“Felici, ma l’abbiamo saputo dai giornali”

Pastore Eugenio Bernardini, capo della chiesa Valdese, le vostre strutture ospiteranno quindici migranti salvati dalle Ong: chi vi ha informato dal governo?

Nessuno, l’abbiamo scoperto dai giornali. Aspettiamo di sapere i dettagli per organizzarci. Noi ci siamo dichiarati disponibili tempo fa, come già accaduto in passato con la nave Diciotti.

Chi è il vostro interlocutore istituzionale?

Emanuela Del Re, viceministro agli Esteri e poi ci sono i funzionari di Chigi. C’è una proficua collaborazione con il governo. Per noi, ripeto, non è un problema accogliere quindici migranti e la Chiesa Valdese è una comunità di ventimila uomini e donne di buona volontà, dunque è ridicolo pensare che un Paese di 60 milioni di abitanti non possa condividere l’arrivo di un gruppo di 50 persone con l’Europa. Discorsi banali che, però, adesso non servono più.

Adesso, invece, cosa serve?

Avere notizie precise su quello che dobbiamo fare. Spero che le istituzioni ci aiutino a svolgere al meglio il nostro compito, perché le persone vanno ospitate con criterio e con metodo: se ci sono bambini dobbiamo contattare le scuole, se ci sono malati dobbiamo avvertire gli ospedali.

Il ministro Salvini ha esultato perché i valdesi non fanno spendere un euro di denaro pubblico. Concetto ribadito dal premier Conte.

Noi ci occupiamo di reperire una sistemazione dignitosa e di offrire conforto a chi verrà, ma questi migranti, come gli altri, vivranno in Italia e perciò potranno usufruire dei servizi pubblici universalmente garantiti. Perché stiamo parlando di esseri umani anche se l’umanità vacilla. Mi ha stupito che non si sia trovata una soluzione durante le feste natalizie, in quel periodo cessano le guerre, ma per la politica il tema dei migranti è forse più spinoso di una guerra. E mi riferisco all’Italia e all’Europa intera.

I migranti fanno perdere voti.

E dunque conviene chiudere i porti, come se fossimo in guerra per l’appunto. Il consenso politico è l’unico approccio a un argomento tanto complesso. I leader europei e italiani non sono coerenti e nascondono la verità, la gestione è ideologica e spesso insensata: non esiste un’emergenza migranti in Italia così come viene descritta e lo Stato, spesso grazie agli istituti religiosi, risolve i singoli casi senza impegnarsi davanti ai cittadini, pardon, agli elettori. Quanto potrà durare?

Ricollocamenti: dall’Italia solo appelli e zero pressioni

La cifra non è ancora certa – dovrebbero essere una decina – ma l’Italia, con l’intervento della Chiesa Valdese, s’è impegnata ad accogliere una quota dei migranti rimasti per 19 giorni nelle acque maltesi. Non è quello che aveva in mente Matteo Salvini. Che infatti, dopo lo strappo con il premier Giuseppe Conte, tenta di salvare la faccia con i suoi elettori: “L’Europa si prenderà (con ritardo) le centinaia di immigrati che aveva promesso di accogliere dall’Italia la scorsa estate. La battaglia contro scafisti, trafficanti e Ong dei furbetti continua!”. Al di là del tweet, però, Salvini sul punto non può fornire alcuna certezza. E – come vedremo – per molti motivi.

Il riferimento è ai migranti sbarcati nel luglio e agosto scorso tra Pozzallo e Catania. I naufraghi sbarcati il 16 luglio 2018 a Pozzallo (cifre del Viminale, ndr) sono 447. Sei Paesi dell’Ue s’erano impegnati ad accoglierne 270. Ne sono stati redistribuiti 129.

