulle cariche elettive che gli ha, di fatto, permesso di aggirare la legge Severino che vieta ai magistrati di andare fuori ruolo per oltre dieci anni. Tetto che, secondo l’interpretazione del Cpga, Carbone non ha superato perché una delle cariche ricoperte (per cinque anni) andrebbe considerata elettiva e quindi esclusa dalla legge Severino. Carbone è presidente della sesta commissione del Consiglio di Stato. Dal 2011 al 2016 è stato componente dell’Arera, Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, e nei 5 anni precedenti vice segretario di Palazzo Chigi. È stato anche capo di gabinetto del ministro Roberto Calderoli.

Per il via libera dal plenum vanno accertati gli incarichi fuori ruolo

La nomina all’Antitrust di Roberto Rustichelli è nelle mani del Csm. E’ un magistrato, quindi serve l’autorizzazione di Palazzo dei Marescialli per incarichi fuori ruolo. Secondo la legge Severino e la circolare Csm appare difficile, dato i suoi molti incarichi passati. Ma la Terza commissione, presieduta da Michele Ciambellini, non ha ancora esaminato la domanda di Rustichelli: il suo fascicolo non è completo, manca il parere del Consiglio giudiziario. Per ora Rustichelli resta a Napoli come presidente del collegio B del Tribunale delle Imprese. I magistrati, secondo la legge Severino non possono accumulare nella loro carriera più di 10 anni complessivi di fuori ruolo eccetto per alcuni incarichi specifici: elettivi o alla Corte Costituzionale, per esempio. Rustichelli ha avuto incarichi extra dal luglio 2001 al febbraio 2013, quindi per oltre 10 anni. La Terza Commissione, prima di proporre al plenum se dare o meno il via libera, dovrà accertare gli incarichi avuti effettivamente fuori ruolo, che si calcolano per decretare se sia stato sforato il tetto massimo. Sicuramente conteranno gli incarichi luglio 2001-marzo 2006, governo Berlusconi, come esperto di P. Chigi e vice capo di Gabinetto del ministro Marzano. E non solo.

Olimpiadi, cambiale da (almeno) 40 milioni

“Gentile presidente, sono lieto di confermare l’impegno del governo italiano per le Olimpiadi invernali 2026”. Firmato: Giuseppe Conte. Sono le parole che il Coni aspettava per formalizzare la candidatura di Milano-Cortina: ieri il dossier è stato consegnato al Cio nella scadenza, completo dei documenti governativi (che invece la rivale Stoccolma non ha ancora per la crisi politica svedese, vantaggio importante). Quella del premier, però, non è una lettera di cortesia ma una garanzia, quasi una cambiale in bianco che vale decine di milioni per le casse pubbliche: almeno 40 (come sostenva Torino), forse più visti i precedenti.

Il documento prevede l’impegno su questioni etiche e sociali, dal libero ingresso di atleti e spettatori al rispetto dei diritti umani. Messa così, una pura formalità. Ci sono però due capitoli onerosi: antidoping e, soprattutto, sicurezza. Garantire il “pacifico e regolare svolgimento dei Giochi” costa, come la lettera firmata da Conte.

Quanto è difficile dirlo, per ora: nel dossier ci sono i costi sportivi e operativi, non quelli accessori. Diverso l’approccio di Torino, la grande esclusa della candidatura, che aveva contato tutto (e non a caso presentava l’importo più alto). Lì per l’antidoping c’erano 15 milioni di euro, cifra che Milano e Cortina puntano a risparmiare: per Torino 2006 fu allestito un centro in loco, spendendo 5 milioni; uno “spreco” che oggi non sarà replicato appoggiandosi a laboratorio antidoping di Roma.

I costi per la sicurezza, invece, non si possono evitare: tornelli, droni, metal detector, cyber-security, agenzie private (senza contare tutti gli agenti da impiegare, che sicuramente ricadono sullo Stato). Torino quantificava in 40 milioni, per Milano-Cortina la somma sarà più alta. Un po’ perché – come ammettono anche fonti vicine al dossier – la candidatura congiunta moltiplica città, luoghi da controllare e spese. Un po’ perché quella stima era ottimistica, storicamente il budget sicurezza è sempre aumentato: a Rio 2016 solo per questa voce se ne andarono circa 350 milioni (ma era un’edizione estiva), a Sochi 2014 un miliardo e mezzo (ok, anche la Russia di Putin non fa testo).

