Una necropoli sotto il cemento del centro, ma il suo destinoè segnato: sarà riseppellita

Gli studenti delle scuole della città ogni mattina, così come alcuni turisti, vanno a visitare la necropoli venuta alla luce grazie agli scavi della condotta idrica tra novembre e dicembre. Si sa, sotto il cemento di Gela c’è un tesoro. Basta scavare pochi metri per far riemergere un sarcofago risalente al Quinto secolo avanti Cristo oppure, come accaduto in via Genova, un’intera necropoli greca. Una scoperta straordinaria che però durerà poco: a poco più di un mese dai primi ritrovamenti, la Sovrintendenza ha deciso di sotterrare tutto e installare al massimo dei totem che mostrino le foto dei reperti del sottosuolo. Troppo costoso, evidentemente, il restauro conservatico e la successiva esposizione. Ma c’è chi si ribella a questa scelta chiedendo alternative prima della nuova scomparsa di questo tesoro gelese: tra le voci spicca il professore Nuccio Mulè, vera e propria memoria storica della città, che ha inviato un dossier all’assessore regionale ai Beni culturali Sebastiano Tusa, definendo Gela la “Caporetto dell’archeologia mediterranea”.

Il 19 gennaio, al liceo classico “Eschilo”, sarà creato un comitato cittadino a difesa dei beni archeologici di Gela. Oltre alla necropoli di via Genova, a non essere valorizzati sono gli altri beni che avrebbero dovuto rilanciare il turismo gelese ma che oggi giacciono tra incuria e abbandono. Tra tutti l’acropoli greca, che ha come sfondo l’ex stabilimento petrolchimico della città, oggi abbandonato al degrado; poi il castello Svevo, anch’esso presente nel reportage del professore Mulè, restaurato negli anni novanta e poi abbandonato al suo destino. La città, insomma, si mobilità e spera di far cambiare idea all’amministrazione e alla soprintendenza. Ma il tempo non è molto. Il rischio è che questi siano davvero gli ultimi giorni disponibili per ammirare un pezzo del tesoro che il cemento di Gela nasconde.

L’accusatore di Renzi sr. rischia l’interdizione: “Ha corrotto un giudice con un weekend”

Alfredo Mazzei, uno dei testi chiave dell’indagine Consip, l’uomo che riferì di un incontro tra Alfredo Romeo e Tiziano Renzi in una trattoria romana per averlo appreso dall’immobiliarista napoletano, va interdetto per un anno dalla professione di commercialista e di consulente del Tribunale perché, tra le varie accuse, avrebbe corrotto il giudice ex presidente della sezione Fallimentare di Napoli Nord, Enrico Caria, con un weekend da 700 euro presso l’Hotel Weber Ambassador a Capri il 15 e 16 luglio 2017. Lo ha deciso l’undicesima sezione del Riesame di Roma accogliendo parzialmente un ricorso della procura capitolina, competente sui reati dei magistrati napoletani. Quando è il Riesame a stabilirle, dopo che il Gip non aveva accolto le richieste dei pm, le misure cautelari non sono immediatamente esecutive e si può ricorrere in Cassazione. L’indagine riguarda un presunto giro di favori e corruttele intorno al giudice di Napoli, Caria, oggi a Bologna – per il quale il Riesame ha disposto gli arresti domiciliari – e ai professionisti della sua cerchia amicale, che ne avrebbero beneficiato con incarichi in procedure fallimentari e concordatarie.

Tra questi ci sarebbe stato anche Mazzei, che per i pm avrebbe ottenuto la nomina di commissario giudiziale del concordato preventivo Cedisisa centro sud spa, in cambio di un paio di incarichi alla compagna del giudice, Daniela D’Orsi. Tra i quali una consulenza legale per la Sanseverino Energia srl, di cui Mazzei era amministratore delegato. Per celare le tracce D’Orsi avrebbe fatturato la parcella di 2.458 euro a un’altra società, la Graded spa. Mazzei, Caria e le rispettive signore sono stati insieme a Capri quel weekend di luglio. In un’intercettazione le signore mostrano di non sapere le ragioni dell’incontro (“Si devono vedere Enrico e Alfredo… non mi sono interessata”, dice la signora Mazzei). Pagò Mazzei con una carta di credito intestata a un suo collaboratore. Quattro giorni dopo c’era un’udienza sul concordato Cedisisa spa.

