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Sanremo, la voce della ragione contro un atto vergognoso

Mai nella vita mi sarei aspettato che l’intervento più alto sul tema dei respingimenti di povera gente in mare arrivasse da Claudio Baglioni. Unica luce in un mare di vergognosa ignavia e di ristrettissima umanità. A lui va il mio applauso incondizionato.

Enzo Cuccagna

 

Lo “Shuttle” danneggia la Natura e le nostre tasche

Lo spreco di denaro pubblico avviene sia con le grandi che con le piccole opere. Nel dicembre 2014 i giornali locali pugliesi riportavano le critiche al progetto di collegamento (Shuttle) tra la stazione e l’aeroporto di Brindisi. Dopo quattro anni, la questione torna d’attualità e mi domando: è stato effettuato da chi di dovere uno studio costi-benefici dell’opera? Esiste già un servizio navetta che collega stazione e aeroporto in un 15 minuti al costo di un euro e per esperienza diretta so oltretutto che il bacino di utenza è irrisorio. Mettere dei binari ferroviari, come si pensa, aumenterebbe solo la distruzione del paesaggio e la cementificazione del territorio, sprecando soldi perché già c’è il servizio funzionante. Ma non è finita, perché ho letto sul Quotidiano di Puglia che non facendo lo Shuttle si deve pagare alla ditta Doronzo una penale da due milioni e mezzo di euro. Tutto per un’opera nemmeno finanziata a dovere, il Cipe ha messo 60 milioni quando ne servono 80.

Oronzo Balestra

 

Scuole inagibili da chiudere: una su due non è a norma

Se l’Associazione nazionale presidi dopo aver minacciato di chiudere le scuole per l’inagibilità lo facesse, la metà chiuderebbe i battenti. Dai dati Istat risulta che una sue due non sia a norma.

Pasquale Mirante

 

Il rapporto tra Conte e Carige è l’unico appiglio per Renzi?

L’attacco di Renzi e del Partito democratico al premier Conte, per conflitto di interessi nel salvataggio della Banca Carige, la dice lunga su due cose. La prima, è che è sempre Renzi e i renziani che comandano nel Pd, che di volta in volta viene spinto in imprese politiche sbagliate. Mentre la seconda è che Renzi e Boschi sono ancora feriti per essere stati indagati per il conflitto di interessi che ha contrassegnato il salvataggio di Banca Etruria e compagnia. Che, poi, il fatto che secondo Renzi il premier Conte si trovi in una situazione di conflitto di interessi nel salvataggio della Carige, in quanto allievo e collega di studio del suo maestro prof. Alpa, a propria volta consulente della Carige, spiega bene l’ossessione di Renzi per colpire Conte come è stato colpito lui stesso.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Prima chiamavamo straniero anche il nostro vicino di casa

La signora Antonietta vive nel Roero, zona di Cuneo, in una casa antica fatta di pietre e di sacrifici. Porta avanti lo sforzo quotidiano che la sua famiglia compie da sempre per produrre il vino in queste terre sabbiose dove un tempo pesci preistorici nuotavano nel mare che copriva l’attuale Monferrato. La signora ricorda ancora quando la madre le diceva che al di là del fiume Tanaro c’erano gli stranieri, riferendosi a quelli che vivevano nelle Langhe.

Prima o poi arriverà in giorno in cui ognuno di noi sarà a casa in ogni luogo si trovi.

Fabrizio Floris

 

L’astensione alle elezioni tiene in vita la partitocrazia

Dopo anni di partitocrazia, che poteva continuare all’ infinito senza la nascita del Movimento 5 stelle, troviamo astenionisti “assenteisti” come il lettore Michele Schiavino che non hanno influito minimamente nel cambiare un governo, come si usa in democrazia andando ha votare. Questo lettore si lamenta delle promesse non mantenute dei gialloverdi, dopo nemmeno un anno di governo, li considera inaffidabili. Forse se avessero votato anche gli “assenteisti” avremmo avuto un governo diverso. Quello che c’è oggi è semplicemente il frutto di una legge elettorale pensata apposta per far vincere le minoranze – e quindi non far vincere nessuno per davvero – anche confidando nei tanti che si rifugiano nell’astensione.

Omero Muzzu

 

Siete una boccata d’ossigeno in un mare di appiattimento

Concordo con il direttore quando sottolinea l’appiattimento di buona parte dei giornalisti di fronte a quei gruppi di potere che li sostengono. Vorrei in aggiunta sottolineare un aspetto, cioè che troppo spesso i media parlano di fette di pane e cioccolata, delle magagne di Di Maio padre e figlio, di Masterchef, e di Renzi che fa il conduttore televisivo. Per fortuna ho potuto respirare una boccata d’ossigeno col reportage di Alessandro Di Battista sull’Honduras pubblicato su questo giornale.

Antonio Giaretta

 

Accogliere è da cristiani, chi lo nega è un ipocrita

Molti pseudo-cattolici si lamentano quando il Papa invita all’accoglienza. Dicono che i preti non devono fare politica. Quando i sacerdoti esortano all’accoglienza non fanno politica ma indicano la strada a chi crede. Sono altri che usano simboli religiosi per fare politica.

Mauro Chiostri

Referendum e quorum. Buon segno: il M5S ha ascoltato (anche) le critiche del “Fatto”

 

L’altro giorno, il direttore Marco Travaglio ha strapazzato i 5Stelle per il disegno di legge costituzionale sul referendum propositivo senza quorum. Poi ho letto che un quorum è stato introdotto e ho appreso dall’intervista del ministro delle Riforme, Riccardo Fraccaro (M5S), che è stata accantonata anche l’idea di introdurre il vincolo di mandato per i parlamentari. Gradirei conoscere il pensiero del direttore Travaglio su queste novità, che sembrano venire incontro alle sue critiche.