Di sicuro sarà una spesa significativa: cominciano a saltar fuori i costi extra, fuori dal budget low-cost da circa 400 milioni con cui il Coni è convinto di poter fare i Giochi. Tanto che il governo ha voluto precisare che “i servizi di propria competenza saranno prestati senza oneri per lo Stato”. Come a dire: garantiamo ma non paghiamo. Strana postilla, pretesa dal M5S che ha accettato di dare via libera ai Giochi dell’autonomia (cari alla Lega) a patto che non ci fossero soldi statali. Qualcuno dovrà metterceli: si parla di un accordo specifico tra il governo e gli enti locali (ma anche quelli sono fondi pubblici). I governatori Fontana e Zaia continuano ad ostentare ottimismo, come il sindaco di Milano Beppe Sala. Ma Veneto e Lombardia dovranno trovare più dei 370 milioni previsti, che già rappresentavano una bella sfida.

Antitrust a rischio, il Csm potrebbe bocciare Rustichelli

Trascorsi tre mesi di pensosa riflessione, bandi pubblici secretati, rose molto ampie, rose più ristrette, ballottaggi e ripescaggi, il 20 dicembre i presidenti Maria Elisabetta Casellati (Senato) e Roberto Fico (Camera) hanno emesso il verdetto: il magistrato Roberto Rustichelli, giudice al Tribunale delle imprese di Napoli, sarà il presidente dell’Antitrust. Rovistando tra 112 candidature di gente con curriculum enciclopedico, la coppia Casellati & Fico ha ignorato, o forse sottovalutato, un dettaglio di Rustichelli: il magistrato ha passato oltre 11 anni fuori ruolo, cioè in aspettativa, soprattutto in uffici di governo. Il limite per magistrati ordinari, contabili, amministrativi, avvocati o procuratori di Stato, fissato dalla legge Severino, è in totale di 10 anni e il mandato all’Antitrust ne dura sette.

Rustichelli ha chiesto al Consiglio superiore della magistratura il permesso di accettare l’incarico all’Antitrust, ma le speranze sono flebili, se il Csm non elabora una fantasiosa rilettura giuridica delle norme o gli fa un cospicuo sconto nel computo finale. Perché Rustichelli, classe ’61 di Faenza, entrato in magistratura nel ’92, ha lasciato la toga nel luglio 2001 per assumere il ruolo di vicecapo di gabinetto di Antonio Marzano al ministero per le Attività produttive nel secondo governo di Silvio Berlusconi, è transitato per Palazzo Chigi in veste di consigliere con la missione di semplificare la burocrazia, in una commissione del ministro Andrea Ronchi, sempre col premier Berlusconi, al dipartimento per la Funzione pubblica (con la responsabilità del portale telematico) e infine, nel febbraio 2013, ha presentato domanda per un posto vacante a Napoli.

Il Csm dovrebbe comunicare il responso nelle prossime settimane: o rilascia l’autorizzazione a Rustichelli o dovrà dimettersi da magistrato per insediarsi all’Antitrust. Casellati e Fico hanno sgranato il rosario dei candidati con estrema cautela, com’è sfuggito il particolare su Rustichelli? In realtà, la promozione del carneade Rustichelli è casuale e necessaria. La berlusconiana Casellati ha sostenuto in maniera accorata Maria Anna Tavassi, presidente della Corte d’appello di Milano, e dunque il pentastellato Fico l’ha presto depennata. Poi le energie spirituali, che spesso accompagnano questi discrezionali processi di nomina, si sono concentrate sul tecnico Guido Stazi. All’improvviso, tra i papabili – esclusi quelli famosi e perciò compromettenti – s’è infilato Rustichelli, privo di una carriera attinente all’Autorità che vigila sul mercato e la concorrenza e pure di comprovati riferimenti politici, tranne le passate esperienze con i governi di centrodestra. Anche se la legge prescrive che il presidente sia “scelto tra persone di notoria indipendenza che abbiano ricoperto incarichi istituzionali di grande responsabilità e rilievo”, un po’ di fretta, Rustichelli ha battuto la concorrenza di tanti notabili con l’assenso unanime di Fico e Casellati.

