Tweet contro Spataro, caso chiuso: il Csm non aprirà l’indagine

Armando Spataroha preso bene la notizia che il Csm non aprirà una pratica a sua tutela per l’irrisione del ministro Salvini: “Sono d’accordo con l’archiviazione, figuriamoci se una frase di Salvini o di chiunque altro poteva ledere la mia indipendenza o quella di tutti i magistrati italiani”. Il caso è nato a dicembre, dopo che il leader della Lega gli aveva augurato “un futuro serenissimo da pensionato” perché il procuratore di Torino (ora in pensione) aveva protestato per un tweet del ministro di congratulazioni alla polizia che, secondo il magistrato, aveva messo a rischio un’operazione anticrimine ancora in corso. La pratica a tutela l’avevano chiesto i consiglieri di Area, la corrente progressista a cui appartiene Spataro per “le espressioni delegittimanti” del leader leghista, ma la Prima commissione ha deciso che “le espressioni non appaiono costituire critica all’esercizio della funzione giurisdizionale”. Inoltre, l’ampio dibattito dentro e fuori il Csm “ha già soddisfatto l’esigenza sottesa all’apertura della pratica a tutela”, visto che ha posto “la necessità che il confronto istituzionale proceda sempre con toni misurati e nel rispetto dell’interlocutore”.

Baglioni al Viminale: “Che farsa, sulla pelle di una decina di persone”

La vicenda Sea Watch entra anche nella conferenza stampa di presentazione del Festival di Sanremo. Per il direttore artistico del festival, Claudio Baglioni, l’ostinazione del ministro Salvini a non voler accogliere nessun migrante a bordo della nave dell’ong “è un po’ una farsa. Se la situazione di oggi non fosse drammatica, ci sarebbe da ridere. Con milioni di persone in movimento, non si può pensare di risolvere il problema evitando lo sbarco di qualche decina” di migranti. E rincara la dose – lui che si è sempre battuto contro i viaggi clandestini “perché provocano morti” e per anni ha animato il festival O’Scià a Lampedusa per sensibilizzare sul tema dell’immigrazione –: “La classe politica e l’opinione pubblica sono mancati ed è stato un disastro, il Paese è incattivito e abbiamo paura della nostra ombra”. Immediate le repliche leghiste all’uscita del cantautore. Come quella del deputato e capogruppo in vigilanza Rai Paolo Tiramani, che ha ricordato al direttore di Sanremo che “è pagato anche profumatamente per parlare di musica e non di politica. Pensi alle canzoni, al Paese ci pensiamo noi”. E poi c’è l’immancabile battuta dello stesso Salvini: “Canta che ti passa”. A prendere le difese del cantautore romano (“un grande artista, ma soprattutto un grande uomo”) è invece Maria Elena Boschi del Pd, che lo ringrazia “per come ha dato voce ai sentimenti di umanità degli italiani”.

Scafista fermato per apologia del jihad “Ha fatto scappare terroristi in Italia”

Su quei gommoni spinti da due motori da 110 cavalli nel Canale di Sicilia tra la Tunisia e le coste di Mazara e Marsala viaggiavano clandestini e casse di sigarette e, probabilmente, anche potenziali terroristi. Per questo l’organizzazione formata da 18 tra siciliani e tunisini, smantellata ieri dal Ros dei carabinieri costituiva “un’attuale e concreta minaccia alla sicurezza nazionale poiché in grado di fornire a diversi clandestini un passaggio marittimo occulto, sicuro e celere’’, come scrivono nel provvedimento di fermo di 466 pagine i pm della Dda di Palermo Claudia Ferrari e Gery Ferrara, coordinati dal procuratore aggiunto Marzia Sabella. Per tutti l’accusa è favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e contrabbando e per uno di essi, Khaled Ounich, apologia e istigazione al terrorismo. Sul suo profilo Facebook, segnato dalla foto di due combattenti jihadisti e una scritta in sovrimpressione che recita: “Dice il Profeta di Allah (che Dio lo benedica): ogni Stato ha il suo turismo e il mio turismo è il jihad in nome di Dio”, un proclama terroristico. Gli investigatori hanno trovato numerosissimi video e foto inneggianti al terrorismo islamico e inequivocabile è apparsa la sua iscrizione al gruppo “quelli ai quali manca il Paradiso”.

