L’ufficiale del caso Cucchi se ne va dal Quirinale

Via dal Quirinale il generale dei carabinieri, Alessandro Casarsa. Il suo ultimo giorno da comandante dei Corazzieri è stato il 7 gennaio. Nel 2009 era il comandante del Gruppo Roma dal quale dipendeva il tenente colonnello Francesco Cavallo, ex capo dell’“ufficio comando”, indagato per falso ideologico nell’ambito dell’inchiesta sul depistaggio per l’omicidio di Stefano Cucchi, pestato a morte da alcuni carabinieri che lo avevano arrestato e che adesso sono sotto processo a Roma.

Casarsa, fino ai primi di giugno, non avrà alcun nuovo incarico perché, secondo quanto risulta al Fatto, da martedì ha cominciato un prestigioso corso professionale dello Iasd, l’Istituto Alti Studi della Difesa. L’avvicendamento al comando del Reggimento Corazzieri c’è stato ieri, in gran sordina, nella caserma Alessandro Negri di Sanfront, a Roma. Il generale Casarsa ha consegnato lo stendardo al suo successore, il colonnello Luciano Magrini, che è stato il comandante provinciale dei carabinieri di Brescia. Una sostituzione all’apparenza normale, dopo due anni e mezzo di incarico, ma che si porta in realtà dietro l’imbarazzo del Quirinale per la vicenda Cucchi.

Già nell’autunno scorso, quando sono emerse le novità sull’indagine del pm di Roma Giovanni Musarò, si è fatta strada l’ipotesi che non fosse opportuno che Casarsa, pur non essendo indagato, restasse al comando dei Corazzieri, i “protettori” del presidente della Repubblica. Ma né il presidente Sergio Mattarella né l’Arma volevano una sostituzione collegata a questa vicenda ed ecco che la dipartita c’è stata in questi giorni.

Dunque, al suo posto arriva Magrini. Pare che abbia saputo di questo nuovo incarico solo pochi giorni fa. Il generale Casarsa sarà chiamato a testimoniare al processo Cucchi nelle prossime settimane. Il 6 dicembre scorso, davanti ai giudici, il luogotenente dei carabinieri Massimo Colombo, comandante della stazione Tor Sapienza, dove fu portato Cucchi in camera di sicurezza, anche lui indagato per falso ideologico, ha confermato le sue accuse: il 26 ottobre 2009 “il maggiore Soligo (suo diretto superiore, ndr) mi disse che Cucchi era morto, che la Procura aveva aperto un’inchiesta e che i militari in servizio quella notte avrebbero dovuto fare un’annotazione di servizio”. Cioè Colicchio e Di Sano, anche lui indagato per falso. I due carabinieri scrissero le loro note ma a Soligo non piacquero: “Mi disse – racconta Colombo – che si esprimevano valutazioni medico-legali che non competevano a loro”. Soligo, secondo Colombo, parla al telefono con un superiore del “Gruppo Roma”, dice in continuazione: “Sì, signor Colonnello”, che poteva essere sia l’allora colonnello Casarsa sia il tenente colonnello Cavallo, indagato. Proprio Cavallo, secondo Colombo, dopo aver letto le note modificate rispose via mail al luogotenente: “Meglio così”.

Napoli, condannato fa il capogruppo dem senza essere iscritto

I fondamentali:per essere capogruppo di un partito importante come il Pd bisognerebbe essere almeno iscritti al Pd. Se poi sei pure incensurato sarebbe meglio, ma non bisogna esagerare con le pretese. Invece nel Pd di Napoli accade che il presidente del gruppo consiliare, Aniello Esposito detto Bobo, continua a ricoprire il ruolo anche diverse settimane dopo aver patteggiato una condanna a 6 mesi per l’inchiesta sulle candidature fantasma in una lista alleata nel 2016. E non ha nemmeno rinnovato l’iscrizione al Pd. E sapete quando e come se ne sono accorti, secondo la ricostruzione del sito stylo24.it? Quando la commissione provinciale di garanzia si è riunita per discutere eventuali sanzioni disciplinari. In questa sede si sono accorti che Esposito non era tra i 640 iscritti nel Pd di Napoli e provincia sino al 30 novembre 2018. E quindi non ha potuto sospenderlo. A rendere ancora più paradossale il tutto è che Esposito è stato eletto capogruppo a fine ottobre, un mese prima della sentenza, quando l’indagine e la richiesta di patteggiare la pena erano stranote da tempo.

