Vignette a ritmo di jazz per celebrare la gloria triste di Billie Holiday

Premessa: raccontare la musica a fumetti è quasi impossibile, anche autori geniali non riescono ad andare oltre l’inserimento di un pentagramma che scorre tra le vignette, come se il lettore dovesse sentire la colonna sonora nella testa soltanto perché vede le note scritte. Non funziona. Per questo José Munoz e Carlos Sampayo nel 1990 hanno scelto un modo completamente diverso per raccontare una vita, una voce, un’epoca che si riassumono in un nome: Billie Holiday. Questo racconto – sarebbe improprio chiamarlo biografia – esce in Italia una prima volta sulla storica rivista Corto Maltese e ora torna in libreria in volume, nelle edizioni Sur dedicata a Munoz e Sampayo (ottima scelta, invece che inseguire, come altri editori novizi del fumetto, autori dal nome pop ma dal talento fumettistico nullo). In una splendida prefazione, Nicola Lagioia spiega che Billie Holiday “sapeva fare con la voce quello che i migliori jazzisti dell’epoca facevano con i loro strumenti, sapersi sganciare dalla dittatura della frase, l’accentuare certe note subito dopo dei silenzi capaci di catalizzare l’attenzione su ciò che sarebbe accaduto dopo”. Ecco, Munoz e Sampayo fanno lo stesso per raccontare una grande cantante che da viva – ma anche dopo la morte, nel 1959 – è stata per molti soltanto “una negra”, al massimo la voce di una sottocultura. Munoz e Sampayo costruiscono un racconto negli stessi bianchi e neri della loro serie famosa, Alack Sinner (che ha un ruolo cruciale anche qui), Sampayo scrive per sottrazione, per frammenti caleidoscopici, Munoz disegna come solo lui sa fare, con le ombre bianche che danno volume a visi nerissimi, e viceversa. E la voce di Billie risuona senza bisogno di aggiungere pentagrammi o didascalie.

Billie Holiday di José Munoz e Carlos Sampayo

Pagine: 72 – Prezzo: 15euro – Editore: Sur

Un’accademia per esploratori (con messaggio in codice)

Un libro, un gioco, una storia ispirata a esploratori reali. È tutto questo Explorer Academy. Il segreto di Nebula di Trudi Trueit, l’ex giornalista meteorologa scelta dal National Geographic per il suo debutto nella narrativa per ragazzi. Il protagonista di questo libro è Cruz Coronado che a 12 anni lascia casa, le Hawaii, per attraversare il Paese e iniziare una esperienza scolastica “speciale”. Cruz, infatti, è stato ammesso alla prestigiosa “Explorer Academy”, un’accademia di fama internazionale per giovani esploratori. Fin qui l’avventura è già assicurata ma non basta. Cruz, appena arrivato nella nuova scuola scopre che la madre, neuroscienziata e crittografa, morta proprio nella stessa accademia per un tragico incidente, gli ha lasciato un diario con un messaggio cifrato. Per lui inizia la parte più difficile. Qualcuno lo vuole morto. Perché? La risposta a questa domanda forse sta proprio in quel messaggio della mamma che Cruz cerca di scoprire con l’aiuto dei suoi amici che gli danno una mano a raccogliere le tessere del puzzle. Il libro si chiude con una galleria dedicata alla “verità dietro la finzione” ovvero alle storie reali di biologi, ambientalisti e antropologi di National Geographic che hanno dato lo spunto a Trueit per scrivere Explorer Academy.

Il segreto di Nebula Explorer Academy – Trudi Trueit

Pagine: 224 – Prezzo: 16,90 – Editore White Star

L’astrattismo colorato di Bardi

Per Albero Bardi, la forma è un territorio mai uguale a se stesso da esplorare – non senza “saggezza e pazzia” ci dice – in quel mondo senza confini che è la tela. Lo testimonia bene la ricca mostra Discreto continuo – Alberto Bardi. Dipinti 1964-1984 (visitabile fino al 31 marzo al Casino dei Principi dei Musei di Villa Torlonia a Roma), a cura di Claudia Terenzi, che raccoglie più di settanta opere provenienti dall’Archivio Bardi.

