Il ministro censura: “I porti sono aperti, ma non si può dire”

Tra una diretta Facebook e un tweet, distinguere la politica dalla propaganda e dalla comunicazione, diventa sempre più complicato. Chi dice il vero viene redarguito e censurato. È quel che accade da giorni tra il vicepremier Matteo Salvini e il ministro delle Infrastrutture (M5S) Danilo Toninelli. “Lunedì – dice Salvini su Facebook – incontrerò il commissario europeo Dimitris Avramopoulos e gli ribadirò la politica italiana dei porti chiusi”. Il cittadino deduce che in Italia, per le navi delle Ong, o chiunque salvi un naufrago nel Mediterraneo, i porti siano chiusi. L’ha detto il ministro dell’Interno. Non il barista sotto casa. Deduce male, però. Come confermato dall’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), che per dimostrarlo ha dovuto fare un accesso agli atti del ministero, quello retto da Toninelli, visto che a chiudere i porti dovrebbe essere lui, non Salvini.

Il punto è che anche i presidenti di tre autorità portuali hanno provato a disinnescare la disinformazione del Viminale: “Sotto il profilo tecnico i porti italiani non sono chiusi” ha spiegato il presidente dell’Autorità portuale del mare Adriatico settentrionale, Pino Musolino, “non esiste un decreto del Ministero dei trasporti che chiuda i porti italiani”. Musolino prova a rimettere sul tavolo la verità: “Il Viminale può vietare lo sbarco di passeggeri, non l’ingresso né l’approdo di navi nei porti”. Ci prova pure Pietro Spirito, che governa i porti di Napoli e Salerno: “Non c’è alcun provvedimento di chiusura del porto. È un dibattito surreale. Purtroppo oggi in Italia si discute di questi argomenti come del calcio al bar, ma io faccio il tecnico e il manager, e vorrei si discutesse di fatti, non di opinioni”. Spirito in effetti forse pretende un po’ troppo. Non quanto Carla Roncallo, però, che sulla vicenda Malta Sea Watch – peraltro anticipando di qualche giorno la posizione del premier Giuseppe Conte – si spinge ancora più in là: “Da essere umano, penso sia vergognoso che non si riesca a trovare una soluzione per risolvere la terribile situazione di queste persone”, scrive la presidente dell’Autorità Portuale del Mar Ligure Orientale, rispondendo all’appello lanciato da alcuni consiglieri della Spezia per aprire il porto spezzino ai 49 migranti della Sea Watch. Poi chiarisce: “Il porto della Spezia non è chiuso come, ritengo, non lo siano gli altri porti italiani. Non risultano provvedimenti di chiusura”. Che la Roncallo, da “essere umano”, esprima una convinzione politica – peraltro coerente con le imminenti scelte di Conte – è senza dubbio fuori dall’etichetta ministeriale.

E infatti il ministro Toninelli, lungi dal polemizzare con Salvini, propalatore di chiusure di porti che non può chiudere, nonché usurpatore di propaganda altrui, che fa? Convoca i tre presidenti al ministero per redarguirli. E due giorni fa lo comunica alle agenzie di stampa specificando che lo scandalo non accadrà mai più. Il Fatto ha rivolto al ministero due domande. La prima: i porti sono chiusi o no? Risposta: “Non è servito alcun decreto di chiusura perché il coordinamento dei soccorsi non era italiano”. La seconda: se sono aperti perché rimproverare i tre presidenti? Risposta: “Perché non si sono limitati a ribadire – peraltro pleonasticamente – che i porti non erano stati chiusi ma hanno espresso pubblicamente posizioni di merito sulle scelte politiche relative alla gestione del fenomeno migratorio, che esulano dalle loro competenze, adombrando la possibilità di aprire in modo autonomo e del tutto improprio i porti di loro competenza”. A questo punto i fatti certi sono due: Salvini può continuare ad annunciare all’Ue la politica dei “porti chiusi”. E che i presidenti dei porti non s’azzardino ad adombrare l’idea di aprire i porti aperti. Altrimenti “pleonasticamente” Toninelli s’incazza. Con loro.