Gianni Francini

 

Caro Gianni, non capita tutti i giorni di potersi felicitare con un ministro. Lo faccio volentieri con Fraccaro. Non credo – sono presuntuoso, ma non fino a questo punto – che la sua (e dei 5Stelle) doppia resipiscenza operosa sul quorum referendario e sul vincolo di mandato sia una conseguenza del mio articolo. Ma è comunque una buona notizia che i rilievi critici della stampa libera, insieme a quelli delle opposizioni e della Lega (che, sulla necessità di un quorum, avevano ragione), vengano accolti dalla prima forza politica del Paese. E inducano il principale partito di governo a ripensarci per migliorare una legge, tantopiù se è destinata a modificare la Costituzione. Le riforme costituzionali, per quanto possibile, devono coinvolgere una maggioranza ampia, molto più di quella governativa. Così non fu, per colpa dell’Ulivo con il Titolo V nel 2001, di Berlusconi e dei suoi alleati nel 2005 con la Devolution e di Renzi & C. nel 2015 con la controriforma Boschi-Verdini. Invece Fraccaro ha accolto lo spirito degli emendamenti delle opposizioni e ha accettato un quorum che mi pare ragionevole: i referendum, propositivi o abrogativi, saranno validi se l’opzione vincente (il Sì o il No) raccoglierà almeno i voti del 25% degli aventi diritto. Il che impedirà agli astensionisti di prevalere sui votanti, come purtroppo è avvenuto in gran parte dei referendum degli ultimi vent’anni. Scoraggerà i partiti dal fare campagna per l’astensione anziché per una delle due opzioni possibili (come il centrodestra sull’eterologa e il centrosinistra sulle trivelle petrolifere). E darà alle leggi bocciate o approvate dai cittadini la legittimazione di rappresentare almeno un quarto del corpo elettorale, cosa che non sarebbe avvenuta se si fossero ritenuti validi tutti i referendum, a prescindere dal numero degli elettori. Noi del Fatto critichiamo sempre ciò che non condividiamo ed elogiamo ciò che condividiamo, a prescindere dal colore di chi lo propone. Se qualcuno ci ascolta, magari lo aiutiamo a sbagliare un po’ meno. Nell’interesse di tutti.

Marco Travaglio

Grandi opere, né sì né no a prescindere. Ma fondi spesi bene

Non so a voi, ma a questa rubrica il dibattito sulle grandi opere suscita nausea e disgusto. Non bisogna infatti essere degli scienziati per capire quanto sia assurdo dire di sì o di no in blocco a decine e decine di diversi progetti autorizzati nel corso degli anni dalle varie maggioranze che si sono succedute al governo del Paese. Chiunque sia dotato di un po’ di sale in zucca sa bene che vi sono opere necessarie e convenienti per la collettività e altre che nascono invece da scelte clamorosamente sbagliate o addirittura criminali. Per esempio, nessuno può oggi sostenere che la Brebemi – cioè l’autostrada in teoria privata costruita per raddoppiare i collegamenti tra Brescia e Milano – sia stata una buona idea dal punto di vista economico. Dopo essere stata a lungo spacciata come un’opera da realizzare senza un euro pubblico grazie al project financing, la Brebemi ha invece beneficiato di uno stanziamento da 260 milioni di euro statali e di uno da 60 milioni da parte della Regione Lombardia, oltre che di una proroga di sei anni deliberata dal Cipe per la concessione, passata da 19 anni e mezzo a 25 e mezzo. A quattro anni dall’inaugurazione, tutte le previsioni sul traffico si sono rivelate sballate: l’A4 non è stata decongestionata (i veicoli in transito sono anzi aumentati) a causa degli alti costi dei pedaggi della Brebemi. Le perdite sono state costanti e l’indebitamento nel 2017 è salito fino a 1,7 miliardi di euro. I fatti e non le opinioni dicono che l’opera è stata un fallimento. Col senno del poi, oggi gli amministratori che l’autorizzarono farebbero verosimilmente scelte diverse. Potrebbero per esempio decidere di non costruire nulla e di potenziare ulteriormente la A4 oppure di approvare un percorso differente. Esattamente quello che farebbero oggi i governi che diedero il via al Mose di Venezia. A meno di non pensare a malafede condita da tangenti (fatto non improbabile viste le successive condanne per mazzette), nessun governante sano di mente potrebbe dire di sì a un sistema per evitare l’acqua alta che dopo 20 anni è già costato più di 5 miliardi e 150 milioni (contro il miliardo e 600 milioni preventivato) e che necessita di altre molte centinaia di milioni per essere terminato. Anche perché, in attesa di sapere se l’opera funzionerà, si è scoperto che la manutenzione non costerà 20 milioni l’anno come da progetto, ma 80, cioè quattro volte di più. Affermare che per salvare Venezia sarebbe stato più economico e saggio adottare sistemi già sperimentati contro le alte maree nel nord Europa, è insomma un’ovvietà. Certo, vi sono altre opere che si sono rivelate utili e azzeccate. Collegare Milano e Napoli con il Tav è stato giusto (anche se sui soldi spesi per la realizzazione gravitano molti interrogativi) e sarebbe bene che al più presto la linea portasse i treni fino a Bari e Reggio Calabria. In ogni caso, però, nessuno può dire che le grandi opere vanno bene o male in blocco. Eppure è quello che accade in questi mesi. Gli schieramenti si affrontano, a volte scendono in piazza, debordano sui giornali (in particolare quello del sì a prescindere), pubblicano manifesti. Per questo, seguendo il dibattito politico, a questa rubrica viene la nausea. Ma non per moralismo. Solo per convenienza. Il denaro investito nelle grandi opere è di tutti i contribuenti (e quindi anche di chi scrive). Fatti chiari vorrebbe solo che a Torino, come a Palermo, venisse davvero speso al meglio.