Palazzo Madama salva tutti Tranne il “suca” di D’Anna

Pericolo scampato. Rientra nelle prerogative parlamentari di Maurizio Gasparri dare impunemente del pregiudicato a Roberto Saviano, che pregiudicato non è. L’ex senatore verdiniano, Ciro Falanga ben poteva insultare in tv l’allora presidente della commissione Giustizia della Camera Donatella Ferranti: per lui è stata riconosciuta l’immunità come se quelle critiche fossero state espresse dentro il Parlamento. E ancora. Cinzia Bonfrisco non può essere processata come chiede il Tribunale di Verona che l’accusa di essersi prodigata in Parlamento per un suo amico imprenditore. Nemmeno se l’imprenditore in questione, sostiene chi l’accusa, l’ha ricompensata pagandole un soggiorno in Sardegna e altro. Questo ha stabilito a maggioranza, e nonostante i distinguo del M5S, l’aula del Senato. Che ha detto no ai magistrati che volevano processare Gasparri di Forza Italia, Bonfrisco della Lega, Falanga di Ala e pure Stefano Esposito del Pd. Quest’ultimo accusato di aver diffamato l’ex magistrato Livio Pepino da lui definito nel corso di una trasmissione radiofonica “mandante morale” dei No Tav, che lo avevano preso di mira per il suo impegno a favore della Torino-Lione.

E invece no. Nessuno di lorsignori dovrà risponderne in tribunale: gli atti degli onorevoli senatori sono coperti dalle guarentigie previste dall’articolo 68 della Costituzione che tutela i parlamentari per le opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni. Anche quando le esercitano sui social, come Gasparri. Che aveva postato tweet al vetriolo contro l’ospitata in tv di Saviano a Che tempo che fa di Fabio Fazio: nella foga del momento al senatore forzista era scappato l’epiteto di ‘pregiudicato’, all’indirizzo dello scrittore di Gomorra che però in realtà mai ha riportato condanne penali. E che dunque s’era sentito diffamato. Gasparri però non subirà per questo alcun processo perché il Senato (ossia la Camera a cui appartiene) ha stabilito che si è limitato a divulgare via Twitter un’opinione già espressa in un’interrogazione parlamentare. E che quindi va riconosciuto un nesso tra le opinioni espresse dentro e fuori il Palazzo: tutte coperte da immunità. E non fa niente se l’interrogazione parlamentare in questione fosse in realtà successiva al post di Gasparri: lo scudo vale lo stesso.

E che dire di Falanga? Aveva strapazzato Donatella Ferranti in tv. Giurando, peraltro, di volersi assumere piena responsabilità di quanto sostenuto a favore di telecamere. Ma una volta arrivata la querela aveva fatto di tutto per dimostrare la perfetta coincidenza tra le sue dichiarazioni ai giornalisti con quelle che aveva adoperato contro Ferranti in Senato, ossia nell’ambito delle sue prerogative parlamentari. L’impresa non è stata facile. Perché, se mai le ha fatte, quelle critiche al Senato non sono mai state verbalizzate. E allora c’è stato bisogno di un aiutino perché venisse riconosciuto quel nesso che dà diritto all’immunità anche per le opinioni espresse fuori dal Parlamento. Il suo collega del Nuovo Centrodestra, Nico D’Ascola, a quel tempo presidente della Commissione Giustizia a Palazzo Madama, ha dovuto certificare per iscritto di averle sentite pronunciare da Falanga nelle sedi preposte pur non essendo state mai trascritte a verbale. Tanto è bastato al Senato per negare l’autorizzazione a procedere contro Falanga che dunque eviterà un processo per diffamazione.