Ounich è risultato in contatto con un cittadino tunisino, Ahmed Khedr, chiamato in causa dalle rivelazioni di un “pentito’’, Arbi Ben Said, ai Ros di Genova, che hanno consentito l’avvio dell’inchiesta: ’’Ho sentito delle persone, in Tunisia – ha detto Ben Said – riferire che il predetto Ahmed detto Kahla ha aiutato altre persone coinvolte in attentati terroristici in Tunisia a scappare verso l’Italia e per questo motivo ritengo che sia egli stesso un terrorista. So che la sua abitazione in Tunisia è stata più volte perquisita dai reparti antiterrorismo al fine di catturarlo’’. I due tunisini e Mongi Ltaief sono ritenuti i capi dell’organizzazione in contatto in Tunisia con soggetti ricercati dall’antiterrorismo. Nel provvedimento, infine, i magistrati sottolineano la pericolosità del “jihad 2.0” portato avanti – scrivono – da “mujaheddin virtuali” che promuovono una guerra culturale, “anche a colpi di tweet e di notizie artatamente piegate alla propaganda radicale’’ con la “moltiplicazione degli account a ciò dedicati sui social network con effetti notevoli in termini di propaganda e reclutamento’’.

Polonia, il leghista torna a mani vuote

“Nessun accordo chiuso”: nello staff di Matteo Salvini, a sera, l’incontro tra il ministro dell’Interno e il leader del Partito nazionalista “Diritto e giustizia” (Pis), Jaroslaw Kaczynski, lo riassumono così. Tradotto: non è stato raggiunto (né lo sarà in futuro) l’obiettivo di lavorare per un gruppo unico al Parlamento europeo, dopo le elezioni di maggio, tra i Conservatori e riformisti (l’Ecr, di cui il Pis è il maggior azionista, insieme agli inglesi, che non ci saranno dopo le elezioni, causa Brexit) e l’Europa delle Nazioni e delle Libertà (l’Enf, il gruppo in cui siede la Lega).

Salvini dopo l’incontro con Kaczynski a Varsavia si presenta da solo (con l’interprete) in conferenza stampa. D’altra parte i polacchi già negli scorsi giorni gli avevano fatto arrivare la voce che non avevano alcuna intenzione di sciogliere il proprio gruppo. L’Ecr è una sigla storica e conta 74 eurodeputati e 18 rappresentanze nazionali. È vero che non ci saranno i Tories. Ma l’Ecr ha già chiuso una serie di accordi per rimpiazzarli: con i Democratici svedesi, che in patria a settembre hanno preso il 17%; con gli spagnoli di Vox, molto in ascesa, che li hanno preferiti al raggruppamento del Carroccio; con i francesi di Debout la France; e con Fratelli d’Italia (i primi riferimenti italiani per l’Ecr sono Raffaele Fitto, che è già vicepresidente del Gruppo e Giorgia Meloni).

Il Pis non ha alcuna intenzione di imbarcare Marine Le Pen. Né di sposare la politica filo Putin di Salvini: pesano i precedenti storici, dalla sottoscrizione del Patto Molotov-Ribbentrop del 1939, che sancì la spartizione della torta polacca tra la Germania nazista e l’Unione sovietica, all’eccidio di Katyn, quando i russi, su ordine di Stalin, massacrarono quasi 22mila tra ufficiali polacchi prigionieri di guerra e civili. In realtà, è il Carroccio che appare più in difficoltà: perché le delegazioni dell’Enf sono al momento solo 7 (e non troppo corpose) e anche quelle con cui sta interloquendo Lorenzo Fontana a Bruxelles sono partiti minori.

Dal Viminale, però, guardano al bicchiere mezzo pieno. Kaczynski durante l’incontro si è detto contento di aver conosciuto “un politico pragmatico e simpatico”. E ha promesso un futuro incontro a Milano. “Non c’è certezza che il destino sia comune. Però ci stiamo lavorando”, ha ammesso Salvini in conferenza stampa. Ribadendo però la sua contrarietà sulle sanzioni a Mosca. E ha anche lanciato l’idea di “un patto per l’Europa in 10 punti”, visto che “non c’è un programma comune”. Anche il “contratto” europeo, tutto da costruire. Il piano B di Salvini è tutto da definire. Lui ha spinto su un punto: “sostituire l’asse franco-tedesco con l’asse italo-polacco”. Sarebbe pronto ad entrare nell’Ecr? Da parte del Pis, una disponibilità di massima c’è, ma per lui vorrebbe dire rinunciare alla supremazia nel gruppo. Potrebbe rivelarsi una scelta obbligata, se i destini dell’Enf non saranno gloriosi. Resta il piano di fondo: “L’Europa sovranista” al governo, che potrebbe attuarsi, dopo le elezioni, con la Lega da una parte, il Pis nell’Ecr e Fidesz di Orban nel Ppe. Equilibri di potere da verificare: d’altra parte sia sui migranti che sul dossier economico, Salvini non ha ricevuto aiuti sostanziali dai potenziali alleati.

