Il vero problema non è il precariato, ma i pochi controlli

Ho letto l’articolo di Rotunno sul numero degli infortuni sul lavoro, dati drammatici, sicuramente per difetto dato che almeno al Sud si lavora nella maggior parte dei casi in nero, e quindi se non è grave l’infortunio non si denuncia. Se gli incidenti sono così aumentati malgrado il numero dei lavoratori sia diminuito, un motivo ci deve essere. I guai per gli operai sono incominciati con la legge Biagi, che introdusse i contratti a chiamata, a termine, i co.co.co. che avrebbero dovuto eliminare la disoccupazione, con la ciliegina dell’abolizione dell’articolo 18. Gli imprenditori ne hanno subito approfittato con contratti di una settimana o di un mese, per poi decidere se e chi tenere, costringendo quest’ultimo a lavorare più delle sue possibilità, per paura di perdere il posto di lavoro. La conseguenza è l’aumento degli infortuni e dei morti sul lavoro. Perché l’informazione, i sindacati, l’Inail non evidenziano le vere cause?

Gentile signor Perrone, anche nel 2018 conteremo più di mille morti sul lavoro denunciate all’Inail. Come sottolineato, è un dato sottostimato perché non considera chi è in nero o assicurato presso altri istituti. Il numero resta molto più basso rispetto a trenta, quaranta, cinquanta anni fa, ma comunque inaccettabile in una “Repubblica fondata sul lavoro”. Non è facile trovare il nesso tra il proliferare dei contratti precari e gli infortuni mortali. Alle riforme degli ultimi 20 anni contestiamo molti aspetti, ma le statistiche non mostrano un peggioramento della sicurezza legato alla nascita di forme di lavoro flessibile. I decessi non sono esplosi né dopo la riforma Biagi, né dopo la legge Fornero, né dopo il Jobs act. I casi più frequenti avvengono nell’industria, tra l’altro, mentre il precariato è più diffuso nel terziario. Attenzione: questo non significa che non ci siano responsabilità politiche. Basti pensare ai dati sulle ispezioni: nel 2010 l’Inail ne ha svolte 24.584; nel 2016 si è limitata a “visitare” solo 20.876 imprese. Le aziende, poi, sono le prime indiziate: è compito loro far rispettare le leggi e garantire sicurezza ai dipendenti. Nel settore delle costruzioni, tra i più colpiti, i sindacati denunciano una pratica: i datori non applicano il giusto contratto collettivo agli addetti, e così aggirano l’obbligo di fare formazione sulla sicurezza nei cantieri. Il problema, quindi, sono l’inosservanza delle norme e i controlli scarsi. Certo, un precario è ricattabile e si preoccupa meno della sua incolumità ma, in questo caso, la spiegazione più banale è anche la più corretta.

Energia e cartello auto-finanza: maxi multe dell’antitrust

Caseautomobilistiche e società finanziarie hanno messo in piedi un cartello per la vendita di auto tramite finanziamenti, scambiandosi informazioni su quantità e prezzi. L’Antitrust ha così deciso di sanzionarle con multe per un totale di oltre 670 milioni di euro. Un’intesa restrittiva della concorrenza, tra il 2003 e il 2017, per “alterare le dinamiche concorrenziali nel mercato della vendita di automobili dei gruppi di appartenenza attraverso finanziamenti erogati dalle rispettive captive banks”. Le società finite nel mirino per attività anticoncorrenziali vanno da Banca PSA Italia, Santander Consumer Bank a Daimler, Mercedes Benz Financial Services Italia, FCA Bank, FCA Italy e General Motor Financial Italia, nonché le associazioni di categoria Assofin e Assilea (che hanno annunciato ricorso). La sanzione arriva dopo un’altra, martedì, a Enel e Acea per aver abusato della posizione di forza che hanno sul mercato della vendita di energia elettrica nel “traghettare” clienti dal cosiddetto ‘mercato tutelato’ al ‘mercato libero’: una sanzione da “oltre 93 milioni per il gruppo Enel e oltre 16 milioni per il gruppo Acea”. Assolto invece il gruppo A2a.

