Pieno asta Bot: in calo gli interessi. Banche fanno incetta di titoli

Il Tesoro ieri ha fatto il pieno nella prima asta di titoli pubblici del 2019. L’offerta di 7 miliardi di Bot annuali è andata esaurita, con un calo di 9 punti base dei tassi di interesse (a 0,28%) rispetto a dicembre, nel pieno delle trattative con l’Ue sulla manovra. Un buon segnale in vista dell’asta da 6,5 miliardi di Btp di oggi, anche se lo spread è rimasto stabile a 264 punti base. Nei mesi scorsi le banche italiane sono tornate in prima linea nel comprare il debito pubblico, facendo da argine allo spread mentre gli investitori esteri scaricavano Btp e la Bce riduceva gli acquisti del Qe. La conferma del trend arriva dai dati della Banca d’Italia e della Bce. I primi raccontano che i Btp in pancia al sistema bancario hanno raggiunto i 379 miliardi a novembre, quasi sei in più rispetto al mese precedente. È un livello che non si toccava dall’aprile 2017. Va detto che il dato risente dell’aumento in valore di quei bond. Secondo i dati Bce sulle transazioni, a novembre si è arrivati a 2,6 miliardi e 5,1 miliardi di deflussi da parte degli investitori esteri. Ma in un anno (da novembre 2017 a novembre 2018) Bot e Btp in pancia alle banche sono aumentati di oltre l’11%.

Slittano Quota 100 e reddito: andranno nel Cdm del 18

Non è ancora pronto per l’approvazione il decreto che contiene i due provvedimenti chiave del governo, reddito di cittadinanza e quota 100. Così l’appuntamento di ieri in Consiglio dei ministri è stato rimandato alla prossima settimana, probabilmente venerdì. A rallentare la corsa del provvedimento c’è l’esame della Ragioneria generale dello Stato, che sta prendendo più tempo del previsto. Ma i motivi sono anche politici, come l’altolà della Lega sui fondi ai disabili. “I soldi per gli invalidi ci sono, l’ho detto anche a Salvini – è la rassicurazione di Luigi Di Maio – i 260mila invalidi avranno accesso al programma del reddito di cittadinanza senza doversi riqualificare per il lavoro e avranno una pensione a 780 euro da soli, mentre se stanno in un nucleo familiare il nucleo avrà 1300 euro”. I soldi arriveranno dai 400 milioni risparmiati riducendo la platea degli stranieri che potranno beneficiarne (con i limite dei 10 anni di residenza, di cui ultimi 2 continuativi). Nel frattempo si cerca anche una soluzione al nodo del Tfr degli statali che, secondo la bozza di decreto, andrebbe trattenuto fino al raggiungimento dei requisiti per il pensionamento.

Pop Vicenza, a Zonin si potrà contestare la bancarotta. Ma si rischia un’altra beffa

I 118 mila azionisti vittime del crac della Popolare di Vicenza (BpVi), oltre al danno da 6 miliardi, e i bondisti subordinati che hanno perso altri 200 milioni, rischiano una nuova beffa. Il Tribunale di Vicenza ha sì dichiarato l’insolvenza dell’ex Popolare presieduta per 19 anni da Gianni Zonin (dimessosi il 23 novembre 2015: attenzione alle date) e finita in liquidazione il 25 giugno 2017, ma nelle 159 pagine della consulenza sui conti dell’istituto affidata a Bruno Inzitari appaiono passaggi che potrebbero demolire l’ipotesi di bancarotta.

Inzitari scrive che al 25 giugno 2017 “BpVi si trovava già in una condizione di deficit di liquidità endogena, attuale e prospettica, irreversibile” perché aveva “perso le necessarie condizioni di liquidità e di credito per l’esercizio dell’attività” anche per violazioni dei requisiti patrimoniali di vigilanza e assenza di piani sufficienti a evitare il ricorso a fondi pubblici. Il “buco” a quella data, secondo le stime del perito, era di 3,7 miliardi. Secondo Inzitari, già a dicembre 2016 i conti erano irrecuperabili al punto da rendere necessaria la richiesta dei garanzia statale sui bond.

