La Consulta respinge il ricorso Pd, ma avverte: “La prossima volta…”

Questa voltapassi, ma la prossima le regole vanno rispettate. È questo il senso della decisione della Corte costituzionale che da una parte ha giudicato inammissibile il ricorso Pd contro l’iter “troppo compresso” con cui si è approvata la manovra, dall’altra ha lanciato un avvertimento, affermando che simili modalità dovranno essere abbandonate per le leggi future, che altrimenti potranno non superare il vaglio di costituzionalità. Il ricorso, un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, era stato presentato il 28 dicembre dal gruppo Dem al Senato. La Corte doveva superare uno scoglio: stabilire se tali soggetti si qualificassero come poteri dello stato. E ha messo un punto fermo: di fronte a violazioni gravi e manifeste delle loro prerogative costituzionali, i singoli parlamentari sono legittimati a sollevare conflitto.

Trivelle, l’emendamento che spaventa Salvini

L’immagine simbolo di ieri è la t-shirt “Stop trivelle, vota sì” indossata da Matteo Salvini nel 2016 contro le trivelle in mare. Sulla pagina Facebook della Lega c’è ancora (mentre scriviamo) un post che spiega perché fosse importante votare Sì. Eppure, i viceministri della Lega (Mise e Ambiente) e Salvini stesso hanno ribadito che bloccare permessi e ricerche di idrocarburi sarebbe solo un danno economico per il Paese.

Il testo.L’emendamento al decreto Semplificazioni annunciato e presentato dal sottosegretario pentastellato del Mise, Davide Crippa, che nei prossimi giorni sarà in discussione nelle commissioni Affari costituzionali e Lavori pubblici al Senato è molto duro. Di fatto sospende tutti i permessi di ricerca già rilasciati (quindi anche quelli nel mar Ionio contestati in questi giorni) e gli iter autorizzativi avviati (incluse le Valutazioni di Impatto Ambientale) fino all’approvazione del cosiddetto “Piano per la Transazione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee”. In soldoni, entro due anni dall’entrata in vigore del decreto dovranno essere identificate in Conferenza Unificata le aree in cui è possibile trivellare. Poi, i permessi sospesi che risulteranno essere all’interno di queste aree torneranno ad essere validi (non si conteggerà il periodo di sospensione nella validità delle autorizzazioni accordate), mentre “nelle aree non compatibili – si legge nel testo – il Mise avvia il procedimento di rigetto delle istanze di permesso di prospezione o di ricerca o di coltivazione e alla revoca, anche parziale, dei permessi di prospezione o di ricerca già in essere”. E il titolare sarà obbligato al completo ripristino dei siti.

Insomma, fino a che non si saprà dove si può perforare e dove no, chi trivella e coltiva perché ha già avuto il via libera potrà continuare a farlo (salvo che poi non si scopra ricada in aree non idonee), chi invece sta solo ricercando gas e petrolio dovrà fermarsi. Non ci saranno nuove concessioni o proroghe e saranno sospese, intanto, anche le procedure amministrative e le istanze, compresi gli iter di Via. Chiunque vorrà però rinunciare ai progetti sarà libero di farlo.

I canoni.Molto pesanti, seppur non quanto nell’emendamento alla manovra proposto a dicembre dalla deputata M5S Mirella Liuzzi, i rincari previsti per i canoni che le aziende dovranno allo Stato per le concessioni di coltivazione. Per i permessi di prospezione si passa dai 3,7 euro al chilometro quadrato a 129 euro. Un permesso di ricerca passa da 7 a 258 euro. Per la concessione di coltivazione si va da 59 a 2.041 euro, per la sua proroga da 88 a 3.067. Questo significa che le stime degli introiti sono enormi: si passerebbe (per le concessioni, unica voce al momento non legata all’esito del Piano) da 500mila euro in media di introiti all’anno a 20 milioni. “Quanto ai costi per la predisposizione del piano – si legge – ammontanti a 2 milioni complessivi, si farà fronte mediante canoni già riscossi nonché eventualemente, con i maggiori introiti derivanti dall’aumento dei canoni previsto a seguito dell’adozione del Piano”. Si calcola che, a parità di concessioni, le entrate passeranno da circa 1,3 milioni a 39 milioni di euro.

