È costato 280 mila euro: ecco l’atto d’acquisto del “Corleone, by Riina”

Duecentottanta mila euro. Tanto è costato l’avviamento del ristorante ‘Daru’ comprato e ribattezzato: “Corleone, by Lucia Riina”. Riscossione Sicilia ha da poco notificato un atto per chiedere due milioni ai familiari del boss Totò Riina per le spese di detenzione. Stando alle cronache, per evitare rischi la famiglia avrebbe rinunciato all’eredità. Comunque il ristorante è al sicuro. Nonostante l’insegna con il nome della figlia, 39enne, chi compra è una società appena costituita con mille euro di capitale: azioni per cento euro sono in mano a Vincenzo Bellomo, il marito della figlia del capo dei capi di Cosa Nostra, il resto è in mano al presidente Cèdric Pierre Duthilleul. Il telefono del ristorante al 19 di Rue Daru, a Parigi, non smette di suonare. “Non vogliamo commentare”, tagliano corto anche perché sembra che Lucia Riina parlerà prossimamente con Le Parisien.

Intanto Il Fatto è in grado di rivelare i contratti francesi da cui nasce l’avventura imprenditoriale. Tutto comincia dalla LuvitoPace, la società creata il 6 luglio del 2018 da Vincenzo Bellomo e Pierre Cédric Duthilleul, noto ristoratore francese e patron del Griffonier, bistrot di successo accanto all’Eliseo. Tre mesi prima, l’11 aprile del 2018, LuvitoPace compra l’avviamento del ristorante di cucina russa, Daru, dalla società Sas Kalinka Sis al prezzo di 280 mila euro. A firmare l’atto, a nome di LuvitoPace, è il presidente Duthilleul. A tirare fuori la caparra di 28 mila euro è invece un personaggio noto di Parigi: Pascal Fratellini, ristoratore ed erede della dinastia di circensi partita un secolo fa dall’Italia. Poi ci sono i 18 mila euro versati da Duthilleul all’avvocato David Honorat per l’atto di acquisizione.

Così nasce il locale a Parigi, dove da due anni si è trasferita l’ultimogenita del boss per cominciare – come ha scritto lei stessa su Facebook – una “vita nuova” con la famiglia, il marito Vincenzo Bellomo e la figlia di poco più di due anni. Il locale è stato ristrutturato: una trentina di posti e i quadri di Lucia Riina a fare da arredamento. “Mi rendo conto che possa essere scioccante per alcuni. E, se sciocca, sono pronto a rimuoverlo subito”, dice all’Ansa Robert Fratellini (parente di Pascal?) riferendosi all’insegna con il cognome Riina. “Non c’è nessuna volontà di lucrare sul suo pesante cognome o sulle azioni del padre. Il nostro unico obiettivo è una cucina di alta qualità e un posto carino dove accogliere i clienti”. E poi cita l’esempio degli Usa “dove ci sono tanti locali intestati ad Al Capone o i Soprano. Se abbiamo messo la menzione ‘by Lucia Riina’ all’ingresso è solo per valorizzarla come pittrice ed artista. Capisco che in Italia quel cognome abbia un altro impatto… Ma certo non metteremo la foto del padre con le candele intorno e la statuetta della Vergine”. “Vincenzo e Lucia – continua Fratellini – sono due persone perbene, vivono modestamente come miei dipendenti (al Fatto risulta che Bellomo sia socio di minoranza, Ndr), hanno uno stipendio modesto e risiedono insieme alla figlia in un piccolo appartamento ammobiliato che ho messo a loro disposizione vicino al ristorante”.

E dunque i due si dedicano agli Spaghetti al pomodoro di San Marzano e le Orecchiette alla Corleonese (Specialità della Casa), venduti a 18 euro a piatto. Quel cognome non impressiona chi lavora con loro. “Avendo avuto modo di conoscere Lucia – dice lo chef Rosario –, posso dirvi che è una persona squisita. Lei e suo marito. Anche se porta lo stesso cognome, un figlio non può pagare per gli sbagli del padre”.