Auto blu per portare pm e sindaco a cena. Indagati due super agenti per peculato

“Il 29 dicembre 2017 il luogotenente si recava per finalità non istituzionali presso la pizzeria ‘Zio Alfonso’ di Bolzano utilizzando la vettura Fiat Punto con targa militare e prelevando in piazza Sernesi il dottor Cuno Tarfusser (ex procuratore di Bolzano, ndr) e il dottor Renzo Caramaschi (attuale sindaco della città, ndr) e riaccompagnando successivamente Caramaschi in municipio”. È scritto così nel decreto della Procura che ha disposto la perquisizione di due carabinieri molto noti, ora indagati per peculato e falso materiale. Un’indagine che fa rumore a Bolzano, non solo per i passeggeri Tarfusser e Caramaschi (non indagati). Ma i due carabinieri sono stati per anni le colonne della polizia giudiziaria della Procura. Uomini di fiducia dell’ex procuratore Tarfusser. Ancora, il decreto di perquisizione rivela che dalla “disamina dei tabulati di uno dei due indagati sono emersi numerosi contatti in entrata e in uscita con una società veneta attiva nel settore dei servizi investigativi”. Parliamo di 94 telefonate e 14 sms. Una società già toccata da un’inchiesta – il titolare è ai domiciliari – per rapporti con appartenenti alle forze dell’ordine.

Insomma, un’inchiesta nel mondo del potere, della magistratura e delle forze dell’ordine: indagati sono solo i due carabinieri. Ma nelle perquisizioni delle caserme sono stati trovati 9 mila euro e banconote false. E dall’inchiesta, rivelata da Cristoph Franceschini sul sito Salto.bz, sarebbero emersi contatti con alcuni magistrati che, pur senza rilievo penale, susciteranno polemiche. Tutto comincia dall’indagine sulla gara per realizzare cento alloggi di edilizia pubblica. La Procura apre un fascicolo: secondo l’accusa, qualcuno avrebbe fatto rivelazioni sul bando. Finiscono imputati Katia Tenti (all’epoca capo dipartimento assessorato Edilizia pubblica Abitativa in Provincia) e il costruttore Antonio Dalle Nogare. Tenti che al telefono pronunciò una frase che si meritò i titoli sui giornali bolzanini: “Saluti al maresciallo Fontana che ci sta ascoltando”, l’investigatore che la stava intercettando. Tenti in città è figura nota, ha amici che contano, scrive romanzi: il protagonista si chiama Jakob Dekas, il secondo nome e il cognome della madre di Cuno Tarfusser, Procuratore a Bolzano e poi giudice della Corte Penale Internazionale dell’Aia. Qui nasce il ‘pizza-gate’ che ha mosso l’inchiesta sull’uso delle auto blu. Nella pizzeria “Zio Alfonso” si incontrano magistrati, sindaco, investigatori. E compare l’indagata. Ma come andò quella sera? Racconta Tarfusser al cronista: “Era dicembre, stavo andando in pizzeria con alcuni ex collaboratori. Mi chiama il sindaco, che conosco da 30 anni e mi dice: ‘Andiamo a mangiare una pizza’”. Ma con un’auto della Procura? “Ero a piedi. È passato un maresciallo con un’auto e mi ha preso. Ma accidenti… il sindaco di Bolzano, e neanche io sono l’ultima merda”, sbotta Tarfusser. Ma andiamo avanti: “Poi mi chiama la Tenti e mi dice che passa a salutarmi. È stata un minuto”. Un’improvvisata che Caramaschi pare non abbia gradito: “Tenti è stata 5 minuti. Ha parlato solo con Tarfusser. Certo, non me l’aspettavo”. E l’auto blu? “Mi hanno dato un passaggio, non potevo sapere di chi era la macchina”.

