“I dodici anni di Mujica, eterno sopravvissuto”

“Ancora oggi, quando mi sveglio ogni mattina, mi guardo attorno e sento che mi manca la mia cella”. Un paradosso, eppure questa frase che tanto ha sconvolto il regista Alvaro Brechner la prima volta che l’ha incontrato, raccoglie e sintetizza testa e cuore di José “Pepe” Mujica, il mitico ex presidente uruguagio, noto al mondo per la sua “rivoluzione povera” incarnata in uno stile di vita sobrio ed essenziale. D’altra parte solo un sopravvissuto a 12 anni di prigionia in isolamento poteva diventare un tale campione di saggezza, modello anticapitalistico e filantropico. A lui, oggi vitalissimo 85enne ancora residente nella fattoria ai bordi di Montevideo dove è nato e cresciuto, e ai suoi compagni guerriglieri Tupamaros è dedicato il film Una notte di 12 anni, scritto e diretto dal 42enne Brechner che ha avuto la première mondiale alla Mostra veneziana (sezione Orizzonti) ed è in uscita domani nelle sale italiane. Lungi dall’essere un biopic o un classico prison movie, l’opera drammatizza la terribile detenzione carceraria di Mujica, Mauricio Rosencof (oggi scrittore e poeta di fama) ed Eleuterio Fernández Huidobro, ex ministro della Difesa a partire da quel 1973 che vide l’avvio della dittatura militare durata fino al 1986: nel 1985 gli ostaggi politici del regime furono liberati per amnistia.

Come ha messo insieme il materiale per un film così politico eppure “personale”?

Mi sono basato sulle testimonianze precise dei tre protagonisti, ma ci sono voluti ben 5 anni per imbastire il tutto. Ricordo bene che Mujica in particolare teneva allo spirito dei fatti più che alla loro narrazione. Quell’isolamento era orientato a farli impazzire, non a ucciderli, essendo loro ostaggi. Il racconto che ho cercato di restituire loro nel mio film è dunque percettivo, sensoriale, certamente claustrofobico, un vero inferno dantesco dove spazio e tempo vanno a coincidere, uno spaccato sulla resistenza della natura umana estrema e assoluta. “Mai sarei diventato me stesso” continuava a dirmi il presidente mentre mi sconvolgeva con quell’insana nostalgia della cella, ma per lui fonte d’illuminazione sul senso della vita.

Come sono riusciti a sopravvivere Mujica e i suoi compagni?

Lui mi ha raccontato che a salvarlo è stata una psichiatra: stava per impazzire, i soldati – forse per distrarsi loro stessi dalla monotonia – l’hanno accompagnato all’ospedale. “La dottoressa era più fuori di testa di me – mi disse Mujica – ma è stata lei a darmi la forza di aggrapparmi a quanto avevo a disposizione, afferrare qualunque cosa pur di mantenermi in vita”. In realtà loro vivevano con nulla, ma soprattutto non vedevano la luce, volti, non parlavano con nessuno: quel grido assoluto trattenuto da dentro è il medesimo scatenato da tutti i crimini volti alla disumanizzazione compiuti nella Storia, pensiamo alla Shoah. Ma quegli orrori non si possono descrivere dall’esterno, per questo – come cineasta – ho puntato a trasmettere almeno le emozioni che i sopravvissuti mi hanno trasmesso a loro volta. D’altra parte mi hanno insegnato che la condizione di sopravvissuto rimane per sempre, per intenderci, la cella è permanente.

Il famoso messaggio di Mujica “chi accumula denaro è un malato. La ricchezza complica la vita” ha cambiato il modo di pensare dei suoi connazionali?

L’Uruguay ha solide basi democratiche che hanno permesso anche di metabolizzare il periodo della dittatura meglio di altri stati sudamericani; il quinquennio presieduto da José Pepe Mujica (2010-2015, ndr) è stato illuminante, epifanico non solo per noi ma per il mondo, benché vada sottolineato che lui non si è mai messo in mostra e non tutti sapevano come viveva realmente anche nel ruolo presidenziale. Per intenderci, quando ci ha accolto a casa sua stava lavando i piatti e ha continuato a farlo prima di sedersi con noi, perché “ogni azione va fatta bene e fino in fondo”. Spero che gran parte degli uruguagi faccia tesoro del patrimonio umano e politico lasciato da Mujica.

Come hanno reagito i tre protagonisti reali della storia quando si sono visti rappresentati dagli attori?

La prima visione ufficiale del film alla loro presenza è stata intima ed emozionante. C’erano anche alcuni familiari ed altri sopravvissuti Tupamaros. Ci sono state lacrime, il presidente si è commosso soprattutto vedendo sua madre. Alla fine ha voluto andarsene, “devo continuare a piangere, scusatemi”.