Il 26 agosto sbarcano a Catania 137 migranti: in Irlanda, che s’era impegnata ad accoglierne una ventina, ne sono stati ricollocati 16. In totale, l’impegno disatteso, riguarda quindi 134 persone. Ma fino a oggi, cos’ha ha fatto il governo italiano per far rispettare l’impegno? In Italia – spiegano fonti del Viminale – si sono presentati soltanto gli “emissari” di Germania, Francia e Irlanda. Portogallo e Spagna, invece, avrebbero semplicemente acquisito la documentazione. Il Portogallo – sempre secondo il Viminale – ha accolto 19 dei 50 previsti; la Spagna 21 su 50. A parte la Francia, anche i Paesi che hanno inviato in Italia i loro emissari, ovvero Germania e Irlanda, hanno disatteso il loro impegno: Berlino ne ha accolti 23 su 50, Dublino 16 su 20.

Il Fatto ha chiesto al Viminale quali iniziative abbia assunto per invitare Germania, Portogallo, Irlanda e Spagna a rispettare gli impegni presi. La risposta: “Interlocuzioni politiche e appelli pubblici”. Ma cosa vuol dire “interlocuzioni politiche”? Qualcuno ha contattato in maniera formale premier o ministri spagnoli, portoghesi, tedeschi o irlandesi? Il ministero dell’Interno ribadisce la formula: “Contatti politici e appelli pubblici”.

Contatti politici – non sappiamo con chi – e appelli pubblici: tutto qui. Davvero poco per raggiungere l’obiettivo. Però va detto che il Viminale può invocare un’attenuante. E non da poco. Gli accordi avvengono su “base volontaria” e non esiste alcuna norma che regolamenti la redistribuzione tra i vari Paesi. Neanche ad accordo avvenuto.

In altre parole: se qualcuno non rispetta l’impegno, non c’è un appiglio normativo per obbligarlo. Non esistono neanche delle linee guida a livello europeo. Il tutto avviene quindi in modo volontario. Con il coordinamento di Bruxelles. È quello che il Viminale definisce un “impegno tra galantuomini”.

Ma c’è di più: non è neanche detto che, pur volendo rispettare l’impegno, l’accordo sia davvero portato a termine. La condizione necessaria, infatti, è che i migranti individuati dai singoli stati restino nei centri di accoglienza per essere poi smistati negli altri paesi. Ma nessuno può obbligarli a restare: non sono detenuti. E – com’è giusto che sia – possono circolare liberamente. Se non sono più reperibili, quindi, diventa impossibile collocarli nello Stato che s’era impegnato ad accoglierli. È accaduto – per esempio – per molti dei migranti accolti dalla Cei dopo lo sbarco dalla Diciotti. In sostanza, neanche il rispetto degli accordi garantisce il ricollocamento negli altri Paesi Ue. E allora: che senso ha tenere 49 persone bloccate in mare per 19 giorni, come avvenuto a Malta fino a due giorni fa, se poi da un lato c’è chi non mantiene gli impegni e, dall’altro, per ben sei mesi nessuno s’attiva formalmente – d’altronde può farlo con mezzi molto limitati – per farli rispettare?

Al netto della propaganda e delle schermaglie politiche, di senso concreto ce n’è molto poco, considerato che persino a impegni mantenuti nessuno può garantire la redistribuzione dei migranti. Bruxelles è pronta a incontrare Roma sui ricollocamenti. Lunedì Salvini incontrerà il commissario europeo per gli affari interni, Dimitris Avramopoulos: “Gli dirò che abbiamo abbondantemente fatto il nostro: ora l’Europa faccia il suo”. Il Viminale vuole una lista: nomi e Paesi.

E sia, ma finché resterà un “accordo tra gentiluomini” – pur con la lista in mano – Salvini ha poco da pretendere. Sempre ammesso che i migranti – come loro diritto – non si allontanino e, all’arrivo dei funzionari del “Paese gentiluomo”, non risultino comunque irreperibili.