Sblocca Italia. La norma prevede anche l’abolizione voluta dal ministero dell’Ambiente del comma 1 dell’articolo 38 dello Sblocca Italia che viene così modificato: le attività sugli idrocarburi “non rivestono carattere d’interesse strategico nazionale e non sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili”. Con un’aggiunta: “Resta fermo il carattere di pubblica utilità delle attività di stoccaggio di gas naturale sotterraneo”.

La Lega in piazza per il Sì. La grana Tav sul governo

L’analisi costi-benefici è ancora chiusa nel cassetto del ministro Toninelli. Ma la Lega è già pronta a scendere in piazza, domani alla manifestazione pro Tav a Torino, e poi magari ad andare pure alle urne per un referendum, se dovesse servire. La Tav è sempre più motivo di apprensione per il governo gialloverde. Mentre si rincorrono le voci sullo studio (che darà parere negativo sull’opera) e il Movimento 5 Stelle temporeggia, Matteo Salvini scappa in avanti: “Ci sono milioni di italiani che hanno un’idea chiara, se chiedessero un referendum nessuno di noi vorrebbe e potrebbe fermare la richiesta”.

Che i due azionisti del governo la pensassero in maniera diversa sulla realizzazione dell’alta velocità Torino-Lione si sapeva. Adesso che c’è un documento ufficiale, la questione rischia però di diventare un vero problema per il premier Conte, chiamato ancora una volta a mediare fra le parti. L’analisi costi-benefici, il documento su cui si dovrebbe decidere la sorte dell’opera, è arrivato mercoledì: non l’ha letta Di Maio, non l’ha letta Salvini (o almeno così dicono) eppure la maggioranza è già in fibrillazione.

La divisione fra Lega e M5S sarà ben visibile domani, a Torino: il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari, ha infatti annunciato la sua presenza in piazza Castello, al flashmob “Sì Tav” organizzato dal comitato delle cosiddette sette “madamine”, nello stesso luogo dove a novembre si erano raccolti in migliaia a sostegno dell’opera. “La Lega non ha mai avuto dubbi: la Tav va realizzata, perché è una risorsa preziosa per lo sviluppo dell’economia piemontese e del Paese. Siamo pronti a sostenere queste ragioni anche sabato”. Una manifestazione “apolitica”, certo, ma con tanti politici: ci sarà ad esempio il governatore della Liguria, Giovanni Toti, e pure il Pd, come confermato dal segretario Martina. Infatti l’annuncio leghista non è stato preso bene in casa 5 Stelle. Lo dimostrano le parole del senatore piemontese Alberto Airola: “È vergognoso che facciano una manifestazione: così il governo non va da nessuna parte”.

Già, il governo: rischia di andarci di mezzo l’esecutivo. Specie se sull’alta velocità dovesse tenersi davvero una consultazione, idea lanciata da Matteo Salvini forse proprio per mettere all’angolo gli alleati di governo: per i 5 Stelle, da sempre grandi sostenitori della democrazia diretta, sarebbe difficile dire no a una eventuale consultazione. “Mi sembra un’iniziativa da campagna elettorale”, commenta fredda la sindaca Chiara Appendino. “Accettiamo istanze dal basso ma i cittadini devono votare consapevolmente”, dice Toninelli.

Il ministro delle Infrastrutture ha un problema in più: l’analisi costi-benefici firmata dal prof. Marco Ponti è nelle sue mani. E a distanza di 48 ore ancora non si vede, forse proprio per rimandare il più possibile i sicuri imbarazzi interni: “Nessun giallo, è al vaglio di conformità da parte della struttura tecnica. Poi sarà pubblicata in modo integrale, esattamente come accaduto con il Terzo Valico”, chiarisce. E intanto prende tempo. Una volta che lo studio sarà pubblico, bisognerà decidere e allora lo scontro all’interno dell’esecutivo potrebbe esplodere davvero.