Salvini-baglioni. L’arte non è pane e Nutella

La “Bestia” social salviniana ha giocato la stucchevole e finora vincente carta della finta bonarietà irridente di chi è refrattario alle critiche (“Canta che ti passa…”), ma forse per la prima volta ha accusato il colpo. Con gli attori e i prodotti dell’industria culturale, agroalimentare, nazional-popolare, Salvini alterna due atteggiamenti contigui: quelli che non può assorbire e usare per la sua propaganda (indifferentemente Al Bano e la Nutella, Mauro Corona e i tortelli alla zucca), li addita al suo pubblico come cascami castali, “intellettualoni” (i già “professoroni” di Renzi), ottimati lontani dagli ormai soporiferi “veri bisogni della gente”, dunque terzomondisti, globalisti, plutocratici, buonisti e altre vezzose sfiziosità da miliardari; laddove è chiaro che invece lui, Salvini, sta con gli italiani.

Claudio Baglioni, che gli italiani amano da 40 anni con una intensità e una costanza che certi politici aspiranti rockstar si sognano la notte, ha detto in conferenza stampa pre-Sanremo ciò che qualunque persona dotata di buon senso pensa, e cioè che lasciare 50 persone per giorni su una nave e chiamare questa scelta “politica di gestione dell’immigrazione” configura l’appartenenza della questione al genere della farsa. “Lascia che di sicurezza, immigrazione e terrorismo si occupi chi ha il diritto e il dovere di farlo”, ha intimato il ministro bulimico (in senso metaforico e letterale) al cantautore, che s’è semplicemente avvalso dell’art.21 della Costituzione; ministro che peraltro, con modalità innovative che studieranno gli storici, non disdegna di mischiare quotidianamente le funzioni proprie del politico (delle quali a dire il vero c’è poca traccia) a quelle di influencer di Instagram, testimonial di prodotti caseari/ortofrutticoli/vinicoli, indossatore di divise di corpi in cui non presta servizio e persino, mirabile dictu, cantante neomelodico. Ma Baglioni non può: si limiti a cantare, preferibilmente canzonette anodine prive di critica sociale, con versi che riflettano la letizia dei borghi e la pace delle città, insomma pensi a intrattenere il pubblico come un orso ammaestrato (la citazione è del Poeta) ché alla salute etica del Paese ci pensa Salvini. Così come già J-Ax (“rapper sinistro”) e persino Pamela Anderson, la bagnina di Baywatch che aveva parlato di un’Italia con tendenze da anni 30, fatta passare per una privilegiata insensibile alle rivendicazioni della rust belt padana, Baglioni – che da anni presta la sua arte alla sensibilizzazione sulla tragedia migratoria – è diventato il bersaglio di insulti i più fantasiosi (tra i quali, per dire, “razzista”), come previsto dal suonatore di campanellini per cani sbavanti; mentre il direttore di RaiUno Teresa De Santis l’ha avvisato che questo è l’ultimo Festival che conduce (“Mai più all’Ariston se ci sono io”, avrebbe detto, al che ci pare doveroso far seguire la pernacchia di Totò).

Nello schemino tedioso si inserisce a sorpresa il carnacialesco, patetico tentativo del Pd di appropriarsi delle adamantine parole di Baglioni (Renzi e Boschi ne hanno tessuto sui social l’elogio dei giusti). Stiamo parlando del partito che al governo espresse Minniti e la sua particolare filosofia filantropica fatta di accordi coi libici per trattenere le persone dentro recinti da cani e tolleranza zero contro i derelitti nelle città. Pazienza se Baglioni aveva sottolineato che anche “tutti i governi precedenti” non sono stati all’altezza di gestire il fenomeno epocale delle migrazioni, e dunque per logica, ad avercene in questo buio del cuore e delle menti, quelli del Pd sarebbero i meno titolati a parlare. A ogni modo, vista l’attenzione isterica che i potenti pro-tempore dedicano ai re del mondo (i poveri, gli sconfitti e gli artisti) e al rimestare continuo nei ribollenti istinti del web per silenziare il dissenso, accogliamo la vicenda con felicità: se non altro, è la prova che le parole dei poeti fanno ancora paura.

Peppone ora è liberal. E don Camillo soviet

E poi dice che uno si butta col contrappasso.
Il Compagno Don Camillo non ha che Mosca, e così Peppone – fedele alla linea CCCP – deve invece scapparsene dalla Russia perché il suo stato guida è ormai l’indefinito Occidente delle transazioni bancarie, cosmopolite e liberiste. La guerra tra i nemici della società libera – quelli del partito russo in Europa – e i suoi difensori si gioca all’ombra del doppio incrocio dell’isolazionismo Usa voluto da Donald Trump e dalle trame informatiche della Russia.