Da ieri può dormire sonni tranquilli pure la senatrice del Carroccio, Cinzia Bonfrisco, a cui erano contestate accuse ben più pesanti. E che hanno fatto scattare l’allarme rosso al Senato. Che contro il rischio di un’interferenza del potere giudiziario rispetto all’autonomia del Parlamento ha pure sollevato alla Consulta la questione del conflitto tra poteri. I magistrati di Verona si sono infatti permessi di ipotizzare che in maniera sistematica Bonfrisco si sia spesa a favore di un’azienda. E che lo abbia fatto non perché lo ritenesse giusto per l’interesse generale, ma più prosaicamente perché era stata incentivata a farlo con doni di varia natura. Quando ieri l’aula le ha concesso la prerogativa dell’immunità è scattato pure l’applauso. Caloroso e liberatorio.

Quasi, quasi riusciva a cavarsela pure Vincenzo D’Anna. Che un paio di anni fa nel corso di un battibecco in Senato si era talmente infervorato contro l’attuale ministro per il Sud, Barbara Lezzi da invitarla ad accomodarsi sotto alla cintura dei suoi pantaloni. Un fallo da cartellino giallo con l’espulsione di cinque giorni dai lavori d’aula. Poi era andato anche in tv dove aveva continuato a inveire contro l’esponente dei 5 Stelle che lo aveva denunciato. D’Anna potrà essere processato, nonostante gli sforzi in extremis di Forza e Italia e Fratelli d’Italia per salvarlo. Per il Senato la fellatio simulata non rientrava nel suo diritto di critica politica. Ma c’è mancato davvero poco.

Maurizio Gasparri

Il senatore forzista ha dato del “pregiudicato” a Roberto Saviano su Twitter: si è difeso dicendo di averlo fatto anche in Parlamento (ma solo dopo averlo scritto sui social…)

Vincenzo D’anna

L’ex parlamentare di Ala è l’unico punito: sarà processato per i suoi gestacci alla ministra Lezzi. Per il Senato la fellatio simulata non rientra nel diritto di critica politica

anna cinzia bonfrisco

La senatrice leghista era accusata di spendersi per un’azienda in cambio di doni: anche per lei scatta l’immunità

stefano esposito

Il dem aveva definito l’ex giudice Pepino “mandante morale” dei
No-Tav che lo avevano preso di mira

Ciro Falanga

Si Ala, in tv si scaglia contro la collega Ferranti: “Ne risponderò in tribunale”. Si è fatto scudare da Nico D’Ascola

D’Alimonte: “Fiducia nel governo ancora alta, tra il 55 e il 60%”

Un consenso a favore del governo “tra il 55 e il 60%”. Il politologo Roberto D’Alimonte, docente della Luiss di Roma, ha tracciato sul Sole 24 Ore un’analisi dello stato di salute della maggioranza, a sei mesi dalla nascita dell’esecutivo gialloverde. E commenta: “Non esiste oggi nell’Europa Occidentale un governo che possa contare su un livello di sostegno simile”. Per D’Alimonte “si tratta di un dato straordinario”. Che si spiega così: “La sfiducia degli elettori nelle vecchie classi dirigenti è così diffusa e così profonda da rappresentare ancora oggi un capitale cui M5S e Lega Nord possono continuare ad attingere. E lo fanno dimostrando di andare incontro a quel bisogno di protezione che la gente vuole vedere soddisfatto”. Quindi, malgrado le tensioni di questo periodo e l’inevitabile scarto tra le promesse del programma e i risultati conseguiti finora, non si registra ancora una diminuzione della fiducia nell’esecutivo. Anche per l’assenza di alternative: “Pd e Forza Italia – scrive D’Alimonte – non rappresentano un’opposizione competitiva (…). Mancano le idee e mancano i leader. Manca tutto”.

