Gilet gialli: collette online e lascia l’inviata di Macron

Le “collette online” nuovo strumento per vincere la battaglia dell’opinione pubblica nella protesta dei Gilet gialli: una sorta di sfida a chi raccoglie più fondi è nata in Francia. L’ultima colletta è comparsa ieri sulla piattaforma Paypal, lanciata da Eric Drouet. Il mediatico leader della protesta in giallo punta in alto: vuole raccogliere 1 milione di euro per aiutare i dimostranti rimasti feriti sulle rotatorie e nelle piazze. In poche ore ha racimolato 20.000 euro. La prima colletta però era stata lanciata due giorni fa in sostegno a Christophe Dettinger, l’ex pugile che si è costituito dopo aver picchiato dei poliziotti durante l’ultimo corteo parigino ed è stato convocato ieri in tribunale. Il boom di donazioni, circa 145.000 euro, aveva sollevato così tante critiche e le proteste dei poliziotti, che hanno parlato di “colletta della vergogna”, che la piattaforma Leetchi aveva preferito chiuderla prima del tempo. In risposta, altre contro-collette sono via via nate sul web.

Come quella, di ieri, sempre su Leetchi, di Robert Muselier, presidente della regione Provenza, per aiutare questa volta i 1.050 agenti rimasti feriti negli scontri, che ha già raccolto più di 120.000 euro. Intanto ci si prepara al “grande dibattito” che il presidente Macron ha voluto per superare la crisi. Tra i Gilet si dubita che il governo li ascolterà davvero. Comunque, ancora prima di partire, il dibattito, che prenderà il via il 15 gennaio, è già zoppo. Chantal Joanno, l’ex ministra di Sarkozy scelta per presiedere la commissione nazionale responsabile di raccogliere le proposte dei Gilet, ha gettato la spugna. La Joanno era finita al centro di una polemica per il suo stipendio, quasi 15.000 euro al mese, sembrato sconveniente per parlare di “fine mese” difficili.

May all’angolo: zero soldi e un piano B

Due sconfitte in meno di 24 ore: non male nemmeno per una abituata alle batoste come Theresa May. Il 15 gennaio è la data fissata per il cruciale voto parlamentare sull’accordo di divorzio raggiunto dal suo governo con l’Unione europea: ma in questi primi giorni di dibattito, dopo la pausa natalizia si è scatenata una guerriglia di emendamenti, e l’esecutivo è andato sotto già due volte.

La prima martedì sera, quando una coalizione di laburisti e conservatori, con un emendamento al Finance Bill (la Finanziaria ) passato per 303 voti contro 296, ha limitato la libertà del Tesoro di reperire fondi per un’uscita senza accordo, cioè senza passare al vaglio della House of Commons. Ieri pomeriggio, poi, un emendamento presentato dal deputato remainer Tory, Dominic Grieve, e approvato con 308 sì contro 297 contrari, ha imposto all’esecutivo, in caso di probabilissima bocciatura il 15 gennaio, di ripresentarsi con proposte alternative a un no deal entro tre giorni lavorativi, e di consentire, entro 7 giorni, il voto parlamentare su un piano B da negoziare con Bruxelles. Con una concessione dalle ripercussioni non ancora chiare, l’esecutivo ha accettato anche l’emendamento Swire, che consentirebbe al Parlamento di esprimersi sulla durata sia del periodo di transizione che della backstop al confine nord-irlandese, che potrebbe venire limitata a 12 mesi: condizioni inaccettabili per Bruxelles.

Si tratta di mozioni parlamentari, che la May può, da procedura, ignorare. Non potrà però ignorare ancora a lungo il messaggio politico: la maggioranza dei parlamentari non vuole né il suo piano né un’uscita a precipizio a cui il Paese non è pronto, anche se non è chiaro come possa evitarlo. Eppure, fedele al suo ultimo mantra “il mio accordo, nessuno accordo o nessuna Brexit”, la May ha dato mandato di accelerare i preparativi per un no deal, con esiti tragicomici.

Lunedì, nel Kent, il Dipartimento dei Trasporti ha organizzato la simulazione di un ingorgo di camion verso il porto di Dover. Malgrado il compenso di 550 sterline si sono presentati 90 dei 150 camionisti previsti: in uno scenario realistico se ne aspettano dai 6 mila ai 10 mila, con code di 17 miglia, equivalenti a sei giorni di attesa. Il porto di Ramsgate, che in caso di no deal dovrebbe alleggerire la pressione sugli altri porti costieri, non ha le infrastrutture necessarie e per la fine di marzo non sarà pronto. Una delle società che hanno vinto l’appalto per trasporti marittimi aggiuntivi non possiede una flotta, non ha esperienza pregressa e il suo capitolato sembra quello di una pizzeria. Prove generali di caos totale.