Ne ha parlato, con la consueta e sapiente perizia, Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di martedì mettendo in fila i tre argomenti incombenti oggi: la Casa Bianca che rinuncia alla guardiania sul mondo “libero”, la crisi dell’Unione europea e le insorgenze populiste nel dappertutto illiberale. Non è certo il caso di Panebianco, quello di inciampare nella russofobia, ma un’omissione – una dimenticanza – c’è ed è in un dettaglio: la Russia, al pari dell’Inghilterra, è una potenza europea. Lo è culturalmente, storicamente e anche – oltre a condividere con la Gran Bretagna il retaggio imperiale – nella sua intima vocazione. Non fosse altro per lo spirito russo che ha consentito a un popolo con oltre cento milioni di martiri – cento milioni di morti in settant’anni di materialismo ateo e scientifico – di restituirsi alla luce e sopravvivere alla più perfettamente architettata tra le dittature del totalitarismo novecentesco. Quella stessa macchina ideologica che consente ai suoi devoti supporter di appena ieri – Giorgio Napolitano su tutti – di apparire oggi tra i campioni del liberalismo, difensori, appunto, della “società libera” e nemici del partito russo in Europa. Ed è il pieno contrappasso perché davvero il manesco parroco della Bassa creato dal genio di Giovannino Guareschi solo oltre gli Urali troverebbe oggi chiese piene di fedeli e vive di fede. Sono quelle stesse visitate in incognito, trasformate in granai al tempo in cui un Napolitano – il Peppone in loden e borsalino – si schierava coi carrarmati dell’Armata Rossa contro la libertà d’Ungheria (lo stesso tempo in cui Vladimir Putin, futuro colonnello del KGB, veniva battezzato in clandestinità, quando si dice il contrappasso…). E avrebbe, don Camillo, molti più fedeli al seguito del suo Crocefisso nella terra redenta da Cirillo e Metodio. E ne avrebbe in maggior numero di quanti ne possa recuperare dall’alto del suo pulpito reso afono nell’Europa delle cosiddette “radici cristiane”, quella di oggi; mentre a Peppone – ritrovatosi liberal, senza più la Colomba della Pace disegnata dal tovarich Picasso – non resta altro pennuto che il tacchino del Thanksgiving di casa Clinton, e altra internazionale non può disporre che la globalizzazione. Una civilizzazione perfino missilistica se l’unica mistica perseguita dalla sinistra bohémien, oggi, è quella di raddrizzare il legno storto dell’umanità perché, si sa, se tu non vai dalla democrazia è sempre la democrazia a venire da te. Quando si dice la cara, vecchia e sempreverde Dottrina Bush, l’estremo Eden prima della caduta nell’isolazionismo imposto da Trump che, manco a dirlo, va a far dispetto a Hillary, a Barack e a tutto il cucuzzaro liberal ritirando le truppe Usa dalla Siria.

Ed è l’incombere del contrappasso. Certo, resta sempre il famoso fatto, anzi, la domanda delle domande: se non esiste più l’Unione sovietica perché mai c’è ancora la Nato, l’alleanza atlantica delle nazioni in allerta sulle mosse del Cremlino, forse perché – come col fascismo – si porta molto l’anticomunismo in assenza di comunismo, giusto a cercarlo in Russia dov’è ridotto al lumicino del folclore?

Non è appunto il caso di Panebianco la cui onestà intellettuale è fuori discussione.

L’illustre politologo coltiva una sua scelta di campo – la società libera – senza cedere al sentimento russofobo ben presente nella chiacchiera pubblica.

Un’avversione verso ciò che la Russia, liberandosi dall’incubo dei Gulag, ha svelato di essere: un’idea di stare al mondo ancora una volta dostoevskiana.

È l’affermazione con cui Dostoevskij, nel 1854, dichiarava il di più che è proprio dei russi: “Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori delle verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità”.

Ciò che alimenta la russofobia dei perbenisti non è neppure l’indole muscolare di Putin ma proprio questo tratto identificativo e sacrissimo del popolo russo che si fa vanto altresì della più numerosa comunità islamica su suolo europeo, come della remota impronta del lamaismo su cui ben poco può fare il nostro punto di vista, geograficamente strabico e storicamente, e culturalmente, infine, vocato a una sola destinazione: il contrappasso.

Il loro Buio a mezzogiorno è tornato luce. Ed è notte solo per noi.

Un “dirottatore” alla prova dello share: Baglioni lancia il Festival degli opposti

Tiranno, sabotatore, candidabile statista. Baglioni ha più anime che chitarre. L’anno scorso era l’autoproclamato “dittatore artistico” di Sanremo, stavolta rivendica per sé il ruolo di “dirottatore” dedito al rovesciamento del Palazzo della Musica. Per soprammercato, lancia un siluro contro il governo sui migranti. Da vecchio lampedusano d’adozione, Claudio ha sottolineato che in un Paese “cieco e rancoroso è una farsa pensare di risolvere la situazione di milioni di individui in movimento impedendo lo sbarco di 49 persone”. È la frase cult di un vernissage festivaliero altrimenti povero di scoop: i salviniani se la sono legata al dito, ventilando il teleboicottaggio della rassegna guidata per la seconda volta da un leader dell’opposizione in pectore. Nella terra dei cachi, dove Sanremo è un evento mediatico che va molto oltre un pugno di canzoni, la sortita baglionesca aggiunge grattacapi ai vertici di Rai1: l’audience ne risentirà? Ogni punto di share – come per la manovra – vale milioni. Viale Mazzini ne spende almeno 18 per la produzione, ma spera in utile di altri 5 o 6. Tim, munifico sponsor unico, potrebbe pretendere garanzie sulle percentuali di ascolti. Anche perché, se i co-conduttori Virginia Raffaele e Claudio Bisio risulteranno graditi a prescindere dal pubblico generalista, la scelta degli artisti in gara è a forte rischio di riconoscibilità dagli italiani over trenta. La visione di Claudio è stata elevare la quota di teen idol tra i 24 in concorso: resisterà sul divano la vecchia zia quando appariranno Ghemon, Ex Otago o Boomdabash? E i fedelissimi del Viminale accenderanno la tv?