Cannabis legale, arriva la proposta di legge dei 5 stelle

Qualche piantinadi marijuana sul balcone potremmo vederla entro questa legislatura. Il senatore del Movimento 5 Stelle Matteo Mantero ha presentato un disegno di legge per legalizzare l’uso ricreativo della cannabis. La proposta vuole renderne possibile la coltivazione (fino a 3 piante da soli e 30 se in associazione) e il possesso (fino a 15 grammi in casa e 5 fuori); prevista anche la vendita delle infiorescenze per uso alimentare o erboristico e con percentuale del principio attivo (il tetraidrocannabinolo, thc) più alta, fino all’1% (ora è limitata ai negozi, i cosiddetti “shop di cannabis light”). Il ddl vuole inoltre differenziare le pene in relazione alla tipologia delle sostanze, se droghe pesanti o leggere: “In Italia il narcotraffico muove 30 miliardi ogni anno, il 2% del Pil. Così si può risparmiare sulla repressione”. Il firmatario non esclude che la legge possa trovare una maggioranza diversa: “Il governo lasci fare al Parlamento”. Inevitabili le prime polemiche: i Radicali italiani approvano, per Maurizio Gasparri (Forza Italia) si tratta di una “proposta diseducativa, che non passerà mai”. Critica anche la deputata Bellucci di Fratelli d’Italia: “Si vuole fare cassa sulle pelle degli italiani. Sono peggio dei barbari”.

Dalla Francia invito a Di Maio: “Vediamoci”

C’è chi oltre confine è pronto a stringergli la mano, e chi qui in Italia lo tira indietro per la giacchetta: Luigi Di Maio cerca alleati in Europa, aspetta i Gilet gialli e riceve dalla Francia i primi segnali positivi. “Per noi è un appoggio molto importante”, dichiara Eric Drouet, uno dei portavoce dell’ala più dura della protesta transalpina. Eppure non tutti nel M5S sembrano aver gradito le mosse internazionali del loro capo, che potrebbero virare troppo verso destra.

Di ritorno da Bruxelles, Di Maio ha pubblicato una foto su Facebook insieme al polacco Pawel Kukiz, il croato Ivan Sincic e la finlandese Karolina Kahonen, tre dei leader politici con cui punta a costruire l’eurogruppo dopo il voto di maggio. Come spiegato nell’intervista al Fatto Quotidiano, però, il suo vero obiettivo è un’alleanza con una lista dei Gilet gialli, l’onda di protesta che da novembre mette in ginocchio il governo Macron. “Presto incontrerò alcuni rappresentanti: le loro rivendicazioni sono le nostre, speriamo si presentino alle europee”.

Dopo l’iniziale freddezza dell’attivista Jacline Mouraud (“Mai accordi con lui”), Di Maio ha incassato una doppia apertura da altre voci autorevoli della protesta. “Sono fiera che una persona come Di Maio ci tenda la mano, sono pronta ad afferrarla”, ha detto Ingrid Levavasseur, ex portavoce moderata dei Gilet. D’accordo anche Drouet, uno degli esponenti più radicali: “Sono sempre felice del sostegno che riceviamo”, aprendo all’utilizzo della piattaforma Rousseau che Di Maio ha messo a disposizione (“Vedremo”) e a un incontro a Roma (“È fattibile”).

Per una barriera che cade un’altra potrebbe però alzarsi proprio all’interno del Movimento, insieme alle prime voci di dissenso sulla linea politica in Europa. E non è soltanto Elena Fattori, senatrice ribelle già sotto “processo” da parte dei probiviri, a criticare l’intesa con i Gilets jaunes: “Sono un movimento molto eterogeneo e molto lontano da quello che era il M5s delle origini”. Scettica anche la deputata Doriana Sarli (una dei 18 parlamentari contraria al decreto sicurezza): “Non so se l’endorsement sia un errore, certamente non è condiviso: è una idea di Luigi, buona o cattiva non so giudicarla”. C’è un problema di metodo, ma non solo: qualcuno nel M5S guarda con sospetto l’avvicinamento a certi gruppi dell’est Europa. Se i croati di Zivi vid sembrano presentare diverse analogie coi 5 stelle (postideologici, portano avanti anche temi di sinistra), le perplessità riguardano soprattutto i polacchi del Kukiz’15, che fa capo alla rock star Pawel Kukiz noto per posizioni omofobe e antiabortiste. In questo caso, però, i dubbi potrebbero essere reciproci: nonostante le foto di rito, l’intesa non sarebbe ancora chiusa e i polacchi valuterebbero anche l’ingresso in altri gruppi, persino i liberali dell’Alde.

Tav, il dossier (negativo) in mano a Toninelli

L’analisi costi-benefici sul Tav Torino-Lione è da ieri nelle mani del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli (M5S). Ad annunciarlo è stato Marco Ponti, capo della task force di economisti incaricati dal ministro di stilare il report sull’opera.