Il regista, però, è Francesco Nitto Palma, ex ministro berlusconiano, capo di gabinetto di Casellati, di fatto il padrone di Palazzo Madama. Palma ha considerato Rustichelli una figura non ostile per il centrodestra (leggasi, le proprietà di Berlusconi). Postilla un po’ maligna: perché Casellati (cioè Palma) ha spinto per sbrigarsi alla vigilia di Natale e rendere operativo Rustichelli in gennaio? Semplice: l’Antitrust è chiamata a dare il nullaosta al patto tra Mediaset e Sky Italia con la cessione di Premium ai monopolisti del satellite.

2 per mille, calano le donazioni ai partiti. Ma la Lega raddoppia

Quattordici milioni di euro in tutto, oltre un milione in meno rispetto allo scorso anno: a tanto ammonta la raccolta dei fondi del 2 per mille destinata ai partiti politici, secondo i dati del Dipartimento delle Finanze del Tesoro. A fare il pieno anche questa volta è il Pd che totalizza un po’ più di 7 milioni di euro, ma in calo di un milione. A distanza segue la Lega che, con quasi 3 milioni, registra una crescita di oltre un milione rispetto allo scorso anno: la Lega nuova, quella per ‘Salvini premier’, incassa poco più di 2 milioni, mentre quella tradizionale, che nel titolo rivendica ‘L’indipendenza della Padania’ ottiene 922 mila euro. Il restante 30% della torta viene suddivisa fra 24 soggetti politici, tra cui FdI (720 mila euro di contributi), Forza Italia (che scende a 637.130 euro contro 850 milioni di euro raccolti con le dichiarazioni dei redditi 2017), Partito di rifondazione comunista con 547.426 euro. Non compare nella lista M5S che ha rinunciato a questa possibilità considerata un finanziamento pubblico ai partiti. “Meno del 3% dei contribuenti – dice Giuseppe Brescia, presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera – ha deciso di destinare il 2 per mille ai partiti, l’11% in meno rispetto al 2017.

Dati Istat, novembre nero: crollano settore auto e produzione industriale

Èarrivato anche il dato (Istat) dell’Italia e non è buono: la produzione industriale, cioè la componente più importante del prodotto interno lordo a novembre, è calata dell’1,6% rispetto al mese precedente. Rispetto allo stesso mese del 2017, è un calo è del 2,6%. L’Italia è il secondo produttore manifatturiero in Europa; il primo, la Germania, che ha pubblicato i dati nei giorni precedenti, se la passa ancora peggio: con un calo dell’1,9% su ottobre e del 4,7% sull’anno precedente, tanto che si è cominciato a parlare di rischio recessione. Maluccio anche Francia e Spagna (meno 1,3% e meno 1,5%, mese su mese).

Al di làdelle scontate strumentalizzazioni politiche (fallimento del governo), il commento comune tra gli economisti è che “c’era da aspettarselo”. A pesare sull’economia sono alcuni fattori facilmente individuabili. Prima di tutto la frenata del settore auto. Le nuove norme anti inquinamento, introdotte il primo settembre con le relative incertezze sulle omologazioni, hanno contribuito a un calo della produzione delle auto del 19,4 su base annuale, dell’8,6 % su base mensile (con Fca peraltro indietro sugli investimenti nelle auto elettriche e ibride, uniche che registrano una crescita).

Ma a pesare sulla congiuntura sono anche la guerra commerciale avviata dall’Amministrazione Trump in America e le incertezze legate alla fine dei soldi facili: il Quantitative easing della Banca centrale europea e il rialzo dei tassi in Usa. In più, secondo l’Istat, il dato di novembre sconta l’effetto ponte, un giorno lavorativo in meno all’ inizio del mese. Nella media dei primi undici mesi dell’anno la produzione rimane in crescita dell’1,2% rispetto all’anno precedente; ma gli ultimi dati mettono a serio rischio gli obiettivi indicati dal governo e necessari a mantenere sotto controllo il deficit di bilancio: un aumento del Pil dell’1,5% quest’anno e del 1,6% l’anno prossimo.

Roberto Felice Pizzuti, ordinario di Economia alla Sapienza di Roma, più che una crisi congiunturale, vede un fenomeno strutturale: “I motivi che hanno scatenato la crisi del 2008 non sono stati eliminati: sono ancora aumentare le disuguaglianze di reddito, impoverendo proprio chi ha una maggiore propensione al consumo e i governi hanno diminuito la spesa pubblica, deprimendo ancora di più la domanda aggregata di beni e servizi; così le politiche monetarie, con la stupefacente quantità di denaro messa in circolazione, sono andate soprattutto a beneficio delle Borse”.