Ministra di Parigi: “Casseurs finanziati da forze italiane”

I Gilet giallirifiutano la mano tesa dal vicepremier Di Maio perché vogliono conservare la propria purezza. È una secchiata d’acqua fredda improvvisa per il capo politico del Movimento 5 stelle il post su Facebook scritto da uno dei portavoce dei Gilets jaunes Eric Drouet in cui scrive esplicitamente “rifiutiamo il tuo aiuto. Iniziamo da soli finiremo da soli”, calcando molti i toni sull’identità apolitica del movimento francese. Un’inversione a U repentina, visto che solo ieri l’esponente del movimento reputava fattibile un incontro in Italia con il pentastellato. Ma già l’attivista Jacline Mouraud aveva rispedito al mittente il corteggiamento di Di Maio in cerca di alleati per le elezioni europee di maggio per creare un ampio fronte contro “la vecchia nomenclatura. L’obiettivo è creare un gruppo che voglia fare”. Il capo politico era stato criticato da alcuni dei suoi per l’appoggio ai francesi, che blandiva tacciando Macron di aver tradito l’iniziale spirito anti-establishment. L’endorsement italiano allo scendere in piazza contro l’Eliseo non è passato inosservato perché il ministro Marlène Schiappa si chiede se qualcuno dall’estero aiuti i manifestanti “viste le posizioni di certi responsabili italiani”.

“Gilet gialli, M5S vuole ritrovare l’innocenza persa con Salvini”

“Mi stupisce lo stupore”, spiega Marco Revelli riferendosi all’accoglienza ricevuta dalle dichiarazioni del ministro Di Maio a proposito dei gilet jaunes. “Mi sembra naturale che i 5Stelle cerchino di accreditare una fratellanza con i gilet gialli. Può restituire loro un po’ della freschezza perduta: in pochi mesi di governo hanno dilapidato buona parte della loro carica di protesta. In Francia emerge un movimento ambivalente e contraddittorio, che tuttavia esprime una rivolta sociale politica dal basso e per certi aspetti ricorda il radicalismo delle origini dei 5Stelle. Come può stupire l’interesse del capo politico dei grillini? È evidente che non può che fargli bene intercettare un po’ del vento di protesta”.

Un’unione possibile? I leader dei gilet jaunes danno risposte contraddittorie.

Mi pare che i grillini sottovalutino il fatto che i populismi di nuova generazione sono attraversati da forme più o meno esplicite di nazionalismi o radicamento nazionale che li rendono poco compatibili con alleanze trasversali, se non con operazioni di assemblaggio di mosaici molto traballanti. Si aggiunga che ai francesi l’Italia non è simpatica. I gilet gialli non hanno interesse a imparentarsi con una forza politica che perde progressivamente la spinta propulsiva originale.

Andare al governo fa sempre perdere l’innocenza, no?

Certo. Ma che i 5Stelle la perdessero con tanta rapidità e lasciandosi divorare dal socio di minoranza non era così scontato. Oggi, davanti all’impoverimento della componente sociale della politica del governo, si risponde accentuando la disumanità del programma securitario e xenofobo: l’avevamo messo in conto ma non in questa dimensione. La cifra del governo gialloverde è l’ostentazione del disumano, più che la tutela dei diritti sociali.

È ragionevole immaginare che in vista delle elezioni europee i 5Stelle cerchino alleanze fuori dai confini nazionali. Di Maio ha detto di aver incontrato i polacchi del Kukiz’15, i croati di Zivi zid e i finlandesi di Liike Nyt.

Sì, ma teniamo separate le due questioni. I gilet gialli sono a livello europeo il fenomeno più interessante degli ultimi mesi, per tenuta ed estensione. Sono la vera spina nel fianco di una tecnocrazia europea incredibilmente sorda e cieca. È così stupido ridurre il movimento alle sue ali estreme, black bloc e casseur che ci sono, ma non sono certamente la componente determinante. Il guaio è che non si è ancora preso coscienza del fatto che nel secondo decennio del nuovo secolo non esistono conflitti sociali puliti. Qualsiasi conflitto sociale si apra è attraversato da ambivalenze, da rivendicazioni che erano state tradizionalmente della sinistra sociale e da altre forme di chiusura che appartengono alla destra.