Le 49 urla di gioia sulle navi delle ong: “È finita si sbarca”

“C’est fini”. “ È finita”. Sono le due del pomeriggio quando i volontari della Sea Watch annunciano ai naufraghi a bordo che finalmente potranno sbarcare. “Tra un paio d’ore è finita”, dicono in francese, e in quell’istante, non appena i passeggeri realizzano che è arrivata la svolta, la nave si riempie di urla liberatorie. Per 19 giorni i 49 naufraghi soccorsi dalle navi Sea Watch 3 e Albrecht Penck hanno atteso il via libera allo sbarco. Diciannove giorni e diciannove notti in cui lo sconforto è cresciuto di ora in ora. Fino a quando, verso le 16 di ieri, la scaletta dell’imbarcazione s’è abbassata e i loro piedi si sono finalmente posati sulla terra ferma. Ai viaggi alla mercé dei trafficanti, alla permanenza in Libia con tutte le angherie connesse, nella loro biografia queste 49 persone hanno aggiunto anche uno degli stalli politici più lunghi che si ricordi. Malta ha disposto lo sbarco soltanto dopo aver ricevuto rassicurazione sulla loro ricollocazione nei Paesi europei. E non solo la loro, perché ha chiesto all’Ue di distribuire anche l’accoglienza di circa 220 migranti sbarcati a Malta a fine dicembre. L’obiettivo viene raggiunto in tarda mattinata. Ad annunciarlo è il premier maltese Joseph Muscat: 8 Paesi europei hanno accettato di accogliere i 49 a bordo delle navi delle Ong e altri 131 migranti che nei giorni scorsi erano stati salvati dalle motovedette maltesi. Francia e Germania ne prenderanno 60 ciascuno, il Portogallo 20, Irlanda, Lussemburgo e Olanda ne accoglieranno 6 ciascuno e 5 la Romania.

L’Italia, mentre scriviamo, non ha ancora fornito cifre, ma il numero previsto oscilla tra le 15 e le 25 persone. Una ricollocazione che ha segnato la momentanea rottura tra il ministro dell’Interno Matteo Salvini, indisponibile ad accogliere, e il premier Giuseppe Conte.

La Sea Watch annuncia invece di essere già pronta a tornare nelle acque libiche per prestare soccorso a chi ne abbia bisogno. E dopo questi drammatici 19 giorni dichiara: “L’Unione europea – ha fatto sapere la Ong tedesca ieri – rilascia i suoi 49 ostaggi. Dopo 19 giorni in mare i nostri ospiti hanno trovato finalmente un porto sicuro. È una testimonianza di fallimento dello Stato, la politica non dovrebbe mai essere fatta a spese dei bisognosi. Grazie a tutti quelli che erano con noi in questi giorni”. Dura anche la posizione dell’Agenzia Onu per i rifugiati, l’Unhcr. Pur elogiando Malta e l’Ue per il risultato raggiunto, il commissario Filippo Grandi ha dichiarato: “Il salvataggio in mare non termina quando si recupera qualcuno dall’acqua, le persone soccorse devono essere portate a terra e in un luogo sicuro il più rapidamente possibile. L’imperativo di salvare vite umane viene prima della politica e non può rappresentare una responsabilità che viene negoziata caso per caso”.

Dice invece Claudia Lodesani, presidente di MSF Italia, l’Ong che dopo le vicissitudini della nave Aquarius – sequestrata e poi oggetto di ripetuti scontri con il governo italiano – ha sospeso i soccorsi: “È la disarmante dimostrazione della perdita di umanità di un’Europa ipnotizzata. I più fedeli alleati dei trafficanti sono le politiche dei governi, incluso quello italiano, che impediscono ogni forma di accesso sicuro e regolare in Europa, costringendo persone in fuga ad affidarsi alle reti criminali e alimentando in questo modo il loro business mortale”. Ora tutti però auspicano che gli Stati rispettino gli accordi, a partire da Sea Watch, mentre è proprio Salvini a ricordare che, quando si sono accordati con l’Italia, quasi nessuno li ha rispettati in pieno.