Istat, stessi occupati ma aumentano i contratti stabili

Il primo banco di prova del decreto Dignità ha dato un segnale incoraggiante, seppur molto piccolo. A novembre 2018, primo mese in cui la stretta voluta dal ministro Di Maio è entrata totalmente in vigore, abbiamo avuto 15 mila posti stabili in più e 22 mila dipendenti a termine in meno rispetto a ottobre. Il totale degli occupati è rimasto ancora una volta fermo (4 mila in meno). In un mercato del lavoro ancora bloccato, quindi, gli unici movimenti hanno riguardato la qualità dei posti: un pochino di più i posti fissi, un pochino in meno quelli precari. Un impatto minimo, per il momento, ma del resto si tratta di un’oscillazione mensile. Bisogna aspettare un periodo di tempo più lungo per vedere se è l’inizio di un trend favorevole ai posti stabili o se è una casualità. Il tasso di occupazione si è di nuovo fermato al 58,6% (ancora sotto il picco pre-crisi). Quello di disoccupazione al 10,5% (giovanile al 31,6%); 2,735 milioni le persone in cerca di un impiego. Tra novembre 2017 e novembre 2018 gli occupati sono aumentati di 99 mila: 162 mila precari in più e 68 mila stabili permanenti in meno.

“Noi truffati di serie B. Mio marito sarebbe vivo”

“La soluzione quindi c’era, ma quella maledetta notte non è stata pensata. Non hanno pensato ai risparmiatori”. È lo sfogo di Lidia Di Marcantonio, la vedova di Luigino D’Angelo, il pensionato di Civitavecchia che aveva affidato i suoi soldi a Banca Etruria. Il riferimento è alla notte del 22 novembre 2015 quando il governo azzerò il valore dei titoli emessi dalle 4 banche fallite. Dopo pochi giorni, il 28 novembre, l’ex operaio dell’Enel si tolse la vita.

Visto il caso Carige (obbligazionisti salvi), si sarebbe potuta scrivere un’altra storia?

È una follia e tutta questa vicenda grida vendetta. Se allora avessero adottato lo stesso provvedimento oggi fatto per Carige, Luigino sarebbe ancora vivo.

Per lei è un’amarezza in più?

Mio marito non c’è più. E neanche i 110 mila euro che lui aveva investito. Voglio solo che paghi chi ha sbagliato. Nessuno intervenne in nostro aiuto.

Sul suicidio di suo marito fu aperto un fascicolo, che fine ha fatto?

Il 24 dicembre è arrivata una lettera dal Tribunale di Arezzo: mi notificano l’archiviazione della denuncia per istigazione al suicidio che avevo presentato nei confronti di un ex dipendente di Banca Etruria.

I grillini ora vogliono la Commissione d’inchiesta e torna nel mirino Bankitalia

Insieme al decreto su Carige e ai retroscena nutriti dalle telefonate di Giuseppe Conte a Vittorio Malacalza, torna d’attualità anche la commissione d’inchiesta sul mondo del credito, la cui legge istitutiva è stata approvata in Senato e al momento giace alla Camera. E insieme alla commissione d’inchiesta, tornano pure le tensioni tra gialloverdi e Banca d’Italia per il suo ruolo nella gestione del sistema negli ultimi anni. A mettere la cosa nel modo più duro è Luigi Di Maio: “La Camera deve chiudere subito questa partita e nominare al più presto i membri della commissione d’inchiesta sulla banche. Noi candidiamo presidente Gianluigi Paragone: stando infatti agli accordi, la presidenza di questa commissione va al M5S”. E che deve fare Paragone secondo il vicepremier? “Spero che convochi subito Bankitalia, a cui va chiesto conto di quel che ha combinato in questi anni, della mancata sorveglianza che è sotto gli occhi di tutti”. La Vigilanza è finita nel mirino anche di esponenti della Lega: dieci banche in fumo, dice Claudio Borghi, “sono troppe e finora non ho visto nessuno dalla vigilanza assumersi delle responsabilità”; “se interviene un commissariamento – dice Alberto Bagnai – forse si può pensare che alla sorveglianza europea, e magari a quella italiana, la situazione sia in qualche modo sfuggita di mano”. Tornando a Di Maio, invece, ieri ha preso l’impegno di pubblicare “l’elenco dei debitori di Carige e vedremo chi troveremo lì dentro”.