L’uscita, arrivata in un’intervista a Sky Tg24, è destinata ad aprire un nuovo fronte di scontro nel governo e ha colto alla sprovvista il ministero, contrario a darne notizia. Il fastidio di Toninelli si è tradotto in una nota per chiarire che “si tratta di una bozza preliminare, a cui dovrà essere affiancata quella tecnico-giuridica, che andranno condivise con la Francia, la Commissione Ue e in seno al governo, prima della pubblicazione”. La task force spera che il testo sia pubblicato il prima possibile, ma è poco probabile.

Finora Toninelli ha preso tempo, ottenendo, in accordo con Parigi, il rinvio dei bandi da 3 miliardi per l’opera. M5S è contrario da sempre al Tav e prende tempo per valutare il costo politico di una decisione e convincere l’alleato leghista, favorevole invece al via libera. Prima o poi, però, una decisione andrà presa. “Arriverà entro le europee di maggio”, ha spiegato il premier Giuseppe Conte. A febbraio scade l’accordo temporaneo con la Francia a cui dovrà essere data la relazione.

Al ministero nessuno si sbilancia sul contenuto, ma il dossier è negativo sull’opera. I numeri sulla sua utilità, d’altronde, sono impietosi da sempre. Tra Francia e Italia passano circa 42 milioni di tonnellate di merci ogni anno, solo 3,9 milioni via treno, peraltro in declino rispetto a 20 anni fa. Le analisi dei tecnici, peraltro, sarebbero partite proprio dai dati forniti dall’Osservatorio del governo sul Tav guidato dal commissario Paolo Foietta, vero pasdaran dell’opera. Gli ultimi numeri sono arrivati il 28 dicembre.

Sarà così più difficile contestare, come già ha fatto il fronte dei Sì Tav nel caso del Terzo Valico di Genova, che i tecnici di Toninelli usino stime influenzate da un “pregiudizio anti-opera” (copyright Foietta) visto che si basa in gran parte sui dati di una struttura che pochi mesi fa ha ammesso che le stime di dieci anni fa alla base della decisione di avviare l’opera erano sballate ma “in assoluta buona fede”. L’imbarazzo del ministero è comprensibile. I 5Stelle hanno già dovuto ingoiare poche settimane fa il via libera al Terzo Valico, bocciato dall’analisi costi-benefici ma fortemente voluto dalla Lega. A fornire l’escamotage era stata l’analisi tecnico-giuridica, che denunciava il rischio di pagare penali in caso di stop per 1,2 miliardi.

Stavolta sarà più difficile: grandi appalti sul Tav non sono stati banditi e finora sono stati spesi circa 1,4 miliardi: ne mancano altri 10. Andare avanti costerebbe all’Italia almeno 3 miliardi (il 35% del tunnel di base, 8,6 miliardi secondo il costruttore Telt) più i due per il collegamento finale da parte italiana.

Per lo stop, però, serve modificare il Trattato con la Francia con un voto parlamentare. I Sì Tav sono già scatenati: “Il governo decida, basta perdere tempo”, dice il governatore Sergio Chiamparino.

M5S, gilet a colori: verdi bianchi, rossi, gialli…

Basta che funzioni: come il titolo del film di Woody Allen questa è (o dovrebbe essere) la vera misura della politica. Perciò, nel tendere la mano ai gilet gialli francesi, più che della deprecata ruspa che sfonda i portoni di Macron, Luigi Di Maio dovrebbe preoccuparsi di Jacline Mouraud, la “pasionaria” ex portavoce dell’ala moderata del movimento che ha snobbato il vicepremier, accusato di “ingerenza negli affari interni del nostro Paese”. Mentre altri due esponenti della galassia gialla, Eric Drouet e Ingrid Levavasseur, hanno ringraziato per la mano tesa loro dall’Italia.