Essendo sempre in voga quella mancanza di memoria che spesso spinge a obliare gli artisti più discreti, i più ponderatamente sintonizzati sulle onde della propria ispirazione che su quelle del baccano dei salotti, occorre rammemorare quanto importante fu l’impronta lasciata da Bardi (1918-1984) nell’astrattismo italiano.

Protagonista attivo della Resistenza e poi del Pci, Alberto fu soprattutto un artista. Nato in Toscana, inizia nel ravennate il suo apprendistato quale allievo del pittore Teodoro Orselli, ma attirato negli anni 60 dalla Roma della Scuola di Piazza del Popolo, abbandona il figurativo con un’opera manifesto, Figure (1966), in cui mette su tela le cancellazioni bianche di colorate figure: abbraccerà, di qui, un originale astrattismo.

Ammiratore del russo Kazimir Malevic, indossa un astrattismo geometrico. Come si può ammirare in Senza titolo (1968), in Senza Titolo (1971) e Composizione (1972), Bardi sceglie un personale tipo di pennellata, che fa ancora vedere il fondo (ora bianco, ora colorato) della tela, sganciandosi dalla compattezza assoluta della tradizione nordica. Va ricordato, nel periodo immediatamente successivo, un altro ciclo, un tentativo di rara qualità nella ricerca plastica e dei materiali: le luminosissime Textures, capaci di essere liriche e calde insieme. Grazie all’intuizione di ricostruire in mostra il laboratorio dell’artista, scopriamo la loro affascinante struttura: con il supporto di un sistema di matrici pastellate, Bardi prima lascia i segni che desidera imprimere alla superficie della tela e poi stende una prima mano di colore di pastelli a cera sulla tela impressa per, infine, ripassare il tutto con la tempera.

Dopo le tessiture, negli anni 80 Bardi si affida alla sbrigliatezza di un astrattismo coloratissimo: le forme vive e cangianti, realizzate con pennellate energiche e rapide, di Sulla riva del fiume aspettando (1983), Mes soeurs, mes fleurs (1983) e Il mandarino meraviglioso (1984) fondono l’evasione dell’arte con la concretezza del gesto in opere ribelli e ipnotiche.

 

Discreto continuo – Alberto Bardi

Roma, Villa Torlonia, fino al 31 marzo

La piccola Jessica, uccisa nel 1990: segreti e peccati a 30 minuti da Londra

Jessica Collins aveva sette anni. Il 7 agosto del 1990, di sabato, uscì di casa per andare alla festa di compleanno di un’amichetta. Erano le 13 e 45 e doveva fare a piedi appena cinquecento metri. Jessica non arrivò mai e la madre dell’amichetta avvisò la famiglia Collins alle 15 e 30. Per la scomparsa fu incriminato invano un pedofilo che l’aveva filmata al parco più di una volta. L’uomo era ospite di un centro di riabilitazione sulla stessa strada e aveva un alibi di ferro. Tuttavia, l’ispettore che indagò, una donna, capeggiò una rivolta contro di lui e Trevor Marksman, questo il nome del sospettato, fu bruciato vivo ma sopravvisse, ottenendo poi un risarcimento di 300 mila sterline dalla polizia. Jessica Collins abitava ad Hayes, a trenta minuti di treno da Londra.

Ventisei anni dopo, nell’autunno del 2016, i resti della bambina vengono ritrovati sul fondo di una cava abbandonata, piena d’acqua. Il rinvenimento avviene nel corso di un’operazione antidroga di Erika Foster, ispettore capo dalle intuizioni geniali ma dalla carriera dolorosa: il marito e altri colleghi furono uccisi durante un blitz guidato da lei. Erika è di origine slovacca. Si fa assegnare il caso e ricomincia le indagini daccapo scoprendo dettagli e segreti sfuggiti alla polizia dell’epoca. Nel frattempo un misterioso Gerry la spia con cimici e trojan. Chi è?

Robert Bryndza è uno dei nuovi autori del thriller che rendono felici i loro editori: la Foster ha già dominato le classifiche italiane, e non solo. Autentica narrativa di genere, tanto mestiere e stile chiaro, quanto basta per rilassarsi in un pomeriggio di pioggia.