In più, dice Pizzuti, l’Italia sconta il problema di una scarsa produttività. Un problema cui ha accennato ieri il vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, parlando di pochi investimenti nelle nuove tecnologie negli ultimi 10 anni mentre il premier Conte ha rassicurato parlando di un “dato atteso come in Europa”.

I pm: “Così i re della frutta fecero sparire 127 milioni”

Centoventisette milioni. Secondo i pm genovesi sarebbe il “profitto ricavato… cagionando un danno rilevante alla Gf Group e alla società del gruppo (Orsero, ndr) abusando della qualità di soci e amministratori”. È scritto nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari: 16 persone, tra cui sei membri della famiglia Orsero (Anna Chiara, Antonio, Gianni, Luciano, Raffaella nonché Maria Grazia Cassanini, vedova del capostipite). Parliamo della dinastia ligure della frutta che sotto la guida di Raffaello fu un colosso mondiale, ma che negli ultimi anni era piombata nella crisi più profonda. Secondo i pm gli indagati “si associavano tra loro per realizzare plurimi fatti di appropriazione indebita in danno di Gf Group (e altre società del gruppo), dichiarazioni fraudolente, intestazioni fittizie e fatti di riciclaggio”. L’avviso dell’ottobre scorso ritorna di attualità perché gli Orsero sono stati tra i maggiori debitori di Carige (90 milioni). Una banca di cui gli Orsero – non erano gli unici – sono stati debitori e amministratori: Raffaella è stata nel cda della controllata Carisa.

L’inchiesta dei pm Marcello Maresca e Francesco Pinto parte proprio dai ‘finanziamenti facili’ di Carige. Per l’accusa, “gli indagati, soci della holding del gruppo Orsero, costituivano un’associazione (denominata Montecarlo Group e poi Gf Montecarlo) allo scopo di conseguire i profitti occulti scaturenti dall’attività in nero del gruppo”. Si parla “di fittizia intestazione… di somme di provenienza illecita…” tra l’altro mediante “sovrafatturazione”, “veicoli offshore” e “attività di spallonaggio”. Un’inchiesta (su conti dal 2008 al 2016) arrivata ai Caraibi, dove sono emersi 24 milioni. Per i pm il profitto sarebbe di 127 milioni, cifra contestata da Cesare Manzitti, legale di alcuni membri della famiglia. Anche il gip Cinzia Perroni ha parlato di “riscontri insufficienti”. Intanto sono stati versati 10 milioni all’Agenzia delle Entrate: ravvedimento operoso in vista di una possibile richiesta di patteggiamento. Ma la partita degli Orsero per restare a galla è passata attraverso operazioni che hanno suscitato polemiche. Per esempio, come riferì il sito Ninin, la cessione della partecipazione nella Vio (Vado Intermodal Operator) all’Autorità Portuale di Savona. Cioè a un soggetto pubblico. Un’operazione da 23 milioni che nel 2014 ha garantito agli Orsero una plusvalenza di 9,6 milioni. E qui Laura Bottici, senatrice M5S, chiese chiarimenti al governo di Matteo Renzi: “Gli Orsero guadagnano la liquidità necessaria per accreditarsi con le banche, ma il conto lo pagano i cittadini”. Di qui la domanda all’allora premier: “Perché lo Stato dovrebbe sconfessare la sua politica economica per togliere le castagne dal fuoco a un’azienda fra le tante? I finanziamenti (20 mila euro leciti e registrati nel 2012, ndr) di Gf Group Spa della famiglia Orsero alle Leopolde di Renzi e alla Fondazione Open sono certo una coincidenza, ma Renzi deve riferire in aula”. Gli Orsero hanno sempre intrattenuto rapporti con la politica – centrosinistra e centrodestra del conterraneo Claudio Scajola – e con la Curia di Angelo Bagnasco. Ma c’è stata anche la partita per la ristrutturazione del debito con le banche. La prima grossa perdita del gruppo risale al 2012 (48 milioni); nel 2013 il rosso è di 88 milioni. A fine 2013 il patrimonio netto del gruppo si azzera. Situazione pericolosa: le perdite divorano il capitale e i debiti incombono. E ci sono le disavventure nell’Alitalia dove gli Orsero erano entrati dopo la chiamata alle armi di Silvio Berlusconi ricavandone un buco di 12 milioni. L’anno clou è il 2014: la società si ritrova con un capitale netto negativo per 85 milioni e con debiti bancari saliti da 240 milioni a 380 milioni. Il fallimento è dietro l’angolo.