Corbyn pensa alle elezioni, May a chiedere più tempo all’Ue

Fotografia di Brexit a 4 giorni dal voto parlamentare sull’accordo raggiunto fra la premier May e l’Unione europea, fissato al 15 gennaio. Per salvare il suo deal, che secondo la Bbc verrebbe travolto da 433 No contro 205 Sì, May ieri ha aperto al dialogo sia con la dirigenza laburista sia con i vertici dei principali sindacati, cui ha prospettato concessioni sui diritti dei lavoratori e garanzie sulla protezione dell’ambiente in cambio dell’appoggio al suo piano.

L’impressione è che sia too little too late, troppo poco e troppo tardi. Sempre ieri il laburista Jeremy Corbyn ha ribadito la linea politica degli ultimi mesi: bocciare l’accordo e, invece che al secondo referendum richiesto dalla maggioranza degli iscritti laburisti, puntare alla caduta del governo e a nuove elezioni. In caso di vittoria, avviare una rapida rinegoziazione con l’Ue. La situazione è molto fluida, ma la caduta del governo richiede la collaborazione degli unionisti nord-irlandesi la cui leader Arlene Foster, malgrado le ultime concessioni da parte di May, ha dichiarato che il suo piano “è già morto” ma che la sosterrà in una mozione di sfiducia. In caso di bocciatura del suo piano May dovrà, entro 3 giorni lavorativi, presentare un piano B, probabilmente nella direzione di una Brexit molto soft. Per evitare la temuta uscita senza accordo sembra inevitabile chiedere più tempo all’Ue, che potrebbe concederlo solo in presenza di una roadmap.

Congo, la vittoria a sorpresa di Tshisekedi

Uno dei due candidati dell’opposizione, Felix Tshisekedi, ha vinto le elezioni presidenziali nella Repubblica Democratica del Congo. I risultati provvisori comunicati dalla Commissione elettorale, vedono al secondo posto l’altro candidato dell’opposizione, Martin Fayulu, che ha già protestato, parlando di “colpo di Stato elettorale”.

Silenzio, per ora, da parte del candidato del governo, Emmanuel Ramazani Shadary, ministro dell’Interno, arrivato terzo. L’annuncio del risultato ha provocato le prime violenze a Kinshasa e nell’est del Paese. Gli scontri tra la polizia e dimostranti ha provocato per ora almeno 11 morti e diversi feriti. Finisce così il “regno” di Joseph Kabila, che ha governato il Paese per 17 anni, subentrando al padre, assassinato nel 2001. Il suo mandato è scaduto due anni fa ma ha rifiutato di andarsene ed è rimasto in sella fino al 30 dicembre scorso, nonostante le continue manifestazioni di piazza (represse nel sangue da Shadary, il candidato del presidente uscente). La vittoria di Tshisekedi è stata messa in dubbio anche dalla Francia, dal Belgio e della Chiesa cattolica (che nel Paese gode di un’influenza enorme e aveva dislocato 40 mila osservatori nei seggi). Parlano di scorrettezze elettorali anche gli osservatori internazionali. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, in particolare, ha preso le difese di Fayulu, arrivato secondo, che “avrebbe vinto”, se i risultati non fossero stati truccati. In queste ore sono giunti i commenti degli osservatori e dei diplomatici. Molti convergono su questa tesi: Kabila controlla la Commissione elettorale e ci si aspettava che facesse dichiarare eletto il suo protetto, Emmanuel Ramazani Shadary. La cosa avrebbe provocato violente proteste di piazza. Inoltre Shadary è stato colpito da sanzioni internazionali (compreso il divieto di viaggiare in Occidente) per il ruolo svolto, come ministro dell’Interno, nella violenta repressione delle dimostrazioni contro Kabila. Il presidente uscente per contrastare Fayulu – che era sostenuto da due dei sui maggiori avversari, Moise Katumbi, uomo d’affari e ex governatore del Katanga, e Jean Pierre Bemba, potente ex signore della guerra e suo ex vicepresidente, entrambi non ammessi con veri pretesti alla competizione elettorale – ha scelto di dividere l’opposizione creando un asse con Tshisekedi. Sia Katumbi, che Bemba sono meticci (il padre di Katunbi è italiano) e se fossero andati al potere avrebbero sicuramente smantellato l’impero finanziario che Kabila ha costruito saccheggiando il Congo, le cui ricchezze minerarie sono seconde solo a quelle del Brasile. Kabila, quindi non sarebbe uscito di scena ma si sarebbe schierato, di fatto, con Tshisekedi.