Turismo-Agricoltura, il Consiglio di Stato boccia l’accorpamento

Il passaggio del Turismo dal ministero dei Beni culturali a quello dell’Agricoltura è sbagliato, almeno per come è stato fatto. Così la pensa almeno il Consiglio di Stato, che ha bocciato il trasferimento di competenze voluto dalla Lega: per i giudici, infatti, si tratta di una “mera sommatoria di competenze spostate tra direzioni generali quasi con la tecnica del ‘copia incolla’ ma non corroborate da una visione strategica d’insieme”. In questo modo “quasi si vincola il turismo alla sola attività agricola, alimentare e forestale”, spiega il parere, che fa notare anche la mancanza della bollinatura della Ragioneria dello Stato. Il passaggio era stato fortemente voluto dalla Lega, in particolare dal ministro Centinaio, al momento della spartizione dei Dicasteri. Il Consiglio di Stato si è espresso negativamente ma non è detto che la delega torni indietro al Mibac, anzi: “Resta alla presidenza del Consiglio – concludono i giudici – la responsabile discrezionalità di valutare una rivisitazione del testo”. Il ministero dell’Agricoltura, quello ora competente, fa capire che si muoverà in questo senso: “In spirito di totale e leale collaborazione istituzionale, si sta rivedendo il testo alla luce delle osservazioni formulate nel parere.”

Legittima difesa, i 5S cedono alla linea dura: nessun emendamento

La richiesta di approfondimenti, le minacce di non votare il testo, la fronda dei dissidenti: alla fine, però, il Movimento ha ceduto alla Lega. Sul ddl per la legittima difesa, uno dei cavalli di battaglia del ministro Salvini, i pentastellati non hanno presentato neanche un emendamento. Alla scadenza dei termini ieri alla Camera ne risultavano circa 80, di cui quasi la metà da LeU e nessuno dalla maggioranza. Eppure sul testo che è già stato approvato al Senato e ora attende il via libera definitivo di Montecitorio negli ultimi mesi c’erano state diverse proteste da parte dei 5 stelle: tra le altre cose, il ddl prevede la legittimità della difesa sempre all’interno della propria abitazione e la non punibilità in caso di “grave turbamento”, dicitura che potrebbe ampliare la casistica e aveva suscitato molte perplessità. “Se non cambia me ne vado”, diceva la deputata Sarli, una delle più contraria. Evidentemente, però, anche i ribelli del Movimento devono essersi convinti della bontà del provvedimento, o quantomeno della sua importanza per l’equilibrio della maggioranza. In questo caso è prevalsa la linea dura della Lega.

Altro scontro sulla cannabis Il leghista: “Non passerà mai”

Il ddl per la legalizzazione della cannabis apre un altro fronte tra i gialloverdi. Lo firma il senatore Mantero del M5S, ma gli alleati leghisti non sono per nulla d’accordo. Lo ha ribadito Matteo Salvini: “Non è nel contratto di governo, non passerà mai, piuttosto togliamo le prostitute dalle strade”. Il primo firmatario però non si arrende: “Non c’è solo il contratto, in Parlamento si può trovare una maggioranza alternativa”. Una prima adesione è già arrivata dal senatore Pd, Tommaso Cerno (nella foto): “Io la firmo, da giornalista ho fatto tante battaglie e non ho cambiato idea”. È il preludio a una convergenza dem-5Stelle sul tema? “Non se n’è ancora parlato ma il tema c’è da sempre nel partito. Se il Pd esiste ancora deve appoggiarlo”.