Ecco spuntare l’accordo di ristrutturazione del debito. Il piano approvato con le banche e autorizzato dal Tribunale a metà del 2015 vede gli istituti chiamati al sacrificio pena il crac. Le banche si comprano strumenti finanziari partecipativi (simil-azioni della Gf group) per 42 milioni, più un convertendo (obbligazioni destinate a diventare azioni) per 71 milioni. Agli Orsero viene chiesto di dimagrire: arriva uno spin off delle attività immobiliari che porta via debito per 53 milioni e si cedono altre attività. Il debito nel 2015 scende a 174 milioni. E il capitale, grazie anche alle banche, torna in positivo. Ma la cura non basta. Finché Gf Group non torna a fare utili, il debito (quello totale nel 2015 supera ancora i 300 milioni) non sarà onorato. Le banche ci mettono un’altra pezza: il tasso d’interesse, come spiega il bilancio Gf Group, è contrattato a livelli bassi. La vera via d’uscita arriverà con un nuovo partner. A fine del 2016 ecco il cavaliere bianco: è la Glenalta Food che fonde per incorporazione la Gf Group quotandola poi in Borsa nel 2017 con la nuova denominazione di Orsero Spa. Oggi la crisi è finita: la società fa utili, ma gli Orsero non sono più i soli padroni del gruppo.

E il denaro del finanziamento a Carige, “sarà restituito in breve – spiega l’avvocato Manzitti – e contiamo di completare la restituzione in tempi non lunghi. Non è vero che i soldi sono spariti”.

Il sospetto: mandanti oscuri dietro l’omicidio

La verità processuale e la verità dei fatti. Accettare la prima, ma allo stesso tempo chiedersi se coincide con la seconda. Un battaglia interiore, silenziosa e lunga 17 anni, affrontata da un padre impotente davanti alla morte della sua figlia maggiore. Un dubbio che ora Maurizio Piovanelli ha deciso di cancellare. O almeno ci prova. “Non voglio una verità, ma la verità”, dice l’uomo al Fatto. Desirée Piovanelli, studentessa di liceo 15 anni ancora da compiere, con una passione per i gatti. Un volto e un nome che, 17 anni fa, venne associato per la prima volta all’espressione “delitto del branco”. Qualche mese prima, in quello stesso 2002, ci fu Cogne, e l’efferatezza di quel delitto. Cogne, Novi Ligure e Leno, con la cascina Ermengarda, a pochi metri dalla casa della famiglia Piovanelli, dove venne ritrovato, martoriato di coltellate, il piccolo corpo di Desirée. E nulla, nel racconto mediatico dei casi di cronaca, restò più come prima.

Una vicenda quella di questo piccolo paese della Bassa Bresciana, coi suoi 15mila abitanti, che ora potrebbe essere riscritta per volere, caso più unico che raro, dei familiari della vittima (Maurizio Piovanelli, il padre) e di uno dei carnefici (Giovanni Erra, l’operaio vicino di casa, condannato a 30 anni): entrambi, da fronti opposti, chiedono la revisione del processo, sulla base di nuovi elementi.