“I Paesi europei Ue ci rifilano gli immigrati”, fa sapere il ministro attraverso fonti del Viminale, “ma abbiamo assistito finora a un dietrofront sui ricollocamenti previsti”.

Il riferimento è ai 447 migranti sbarcati a Pozzallo il 16 luglio scorso in base a questa ricollocazione: 50 in Germania, 50 in Francia, 50 in Portogallo, 20 in Irlanda, 50 in Spagna, 50 a Malta, per un totale di 270. I trasferimenti effettivi – continua il Viminale – sono stati 129: 23 in Germania, 50 in Francia, 19 in Portogallo, 16 in Irlanda per 16, 21 in Spagna, 0 a Malta.

Salvini non la prende bene: “Conte mi ha scavalcato”

Il Salvini furioso pretende un vertice di governo: è stato scavalcato sui “suoi” migranti. Vuole chiarimenti. L’incontro prima viene convocato e poi “sconvocato” a mezzo stampa dal capo della Lega: alla fine si tiene in tarda serata (mentre il giornale va in stampa) tra le mura di Palazzo Chigi, dopo un lungo colloquio telefonico tra il premier e i suoi vice. L’unica certezza è l’umore del capo della Lega, di ritorno dalla missione in Polonia. Somiglia a quella della trasferta ad Atene dopo l’eliminazione del Milan dalle coppe europee: tetro. La missione di Varsavia non ha portato accordi con i conservatori di Jaroslaw Kaczynski, ma soprattutto – è la notizia del giorno – il braccio di ferro con Giuseppe Conte sull’accoglienza degli immigrati sbarcati a Malta (dopo oltre 10 giorni) si è risolto con una sconfitta: il premier ha deciso che l’Italia ne accoglierà almeno 15.

Con i giornalisti al seguito, Salvini riconosce di essere “arrabbiato, molto”. E come detto, annuncia la convocazione di un vertice nel quale pretende di ottenere chiarimenti. Quando atterra a Roma però l’incontro con Conte e Di Maio diventa un giallo. Si farà a tarda notte. L’altro appuntamento nell’agende del leghista è quello con Bruno Vespa questa sera, nella solita Porta a Porta. Per tornare a battere il ferro caldissimo dell’immigrazione. Conte – ragiona “il capitano” con i suoi collaboratori – si assumerà la responsabilità politica di una decisione impopolare, che ha preso in piena autonomia, contro la volontà manifesta del ministro dell’Interno.

I migranti, ancora i migranti. La partita di Salvini si gioca sempre lì. Con il premier si sono confrontati al telefono nel corso della giornata. “Il tono era cordiale, non si sono mica lanciati i piatti”, sdrammatizzano dallo staff del Viminale. “Il governo non cadrà”, dice il “capitano”, ma nelle altre sue dichiarazioni raccolte dai cronisti a Varsavia, non c’è alcuna traccia di diplomazia: “La scelta del premier non la capisco, per me non ha senso. Si prenderà la responsabilità. La questione non sono questi 49, l’Europa deve ancora distribuire centinaia di migranti sbarcati in Italia”. Sul punto è immobile, visto che la sua posizione – ne è convinto – è politicamente proficua: “#Salvininonmollare è il primo trend di Twitter. Grazie ancora per le decine di migliaia di messaggi di sostegno, oggi la vostra e nostra voce si è sentita forte e chiara”. Ai 15 (o poco più) che arriveranno da Malta dedica una battuta sprezzante: “Possono calarsi col parapendio. Non controllo lo spazio aereo”.

L’ennesimo fronte che si apre sui migranti si aggiunge a una lunga serie di partite delicatissime che stanno agitando i rapporti nella maggioranza.