“Grandi opere, il governo segua l’analisi costi-benefici”

Pubblichiamo la prefazione al libro Trasporti: conoscere per deliberare

di Marco Ponti e Francesco Ramella, due dei tecnici della task force per l’analisi costi/benefici delle Grandi opere: la firma Carlo Cottarelli, economista, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano ed ex commissario alla spending review

Il contributo che questo libro di Marco Ponti e Francesco Ramella fornisce alla conoscenza del settore dei trasporti e, soprattutto, alle scelte di politica economica che riguardano questo settore è di fondamentale importanza. In un momento in cui il nuovo governo sembra intenzionato a rilanciare gli investimenti pubblici facendoli diventare il perno della strategia di crescita economica italiana è essenziale che le scelte di investimento siano prese alla luce di rigorose analisi tecniche per assicurare la qualità di tali investimenti ed evitare che questi diventino un mero strumento per raggiungere effetti mediatici di breve periodo. E, all’interno degli investimenti pubblici, quelli relativi al settore dei trasporti, non foss’altro che per la loro rilevanza quantitativa, assumono particolare rilievo.

Ho sempre sostenuto che, soprattutto in materia di spesa pubblica, è essenziale che le scelte finali siano fatte dai politici perché non c’è niente di più politico della spesa pubblica. Questa influisce non solo sulla crescita del reddito ma anche sulla sua distribuzione, sull’allocazione di risorse limitate in base a certe priorità che devono essere definite da chi è stato eletto. Queste priorità non possono essere lasciate ai tecnici. Resta però vero che le scelte politiche devono essere prese sulla base di rigorose analisi tecniche delle conseguenze di tali scelte, analisi che devono essere condotte da esperti che possano esprimere un parere indipendente, analisi che siano accessibili al pubblico in modo trasparente. Come nota Ponti nella sua introduzione, è questo non solo un principio di efficienza, ma anche un principio di democrazia perché, se così non fosse, le scelte del “sovrano”, seppur un sovrano eletto, non sarebbero sottoposte a quello scrutinio da parte della pubblica opinione che è alla base della democrazia. Finirebbero per essere quello che Ponti chiama un esercizio di arbitrio sovrano.

Il rapporto tra politica e tecnica non è mai stato facile. La tentazione da parte della politica di ricercare risposte tecniche che si conformino a certi presupposti politici è persistente nella storia dell’ultimo secolo, soprattutto nei regimi dittatoriali. E spesso i tecnici si sono prontamente adeguati alle esigenze politiche, dando le risposte che i politici volevano avere (resta celebre in proposito il caso Lysenko di sovietica memoria). Ma non è il caso degli autori di questo libro che non hanno mai avuto un rapporto facile con i sovrani di turno, proprio perché non hanno mai adattato le proprie risposte al colore politico di chi poneva le domande.

Nelle prime settimane di vita il nuovo governo ha già affrontato alcuni episodi che segnalano ancora una volta la tensione che emerge tra obiettivi politici e limiti posti dall’analisi tecnica. C’è da augurarsi che questi episodi non segnalino un rafforzato desiderio di ignorare i pareri che non si conformano non tanto a legittime priorità politiche ma ai convincimenti aprioristici dell’effetto che tali politiche dovrebbero avere sull’economia e sulla società. Occorre invece, tra le altre cose, che le scelte di investimento che il governo prenderà nel settore dei trasporti come in altri settori siano basate, più che in passato, su valutazioni indipendenti, accurate e complete del loro impatto economico e sociale, utilizzando anche gli strumenti che sono alla base degli studi contenuti in questo volume. Così dovrebbe essere per un governo che davvero vuole essere un governo del cambiamento.

Quando il Capitano era no Tap, no Triv, no tutto

“Non so neppure se il Piemonte ha bisogno della Tav Torino-Lione”. Lo disse Umberto Bossi in un’intervista a Telepadania il 21 gennaio 2010. D’altra parte qualche anno prima alle manifestazioni No Tav in Val di Susa accadeva che sfilassero i leghisti al fianco dei giovani dei centri sociali (anche se non troppo pacificamente).