A due mesi e mezzo dall’uscita, il Paese comincia ad avere davvero paura delle conseguenze economiche, sociali, politiche e di sicurezza di un no deal, tanto che fra i ribelli conservatori spiccano anche alcuni finora ligi alle indicazioni dei capigruppo.

La tensione cresce dentro e fuori Westminster: i parlamentari più esposti contro la Brexit ricevono intimidazioni sempre più violente. Almeno quattro, di diversi schieramenti, sono stati minacciati di fare la fine di Jo Cox, la giovane deputata laburista ed europeista uccisa da un simpatizzante nazista alla vigilia del referendum del giugno 2016.

Riscatto in bitcoin, chiesti 9 milioni per Anne Hagen

Anne-Elisabeth Falkevik Hagen, moglie di uno degli uomini più ricchi della Norvegia, il magnate dell’energia e investitore Tom Hagen, è stata rapita il 31 ottobre scorso, ma la notizia è stata resa nota solo ieri. Dopo dieci lunghe settimane dalla sparizione della signora dalla sua casa a Lørenskog, la polizia di Oslo informa i media del rapimento, e chiede pubblicamente aiuto ai cittadini per le ricerche. “Abbiamo bisogno di tutti, abbiamo bisogno di più informazioni”, ha detto in conferenza stampa il portavoce della polizia Tommy Brøske.

In un Paese dove i sequestri sono un fenomeno quasi del tutto sconosciuto, la polizia ha svolto finora le ricerche nella massima riservatezza. Sembra sia stata la minaccia, “molto seria”, da parte dei sequestratori di uccidere la signora, a far mantenere il silenzio. Ma, dopo dieci settimane, non c’è alcun sospettato e non c’è alcuna certezza sulle condizioni della signora Anne-Elisabeth. “Abbiamo con i rapitori contatti molto limitati, e attraverso una piattaforma digitale”, ha aggiunto Brøske. E, anche se la polizia non conferma, i sequestratori avrebbero richiesto un riscatto di oltre 9 milioni di euro in criptovaluta del tipo Monero (una valuta che garantisce la totale non rintracciabilità).

Ma chi è la signora? Il nome della 68enne Anne-Elisabeth Falkevik Hagen – oggi sulla bocca di tutti in Norvegia, un Paese con un indice di criminalità tra i più bassi al mondo – era completamente sconosciuto ai più, nonostante la signora fosse, da quasi 50 anni, la moglie di Tom Hagen, il 172° uomo più ricco del Paese secondo la classica annuale che stila il magazine finanziario norvegese Kapital. La famiglia Hagen (il patrimonio del magnate dell’energia è stimato in 1,7 miliardi di corone, circa 200 milioni di dollari: oltre a diverse proprietà immobiliari, Hagen possiede il 70% della compagnia elettrica Elkraft, di cui è stato tra i fondatori nel 1992) vive lontano dai riflettori in una casa modesta a Lørenskog, un comune non lontano da Oslo, a una cinquantina di chilometri dal confine svedese, come una famiglia norvegese qualsiasi, senza particolari recinzioni intorno alla villetta, e senza nessun tipo di lusso apparente. In modo anonimo, e “semplice”, come era da tradizione in Norvegia prima della ricchezza diffusa arrivata con il petrolio. E anche ora, in queste settimane, e in queste ore drammatiche, si rivede quello stesso riserbo che il marito, i tre figli della coppia e i diversi nipoti, stanno osservando, evitando contatti diretti coi media e chiedendo totale rispetto per la loro privacy.

Durante la conferenza stampa dell’avvocato della famiglia Hagen, Svein Holden, trasmesso in diretta dalla televisione pubblica norvegese Nrk, è stato reso noto l’appello ai sequestratori: gli Hagen vogliono una conferma che la signora sia viva, e stia bene. Solo a quel punto, ha chiarito l’avvocato, si potrà iniziare la trattativa per riportare a casa la signora (non volendo esprimersi sull’eventualità di pagare il riscatto). La famiglia è molto provata: “Sono persone che hanno subito un atto crudele e sono sfiniti dalla situazione di totale incertezza”, ha detto l’avvocato. Da quel lontano 31 ottobre hanno dovuto rovistare le loro vite, per cercare di capire se c’è qualche indizio, qualcosa che può aiutare a ritrovare la donna. La polizia, intanto, lavora sul caso con Europol e Interpol.