Sulla questione reddito di cittadinanza c’è una schiarita: dopo le minacce leghiste (“non votiamo la riforma se non vengono inseriti fondi per le pensioni di invalidità”), il Movimento Cinque Stelle si è rimesso al tavolo per venire incontro alle richieste dell’alleato. Il problema dovrebbe essere risolto: ci sarebbero 400 milioni di euro di risorse extra “liberate”, secondo una nuova lettura delle cifre, dal vincolo di 10 anni di residenza in Italia per l’accesso degli stranieri al reddito. Ma l’argomento è stato oggetto di una trattativa serrata, per tutto il pomeriggio, tra i sottosegretari di M5S e Lega a Palazzo Chigi. Il testo, d’altra parte, è lungi dall’essere pronto: diversi i dubbi pure su quota 100 e le modalità del ritorno dei cda in Inps e Inail. Il risultato è che la legge bandiera del governo gialloverde slitta: non sarà oggi pomeriggio in Consiglio dei ministri come annunciato da Conte.

E poi ci sono tutti gli altri possibili terreni di scontro, o di scambio: la nomina di Marcello Minenna alla Consob, che Di Maio vuole chiudere il prima possibile ed è invece avversata dal premier (e da un bel pezzo del vecchio establishment) che vorrebbe puntare su un altro nome targato Bocconi. Poi c’è la partita dell’Alta velocità, con l’analisi costi-benefici sul Torino-Lione consegnata al ministero di Danilo Toninelli e che conferma la convinzione dei 5 Stelle: quella di fermare un’opera che invece la Lega vuole costruire senza esitazioni.

Ci sono tutti questi temi, e altri, nel vertice notturno tra Conte, Salvini e Di Maio. “Il governo non cade”, ha ribadito Salvini, “lo dite tutti i giorni che c’è una crisi”. Ma l’incontro tra il presidente del Consiglio e i suoi dioscuri non si era mai tenuto in un clima tanto gelido.

Che bel vedovo

Quando Ivo Caizzi, inviato del Corriere a Bruxelles, ha accusato il suo vicedirettore Federico Fubini di aver diffuso la fake news della certissima, già decisa procedura d’infrazione all’Italia, abbiamo temuto di non leggere mai più i suoi euro-oracoli. Poi il direttore Luciano Fontana l’ha difeso e ci siamo rassicurati. Perché Fubini è per noi una bussola imprescindibile nella giungla dell’economia e della burocrazia europea. Quando annuncia che una cosa accadrà, significa che non accadrà. Quando assicura che uno perde, state pur certi che vince. Fubini sta alla Ue come Ferrara e Scalfari alle elezioni e Fassino ai 5Stelle. Imparammo ad apprezzarlo nel 2015, sul referendum in Grecia sull’accordo di austerità proposto dalla Troika a Tsipras. Gli euro-trombettieri si scatenarono per il Sì e Fubini era il loro profeta: “Il Sì in recupero”, “il Sì davanti al No”, “gli ultimi sondaggi danno una differenza fra i 40 mila e i 100 mila voti fra No e Sì”; “più folla alla manifestazione del Sì che a quella del No”; “se vincesse il Sì, come sembra possibile visto il panico nel Paese, Tsipras lascerebbe a un nuovo governo”. Tsipras – oracolava la sadica Cassandra – “sa che la sabbia nella clessidra scorre contro di lui” e “la Merkel l’ha lasciato fuori al freddo a bere fino in fondo la sua cicuta”. Nel malaugurato caso di un No, il Tiresia di via Solferino prediceva scene a metà fra The Day After e Il deserto dei tartari: “crollo del turismo”, “il Paese sprofonda nel caos”, “fallimento del sistema bancario”, “scontri a tutti i livelli, dai tribunali alla piazza”, “nessuno sale più all’Acropoli”, “i torpedoni dei turisti spariti”. Mancavano solo la peste bubbonica, le cavallette e il ritorno del Minotauro.

Poi purtroppo i greci si precipitarono a votare No (61%): forse non leggevano Fubini, forse lo leggevano ma non s’ingolosivano per il ritorno al potere dei ladroni di prima, da lui molto auspicato. E alla fine, incredibilmente, si tennero il premier che avevano eletto. Ma il nostro indovino era già partito per una nuova crociata: contro le fake news dalla Russia con furore, quelle che Putin detta, Di Maio&Salvini trascrivono e gli elettori eseguono. Roba forte, in grado di far vincere Brexit e Trump e di far perdere il referendum e tutte le elezioni a Renzi. Il sensazionale scoop, condiviso con altri ghostbuster di chiara fame, gli valse la prestigiosa nomina a 007 della Task Force Ue contro le Fake News (unico italiano ammesso, a parte il siculo-americano Johnny Riotta). Di lì il nostro segugio ebbe modo di smascherare i troll putinisti che da San Pietroburgo avevano diretto la campagna 5Stelle contro Mattarella.