Tregua sul dl sicurezza. Accordo tra i sindaci, vertice a Palazzo Chigi

La spaccatura si rimargina: i sindaci fanno pace sul decreto Sicurezza e trovano una posizione unitaria nel vertice Anci. Lunedì incontro col premier Conte per un accordo sull’applicazione delle norme volute dal ministro Salvini, che hanno scatenato la rivolta di Comuni (e Regioni, coi ricorsi alla Consulta). La riunione dell’associazione dei Comuni rischiava di essere infuocata, dopo la presa di posizione dei sindaci ribelli (guidati da Orlando e De Magistris), a cui avevano replicato oltre 400 primi cittadini, per lo più di centrodestra, a sostegno del decreto. Invece il vertice è andato bene, con accordo su tre punti: possibilità di mantenere l’accesso allo Sprar delle persone vulnerabili; modalità uniformi per le Asl; diritto a conoscere le persone presenti nei centri di accoglienza. “Al governo chiederemo un approfondimento – ha spiegato il presidente Antonio Decaro – e una circolare”. Intanto ecco un altro battibecco: stavolta è Virginia Raggi a prendersela con Salvini e a rinfacciargli la mancata promessa di rinforzi nella Capitale. “Sono indignata, la città ha bisogno di più poliziotti”. “Caro sindaco, ognuno faccia il suo mestiere. Servono autobus puntuali e bisogna togliere l’immondizia”, replica il leghista.

Grillo firma il patto per la scienza: Di Maio protesta, lui fa retromarcia

Beppe Grillo con Matteo Renzi, uniti per il “Patto per la scienza”. Il fondatore del M5S ieri ha rilanciato sul suo blog il documento che impegna a sostenere la scienza come “valore universale”, spiegando: “La scienza procede, senza timori attraverso il dubbio (anche su se stessa)”. Adesione sorprendente, visto che il Garante del M5s ha avuto posizioni ambigue in materia, come nei monologhi degli anni 90 che mettevano in dubbio l’Aids (quando era solo un comico), o più recentemente a proposito dei vaccini (di cui si è detto favorevole, ma contrario all’obbligatorietà).

Sembrava quasi un miracolo, e infatti non è durato. Dopo gli insulti dei no-vax (“traditore”, “mi hai deluso”) e il commento positivo di Roberto Burioni, uno dei due ideatori del manifesto (e vicino al Pd), la notizia ha scatenato pure la reazione di Luigi Di Maio, che non ha apprezzato molto. “Burioni no! Va bene la scienza, ma Burioni…”, ha sbottato. Tanto che Grillo, dopo aver precisato che l’appello gli era stato girato dal prof. Silvestri (l’altro firmatario, che invece ha collaborato col M5S), ha pure aggiunto: “Non c’è stata nessuna svolta, sono sempre contro l’obbligatorietà dei vaccini”.

“Matteo nervoso” e Conte si riscopre l’anti-Salvini ideale

L’avvocato del popolo non è un uomo di paglia, ormai l’hanno capito tutti. Casomai quando serve è di gomma: ottima per attutire e paralizzare Matteo Salvini, che infatti gli ha sbraitato contro a colpi di post. E allora l’altro vicepremier Luigi Di Maio ha deciso che in questa fase verso le Europee è meglio lasciare un passo avanti Giuseppe Conte, il presidente del Consiglio, l’anti-Salvini perfetto.

Dietro le quinte i consigli su come muoversi glieli darà lui, il capo politico, più libero di gestire il Movimento in Europa e in Italia. Con l’obiettivo di non perdere il passo della Lega e magari anche di superarla in velocità. Si muove anche da qui, da questa accettazione dei rispettivi ruoli, la strategia del M5S verso le urne di maggio. Ieri, tra una polemica sulle trivelle e un comunicato su Carige, ai piani alti del Movimento ghignavano: “Salvini è nervoso, i suoi lo pressano perché Conte lo ha mandato a sbattere”. E tirava quasi aria da rivincita, perché da quando esiste il governo gialloverde una musata come quella sui migranti il capo del Carroccio non l’aveva mai presa. E Salvini, abituato a uscire spesso trionfante dalle scaramucce interne, ha subìto il colpo. Tanto che da Palazzo Chigi ieri facevano notare i post disseminati su Facebook mercoledì dal ministro dell’Interno, poco prima del vertice di governo notturno. Pensieri che spaziavano da “sui migranti decido io” fino a domande retoriche: “Come facciamo ad accogliere ancora quando ci hanno preso in giro per mesi?”. E sotto tanti commenti durissimi contro Conte. Colpito dai toni, raccontano.