 

La ragazza nell’acqua – Robert Bryndza

Pagine: 378 – Prezzo: 12 – Editore: Newton Compton

La ribellione di Clelia ai ribelli anni 70

Se è vero che ogni scrittore gravita inconsolabilmente attorno a un particolare centro di attrazione, un fascio di sentimenti primari su cui insistere con la stessa tenacia di un mal di denti, allora Simona Baldelli si arrampica, impetuosa e fragile, attorno ai temi della colpa e dello scacco, del cambio di direzione di una vita umiliata.

Ne è prova l’affabulante romanzo Vicolo dell’immaginario (Sellerio, pp. 240, euro 18): siamo a cavallo tra gli anni 60 e 70 “nella bassa” (la provincia di Reggio Emilia) e Clelia è operaia in una fabbrica di giostre; lavora per mantenere la madre, abbrutita da una vedovanza in giovane età e dalle rinunce, e la sorella Marisa, appestata dalla poliomielite, che in modo ingrato la incolpano di ogni cosa. Sono gli anni dell’industrializzazione e delle rivendicazioni sociali, delle marce studentesche e del movimento operaio. Chiunque potrebbe leggere in quell’incertezza la promessa di un cambiamento, di un’ingenua salvezza. Non Clelia. Con quel modo che hanno le famiglie infelici di punire i componenti ribelli al loro destino, la madre e Marisa la puniscono per non essere come loro, disgraziata e avvizzita, ma bella e non ancora votata all’infelicità. Tale è il senso di colpa che le due donne le instillano, che Clelia gli dà corpo e inizia a sentire “le pietre nello stomaco”, e anche quando troverà l’amore di Dario, le pietre si faranno ora pesanti come macigni a impedirle di volare via, ora taglienti come cesoie a tagliuzzarle i sogni. Così, rinuncerà a Dario, costringendolo a sposare Marisa.

Tuttavia, quella che in altri romanzi si concluderebbe come la storia di una sconfitta ha qui una vitale impennata di ribellione: quando la sofferenza di vedere l’amato tra le braccia della sorella si fa insopportabile, Clelia smette di compatirsi e inizia, invece, a credere in se stessa: scappa a Lisbona, la città in cui Dario aveva promesso di portarla. Ad attenderla un bel nulla, che però potrà arredare a modo suo, cambiando tutto a partire dal nome: Amalia, come la cantante Amália Rodrigues, le cui canzoni avevano visto sbocciare l’amore tra lei e Dario nelle balere di Montecchio. Una nuova e stramba vita che trascorrerà nella picaresca trattoria di Tia Marga a cucinare e parlare con le anime dei morti, a badare a una vecchia nobildonna visionaria che riceve lettere d’amore dal Re Sebastiano I (morto da quattro secoli) e a ballare sulle note del fado con Antonio, un bel militante della rivoluzione dei garofani.

Non bisogna attendere di scoprire il finale per capire che il romanzo di Baldelli ha un che di raro. Non (o meglio, non solo) per la scelta di far dialogare Clelia e Amalia in un riuscito gioco temporale di specchi, inanellando i loro racconti quasi fossero due estranee le cui esistenze si sovrappongono via via, ma soprattutto perché di rara maestria è il tentativo di superare il canone del romanzo postmoderno, fondendo a una privata storiografia dei ribelli anni 70 il realismo magico della migliore letteratura sudamericana.

Vicolo dell’immaginario – Simona Baldelli

Pagine: 240 – Prezzo: 18 – Editore: Sellerio

Guanciale, Ubu 2018: “Bisogna investire in cultura: basterebbe lo 0,5% del Pil”

And the winner is… Lino Guanciale, Premio Ubu come Miglior attore 2018 (ex aequo con Gianfranco Berardi) per la sua interpretazione di Lulù Massa ne La classe operaia va in paradiso, diretto da Claudio Longhi. “Sono felicissimo: è bello che ad avere successo siano forme e contenuti complessi, non solo quelli lineari che passano soprattutto in tv”.