E il Corriere poté titolare: “Così hanno attaccato il Colle. Usati anche server dall’Estonia. Ipotesi di un’azione coordinata tra esposti e tweet. Indaga l’Antiterrorismo”, “L’attacco al Colle via Twitter. Alcune ‘firme’ del Russiagate dietro i messaggi contro il capo dello Stato”, “Le manovre dei russi sul web e l’attacco coordinato a Mattarella”, “Interventi sulla politica italiana dai troll russi che spinsero Trump”. Il 27 maggio – rivelava Fubini – “lo slogan ‘Mattarella dimettiti’ conobbe una diffusione esponenziale, esplosiva”. Non perché Mattarella aveva rispedito a casa Conte per rimpiazzarlo con Cottarelli, ma perché “l’operazione venne coordinata con cura” con “snodi digitali anonimi”, tipo “la figura chiave Elena7617349”, una “molto abile” che “a volte scrive in inglese e si finge americana” (furba, lei), ma “altre volte però è italianissima: chiama Obama ‘negher’” (non so se mi spiego). Poi purtroppo dovette ammettere: “È impossibile sapere se i troll russi abbiano avuto un ruolo nell’ultima campagna contro il capo dello Stato”. Cioè: erano tutte balle.

Però si consolò annunciando per tutta l’estate-autunno le dimissioni di Tria (che naturalmente è sempre al suo posto) e denunciando in ottobre i conflitti d’interessi di Savona col fondo Euklid (da cui purtroppo si era dimesso a maggio). La grande riscossa arrivò con la madre di tutte le battaglie: quella fra l’amata Ue e i putribondi gialloverdi sul 2,4%. Fubini sentì odor di Grecia e perse la testa, scambiando la sua innata sete di sangue per la realtà. Ma, mentre lui istigava la Commissione a tener duro e a preparare il plotone d’esecuzione per i maledetti populisti, Conte andò su a trattare e l’agognata fucilazione parve sfumare. Allora, il 1° novembre, Fubini se ne incaricò personalmente con la prima raffica di mitra: “Deficit, pronta la procedura Ue. La decisione attesa per il 21 novembre”. Invano, da Bruxelles, Caizzi avvertiva che tutti lavoravano al compromesso e veniva confinato in trafiletti invisibili, mentre Fubini – assunto ormai il comando dell’intera Europa – dava la linea: “Nessun passo verso un compromesso, nessun vero negoziato”. Se Conte e Tria facevano la spola con Bruxelles, era per turismo. Poi purtroppo le euro-pappemolli, incuranti delle sue esortazioni alla pugna, cedettero e l’inesistente negoziato produsse l’impossibile compromesso al 2,04. Ma il Corriere non gli dedicò una riga in prima. Sennò Fubini, vedovo inconsolabile, non avrebbe potuto seguitare a scrivere, ultimo giapponese di una guerra ormai persa: “L’Ue all’Italia: così non basta, altri 3 miliardi di risparmi. Resta il rischio della procedura d’infrazione sin da domani. Lo spettro dell’esercizio provvisorio”. Che naturalmente non si verificò. Da allora, del nostro Cavaliere dell’Apocalisse si son perse le tracce. L’ultimo avvistamento lo segnala a Bruxelles, nelle segrete dell’apposita Task Force, a caccia di fake news (altrui). Come Woody Allen nei panni del detective C. W. Briggs (La maledizione dello scorpione di giada), che indaga su certe rapine misteriose e alla fine si scopre che il ladro è lui.

Sorrentino, un Papa si aggira per Venezia

In piazza San Marco all’alba o dentro Palazzo Donà delle Rose: il “nuovo” papa va in giro, anzi gira a Venezia. Il regista Paolo Sorrentino continua, infatti, le riprese della seconda stagione – si fa per dire, viste tutte le novità – del suo The Young Pope, la serie co-prodotta da Sky e Hbo che aveva visto nel 2016 l’attore Jude Law indossare i panni di Lenny Belardo, giovane pontefice vendicativo, eclettico e seduttivo. Lo avevamo lasciato al termine della prima serie in piena crisi, anche fisica, proprio a Venezia: ultimata la messa davanti a migliaia di fedeli, era svenuto tra le braccia dei cardinali. Sappiamo allora che non lo ritroveremo, almeno non nelle stesse vesti, nella seconda serie, che si chiamerà infatti The New Pope. A prendere il suo posto sarà John Malkovich, già apparso in alcune foto rubate sul set con papalina e tunica bianche. A Venezia c’è anche Silvio Orlando, il Segretario di Stato, che deve tenere una conferenza stampa dopo il malore del papa.