Detto che la cautela non sembra tra le qualità di spicco del personaggio (l’impeachment di Mattarella annunciato e ritirato, la fine della povertà celebrata dal balcone di palazzo Chigi), forse il capo politico dei Cinque stelle ha cercato, sul momento, di annettersi la valenza simbolica della ribellione (e quella cromatica: gialli loro, gialli noi). Visto che l’estrema frammentazione di quella piazza in subbuglio la rende abbastanza inafferrabile, oltre che intrattabile. Diciamo allora che come spot diretto al cuore dell’ala movimentista grillina potrebbe funzionare. Alessandro Di Battista, per capirci, avrà sicuramente apprezzato tanto più che la svolta dei gilet è maturata subito dopo il suo rientro dall’America Latina nell’incontro di Moena con il gemello politico. Ma i Cinque stelle che orgogliosamente rivendicano di essere “né di destra né di sinistra”, in realtà lo sono. Di destra e di sinistra, ma anche di centro (e forse anche, se servisse, di sopra e di sotto).

Parliamo non certo di antiche matrici ideologiche o culturali, probabilmente sconosciute all’alfabeto del pianeta stellato, quanto di valori di riferimento. A sinistra, i gilet rossi di Roberto Fico: accoglienti, solidali e antifascisti. Al centro, i gilet bianchi di Giuseppe Conte: pragmatici, ammanicati ed europeisti. A destra, i gilet verdi di Danilo Toninelli: sovranisti e salvinisti. E poi i gilet arcobaleno: NoTav, antindustriali e terzomondisti. E così via in una serie di articolazioni che coprono l’intero ventaglio dell’interesse pubblico non rappresentato, se non nel database della piattaforma Rousseau. Una varietà di posizioni che rivolgendosi ad elettorati diversi (delusi dal Pd, dalla destra, astensionisti) può non subire in maniera determinante il peso delle eventuali contraddizioni, a meno che non si vada a toccare il totem dell’onestà, onestà. Un’offerta qualitativamente diversa da quella leghista, che si rivolge a un voto più compatto ma nella sostanza unidirezionale – la lotta all’immigrazione – e ultralideristico, assorbito com’è dalla persona del “capitano”. E dunque più esposto al consumarsi dell’una e dell’altro.

Basta che funzioni. Più che dai gilet gialli, e dagli incontri con polacchi, finlandesi e croati per la formazione di una famiglia europea della “democrazia diretta” (come anticipato da Di Maio al nostro Luca De Carolis), il successo dei Cinque stelle si giocherà, più di altri, sulle candidature. Nomi che per forza di cose dovranno essere di forte richiamo e di comprovata capacità comunicativa. Un profilo che si attaglia a quello di Di Battista, quando si tratterà di scegliere l’attaccante di sfondamento. Senza contare gli incarichi nella nuova Commissione europea, nella quale il M5S potrebbe avere un ruolo non secondario. Ma forse corriamo troppo.

“Referendum, sì al quorum. E no al vincolo di mandato”

Per arrivare all’accordo, si è “spogliato delle sue convinzioni personali”: il quorum strutturale è zero, ma servirà il 25 per cento dei cittadini per approvare o bocciare un quesito. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro, è soddisfatto: “Potremo dire di aver scritto in Costituzione una legge che non è nostra, ma di tutto il Parlamento”. L’intesa arriva con il via libera in commissione ad un emendamento Pd e dopo il niet della Lega alla proposta M5S.

Da zero a 12 milioni e mezzo: le è costato rinunciare a quello che avevate scritto nel contratto di governo?

La gioia di poter introdurre uno strumento di partecipazione diretta in Costituzione supera anche il fatto di dover rinunciare alle proprie convinzioni personali. Abbiamo seguito due direttrici: riforme puntuali, uniformi, come prevede l’art. 138 della Carta. E che non fossero appannaggio della sola maggioranza.

Anche Matteo Salvini era contrario. E c’è chi vi accusa di aver scambiato il voto sul referendum con quello sulla legittima difesa, cara al ministro dell’Interno.

È offensivo pensare che il governo, e quindi anche il sottoscritto, si metta a barattare sulle riforme costituzionali. Il confronto è uscito dal dibattito tra ministri ed è stato rimesso al Parlamento, con esiti peraltro positivi.

Un compromesso?

Noi da sempre riteniamo che il quorum zero sia il modo per discutere nel merito dei referendum. In commissione però molte forze politiche hanno sollevato una possibile criticità: che una stretta minoranza decida per la maggioranza.

Un rischio di cui vi siete resi conto anche voi?