Perché accade questo?

Perché si è scomposta la struttura di classe della società, le culture politiche sono state dismesse e le ideologie non aggregano più. Io continuo a considerare salutari i conflitti, quelli non cruenti naturalmente, perché una società senza conflitti è morta, è una palude senza vento. La democrazia si alimenta di conflitti sociali. E oggi il conflitto è ambiguo: questo significa che chi è affezionato alla democrazia non può né liquidarli né demonizzarli. Certo, sono politicamente molto difficili da gestire perché non hanno una natura costituente, ma destabilizzante nei confronti del potere. E il potere francese, Macron, merita di essere esserlo.

C’è molta differenza tra l’espressione del dissenso in Italia e Oltralpe. Si dice che i francesi sanno fare le rivoluzioni e noi no, ma contemporaneamente loro non molto tempo fa hanno votato un Manchiurian candidate e qui invece hanno vinto le forze anti-sistema.

Il voto a Macron ha due forti connotazioni: da una parte l’esprit republicain che ha impedito a molti di votare Marine Le Pen, e dall’altra parte il messaggio di discontinuità con il passato lanciato da Macron che ha generato un’illusione di cambiamento. Un sogno che per la maggior parte dei francesi è svanito: sono rimasti a sostenerlo i ceti affluenti, Macron è davvero les président des riches. Un monarca con la puzza sotto al naso rispetto al suo popolo.

Cosa pensa dell’Internazionale della democrazia diretta, evocata da Di Maio?

Mi pare una boiata pazzesca, come direbbe Villaggio. La strategia europea di Di Maio mi sembra difficilmente praticabile. Questi movimenti di protesta dal basso non sono facilmente articolabili su scala politica. Lasciando da parte i finlandesi di Liike Nyt, che sono davvero altra cosa, i croati e i polacchi che Di Maio vorrebbe riunire in un ipotetico eurogruppo sono, e qui scomodiamo invece Cochi e Renato, tacchi dadi e datteri. I polacchi sono una formazione conservatrice con un programma di estrema destra. I croati di Zivi zid sono un gruppo che ha come programma politico la difesa degli ultimi e come obiettivo impedire gli sfratti. Non si capisce cosa c’entri con i polacchi o i finlandesi che sono un movimento iperliberista. Mi pare un’accozzaglia di forze che hanno come comune denominatore solo qualche riferimento movimentista.

Basilicata, niente urne a maggio: “Si deve votare prima”

Il Tar ha annullato la decisione di accorpare le elezioni regionali in Basilicata alle Europee di maggio. Il voto dovrà invece tenersi prima, forse a marzo. Comunque in tempi rapidi, come chiesto nel ricorso che è stato accolto ieri presentato dal candidato alla presidenza del M5S, Antonio Mattia. Predisposto da Mattia Crucioli e Arnaldo Lomuti, avvocati e anche senatori pentastellati che hanno avuto ragione a sostenere che la fissazione delle elezioni regionali il 26 maggio era stata illegittima per “evidente lesione dei principi di democraticità, sovranità popolare e buon andamento della pubblica amministrazione sanciti dalla Costituzione”. A luglio il governatore del Pd Marcello Pittella era stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta su nomine e concorsi truccati nella Sanità. Ma non si era dimesso: il consiglio regionale a maggioranza dem aveva così potuto terminare la legislatura alla scadenza naturale, il 17 novembre scorso. E, in regime di prorogatio, guadagnare addirittura altro tempo con la prospettiva di arrivare all’election day a maggio.

“Norma contro nuovi gruppi. È colpo di mano dei Socialisti”

“È un colpo di mano, e noi non rimarremo inerti. Se necessario, presenteremo ricorso alla Corte di Giustizia europea”. Fabio Massimo Castaldo è vicepresidente del Parlamento europeo ed europarlamentare del M5S. E al Fatto racconta di un emendamento al Regolamento parlamentare presentato due giorni fa dai Socialisti e democratici, il gruppo dei Progressisti in Europa, proprio per impedire la formazione di nuovi raggruppamenti. “Lo hanno depositato nell’ultimo momento utile prima della chiusura dei termini, evidentemente si vergognano anche loro”, accusa Castaldo.

