Ponte Morandi, pagano i Benetton (per ora)

La notizia è che Autostrade per l’Italia – il maggior concessionario autostradale italiano di proprietà del gruppo Atlantia controllato dalla famiglia Benetton – pagherà per la ricostruzione del viadotto Morandi di Genova e i danni causati a famiglie e imprese dal crollo del ponte che aveva in gestione, tragedia in cui il 14 agosto scorso morirono anche 43 persone.

Lo ha comunicato ieri via Twitter, non senza una certa soddisfazione, il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli: “Aspi ha comunicato al commissario Bucci l’impegno a pagare (…) Come avevamo detto non ricostruirà, ma pagherà. Ora andiamo avanti su ogni fronte, concessione compresa”. Fronte, quello della revoca della concessione, riaperto anche da Luigi Di Maio a margine della sentenza di Avellino di cui vi parliamo qui sopra: “Non so quanto tempo ci vorrà, ma le autostrade ce le riprendiamo”, ha scritto il vicepremier su Facebook, “è dalla caduta del Morandi che come governo stiamo lavorando per togliere le concessioni ad Autostrade” e alla fine “ce la faremo a spuntarla”.

Ottimismo di prammatica, quello del capo politico grillino, che si scontra col processo finora farraginoso della procedura di revoca e le ovvie complicazioni giuridiche (finora ministero e Aspi si sono scambiati delle lettere), ma fiducia eccessiva nella soluzione della vicenda “Morandi” può essere considerata anche quella di Toninelli. Autostrade, infatti, ha solo fatto quel che disponeva il cosiddetto “decreto per Genova”: ha risposto entro 30 giorni alla lettera del commissario governativo alla ricostruzione, cioè al sindaco di Genova Marco Bucci, che le chiedeva di versare oltre 400 milioni di euro più Iva per pagare il “costo” del crollo (220 milioni per il nuovo viadotto, 72 per gli sfollati e via così). Peraltro, come spiegato in una nota dalla stessa società, Aspi ha risposto “esprimendo riserve sugli importi richiesti, proponendo le modalità di erogazione degli stessi e, ricevuto un riscontro da parte del commissario, riservandosi di portare all’approvazione del cda del 17 gennaio le suddette modalità”.

Questa è la procedura per la ricostruzione individuata dal decreto e Autostrade si è adeguata, anche perché il ponte Morandi, che era sotto la sua gestione da decenni, è effettivamente crollato mettendo in ginocchio un’intera città: l’ultima cosa che vogliono i Benetton è la pessima pubblicità che deriverebbe dalla scelta di non pagare, tanto più che era un impegno a cui si erano detti disponibili fin dai giorni successivi alla tragedia. Quindi vittoria di Toninelli? È presto per dirlo, perché l’arrendevolezza della concessionaria è solo apparente, anzi questa scelta è conseguente con le indicazioni in materia legale decise nel consiglio di amministrazione del 12 dicembre: Autostrade, “tenuto conto” dei pareri legali, ha infatti “autorizzato la presentazione del ricorso avverso il decreto” di nomina del commissario Bucci e “di alcuni decreti emessi dal commissario stesso”, ma ha deciso di non presentare richiesta di sospensiva per non rallentare la ricostruzione.

La decisione maggiormente contestata da Autostrade, a parte gli “importi” chiesti da Bucci, è quella di vietarle la ricostruzione del nuovo viadotto sul fiume Polcevera, ricostruzione che dovrebbe gestire almeno come stazione appaltante a norme della concessione su quel tratto di autostrada (e la concessione non è stata ancora revocata).

Il commissario, seguendo il decreto, ha deciso invece di affidare il nuovo ponte al raggruppamento Salini Impregilo-Fincantieri-Italferr. Se il giudice dovesse dar ragione ad Autostrade, e la cosa non è impossibile, quel che è uscito dalla porta delle richieste commissariali rientrerebbe, senza fretta, dalla finestra dei risarcimenti.

Autostrade, condanna a metà “Castellucci salvo: vergogna”

Prima di ritirarsi in Camera di consiglio, dopo aver ricevuto un’ultimissima memoria difensiva, il giudice di Avellino Luigi Buono fa sapere che il verdetto uscirà a mezzogiorno. E sarà puntuale. Ad ascoltare una sentenza attesa da quasi sei anni sono in centinaia tra magistrati, avvocati, parenti delle vittime, giornalisti, cameramen e un dispiegamento di forze dell’ordine degno di una partita di cartello: nell’aula al primo piano del Tribunale di Avellino non c’è spazio per uno spillo.