L’inchiesta sull’ultrà ucciso ora si allarga alla Questura

La mancata corrispondenza tra le dieci pagine di ordine di servizio del 25 dicembre firmate dal questore di Milano, Marcello Cardona, e i tragici eventi del 26 dicembre durante gli scontri tra ultrà interisti e napoletani, ha messo più di una pulce nell’orecchio della Procura che adesso valuta se allargare le responsabilità anche alla Questura stessa. Sarebbe una svolta nell’inchiesta sulla guerriglia di via Novara e sulla morte dell’ultrà varesino Dede Belardinelli. Naturalmente molto ancora c’è da valutare, a partire dalle responsabilità: chi aveva in mano la direzione dell’ordine pubblico o anche altri. Il documento di Cardona aveva lo scopo di affidare luoghi e incarichi per la sicurezza attorno allo stadio. Non vi è dubbio, però, che l’ordinanza interna sia stata in qualche modo disattesa. Tanto che al termine degli scontri si conteranno un morto, quattro accoltellati e decine di feriti che non sono mai passati dall’ospedale. L’ipotesi della Procura è quella di un concorso colposo. A far da collante, come detto, l’ordine di servizio dove già tutto era scritto con particolari chiari. Ad esempio la valutazione, nero su bianco, di un match ad altissimo rischio visto i precedenti soprattutto durante i match casalinghi del Napoli. Il Questore ricorda due episodi del 2015 e del 2016. C’è poi un dato importante: la dislocazione degli agenti del reparto mobile, almeno a leggere il documento, appare troppo stretta attorno allo stadio senza, allargamento nelle strade limitrofe. La strada presidiata più vicina agli scontri risulta essere via Tesio. In via Zoia o lungo via Novara nessun presidio. Una scelta in fondo logica vista la distanza dal Meazza, ma con il senno di poi forse errata. Non solo. Il dato su cui si concentra la Procura è anche legato alle comunicazioni via radio.

A scontri appena iniziati, la volante che accompagna i van dei napoletani passa oltre. A quel punto parte la segnalazione. Chi la riceve però non manda subito il reparto mobile. Si sceglie una soluzione soft: inviare la volante Meazza che però, arrivata a 200 metri dagli scontri in quel momento furiosi, decide di tornare indietro. Decisione giusta, perché una sola macchina poteva rappresentare un bersaglio per i gruppi di ultrà. I video girati quella sera dimostrano che il reparto mobile arriverà a cose fatte con i napoletani che risalgono sui van rimasti. C’è poi da spiegare come sia stato possibile che i van, annunciati già nell’ordine di servizio in arrivo e con a bordo 150 ultrà “a rischio”, non siano stati agganciati prima e che al loro accompagnamento nel parcheggio per gli ospiti sia stata messa solamente una volante. Dubbi legittimi quelli della Procura. Dubbi che allo stato restano tali. Al momento nessun dirigente della Questura è stato iscritto nel registro degli indagati. Il lavoro è lungo e non è detto che questa ipotesi si concretizzi con chiare responsabilità penali.

Concorsi ospedalieri aperti anche ai medici non specializzati

Una norma che permetta di partecipare al concorso di “Medicina e chirurgia d’accettazione e urgenza” a chi, tra il personale medico, abbia maturato almeno quattro anni di esperienza nei “servizi di emergenza-urgenza” in ospedale. È quanto previsto da un emendamento al decreto Semplificazione. L’esperienza dovrà essere certificata da una documentazione che attesti il monte ore acquisito. Si legge nel testo: “Il personale medico del Ssn che…ha maturato, negli ultimi dieci anni, almeno quattro anni di servizio, anche non continuativo, […] presso i servizi di emergenza-urgenza ospedalieri del Ssn, accede alle procedure concorsuali per la disciplina di Medicina e chirurgia d’accettazione e d’urgenza, ancorché non sia in possesso di alcuna specializzazione”. L’intenzione è “garantire la continuità nell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza nel sistema di emergenza-urgenza” si legge. Per alcuni parlamentari, sarebbe una sanatoria. “Nei pronto soccorso italiani mancano circa 2000 medici. Sì quindi a stabilizzare colleghi con un’esperienza cospicua, ma si consenta loro l’iscrizione in sovrannumero alla scuola di specializzazione” ha detto Carlo Palermo, segretario Anaao Assomed.

L’Hiv c’è ancora, pericoloso rimuoverlo

Fernando, il mio alleato.

Piccolo, magro, rude così il primo fotogramma di Aiuti che si annida tra una infinità di ricordi.