“Non col nostro corpo”. L’argine delle donne spagnole ai sovranisti

“Negare la violenza di genere è come negare l’Olocausto”. Le donne spagnole non ci stanno a un patto – quello che governerà in Andalusia tra Pp, Ciudadanos e Vox – “che usi come moneta di scambio i diritti acquisiti delle donne”. Così più di 100 collettivi e associazioni femministi ieri hanno firmato un manifesto-avviso al Partito popolare e a Ciudadanos: “Perché il punto non è che una forza di ultra-destra come Vox proponga un ritorno della donna come ‘regina del focolare’, sottomessa e totalmente dipendente dall’uomo arrivando a negare persino che esista una violenza di genere, la cosa grave è che due partiti democratici che hanno appena firmato un patto nazionale per la lotta contro la violenza machista, accettino in questo paese anche solo di sedersi a trattare con i sovranisti”. E – in parte – hanno raggiunto lo scopo, visto che i due partiti di centrodestra hanno deciso di chiudere sì un accordo con Vox, inspensabile per completare l’alleanza di governo, ma senza deroghe alla legge anti-violenza.

Sì, perché qui si parla di Spagna, baluardo dei diritti, ultimo avamposto europeo della parità di genere, la cui “identità stessa” si basa sulla conquista dei diritti delle donne, delle persone Lgbtqia. “Un paese – spiega Yolanda Besteiro, femminista e socialista. Madre. Avvocato. Consigliera del Comune di Alcalà de Henares e presidentadella Federazione delle donne progressiste” – in cui “più che le leggi, a dettare l’agenda ai governi sui temi dell’uguaglianza, dell’aborto, della violenza di genere, è sempre stato il patto sociale della cittadinanza, all’avanguardia su questi temi, e sempre accanto alle stesse istituzioni”.

Yolanda Besteiro che con la sua Federazione è una delle centinaia di firmatarie del manifesto contro il patto anti-diritti è sicura che sia proprio questo il punto: “In un momento e in un luogo in cui c’è stato un forte avanzamento dei diritti, è proprio allora che le forze reazionarie reagiscono e tentano di riportare tutto com’era quando erano solo gli uomini a godere dei privilegi e le donne erano sottomesse, come durante la dittatura franchista”. Ed è qui che tornano due paragoni per Besteiro “affatto esagerati”: quello con l’Olocausto e quello tra il programma dei sovranisti e la dittatura di Francisco Franco. “Dal 2003, cioè da quando ne abbiamo contezza, in Spagna sono morte 1000 donne, 976 per l’esattezza, tutte per mano di uomini e tutte in quanto donne. Nel 2018 ne sono state uccise 47 e quest’anno già c’è una vittima. Secondo me si può paragonare all’Olocausto”, risponde secca. E in quanto alla dittatura Besteiro trova somiglianze con il programma di Vox: allora le donne non potevano lavorare, né studiare, né viaggiare senza il permesso del marito, né aprire un conto in banca.

“Eravamo totalmente dipendenti dall’uomo e relegate all’unico ruolo di regine del focolare”. Ma non si tratta di ideologie, “Vox ne ha e ci crede – spiega la presidenta – gli altri partiti invece accettano di negoziare su questo programma solo per il potere, per sedersi a governare. Lo stesso leader dei Popolari, Pablo Casado è tornato a parlare di violenza domestica eliminando volutamente dal suo vocabolario la violenza di genere”, spiega Besteiro, “quando non avrebbe dovuto neanche permettergli di sedersi a trattare, sapendo che su questi temi la società spagnola ha espresso chiaramente il proprio volere, soprattutto in Andalusia, regione pioniera della legge anti-violenza”. Ma la Spagna in generale non è da meno, se si pensa che l’ultima modifica alla legge anti-violenza di genere è di dicembre 2018 e a firmarla sono anche gli stessi partiti che ora si alleano con Vox. Ma le donne spagnole non hanno fatto in tempo a festeggiare questo risultato e la sentenza con cui la Corte Suprema due giorni fa ha deciso di considerare violenza machista qualsiasi tipo di aggressione di un uomo su una donna con cui ha una relazione, qualunque sia la motivazione, che subito è arrivato l’affondo dall’Andalusia.