Il giudice ha scritto un dispositivo elaborato, che distingue colpe e posizioni, e per leggerlo ci vogliono quasi due minuti: ha deciso otto condanne e sette assoluzioni per i 40 morti del viadotto di Acqualonga sulla A16 Napoli-Canosa, la strage del bus vecchio e malandato, con la revisione fasulla e i freni rotti in discesa, precipitato in una scarpata al ritorno da un pellegrinaggio dopo aver abbattuto una barriera new jersey dai tiranti fradici dall’usura e dalle vecchie gelate. È il più grave incidente stradale della storia del Paese, è avvenuto il 28 luglio 2013 e per radunare un numero sufficiente di bare dovettero correre in soccorso le imprese funebri di mezza Campania.

Tra gli assolti c’è l’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia spa, Giovanni Castellucci, ma questo non significa che Aspi non abbia responsabilità. Sei dirigenti sono stati condannati a pene variabili per disastro colposo e omissione in atti d’ufficio. Sono i dirigenti del Sesto Tronco Autostradale che ha in gestione il viadotto: 6 anni per l’ex direttore dal 2001 al 2009, Nicola Spadavecchia, 5 anni e sei mesi per l’ex direttore dal 2009 al 2012, Paolo Berti, 5 anni per l’ex direttore dal 2012 in poi, Michele Renzi; e ancora, 6 anni per Gianluca De Franceschi, 5 anni e 6 mesi per Gianni Marrone e 5 anni per Bruno Gerardi, questi ultimi tre, ex responsabili area esercizio del Sesto Tronco dal 2003 in poi. Pene alleggerite dalle attenuanti per il risarcimento dei danni alle parti civili, uscite presto dal processo. Assolti invece l’ex condirettore generale di Aspi, Riccardo Mollo, e i dirigenti, Giulio Massimo Fornaci, Antonio Sorrentino, Michele Maietta e Marco Perna, responsabili a vario titolo di settori e progetti riguardanti le barriere di sicurezza e la manutenzione.

“La sentenza si ferma a Cassino”, commenta un inquirente, per sottolineare che le responsabilità ricadono solo sui dirigenti del tronco. A Roma non viene toccato nessuno.

E così la pena più severa viene inflitta a Gennaro Lametta, proprietario del bus: 12 anni di reclusione. Il giudice ha riconosciuto l’omicidio colposo plurimo, il disastro colposo, e il falso per la revisione del bus. 8 anni di reclusione sono stati inflitti alla funzionaria della Motorizzazione civile di Napoli, Antonietta Ceriola, mentre il collega Vittorio Saulino è stato assolto. Il procuratore capo Rosario Cantelmo valuterà se fare ricorso, ma non prima che siano uscite le motivazioni.

La lettura del verdetto scatena la rabbia dei familiari delle vittime: “Venduti… Giudice esci, ti aspettiamo fuori”, grida qualcuno provando a bloccare le porte dell’aula. “Se la sono presa coi piccoli, con Lametta, coi dirigenti inferiori di Aspi e Castellucci viene assolto, dopo i 43 morti di Genova e i nostri 40, 83 morti, è una vergogna – dice Giuseppe Bruno, presidente di un comitato delle vittime di Acqualonga – e ora voglio smontare la scritta ‘La legge è uguale per tutti’, perché non è vero, i poteri forti hanno vinto”. Raggomitolata su una panchina fuori dall’aula, la signora Partorina De Felice fuma una sigaretta. È una dei nove sopravvissuti di quel giorno maledetto in cui lei ha perso marito, cognato e nipote, e pochi minuti prima ha dato sfogo in aula alla sua disperazione, ci sono volute tre persone per trattenerla. Ora è stanca: “La sentenza? Che schifo. Era meglio che morivo anche io”.

Quella differenza tra “boom” e “bum!”