La perizia sostiene che i 2 miliardi di patrimonio netto di fine giugno 2017 si sono azzerati valutando gli asset in ottica liquidatoria e che, anche escludendo il debito del contributo di 2,4 miliardi girato dallo Stato a Intesa Sanpaolo, il “rosso” resta di 1,2 miliardi.

Al procuratore capo di Vicenza Antonino Cappelleri, che dichiara “valuteremo se e come procedere per i reati fallimentari”, i legali di Gianni Zonin, che avevano chiesto un supplemento di perizia, rispondo preannunciando ricorso in appello. Stessa situazione in cui a Treviso si trova Veneto Banca di Giovanni Consoli: l’insolvenza dichiarata a giugno è al vaglio della Corte d’appello.

Lo stato d’insolvenza di BpVi era stato chiesto a marzo 2018 dai pm titolari dell’inchiesta penale sul crac, Luigi Salvadori e Gianni Pipeschi. Per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza sono a processo, insieme a Zonin, l’ex dg Samuele Sorato, l’ex consigliere Giuseppe Zigliotto, l’ex responsabile finanza Andrea Piazzetta e l’ex dirigente contabile Massimiliano Pellegrini. I reati fallimentari, che hanno tempi di prescrizione più lunga, potrebbero essere contestati non solo agli ex vertici ma a chiunque abbia partecipato al dolo. Forse anche ai 630 “fortunati” che tra settembre del 2014 e febbraio del 2015 rivendettero alla banca un milione di azioni, l’1% del capitale, al valore massimo di 62,5 euro l’una per un totale di 62,5 milioni di euro: eventuali indagini per bancarotta preferenziale dovrebbero dimostrare che sapevano che quelle vendite contribuivano al dissesto dell’istituto. Una probatio quasi diabolica.

A pagina 125 della perizia, Inzitari scrive però che “il patrimonio netto contabile di BpVi, così come risulta dalla situazione patrimoniale al 25 giugno 2017, redatta secondo ‘criteri di continuità’, risultava essere positivo per 2.005 milioni. Venuto meno il presupposto della continuità aziendale, il patrimonio netto di BpVi è stato rettificato ‘secondo criteri di liquidazione’ e ‘senza tener conto degli effetti”’ del decreto del 25 giugno 2017, quando la parte in bonis della Vicenza fu “venduta” per 1 euro a Intesa e il resto andò in liquidazione coatta.

Con criteri liquidatori la banca era dunque da considerare insolvente molto prima del giugno 2017, ma il consulente pare sostenere che prima di allora va utilizzato il criterio della continuità. Dunque in sede penale, almeno per reati di ritardata emersione della crisi, fino al 23 giugno 2017 gli ex amministratori potrebbero difendersi sostenendo che il patrimonio netto era comunque positivo, schivando ipotesi di reati fallimentari come la bancarotta e utilizzando a propria difesa proprio la consulenza adottata dai magistrati in sede civile.

L’altro fronte è a Bari tra problemi legali e bisogno di capitale

Il governo da qualche tempo è, in opere e telefonate informali, attento a quel che succede a Genova in materia di banche, ma forse dovrebbe dare un’occhiata anche alla Puglia. Tra due settimane è infatti convocato il consiglio di amministrazione di Popolare di Bari, la maggiore banca autonoma del Mezzogiorno (350 filiali e oltre tremila dipendenti), che dovrà approvare il nuovo piano strategico triennale con la trasformazione da cooperativa in società per azioni e l’attesa ripatrimonializzazione.