“Noi siamo per il Sì perché difendere i nostri territori dalle speculazione è un dovere e per dare un chiaro segnale di sfratto al comitato d’affari che siede a Palazzo Chigi” ripeteva in continuazione Matteo Salvini quando faceva campagna in favore del referendum sulle trivelle nel 2016. L’attuale vicepremier era d’accordo con chi voleva che gli impianti chiudessero una volta scaduta la concessione: “Io domenica vado a votare sì perché il nostro petrolio sono il paesaggio, il turismo, la pesca, non certo qualche buco nell’acqua”.

Sempre Salvini scendeva in piazza a fianco dei comitati contro gli inceneritori. Nel 2016 appoggia la protesta dei cittadini di Cassana, vicino Ferrara, e se ne vanta: “Noi questa battaglia la stiamo facendo da vent’anni”. Anche l’anno dopo era ancora fortemente “anti” e appoggiava la posizione dei consiglieri leghisti in Umbria contro l’inceneritore di Terni: “Grazie per il vostro lavoro. La gente dice grazie Lega perché sulla salute non si scherza, ci sono in ballo posti di lavoro, c’è in ballo la salute di tanti figli”.

Ma nella Lega che ora è socio di governo del Movimento 5 Stelle le parole d’ordine sono altre. “Sono favorevole alla Tav” sempre Salvini a dicembre, il quale – per mettere ancora più in difficoltà l’alleato pentastellato – ha lanciato l’idea di un referendum popolare sull’opera andando incontro al “popolo del Sì”. Usa una bandiera del Movimento, l’espressione del popolo, contro un’altra bandiera dei grillini, lo stop ai lavori. Sull’emergenza rifiuti, il ministro dell’Interno già contestatore degli inceneritori ora vuole “un termovalorizzatore in ogni provincia”. E non si fa mancare nemmeno la decisa retromarcia sulle trivelle: “Trivellare vicino alla costa no, ma nemmeno dire no per partito preso a ricerche di energia in mezzo al mare”, ha detto pochi giorni fa ospite di Bruno Vespa.

Pure sul Tap “il capitano” ha fatto una bella sterzata. Nel 2015, in campagna elettorale in Salento, scandiva felice: “No al Tap e agli abbattimenti degli ulivi. Hanno chiamato me, perché al sud i politici hanno fatto molto male”. E oggi: “Col Tap l’energia costerebbe il 15% in meno”.

Niente male per uno che voleva mandare a casa “il comitato d’affari” di Palazzo Chigi e ora rivendica che “noi siamo gente coi piedi per terra, concreta, che vuole lavorare” (l’8 dicembre in piazza del Popolo): se bisogna cambiare idea una o due volte pazienza.

Lega in piazza coi Sì Tav. Conte e Di Maio pompieri, ma Salvini alza già la testa

Dice il premier Giuseppe Conte che non c’è “nessun problema”. La Lega, oggi, può serenamente andare in piazza con i Sì Tav, perché tanto il governo andrà avanti per la sua strada, illuminata solo dall’analisi costi-benefici che prima o poi verrà resa pubblica dal ministero delle Infrastrutture. E poi, gli fa eco il suo vice in quota Cinque Stelle, Luigi Di Maio, c’è il faro del contratto. E lì, ricorda, c’è scritto che per il progetto dell’Alta velocità Torino-Lione è prevista una “revisione”.

Eccolo, il però. Perché le parole sono importanti e nel sacro testo dell’esecutivo gialloverde ce ne sono alcune che ognuno può interpretare a piacimento. Prendiamo quella “revisione”: per i Cinque Stelle significa “no”, per Matteo Salvini vuol dire che “nessuno pretende che il progetto non si tocchi”.

La questione, come ovvio, è tutt’altro che etimologica. E stamattina a Torino si assisterà al paradosso dei leghisti piemontesi in piazza insieme ai loro oppositori. Ci saranno il governatore della Regione Sergio Chiamparino, il collega ligure Giovanni Toti, il segretario uscente del Pd Maurizio Martina e poi un centinaio di Comuni che hanno dato la loro adesione ufficiale all’appello lanciato dalle sette madamine, le stesse che due mesi fa avevano organizzato la prima manifestazione pro Tav dell’era gialloverde. Sono quasi tutti piemontesi, ma a Torino arrivano anche le bandiere di Genova, Milano e Venezia e pure il sindaco forzista di Ascoli Piceno.