Le telefonate per sondare i Malacalza: prima il Tesoro, poi il premier in persona

Una telefonata di un’ora. È il 31 dicembre scorso: a un capo del telefono il premier Giuseppe Conte, in compagnia del ministro dell’Economia Giovanni Tria, dall’altra parte Mattia Malacalza, ad di Malacalza Investimenti. Su queste conversazioni si è scatenata l’opposizione. Il Pd ha presentato un’interrogazione. Perché Guido Alpa, mentore di Conte, è stato per anni nei cda del gruppo Carige. Non solo: all’assemblea del 22 settembre aveva sostenuto una lista avversaria dei Malacalza. A guidarla Raffaele Mincione: Conte, in veste di avvocato, prima di diventare premier espresse un parere pro veritate per conto di una sua società.

Sulla vicenda il premier starebbe preparando con i propri collaboratori un resoconto per riferire in Parlamento. Questa la linea: mai incontrato Mincione e Alpa non ha interferito nell’affare Carige. I contatti con Malacalza sono stati tenuti da Giovanni Tria – che avrebbe chiesto a Conte un telefona a fine anno, dopo le sue avute prima di Natale – e sempre d’intesa con Bankitalia.

È la mattina del 31 dicembre quando Conte incontra i vertici di Carige: l’allora presidente Pietro Modiano e l’ad Fabio Innocenzi (oggi commissari). Poi nel pomeriggio parla con Malacalza. La conversazione, a quanto risulta al Fatto da fonti della banca, prende le mosse dall’astensione dei maggiori azionisti nel voto sull’aumento di capitale all’assemblea del 22 dicembre. Il premier avrebbe chiesto informazioni sostenendo l’ipotesi di un voto favorevole che avrebbe dato il via libera all’operazione senza per questo impegnare la famiglia genovese a sottoscrivere l’aumento (in primavera). Malacalza avrebbe ripetuto quanto già espresso da tempo: la famiglia ha già investito in Carige circa 400 milioni che oggi ne valgono poche decine. Non è pregiudizialmente contraria all’aumento, né all’ipotesi di parteciparvi, ma pretende che prima sia comunicato agli azionisti della banca il piano industriale del nuovo cda. C’è poi la questione della rettifica di bilancio avanzata dalla Bce: 250 milioni che rischiano da soli di mangiarsi gran parte del nuovo aumento (soprattutto se la Sorveglianza, dopo aver chiesto di svalutare alcune voci di bilancio, pretendesse che fossero cedute). I Malacalza, pare, avrebbero espresso a Conte tutte le loro cautele. Alle Camere il premier riferirà però che le conversazioni si sarebbero limitate a sondare le intenzioni dell’azionista, contrario alla ricapitalizzazione.

Ma c’è un altro punto che preoccuperebbe gli imprenditori genovesi: il Fondo Interbancario ha sottoscritto un bond da 320 milioni. Il Fondo, in caso di mancanza di sottoscrizioni, per quella cifra si porterebbe casa una banca con un patrimonio netto di 1,7 miliardi e un credito fiscale di 1 miliardo. Insomma, un istituto in condizioni ben diverse da quelle, per dire, delle banche venete. Il timore è che una grande banca – magari Unicredit, da cui provengono diversi manager passati e presenti dell’istituto ligure – possa conquistare Carige (e il credito fiscale) per pochi euro.