Cosa è successo?

Due giorni fa, proprio poche ore dopo che noi 5Stelle abbiamo lanciato il nuovo nostro gruppo europeo, i Progressisti hanno depositato tramite Jo Leinen (socialdemocratico tedesco, ndr) alcuni emendamenti di modifica del regolamento parlamentare che vogliono delegare alla conferenza dei presidenti, ossia a 7-8 capigruppo, la possibilità di decidere sulla formazione di nuovi gruppi.

Ovvero?

I presidenti potrebbero decidere che, anche se il nuovo gruppo rispettasse i parametri previsti (almeno 25 eletti di almeno 7 Paesi diversi, ndr), non potrebbe comunque formarsi per mancata affinità tra i suoi membri. E ciò senza criteri predefiniti che possano stabilire questa affinità. Ma non solo. Potrebbero anche sciogliere un gruppo per “manifesta mancanza” di punti in comune tra i suoi membri. E senza passare dal voto dell’aula.

La capigruppo ha una sua rappresentatività politica.

Ripeto, sono 7-8 persone, e per di più la conferenza decide con voto ponderato, cioè il voto di ognuno ha un peso diverso in base alla quantità di eletti che rappresenta. Così Progressisti e Popolari potrebbero decidere in autonomia di bloccare la formazione di nuovi gruppi, danneggiando chi come noi non vuole piegarsi a vecchie logiche.

Si sono messi d’accordo per votare l’emendamento?

Circolano voci su contatti in atto. Di certo avevano provato già in ottobre a introdurre un emendamento in commissione Affari costituzionali, di cui faccio parte, per imporre un numero massimo di eletti per ciascun partito dentro i gruppi. Un’altra regola su misura per S&D e Popolari. Ma io protestai, anche perché era un tema che non doveva entrare nei lavori della commissione. E fermarono tutto.

Ora che succederà?

La settimana prossima il Parlamento dovrebbe votare il nuovo regolamento. Ma potrebbero rinviare tutto alla settimana successiva, proprio perché questo caso che sta scoppiando.

Intanto Luigi Di Maio ha annunciato l’imminente chiusura di accordi con partiti polacchi, croati e finlandesi. Ma ci sono già polemiche: i polacchi di Kukiz’15 sono di estrema destra, antiabortisti. Brutto, no?

Non sono di estrema destra, ma così li dipingono. Comunque abbiamo subito precisato di non essere d’accordo con loro su diritti civili e aborto. Ma ci sono tante altre cose che condividiamo, a partire dalla democrazia diretta, il primo punto del nostro manifesto per l’Europa. E altri pilastri saranno la lotta alla corruzione e il taglio degli sprechi.

Con quali e quanti altri gruppi trattate?

Dopo l’annuncio di Luigi tanti partiti hanno manifestato interesse. Ma con alcuni parliamo da tempo.

E i Verdi? Tutto chiuso?

Il nostro progetto è diverso. Vogliamo creare qualcosa di nuovo nel Parlamento europeo. Con loro abbiamo lavorato su temi importanti, ma restano differenze.

Per esempio diversamente da Matteo Salvini?

Io parlo in generale. Poi, certo, vedo differenze importanti tra i partiti sovranisti. Per esempio i polacchi del Pis sono ostili a Vladimir Putin, mentre la Lega vuole togliere le sanzioni alla Russia. Comunque il contratto di governo con il Carroccio funziona.

Anche dentro il vostro gruppo ci sono differenze.

Come ho detto, firmeremo tutti un manifesto di dieci punti. Condivisi.