Fu una vera e propria alleanza quella che in modo silente stipulammo guardandoci negli occhi nel lontano 1986. Io ero il paziente e lui il medico. Non sapevamo cosa avrebbe potuto generare il nostro cammino, non lo sapeva né il paziente né il medico, perché la malattia e la medicina hanno entrambe delle incognite enormi. Ci siamo accompagnati, sorretti, ascoltati, scazzati, perdonati e perfino baciati per arrivare a divulgare il nostro credo: sconfiggere l’Aids e gestire l’Hiv, non aver paura di ciò che non meritava la paura, temere con consapevolezza ciò che andava temuto, prevenire e informare per essere più sicuri, senza però demonizzare.

Mediaticamente ci aiutammo con il bacio e la foto è quella che oggi, seppur sbiadita, fa parte delle raccolte più importanti delle immagini di quegli anni, ma a guardare meglio quella immagine non si sente il sapore di un bacio ma il sapore del coraggio. Il coraggio del medico, del sapere, del divulgare, di curare, di far conoscere misto al coraggio del paziente di seguire, di imparare, di ascoltare, di curarsi, di non mollare. Così quell’immagine si astrae dal contesto e diventa utile in tante occasioni. E anche grazie a quel coraggio riassunto in un bacio i risultati in quegli anni li abbiamo raggiunti, direi appieno. Ma i risultati vanno mantenuti e custoditi altrimenti rischiano di perdersi, di morire. Quindi la morte di Aiuti oggi per me sa generare vita, nuovamente vita, come quella che decisi di difendere anche grazie a lui.

Non mi appassiona sapere come e perché Fernando se ne sia andato, mi interessa salutarlo da alleata, a modo nostro. Lo saluto come lui avrebbe salutato me: guardando ai nuovi numeri dell’Hiv. Le nuove infezioni, in leggero calo fino al 2015, sono da allora sostanzialmente stabili (690 casi nel 2017, incidenza in media con la Ue. Mentre dall’82 i casi in Italia sono stati 69.734) . Sono numeri che non ci dicono nulla di buono, sono numeri che fanno Milano capitale italiana per le malattie infettive (con un’incidenza di 8,2 infetti ogni 100 mila abitanti), sono numeri che ci segnalano che l’Hiv non solo non fa più paura come un tempo, il che è ragionevole, ma non viene più considerato un problema di salute pubblica, e questo è pericoloso. È in atto un fenomeno di rimozione collettiva del problema, che deve essere affrontato con nuovi strumenti di analisi e comprensione e contrastato con nuovi approcci comunicativi. Non basta cercare il modo di far capire che l’Hiv non è un problema risolto, è necessario prima capire i motivi per cui nessuno sembra aver voglia di sentirselo dire.

Per cui oggi, proprio oggi, se pur orfana del mio alleato, non posso trovare il tempo per sublimare il dolore come vorrei ma devo rimboccarmi le maniche e ricominciare anche da capo, se necessario. Devo ricercare alleati, baciatori coraggiosi, medici, pazienti, laici che abbiano quella voglia che negli anni 80 ci ha permesso di fermare una pericolosa ascesa.

Fortunatamente io non ero l’unico paziente e Fernando non era l’ultimo medico coraggioso. Andiamo avanti con coraggio, lo dobbiamo a noi che restiamo e a Fernando che va.

*Giornalista, si occupa di politiche sociosanitarie, è presidente di Fondazione The Bridge e di Donne in Rete onlus, presidente onorario di Nps Italia onlus, il primo network dei sieropositivi. Nel 1991 il bacio con cui Aiuti smentì i pregiudizi su Hiv e Aids. Ha un blog su

ilfattoquotidiano.it.

La morte di Aiuti, pioniere anti-Aids “Probabile suicidio”

È stato uno degli immunologi più importanti della sua generazione, protagonista instancabile della lotta all’Aids e ai pregiudizi sociali verso i malati. È probabile che abbia deciso di porre fine in anticipo alla sua ultima battaglia contro una malattia cardiaca.

Fernando Aiuti è morto ieri mattina a 83 anni nel Policlinico Gemelli di Roma, dopo un volo di 10 metri dalla tromba delle scale del reparto di Medicina Generale dove era ricoverato da dicembre per una grave cardiopatia ischemica da cui era da tempo affetto: “Recentemente – spiegano fonti sanitarie – il quadro cardiologico si era aggravato evolvendo verso un franco scompenso cardiaco, in trattamento polifarmacologico”. Un quadro clinico che, specie in una persona anziana e ben cosciente delle sue condizioni di salute può arrivare anche a generare uno stato di forte depressione.