Baglioni ha un piano. La sua bozza programmatica prevede una “riconciliazione armonica degli opposti”. Traduzione: il vecchio e il nuovo del panorama pop coesisteranno all’Ariston per traghettare oltre il Rubicone quelli che saranno ascoltati anche dopodomani dai giovanissimi, unici acquirenti di canzoni. Ma la “mission” ha altre valenze, vagamente olistiche: è l’edizione 69? E Claudione nel numero vede “lo yin e lo yang, il giorno e la notte, Fratello Sole e Sorella Luna”, cioè i due comici suoi compagni di squadra. Fatalmente, Bisio pensa ad altro, e comincia a macinare la pubblica seduzione della collega. La gag sarà il tormentone sanremese: Claudio2 ci prova, e Virginia gli dà il due di picche. Come ieri: “Lo vedevo a Zelig da quando ero bambina, Bisio è un mostro. Anche artisticamente”. A occhio sarà lei a tenere le redini del team, con meno maschere e più battute a viso scoperto. E poi? Troppe le carte ancora non svelate dell’Operazione Sanremo. Baglioni allude a “un omaggio al Quartetto Cetra”: chi è l’aggiunto? Bisio fa il nome di Checco Zalone, mentre potrebbe riprendere quota il defilato Morandi. Baudo e Rovazzi saranno di nuovo della partita, dopo il riuscito test in coppia. Confessa Baglioni: “Volevo fare Pippo, Pluto e Paperino con loro due, ma Rovazzi non ci sta”.

Super ospiti? Qui scatta un apparente paradosso. Se sul versante sociopolitico Baglioni ribadisce il no “a nuovi Muri, trent’anni dopo Berlino”, su quello autorale pone il veto ai non-italiani. “Troppe volte sono venuti per prendere senza dare, non abbiamo bisogno di figurine, Sanremo è già internazionale di suo”. E allora sarà un festival autarchico: con la solita parata dei big graditi all’impresariato monopolista: già confermati Andrea Bocelli & Figlio, Giorgia, Elisa. In arrivo Ligabue, Mengoni, Ramazzotti, Pausini & Antonacci. Non potrà però essere una nuova baglioneide. Stavolta sarà lui, il Dirottatore, a mettersi al servizio del repertorio altrui. Di classici su cui duettare ce ne sono a bizzeffe, nel catalogo del Belpaese. Volendo, eh.

Più che il conservatorio sembra “Un posto al sole”

Il cigno è l’uccello sacro ad Apollo, il dio della musica. È l’emblema della sua arte, con il ramo di alloro e la lira. Il figlio di Apollo, Orfeo, simbolo a sua volta della musica e dell’arte, venne dilaniato dalle Baccanti e il suo capo e la sua lira galleggiarono lungo il fiume Strimone: e le rive echeggiavano l’invocazione del nome di Euridice della frigida lingua (Virgilio) e le note della cetra. Mi chiedono di guardare una serie sulla vita del Conservatorio di musica di Milano, realizzato da una “Compagnia del Cigno”: l’animo mi si apre. Non mi spaventa una dura nota diffusa dal Conservatorio di Padova: in buon italiano difende il Conservatorio quale istituzione e parla di “stereotipi” e “contraffazione della realtà”. Resto subito deluso. In effetto, il lavoro della “Compagnia del Cigno” mi pare un sottoprodotto di Un posto al sole, ove le vicende della vita privata e dell’eros fra ragazzi e docenti occupano un posto rilevante, insieme con difficoltà reciproca di sopportare ruoli psicologici e professionali.

Ho insegnato in Conservatorio dal 1971 al 1994, a Torino e Napoli. Ho abbandonato in anticipo la cattedra per disgusto e sfiducia. Il Conservatorio è un’accademia (ottativamente) di livello superiore. Vi si formano strumentisti, compositori, teorici e insegnanti. Comune dovrebb’essere l’insegnamento della musica, la sua natura, il suo senso, il suo linguaggio, le sue forme. In ogni realtà vi sono diversissime nature, onde un certo numero di musicisti già così disposti e in grado di diventarlo del tutto esiste, e ce ne sono stati anche negli ultimissimi anni. Ho avuto discepoli di prim’ordine.

Ma debbo parlare del caso generale. La prima fonte del disastro è la cosiddetta “scuola dell’obbligo”. La classe politica, a partire dagli anni Sessanta, e sempre più, l’ha concepita come un “ammortizzatore sociale”. Serve a parcheggiare i giovani in attesa di un lavoro che spesso non viene. I miei amici universitarî che insegnano materie umanistiche e giuridiche mi dicono che la gran massa degli studenti non possiede una conoscenza basilare dell’italiano. Scrivono solo in stampatello con le abbreviazioni usate in whatsapp e ignorano ogni principio grammaticale e sintattico. C’è, e c’era in Conservatorio, la regola non scritta di promuovere tutti. La mia difficoltà fu che gli allievi non comprendevano le mie lezioni: perché non comprendevano la lingua italiana. Quando decisi di dettare appunti, mi avvidi che non sapevano scrivere sotto dettatura: all’epoca delle mie scuole elementari, esisteva il dettato, abolito dalla nuova pedagogia democratica. Tentai allora di far leggere ad alta voce il libro di testo. Da come intendevano la punteggiatura, mi resi conto che non comprendevano ciò che faticosamente sillabavano. Molti erano studenti universitarî e laureati. Io insegnavo storia della musica anche per i diplomandi in composizione; quindi promossi all’esame di armonia. Ero costretto a tener loro un corso di armonia elementare. Alcuni di essi oggi insegnano musicologia in Conservatorio. E provate a chiedere a un cantante o un direttore d’orchestra di spiegare il senso delle parole che dirigono o cantano in Mozart, in Verdi.

Gli strumentisti, specie quelli orchestrali, apprendono la meccanica dello strumento, non il linguaggio che attraverso tale meccanica si esprime. Sono manovali, che invece di tenere in mano una cazzuola o un saldatore impugnano un clarinetto o un violino. La musica non la capiscono e di solito non la amano. Lo si vede quando giudicano un cantante, un solista o un direttore d’orchestra: scelgono i peggiori. Fino agli anni Sessanta in Italia esistevano poco più di dieci Conservatorî. Oggi ve n’è almeno uno per provincia. Sfornano decine di disoccupati, i quali, se riescono a trovare posto in orchestra, arrotondano andando a suonare ai battesimi, ai matrimonî, alle feste di piazza, accompagnando i “neomelodici”. E i Conservatorî attribuiscono lauree honoris causa, o almeno master, a Gigi D’Alessio.