Gli inediti colpi di Testa, cantastorie innamorato della parola poetica

Qualcuno dirà che è normale, fa parte del gioco. Quando muore un artista a distanza di anni, o di mesi poco importa, spuntano inevitabilmente gli “inediti”. Cose che ascoltandole ti sorge da subito il dubbio che lo stesso autore le avesse relegate in fondo a un cassetto vergognandosene un po’.

Il marketing, con sprezzante indifferenza nei confronti della qualità dell’opera di cui si vorrebbe rinverdire l’attualità, si spinge anche più in là. Fortunatamente non sempre è così, nel grigio panorama di musica sempre meno pensata per renderla più velocemente monetizzabile nei tanti “talent” c’è ancora chi va controcorrente, sottolineando il talento dell’artista. Prezioso (in distribuzione dal 18 gennaio per Egea), il disco che ci racconta l’arte di Gianmaria Testa, appartiene a quest’ultima categoria. Categoria difficile da frequentare se non si ha il coraggio di guardare oltre l’orizzonte, ma ricca di premi per chi osi farlo. A guidarne la non facile realizzazione ci sono, infatti, rispetto, amore e gratitudine per le emozioni che nel costante dialogo con la sua chitarra Gianmaria era, ed è tuttora, capace di risvegliare. Dentro c’è lui, il suo modo di lavorare.

“Il punto di partenza sono le registrazioni estemporanee, imprecise, fatte con lo scopo di farle sentire ad altre artisti o di registrarle alla Siae, non certo per trovare posto su un disco. E spesso realizzate con uno strumento come lo Zoom, poco più di un iPhone – racconta Paola Farinetti, produttrice del lavoro e moglie di Gianmaria –. Va da sé che ci abbia pensato e ripensato molto prima di farlo uscire, con tutte le sue imperfezioni. Poi, dopo aver ripulito i brani dai rumori di fondo e averli resi ascoltabili senza tradirne la sponteneità grazie all’insostituibile aiuto di un fonico come Roberto Barillari, per anni a fianco di Gianmaria, ci siamo accorti che avevamo costruito una storia, quella di Gianmaria. Una storia che valeva la pena condividere con chi ne aveva apprezzato il lavoro, ma anche per farlo conoscere a chi ancora non c’era. La bambina disegnata da Valerio Berruti in copertina è il futuro che guarda al passato per trovare nuovi spunti per inventarsi domani”.

Lungo gli undici brani del disco si ritrova l’essenza di Gianmaria Testa, “fotografia viva” di un cantastorie innamorato della parola, e della forza che questa poteva avere se accompagnata dalle note giuste.

“Era un perfezionista, mai contento della prima stesura e neppure della seconda: è per questo che, come dicevo, ci ho pensato e ripensato prima di darlo alle stampe. A convincermi c’è stata l’emozione di ritrovare in quelle che lui avrebbe giudicato imperfezioni tutta la verità del suo mettersi in gioco senza remore nel lavoro”.

Entrare nel disco, lasciarsi trasportare e prendere da un viaggio a ritroso che togliendo arrangiamenti e abbellimenti da studio ci catapulta nel mondo di un cantautore che abbozza l’idea, è ritrovare il Gianmaria Testa di sempre. Uno pronto a mettere in musica la bellezza e le contraddizioni della quotidianità. A sottolineare derive con Povero nostro mondo, omaggiare Brel con Questa pianura. Raccontare attimi di amore con Anche senza parlare e Una carezza d’amor. Guardare al mondo con disincanto con Alichino e Dentro la maschera di Arlecchino, scritte per Paolo Rossi. E raccontare di quando eravamo noi ad avere le pezze al culo in Merica Merica in collaborazione con Giuseppe Battiston. E poi rendere musicale e bello perfino il Pascoli di X agosto.