Trump alla frontiera minaccia l’emergenza

Non l’ha ancora fatto, ma non ha certo rinunciato all’idea di farlo: Donald Trump continua a flirtare con l’emergenza nazionale. “Non sono ancora pronto a dichiararla – dice –, ma lo farò se lo shutdown continua”. Eppure, lui potrebbe fare cessare da un minuto all’altro la serrata dell’Amministrazione, che interessa oltre 800 mila lavoratori – 350 mila dei quali costretti a stare a casa senza stipendio –, e che costa 1,2 miliardi di dollari la settimana (lo 0,5% del Pil): gli basterebbe rinunciare a vincolare la fine dello shutdown al finanziamento del muro anti-migranti al confine con il Messico.

Prima di compiere, ieri, un sopralluogo lungo la frontiera, Trump ha detto: “L’emergenza nazionale mi darebbe una disponibilità di fondi enormi”, più di quelli necessari a realizzare il muro senza l’avallo del Congresso. Una via giudicata incostituzionale da numerosi giuristi, ma il presidente ha le sue certezze: “Ho il pieno diritto di farlo, gli avvocati me l’hanno detto”. Tutto dipende dalla valenza data alla situazione venutasi a creare alla frontiera con il Messico: per Trump, è una crisi umanitaria e di sicurezza; per la maggioranza degli americani, al massimo è un problema.

Nella sua missione, il presidente è stato prima a McAllen, in Texas, dove ha incontrato la polizia e ha partecipato a un dibattito sull’immigrazione; poi s’è spostato sul Rio Grande, dove ha ascoltato un briefing sulla sicurezza. A Washington, il Congresso lavora a tamponare i danni dello shutdown, che sta per completare la terza settimana. Per dare un’idea della gravità del momento, il magnate presidente fa sapere che non andrà a Davos, al World Economic Forum, il prossimo 22 gennaio, se lo stallo sullo shutdown non sarà stato risolto: una prospettiva che non mette i brividi agli americani. Dopo il discorso alla Nazione dallo Studio Ovale martedì sera, Trump e i leader dei democratici al Congresso hanno avuto, mercoledì, un incontro scontro: dopo l’ennesimo “no” democratico al finanziamento del muro, Trump s’è alzato e se n’è andato dalla stanza, “Bye Bye, non abbiamo più niente da dirci” – ma nega di averlo fatto dopo avere battuto il pugno sul tavolo –. E poi s’è lamentato del “tempo perso”. Che il clima politico fosse tesissimo lo si era capito poche ore prima, quando parlando in diretta tv e a reti unificate il presidente non aveva ceduto di un millimetro sul progetto simbolo della sua ascesa alla Casa Bianca. Ma il magnate è vulnerabile, costretto a fronteggiare non solo i democratici che lo accusano di tenere in ostaggio il Paese con lo shutdown, ma pure numerosi repubblicani avviliti e preoccupati dallo stallo. E i democratici incalzano: “Tutti vogliamo più sicurezza, ma nel rispetto dei valori dell’America, il cui simbolo è la Statua della Libertà, non una barriera alta 10 metri”. Con i loro match verbali, Trump e Nancy Pelosi, la speaker della Camera, si sono ben guadagnati la copertina di Time in uscita il 21 gennaio con il titolo “The Art of Duel”, l’arte del duello. L’immagine ritrae il presidente e la deputata californiana affrontarsi a colpi rispettivamente di tweet e di mandati di comparizione (un riferimento anche al Russiagate): il negoziato tra Casa Bianca e opposizione pare incagliato, entrambe le parti sono più interessate ad addebitare l’una all’altra la responsabilità dello shutdown che a cercare una soluzione .