Desirée era bella e solare con i suoi 14 anni. L’avevano cercata per giorni, sembrava sparita nel nulla. La ritrovarono a cento metri di distanza in linea d’area da casa. Il corpo abbandonato tra cocci di bottiglie rotte e sporcizia, e straziato da decine di coltellate. Alcune delle quali, riveleranno le relazioni dei Ris, sferrate dopo la morte. Un delitto, tra i primi in Italia, commesso dal “branco”: tre minori, Nicola Bertocchi, 16 anni, Mattia Franco, 14 anni e Nicola Vavassori, 16 anni. E poi c’era Giovanni Erra, con i suoi 36 anni l’unico adulto del gruppo, sposato e padre di un figlio al quale proprio Desirée aveva fatto da baby-sitter. Gli atti dicono che è stata uccisa per aver detto no. A Nicola che sferra le prime coltellate, ma anche agli altri che avrebbero dovuto abusare di lei, stando al piano studiato dai ragazzini che avevano convinto Desirée ad entrare nella cascina Ermengarda, con la scusa di vedere dei gattini appena nati. “Vuoi diventare la mia amica del cuore?”, le aveva chiesto l’amico di infanzia Nicola, quello con cui Desy giocava da piccola. E lei, disse poi il ragazzo, lo aveva preso in giro: “No, sei più stupido degli altri”. In quasi 17 anni Maurizio Piovanelli si è convinto che non può essere andata così. E proprio lui, che in quei giorni aveva cercato la Desy dappertutto, nei canali, nei boschi, nei campi di granoturco, col suo sguardo fermo scandisce: “Desy era finita nella rete dei pedofili. Ha visto persone che non doveva vedere, ha scoperto qualcosa che non avrebbe dovuto, e per questo l’hanno ammazzata. Non certo perché si è ribellata davanti a una proposta sessuale. C’è un mandante, che è sempre stato coperto”, prosegue nel suo racconto. “Un uomo che in quegli anni organizzava festini a luci rosse con minorenni e cocaina. Probabilmente avrebbe voluto portare anche mia figlia a quelle feste di cui tanti qui sapevano… e sanno”. Per questo, l’estate scorsa ha deciso di depositare un esposto in Procura a Brescia chiedendo di riaprire le indagini, e, sul tavolo del sostituto procuratore bresciano Barbara Benzi, Piovanelli e il suo legale, l’avvocato Alessandro Pozzani, hanno allegato anche una registrazione audio. Una testimonianza che potrebbe risultare chiave per chi parla – il padre di una giovane del paese, anche lei trascinata a quei festini “hot” – e pronuncia il nome di un persona che considera il mandante, il “grande regista” del delitto della sua Desirée.

 

Un caso che sembrava essersi chiuso anni fa

Nicola e Mattia hanno ammesso il delitto, mentre Nico Vavassori e l’unico adulto al tempo dei fatti, Giovanni Erra, hanno sempre raccontato di essere arrivati sul luogo del delitto quando la ragazza era già morta. L’epilogo processuale è storia. Sedici anni per Nicola, dieci per Mattia, quindici per Nico e trenta per Erra. I tre ex minori sono tornati in libertà, ma solo uno ha deciso di continuare a vivere a Leno. “Capita di vederci, mi ha confessato aspetti importanti che non so se siano veri, ma vanno nella direzione di quanto credo io” svela Maurizio, padre taciturno che ha fatto della verità sulla morte della figlia l’unica ragione di vita, sostenuto dalla sua fede in Geova. In carcere è rimasto solo Giovanni Erra che deve ancora scontare tredici anni. “Lavoriamo per la revisione del processo” è stato l’annuncio di pochi giorni fa del suo legale, l’avvocato Nicodemo Gentile, che ammette di non avere in tasca la prova regina capace di ribaltare l’intero processo, “ma i dubbi su questa storia sono troppi. E se il padre della vittima chiede verità perché non dovrebbe farlo il mio assistito che ha sempre detto di non aver partecipato al delitto, ma di essere arrivato dopo? Oggi, lo confermo, ci sono le condizioni favorevoli per riscrivere la vicenda” e chiosa: “Mi sembra di rivedere il caso di Meredith Kercher, nel quale difendevo Rudy Guede. La verità emersa dal processo fagocitò anche allora i fatti realmente accaduti…”.

Il padre di Desirée non ha dubbi sulle responsabilità degli esecutori materiali, ma è sugli elementi “nuovi” che vuole concentrarsi. “Probabilmente Erra farà lo stesso nome che abbiamo fatto noi. Vuole dire oggi quello che si è tenuto dentro in tutti questi anni”. Giovanni Erra, in alcune lettere inviate a una giornalista nel 2015, scriveva: “Io sul posto non ero presente. Sono arrivato dopo, quando era già tutto finito. Io alla cascina Ermengarda ci nascondevo la droga, era a 500 metri da casa mia. Poi sono salito su, al piano di sopra, quel giorno, perché ho visto che c’era del sangue. C’era il corpo di Desirée e io non ho capito più nulla. Sono scappato via, e sono pure caduto giù dalle scale. Non ho detto niente a nessuno di quello che avevo visto. Dio mio! E oggi penso: e se fosse stata ancora viva? Che Dio mi perdoni!”.