L’ottimismo,si sa, è il sale della vita. A Palazzo Chigi poi – dal Silvio Berlusconi col suo “sole in tasca” al Matteo Renzi de “l’Italia col segno più” – a forza di sale hanno problemi di pressione. Il vicepremier Luigi Di Maio evidentemente ha goduto troppo della cucina della sede del governo e ora ogni tanto l’ipertensione si fa sentire all’improvviso. Ieri, per dire, il nostro se n’è andato a una cosa chiamata Stati generali dei consulenti del lavoro e lì, lo svarione: “Io credo che un nuovo boom economico possa rinascere: negli anni 60 avemmo le autostrade, ora dobbiamo lavorare alla creazione delle autostrade digitali”. Una classica reminiscenza da cena troppo salata con Davide Casaleggio, come dimostra la frase successiva: “L’Italia deve essere in prima linea in questo clima di cambiamento globale” puntando a diventare “una smart nation”. Ora, figuriamoci se non vogliamo essere smart come nation, però uno che di lavoro fa pure il ministro dello Sviluppo, coi suoi bei tavoli di crisi, e del Lavoro, con le sue belle richieste di ammortizzatori sociali, dovrebbe sapere com’è messo il Paese che governa. Se si aggiunge che l’Italia, come gran parte del mondo per carità, sta entrando in una fase che pare recessiva, forse la cautela sarebbe d’obbligo: tra boom e bum! c’è poca differenza fonetica, ma parecchia di sostanza.

Zingaretti: “Simbolo Pd non è un dogma” Ma Martina fa muro

L’aveva anticipato già nella festa del Fatto, lo scorso 31 agosto (“Non escludo di cambiare il nome al Pd, però solo alla fine di un percorso”). Ma ieri il governatore del Lazio e aspirante segretario del Pd, Nicola Zingaretti, lo ha detto ancora più dritto al Messaggero: “Per le Europee il simbolo del Pd non è un dogma, ma poi lo decideremo. Serve una lista forte, unitaria e aperta”. Così la pensa Zingaretti, riaprendo il dibattito sul futuro a medio termine dei dem. E c’è chi ha gradito molto le sue parole, come l’ex ministro Carlo Calenda: “Una lista senza simbolo del Pd? Bene. Sono assolutamente disponibile a candidarmi alle Europee qualora si formi una lista unitaria delle forze europeiste. E comunque la questione se insieme al nome delle lista, rimangano o meno i simboli dei partiti che la comporranno non mi appassiona”. E anche un altro candidato alla segreteria, Francesco Boccia, va nella scia di Zingaretti: “Togliere il simbolo non è un tabù”.

Però poi c’è anche l’attuale segretario Maurizio Martina, il principale avversario del governatore nelle primarie del 3 marzo, che fa muro: “Per me non si tratta di rinunciare al simbolo del Pd, perché è un patrimonio di cui andare orgogliosi, ma di concorrere a una proposta più larga. So che Carlo Calenda insieme a tanti altri sta lavorando a un Manifesto di progetto e guardo con molto interesse a questo sforzo”. Non a caso, più tardi Calenda twitta: “Non dividiamoci su simbolo sì o no. Priorità a contenuti e persone”. E allora il dato che emerge è la convergenza di molti maggiorenti del Pd verso una possibile lista unitaria per le urne di maggio. Però su chi ne dovrebbe fare parte riemergono le differenze. Con Calenda che non vuole accordi con LeU e spinge per +Europa, la formazione guidata da Emma Bonino.

Senatori salvati, i dem votano con Lega e FI

“È giovane, ciarliero, con un ciuffo ribelle sulla fronte e la calata bonaria degli emiliani. Se indossasse una maglietta rossa a fior di pelle, calzasse un paio di ciabatte e reggesse in mano un salvagente sembrerebbe un simpatico bagnino”. L’inarrivabile Guido Quaranta c’era andato giù pesante quella volta che aveva dovuto tratteggiare il profilo di Matteo Richietti, all’epoca portavoce del Pd. Che ha conservato il ciuffo ed è ancora simpatico e ciarliero, ma forse si è fatto un po’ distratto: dice di aver votato in un certo modo e invece ha fatto tutt’altro al Senato chiamato a decidere sul destino giudiziario di alcuni senatori, di varia colorazione politica. Che rischiavano il processo e invece no: per loro l’aula di Palazzo Madama ha deciso l’immunità parlamentare. Il partito di Richetti (lui non se ne è accorto, nonostante di sicuro fosse lì) ha votato per salvarli dalle grinfie dei magistrati come ha fatto la Lega. E anche FI e Fratelli d’Italia, che han tentato pure di graziare Vincenzo D’Anna, finito negli annali del Senato per l’invito alla fellatio a Barbara Lezzi.