L’ultima sfida di piazza, prima della fine dell’anno, l’avevano decisamente vinta i No Tav, che l’8 dicembre hanno più che raddoppiato i manifestanti per il Sì. Eppure, stavolta, le presenze che si conteranno al flash mob contano fino a un certo punto. Il problema è chi ci va. Tant’è che la sindaca di Torino Chiara Appendino a nome dei Cinque Stelle avverte: “Fa un po’ sorridere: oggi andare in piazza per il Sì non mi sembra significhi rispettare il contratto di governo”. È un po’ meno diplomatica del suo capo politico, Luigi Di Maio, che invece continua a sostenere di “non essere stupito” dalla presa di posizione dei suoi alleati a Palazzo Chigi.

Ancor meno prudente è il senatore grillino Alberto Airola, che pure ricorda come alcuni parlamentari del Carroccio siano scesi in piazza già il 10 novembre, al primo raduno delle madamine: “Io sono No Tav dal 2004, da prima di essere del Movimento – dice Airola all’Huffington Post– quindi è chiaro che lascerei M5S, ma la Tav non passerà, quindi sono tranquillo: mi fido di Di Maio e di Laura Castelli, anche lei No-Tav. E mi fido del ministro Toninelli anche se qualche tirata d’orecchie se la merita perché non siamo riusciti a bloccare il Terzo valico, che per me è già un’onta, una promessa mancata”.

Tocca il tasto dolente, Airola. Perché quello che è successo con l’alta velocità Genova-Milano è un precedente assai scivoloso.

In quel caso, l’analisi costi-benefici commissionata dal ministero aveva dato esito negativo, eppure l’opera va avanti perché si è ritenuto che l’eventuale recesso contrattuale sarebbe costato troppo. Più o meno quello che è accaduto nel caso del Tap, pur non essendo un’opera pubblica. La differenza sta nel contratto: il Terzo valico non è citato, il Tav sì. Sul significato del termine “revisione”, il dibattito è appena cominciato.

Scienza e fantascienza

Per dire come siamo ridotti, basta confrontare le reazioni a una notizia e a una non-notizia dell’altroieri. La notizia è il comitato scientifico del ministero delle Infrastrutture che, al termine di una accurata analisi costi-benefici, boccia il Tav Torino-Lione. La non-notizia è l’adesione di Beppe Grillo al “Patto trasversale per la scienza” promosso da docenti e ricercatori universitari, tra cui il suo amico immunologo Guido Silvestri e l’esuberante virologo Roberto Burioni, amico di Renzi (altro firmatario). Il manifesto dice cose talmente ovvie e generiche che solo un malato di mente potrebbe contraddirlo: la Scienza va difesa come “valore universale di progresso dell’umanità, priva di ogni colore politico”, combattendo le “forme di pseudoscienza e/o di pseudomedicina che mettono a repentaglio la salute pubblica come il negazionismo dell’Aids, l’anti-vaccinismo, le terapie non basate sulle prove scientifiche, ecc”, attivando “programmi capillari d’informazione sulla Scienza per la popolazione, a partire dalla scuola dell’obbligo” e assicurando “alla Scienza adeguati finanziamenti pubblici, a partire da un immediato raddoppio dei fondi per la ricerca biomedica di base”.