Nel comunicato rilasciato dal Gemelli in accordo con i familiari, non si fa alcun riferimento al suicidio e, anzi, si parla di “un trauma da caduta dalla rampa delle scale”. In realtà, diversi elementi fanno propendere gli investigatori per l’ipotesi della morte volontaria: le pantofole lasciate sul pianerottolo al quarto piano (aveva già fatto due rampe di scale, visto che il reparto in cui era ricoverato si trova al secondo piano), la ringhiera alta circa un metro a cui avrebbe potuto aggrapparsi in caso di mancamento o perdita dell’equilibrio, l’assenza di tracce ematiche sugli stessi sostegni. Nessun testimone lo avrebbe visto cadere. Sarà l’autopsia disposta dalla Procura di Roma a dare oggi una risposta. Il procuratore aggiunto Nunzia D’Elia e il pm Laura Condemi per ora non ipotizzano reati. Se l’autopsia dovesse rinforzare la pista del suicidio, i magistrati vorranno verificare eventuali responsabilità della struttura.

Il paziente era libero di muoversi anche fuori dal reparto, ma va capito se aveva mostrato sintomi di depressione e se questi gli erano stati in qualche modo diagnosticati. I vertici dell’ospedale evitano commenti. Il direttore del reparto Giovanni Gambassi non ha voluto rilasciare dichiarazioni, l’orario di vista dei familiari degli altri pazienti ricoverati, dalle 18.30 alle 20, è stato contingentato (con tanto di richiesta di documenti), cronisti sorvegliati a vista dalla vigilanza e invitati a sloggiare.

Professore e fondatore dell’Anlaids, Associazione Nazionale per la lotta contro l’Aids, Fernando Aiuti era una figura di spicco nel settore.

Nel 1991 il gesto che lo rese celebre: nel pieno dell’allarme per il diffondersi della “nuova peste”, durante un congresso il medico baciò in bocca Rosaria Iardino, sieropositiva allora 23enne, per dimostrare che l’Hiv non poteva essere trasmesso attraverso un contatto affettuoso fra due persone. La foto fece il giro del mondo e contribuì a sensibilizzare l’opinione pubblica contro la ghettizzazione degli affetti dal virus.

Cordoglio dal mondo politico-istituzionale e da quello scientifico. “La scienza piange un grande uomo, sono certa che il suo impegno vivrà attraverso l’Anlaids”, ha commentato il ministro della Salute, Giulia Grillo. “Perdiamo un pioniere nella lotta all’Aids”, ha detto il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.

Stx-Fincantieri ovvero le preclare virtù del mercato

Non tutto il male, com’è noto, viene per nuocere. E dunque lo stop imposto all’acquisizione dei cantieri francesi già Stx da parte di Fincantieri dalla Direzione concorrenza della Commissione Ue (su richiesta delle Antitrust francese e tedesca) ci rassicura almeno sul fatto che nessuno crede che sia una questione di mercato o che esista qualcosa chiamata mercato con le sue regole e la sua “manola”, la mano invisibile che consola. Da autorevoli politici come Antonio Tajani (dai, si scherza) ai più vari commentatori, tutti paiono convinti che si tratti di una ritorsione della Francia di Macron ai danni dei gialloverdi per i più disparati motivi: congelamento del Tav, Libia, migranti, persino l’endorsement di Di Maio ai Gilet Gialli (anche se la richiesta franco-tedesca è di due mesi fa). È appena il caso di ricordare che l’accidentata fusione Fincantieri-Stx è stata formalmente conclusa a febbraio 2018: ora, nonostante la Commissione ammetta che le soglie di fatturato sono sotto il regolamento Ue sulle concentrazioni, pare che la cosa possa “nuocere in misura significativa alla concorrenza nel settore della costruzione navale”. Nota pudicamente Il Sole: “Una valutazione diversa da quella che Bruxelles formulò nel 2014 quando la stessa Stx cedette la controllata finlandese ai tedeschi di Meyer Werft: allora non arrivò alcuno stop”. Ma quindi la Commissione non agisce sulla base di valutazioni di mercato? Noi, per il rispetto che portiamo alle istituzioni, non vogliamo crederci. Ma se lo dicono tutti, avranno i loro motivi…

Caro Toninelli, ma lei da chi si farebbe salvare?