Entrambe operazioni assai delicate: la prima – finora bloccata dalle dispute giuridiche sulla riforma Renzi del 2015 (ora manca solo la Corte europea, chiamata in causa dal Consiglio di Stato, attesa in primavera) – deve affrontare il complesso nodo del diritto di recesso dei soci, che potrebbe costare parecchi, troppi, soldi all’istituto; la seconda – giusta un’indiscrezione del Messaggero – sarebbe invece costituita da un aumento di capitale da 300 milioni e da emissioni di bond subordinati da 200 milioni, mentre fonti vicine al dossier confermano invece le cifre già circolate nei mesi scorsi (300 milioni in totale).

Al vertice della banca è appena tornato Vincenzo De Bustis, che la guidò tra il 2011 e il 2015, gli anni nei quali Popolare di Bari si caricò – caldamente invitata da Banca d’Italia – la disastrata Tercas, la cassa di Teramo e Pescara, che ne ha assai appesantito i conti. La stessa Bankitalia che, anni dopo, si è bizzarramente risvegliata insieme a Consob cominciando a individuare qui e lì irregolarità e comminando multe ai dirigenti. De Bustis torna a Bari per volere del presidente Marco Jacobini, figlio del fondatore Luigi, la cui famiglia domina l’istituto da sempre: proprio il ruolo futuro degli Jacobini è uno dei nodi da sciogliere, visto che in Puglia non mancano imprenditori liquidi – si fanno i nomi di Casillo, Albanese e altri – che certo però non metteranno soldi nella banca per lasciar decidere qualcun altro. Alla fine andrà comunque trovato anche un altro istituto – sondati alcuni di peso medio – per una fusione che stabilizzi l’istituto.

Nero, molto nero, è comunque il destino dei 69mila e dispari soci dell’istituto. Come ha scritto Nicola Borzi sul Fatto a ottobre, “a questi risparmiatori negli anni la banca ha piazzato 160,36 milioni di azioni non quotate e illiquide. Titoli che valevano sino a 9,53 euro ma che oggi sono scambiati sul circuito telematico Hi-Mtf a 2,38 euro, con un tracollo del 75%”. L’aumento che si prospetta, superiore all’attuale capitalizzazione teorica della banca, spingerà il prezzo, e di parecchio, ancora più in basso: sarà insomma un bagno di sangue per i piccoli soci.

La situazione di Popolare di Bari, vista anche la politica di dismissione forzata dei crediti deteriorati a bilancio imposta dalla vigilanza europea e italiana, non è d’altra parte semplice. Il 2017 si è chiuso sì con un lievissimo utile post-tasse, ma nella semestrale 2018 (ultimo documento utile) il rapporto costi-ricavi è attorno all’84% (contro una media del 65) e i coefficienti di vigilanza come Cet1 e Total capital ratio sono entrambi in calo (dal 10,19 al 9,15% il primo, dal 12,75 all’11,38% il secondo), anche per via dell’applicazione dei nuovi criteri contabili internazionali.

Il problema vero, però, è che continua ad aumentare la percentuale dei crediti deteriorati (i famigerati Npl, non performing loan) sul totale degli impieghi: quelli netti, cioè tolte le perdite già coperte a bilancio, sono il 18,6% del totale dei prestiti – erano il 17,7% a fine 2017 e il 17,1 un anno prima – un rapporto superiore al 16% della commissariata Carige (Intesa, per capirci, è al 6).

In soldi questi crediti marci – prestiti che la banca dispera cioè di recuperare in tutto o in parte – sono due miliardi e mezzo di euro che, al netto delle perdite già coperte, diventano 1,533 miliardi. Per portare il rapporto Npl-impieghi sotto il 10% lo stock va almeno dimezzato. La seccatura è che tutti stanno vendendo – o meglio svendendo – i loro crediti deteriorati e i prezzi sono assai bassi: se applicassimo a Popolare di Bari il calcolo fatto ieri per Carige, la dismissione di 750 milioni di crediti deteriorati netti, generosamente valutati al 30% del loro valore nominale, comporterebbe perdite per circa 500 milioni. Il patrimonio netto, che la semestrale 2018 quantifica in circa 800 milioni, verrebbe eroso in maniera significativa, motivo per cui sarà necessario l’apporto di nuovo capitale. E qui si ritorna alla domanda di partenza: chi, in quali condizioni e con che prospettive ci metterà i soldi, visto che sulle vecchie vicende di Popolare di Bari è pure in corso un’inchiesta della Procura?