 

Era un falso solitario: voleva essere incoronato poeta

Il suo capolavoro fu rinnegare se stesso. Stracciò idealmente lo stato di famiglia, glissò sulla carta d’identità, rivoltò come un cappotto la propria anima. E riuscì a raccontare un mondo. De André, che viveva in collina tra i privilegiati, scendeva verso il porto per accostarsi agli ultimi. Non era esattamente una vocazione protocristiana, quella di Faber, anche se trovava punti di contatto con i vangeli apocrifi della Buona novella o con la fiaba del Pescatore che dà da mangiare all’assassino affamato, senza giudicarlo. Era, semmai, il ripudio di un’agiatezza sancita per stirpe, i De André tanto influenti a Genova e questo ragazzo che andava “in direzione ostinata e contraria”. Non con il saio, beninteso. Fabrizio non era un francescano: si accompagnava con le puttane e i trans, brindava con gli avvinazzati, dedicava elegie agli zingari respinti, agli “indiani” perseguitati a ogni latitudine, alle ombre dei bassifondi. Perdonò i suoi rapitori accettandoli come poveri diavoli, denunciando solo i mandanti: incise un album per risarcire il padre che aveva pagato il riscatto suo e di Dori. Epater les bourgeois.

Vezzi da ricconi? Forse. Ma facendo tabula rasa di ciò che era, De André divenne un sommo cantautore. Dissimulò la sua biografia per trovare una via verso la verità, e trarne arte. Come nessuno è riuscito più a fare dall’11 gennaio 1999, quando chiuse gli occhi. Paolo Villaggio ci raccontò della visita in ospedale a Faber, prima che entrasse in agonia. Erano stati vicini dai tempi dell’asilo, si erano esibiti in crociera sulle stesse rotte di altri due entertainer, Berlusconi e Confalonieri. Avevano scritto insieme Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers. Eppure, o proprio per questo, Villaggio non trovava la forza per andare da De André morente. Alla fine si fece coraggio: “Giuro che ti farò onorare come il più grande cantautore”. Fabrizio lo afferrò per la camicia: “No! Il mondo deve ricordarmi come un poeta!”.

Lo fu. Era un unicum della musica e della parola, un artista irripetibile. Nessuno è riuscito a emularlo. Senza volerlo, De André è stato il killer di generazioni di cantautori, frustrati dal confronto. La parabola creativa lo ha visto dapprima esploratore di percorsi altrui: dopo, trovò i sentieri – le creuze – su cui tutti temevano di poggiare i piedi. Era partito come un esistenzialista cisalpino, infatuato degli chansonnier. Contribuì al mito di una inesistente “scuola genovese”, dove anche altri collaudavano la canzone d’autore sul modello francese. Ma non era amico di quelli della città bassa: Paoli, Tenco, Bindi, Lauzi, i fratelli Reverberi. Lui stava in disparte, e capiva che fosse suo destino non fermarsi al primo capitolo. Il “canta-autore” dei primi album, chitarra e poco altro, liriche abbacinanti, la fama legata alla Marinella ricantata da Mina. E poi le grandi imprese musical-letterarie, il passo oltre della Spoon River di Edgar Lee Masters che diventava Non al denaro non all’amore né al cielo con la mediazione della scopritrice dell’America, Nanda Pivano. E la rivisitazione della vita di Gesù, ma anche del ladrone Tito. O il bombarolo sprovveduto di Storia di un impiegato: era il 1973 e la Storia irrompeva nei negozi di dischi.

La seduzione intellettuale del terrorismo non lo conquistò mai, però gli valse l’“osservazione” da parte del Sisde: si ipotizzava che Faber ospitasse brigatisti nella tenuta gallurese. Man mano la musica si fece più articolata: in Rimini si beffava dell’Italia sconvolta dalla violenza estremista (l’album uscì in pieno sequestro Moro), i suoni che diventavano un vestito per la sua nuova pelle, perché nel frattempo si era messo in mostra su un palco. L’aveva convinto Sergio Bernardini, il patron della Bussola, ma fino all’ultimo De André volle una macchina accesa all’uscita di servizio: era deciso a scappare, non se la sentiva di affrontare il pubblico. Lo incitarono i sodali.

Perché era un falso solitario: un misantropo sì, ma aveva bisogno di compari che lo aiutassero nel cammino. Come il giovane De Gregori, insieme al quale scrisse Vol. 8 in Sardegna. Uno dormiva di giorno, l’altro di notte, si incontravano un paio d’ore e si lasciavano appunti sul tavolo. In un mese l’album era pronto. Gli amici gli servivano per creare. La PFM gli diede un imprimatur rock, un brillìo inusitato negli arrangiamenti. E Mauro Pagani, Massimo Bubola, Fossati, gli architetti del tardo periodo, da Le nuvole – con la parodia dell’operetta e lo schiaffo allo Stato servo della camorra in Don Raffaè – all’epos della lingua ligure per una pietra angolare come Creuza de ma.

Infine l’estrema sortita, quella cosa gigantesca di Anime salve che doveva essere accreditata in egual parte a Faber e a Ivano, ma a metà dell’avventura Fossati rinunciò alla comproprietà dell’album, una delle opere decisive della discografia nazionale. C’era la Grazia laica del suono e della poesia, in Anime salve. Oltre non sarebbe stato possibile andare. La morte lo sapeva, e lo pretese per sé.