“Io ho votato come i 5 Stelle” ha invece sostenuto Richetti l’altra sera a Otto e mezzo, rispondendo a una domanda di Marco Travaglio sul perché il Pd avesse negato l’autorizzazione a procedere per reati che andavano dalla diffamazione alla corruzione: Cinzia Bonfrisco della Lega è accusata dai magistrati di essersi prodigata attraverso atti parlamentari per un suo amico imprenditore che poi si era sdebitato con alcuni regali. A Stefano Esposito del Pd si contesta di aver diffamato un ex magistrato, mentre Maurizio Gasparri è stato querelato da Roberto Saviano perché lo aveva definito “pregiudicato” pur non essendolo. E ancora: Ciro Falanga rischiava di finire nelle peste per alcune sue affermazioni ritenute offensive da Donatella Ferranti. Si era risentita anche Barbara Lezzi, oggetto delle invettive in tv dell’ex senatore verdiniano D’Anna che in precedenza a Palazzo Madama le aveva rivolto il famoso gesto da lupanare.

Ebbene, chi ha votato che cosa al Senato? Al netto di singoli distinguo, specie tra i senatori del gruppo Misto che sono di varia provenienza politica, il Movimento 5 Stelle si è espresso per concedere il via libera ai magistrati: indicativi i 4 sì del capogruppo Stefano Patuanelli, astenuto invece sul caso Falanga. Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno votato per lo scudo per tutti senza eccezioni. La Lega (e il gruppo delle Autonomie) ha detto sì all’immunità, tranne che per D’Anna e lo stesso ha fatto il Pd. E Richetti? Idem come sopra: si è attenuto all’indicazione del suo capogruppo (Andrea Marcucci) per ben tre volte. Poi se ne sono perse le tracce. Il suo partito ha invece continuato a votare per scongiurare il processo anche per Bonfrisco. E per Falanga, con buona pace del “rammarico e amarezza” espressi da alcuni deputati dem, in testa Walter Verini. Che hanno fatto notare: ma Donatella Ferranti non era dei nostri?

Di Maio con Di Battista dai Gilet. Si litiga sulla norma anti-gruppi

Domani il capo politico e Alessandro Di Battista vedranno a Roma due dei Gilet gialli. E sarà un’altra miccia per la campagna in Europa, dove un deputato socialdemocratico vorrebbe impedire con norma apposita la nascita (anche) di un nuovo gruppo a guida 5Stelle. Ma non ce la farà, perché è isolato anche in casa sua, quella dei Progressisti, e perché ieri hanno rumoreggiato anche altri gruppi. Ed è comunque una buona notizia per Luigi Di Maio, attivissimo nella partita delle Europee.

La prima ragione del corpo a corpo più o meno su tutto tra Lega e M5S, nel quale il sangue finto scorre a litri. Però la sfida nelle urne è verissima. Ed è anche per questo che Di Maio insiste sul filone Gilet gialli. Perché la mossa innervosisce Matteo Salvini, che al di là dei sorrisi di rito è tornato dalla Polonia senza accordo con i conservatori del Pis. E corteggiare i rivoltosi francesi può permettere di attaccare sempre e comunque Emmanuel Macron, che il Movimento ha scelto come nemico simbolico, perché l’avversario in campagna elettorale serve sempre. E “l’imperialista Macron” (definizione di Alessandro Di Battista, tra i fautori della linea) è perfetto per il ruolo. Così anche ieri Di Maio ha tirato bordate: “Un ministro francese (Marlene Schiappa, ndr) ha detto che altre nazioni stanno finanziando i Gilet gialli. Ma io vorrei spiegare che li sta finanziando politicamente il governo Macron, con le sue assurdità”.

Quindi “l’appuntamento con loro resta confermato”. E domani Di Maio dovrebbe incontrare Veronique Rouillé e Yvan Yonnet, che oggi saranno a un convegno del partito antimondialista a Roma, assieme all’economista no euro Antonio Maria Rinaldi. Pensionata, Rouillé si era candidata alle legislative francesi del 2017 per il Pardem, il partito della demondializzazione. E proprio nel Pardem Yonnet, già sindacalista, è membro dell’ufficio politico. “Sono due moderati” ripetono nel Movimento.