Resta giusto da ricordare che, senza la fretta imposta dalle autorità di regolazione e vigilanza, una gestione “paziente” degli Npl consentirebbe di limitare al minimo le perdite: i guadagni a due cifre dei fondi specializzati che li comprano a prezzi di saldo stanno lì a dimostrarlo.

Cemento e hotel: i prestiti allegri che pesano su Carige

Un’azione di responsabilità da 138 milioni ai danni di Giovanni Berneschi e Ferdinando Menconi condannati in appello nell’inchiesta sulla truffa al ramo assicurativo di Carige. La richiesta è stata formulata dall’istituto di credito genovese e comprende anche il danno alla reputazione della banca.

Chissà se qualcosa rientrerà nelle casse.

“Chiederemo e pubblicheremo l’elenco dei debitori di Carige”, dice da giorni il vice premier Luigi Di Maio. Forse non sa che la lista è nota da anni. Per l’esattezza dal 2013, quando fu reso noto il rapporto ispettivo di Bankitalia che puntava il dito sui finanziamenti facili dell’istituto. Un’emorragia di denaro che finì nelle casse di tanti nomi noti dell’imprenditoria ligure. Magari quelli che applaudivano Berneschi alle assemblee di Carige. Industriali che talvolta sedevano negli stessi cda delle banche del gruppo o ne erano azionisti.

Le 27 paginedel rapporto di Bankitalia si concludevano con i nomi di amministratori e dirigenti del gruppo. Tra questi, oltre a Berneschi, figurano Alessandro Scajola (fratello dell’ex ministro Claudio), Luca Bonsignore (figlio del politico Vito, centrodestra), Guido Alpa (mentore di Giuseppe Conte). Bankitalia all’epoca puntò la lente su 998 milioni, si parlò di ‘finanziamenti facili’. Questi e altri crediti di Carige sono poi finiti l’anno scorso in un dossier chiamato ‘Isabella’ (studiato da Kpmg e dallo studio Bonelli Erede). Un pacchetto di 1,4 miliardi di crediti relativi a 85 posizioni. Alcune sono state chiuse, altre sono state rinegoziate. Molte attendono di essere definite o cedute.

È di pochi giorni fa, il 21 dicembre, la notizia della rinegoziazione del credito forse più pesante di Carige, quello con il gruppo degli armatori Messina: 450 milioni che, secondo gli accordi, torneranno alla banca entro il 2032.

Ci sono poi i 250 milioni che sono finiti in pancia al progetto Erzelli, il polo tecnologico alle spalle di Genova. Un’operazione sostenuta dal centrosinistra, ma ancora in alto mare. Oggi all’investimento privato si stanno aggiungendo centinaia di milioni pubblici (dai 200 ai 300). Gli ispettori Bankitalia stigmatizzarono che il presidente del collegio sindacale Carige in quegli anni ricoprisse lo stesso ruolo in società che guidavano il progetto Erzelli. Uno dei tanti incroci sorprendenti che si trovano in quei finanziamenti. Le società della famiglia Orsero, industriali della frutta del Ponente ligure, furono destinatarie di 90 milioni (il finanziamento è stato rinegoziato): dal fido è partita un’inchiesta chiusa con 16 indagati. Raffaella Orsero ha seduto nel cda di Carisa, la Cassa di Risparmio di Savona controllata da Carige. Le società degli Orsero, ricordano le cronache, hanno finanziato la campagna di Matteo Renzi per diventare segretario del Partito Democratico (si parlò di 20mila euro).