Trump, naturalmente, gioca su più tavoli. Ostenta fiducia a quello dei negoziati con la Cina: vanta un “enorme successo” delle trattative commerciali cominciate a inizio settimana e giudica “più facile fare un accordo con Pechino che con i democratici”. Ed è sulla difensiva sugli ultimi sviluppi dell’inchiesta condotta dal procuratore speciale Robert Mueller sull’intreccio di contatti, nel 2016, tra la sua campagna ed emissari del Cremlino: a chi gli chiede se gli risultasse che il capo della sua campagna, Paul Manafort, aveva condiviso dati riservati con un socio russo, risultato poi legato all’intelligence russa, risponde “no, non ne sapevo nulla”. Intanto, dopo il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, tocca al segretario di Stato Usa Mike Pompeo fare il giro delle capitali del Medio Oriente per tranquillizzare partner – l’Iraq – e alleati – Israele – che gli Stati Uniti non s’apprestano a lasciare la Regione, nonostante le sparate del presidente sul ritiro delle truppe dalla Siria e – parziale – dall’Afghanistan.

La rivolta serba tra Ue e Putin

Anche se domani nelle strade ghiacciate di Belgrado e delle principali città serbe scendessero ancora migliaia di cittadini assieme ai sostenitori dei diversi partiti di opposizione, dall’estrema sinistra all’estrema destra, il presidente Alexander Vucic difficilmente aprirà al dialogo. Nonostante il numero dei manifestanti sia andato crescendo di sabato in sabato fino ad arrivare a circa 40 mila presenze la scorsa settimana, l’eventuale sesta manifestazione di fila contro Vucic e il suo Partito Progressista non sembra in grado di smuovere l’ex ministro del dittatore Milosevic, che due settimane fa ha dichiarato: “Se anche arrivassero a 5 milioni non cederei alle loro richieste”, per poi aggiungere che sarebbe “disposto a incontrare i cittadini infuriati ma non l’opposizione bugiarda”, minacciando che “l’alternativa è il voto anticipato, per contarsi”.

Andare subito alle urne sarebbe vantaggioso per il presidente, “perché non darebbe tempo alle opposizioni di rafforzarsi”, spiega l’analista Dragomir Andelkovic. Ma le opposizioni non le vogliono perché ritengono non ci siano le condizioni per consultazioni trasparenti e giuste. Del resto, un qualsiasi cedimento di Vucic in questo senso sarebbe come ammettere le accuse di comportamento anti-democratico mossegli dagli oppositori riunitisi nelle piazze muniti di fischietti, come ai tempi delle marce contro Milosevic. Questa volta, però, si tratta di un movimento diverso, eterogeneo in tutti i sensi, in cui si notano ex politici, intellettuali e attori – accomunati dalla richiesta di libertà di stampa e di critica – costituitosi dopo il pestaggio di Borko Stefanovic, leader di Levica Srbije, un piccolo partito di sinistra. La sua blusa macchiata di sangue a causa dell’attacco perpetrato lo scorso novembre da uomini in passamontagna nella città di Kruševac, ha dato il la alla protesta battezzata inizialmente “Stop alle camicie insanguinate” e dopo la sprezzante risposta di Vucic, “uno di cinque milioni”. Il presidente, ex ultranazionalista di ferro durante l’era Milosevic, si è convertito all’europeismo più spinto fondando il Partito Progressista serbo. Secondo i manifestanti però ha mantenuto i metodi dispotici del suo più noto predecessore, oltre a ventilare la “sacrilega” ipotesi di uno scambio di territori con il Kosovo. Proposta che ha fatto scoppiare la rabbia anche dei suoi elettori. La folla, organizzata dall’Alleanza per la Serbia – galassia priva di un leader –, chiede innanzitutto che la Tv pubblica preveda spazi per l’opposizione. I manifestanti inoltre vogliono indagini serie per fare luce sul mandante del pestaggio contro il leader di sinistra e dell’omicidio di Oliver Ivanovic, leader moderato dei serbi in Kosovo, avvenuto un anno fa. Le altre richieste riguardano anche la dinamica elettorale, giudicata opaca per vari motivi, tra cui le diffuse pressioni esercitate dai datori di lavoro sui dipendenti affinché votino il partito di Vucic.