Ires, si ricalibra l’aumento della tassa sulle non profit

Il volontariatoè salvo. ll Terzo settore è riuscito a far tornare il governo sui suoi passi dopo la decisione di inserire nella manovra di bilancio per il 2019 un aumento dell’Ires in seguito all’abolizione dell’agevolazione concessa al settore non profit che faceva raddoppiare la tassa dal 12 al 24%, poco meno di 120 milioni nel 2019 ed oltre 400 in tre anni. “Abbiamo trovate le coperture” e “il governo istituirà un regime fiscale agevolato transitorio e si è impegnato a intervenire per ricalibrare la tassazione Ires” hanno comunicato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il segretario al Lavoro Claudio Durigon che ieri mattina a palazzo Chigi hanno incontrato gli esponenti del Forum del Terzo settore Emergency, Cottolengo, Comunità di Sant’Edigio e Caritas italiana. Ora ci si attende “un rapido completamento dei provvedimenti attuativi della riforma del Terzo settore, in primis la definizione di attività secondarie e strumentali, le linee guida per la raccolta fondi e per il bilancio sociale e le circolari sugli obblighi di pubblicità relativa ai contributi pubblici”, ha dichiarato la portavoce del Forum Claudia Fiaschi.

Autostrade, “tutor illegali”. Ora ne funzionano solo 31

Il Tutor era il fiore all’occhiello di Autostrade per l’Italia. Piazzato sugli oltre 3 mila chilometri gestiti dalla società concessionaria controllata dai Benetton è stato magnificato per anni come esempio di buona gestione. In mille occasioni è stato detto che controllando la velocità ha salvato decine e decine di vite umane abbassando la media degli incidenti. Di più: Autostrade per l’Italia ha pure lasciato credere che con la sua introduzione a tappeto i Benetton hanno dimostrato di non pensare solo agli incassi al casello, ma hanno investito bene e molto, anche in innovazione tecnologica a vantaggio degli automobilisti. Peccato, però, che il Tutor non sia di Autostrade per l’Italia e sia stato usato per anni in una forma che i giudici hanno considerato illegittima. Non con una, ma con due sentenze dai contenuti simili, riguardanti soggetti diversi, intervenute a distanza di 8 mesi l’una dall’altra dopo anni di scaramucce in tribunale. La prima sentenza è di aprile dell’anno passato, la seconda di alcuni giorni fa.

È tanto vero che il Tutor è stato usato impropriamente che la stessa società Autostrade ha dovuto prenderne atto cambiando registro: ha dovuto spegnerlo ad aprile del 2018 in ossequio alla sentenza definitiva (terzo grado) con la quale i giudici stabilivano che il brevetto del Tutor era di un altro soggetto, la Craft, un’aziendina di Greve in Chianti il cui titolare, Romolo Donnini, aveva prima avuto la brillante idea di inventare un congegno per controllare la velocità media e poi l’accortezza di brevettarlo nel lontano 1999. Al posto del vecchio Tutor, cioè del Sicve (Sistema informativo per il controllo della velocità), a luglio 2017 Autostrade ha adottato una nuova versione. Oggi la Polizia stradale conta appena 31 punti attivati in 290 chilometri di autostrade Benetton e di altri gestori; prima invece i punti erano 770 e praticamente coprivano buona parte dell’intera rete di 6 mila chilometri. Il nuovo modello si chiama Sicve-Pm, dove Pm sta per Plate Matching e le differenze rispetto a prima sono minime: mentre il Sicve rivela la targa, il nuovo sistema offre l’immagine intera dell’auto. E chissà se il cambiamento sarà sufficiente a tacitare le contestazioni.

La sentenza di inizio 2019 è di primo grado ed è stata emessa dal Tribunale delle imprese di Roma. Essa riguarda il software sviluppato per conto di Autostrade da una società esterna allo scopo di poter far funzionare al meglio il brevetto nel contesto della rete autostradale. In questo caso coinvolta è una società di Latina di proprietà di Alessandro Patanè. All’inizio della storia, metà del primo decennio del Duemila, Patanè aveva collaborato d’amore e d’accordo con Autostrade senza sapere che il sistema su cui era stato chiamato a lavorare in realtà non era della società dei Benetton, ma di Donnini. Strada facendo i due, Donnini e Patanè, hanno fatto fronte comune per difendersi da quelle che consideravano le azioni scorrette di Autostrade. Patanè oggi si ritiene il detentore della proprietà intellettuale del software e licenziatario del brevetto dell’amico Donnini.