C’è poi il progetto Marina Aeroporto (dove figurava l’industriale Giuseppe Rasero, considerato vicino a Romano Prodi, e presente anche in Erzelli) che fu destinatario di altri 90 milioni. Si tratta del nuovo porto per 500 imbarcazioni anche extra-lusso che è sorto proprio accanto alla pista dell’aeroporto di Genova.

Porti e porticcioli – la grande passione del centrosinistra ligure dello scorso decennio – hanno dissanguato le casse Carige. Le società di Francesco Bellavista Caltagirone (impegnato nella realizzazione dei moli di Imperia, ancora in parte vuoti) secondo Bankitalia erano debitrici di 68,7 milioni. Tra gli imprenditori finanziati anche la sua compagna di allora, Beatrice Cozzi Parodi, soprannominata all’epoca ‘nostra signora dei porticcioli’.

Ecco poi la società Villa Gavotti finanziata da Carige con 91 milioni e dichiarata fallita nel 2014.

Altri 74,6 milioni finirono al gruppo Cavallini e 20 alla Soglia Hotel Group che fino al 2008 era stata amministrata dall’ex onorevole Pdl Gerardo Soglia e che nel 2012 è fallita.

Sono tanti i finanziamenti che saranno difficili da recuperare. Come quello alle società di Andrea Nucera (66,2 milioni) oggi latitante a Dubai. Lui in passato era difeso da un ex onorevole di centrodestra, Enrico Nan, e la moglie da un deputato del Pd (Franco Vazio, nell’ultima legislatura in commissione banche), entrambi hanno seduto nel cda Carisa.

Tra i non molti che hanno chiuso le pendenze con Carige ci sono le società del patron del Genoa, Enrico Preziosi (erano debitrici con Carige di 81 milioni).

Tra i finanziamenti di Carige Bankitalia cita anche quello alla Pietro Isnardi Alimentari spa. Pietro Isnardi, consuocero di Alessandro Scajola, era nella fondazione Carige oltre che nella Porto di Imperia spa.

E nell’ufficio finanziamenti Carige qualcuno parla ancora di quel prestito da 25 milioni che, nel 2009, fu concesso alla neonata società Punta dell’Olmo. Doveva trasformare vecchie colonie in case da sogno tra Varazze e Celle. Tra i soci a quel tempo la Curia di Savona e il gruppo che fa capo ad Aldo Spinelli, terminalista genovese prima vicino a Claudio Burlando, oggi a Giovanni Toti, e socio di Carige. Dai partiti alla Chiesa, tutto si teneva nella vecchia Carige.

Affondo dell’Anm: “La legittima difesa legalizza l’omicidio”

L’Anm è radicalmente contro la legge sulla legittima difesa che incentiva la pistola facile. Secondo il presidente dell’associazione dei magistrati Francesco Minisci legittima l’omicidio ed è in parte incostituzionale. Lo ha detto ieri in Commissione Giustizia della Camera: “Senza il principio di proporzionalità si legittimerebbero anche i reati più gravi, come l’omicidio”. Minisci mette in rilievo come non ci sia bisogno di modifiche: “La tutela rafforzata all’interno di casa propria o nel proprio negozio ce l’abbiamo già dal 2006, quando è stata introdotta la presunzione di proporzione”. Spiega come non ci sia alcuna emergenza di sicurezza o di colpevolizzazione degli aggrediti: “Nella maggioranza dei pochi casi di cui ci occupiamo, quasi il 100%, noi pm chiediamo l’archiviazione e il gip archivia. In questi casi non c’è alcun processo” ma è fondamentale il vaglio del giudice: “Evita automatismi. Non può bastare la parola dell’aggredito per escludere un procedimento penale”. E a chi parla di una legge che ricalca lo schema francese chiarisce: “In Francia si può sparare ma non uccidere” e l’Italia, invece, è già oltre con la legge attuale.