Il malcontento è andato diffondendosi dopo la sua elezione nel 2017 non solo per l’erosione dello Stato di diritto, ma anche per il peggioramento dell’economia. Basti pensare che solo il 30 per cento della popolazione – 7 milioni di abitanti in tutto – ha accesso alla rete fognaria. “La piazza cresce assieme alla frustrazione per come si vive qui”, ha spiegato il giornalista Djordje Vlajic, che ritiene si tratti di un’energia che durerà”. Già due anni fa, migliaia di persone scesero in strada contro la vittoria di Vucic (55%), ma si trattava soprattutto di giovani e inoltre era primavera. Ora la folla sfida la neve e il gelo, segno che la situazione è ben più grave. Dusan Teodorovic, autorevole accademico e noto attivista, ha sottolineato che “non ci saranno elezioni finché il governo non pubblicherà le liste elettorali e non saranno rimossi i ‘pesi morti’”.

Quando nel 1998 Vucic era ministro dell’Informazione, firmò una legge che limitò la libertà di stampa e secondo i manifestanti in pratica sta facendo la stessa cosa anche adesso, seppure non in modo ufficiale e nonostante la svolta europeista. “Non contento della solida maggioranza in Parlamento, ora controlla tutto, i suoi uomini sono ovunque, hanno occupato tutto: polizia, esercito, media, scuole e ospedali”, ci spiega un docente che chiede l’anonimato per evitare ritorsioni. “Io non sono sceso in piazza perché non intendo mescolarmi con l’estrema destra, ma se continua così potrei cambiare idea. La situazione è diventata insostenibile”. Il ruolo della Russia di Putin in questa ondata di proteste non è chiaro. Vucic, pur definendosi europeista per convincere Bruxelles a far entrare la Serbia nell’Unione, ha continuato a coltivare ottimi rapporti con il Cremlino, che non vuole certo perdere il più importante Paese balcanico sotto la sua area di influenza dai tempi dell’Urss e con cui condivide il credo ortodosso. Cosa che non dispiacerebbe a Jean-Claude Juncker, a Bucarest per l’apertura del semestre europeo della Romania, contrario all’ingresso degli ex Paesi dell’orbita sovietica.

Ashley Judd, cade la causa a Weinstein per le molestie

Una denuncia per molestie sessuali presentata contro il magnate hollywoodiano Harvey Weinstein dall’attrice Ashley Judd è stata fatta cadere da un tribunale in California. Lo riferisce la Bbc. L’attrice potrà invece proseguire con la causa civile per diffamazione e interferenza illecita. La legge in base alla quale Judd ha denunciato Weinstein per molestie non si può applicare al caso: era stata rivista anni fa per includere anche le relazioni lavorative con registi e produttori, ma non può essere retroattiva. Judd è stata tra le prime attrici ad accusare Weinstein di molestie sessuali: ha raccontato di essere stata invitata circa 20 anni fa da Weinstein nell’hotel Peninsula di Beverly Hills per un appuntamento di lavoro, durante il quale Weinstein la fece salire nella sua stanza, presentandosi in accappatoio e chiedendole se potesse fargli un massaggio. Lei rifiutò e disse poi che il suo rifiuto danneggiò la sua carriera. Dopo la denuncia di Judd, il regista neozelandese Peter Jackson raccontò che i produttori Harvey e Bob Weinstein lo spinsero a non prendere in considerazione per i suoi film la Judd, così come Mira Sorvino, altra accusatrice di Weinstein.

Cinquanta sfumature d’amore: anche se non sei giovane e soda

Da qualche giorno non riesco ad aprire Facebook o a telefonare a qualcuno senza essere tirata a forza dentro la polemica del momento, ovvero le dichiarazioni dello scrittore francese Yann Moix, quello che per promuovere il libro in uscita ha avuto un’idea geniale: far incazzare le donne di mezza età. Gli è bastato dire: “A 50 anni non sono capace di amare una donna della mia età. Le cinquantenni le trovo vecchie, invisibili. Il corpo di una donna a 25 è fantastico, a 50 non ha nulla di straordinario. Meglio ancora se asiatiche”.