Quel che resta di Faber. Genova, una città orfana

Silenzio. La sala del mercato del pesce di piazza Cavour oggi è deserta. È rimasto un odore marcio di sale e mare che ha intriso la pietra. Non ci sono più le urla che all’alba risuonavano e che Fabrizio De André – lui che sapeva trovare la musica in tutto – aveva catturato all’inizio di Creuza de ma. A quell’ora i pescatori versavano sui banchi tonnellate di pesce: naselli, orate, acciughe ancora luccicanti. A guardarli ricordavano la presenza del mare, parte di Genova quanto piazze e vicoli: “Alla riva sbarcherò/ alla riva verrà la gente/ questi pesci sorpresi li venderò per niente” (Le acciughe fanno il pallone). Non è più qui il mercato del pesce. Ed è chiusa anche la stazione di Sant’Ilario dove, guarda gli incroci del destino, tanti anni dopo lo scrittore André Aciman ha ambientato il romanzo Chiamami con il tuo nome.

Se cammini per il centro storico incontri ancora gli amanti di De André che cercano tracce delle canzoni tra piazza dell’Amor Perfetto e via del Campo, quei vicoli che nei nomi e negli incroci sono topografia della vita. Scattano fotografie delle prostitute – graziose, se preferite – che aspettano appoggiate agli spigoli dei palazzi. Ascoltano per catturare frammenti di quel dialetto che nei viaggi per mare ha raccolto parole di arabo, portoghese e francese.

Sì, sembra ancora di trovare la Città Vecchia di De André, “spessa, carica di sale, gonfia d’odori”, se cammini tra i portici di Sottoripa. Quando arrivi al Bar delle Vigne e trovi “quattro pensionati mezzo avvelenati/ al tavolino/ a stracannare, a stramaledir/ le donne, il tempo ed il governo”. Ci sono ancora, mentre Carmelo, il titolare, serve loro un bicchiere di rosso alle undici di mattina. Alle pareti vedi i guantoni “lasciati da un vecchio pugile”, le fotografie dei transatlantici (la Raffaello e la Michelangelo in rotta verso New York), i ritratti sbiaditi della Nazionale del 1982. E dalla porta entra Miriam, una prostituta colombiana, che tra un cliente e l’altro – “in pausa pranzo è un delirio, escono dagli uffici e vogliono farsi una sveltina” – si prende un caffè e un pacchetto di caramelle, quelle forti, al mentolo. Sotto il trucco un po’ sfatto, oltre il profumo dolce che le esce dai vestiti, forse Fabrizio potrebbe vedere gli “occhi grandi color di foglia”. Miriam che, come le altre ragazze, appena si allontana dal marciapiedi e cammina per la città pare improvvisamente spaesata, intimidita, con addosso ancora i pantaloni attillati e luccicanti. Sembrano esserci ancora “i quartieri dove il sole del Buon Dio/ non dà i suoi raggi”. Proprio qui, in piazza delle Vigne, dove Genova mostra il suo segreto: i palazzi nobiliari – una lapide che ricorda il soggiorno del giovane Albert Einstein – e accanto quell’alveare di camere affollato di immigrati e prostitute. La dimora dei ricchi e quella dei disperati, appoggiate – succede solo qui – al muro comune. I palazzi, gli odori, le luci accecanti di questi giorni di tramontana sono rimasti gli stessi. E le nuvole che “vanno/ vengono/ ogni tanto si fermano/ e quando si fermano sono nere come il corvo”.

Ma Genova no, non è la stessa di De André. Sono cambiati uomini e spirito. Verrebbe da tirare in ballo le statistiche che raccontano della città più vecchia d’Italia con un’età media di 48 anni, dove nel panificio vicino a piazza delle Erbe ti chiamano “nin”, ragazzino, anche a cinquant’anni. Qui dove sono nati solo tre residenti su cinque.

C’è ancora, ad Albaro, il quartiere borghese, villa Paradiso dove abitava la famiglia De André. Con quel patio affacciato sulla città del porto: la prospettiva di Fabrizio. E molti ricordano il suo funerale, nella basilica di Carignano, accanto al ponte che collega le due città. Sono passati vent’anni e tutti riascoltiamo le canzoni di De André, quell’ultimo capolavoro: Anime Salve. Ma forse per ricordarlo dovremmo immaginare come canterebbe lui questa Genova. Non più operaia, meno solidale, dove gli assessori si lanciano in crociate contro i clochard e la gente umile sembra essere soltanto povera.

La città che con il suo andamento inquieto aveva fatto nascere le poesie di Giorgio Caproni e Camillo Sbarbaro. E Ivano Fossati che cantava: “Chi guarda Genova sappia che si vede soltanto dal mare”. Ci vorrebbe De André per cantarla oggi, trovarci un ritmo e una melodia, ma è arrivata la morte che “avrà le tue labbra e i tuoi occhi/ ti coprirà di un velo bianco/ addormentandosi al tuo fianco”.

Vacanze “felici” con l’ex, #famigliallargata un corno

Dunque. C’è questo trend esploso durante le vacanze di Capodanno che consiste nell’andare in vacanza con l’ex o addirittura con l’ex, il proprio compagno e il compagno dell’ex oppure tu solo/a con l’ex e il suo compagno, una roba che solo a spiegarla a me viene la dermatite seborroica. Una roba che capisci quanto il vero visionario dell’ultimo secolo non sia stato Steve Jobs, ma Brooke Logan.
Per dire. Simona Ventura è andata a Sharm el Sheikh con Stefano Bettarini e la sua fidanzata.
Lei è da poco tornata single dopo anni di monogamia e anziché fare trenini con il corpo di ballo della nazionale di salsa cubana va in vacanza con l’ex. Che, c’è pure l’aggravante, è Stefano Bettarini. Ora, io ci sono stata a Sharm d’inverno e alle cinque del pomeriggio tramonta pure il sole quindi manco puoi stare in spiaggia a fare le parole crociate fino alle otto, poi farti una doccia, andare a cena, chiedere all’ex se gli piace il pollo all’egiziana, se il giorno dopo si fa un giro in quad tutti insieme nel finto deserto dietro Sharm e poi ciao ciao, andare a dormire. No.