Danilo Toninelli durante la trasmissione tv #Cartabianca martedì sera ha dichiarato: “I rapporti che ho in mano dicono che Sea Eye non solo non poteva e non doveva caricare a bordo i migranti da quel barcone, ma ha ricevuto l’ordine da parte della Guardia costiera libica, che era già uscita con una propria imbarcazione, di non imbarcarli e di non muoversi, perché il coordinamento era ufficialmente preso, nel salvataggio di questi migranti, dalla Guardia costiera libica. Hanno violato la legge, spero domani ci sia un question time”. Noi speriamo invece che Toninelli si metta un giorno nei panni dei poveri migranti che sono stati abbandonati ai “soccorsi” dalla Guardia costiera libica nei mesi e negli anni scorsi per scelta di questo governo e di quello precedente. Per fortuna esiste una documentazione delle modalità di ingaggio dei partner africani preferiti alle Ong dal ministro.

Il New York Times ha dedicato un articolo e un dossier molto ben documentati a quello che è accaduto in mare il 6 novembre 2017.

Quel giorno, secondo la tesi del quotidiano statunitense, proprio per effetto indiretto della decisione politica di lasciare i soccorsi in mano alla Guardia costiera libica, sono morte molte persone che potevano essere salvate. Il titolo dell’articolo è eloquente: “‘It’s an Act of Murder’: How Europe Outsources Suffering as Migrants Drown”. Perché il Nyt arriva a definire l’esternalizzazione della sofferenza con tanto di annegamento una sorta di omicidio?

Quel giorno del novembre del 2017, i soccorsi furono impediti proprio alla Sea Watch che era in zona e furono affidati ai libici, come Danilo Toninelli oggi vorrebbe fare. Il punto è che l’equipaggio libico di quella nave, consegnata dall’Italia ai tempi del ministro Marco Minniti, si comportò in modo non professionale e disumano nei confronti dei naufraghi. La nave Ras Jadir affiancò il gommone dei migranti senza usare un’imbarcazione più piccola per avvicinarli. Così alcuni che erano già in difficoltà in acqua non furono salvati. Nel caos, secondo il Nyt, annegarono cinque persone. Quel giorno si materializzò in un piccolo specchio di mare il bivio che Toninelli ha evocato a #Cartabianca: Guardia costiera libica o Sea Watch? Chi è riuscito a saltare a bordo del gommone della Sea Watch è riuscito a cambiare in meglio la sua vita. Chi è stato acciuffato dalla nave della Guardia costiera libica è stato riportato nell’inferno di quel Paese. La politica italiana, ieri come oggi, premeva per la soluzione libica. Non a caso, i libici, foraggiati e addestrati dall’Italia, minacciavano l’equipaggio della Sea Watch perché non salvasse i naufraghi. Alcuni migranti già recuperati si lanciarono in acqua dalla vedetta libica per cercare una fine diversa. Alcuni annegarono. Tutto sotto gli occhi dei militari che intanto picchiavano sul ponte del Ras Jadir chi era sopravvissuto e magari aveva appena perso un amico o un familiare. La ricostruzione dell’accaduto realizzata da Forensic Architecture e Forensic Oceanography è alla base di una causa contro l’Italia presentata da Global Legal Action Network e Association for Juridical Studies on Immigration con il supporto degli studenti della Yale Law School alla Corte europea dei diritti umani a nome di 17 sopravvissuti. Prima di chiedere alle Ong di lasciare i migranti nelle grinfie dei libici, Toninelli dovrebbe rispondere a una domanda: se un giorno toccasse a lui trovarsi in acqua tra la Guardia costiera libica e la Sea Watch, da chi si farebbe tirare su?

I partiti sono ormai proprietà dei leader

Nessuno parla più di partiti padronali e presidenzialismo. In questo tornante della politica italiana, le parole che vanno per la maggiore sono populismo, sovranismo e disintermediazione. Così, sembra passare in cavalleria un piccolo particolare – nei particolari, com’è noto, si nasconde il diavolo – che in realtà ripropone una vecchia questione che da quarant’anni angustia i sostenitori della democrazia parlamentare: la personalizzazione della politica. Un fenomeno perentoriamente imposto in epoca moderna da Bettino Craxi, portato a livelli prima impensabili da Berlusconi, più recentemente rianimato da Renzi e oggi sorprendentemente riemerso nel cuore stesso della democrazia parlamentare: il Parlamento. Riemerso in modo quasi beffardo, un po’ patetico e un po’ inquietante.