Eppure al piccolo schermo (La porta rossa; Non dirlo al mio capo; L’allieva…) Guanciale deve molto: quanto è difficile muoversi da una fiction a un palcoscenico? “Io sono molto radicato in teatro. La mia storia è tutta teatrale, dall’accademia Silvio D’Amico al lavoro con maestri come Ronconi, Orsini, Proietti… Va beh, su Wikipedia c’è tutto. Poi a un certo punto – non mi sono mai nascosto dietro a un dito – ho iniziato ad accettare ruoli televisivi, dicendomi: proviamo a fare questo investimento, un po’ di visibilità può far bene a tutti, anche ai miei compagni di scena. Ed è andata così. Il problema non è mai il mezzo, ma l’uso che se ne fa… Il travaso tra pubblici diversi è riuscito e sono contento, ma resto un attore teatrale dop e doc, come diceva Sanguineti”. E infatti è tuttora in tournée con After Miss Julie, Ragazzi di vita e La classe operaia, appunto.

Alla regia ci penserà a fine anno, quando, per la prima volta (ufficiale), dirigerà i ragazzi dell’accademia di Modena, mentre per la scrittura non ha particolari velleità, a differenza dei tanti colleghi che sfornano romanzi a giorni alterni. Non le sembra un momento di fiacca per il teatro italiano, fotografato anche dai premi? “In Italia c’è una scena, diciamo underground, che è credo la più vitale in Europa, se non nel mondo. Siamo un Paese tra i più creativi, ma tra gli ultimi per risorse, sicché molte cose non hanno visibilità o circuitazione. Penso, ad esempio, a La cupa di Borrelli, che ha vinto due Ubu ma ha fatto pochissime repliche… Bisognerebbe non aver paura di spendere in cultura: soldi che sono un investimento sicuro, non perché fanno attivo di bilancio, ma attivo di valore, di servizio. Ci accontenteremmo dello 0,5% di Pil”. Per la cronaca: l’Italia è allo 0,31% contro una media Ue dello 0,43%.

 

Dal “Petrolio” si raffina poesia

Sarebbe riduttivo rubricare Petrolio di Ulderico Pesce come teatro civile: esiste forse un teatro incivile? Sarebbe riduttivo anche liquidarlo come manifesto politico: esiste forse un manifesto impolitico? Cos’è allora quest’ultimo spettacolo di Ulderico Pesce? Banalmente, come ogni operazione artistica degna del nome, è un tentativo di estrarre e raffinare dal pozzo non petrolio ma bellezza e poesia. Malgrado tutto.

Scritto, diretto e interpretato da Pesce – e ora in scena all’India di Roma in attesa di definire la tournée –, il monologo affastella “storie dalla Lucania Saudita”, una in particolare, e reale: la storia di Giovanni, operaio precario, di sua moglie, mezzo-occupata nella scuola pubblica, di sua figlia Maria, studentessa universitaria, e del loro glicine profumato, adagiato al sole di fronte al Centro Olio di Viggiano (Potenza), il più grande giacimento petrolifero dell’Europa continentale. Lì – nella sperduta Val d’Agri, cuore dell’altrettanto sperduta Basilicata (appena 9 abitanti per chilometro quadrato, la natura ancora la fa da padrona) – l’Eni estrae ogni giorno 100 mila barili di oro nero, bruciando e disperdendo nell’aria idrogeno solforato (Hs2): tossico, dice l’Organizzazione mondiale della sanità; chi se ne frega, dice l’Italia, dove il limite di rilascio di Hs2 è 6.000 volte superiore a quello consigliato dall’Oms, con evidenti, pericolosissime ripercussioni sulla salute degli abitanti e dell’ambiente, fauna, flora e glicine compreso.