La “Dama” del non-Leonardo e la scoperta delle fake news

Come era ovvio, Silvano Vinceti batte tutti sul tempo. Ad appena una settimana dallo scoccare del fatidico cinquecentenario vinciano (il povero Leonardo morì nel maggio del 1519), il principe delle bufale ne ha ammannita una monumentale al circo mediatico, che ieri imperterrito l’ha trangugiata, annunciando anche su siti blasonatissimi del nostro giornalismo la clamorosa notiziona: “Sono passati 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, e in occasione di questo importante anniversario torna alla ribalta un suo dipinto, Dama con Pelliccia, realizzato a Milano nel periodo 1495-1499 e rimasto nascosto per quasi un secolo. L’opera, di grande impatto emotivo, realizzata su pannello di pioppo di 61,5 cm di altezza per 54,5 cm di larghezza, è stata presentata all’Associazione stampa estera. Dal 1975 il dipinto è in possesso di una famiglia residente in Germania, e viene riportato oggi alla luce per opera di Silvano Vinceti, Presidente del Comitato per la valorizzazione dei Beni storici, culturali e ambientali”. Segue intervista in video del Vinceti, che estatico celebra la sua damazza, evocando “dei riverberi già della Gioconda”, qualunque cosa siano.

Ovviamente il quadro non è di Leonardo, ma di un leonardesco lombardo: e la differenza di qualità è la stessa che separa, non so, Giulio Einaudi da Giuseppe Conte.

Gli argomenti sfoderati ieri alla Stampa Estera (dove evidentemente basta affittare la sala per propalare in un alone di autorevolezza le più incredibili fake news) sono esilaranti: un expertise del grande Adolfo Venturi… ma datato allo scorso centenario (1921)! E l’immancabile letterina autografa del compianto Carlo Pedretti, studioso sinceramente innamorato di Leonardo ma i cui incidenti attributivi sono leggendari (tra i vari quello, meraviglioso, in cui assegnò al Vinci un foglio del vivente Riccardo Tommasi Ferroni, che, ancorché lusingato, fece notare il lieve equivoco).

Forse non si può più pretendere che nelle redazioni dei giornali ci sia qualcuno in grado di distinguere Leonardo da un pupazzo. Ma almeno una controllatina al mirabolante curriculum del sullodato Vinceti avrebbe dovuto indurre ad aprire un poco gli occhi.

Dopo aver fondato gli Ambientalisti Liberal, confluiti nel 2008 in Forza Italia attraverso una stretta di mano con Denis Verdini (le affinità elettive), Vinceti si ricicla creando quel comitato dal nome abilmente ministerialeggiante: e via a giganteggiare sui media come cercatore (anzi trovatore) di ossa d’artista, e non solo. E a lui che si deve la scoppiettante messa in scena del “ritrovamento” delle ossa di Caravaggio: pezzi di scheletro pescati a casaccio nell’ossario comunale e riportati a Porto Ercole da Cesare Previti sul suo veliero, nel luglio 2010. Segue la costruzione di un “parco funerario” in cui sigillare le costosissime reliquie: e l’unica certezza scientifica è che il bilancio del comune di Monte Argentario cala di 110.000 euro. Altro giro, altra corsa: nel 2011 l’instancabile necrofilo annuncia al mondo di aver ritrovato le ossa di Monna Lisa. Avete letto bene. E poi promuove indignato una raccolta di firme per costringere il Louvre a prestargli la Monna Lisa, quella vera (forse per farle la prova del dna?).

Ora, la domanda è: fino a quando Vinceti troverà giornalisti disposti, non dico a credergli, ma a mettere in pagina le sue interessate “fantasie”? Certo, in un Paese in cui la sottosegretaria ai Beni Culturali, la neandertaliana Lucia Borgonzoni, intima alla Francia di metter giù le mani dalle celebrazioni leonardiane perché #primagliitaliani, allora anche un Vinceti può avere voce in capitolo.

E dunque, osso per osso, non resta che raccomandarsi all’unica reliquia degli scettici, l’ossuto dito di Galileo conservato al Museo della Scienza di Firenze. Che, oltre a essere autentico, ha la meravigliosa caratteristica di essere un dito medio, come molti ora sanno grazie ai versi di Caparezza che ne consigliano un uso drastico a chiunque “accetti ogni dettame / senza verificare. / Ti credi perspicace, / ma sei soltanto un altro dei babbei”.