Secondo la ricostruzione processuale che ha portato alla condanna dei tre ragazzi più Erra, la ragazza al tempo sarebbe stata attratta con l’inganno nella cascina da uno dei ragazzi perché potesse essere violentata dal “branco” guidato da Giovanni Erra, con problemi di di tossicodipendenza. Desirée morii per le coltellate inferte mentre tentava di scappare dai suoi aguzzini. “Ma dopo tutti questi anni – prosegue il padre, Maurizio Piovanelli – ho le prove. È stato proprio l’unico dei ragazzi coinvolti che è rimasto a vivere in paese ad avermi avvicinato. Voleva parlarmi… In quattro per abusare di una ragazzina? E le fascette? E il coltello? E Giovanni Erra che era arrivato sul posto con l’auto in retro, come se volesse caricare qualcuno? Volevano rapirla, Desy”. Si tormenta, Maurizio. Per offrirla “in pegno”, per ripagare un debito di droga. Lei che aveva saputo o visto qualcosa, questa la convinzione del genitore, di queste serate a luci rosse con ragazzine minorenni a base di sesso e droga. Il nome, dicono tutti in paese, c’è. È quello. È quello che si sa da tempo. È quello che starebbe scritto sull’esposto del padre, e che sarebbe alla base di una registrazione audio, inedita, che confermerebbe il sospetto.

 

La cascina Ermengarda oggi è un residence di lusso

Come Cogne, Avetrana e Brembate Sopra, che resteranno chissà per quanto ricordati come i paesi dei delitti del piccolo Samuele, di Sarah Scazzi e di Yara Gambirasio, anche questo angolo della Bassa Bresciana non riesce a levarsi di dosso Desirée Piovanelli. Fantasmi che non se ne vanno, anzi. A volte si ripresentano. Come alcuni mesi fa, quando una mano rimasta ignota ha appeso dei manichini sugli alberi nella piazza del Comune. C’erano nomi e cognomi e, sotto, la scritta “pedofili”. Vennero rimossi, ma il gesto fece rumore per le vie del paese, dove nessuno oggi sembra stupirsi dell’ombra della pedofilia che si sta allargando sul caso. “Ho deciso di rivolgermi in Procura dopo aver sentito per tanto tempo le voci sulle ragazzine coinvolte in atti sessuali da adulti” dice ancora il padre. “Sarebbero state coinvolte persone molto importanti, e forse per questo non si è mai andati fino in fondo”.

All’epoca della inchiesta, la Procura di Brescia aprì un fascicolo parallelo contro ignoti per pedofilia, dopo alcune intercettazioni ambientali di confessioni captate tra detenuti in una cella del carcere bresciano di Canton Mombello. L’indagine non venne mai completata. A distanza di poco, diversi carabinieri della stazione di Leno che avevano lavorato alle indagini su Desirée vennero trasferiti (per alcuni sembra fossero scattati anche processi disciplinari interni all’Arma, alimentando i sospetti che forse la verità non fosse già al tempo del tutto emersa). E c’è chi, chiedendo di restare anonimo, racconta al Fatto quanto successo. “Anche mia figlia è stata vittima di quelle feste. Chi l’ha violentata e la drogava è stato arrestato, ma se fosse stato bloccato prima oggi forse Desirée sarebbe ancora viva”. E sarebbe una donna di 32 anni.

Quanto è noioso Libero sui “terroni”

Non è bastato insultare gli immigrati chiamandoli “terroristi”, scrivere “bastardi islamici”, né definire “troie” le donne che si prendono qualche libertà extraconiugale mentre gli uomini che fanno lo stesso, tutt’al più, “non sono stinchi di santo”. Libero non sa più cosa inventare per far parlare di sé e stuzzicare la parte più retriva del Paese. Ieri il quotidiano diretto da Vittorio Feltri ha titolato in prima pagina: “Comandano i terroni”. Occhiello: “Ai meridionali 3 cariche istituzionali su 4”. Nel catenaccio: “Ecco perché Salvini ha tutti contro”. Inevitabili le proteste e gli anatemi, proprio quelli che Feltri cerca nella sua sfida al politicamente corretto che diventa sfida alla buona educazione e ai principi della convivenza, quando non è razzismo bello e buono, per quanto il direttore abbia replicato che “terrone, come polentone, è termine colloquiale, scherzoso, colloquiale, senza valenze negative”. Che noia. M5S, da Di Maio in giù, ha ricordato a Libero che i 3 milioni di finanziamento pubblico saranno ridotti e infine azzerati. Già perché il giornale degli Angelucci finora ha ricevuto fondi per l’editoria cooperativa e di partito come se fosse il manifesto o Avvenire, almeno fin quando l’editore non è stato incriminato (per truffa, prescritta) e condannato (per falso in primo grado) come è successo per il 2006 e 2007.