Però non sono tra i più noti nell’arcipelago frastagliato dei Gilet. Tanto che il Financial Times non li ha inseriti nell’elenco dei personaggi di spicco del movimento. Ma a Di Maio serve incontrarli, a prescindere. E con lui ci sarà Di Battista, di fatto il suo alter ego in questa campagna. E non a caso compariva anche nel selfie scattato il 7 gennaio con il gabinetto di guerra per le Europee. Uno scatto che però ha suscitato mal di pancia, perché c’era anche Davide Casaleggio. “Esporlo così senza averne chiarito il ruolo può essere un autogol” dicono in diversi. E sono state notate anche le assenze: “Non c’erano eletti in Europa, e neppure i capigruppo in Parlamento”. E figurarsi Beppe Grillo. Però la campagna deve accelerare. In un clima già teso, come prova l’emendamento al regolamento del Parlamento europeo presentato dal socialdemocratico tedesco Jo Leinen. Poche righe che, come spiegato ieri al Fatto dal 5Stelle Fabio Massimo Castaldo, vorrebbero delegare ai capigruppo la decisione sulla nascita di nuovi gruppi, impedendola in caso di mancata “affinità politica” tra i suoi membri.

Ieri sul sito Eunews, Leinen ha rivendicato l’iniziativa: “Ukip e Movimento hanno dato vita a un gruppo artificiale, solo per goderne dei benefici”. E il M5S ha risposto con Laura Agea: “Solo bugie di partiti in via di estinzione”. Però, anche se Leinen giura che non ritirerà l’emendamento, dal suo gruppo spiegano che “è un’iniziativa personale”. Ed eletti italiani confermano: “La norma non può passare, anche il capogruppo Udo Bullmann lo ha detto. E poi si sono lamentati anche i Verdi”. Quindi si virerà su un altro testo, “e se c’è l’intesa gli emendamenti non passano mai”. Ma serve tempo. E se ne riparlerà a fine mese, con il voto in assemblea.

Casimiro Lieto a La Vita in diretta, “lascia” la Isoardi

A un certo punto sembrava l’uomo più potente a Viale Mazzini. Parliamo di Casimiro Lieto, lo storico autore di Elisa Isoardi, che dalla prossima settimana lascerà La prova del cuoco per approdare a La vita in diretta, programma del pomeriggio di Rai1 condotto da Tiberio Timperi e Francesca Fialdini in crisi di ascolti. E l’ingaggio di Lieto ha come obiettivo proprio quello di risollevare la trasmissione in sofferenza, con uno share intorno al 12%, sconfitta non solo da Barbara D’Urso con il suo Pomeriggio 5 (oltre il 16%), ma pure da Geo&Geo su Rai3 (quasi il 15%). Grazie alla sua amicizia con Matteo Salvini, tra settembre e ottobre Lieto è stato in pole position per una direzione di rete, Rai1 o Rai2, spinto proprio dal leader leghista. Poi la cosa è sfumata, ma il buon rapporto tra Lieto e Salvini è rimasto, anche dopo la fine della storia tra il ministro e la conduttrice. E ora, con l’arrivo di Lieto, tra i 5Stelle si teme che La vita in diretta possa avere una sterzata “salviniana”, dando spazio a temi vicini alla Lega, come immigrazione e sicurezza. Di certo non sarà contenta Isoardi, anch’essa in crisi di share, e ora pure senza il suo braccio destro.

“La politica ossessionata dalla tv Baglioni fa bene a dire la sua”

Renzo Arbore, Carlo Freccero l’ha chiamata in causa in vista della nuova Rai2 a cui sta lavorando.

Finalmente un direttore che si è ricordato di uno entrato in Rai per concorso nel 1964 e si è inventato 16 format televisivi.

Tra cui c’è anche quello in cui nel 1989 debuttò Daniele Luttazzi.

Certo, in D.O.C. 400 puntate di musica e intrattenimento che giacciono negli archivi Rai. Con Monica Nannini e Gegè Telesforo abbiamo avuto il gotha della musica nazionale: il giovane Jannacci, il giovane Dalla, il giovane De Gregori… e insieme a loro alcuni talenti comici, tra cui Daniele Luttazzi.

Com’era il giovane Luttazzi?

Faceva già la stand-up comedy, ma non era così spregiudicato come lo abbiamo conosciuto in seguito. La sua vera carriera è iniziata quando ha avuto un programma tutto suo, ispirato a David Letterman.

È l’unico ad aver tentato un vero late night show all’americana.

Mi sono sempre domandato perché nessun altro ci abbia mai provato. Chiambretti aveva il talento per farlo.