Inter-Napoli: “Azione decisa al ‘Baretto’ e in chat”

Quella di Santo Stefano è stata “un’azione in stile militare”. Così la definisce il giudice milanese Guido Salvini. Messaggi in chat, armi pronte sul posto, autisti per trasportare i 120 ultrà interisti sul luogo dell’agguato, staffette per agganciare i napoletani già in autostrada. Per comprendere quando e perché il piano è stato messo a punto da alcuni capi della curva interista bisogna partire da due date precise. Elementi inediti che ci vengono spiegati da una fonte interna al mondo ultrà milanese che la sera del 26 dicembre era fuori dallo stadio e poi in curva Nord.

La prima data è quella del 20 dicembre scorso, ovvero una settimana prima degli scontri. Siamo nella zona dello stadio Meazza davanti al Baretto, storico ritrovo degli ultrà nerazzurri. È un giovedì. All’interno del locale ci sono circa dodici persone, tra capi e sottocapi dei vari gruppi. Sono chiusi dentro. Discutono, preparano la trasferta di Chievo del 23 dicembre, dopodiché s’inizia a parlare di Inter-Napoli. “In quell’occasione – spiega la fonte – si è parlato dei van che gli ultrà della curva A del Napoli avrebbero usato per arrivare a Milano. Hanno spiegato che sarebbero arrivati in ordine sparso”. Si fa un accenno chiaro agli scontri e alla modalità con cui dovranno svolgersi. A quel punto, i capi escono all’esterno. “Le informazioni sul 26 vengono date a un gruppo di circa una ventina di persone”. Sono le modalità a compartimenti stagni già spiegate alla Procura da Luca Da Ros, membro dei Boys oggi ai domiciliari. Il racconto mette un tassello fondamentale in questa storia: l’agguato ai 150 ultrà napoletani fu programmato, almeno nella suo fase finale, una settimana prima davanti al Baretto, la cui proprietà non è minimamente coinvolta. Il giorno di Natale, poi, il questore invia un ordine di servizio interno per la disposizione della sicurezza. Il match è a rischio. La partita è tale in virtù dei precedenti tra le due tifoserie. Nel documento se ne citano due del 2015 e del 2016. Episodi non aggiornati. Ciò che infatti ha scatenato la voglia di vendetta da parte degli interisti è un’altra data. Per capire bisogna tornare al 21 ottobre 2017. Girone di andata dello scorso campionato. Si gioca Napoli-Inter. “Quella sera – ci viene spiegato – i napoletani sono entrati nel nostro settore armati di spranghe e bastoni, un’infamata” e per questo “toccava a loro”. Quella fu la scintilla. Nelle settimane che precedono il 26 alcuni referenti dei vari gruppi della Nord si sono scambiati messaggi “anche in codice” su una chat di WahtsApp. Quella chat, bollente prima di Santo Stefano, la mattina del 27 è diventata stranamente muta. Il dato rappresenta un elemento nuovo. Non solo, il 26 pomeriggio un’auto con a bordo ultrà interisti intercetta i van dei napoletani già al casello di Melegnano. Da qui scatta la prima telefonata. Una seconda arriverà pochi minuti prima degli scontri quando uno scooter di grossa cilindrata con a bordo due persone vede i napoletani in via Novara. Spostiamoci ora in curva. Chi ci sta si accorge che molti volti noti non ci sono. Nessuna certezza che siano agli scontri, ma che manchi qualcuno degli Irriducibili o coloro che vendono la fanzine, è strano. Molti dei diffidati che ogni domenica sono comunque in curva, non si vedono. Qualcuno era al Cartoons Pub, base del blitz. Spiega Luca Da Ros nel suo secondo verbale: “I capi stavano nello stanzino, solo loro potevano entrare”. Qui si mettono a punto gli ultimi dettagli. Poi si scende e si urla: andiamo!