Se c’è qualcuno che ha sempre divulgato la scienza, le nuove tecnologie, la ricerca più avanzata, portando fior di luminari sui palchi dei suoi show o consultandoli per scriverne i testi, è proprio Grillo. Il primo a parlare al grande pubblico di auto elettriche e all’idrogeno, pannelli solari, energie alternative, tecniche avanzate di smaltimento rifiuti e riciclo, sempre dalla parte dell’ambiente e della salute, dunque contro le lobby farmaceutiche che inquinano l’imparzialità della Scienza. E quando attaccava Veronesi e Montalcini non negava i loro meriti scientifici, ma polemizzava sul sì del primo agl’inceneritori (cancerogeni, per molti scienziati, a causa delle emissioni di nanoparticelle) e sui legami della seconda con le multinazionali (e lì sbagliava di grosso, come quando estremizzò la polemica sull’allarme Aids fino a definirlo una “bufala”). Se l’adesione di Grillo fa scandalo è perché tre anni fa Renzi, ormai disperato, decise di iscrivere la Scienza al Pd e di dipingere chi dissentiva come un rettiliano e un terrapiattista (a proposito: è la firma di Renzi su un appello a non fare come lui, cioè a non dare “colore politico” alla Scienza, che dovrebbe far notizia). E la grande stampa dietro. L’abnorme decreto Lorenzin impose prima 12 e poi 10 vaccini (a proposito: sono più scientifici i 12 o i 10?), diversamente da quanto avviene nella gran parte d’Europa.

Pena la radiazione dei bambini da ogni asilo e scuola della Nazione. E chi dissentiva era un “No Vax” oscurantista e untore (persino del tetano, notoriamente non contagioso). Fior di medici e prof della materia venivano espulsi dall’Ordine perché si opponevano non ai vaccini, ma alla obbligatorietà di quei 10. E c’era la scomunica per chi osava sottolineare le possibili reazioni avverse, anche mortali, a certi vaccini, sempre taciute da un’“informazione scientifica” asservita alle multinazionali (quando il programma Report ci provò, col contributo del grande Silvio Garattini, fu linciato dal Pd e dalla sottostante Repubblica). Come se raccomandare cautela sulle vaccinazioni a grappolo, informare correttamente sui pro e i contro e puntare sulla persuasione e sull’educazione anziché sulla costrizione e sulla repressione fosse un atteggiamento antiscientifico. Come se il fanatismo non stesse alla Scienza come il diavolo all’acqua santa. Nacque così la leggenda metropolitana, a scopo elettorale, dei 5Stelle No Vax e portatori insani di ogni sorta di peste bubbonica, mentre non si rinviene nei loro documenti ufficiali una virgola ostile ai vaccini (semmai alla loro obbligatorietà). E ora si mena scandalo se Grillo (Beppe) contravviene non alla realtà, ma a quella leggenda: infatti firma un appello contro i No Vax, che né lui né i 5Stelle sono mai stati, e non fa alcun accenno all’obbligatorietà. Tant’è che fra i promotori del Patto, accanto all’obbligazionista borioso Burioni, c’è il prof. Silvestri, fra i massimi esperti internazionali di Hiv, favorevole ai vaccini ma contrario alla loro obbligatorietà (“Meglio convincere i genitori con campagne di sensibilizzazione, perché i No Vax irriducibili non scendono a patti neppure se c’è l’obbligo”).
Intanto il putribondo Toninelli incarica un gruppo di scienziati, guidato dal prof. Marco Ponti, ordinario di Economia al Politecnico di Milano e responsabile di un pool di ricerca internazionale sulla regolazione economica dei trasporti, di fare ciò che nessuno dei governi precedenti – tutti illuminati dai raggi della Scienza e della Competenza – aveva mai fatto: analizzare, dati alla mano, i costi e i benefici delle grandi opere pubbliche per decidere dove investire al meglio le (scarsissime) risorse dei cittadini. E ha deciso che il Tav Torino-Lione va subito fermato perché sarebbe un enorme sperpero di denaro pubblico e per fortuna non è neppure iniziato (i “cantieri” a favore di telecamere e di giornaloni riguardano i tunnel geognostici: per l’opera vera e propria non sono neppure state bandite le gare). Come del resto sanno e dicono da anni tutti gli esperti del settore, almeno quelli che non prendono soldi (incluso un idolo delle opposizioni come Cottarelli). Ma stavolta la Scienza non vale più, perché contraddice i rettiliani terrapiattisti del partitone Pd-FI-Lega e dei suoi giornaloni, che naturalmente del Tav non sanno una mazza (lo chiamano “la Tav” e scambiano un treno merci per un passeggeri). E oggi rimarciano con i Sì Tav, invocando addirittura un referendum. Contro la Scienza. Perché loro non sono Scienza, ma Fantascienza.