Non è però solo questa la legge che il partito di ultra-destra vuole mettere in discussione. “Un altro punto del programma è la cosiddetta ‘spilla parentale’, che prevede che si chieda l’autorizzazione dei genitori perché i bambini possano assistere a ‘lezioni, laboratori o dibattiti su temi carichi di ideologia o morali contrarie alle loro convinzioni’. Vale a dire che siano esonerati da materie come educazione affettivo-sessuale, uguaglianza e diversità di orientamento o di genere”, spiega Besteiro che sottolinea come queste siano “il tratto distintivo dell’educazione spagnola”.

I cento collettivi di donne non si sono arresi, nonostante né Popolari né Ciudadanos abbiano abbandonato del tutto al proprio destino il partito sovranista, ma, almeno – questo sì – “non sul corpo delle donne”. Dal 15 gennaio le associazioni inizieranno “le mobilitazioni proprio dall’Andalusia” – dice Besteiro – “poi faremo una campagna in vista dei prossimi appuntamenti elettorali perché si conoscano le conseguenze di un voto a Vox, e per suggerire che se non si sa chi votare, meglio restare a casa”.

Dopo il caso Espresso, Castellino rischia il processo per truffa

Giuliano Castellino rischia il processo per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, alla truffa al Sistema sanitario regionale, al falso e al riciclaggio per oltre un milione e 300 mila euro. Il leader romano di Forza Nuova, denunciato nei giorni scorsi per l’aggressione a due cronisti de L’Espresso, ha ricevuto avviso di chiusura dell’indagine per una presunta truffa legata ad alcuni punti vendita gluten free di cui era titolare. Gli inquirenti considerano Castellino, il promotore dell’associazione e, con lui, rischiano il rinvio a giudizio altri 7, tra cui Giorgio Mosca, titolare con Castellino dei punti vendita finiti al centro dell’indagine. Per i pm, i due avrebbero organizzato la truffa che sarebbe loro fruttata oltre 1,3 milioni di euro, attestando con false dichiarazioni la vendita di prodotti per celiaci e intascandone, illegalmente, i rimborsi spese. E nei giorni scorsi Castellino di Forza nuova e Vincenzo Nardulli di Avanguardia nazionale sono stati denunciati per minaccia, lesioni personali e violenza privata: si sarebbero scagliati contro il cronista de L’Espresso – che stava seguendo una commemorazione di Acca Larentia al Verano – chiedendogli di cancellare le foto dicendo che erano stati ripresi anche dei minori.

Il raddoppio non s’ha da fare Lite tra Francia e Valle d’Aosta sul traforo del Monte Bianco

Il primo allarme era stato lanciato nell’estate scorsa dall’allora presidente della Regione Laurent Viérin: c’è il rischio che il Traforo del Monte Bianco, a breve, debba chiudere anche per diverso tempo per permettere i lavori di rifacimento della soletta di copertura. In effetti erano iniziati da poco gli interventi di risanamento dell’impalcato su una porzione di poco più di 500 metri tra il sesto ed il settimo chilometro. Adesso, però, si va oltre. Pare che per garantire idonei standard di sicurezza i lavori richiederanno la chiusura totale del Traforo. A questo punto si aprono nuovi scenari. Tra questi anche quello di accelerare le procedure per la realizzazione della “seconda canna”.

L’argomento è stato affrontato ieri dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta a seguito di un’interrogazione presentata dalla Lega e dal Mouv (Movimento politico per il futuro della Valle d’Aosta). L’attuale Presidente della Regione Antonio Fosson, nel confermare l’esigenza di procedere, a medio termine, ai lavori di manutenzione della soletta giudicati non più rinviabili, ha cercato di smorzare i toni demandando ogni decisione alle informazioni tecniche che sono state richieste alla Società italiana di Gestione (Sitmb).

Forti le reazioni che vengono però da oltralpe. Il Sindaco di Chamonix Eric Fournier, di fronte alla proposta di “raddoppio” è stato chiaro e netto – la proposta è irricevibile e senza fondamento, ne abbiamo già parlato qualche tempo fa. – In linea con questo pensiero si era espressa anche Elizabeth Borne, allora Ministro dei Trasporti francese.

Anche il Consiglio regionale della Valle d’Aosta si era già espresso una decina di anni fa. Il “NO” al raddoppio era stato approvato con 26 voti a favore e 4 contrari alla mozione di presentata dall’allora gruppo politico Aosta Viva. Sul versante italiano il tema era poi stato portato dalla Lega nella primavera del 2018 anche nell’aula del Parlamento con un’interpellanza di Alessandro Vigna. Nessuna risposta dall’allora Ministro Graziano Del Rio.