Infatti succede che – in occasione delle consultazioni al Quirinale per la formazione del primo governo della legislatura e ora ascoltando i tg o leggendo le cronache parlamentari – si viene a sapere quasi di sfuggita che a Montecitorio e a Palazzo Madama operano ufficialmente un gruppo denominato “Lega – Salvini premier” e un gruppo denominato “Forza Italia – Berlusconi presidente”. Proprio così: con i nomi del capo-partito e del padrone del partito ben scolpiti nell’intestazione del gruppo.

È evidentemente strano che, in un sistema non presidenziale come il nostro, per cui ogni singolo parlamentare “rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato” – e nel quale peraltro non esiste la figura del “premier” ma, al contrario, quella del presidente del Consiglio quale primus inter pares – il fatto sia passato quasi in sordina, come se fosse un elemento di colore e poco più. Nell’attuale maggioranza parlamentare Lega-M5S, poi, si sono imposti con chiarezza una visione della politica “da uomo solo al comando” e il proposito di introdurre il “vincolo di mandato” (oggi di fatto, ma domani anche nella Costituzione). Eppure nessuno ha protestato oppure opposto resistenza. Né il presidente della Camera Roberto Fico. Né il Pd o la sinistra. E nemmeno il presidente della Repubblica, che pure viene percepito come supremo custode della correttezza anche formale del sistema rappresentativo.

Bisogna dire che, vista dal Quirinale, la questione ha un illustre precedente. Ricordate? Fu un magnificato presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi – eletto anche con i voti del centrodestra – a consentire fra l’altro l’inserimento della dizione “Berlusconi presidente” (e in ricaduta di “Rutelli presidente” per il centrosinistra) sulle schede per le elezioni politiche. Proprio questo permise per molti anni al Cavaliere di definirsi – a dispetto del vigente disposto costituzionale a presidio del carattere parlamentare e rappresentativo della nostra democrazia – eletto/nominato dal popolo.

Alle ultime elezioni la scritta “Berlusconi presidente” fu peraltro inserita nonostante lo stesso fosse, per le noti questioni giudiziarie, “incandidabile”. La Lega, di suo, cancellava la parola Nord e aggiungeva “Salvini premier”, nel tentativo di scrollarsi di dosso il pesante fardello del Bossi travolto dallo scandalo dei rimborsi elettorali. E ora è stato annunciato che, al prossimo congresso, l’abolizione del riferimento al Nord e dell’immagine di Alberto da Giussano sarà definitiva, insieme all’assunzione del nome “Lega per Salvini premier”. È il risultato dell’effetto-valanga iniziato ai tempi di Ciampi. Prima il diritto di un partito di chiamarsi come vuole, poi l’inserimento di pretese irrealizzabili (e anticostituzionali) nei simboli elettorali e adesso una lesione delle regole non solo formali, che sono a presidio della democrazia parlamentare, consumata addirittura in Parlamento, nell’organizzazione e negli atti ufficiali della Camera e del Senato.

Reddito alle imprese, meno soldi ai poveri

Il Reddito di cittadinanza (Rdc) sta assumendo una fisionomia meglio definita. Le bozze di questi giorni, ancora in via di elaborazione, ci spiegano come con questa unica misura si intendano perseguire contemporaneamente tre finalità: contrasto alla povertà, inserimento lavorativo, sussidio per l’affitto. Si tratta di finalità meritevoli, cui vengono destinate risorse, e questo è positivo.

Non va però neppure trascurata la difficoltà di tenere insieme le dichiarazioni improvvide lanciate durante e dopo la campagna elettorale con i tempi, i costi e le modalità della attuazione concreta. Ne emerge un quadro incerto, in cui le finalità sociali, di contrasto alla povertà e di sostegno alle famiglie con elevati costi dell’abitare, rischiano di essere meno tutelate rispetto all’incentivo garantito all’impresa che assume un beneficiario del Rdc. Una scelta di priorità che, dato il vincolo complessivo delle risorse, appare discutibile.