A dicembre i contatti tra ambienti governativi e i maggiori azionisti di Carige (27 per cento) sono stati ripetuti. Il lavorio, riferiscono fonti vicine alla banca, comincia prima al livello degli avvocati. Da una parte i legali della banca – Carlo Pavesi e Francesco Gatti – dall’altra, pare, lo studio di Andrea D’Angelo che assiste i Malacalza. Proprio Pavesi e Gatti, due tra i più noti avvocati italiani, sono stati consulenti di Carige per l’emissione del bond sottoscritto dal Fondo interbancario, da rimborsae con l’aumento di capitale da 400 milioni. Ma all’ultima assemblea, il 22 dicembre, erano stati protagonisti di un intervento che aveva stupito molti: in veste di azionisti a sostegno della linea dei vertici del cda.

Dopo gli avvocati, a contattare i Malacalza è stato il ministero dell’Economia. Tria avrebbe avuto dei colloqui prima di Natale e poi chiesto a Conte di intervenire. I colloqui sarebbero stati due (forse tre). L’ultimo il 31 dicembre.

“Mi appoggiavano tutti, anche Alpa: ora la colpa è solo mia”

“Guido Alpa? Era con me da sempre nel cda di Carige. Una persona preparata e capace, abbiamo lavorato tanto insieme”.

Giovanni Berneschi è l’uomo simbolo del crollo dell’istituto genovese. Da semplice dipendente ne divenne il dominus. Per lustri l’ha guidato, ma oggi – dopo le inchieste e le condanne in appello – assiste all’agonia della sua banca chiuso nel suo appartamento. La voce inizialmente ruvida, forte, come quella che metteva tutti a tacere durante le assemblee Carige, piano piano si incrina.

Berneschi, oggi tutti parlano di Alpa e del suo pupillo Giuseppe Conte. Alpa ha seduto per anni nei cda Carige e all’ultima assemblea si era schierato con la lista avversaria dei principali azionisti, i Malacalza. C’è un conflitto di interessi?

Alpa era nel mondo di Carige da sempre. Con lui ho lavorato tanto e bene, ma Conte a quei tempi aveva ancora i pantaloncini corti.

Un’altra era…

Quando c’ero io prendevamo le decisioni all’unanimità. Mi sostenevano tutti. Nel cda con me c’erano tanti nomi che contavano, come Alpa, ma anche Enzo Roppo (noto professore di diritto, collega di Alpa, anche lui considerato vicino al centrosinistra) e anche Gabriele Galateri di Genola. Potrei farle tanti altri nomi, c’erano tutti. Gente di valore. Possibile che, se io davvero avessi compiuto le nefandezze che dicono, persone di questo valore non si sarebbero accorte di niente?

Alle assemblee di Carige il mondo politico ed economico ligure era dalla sua parte.

Tutti mi sostenevano.

Tra Carige e fondazione le figure del Pd e del centrodestra non mancavano. C’era perfino la curia. Contenti tutti?

Rossi, neri o bianchi a me non importava. Mi curavo solo della banca.

Però la sua banca ha finanziato progetti come il polo tecnologico degli Erzelli voluto dal Pd. La politica con quei 250 milioni di prestito non c’entra?

Niente. Quel progetto riguardava dei terreni che erano stati del terminalista Aldo Spinelli e quindi dell’industriale Giuseppe Rasero.

Ma Spinelli era prima vicino al centrosinistra di Claudio Burlando e poi a Giovanni Toti. Mentre Rasero è considerato legato a Romano Prodi. E anche Giorgio Napolitano ha sostenuto Erzelli…

Sono tutte cazzate, mi perdoni la parola, che tirate fuori voi giornalisti.

Tutta la Genova che contava la corteggiava. Adesso?

Oggi io sono il criminale. Invece una volta tutti erano con me…

Qualcuno degli amici di allora si fa vedere?

No. Me ne sto qui, in casa mia.

Addio alla vita da potente?

Mai fatta. Può chiederlo a chi mi sta vicino, io ho sempre vissuto come un qualunque funzionario della banca. Nessun lusso, mai.

Cosa dice la gente quando la incontra?

C’è chi mi urla di tutto, magari gli azionisti che hanno perso i loro investimenti. Ma tanti invece mi dicono che quando c’ero io la banca andava a gonfie vele.