Diritti gay, continua l’offensiva anti-Pizzarotti: anche il parroco dopo il vescovo e Forza Nuova

Dopo l’omelia di fine anno del vescovo di Parma, Enrico Solmi, contro l’amore omosessuale, anche il parroco don Francesco Rossolini va all’attacco del sindaco Pizzarotti con un tempismo non certo felice visto che alcune ore prima, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, manifestanti di Forza Nuova avevano affisso uno striscione con la scritta “Mamma e papà, il resto è omofollia”. Il primo cittadino parmigiano a dicembre ha sottoscritto gli atti di riconoscimento di quattro bambini per coppie omogenitoriali. Il sacerdote ha postato sul canale Youtube della parrocchia Giovanni Paolo Tv un video in cui riprende la replica di Pizzarotti al vescovo “dove c’è amore e cure, chi sono io per dire chi o cos’è una famiglia?” e passa all’attacco. Rossolini sostiene che se si applica questo principio vale anche “l’amore per il cane e il gatto”, e ci si può sposare pure con un animale domestico. E suggerisce al sindaco di dimettersi. Pizzarotti gli risponde con un duro comunicato dove afferma che don Rossolini è arrivato “a dire bestialità” con la tonaca indosso e facendo riferimento alle interviste fatte dal prelato a politici conservatori come Carlo Giovanardi chiede se “non sia propaganda” politica.

La mamma di un 16enne morto nella discoteca: “Sfera Ebbasta, hai sei vittime sulla coscienza”

“Tu e i tuoi collaboratori imparate a non giocare con i sogni dei ragazzini che, pur avendo pagato, sono stati presi in giro e sono morti nell’attesa che tu arrivassi”. È lo sfogo, amarissimo, di Donatella Magagnini, la mamma di Daniele Pongetti, 16enne morto schiacciato con altri quattro ragazzi e una donna di 39 anni madre di 4 figli, nella calca all’uscita della discoteca Lanterna azzurra di Corinaldo, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre. Donatella, che ha già dovuto vedersela con sciacalli che avevano avviato una raccolta di fondi per il figlio, ha scritto un post sul gruppo Facebook “Giustizia per le le vittime della Lanterna azzurra”. La donna esorta il trapper ad evitare “di postare foto da idiota con il tuo ‘pacco’… Ricordati che il regalo più grande te lo sei fatto portandoti sulla tua coscienza sei morti”. Prima la lettera ai familiari delle vittime, poi il selfie a torso nudo con la mano nelle parti intime, esaltando un 2018 di successi. Da migliaia di fan arrivano critiche, Sfera però nel frattempo ha aumentato le date del suo prossimo tour. Sfera era atteso alle 22 per quello che era stato annunciato come un concerto ed era invece un djset alla discoteca Lanterna azzurra, piena all’inverosimile di giovanissimi. Ma a quell’ora era ancora in Romagna per un altro impegno, sarebbe partito intorno all’una di notte, salvo poi fare dietrofront una volta saputo dei sei morti e di decine di feriti per il cedimento di una balaustra di un’uscita di sicurezza in un fuggi fuggi, forse provocato da spruzzi di spray urticante. “Prima si è fatto vivo solo dopo molti giorni dalla tragedia – ha scritto Donatella Magagnini –. Poi, per salvarsi la faccia, si è tatuato le stelline e ancora dopo mi ha fatto arrivare una sua lettera privata. Dopo poco ha pubblicato la stessa lettera sui social e naturalmente terminava ricordando le date dei concerti, così come se niente fosse accaduto. Ecco caro Sfera colgo l’occasione per risponderti sui social, è più cool. Se davvero eri così addolorato e colpito io al tuo posto, se è vero che stavi arrivando alla Lanterna, sarei venuto a verificare sul posto, a vedere che era successo”. Sfera potrebbe essere sentito dai pm di Ancona anche sugli orari. Sono indagati nove adulti e un minorenne.

Normale, si dimette il rettore: “Boicottato da Lega e M5S”

Ingerenze della politica e isolamento dei colleghi. Per questo, ieri, il rettore della Scuola Normale di Pisa Vincenzo Barone ha deciso di dimettersi dalla sua carica, anticipando la decisione del Senato accademico che lo avrebbe sfiduciato per la gestione del progetto sulla cosiddetta “Normale del Sud”. È la prima volta nella storia della Scuola che un rettore si dimette senza aspettare la scadenza del mandato.