È questo il terreno fertile su cui germoglia la tragedia contemporanea (non solo lucana): il conflitto tra salute e lavoro. Denunciare le perdite di petrolio nel terreno, l’inquinamento della diga del Pertusillo che dà da bere a persone e campi fino in Puglia, l’aumento dei malati di tumore può comportare infatti la chiusura del Centro Olio, la perdita di centinaia di salari e di servizi che l’azienda – con le obbligate royalties, pur risibili, almeno in Italia – ha pagato al territorio, tra scuole, università, ospedali, strade…

Ad accompagnare il calvario di Giovanni/Ulderico c’è ben poco: un barile, una canna da pesca, un cappio – eh sì, altro effetto collaterale sono i morti suicidi tra i responsabili per la sicurezza delle multinazionali. Sul fondo scorrono immagini di natura e fuochi fatui, processioni e stabilimenti, natura incontaminata e contaminate industrie, mentre in sottofondo le note agrodolci di Mango (cantante locale, ndr) rendono ancor più drammatica la visione. Felicemente Pesce alterna tragedia e commedia, siparietti buffi, se non squisitamente triviali, a momenti lirici e commossi: emblematica è, in tal senso, la storia nella storia della figlia di Giovanni, malata di leucemia e innamorata di un profugo del Delta del Niger, fuggito proprio a causa delle raffinerie e delle malattie. Petrolio è anche, ovviamente, un omaggio a Pasolini, la cui morte misteriosa è accostata a quella di Mattei, sposando l’ipotesi che entrambi siano stati ammazzati in odor di oro nero. Non resta che appellarsi, quindi, alla patrona di Viggiano: tale Madonna Nera.

 

Petrolio. Storie dalla Lucania Saudita Ulderico Pesce

Roma, Teatro India, fino a domenica

La strana coppia di amici in crisi: Houellebecq e Depardieu

Sergio Castellitto interpreterà il ruolo di Gabriele D’Annunzio ne Il cattivo poeta, una coproduzione italo-francese tra Ascent Film e Bathysphere sul set da lunedì prossimo tra il Vittoriale di Gardone Riviera, Brescia e Roma che segnerà l’esordio nel lungometraggio del regista napoletano Gianluca Jodice.

Due controverse icone francesi come Gérard Depardieu e lo scrittore Michel Houellebecq stanno recitando insieme in C’est extra, un nuovo film diretto da Guillaume Nicloux in cui appariranno nei panni di due amici in crisi esistenziale che si ritrovano in un centro di talassoterapia di Cabourg, in Normandia.

Ang Lee è tornato sul set per dirigere Will Smith, Mary Elizabeth Winstead, Clive Owen e Benedict Wong in Gemini Man, un movimentato action movie dove un esperto killer a fine carriera si ritroverà improvvisamente inseguito da un abilissimo clone di se stesso più giovane di 25 anni in grado di prevedere apparentemente ogni sua mossa.

Sally Potter sta girando tra la Spagna e New York un nuovo film dal titolo provvisorio Molly incentrato sulla folle giornata di un giornalista, Leo (Javier Bardem) che sta perdendo il contatto con la realtà e immagina vite parallele mescolando passato e presente supportato solo dall’amore incondizionato per sua figlia Molly (Elle Fanning). In scena anche star come Salma Hayek, Chris Rock e Laura Linney.

Marco Amenta dirige Vincenzo Amato e Sveva Alviti Tra le onde, una storia d’amore dolorosa e intensa ambientata dalla Euro Film tra la Sardegna e la Sicilia, col supporto delle rispettive Film Commission, i cui protagonisti si ritrovano ad affrontare un viaggio sospeso tra sogno e realtà.

Altro che Marvel. Ognuno di noi è un supereroe

“Non lo showdown di un’edizione limitata, ma una storia d’origine, da sempre”. Tranquilli, non faremo spoiler, tranne questo: Glass è un grande film, quello che un superhero movie dovrebbe essere e raramente è. Condizione necessaria e sufficiente, dunque, per venire frainteso e vilipeso dalla critica d’Oltreoceano: gli americani non se lo meritano, troppo sottile, ambiguo e ancor più umanista per il palato stuccato degli adepti Marvel e DC Comics, per cui il massimo della trasgressione è Deadpool.

Dal 17 gennaio nelle nostre sale, l’action-thriller riconsegna il talentuoso ma discontinuo regista e sceneggiatore indiano classe 1970 M. Night Shyamalan ai propri vertici: assecondando la battuta fumettara e meta-cinematografica di Elijah Price (Samuel L. Jackson), non è il redde rationem di un’edizione limitata, bensì il compimento apparecchiato ma non peregrino di una, ehm, storia d’origine iniziata da Unbreakable nel 2000 e proseguita nel 2016 con Split.