Con i giudici Patanè ha sostenuto che la società Autostrade “tramite un patto leonino ed azioni scorrette ed illecite si è appropriata del know how ed ancora in maniera illegittima ha trasferito il tutto alla società Autostrade Tech spa”. Detto con altre parole, in pratica Patanè non è stato pagato e si ritiene vittima di un furto da parte della società dei Benetton. Un furto il cui valore lo stesso Patanè ha quantificato e esposto in una fattura di 373 milioni di euro, 204 milioni per il valore della licenza, 102 come penale per la mancata regolarizzazione della faccenda prima della sentenza definitiva a favore del collega Donnini e il resto tasse. Patanè ha spedito la fattura indirizzandola non ad Autostrade per l’Italia di cui teme l’insolvenza dopo il crollo del ponte Morandi di Genova e l’eventuale revoca della concessione minacciata dal governo, ma ad Atlantia, cioè la società capogruppo del sistema delle imprese Benetton.

Dieselgate, stangata per Fca

Per rispondere all’accusa di aver falsificato i test sulle emissioni delle auto a diesel, mossa negli Stati Uniti, Fiat Chrysler se la caverà pagando 800 milioni di dollari. È una cifra che potrebbe sembrare molto alta, ma diventa ben più contenuta se confrontata con i 25 miliardi di dollari che per la stessa vicenda ha dovuto sborsare oltreoceano la tedesca Volkswagen, anche se i due casi non sono paragonabili per dimensioni.

Ieri l’Agenzia americana per la protezione ambientale (Epa) ha confermato le voci che si rincorrevano nei giorni scorsi: Fca ha raggiunto un accordo con le autorità statunitensi. Anche se la casa automobilistica ha accettato di tirare fuori i soldi per il risarcimento, l’intesa firmata non è assimilabile a un patteggiamento con ammissione di colpa. Anzi, sempre ieri i vertici di Fca hanno continuato a proclamare la propria innocenza. L’inchiesta è partita a maggio del 2017, quando il Dipartimento di Giustizia ha accusato l’azienda di aver utilizzato in modo fraudolento un software per taroccare i risultati delle emissioni. È stato il momento in cui il gigantesco scandalo “Dieselgate” ha travolto anche Fiat Chrysler. Quest’ultima, però, a differenza della concorrente Volkswagen che ha fatto mea culpa, si è difesa sostenendo che quel software non serviva a truffare i controlli e in generale di “non aver adottato alcun disegno deliberatamente diretto a installare impianti di manipolazione per aggirare i test”. Allora perché alla fine ha comunque sottoscritto l’accordo per pagare i danni? “Questa vicenda – ha detto Mark Cernoby, manager di Fca con delega alla sicurezza e alla conformità normativa per il Nord America – ha creato incertezza tra i nostri clienti. Agendo in questo modo, manterremo la loro fiducia nei nostri confronti”. Non sono dello stesso avviso i vertici dell’Epa, secondo i quali “Fca ha ingannato gli acquirenti e il governo”. “L’accordo – hanno aggiunto – manda un chiaro segnale ai produttori: l’amministrazione Trump farà rispettare con forza le leggi per la protezione dell’ambiente e della salute”.

Alle autorità statunitensi Fca dovrà quindi versare metà dell’intera somma dovuta: poco più di 300 milioni sotto forma di sanzione civile andranno alla stessa Epa, oltre che al Dipartimento di Giustizia e al California Air Resources Board per far fronte alle contestazioni in materia ambientale. Un altro centinaio di milioni andrà invece alle corti della California e di altri stati per le pretese relative alla tutela dei consumatori. Poi ci sono i risarcimenti da versare direttamente ai proprietari delle automobili. Ognuno di loro riceverà tra i 2.500 e i 2.800 dollari. Si tratta di un obolo che non avrà grandi impatti sui conti di Fca, che sapendo a che cosa poteva andare incontro aveva accantonato una cifra simile già nel terzo trimestre del 2018. La casa automobilistica ha anche annunciato di essere pronta ad avviare una campagna di richiamo che coinvolgerà circa 100 mila veicoli per l’aggiornamento del software.