Vorrebbe dire che è tutta colpa di chi è venuto dopo di lei?

Quando c’ero io le azioni valevano 2,5 euro, ora siamo a zero virgola non so quanti zeri. E capitalizzavamo 8 miliardi mentre adesso siamo a 80 milioni.

I magistrati non sono d’accordo…

In appello sono stato condannato a 8 anni e 7 mesi. Aspettiamo la Cassazione. Ma io ho lavorato solo per la banca. È stata la mia vita.

Poi c’è il processo per ostacolo alla vigilanza di Bankitalia.

Ah, di quello non me ne frega niente. Se mi condannano, ricorro in Europa. Non possono dire che sono colpevole, perché Bankitalia e la Bce non mi hanno mai sentito, non capisco come avrei potuto ostacolarli. Se non muoio prima, quel processo lo vinco.

Non si sente in colpa per questo disastro?

Ho portato la banca da 500 a 6.500 dipendenti. Abbiamo comprato la banca di Savona. Dopo quella trattativa per lo stress ho perso la vista per due mesi.

Già, la Carisa. Anche lì circolavano tanti nomi vicini alla politica…

Eravamo una grande banca. Ma ora è solo colpa mia.

A Carige serviranno i soldi pubblici: 2 linee nel governo

Non c’è voluto molto tempo. Passati pochi giorni dal commissariamento, il governo ha assunto una posizione molto esplicita. Carige può, o meglio deve, essere “nazionalizzata”. Di Maio ieri è stato tranchant. “Quel che posso dire è che crediamo nella nazionalizzazione, l’unica strada percorribile per il M5S”. Anche il fronte leghista pare essere sulla stessa lunghezza d’onda. Giancarlo Giorgetti ha risposto sì a una domanda sull’eventuale pubblicizzazione della banca: “La nazionalizzazione è un’eventualità prevista dal decreto se non si verificano alcune condizioni, quindi se nessun privato ci mette i soldi arriverà”, ha dichiarato. “L’obiettivo è salvarla sotto lo Stato. Se ci saranno utili ci guadagnerà lo Stato”, ha rimarcato Matteo Salvini. Più cauti il ministro dell’Economia Giovanni Tria – per cui la soluzione di mercato è la via preferibile (e nel caso l’ingresso dello Stato sarebbe “temporaneo”) – che il commissario di Carige Pietro Modiano, che ritiene l’ingresso dello Stato un’opzione “residuale” e “più che astratta”.

Fin qui la cronaca politica della giornata. Ma sul piano tecnico, quello cioè dello stato di effettiva salute della banca di Genova e del suo immediato futuro, quanto è giustificabile una nuova nazionalizzazione dopo quella di Mps? È davvero l’unica strada percorribile?

La banca ligure non è mai stata di fatto risanata dal suo vero tallone d’Achille, le sofferenze e i crediti malati lasciati in eredità da Giovanni Berneschi. Nonostante 4 anni di pulizie e vendite parziali di prestiti marci costate già 3 miliardi di svalutazioni, Carige si ritrova con 4,8 miliardi di crediti deteriorati lordi. Valgono ben il 27,5% dell’intero portafoglio crediti. Certo le rettifiche già compiute hanno coperto il 51% di questo ammontare. Ma non basta dato che i crediti malati netti sono tuttora di 2,3 miliardi, un livello del 15% sul portafoglio impieghi, doppio rispetto alla media del sistema bancario italiano.