Il titolo viene appunto da Mr. Glass, l’Elijah dalle ossa di cristallo e la Mente Suprema, conosciuto quasi vent’anni or sono, ma in questa sintesi low budget (20 milioni di dollari) rincontriamo prima L’Orda incarnata da James McAvoy – altra prova superba – in Split, sulle cui tracce si muove il David Dunn di Bruce Willis. L’eroe di Unbreakable oggi gestisce col figlio Joseph (Spencer Treat Clark, ve lo ricordate?) un negozio di strumenti di sorveglianza, ma celato da un poncho impermeabile continua ad assistere i cittadini di Philadelphia, tanto da meritarsi l’appellativo di Sorvegliante. Eppure, per la polizia Dunn e la Bestia, la più dispotica e pericolosa delle creature dell’Orda, pari sono: arrestati, finiscono al Raven Hill Memorial Hospital che già accoglie Elijah, il vertice più acuminato del triangolo in divenire. Sotto le cure della psichiatra Ellie Staple (Sarah Paulson), i tre verranno ridotti a più miti consigli, ovvero dissuasi: non sono i supereroi che credono di essere. Ma è proprio così?

Sostenuto dalla mesmerizzante colonna sonora di West Dylan Thordson, che riprende molto del James Newton Howard di Unbreakable, Glass è pieno di twist, rimandi e divagazioni, sopra tutto, tracima di intelligenza emotiva e rifugge l’abituale manicheismo del genere d’appartenenza. Shyamalan impiega i suoi iconici personaggi, da un lato, per elogiare la diversità e rafforzare la fiducia personale degli spettatori, dall’altro, utilizza l’arco narrativo 2000-2019 per riflettere criticamente – Unbreakabale uscì poco dopo l’antesignano X-Men – su che cosa siano diventati i superhero movies in questi due decenni. Il tutto senza intenti moraleggianti né giudicanti, ma con l’amore incondizionato e rigoroso del fumettaro: Glass è insieme un vetro fragile e una lente potente, sicché ha bisogno di cuori accoglienti e occhi lungimiranti. Nel caso, vi si staglierà dinanzi come un’epifania: supereroi si nasce, ciascuno di noi.

 

 

 

Tutto il potere di un VICE. Il film su Dick Cheney

Ho incontrato Dick Cheney due volte (incontrato, non conosciuto) mentre stavo scrivendo da Washington, e Cheney era vicepresidente degli Stati Uniti. Ero in un gruppo intorno a lui e non ho fatto alcuna domanda. Sapevo che sarebbe stata inutile. Cheney rispondeva, se rispondeva, in modo brevissimo e chiaro, come: “Sì, lo abbiamo fatto”. Un suo espediente era di guardare a lungo, in silenzio chi gli rivolgeva la domanda. Oppure, sulla tortura: “Certo, è la cosa utile”. Come nel film di Adam McKay, il vero Cheney non mentiva e non era ambiguo. Di ambiguo c’è solo il titolo. Vice sta per “vicepresidente” (Dick Cheney è stato vicepresidente degli Stati Uniti nel primo, tragico mandato di George W. Bush, dell’attacco alle Torri gemelle e della spaventosa guerra in Iraq). Ma “vice” vuol dire anche vizio, difetto, due caratteri che non si trovano nel Cheney della Storia e in quello del film, una volta che il giovanotto fallito dell’inizio diventa uomo di pieno e ininterrotto controllo sugli eventi, spinto con forza brutale dalla moglie Lynne che poi, all’uomo giusto che voleva, si sottomette, secondo il codice delle spose di Washington.