Si è ritrovato citato ovunque, bersaglio di tutti gli anatemi femminili possibili, e con una promozione di cui nessun ufficio stampa sarebbe stato capace. Lo premetto subito: ho 44 anni e dunque sono a un passo dall’invisibilità. Sono una di quelle foto sbiadite da lapide di cimitero, sono uno scheletro di donna ormai destinato all’ossario perché lì sotto da troppo tempo, ormai sfaldato, ormai dimenticato. Quindi detesto Yann Moix. Allo stesso tempo ho un fidanzato di anni 29, conosciuto quando ne aveva esattamente 25, che non viene da Shanghai ma più modestamente da Cremona, e che comunque mi colloca con imbarazzo nel segmento Yann Moix o Lory Del Santo, a seconda della profondità di lettura che si voglia dare alla faccenda. E quindi, le sue frasi mi hanno provocato sentimenti contrastanti e ugualmente autobiografiche.

Partiamo dal dato oggettivo: Moix dice una banale verità. Un corpo giovane è mediamente più bello di un corpo meno giovane (che poi non sia la regola è un’altra banale verità). E fin qui direi che siamo nella sfera delle scoperte del secolo assieme a “Le sigarette fanno male” e “Maurizio Costanzo non ha il collo”.

È altrettanto vero che i gusti sessuali di Moix sono cavoli suoi, e per me andrebbe bene pure se dicesse che gli piacciono le capre con tosatura integrale coda a parte. La sua replica – “Non si è responsabili per i propri gusti, non devo mica rispondere a un tribunale del gusto” – non fa una piega. Al massimo una grinza, sulla fronte di una cinquantenne irritata da Moix.

Poi ci sono le reazioni delle cinquantenni. Infuriate, piccate, risentite come se Moix fosse l’unico uomo sessualmente attivo (vado sulla fiducia) del pianeta. Che, voglio dire, quando ero ragazzina al mio vicino di casa piacevano solo donne molto pallide, io non ho mai pensato di dover fare bagni nel latte d’asina altrimenti non avrei avuto chance nella vita. Non sono appetibile per Moix, lo sono per un ventinovenne di Cremona, me ne farò una ragione.

In alcuni casi poi, la contraerea femminista ha fatto più danni del nemico stesso. La cinquantaduenne scrittrice francese Colombe Schneck, che su Twitter ha pubblicato una fotografia delle sue chiappe con la scritta “Non sai cosa ti perdi”, o i mille editoriali in cui si sottolinea la scarsa avvenenza di Moix o, ancora peggio, le gallery fotografiche delle attrici e signore cinquantenni ancora piacenti, dalla Aniston alla Bellucci a Jennifer Lopez, sono delle rivendicazioni goffe, che si nutrono degli stessi argomenti utilizzati da Moix per vendere il suo libro, e che mettono al centro della questione quello che non dovrebbe essere il centro della questione, quando si parla d’amore: il corpo.

Mostrare il proprio culo resistente alle intemperie o usare l’addominale piatto di Halle Berry per dire “guarda, a 50 anni alcune di noi sono ancora degne di attenzione” è, se possibile, una posizione ancora più maschilista di quella di Moix. È dire che, invece, le cinquantenni con la pappagorgia o le chiappe che toccano la caviglia, sono fuori dai giochi. Che l’amore, appunto, puoi meritartelo pure se sei una donna di mezza età, l’importante è che ti sia mantenuta bene. Che non sfiguri di fianco a una giapponesina in minigonna e calze al ginocchio.

E invece, se proprio si desidera aiutare Moix a innaffiare l’ego replicando alle sue frasi, il tema secondo me è un altro.

Ha parlato d’amore, Moix. Non ha detto: “Le giovani sono più fighe delle donne di mezza età, è biologia ed estetica, non mi rompete i coglioni”. No. Ha parlato di “impossibilità di innamorarsi” di qualcuno che non sia giovane, che non sia sodo, che non sia asiatico. Una provocazione sciatta, molliccia, flaccida come le palpebre di tanti cinquantenni come lui. Come se l’amore seguisse logiche precise, replicabili, ciclostilate, come se fosse materia prevedibile come il meteo o quelle partite di calcio in cui a tutte e due le squadre serve il pareggio, come se potessimo scegliere da una brochure di chi innamorarci e ripararci dagli imprevisti. Probabilmente l’aver elaborato questa “teoria dei 25” fa sentire Moix molto al sicuro o molto giovane o molto brillante, ma la verità è che è solo sciatto. Noioso. Rassicurante per se stesso.