Romanzo Viminale

Se Salvini, oltreché un politico furbo e abile, fosse anche un governante intelligente, ringrazierebbe Conte per averlo sconfitto. E rivendicherebbe come una vittoria di tutto il governo l’accordo con i 8 paesi europei per accogliere i ben 49 migranti che vagavano da 19 giorni nel Mediterraneo. Un accordo che allontana dai gialloverdi le accuse di razzismo e, soprattutto, va nella direzione da sempre auspicata da tutti i governi italiani: quella della condivisione europea del fenomeno migratorio. Solo che i governi di centrodestra, centrodestrasinistra e centrosinistra si limitavano alle chiacchiere e intanto firmavano gli accordi capestro di Dublino (tutti i migranti in Italia), mentre il governo gialloverde è riuscito, nel caso Sea Watch come già in quelli Aquarius e Diciotti, a tradurre in pratica il principio che Conte enunciò al Consiglio europeo di luglio: “Chi sbarca in Italia sbarca in Europa”. Quella linea, a causa dell’egoismo dei governi sovranisti e populisti di Macron, di Orbán e del fronte Visegrad, passò solo su base volontaria: chi vuole accoglie, chi non vuole se ne frega. Ma ogni volta, con enorme fatica diplomatica (un Ufo per Salvini, una specialità di Conte e Moavero) e al prezzo di lasciare quei disperati per settimane in alto mare, il governo è riuscito a responsabilizzare e coinvolgere altri partner riottosi. Creando una serie di precedenti difficili da cancellare.

Purtroppo Salvini è un ottimo politico, ma un pessimo governante. Non gli interessa risolvere i problemi, ma solo accumulare like sui social e punti nei sondaggi. E quando un problema irrisolto porta più like e più punti di uno risolto, è ben felice di lasciare aperta la piaga purulenta per lucrarci su: tipico il caso del dl Sicurezza che, senza apparenti spiegazioni, moltiplica i clandestini incontrollati e incontrollabili per le strade, dopo che il loro numero aveva smesso di crescere proprio grazie alle politiche di Minniti prima e di Salvini poi. Pare un controsenso e, per un governante, lo è. Ma per un politico spregiudicato che ha sempre bisogno di nemici, i clandestini sono tutta benzina sul fuoco, cioè manna dal cielo per i social e i sondaggi. Senza migranti, Salvini non sa che dire: zero argomenti, a parte la Nutella e i gattini. Infatti da giugno i suoi profili social hanno aumentato la quantità dei contenuti ma dimezzato la partecipazione degli utenti. Resta da capire quanto durerà il consenso drogato di un politico che sistematicamente sabota la soluzione dei problemi per i suoi interessi di bottega. Per sgamare B., gl’italiani impiegarono vent’anni. Per sgamare Renzi, quattro.