Nella lettera già protocollata, Barone motiva così il suo passo indietro: “Non sono e non potrei mai essere un direttore che non cerchi di realizzare il mandato per cui è stato eletto”. Ieri mattina era in programma la riunione del Senato accademico che avrebbe dovuto votare la mozione di sfiducia presentata dagli studenti e l’esito sembrava scontato: anche il personale amministrativo e i docenti avrebbero votato a favore delle dimissioni con una maggioranza netta di 12 favorevoli e un astenuto. Questo ha portato Barone alla decisione di anticipare qualunque votazione e inviare alla Scuola una lettera di dimissioni “irrevocabili e immediate”. “Adesso – commenta Barone – se i rapporti torneranno a essere civili, vorrei rimanere a fare il semplice professore di Chimica”. La tempesta interna alla Scuola Normale era iniziata i primi di dicembre quando la Camera aveva approvato una mozione che prevedeva lo “sdoppiamento” dell’Istituto con una sede anche a Napoli in collaborazione con l’Università Federico II: la futura “Scuola Normale del Sud” avrebbe attratto nel capoluogo campano tutte le migliori eccellenze meridionali in campo scientifico. Un progetto appoggiato da Barone ma fortemente osteggiato dalla Lega di Pisa, con il sindaco Michele Conti che aveva fatto fuoco e fiamme per lasciare il brand “Normale” ai pisani. E alla fine era stato quest’ultimo a spuntarla: dopo giorni di polemiche e diversi incontri al Miur, il ministro Marco Bussetti aveva deciso di mantenere il progetto di una Scuola Superiore al Sud (50 milioni) ma senza la sinergia con la “Normale”. A quel punto, però, si è aperta anche una guerra interna alla Scuola: il 12 dicembre i rappresentanti degli studenti avevano presentato una mozione di sfiducia nei confronti di Barone accusandolo di avere “un piglio autoritario” e di “mancata trasparenza sulla didattica e sull’operazione”.

L’unico sostegno al rettore era arrivato il 6 gennaio, quando 300 accademici di tutto il mondo avevano pubblicato una lettera aperta in suo sostegno. Ma che all’interno della Scuola Barone non avesse più la fiducia di nessuno lo si era capito da tempo: “La cosa che mi dispiace di più è che dopo le ingerenze della politica, mi sono sentito completamente isolato dai miei colleghi – racconta amareggiato al Fatto –, coloro che mi hanno espresso sostegno sono tutti Professori esterni e questo dovrebbe dire molto sulla percezione della Scuola Normale fuori da Pisa”. E rispetto alle accuse che gli vengono mosse, Barone risponde così: “Se la questione è la Normale del Sud se ne può discutere ma se mi accusano di eccessivo autoritarismo o mancanza di trasparenza, lo devono dimostrare”. Poi l’affondo contro la politica: “La Lega ha distrutto un progetto e il M5S non ha mai aperto bocca perché a loro andava bene qualunque Scuola al Sud, ma così se un progetto era stato pensato per aprirsi all’esterno adesso porterà ognuno a richiudersi nella sua autoreferenzialità”.

Processo troppo lungo, lo Stato deve risarcire il boss

Il ministero della Giustizia dovrà sborsare 5.500 euro per risarcire un boss della ‘ndrangheta. È quanto stabilisce la sentenza emessa dalla Corte d’appello di Salerno, che ha accolto la domanda proposta dai difensori di Luigi Mancuso con la quale è stato chiesto il risarcimento per “l’irragionevole durata” del processo “Genesi” che aveva portato alla sbarra numerosi imputati ritenuti a vario titolo componenti del clan Mancuso di Limbadi e di altre cosche satelliti. In particolare la Corte d’appello di Salerno ha riconosciuto il superamento del termine ragionevole di durata del processo stabilito in tre anni. Il processo “Genesi”, invece, è durato 14 anni, 4 mesi e 27 giorni (considerando la sentenza di primo grado), con un ritardo accertato dalla Corte d’appello, di 11 anni, 4 mesi e 27 giorni.

Secondo quanto stabilito in via equitativa dai giudici di Salerno, lo Stato dovrà pagare un indennizzo pari a 500 euro per ogni anno o frazione semestrale di anno eccedente il termine ragionevole di durata del processo.

Luigi Mancuso, ritenuto dagli inquirenti ai vertici dell’omonima cosca di Limbadi, è attualmente libero dopo un lungo periodo di irreperibilità.