Forse è mancato il coraggio. La tesi di Freccero è che la satira è stata silenziata per un quarto di secolo. Editti bulgari ma anche a chilometro zero: Giannini, Giletti, Gabanelli… Pare che il direttore di Rai1 abbia annunciato la fine della collaborazione della rete con Baglioni dopo le sue dichiarazioni sulla vicenda Sea Watch.

Condivido la grazia con cui Baglioni ha detto quello che pensava, tra l’altro rispondendo a una sollecitazione esterna, rifiutandosi di fare il pesce in barile. In Italia la politica è sempre stata ossessionata dalla volontà di controllo della televisione. Ho perso il conto dei direttori che ho visto passare, messi lì senza avere idea; qualcuno riusciva a imparare e quando aveva imparato veniva mandato via perché era cambiato il governo.

Freccero invece è un tecnico puro.

La sua competenza è indiscutibile, ma l’impresa che ha davanti è difficilissima. C’è da ricostruire l’identità della rete ‘laica e vispa’ costruita da Massimo Fichera, quella che faceva ‘l’altra televisione’.

La rete che, a differenza della cattolica Rai1 e della Rai3 de sinistra, ha perso il suo referente storico.

La rete dei socialisti, che poi così socialista non era. Una volta Craxi mi fermò nei corridoi di Viale Mazzini. ‘Non ho capito se mi sfotti o se mi stimi’.

Erano i tempi di Quelli della notte, ovvero l’invenzione della seconda serata.

È vero, una volta alle 11 di sera c’era il monoscopio. Adesso alla 11 di sera è appena partita la prima serata.

Come si aiuta questa rinascita?

Cercando nuovi protagonisti, come feci con Quelli della notte. Quaranta facce nuove, mai viste prima, tranne la mia e quella di Bracardi. Non è in crisi la satira, è in crisi l’intrattenimento. È da lì che bisogna partire.

Altro tema è il recupero del passato.

Che non va confuso con la nostalgia, e parte da una constatazione: i millennials non conoscono la storia dello spettacolo italiano, non sanno nemmeno chi è Alberto Sordi. Abbiamo avuto talenti pazzeschi, eppure non c’erano i talent show. Oggi c’è un talent show al giorno, ma i talenti destinati a rimanere dove stanno?

Per questo si fa tanta fatica a inventare?

Ma certo, perché mancano i talenti. Non-ci-so-no. Quelli di una volta venivano dell’avanspettacolo e del cabaret, scuole che si sono perse. Il monopolio di Frassica si spiega così, mancano gli eredi.

Adesso non ci sono più scuse: deve tornare.

Ci sto pensando. Certamente non posso fare il rap, il trap, né mettermi i jeans strappati. Il compito di uno della mia età è segnalare quello che resiste ai tempi. Me l’ha insegnato il jazz: ci sono cose caduche, e cose destinate a durare.

Intanto Freccero ha annunciato uno speciale su Boncompagni.

In questa serata-antologia farò un ricordo del mio amico Gianni, ma non sarò io a condurlo.

Com’era Boncompagni?

Un’intelligenza vivissima, da cui ho imparato un’infinità di cose. Io ero timido, prudente; lui, il contrario: maledetto toscano, intraprendente e concreto. Il suo mantra era: ‘A che serve?’. Una volta fummo convocati dal direttore della radio per una lavata di capo e a un certo punto lui mi fece l’occhiolino. Uscimmo dall’ufficio con l’aumento di stipendio.

Ma come?

Con la dialettica. Spiritoso, intelligente, un intortatore irresistibile. I direttori davano l’aumento, le ragazze più belle e più giovani cadevano ai suoi piedi.

Spiritoso, intelligente e cinico.

Per lui una cosa valeva l’altra, anche in questo era il mio contrario. Geniale, ma fatalista. Amava la radio, ma preferiva la Tv perché lo impegnava di meno. Accidenti, mi disse una volta sconsolato, quando registravamo i personaggi di Alto Gradimento tirando le ore piccole, ho capito che non si può fare la radio senza farla.