Ma tanto andrà avanti, con la sua politica di mediazione e il suo linguaggio da professore, così colloso da affaticare perfino Bruno Vespa tre sere fa. È anche su questo che punta il Movimento, e quindi Di Maio. “Luigi sta soffrendo la popolarità di Conte, è evidente” ammettevano fino a pochi giorni fa i maggiorenti del M5S. Ma il vicepremier è anche un pragmatico. E sa che nelle Europee si giocherà quasi tutto. Quindi sta cercando di giocare la carta Conte innanzitutto come un’opportunità. “L’idea di accogliere donne e bambini è partita da Di Maio” spiegano. E infatti su Facebook è stato lui a lanciarla.

Poi però ha lasciato la palla al premier, anche perché farne una battaglia personale avrebbe significato lo scontro totale con l’altro vice con cui non vuole mai litigare, nel nome di un patto di non belligeranza tra pari. Tanto che in Consiglio dei ministri quando c’è da discutere per davvero per il Carroccio di solito parla Giancarlo Giorgetti e per il Movimento solo raramente Di Maio. Così spazio a Conte, che con i suoi consiglieri diplomatici ha gestito la trattativa sui migranti della Sea Watch e della Sea Eye con gli altri Paesi. Pochi, minimi i contatti con la Farnesina, perché il premier voleva fare da solo. Anche perché aveva e ha l’ombrello del Quirinale, con cui è in costante contatto. Come il presidente del Consiglio che tiene a bada la Lega, e per il Colle va benissimo così. Però Salvini è un osso durissimo e gli equilibri sono fragili. Così ieri Conte ha promesso e smussato, in un video apposito: “La linea in materia di politica d’immigrazione del governo italiano è cambiata? Assolutamente no. Su questo il governo è compatto, non cambia idea sul fatto che occorre una linea di rigore”. Ossia questa volta la colla l’ha usata per tenere tutti assieme. Mentre Di Maio non ha gradito i tweet del Campidoglio contro Salvini. “In questi casi è meglio parlarsi” ha detto ai suoi. Ma sono schermaglie. La guerra di posizione si gioca altrove. E il primo generale è Conte, quello che finge di non esserlo.

Sondaggi calanti e tensioni interne: il Capitano isolato

Per la prima volta i muscoli del Capitano sembrano un po’ sgonfi. Incassata la sconfitta sui migranti, preso atto dell’improvvisa autonomia di Giuseppe Conte su un tema considerato di pertinenza leghista, Matteo Salvini deve occuparsi delle fibrillazioni nel suo partito. Che sono come un fiume carsico: scompaiono e riaffiorano a giorni alterni. E allora si torna a scrivere del “partito di Giorgetti” che sarebbe poco fedele alla linea, della sempre verde delusione del Nord-Est produttivo, delle lamentele di Luca Zaia per l’autonomia veneta che non arriva.

Resta tutto in controluce quando Salvini – e fino a oggi c’è riuscito quasi sempre – impone la sua agenda e la sua presenza mediatica. Ma quando il vicepremier perde un braccio di ferro, il rumore di sottofondo comincia a riempire le stanze. E poi ci sono i sondaggi. Da qualche tempo la tendenza si è invertita: davanti alla Lega ora compare il segno meno e la macchina da guerra salviniana inizia a perdere decimali, come ha spiegato ieri su La7 la sondaggista Alessandra Ghisleri. E come sostiene l’ultimo sondaggio di Tecnè pubblicato da Quarta Repubblica (Rete 4): nell’ultimo mese il Carroccio è passato dal 33,2% al 31,8%.

Succede allora un fatto curioso. Un lancio dell’agenzia di stampa Adnkronos cita “autorevoli fonti leghiste” ormai rassegnate allo strappo definitivo con i Cinque Stelle: “Una crisi di governo è possibile e potrebbe anche essere prima delle europee”. Il retroscena è piuttosto dettagliato: “Come si fa ad andare avanti così? – prosegue l’anonimo – Tav sì, tav no, migranti sì, migranti no, Pedemontana sì, Pedemontana no. Non può durare una situazione così comica”. Le stesse fonti “indicano le regionali del 9 e 10 febbraio in Abruzzo come il momento della possibile resa dei conti con gli alleati”.