Far west Magliana: un’esecuzione davanti all’asilo

Aveva finito di scontare due anni di carcere appena il 6 gennaio. E ieri, Andrea Gioacchino, pregiudicato di 34 anni, è stato ucciso brutalmente al quarto giorno di libertà. Del suo assassino non ci sono tracce, fuggito per le vie dei quartieri di Roma sud, agevolato dall’assenza di telecamere nella zona. Nessuna pista dunque per gli inquirenti. La vittima tuttavia aveva numerosi precedenti per usura, estorsione, droga e detenzione di armi. L’agguato poco dopo le 9 in via Castiglioni Fibocchi, nel quartiere Magliana, davanti all’asilo comunale “Mais e Girasoli” dove l’uomo aveva appena lasciato i due figli di 3 e 5 anni. Raggiunto da 4 colpi di arma da fuoco, uno alla base del cranio, è deceduto intorno alle 20 di ieri sera all’Ospedale San Camillo-Forlanini, dopo una difficile operazione.

Il suo nome, insieme a quelli del fratello Sergio e del padre Fabio, era finito in un filone dell’indagine che nel 2014 portò all’arresto di Tamara Pisnoli (poi scarcerata), ex moglie del calciatore della Roma Daniele De Rossi, nell’ambito del rapimento e delle sevizie subìte dall’imprenditore Antonello Ieffi. Gioacchini patteggiò 8 mesi di carcere per usura ed estorsione, divenuti 2 anni per il cumulo con un’altra pena inflittagli nel 2011. “Sergio e Andrea – scriveva il gip nell’ordinanza d’arresto del 2014 – hanno dimostrato una collaudata esperienza nel settore del prestito a usura e delle connesse attività illecite di riscossione del danaro prestato”.

“Il carcere lo aveva cambiato, voleva diventare una persona diversa”, ha detto un amico. Pochi giorni dopo la libertà, però, un sicario a volto coperto e a bordo di uno scooter di alta cilindrata ha atteso che Andrea e la compagna Alida risalissero in macchina all’uscita dell’asilo. quindi si è accostato alla Toyota Yaris verde e ha sparato dal lato del conducente, colpendo Gioacchini alla testa, alla spalla, al torace e al braccio e ferendo di striscio anche la donna ucraina seduta di fianco. Quindi si è volatilizzato, fra il terrore dei presenti, alcuni dei quali ascoltati dal capo della Squadra mobile, Luigi Silipo. Le vittime sono state subito state portate in ospedale: Alida è stata e dimessa poco dopo, mentre Andrea non ce l’ha fatta.

Dopo aver passato qualche ora a scuola, i suoi figli sono stati affidati a un vicino di casa. Il pm Marcello Cascini, che indaga per omicidio, ha invece dato ordine di scandagliare nella vita criminale dell’uomo alla caccia di un movente. Eseguita anche una perquisizione a casa della coppia, mentre le indagini puntano agli ambienti della malavita dell’area portuense. Un elicottero della Polizia ha anche perlustrato la zona a caccia di un uomo in fuga, senza successo. L’assenza di telecamere sul luogo non aiuta le ricerche, mentre l’identikit fornito dai pochi testimoni ha regalato finora particolari generici e contraddittori. Si battono dunque tutte le piste investigative: dal regolamento di conti a un giro di usura.

“Pensavamo si trattasse di petardi”, hanno spiegato, stupiti, diversi residenti. Al momento della sparatoria, gli alunni dell’asilo erano già entrati tutti. Per non turbare i piccoli, le maestre non hanno avvertito subito i genitori. “Lo abbiamo saputo dai tg e dalla chat delle mamme, ma che modo è questo?”, si infuria qualcuno.

L’episodio ha scatenato la bagarre politica, con Virginia Raggi e il M5S romano che hanno attaccato Matteo Salvini. “Bando alle chiacchiere – ha detto la sindaca – Roma ha bisogno di più poliziotti come annunciato dal ministro. Quando arrivano?”. Il vicepremier, giunto sul posto intorno alle 17, ha replicato a modo suo, invitando la sindaca a “coprire le buche” e assicurando: “A Roma nel 2018 sono arrivati 55 poliziotti in più; entro febbraio ne arriveranno altro 75, entro fine anno altri 75 in più e siamo a 200 e con i soldi in manovra ne arriveranno almeno altri 50”.