No, non condividiamo questa impostazione. Ma eravamo convinti che bisognasse trovare un accordo. E se n’è trovato uno efficace.

Senza quorum, il referendum è nelle mani di lobby o scriteriati: ognuno si scrive la legge che vuole.

Se il problema fossero le lobby, avremmo già dovuto chiudere il Parlamento (ride). L’influenza delle lobby si scardina con l’informazione. In questo senso il quorum zero obbliga a spiegare le proprie ragioni: perché decide chi vince, non chi sta a casa. Non ci potrà mai più essere una campagna per l’astensionismo.

In Parlamento le lobby contano, ma il filtro c’è. Qui quale metterete?

Nella legge delega verranno previste modalità di informazione trasparente, per esempio sui finanziamenti della campagna referendaria. Tutti si preoccupano giustamente che il referendum non sia manipolato. Ma perché se ne parla solo quando sono i cittadini a legiferare? Perché bisogna sempre pensare che abbiano meno buon senso dei parlamentari?

Va tenuto conto dell’ordinamento complessivo. Ci saranno materie escluse?

Ad esempio non sono ammesse proposte che non rispettano i principi fondamentali garantiti dalla Costituzione e dal diritto europeo e internazionale.

Si potranno fare proposte anche in materia di leggi tributarie e di bilancio, che ora la Carta vieta di abrogare?

Sì. Se la materia comporta oneri andranno previste le coperture, come avviene per l’iniziativa parlamentare.

Il costituzionalista Azzariti, sul Fatto, avvertiva del rischio di una contrapposizione tra Camere e promotori. Lei non lo vede?

Succede per ogni referendum. Ma quello propositivo permette anche una collaborazione: le Camere avranno 18 mesi per mettere “al ballottaggio” la loro eventuale proposta alternativa. In Svizzera, nell’80% dei casi la proposta parlamentare vince su quella popolare. Ma il quesito popolare costringe a discutere temi che magari la politica non vorrebbe affrontare.

Come eviterete che le proposte popolari ingolfino l’attività parlamentare?

Si stabilirà un numero massimo di referendum annui.

Inserirete in Costituzione il vincolo di mandato?

No, assolutamente. Si è già intervenuti sul regolamento del Senato, si può fare anche alla Camera: non vogliamo obbedienza, ma solo scoraggiare l’odiosa pratica di chi sostiene una maggioranza diversa da quella in cui è stato eletto.

Da ministro dei Rapporti con il Parlamento, che ne pensa delle 8 fiducie che il governo ha già chiesto alle Camere?

Sono il primo a essere triste quando si deve ricorrere alla fiducia. Era evidente che nei primi mesi della legislatura sarebbe stato necessario l’uso di numerosi decreti, c’era poco tempo prima di fine anno. Ma mi auguro, e più volte ho avuto modo di parlarne con il presidente Conte e con gli altri ministri, che non diventi la regola. Il 2019 lo dimostrerà.

“Prima i toscani”: ma nello spot c’è la famiglia americana

Due scivoloni razzisti mettono nei guai la Lega. Il primo riguarda una foto di Matteo Sestini che nel 2014 immortalò un gruppo di migranti su un barcone in mezzo al mare: il 3 gennaio è stata pubblicata sul profilo Facebook del vicesindaco di Trieste, Paolo Polidori, seguita da un testo contro i sindaci che si opponevano al dl Sicurezza. Adesso Polidori è stato denunciato per violazione dei diritti d’autore e la richiesta è di 30 mila euro di danni. In Toscana, invece, fa discutere lo spot elettorale della Lega apparso su La Nazione e Il Tirreno e che rappresenta un gruppo di immigrati che bivaccano sulle panchine di un parco, contrapposto a una famiglia modello composta da soli bianchi: “La Toscana sinistra pensa prima agli immigrati” e “la nostra toscana pensa prima agli italiani” gli slogan. Problema: l’immagine del gruppetto di immigrati è stata scattata nel 2012 a Iñapari (Perù) e rappresenta un gruppo di profughi haitiani che aspettano di entrare in Brasile, mentre la famiglia non è per niente italiana ma di Phoenix (Arizona), a 9 mila chilometri dalla Toscana. Quest’ultima comprende quelle foto di stock che vengono comprate online per scopi commerciali.