È qui l’anomalia mai sanata dai tre amministratori delegati succedutisi alla guida della banca sotto la gestione del primo socio, Vittorio Malacalza. Per riportare tassi di sofferenze in linea con la media del sistema devi di nuovo mettere mano al portafogli, cedendo almeno un miliardo di prestiti malandati netti: ovviamente il prezzo sarà una percentuale (il 20-30% del nominale secondo i corsi del mercato) con una perdita secca di almeno 700 milioni. Ecco perché tutti sanno che occorrono nuovi capitali per far uscire Carige definitivamente dal cono d’ombra: il patrimonio netto oggi è di 1,8 miliardi e verrebbe eroso pesantemente dalla vendita delle sofferenze. Trovare un privato disposto a rilevare l’istituto ligure con questa cambiale in scadenza pare non facile. Certo potrebbe accollarsi il peso il Fondo interbancario che diverrebbe il nuovo padrone della banca semplicemente convertendo il bond da 320 milioni in capitale. Ma ve li immaginate un consorzio di banche come nuovo socio forte? Strada irta di ostacoli.

L’altra alternativa di mercato, quella che preferirebbero Tria e i neo-commissari, è il matrimonio con un solo cavaliere bianco. Si ripeterebbe il copione Intesa-banche venete. E quel copione dice che chiunque chiederebbe che la parte malata delle sofferenze resti in capo allo Stato, magari alla Sga. L’onere del peso dei crediti marci rimarrebbe in capo ai contribuenti e di fatto si regalerebbe la parte sana a un diretto concorrente. Tra un onere comunque pubblico, accompagnato da un regalo a un privato (linea Tria), forse a questo punto è meglio che il pubblico si tenga tutto il pacco, compresi depositi, impieghi sani e quel che di buono c’è in Carige (linea Di Maio & C).

Guardandoal passato, invece, quel che colpisce è l’inettitudine e il tempo lasciato scorrere invano: mentre Malacalza litigava coi suoi timonieri aziendali, la banca si inabissava. I prestiti sono stati tagliati passando da oltre 21 miliardi a soli 16: con un credit crunch del genere puoi vendere quante sofferenze vuoi, ma il rapporto coi crediti malati resterà sempre troppo alto (in anni di presunta cura è sceso solo dal 34 al 27,5%). E se la banca viene frenata così violentemente non puoi che avere ricadute sui ricavi, calati del 30% sotto Malacalza. Si sono tagliati i costi, ma la caduta dei ricavi è tale che oggi la prima voce si mangia il 90% delle entrate (la media è al 65%). Tutti i parametri fuori controllo quindi: da quelli di conto economico alla tenuta patrimonale per la spada di Damocle inevitabile che sarà la pulizia definitiva dei crediti malati. La soluzione pubblica potrà non piacere, ma il principio di realtà dice che oggi è l’unica strada percorribile.

Liste FI in Campania: Mara querela Nunzia e chiede 100mila euro

Continualo scontro a distanza tra Nunzia De Girolamo e Mara Carfagna. Che risolveranno le loro liti in tribunale. Alle scorse elezioni De Girolamo doveva essere candidata per Forza Italia nella sua terra, in Campania, ma poi nella notte decisiva il suo nome finì in lista in Emilia, dove il 4 marzo non venne eletta. Da lì lo scontro con i vertici del partito che ha poi portato l’ex deputata a uscire da FI. Con l’accusa a Carfagna e altri big campani di averla fatta fuori. “Mara mi ha querelata con una richiesta di risarcimento di 100 mila euro”, ha detto ieri De Girolamo, spiegando che la querela si riferisce alle sue parole pronunciate in tv. “Da una donna mi sarei aspettata di essere difesa, visto che quella notte c’era anche lei”, aveva detto l’ex azzurra a La7. “Falso”, replica Carfagna, la quale fa sapere che la querela è arrivata dopo un’intervista a Repubblica in cui De Girolamo ha usato l’espressione “metodi da Gomorra” per descrivere l’accaduto.

Insomma, accuse e controaccuse reciproche condite da veleni per una querelle che ora finirà davanti a un giudice.

La Rai tentata dal tris: dopo Luttazzi, anche Giletti e Gabanelli

Manovre in corso e possibili grandi ritorni in Viale Mazzini. Il nome di cui più si parla in queste ore è quello di Massimo Giletti. Nonostante la blindatura di Urbano Cairo nei suoi confronti, che presto arriverà sotto forma di un ritocco al contratto, il giornalista continua a non essere indifferente al canto delle sirene proveniente da mamma Rai. Il divorzio dalla tv di Stato, com’è noto, per Giletti è stato un boccone assai amaro da digerire. Ne si ebbe la prova alla conferenza stampa di presentazione di Non è l’arena, a settembre 2017, col conduttore visibilmente commosso per l’addio forzato a Viale Mazzini per scelta dell’ex dg Mario Orfeo.