Ma la polemica riguarda anche le telecamere: nei mesi scorsi Raggi aveva annunciato l’estensione della videosorveglianza nei luoghi sensibili – parchi, ville e, appunto, scuole – che tuttavia non ha avuto ancora seguito, almeno per quanto riguarda gli asili comunali.

Accusato di stupro negli Usa: “Ronaldo faccia il test del Dna”

Secondo il Wall Street Journal la polizia di Las Vegas avrebbe chiesto l’esame del Dna per Cristiano Ronaldo per confrontare il risultato del test con le tracce di Dna rinvenute sull’abito di Kathrin Mayorga che ha denunciato il fuoriclasse per un presunto stupro nel 2009. La richiesta sarebbe stata inviata in via ufficiale all’autorità giudiziaria italiana. Secondo il portale americano TMZ Ronaldo avrebbe già acconsentito di sottoporsi al test, ma avrebbe ancora completamente rifiutato e negato le accuse di stupro.

Nella stessa giornata il Sun ha riportato invece le dichiarazioni di un’altra donna, Jasmine Lennard che ha rivolto a Ronaldo altre accuse: “La gente non si immagina di cosa sia capace, se ne conoscesse solo la metà ne avrebbe orrore”. L’esplosione della vicenda Ronaldo-Mayorga risale a questo autunno, quando il settimanale tedesco Spiegel ha reso noti alcuni file di Football Leaks. Lo stupro risalirebbe al 2009 a Las Vegas, dove la Mayorga, allora venticinquenne, abitava e dove Ronaldo era in vacanza poco prima di trasferirsi al Real Madrid. Secondo il racconto della vittima la Mayorga, dopo una serie di avances e di rifiuti, sarebbe stata duramente stuprata.

Taverna (M5S), il Tribunale rigetta il ricorso della madre: “Abusiva, lasci l’appartamento”

L’anziana madre di Paola Taverna, vicepresidente del Senato e attivista della prima ora del Movimento 5 Stelle, dovrà lasciare la casa popolare nella borgata del Quarticciolo, a Roma, dove abita dal 1994. Mercoledì la sesta sezione del Tribunale Civile di Roma ha respinto il ricorso presentato dalla signora Graziella Bartolucci contro l’Ater di Roma – l’azienda regionale che si occupa di edilizia popolare – e il Campidoglio che avevano dichiarato decaduto il suo diritto a risiedere nell’abitazione. La sentenza condanna inoltre la donna anche al pagamento delle spese legali.

Nel 2014 l’Ater ha avviato una ispezione che si è conclusa a dicembre 2017 con un provvedimento che stabiliva la decadenza del titolo a risiedere nell’appartamento. Secondo gli ispettori dell’azienda infatti il reddito del nucleo familiare della anziana signora – con la figlia Paola risultata dalle verifiche intestataria di diverse proprietà immobiliari tra Roma e Olbia – sarebbe stato ritenuto non più idoneo alla permanenza in una casa popolare con affitto a canone calmierato. Per questo era stata disposta la decadenza dell’assegnazione dell’immobile. Una storia come tante altre nella giungla dell’edilizia popolare romana, caratterizzata da canoni bassi, subentri familiari e procedure di sfratto.

Dura la replica della senatrice, che non entra nel merito della vicenda e rivendica: ”Da parlamentare M5S, dopo aver restituito più di 200.000 euro, sono così pulita che non trovano nulla su cui attaccarmi se non sui miei affetti”. Poi annuncia: “Querelerò tutti coloro che hanno già diffuso o diffonderanno notizie false e diffamatorie su mia madre”.

In serata, l’avvocato dell’anziana signora ha scritto al Campidoglio comunicando la sua disponibilità a riconsegnare le chiavi dell’appartamento. Quindi Ater potrà procedere al decreto che chiede il rilascio dell’appartamento.