Il Rdc ha una durata di 18 mesi. All’impresa che assume verrebbe riconosciuto il Rdc non ancora goduto da “il beneficiario” per i mesi successivi all’assunzione fino al diciottesimo. Ma il Rdc non è una misura individuale, è una misura rivolta ad un nucleo familiare definito in povertà sulla base di indicatori reddituali e patrimoniali di tipo familiare. Un solo Rdc ha quindi più “beneficiari”: tutti i membri del nucleo. Tanto che, coerentemente con un cavallo di battaglia del M5s, si prevede che, dal 2020, con decreto del ministro del Lavoro il Rdc possa venire suddiviso ed erogato separatamente a ogni singolo componente il nucleo familiare. Sarà questo Rdc individualizzato ad essere ceduto all’impresa dopo il 2020? Nelle more del decreto, quale quota del Rdc viene considerata del “beneficiario” che ha trovato lavoro e quindi devoluta all’impresa? Di questo problema l’articolato non mostra consapevolezza. Eppure può avere importanti conseguenze, anche in termini di uso complessivo delle risorse. Ciò è particolarmente vero nel caso in cui neppure con il nuovo lavoro il nucleo esca dalla povertà. In questo caso infatti, se tutto il Rdc viene devoluto all’impresa, alla famiglia deve poi essere riconosciuto un nuovo Rdc, sia pure di importo minore, che ridurrà ulteriormente le risorse complessive del Fondo che alimenta la misura. Dato il vincolo rappresentato dall’ammontare, dato, di questo Fondo, alla fine sarà l’insieme delle famiglie povere a rischiare di perdere di più.

Il Rdc si articola in due componenti: la prima integra il reddito del nucleo familiare in povertà per far sì che esso raggiunga 500 euro al mese (da moltiplicarsi per un coefficiente maggiore di uno che tiene conto della numerosità dei componenti), la seconda serve a pagare il canone d’affitto della famiglia entro un massimo di 280 euro al mese (moltiplicato per lo stesso coefficiente). Se uno dei beneficiari trova lavoro viene devoluta all’impresa anche la quota di Rdc che ha a che fare con l’affitto. Perché deve essere così, visto che questa quota risponde al criterio specifico di contrastare la povertà abitativa? Il tema diventa particolarmente serio quando scatta per il beneficiario l’obbligo di accettare un lavoro fino a 250 km di distanza (come sempre avviene, fosse anche la prima offerta che si riceve, dopo i primi 12 mesi di fruizione del beneficio). In questo caso, infatti, il neo lavoratore sarà costretto, data la situazione dei trasporti in larga parte dell’Italia, a provvedere a costi di abitazione/soggiorno aggiuntivi, per sé, nella sede in cui troverà lavoro (a meno di non trasferire tutto il nucleo familiare, cosa non semplice, specie in presenza di figli minori) senza che di questi costi si tenga in alcun modo conto.

Nel caso in cui in corso d’anno le risorse impegnate, per quello stesso anno, per i Rdc già assegnati esauriscano le disponibilità del Fondo e diventi quindi impossibile soddisfare nuove richieste, con decreto del ministro del Lavoro e di quello dell’Economia, deve essere ristabilita la compatibilità finanziaria attraverso la rimodulazione dell’ammontare delle erogazioni successive. Questa rimodulazione, di per sé discutibile per una misura di questa entità e di questa natura, riguarderà solo le erogazioni a favore dei nuclei poveri, non quelle il cui diritto è stato trasferito alle imprese. Un prevedibile esaurimento delle risorse in corso d’anno si trasformerà quindi in un taglio delle risorse che colpirà principalmente le famiglie, e in particolare quelle in cui non ci sono persone occupabili, che sono anche quelle con un maggior disagio sociale.

Queste problematiche meriterebbero approfondimenti seri prima del varo definitivo della misura per ridurre quelle incertezze nella applicazione che potrebbero renderla di minore interesse anche per le imprese.

Mail box

 

Il Pd attacca M5S su Carige, non ricordano papà Boschi?

Su Twitter l’ex presidente del Consiglio del Partito democratico Paolo Gentiloni ha postato l’immagine di una pipa con la scritta “Ceci n’est pas une pipe” accanto alla dichiarazione rilasciata dai dirigenti del Movimento 5 Stelle “Non abbiamo salvato una banca” dopo l’approvazione del decreto pro-Carige. Decreto che dice che ci sono 3 miliardi per far ripartire l’importante istituto genovese.

Il premier Giuseppe Conte ha detto: “Sarò io a gestire il caso”.

I dem toscani, Matteo Renzi e Maria Elena Boschi hanno attaccato l’esecutivo e ne hanno facoltà. Tuttavia nel consiglio d’amministrazione della banca genovese non ci sono né padri né fratelli di ministre in carica. Né mi risulta che l’ex direttore e autorevole editorialista del Corriere Ferruccio de Bortoli, che stimo, abbia intenzione di scrivere alcun libro sul “salvataggio” di Carige, come fece, mandando nelle librerie un volume, molto documentato, sul “pasticciaccio brutto” di Banca Etruria.