Quanti ce ne vorranno per sgamare Salvini? Vedremo. Intanto gli ultimi sondaggi segnano uno stallo della sua resistibile ascesa. Forse perché, nell’ultimo mese, sembra aver perso il tocco magico del Re Mida che trasforma in oro qualunque cosa tocchi con la sua lingua in perenne movimento. Con una serie impressionante di autogol che sono altrettante dita negli occhi dei suoi fan, con buona pace di chi continua a dipingere Salvini come il padrone del governo e Conte e Di Maio due invisibili comparse. Le famose espulsioni di 600 mila clandestini non sono mai cominciate e Salvini ha ammesso candidamente che “ci vorrebbero 80 anni”. Nella manovra di Bilancio, il “Capitano” non ha toccato palla e di suo c’è poco o nulla: il condono sui fondi neri è saltato, la flat tax è rinviata a data da destinarsi e quota 100 sulle pensioni (per 300 mila italiani, non di più) è una bandiera sia della Lega sia del M5S; per il resto la parte del leone la fanno il reddito e la pensione di cittadinanza (per 4,9 milioni di persone), vessillo esclusivo del M5S. Di leggi targate Lega, a parte il dl Sicurezza con norme a rischio di incostituzionalità, nemmeno l’ombra. La battaglia per gli inceneritori in Campania s’è infranta contro il niet di Conte e Di Maio. La sparata su Hezbollah ha messo in pericolo i nostri soldati in Libano e fatto incazzare l’esercito.
Il selfie con l’ultrà milanista pregiudicato per traffico di droga e collezionista di Daspo per violenze negli stadi, e il no alle squalifiche dei campi e al blocco delle partite per episodi di violenza e razzismo ha allarmato le forze dell’ordine e le prefetture. Il tweet che preannunciava la retata contro i clan nigeriani a Torino prima che i carabinieri li scovassero e li arrestassero ha lasciato il sospetto che qualche latitante sia scappato per colpa sua. Per non parlare del paradosso del giudice Boragine attaccato da Salvini per aver assolto alcuni manifestanti antileghisti e sottoposto a tali minacce social da meritare la scorta, disposta dal comitato per l’ordine e la sicurezza (che dipende dallo stesso Salvini) e gestita dalla polizia di Stato (che dipende dallo stesso Salvini). O del tweet su pane e Nutella mentre la mafia ammazzava il fratello di un pentito. Poi il tentativo di stoppare la legge Anticorruzione e Bloccaprescrizione e salvare un po’ di leghisti imputati per Rimborsopoli con l’emendamento Svuotapeculato, seguito dalla solita retromarcia. L’altro giorno, quando Di Maio ha aperto agli sbarchi di donne e bambini della Sea Watch e Conte ha risolto il caso, ha fatto come i bambini: s’è messo a pestare i piedi, giurando che “in Italia non arriva proprio nessuno”, minacciando di non votare il reddito di cittadinanza senza fantomatici “fondi ai disabili” (peraltro già previsti), infine convocando, sconvocando e riconvocando il vertice a Palazzo Chigi da cui è uscito nottetempo con le mani alzate. Ora, dopo aver detto “attendiamo l’analisi costi-benefici sul Tav”, chiede un improbabile referendum solo perché l’analisi è negativa. Diceva James Freeman Clarke: “Lo statista guarda alle prossime generazioni, il politico alle prossime elezioni”.

 

De Magistris: “Giusto smettere di giocare in caso di razzismo”

“Ha ragione la squadra e la società azzurra. Hanno il mio pieno sostegno. Quando si fanno sentire con cori razzisti e discriminatori, come è capitato Koulibaly, la partita si deve interrompere”. Parole del sindaco di Napoli Luigi De Magistris, replicando al vicepremier Matteo Salvini, che ieri ha ribadito la sua contrarietà a bloccare una partita di calcio in caso di cori discriminatori, come chiesto dal club azzurro e dal mister Carlo Ancelotti alla luce di quanto accaduto durante il match Inter-Napoli al giocatore partenopeo Kalidou Koulibaly. La disfida tra sindaco e ministro non è pura accademia: la prossima trasferta degli azzurri è a Milano il 26 gennaio proprio contro il Milan di Salvini.

Non a caso il sindaco di Napoli lancia una provocazione: “Per me l’idea simbolica ed efficace in questo caso, è quella di sedersi al centro del centrocampo e di aspettare che si creano le condizioni di civiltà sportiva per riprendere la partita di calcio”. “Conosco Kalidou e so quanto sia sensibile verso questo tema. Nello spogliatoio di San Siro (durante Inter-Napoli, ndr) l’ho visto affranto e triste per aver perso la battaglia contro i razzisti”. Così Dries Mertens ieri a Radio Kiss Kiss.