Dopo pochi minuti l’ufficio stampa di Salvini – con comprensibile nervosismo – si affanna a smentire tutto: la notizia viene definita “falsa e priva di qualsiasi fondamento”.

Ma insomma, il nervosismo stavolta non è un invenzione da retroscenisti. Prende forma, tra le altre cose, nell’intervista di Zaia su Libero: “Oggi si rischia di distruggere un sogno, quello che i cittadini hanno votato. Questa (sui migranti, ndr) è la prova del nove per la tenuta del governo. Chi molla adesso dovrà rendere conto ai cittadini. Salvini non dovrà spostarsi di un millimetro. È la madre di tutte le battaglie insieme all’autonomia”. Sulla quale ovviamente a frenare sono i Cinque Stelle.

Con loro ormai si apre un fronte polemico al giorno. C’è la frizione sul reddito di cittadinanza e sui fondi per i disabili rivendicati dal Carroccio, e i conseguenti ritardi nell’approvazione del decreto che riguarda anche le pensioni e “quota 100”.

C’è la battaglia campale sul Tav: l’analisi costi benefici del ministero dei Trasporti si accinge a bocciare la grande opera, i Cinque Stelle si sentono legittimati a fermarla, Salvini continua ad aggrapparsi all’idea di far scegliere attraverso un referendum. E i deputati del Carroccio, tramite il portavoce piemontese Riccardo Molinari, annunciano la loro adesione al sit-in pro Tav di sabato a Torino. L’ultima è sulle trivelle: Di Maio ha fatto presentare un emendamento al decreto Semplificazioni che blocca 36 autorizzazioni. Salvini si mette di traverso: “Un conto è trivellare vicino la costa – dice a Porta a Porta – ma dire di no per partito preso a ricerche di energia in mezzo al mare non mi pare intelligente”. E avanti così.

Tanto va il merlo in rai che…

Non capita tutti i giorni che un giornalista che se n’è andato dalla Rai dopo appena sei mesi, lautamente retribuiti, abbia la faccia tosta di dire che quella che lo assunse era una tv pubblica migliore di quella di adesso. Eppure succede: “Mai c’era stata una Rai in mano al governo in maniera così sfacciata”. Parola di Francesco Merlo, che ha esposto la sua singolare tesi durante la rassegna stampa Prima pagina che questa settimana sta conducendo su Radio3. L’editorialista di Repubblica non deve proprio digerire l’andazzo di questo governo – che, come nelle migliori tradizioni, ha messo le mani sulle tre reti del servizio pubblico – se giudica la Rai attuale peggiore di quella che lo spinse a dimettersi “dopo mesi e mesi di stalking corporativo”. Però si dimentica che buon gusto vorrebbe si evitasse di sputare nel piatto dove si è mangiato. Glielo ricordò, all’epoca, il segretario dell’Usigrai Vittorio Di Trapani: “Francesco Merlo non conosce vergogna. È venuto in Rai, ha contrattato uno stipendio da 240 mila euro e clausole uniche nella storia del servizio pubblico, come il peggiore dei marinai ha abbandonato la nave un attimo prima del naufragio”.

Torni a bordo, cazzo.

Mai nato, il Codice dello Spettacolo è già morto

Ci sono voluti 50 anni per partorire una legge sullo spettacolo dal vivo in Italia e uno per abortirla: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. Dal 27 dicembre scorso, infatti, sono scaduti i termini per presentare i decreti attuativi – o una loro eventuale proroga – del Codice dello Spettacolo, defunto così in appena tredici mesi.

Approvato nel novembre del 2017, il Codice regolamentava, per la prima volta, l’intero sistema di musica, teatro, danza e circo con alcune sostanziose novità: l’aumento progressivo del Fondo unico per lo spettacolo; l’estensione dell’Art Bonus a tutti; 4 milioni di euro per spettacoli nelle zone del sisma; l’annessione nel comparto di carnevali e rievocazioni storiche… Tutti propositi – buoni o no – rimasti sulla carta. Ora tocca ripartire da zero, mentre c’è chi si interroga: “Chi l’ha visto? Ovvero che fine ha fatto il Codice dello Spettacolo”, titolo di un convegno convocato dall’associazione Ateatro lunedì a Milano con Alessandra Carbonaro (M5S) e Roberto Rampi (Pd).