Salvini cita Faber (ma solo a pezzi)

Matteo Salvini cita Fabrizio De André. È solo che esagera un po’ col taglia e cuci. Il pescatore è la canzone che sceglie per ricordare Faber a vent’anni dalla morte. Tradotto: il ministro del pugno duro sui migranti e dei porti chiusi a tutti i costi, cita uno dei testi più compassionevoli del grande cantautore genovese. Peccato che lui ricordi solo il verso del ritornello, quello del “solco lungo il viso”, e non la strofa in cui il pescatore “versò il vino e spezzò il pane con chi diceva ho sete o fame”. Infatti l’accostamento improbabile e la dimenticanza del testo hanno subito scatenato il web con commenti ironici al suo post. Ma non è la prima volta, del resto, che il Capitano si cimenta in poco riusciti omaggi a De André. Inserito più volte nel suo pantheon musicale, Salvini lo aveva ricordato già un anno fa quando la Rai aveva mandato in onda la fiction a lui dedicata. “Grande, unico Faber”, aveva scritto su Facebook. E anche allora giù polemiche. Un anno dopo ci risiamo. Il tempo, evidentemente, non gli è bastato per ripassare un po’ il suo repertorio: di tutte le canzoni che poteva scegliere, Il pescatore è decisamente quella per lui meno indicata.

Dall’arrivo allo sbarco: le regole del mare

Porti chiusi. Porti aperti. Dice bene Salvini quando annuncia la chiusura dei porti alle navi che hanno soccorso i migranti? O dicono bene i presidenti dei porti, quando spiegano che non li ha mai chiusi nessuno? Ma soprattutto: come funziona la chiusura dei porti?

Innanzitutto, non spetta al Viminale la chiusura di alcun porto, ma al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, quindi a Danilo Toninelli. Quel che il Viminale può fare, invece, è non autorizzare lo sbarco dei migranti sul suolo italiano, che è ben altra cosa. Ma come si fa a chiudere un porto? Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti deve adottare un provvedimento apposito e ovviamente motivato.

“Il ministro dei Trasporti e della navigazione – recita l’articolo 83 del codice della navigazione – può limitare o vietare il transito e la sosta di navi mercantili nel mare territoriale, per motivi di ordine pubblico, di sicurezza della navigazione e, di concerto con il ministro dell’Ambiente, per motivi di protezione dell’ambiente marino, determinando le zone alle quali il divieto si estende”.

In assenza di un provvedimento simile, il porto si ritiene aperto. E i suoi responsabili sono tenuti – nel caso sia necessario, in base all’articolo 1113 del codice della navigazione – a “cooperare con i mezzi dei quali dispone al soccorso di una nave”, di “un galleggiante” o “di una persona in pericolo”, pena la reclusione da uno a tre anni per omissione di soccorso.

E quindi: se una nave chiede di entrare nel porto, in assenza di un provvedimento di chiusura, che accade? Le possibilità sono tre. L’autorità portuale concede il permesso; sceglie di non rispondere formalmente, creando una provvisoria situazione di stallo; decide di non assegnare la banchina. In questi ultimi due casi, nei fatti, chiude l’accesso a un porto aperto. Ma è sempre tenuta a rispettare l’articolo 1113 per non incorrere nel reato di omissione di soccorso.

Ora andiamo oltre e analizziamo un altro scenario: che accade se invece la nave chiede il permesso di entrare in porto, lo ottiene ed è autorizzata anche ad attraccare al molo? I migranti soccorsi possono finalmente sbarcare? La risposta è: no. È da questo momento, infatti, che la competenza si sposta dal ministero dei trasporti e delle infrastrutture al Viminale.

È al ministero dell’Interno che spetta indicare alla nave il “porto sicuro” dove sbarcare. Ed è su questo che si gioca la propaganda del linguaggio di Salvini: se dicesse “stop all’indicazione dei porti sicuri” l’affermazione sarebbe più vicina alla verità e alle sue reali possibilità. Vediamo perché.

Lo sbarco dei migranti presuppone una serie di misure propedeutiche: l’arrivo della polizia – o altre forze – per gestire la questione dell’ordine pubblico, per esempio. L’invio di medici per questioni di natura sanitaria. L’organizzazione della prima accoglienza sul territorio. Tutti settori che esulano dalle responsabilità del ministero retto da Toninelli e sono, invece, di competenza del Viminale, che deve mettere in piedi la macchina organizzativa. È per questo che l’autorizzazione allo sbarco, e quindi l’indicazione del luogo dove sbarcare, ovvero il “porto sicuro”, spetta a Salvini. E il Viminale – come già accaduto nell’estate scorsa a Pozzallo e a Catania – può scegliere di temporeggiare e non fornire alcuna indicazione. Impedendo così lo sbarco, ma senza chiudere alcun porto, e per un semplice motivo: non rientra nelle sue competenze.