C’è una bella commedia con Jack Nicholson e Diane Keaton che si intitola, non a caso, Tutto può succedere. Lui è un anziano collezionista di ragazzine, lei una scrittrice affermata sulla sessantina. Lei gli chiede “Perché solo giovanissime?”. “Mi piace viaggiare leggero”. “Che significa?” “Una trentenne ci arriva subito!”. “Vuoi dire che ci casca!” “Vuol dire che lo accetta!”. “Ho capito: perché vuoi una donna non impegnativa, che non capisce il tuo gioco e te lo lascia condurre”. Alla fine lui si innamorerà di lei. Non del suo culo. Della loro complicità. Poi, certo, al di là di ogni retorica, a Moix concedo una piccola vittoria sul campo: ha azzeccato la tattica, il tema, la piaga in cui infilare il dito.

Di’ a una donna di mezza età (attenzione, non una di 70 che ormai ha metabolizzato l’idea che il tempo passi e si sfiorisca, ma a una che è ancora stordita dalla prima ruga profonda sulla fronte o dagli esordi della menopausa) che è meno soda di una ventenne, e la mortificherai. Le dirai una parziale verità ancora faticosa e impronunciabile e colpirai nel segno. In questo Moix è stato astuto. Sapeva cosa avrebbe scatenato, ha usato la crudeltà con premeditazione e strategia. Perciò lo trovo detestabile. Perché ha detto “Come mai sei così cicciona?” alla cameriera, senza essere il bambino di 4 anni al ristorante. Auguro dunque allo scrittore convinto che tutto sia scritto, solo una cosa ma precisa: di inciampare in una cinquantenne flaccida, affascinante e anaffettiva che lo costringa a reinvestire i soldi guadagnati con questo libro in molte, moltissime sedute psicanalitiche.

 

Il caso

La domanda di “Marie Claire” allo scrittore francese Yan Moix, in occasione del suo ultimo libro “Rompre”: potrebbe amare una donna di 50 anni? “No, impossibile. Le trovo troppo vecchie, forse quando avrò 60 anni… Sono invisibili, meglio i corpi delle donne giovani”

La “Compagnia del Cigno” e il talento senza talent

Che differenza c’è tra l’amore e la musica? Ivan Cotroneo si fa questa domanda da quando scrive fiction, e cerca la risposta girandole. Se lo chiede anche nella Compagnia del Cigno: classi, destini, casini e sogni incrociati di sette studenti di Conservatorio, a Milano. La serie di Rai1 racconta il talento, ma alla rovescia di come se ne parla alla Tv. Per una volta, il talento non è uno show. Può essere nascosto, ingiusto, “a volte va a chi non se lo merita”, dono e fardello (il 10 per cento è talento, il resto è tenacia, diceva Rudolf Nureyev). Capovolto pure il punto di fuga: non l’apologia della competizione, ma la scoperta dello spirito di gruppo e della condivisione, la consapevolezza che ogni nota prende senso da tutte le altre. Polifonico nell’intreccio e melodico nelle psicologie, Cotroneo è con l’inseparabile Monica Rametta uno dei rari, veri autori della fiction italiana, infatti è poco italiano il suo mondo favoloso, il suo realismo magico. Ma quale parodia della realtà; ciò che il Conservatorio di Padova e i penitenziali custodi del politicamente corretto non vedono è il tocco di palpitante malinconia così affine a certo cinema musicale di tradizione francese, da Jacques Demy a Daniel Chazelle. Perfino Milano diventa fiabesca: le case di ringhiera convivono con i grattacieli delle archistar, le sinfonie di Brahms con le serenate al chiaro di luna… Che differenza c’è tra la musica e l’amore? Nessuna. Per Ivan Cotroneo, i sentimenti sono la musica della vita.