“Sicuramente il Codice aveva una serie di difetti, ma anche il pregio di mettere il teatro in relazione con altri settori: la scuola, il turismo…”, spiega Oliviero Ponte di Pino, cofondatore di Ateatro, che non esita a definire la legge “un orgasmo prematuro”. Eppure il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli aveva più volte promesso i famigerati decreti attuativi, o quantomeno una proroga: come mai non si è fatto nulla? “Dovrebbe chiederlo a chi ci ha preceduto”, dicono dal Mibac. “Non siamo riusciti a fare i decreti per problemi legati al vecchio governo. Una legge simile al Codice, comunque, è al vaglio del Consiglio dei ministri: entro un mese licenzieremo un decreto, subito operativo, con 60 giorni di tempo per discuterne in Parlamento”.

Il ritardo è dovuto a sciatteria, a distrazione per la finanziaria o alla troppa attenzione per il Fus? “Il Codice è molto complesso, era una legge quadro che andava riempita di contenuti: peccato, però, che dei decreti attuativi non c’era nemmeno una riga. In pochi mesi noi non potevamo certo farli: la nostra scelta politica è stata quella di rinviare il tutto di un anno”. Diversamente, a fine dicembre, il sottosegretario del Mibac Gianluca Vacca parlava di un “disegno di legge delega: non appena sarà approvato dal Parlamento procederemo subito con i decreti legislativi”, ipotesi che farebbe allungare ulteriormente i tempi.

“Come nel ‘Gioco dell’Oca’, la legge sullo Spettacolo torna per l’ennesima volta alla casella di partenza”, concludono da Ateatro. “A colpire sono il silenzio e lo scarso peso politico del mondo teatrale, che nel giro di un mese ha ingoiato l’azzeramento del Codice, la cancellazione di Migrarti e le assegnazioni dei fondi speciali del ministro”. Si sta parlando dei 106 progetti finanziati da Bonisoli alla vigilia di Natale con 2,65 milioni di euro del Fus, “finanziamenti a pioggia, secondo una concezione antica e molto ben radicata di clientele diffuse”, tra cui spiccano i 100.000 euro a Pragma, che porta in scena i messaggi di Padre Pio, e i 60.000 euro per Le Cirque Montecarlo-Bellucci. Intanto il Fus è ai minimi storici: rappresenta appena lo 0,0194% del Pil (2017).

Baglioni, Raiuno lo critica. Ma il dg Salini lo difende

Un cortocircuito di cui la Rai avrebbe fatto volentieri a meno. Alla vigilia del principale evento della tv: il Festival di Sanremo. Con uno scontro che viaggia tra la direzione di rete, il vertice dell’azienda, il direttore artistico del Festival, il Cda e la politica. Le parole di Claudio Baglioni sui migranti lasciati in mare da Matteo Salvini, alla conferenza stampa di presentazione del Festival, hanno fatto andare su tutte le furie la maggioranza di governo e soprattutto la Lega. Dopo il “canta che ti passa” di Salvini, a tenere banco ieri è stata un’indiscrezione uscita su La Stampa secondo cui la direttrice di Rai1, Teresa De Santis, avrebbe affermato che, fino a quando ci sarà lei, Baglioni non sarà più al Festival. Parole che avrebbero richiesto una smentita da Viale Mazzini, che però per tutto il giorno non arriva, confermando l’indiscrezione.

Dopo ore di fibrillazioni, verso sera arriva la nota di De Santis, ma in maniera anomala: non attraverso un comunicato dell’ufficio stampa di Viale Mazzini ma con una lettera al sito Dagospia. “Dal momento della mia nomina a direttore di Rai1 ho scelto di lavorare in silenzio (…) ma a quanto pare è impossibile, nel clima avvelenato del nostro Paese, e la vicenda della conferenza stampa di Sanremo lo dimostra. Sono solo canzonette, o almeno dovrebbero esserlo, invece, e non solo per responsabilità di Claudio Baglioni, sono state trasformate in un comizio”, scrive la direttrice di Rai1. Che poi aggiunge: “Ciò che penso lo dirò al momento opportuno…”.