Pietro Mancini

 

Le leggi sono uguali per tutti, anche per i sindaci

Se un sindaco non vuole far rispettare una legge dello Stato perché ritiene a suo personalissimo giudizio che questa è sbagliata, allora seguendo il suo esempio, anche chi evade il fisco pensando che l’Iva al 22 per cento sia un furto giustificato! Siamo tutti Orlando? Ok alle leggi fai da te ma uguali per tutti.

Enzo Bernasconi

 

D’Alema dà troppi consigli e dimentica i suoi tanti errori

Le dichiarazioni rilasciate da Massimo D’Alema nell’intervista al vostro giornale piene di “ma e avrebbero dovuto fare così e cosà’’, fanno tenerezza e rabbia.

Tenerezza perché uno che ha creduto che gli avversari fossero antipolitici, populisti, sovranisti, quando al massimo si potevano classificare ingenui o inesperti, una certa comprensione la suscita.

E rabbia, perché con grande sprezzo delle sue origini politiche e con grandissima sopravvalutazione della sua furbizia perché non ricorda che è stato il sostenitore di questa Europa dei banchieri, dei bombardamenti sulla ex Jugoslavia, del fiancheggiamento degli Stati Uniti in ogni avventura militare di questi decenni e anche parteggiare per i Clinton pare non abbia portato loro fortuna.

Ricordo anche che non è stato estraneo all’acquisizione da parte del Monte dei Paschi di Siena della Banca del Salento a prezzi discutibili.

Poi lui che è famoso, fra i suoi adulatori, come un battutista corrosivo si ricorda di una certa vignetta che lo riguardava e della sua reazione?

Come ultima cosa vorrei ricordargli se i vari patti delle crostate, i risotti e le gite in barca a bordo del “Mascalzone Latino’’ siano state un buon esempio per la fondazione “Italianieuropei”.

Franco Novembrini

 

L’elettorato cattolico è scisso tra vera apertura e tradizione

Tutti sentono aria di frattura elettorale tra Lega e Cinquestelle per le elezioni europee. Ma la vera crepa si sta allargando nell’elettorato cattolico. Da serbatoio della Democrazia cristiana sempre accreditato come moderato, è oggi spinto dal Papa a prendere posizioni nette di solidarietà con gli ultimi. Non ha una casa politica né la vuole e rivendica la libertà di votare chi opterà per dare sostegno concreto alle fasce di emarginati, senza distinzione del colore della pelle o nazionalità.

Questa quota di elettorato non si convince con un vangelo brandito in comizio o un rosario alzato in piazza. È informata, non ha tempo da perdere con i tweet perché è impegnata nel volontariato, ma vuole coerenza. Poi c’è invece la parte identitaria che adora riti e orazioni ma odia i “feriti” di altre nazioni. Questa, che ci tiene alle radici cristiane ma non ai rami dell’accoglienza, è quella dei crocefissi appesi solo per marcare il territorio. L’ipocrisia del sovranismo pseudo-devoto sta creando uno scisma nell’elettorato cattolico che ha il merito di rendere esplicita l’incompatibilità tra essere chiusi ed essere cristiani.

Massimo Marnetto

 

Gilet gialli, è inopportuna l’uscita del vicepremier Di Maio

Comprendo la posizione del direttore, ma l’uscita di Di Maio in favore dei gilet gialli mi sembra inopportuna. Di Maio è un vicepresidente del Consiglio e un ministro, ha un ruolo istituzionale. Il suo sostegno a un movimento del tutto in fieri per vari aspetti e con tratti indubbiamente eversivi non è opportuno.

Che poi la Francia abbia fatto molte cose per tutelare i suoi interessi anche a nostro discapito, in ultimo la vicenda della richiesta di Parigi e Berlino alla Commissione europea di valutare la proposta di acquisizione di Chantiers de l’Atlantique (nuovo nome di Stx) da parte di Fincantieri, non ci sono dubbi. Ma perché noi dobbiamo essere così incauti nel dare appoggio a un movimento di cui non conosciamo l’origine e le caratteristiche, un movimento che mi sembra faccia gioco a chi vuole distruggere l’Unione europea di cui Macron, con tutti i suoi (enormi) limiti si era fatto garante?

Pierluigi Sabatti