Un dolore profondo che i punti di share conquistati in questi mesi la domenica sera su La 7 (ora viaggia sul 7%) ha solo in parte lenito. Di dialogo in corso con la nuova dirigenza Rai si vocifera da tempo – anche se l’azienda smentisce – ma è stato lo stesso conduttore, ieri ospite al programma radio di Fiorello su Radio Deejay, a sbilanciarsi. “Vedo una luce in fondo al tunnel, qualcosa succederà a giugno”, ha detto Giletti al Rosario della sera. “Se torni in Rai vedo già il titolo del programma: Che arena che fa”, la chiosa di Fiorello. Una battuta con un fondo di verità, visto che la collocazione di cui si parla per Giletti è la domenica sera di Rai1 al posto di Fabio Fazio, che a quel punto sarebbe costretto ri-traslocare su Rai3. Oppure con un programma d’informazione in altra serata, per evitare il paradosso di avere due “campioni” Rai a sfidarsi la domenica sera. Insomma, tutto è ancora da decidere, ma la questione è sul tavolo.

Del resto Fazio, con i nuovi vertici, sembra sempre più isolato: Matteo Salvini non manca occasione di portarlo ad esempio della tv che non gli piace, mentre lo stesso Fabrizio Salini si è lamentato in più occasioni di non avere quasi alcun rapporto col conduttore di Che tempo che fa.

Insomma, se prima Fazio era considerato un intoccabile, ora non lo è più e il suo mega contratto, unito allo share non esaltante, non lo aiuta. “Fino a poco fa Fazio era una risorsa, ora è un problema”, sintetizza con efficacia una fonte interna.

Poi c’è Milena Gabanelli. Salini non fa mistero di volerla assolutamente riportare in Rai e, a quanto si apprende, un dialogo tra i due è in corso. “Al momento sono al Corriere e intenderei restarci”, fa sapere la giornalista. Che però, di fronte a un’offerta professionale all’altezza, potrebbe accettare il corteggiamento. Due le ipotesi: una striscia serale di 5 minuti dopo il Tg1 in stile “dataroom”, proposta che lei aveva avanzato a suo tempo a Orfeo, che aveva risposto picche. Oppure un impegno per il rilancio del sito web di Viale Mazzini, la cui direzione però andrebbe sganciata da Rainews 24, dove è stato da poco confermato Antonio Di Bella. Ma non viene scartata nemmeno la possibilità di un nuovo programma di approfondimento in prima serata.

Infine, il ritorno di Daniele Luttazzi. Per ora non c’è nulla oltre l’annuncio di Carlo Freccero, ma la cosa potrebbe quagliare in tempi anche brevi. Lo stesso direttore di Rai2 ha parlato di un nuovo programma di satira nel preserale della rete, prima del Tg2 delle 20.30, ma ancora non è dato sapere se Luttazzi sarà impiegato in quella fascia.

Non solo ritorni, anche spostamenti: Elisa Isoardi. Secondo le voci di Saxa Rubra, nonostante il flop della “sua” Prova del cuoco, la conduttrice punterebbe a La vita in diretta, il programma pomeridiano di Raiuno in crisi di ascolti. Il suo ex compagno, Matteo Salvini, intanto, dagli studi Mediaset lancia una stilettata al nuovo corso Rai. “Mi aspettavo un cambiamento, un’obiettività e una trasparenza un po’ più veloci. Fa niente, va bene così, tanto gli italiani ragionano con la loro testa per fortuna…”, ha detto il ministro dell’Interno. Peccato sia stato proprio lui, con la sua resistenza su Marcello Foa, a tenere paralizzata l’azienda dal primo agosto a fine settembre.