Per tutto il giorno, però, la polemica è divampata. A cominciare dalle critiche a Baglioni da parte del consigliere in quota FdI, Giampaolo Rossi. “Il problema non sono le opinioni di Baglioni, ma che le abbia espresse in un luogo assolutamente inopportuno”, dice Rossi. Che poi attacca il conduttore sul possibile conflitto d’interessi del cantante “con la sua casa discografica, la stessa cui appartengono molti artisti selezionati”. Il cantante, infatti, è sotto contratto con la Sony Music, la stessa di diversi artisti scelti per il Festival, ma con alcuni ci sarebbe in comune anche l’agenzia di promozione F&P Group.

Del possibile conflitto di Baglioni parlano anche i 5Stelle, dando man forte alla Lega. “Fuori i conflitti d’interessi dal festival!”, afferma Primo Di Nicola. In difesa del conduttore si schiera invece il Pd e la sua consigliera di riferimento, Rita Borioni: “In Italia spero ci sia ancora libertà di opinione”.

Dalla sua spalla, Claudio Bisio – che condurrà il festival insieme a Baglioni e Virginia Raffaele – invece non è arrivata la stessa difesa chiara: “Preferisco non dire niente – ha detto il comico milanese – ma invito tutti ad andare a riguardare un mio intervento proprio dal palco del Festival di qualche anno fa, dove la mia posizione a proposito è chiara”. La stessa “equidistanza” espressa anche da Mogol: “Al posto di Baglioni non avrei risposto alla domanda sui migranti”, ha detto, salvo poi fare retromarcia e spiegare che “non era certo mia intenzione censurare il maestro Baglioni, che è certamente libero di esprimere il suo pensiero”.

Al settimo piano sono in fibrillazione. “L’attacco a Baglioni prima del Festival è come se la Juve annunciasse prima della finale di Champions che Cristiano Ronaldo sarà ceduto”, osserva un dirigente della tv pubblica. Il rischio, infatti, è di aver azzoppato il protagonista del principale evento Rai dell’anno (del costo di 18 milioni). Da qui l’esigenza di rasserenare il clima e blindare Baglioni da parte dell’ad Fabrizio Salini. “Il Festival di Sanremo è patrimonio degli italiani. Per questo stiamo lavorando per far sì che il direttore artistico, in un clima di piena collaborazione, possa realizzare, insieme a Rai1, un festival in linea con le aspettative del grande appuntamento”, scrive Salini in un tweet in serata. Per l’ad Baglioni, dunque, non si tocca. Il rischio, si è detto al settimo piano, è di vanificare il lavoro di un anno intero. E questo la Rai non può davvero permetterselo.

Guido Quaranta, addio all’inventore del retroscena politico

Guido Quaranta, storica firma de L’Espresso e tra i decani dei giornalisti parlamentari, è morto ieri all’ospedale Gemelli di Roma dove era ricoverato dopo essere stato colpito da un ictus lunedì. Aveva 91 anni: era nato a San Francesco al Campo (Torino) il 18 giugno 1927. “Non aveva mai smesso di scrivere per l’Espresso: l’ultimo suo pezzo era arrivato in redazione poco prima che si sentisse male”, sottolinea il direttore Marco Damilano, nel dare la notizia della morte. “Di due mesi fa, lo straordinario Come eravamo di vita parlamentare che – racconta – Guido ha scritto in occasione del centesimo anniversario dell’aula di Montecitorio”.

Cronista parlamentare, già con Paese Sera, dal 1959 e per dieci anni, poi a Panorama quindi a l’Espresso. “Più di tutto – sottolinea Damilano – Quaranta è stato il primo a illuminare il dietro le quinte della politica, a strappare la velina dell’informazione ufficiale. Il retroscena di Quaranta era allo stato genuino la rivelazione di qualcosa che doveva restare segreto. È stato anche il primo a raccontare il fattore umano dei politici oscurato dalle grandi strategie: abitudini, passatempi, pietanze preferite, manie, odi e amori”.