Alle sei di sera ti sei già fatta la doccia e ti ritrovi al bar dell’hotel a fumarti il narghilè alla mela verde con lui e la sua ex che ha 20 anni meno di te e lei con kajal egiziano colato sembra Cleopatra, tu con kajal egiziano colato sembri Loredana Bertè dopo un bagno turco. Comunque. Io stimo molto Simona Ventura, una gran donna. Una superiorità morale nata a Temptation Island che ci insegna una cosa sola: per andare d’accordo con un ex non servono psicoterapeuti. Serve un falò di confronto.

Elisabetta Gregoraci e Flavio Briatore (lei già felicemente fidanzata con un tizio, lui già felicemente fidanzato con più tizie) hanno trascorso il Natale insieme con il figlio e parenti vari a Montecarlo. Io stimo molto Elisabetta Gregoraci. Una superiorità morale che ci insegna una cosa sola: per andare d’accordo con l’ex non serve un falò di confronto. Serve un assegno di mantenimento.

Kourtney Kardashian, la maggiore delle sorelle minimaliste, ha adottato la modalità Ventura ed è andata in vacanza in Messico con il suo ex Scott Disick, i tre figli avuti con lui e la nuova fidanzata di lui Sofia Richie, top model di anni 20 che tra l’altro ne dimostra 15 ed è di una bellezza che nel mondo delle ex mogli normali impedirebbe qualsiasi mediazione diversa da: “Ok, stai pure con quella ma mi intesti casa, macchina, scooter e tagliaerba”. Lui, che a livello di ego è un gradino sotto Barbara D’Urso, ha pubblicato una foto sul lettino al mare, con l’ex moglie a destra e la nuova fidanzata a sinistra e il messaggio: “Che si può desiderare di più?”. Per me ad esempio, si può desiderare che le ex stiano a casa fuori dalle palle, ma gli americani si sa, sono di più ampie vedute.

La contessa marchesa baronessa Tina Cipollari, dopo anni di matrimonio, si è separata, è rimasta in buoni rapporti, ha dichiarato di fare le vacanze con l’ex e ha aggiunto: “Se lui dovesse legarsi a un’altra donna sarebbe felice di fargli da testimone di nozze”. Cioè, una vita passare a insultare, a fare la vaiassa con qualunque donna transitata a Uomini e donne, e poi con l’unica donna che sarebbe legittimata a brutalizzare come Gemma Galgani, sfoggia una neutralità svizzera. Valla a capire.

E ora passiamo ad Alessia Marcuzzi. Alessia Marcuzzi andrebbe studiata, sottoposta a esami psicologici e istologici, analizzata dai più grandi scienziati del dna e della mente umana. Le andrebbe fatta un’autopsia da viva nell’area 51, perché quella donna nasconde qualche inquietante segreto.

Alessia Marcuzzi non si limita ai buoni rapporti con gli ex. No. Lei diventa amica delle nuove compagne degli ex. Gaia Lucariello, moglie del suo ex Simone Inzaghi, è attualmente la sua migliore amica. Quest’estate le ha fatto pure da testimone di nozze al matrimonio con Inzaghi. In pratica lei all’altare con Inzaghi non c’è andata mai, ma lo ha accompagnato all’altare con un’altra. Avanguardia sentimentale pura.

Ma la Marcuzzi è anche oltre. A Capodanno, per non scontentare nessuno, va in vacanza alle Maldive con suo marito, la figlia che ha avuto con Facchinetti, con Facchinetti, con Wilma la moglie di Facchinetti e con la figlia di Wilma che non è figlia di Facchinetti. Capite bene che per gli altri questo incontro a sei sarebbe il pretesto per una rissa da bar, per loro è quello per una vacanza.

Su Instagram, le foto da famiglia allargata, per noi coatte che amiamo le equazioni semplici tipo ex-moglie uguale stronza, sono astrattismo puro.

Ci sono Wilma e Alessia che anziché commentare inorridite l’una le chiappe dell’altra quando si alza dal lettino, posano insieme in bikini. Facchinetti che posa tra loro due in bikini giusto per ricordare al mondo che forse gli è mancata la voce, ma la gnocca mai. C’è la foto di tutti e sei, figlie comprese. La foto di tutti e quattro (le due coppie) e l’hashtag #lanostrafamigliallargata con la gente sotto che commenta “bravi!”, “complimenti!”, “Che bell’esempio” e io che mi sono fatta mettere il parental control sul computer dal mio fidanzato per evitare di andare a commentare “sfanculatevi come tutti e fatela finita!”.

Perché guardate che esibire la felicità in coppia è da sfacciati, ma esibire la felicità da ex coppie è da turpi malefici. La Marcuzzi la deve finire.

E va pure bene che non abbia figliato con Cudicini e Sermonti, perché altrimenti ce la ritrovavamo a Pasqua ad Amalfi col primo e a Pasquetta a Sorrento col secondo.

Io non la sopporto questa sua maturità. Questa sua generosità. Questa sua leggerezza. Questa sua colpevole assenza di rancore. Questa sua indecente incapacità di recriminare.

Non è umana. Non è sana. Non è naturale. La Marcuzzi – io lo so – deve avere uno scantinato buio, la sua stanza oscura in cui sevizia gatti, sodomizza peluche, beve sangue di cerbiatto e stordisce col cloroformio le ex dei suoi ex costringendole a mangiare panini con la porchetta di Ariccia perché alle prossime foto al mare quella più magra deve essere lei.

Io lo so che è così.

L’idea che sia così mi rende il tutto più tollerabile.

Voglio che sia così.

E se non è così, mi scuso con Alessia. Lei c’ha le famiglie allargate, noi c’abbiamo le mentalità ristrette.