Come molti di noi ricordano, la presidenza di Bush il giovane è stata contraddittoria e pericolosa. Il merito del film di McKay è di narrarla passando per strade diverse che si intersecano bene e spiegano bene. Spiegano che grande artefice sia stato Dick Cheney, nell’apparente ruolo di “vicepresidente che non conta niente” (cito lui, citato dal regista) fra l’America costituzionalista del prima e l’America sovranista del dopo. Ho detto la parola chiave che spiega il film e ora dovrò dimostrare quello che ho detto. Dirò prima di tutto che in questa opera cinematografica grande e complessa, che pure si attraversa di corsa come un thriller, si sovrappongono tre film diversi. Uno. Dick, professionista marginale e poi progressivamente più grande della politica, intesa come servizio al potere, vede il mondo politico da sotto, dalla parte della sua famiglia, è sostenuto da un legame forte con la moglie Lynne e deve affrontare, proprio in casa, un pericolo grave per un politico: una delle figlie, Mary, è apertamente e coraggiosamente omosessuale. Risolve lui, proprio lui, subito, uomo che ci appare senza scrupoli e resterà senza scrupoli. Lo risolve con il colpo di scena della accettazione e dell’affetto. In un secondo film, Dick è uno scalatore a mani nude. La sua grande qualità di ascoltare in silenzio lo dota di fatti, dati, informazioni che altri non notano e che lasciano passare con indifferenza. Il politico di seconda fila anticipa mosse e vede passaggi che fermano o inchiodano altri. Ha capito la differenza fra il potere e leggi, regole e ragioni del potere. Ti importa esattamente e soltanto il potere, alla condizione che sia poco ostentato.

Qui si insinua l’inizio del terzo film, che comincia un po’ dopo, ma domina. C’è un mondo in tempesta. Un mondo che ti crolla in casa (gli aerei lanciati contro le Torri gemelle di New York), c’è un Paese terrorizzato e un presidente debole e sperduto. Si può mandarlo via, intimandogli di nascondersi per il bene del Paese. Cheney è sul posto, sa tutto di ogni dettaglio della gestione della forza e tutti apprezzano che lo sappia. Quando il potere è pieno, ci vuole guerra. Guerra all’Iraq è una buona invenzione. “La tua guerra” dice il vice al presidente mentre il presidente scompare chissà dove. Nessuno consulta il Congresso e il Congresso non ha obiezioni. La persuasione sovranista è che i parlamenti non servono. Ora è chiara la forza di decidere la guerra, i massacri, le centomila unità del corpo di guardie private (ricordate il “caduto” Quattrocchi a cui viene fatto dire “Ora vi faccio vedere come muore un italiano?”), la sottomissione degli ex alleati che, nel nuovo modo di concepire il potere, sono volontari che si accodano, non alleati. È iniziata una politica parallela senza notizie e senza Congresso.

Noi, spettatori ormai esperti delle vicende italiane, ci troviamo a nostro agio in questo film, girato con grandiosa bravura, e momenti con finta frivolezza, o montato per scherzo come se fosse interattivo (l’inserto del narratore coraggioso, vivo e morto, non si sa se per destino o delitto). E ci troviamo di fronte a un manifesto (è il senso di tutto il film) che ci riguarda perché descrive ciò che è accaduto negli Usa per poter arrivare da Reagan a Trump. Primo, mai discutere di ideologie, non esistono. I Repubblicani di destra fanno pena come i Democratici di sinistra. Secondo: solo un vice, che non sembri l’autore di tutto, può essere l’autore di tutto. Terzo, il potere è potere e le idee che lo spiegano o lo giustificano non sono ammesse. Non c’è niente da celebrare, c’è da obbedire. Quarto. Chi governa da sovranista vuole intorno solo poche persone, di assoluta lealtà, eliminando tutte le altre come “inutile burocrazia”. E così il film ci racconta di Cheney. Quinto: i poteri non sono divisi. “Il nostro sistema prevede l’esecutivo unitario”, nel film lo annuncia, in un una breve straordinaria sequenza (evidentemente filmata altrove) il giudice della Corte Suprema, Antonin Scalia, quando era ancora in vita ed era considerato il più grande giurista americano. Cita e coordina una serie di articoli della Costituzione americana che, debitamente connessi e interpretati, dimostrano che c’è una sola volontà, una sola decisione, un solo potere, che lui definisce “esecutivo unitario” e verso il quale il Congresso non ha alcun potere. Vice di Adam McKay è un film importante. Nel mondo del cinema. Nel mondo della politica americana. Nella gestione del potere che è appena cominciata in Italia.