Nucleare, Kim e i saggi consigli cinesi

Compleanno sul trenino per il leader nordcoreano Kim Jong-un, in missione in Cina fino a domani su invito del presidente Xi Jinping: il convoglio di Kim, costituito da tre treni aveva passato lunedì il confine di Dandong e ieri, nella tarda mattinata, è arrivato alla stazione Nord di Pechino. Tra servizi di sicurezza rafforzati sui binari e sulle piattaforme, un lungo corteo di auto è poi partito per la residenza degli ospiti di Stato, la Diaoyutai, a ovest della capitale. Con Kim, che ieri compiva 35 anni, c’è la first lady Ri Sol-ju e un nugolo di funzionari. Il treno verde è lo stesso, o almeno è dello stesso tipo, già utilizzato in passato dal nonno e dal padre di Kim, rampollo dell’unica dinastia comunista di questa Terra: vetri oscurati, vagoni blindati, velocità ridotta – 60 km/h al massimo – causa l’enorme peso (il che, in fondo, riduce la sicurezza). Aerei ed elicotteri scortano il leader in viaggio, che può contare su stazioni esclusive, una ventina, lungo ogni percorso interno. È la quarta volta che il dittatore di Pyongyang va in Cina, dopo le tre missioni fatte lo scorso anno tra fine marzo e fine giugno: le prime due precedettero rispettivamente il Vertice inter-coreano d’aprile con il presidente sudcoreano Moon Jae-in e quello con il presidente Usa Donald Trump, in giugno a Singapore. Come se Kim andasse ogni volta a prendere ordini, o consigli, a Pechino. Ora, lo scenario pare ripetersi: Stati Uniti e Corea del Nord stanno preparando un secondo incontro Trump-Kim, questa volta forse in Vietnam, ad Hanoi, visto che, dopo il primo, enfatizzato come ‘storico’, nulla è successo a livello pratico: la minaccia nucleare nord-coreana è rimasta inalterata, anche se Kim la strombazza di meno, e le sanzioni americane e internazionali pure. Ad Hanoi, si sono già incontrati emissari delle due parti per preparare il prossimo Vertice, forse in primavera.

Il legame, diplomatico, ma non solo, tra Pyongyang e Pechino indica che, malgrado Trump s’atteggi ad ‘amicone’ di Kim, che solo un anno fa nei tweet presidenziali era ‘ciccio bomba’ e rocket man, la Cina resta l’interlocutore privilegiato della Corea del Nord, un po’ mentore e un po’ garante, oltre che fornitore e benefattore. La missione in Cina di Kim è seguita con molta attenzione dagli Stati Uniti. Sulla scena mondiale 2019, il Vertice bis Trump-Kim appare la carta giocabile con minori rischi, rispetto alla partita sul nucleare con l’Iran, alla corsa al riarmo con la Russia e ai negoziati commerciali con la Cina. Durante il soggiorno, è ragionevole che Kim provi a strappare il sostegno della Cina, principale alleato economico e politico, nell’approccio negoziale con Trump, utile anche per Pechino, secondo alcuni analisti, e da spendere nel complesso dossier sul commercio con Washington.

Deputato AfD aggredito a Brema: agguato politico

C’è il movente politico dietro l’aggressione al parlamentare di Alternative für Deutschland, Frank Magnitz, secondo la polizia di Brema. Nel pomeriggio di lunedì Magnitz, 66 anni, è stato assalito nel centro cittadino da almeno tre persone incappucciate che lo hanno ripetutamente colpito con un oggetto di legno alla testa , forse il pezzo di una trave, anche quando era a terra. “Lo hanno quasi pestato a morte” ha dichiarato uno dei dirigenti nazionali dell’AfD, Jörg Meuthen. Sul web il partito di estrema destra ha pubblicato una foto del deputato sul letto d’ospedale con il volto tumefatto e una visibile ferita alla testa. Secondo esponenti dell’AfD, Magnitz non sarebbe sopravvissuto “al tentato omicidio” da parte di “terroristi di estrema sinistra” se un operaio nelle vicinanze non fosse intervenuto. Il parlamentare resterà ricoverato in ospedale per giorni. La polizia sembra non avere dubbi sul movente politico dietro l’attacco al parlamentare: è stata formata una commissione d’inchiesta che affiancherà gli agenti federali nelle indagini, una volta rimesso Magnitz usufruirà di una scorta. Magnitz è membro dell’AfD da sei anni e nel 2015 è stato eletto portavoce del partito, ma il suo passato politico è variegato: ha militato prima nelle file del Partito comunista tedesco, piccolissimo movimento di estrema sinistra, poi è diventato un sostenitore della Cdu, in seguito abbandonata a suo dire per la politica sull’euro e le scelte sui temi sociali di Angela Merkel.

Erdogan snobba gli Usa: “I curdi sono terroristi”

La sberla, diplomatica, che il presidente turco Erdogan ha tirato a quello che fino al 14 dicembre scorso è stato il più stretto e importante consigliere di Trump, il super falco John Bolton, molto probabilmente risuonerà a lungo a Washington. Arrivato ad Ankara dopo aver fatto scalo in Israele, Bolton non è stato ricevuto né da Recep Tayyip Erdogan, né dal ministro degli Esteri, come si aspettava, credendo di essere ancora considerato dal Sultano un fedele di Trump.

Ma dopo la reazione contraria di Bolton alla decisione di Trump di ritirare le ultime truppe dalla Siria presa durante la telefonata del 14 dicembre scorso con Erdogan all’insaputa del Pentagono e persino del suo cerchio magico (di cui Bolton era al vertice), il consigliere viene ora visto da Ankara come l’ultimo nemico da far rimuovere, o, almeno umiliare.

Bolton è riuscito a convincere il suo “capo” a rallentare il ritiro dei 2.000 soldati americani rimasti nel nord est della Siria e a intimare alla Turchia di non attaccare i guerriglieri curdi siriani delle Unità popolari di protezione (Ypg) alleati degli Stati Uniti sul terreno contro l’Isis. I jihadisti dal canto loro si fanno pericolosi con nuovi attacchi proprio ai curdi. La richiesta ha fatto infuriare Erdogan perché il suo intento è proprio quello di sgominare quelli che considera terroristi legati a doppio filo al Pkk, l’organizzazione armata curda fondata da Ocalan. Per questo Bolton è stato accolto “solo” dal portavoce di Erdogan, Ibrahim Kalil che, anziché tentare una mediazione, gli ha chiesto di procedere al ritiro velocemente e di consegnare le 20 basi militari americane nel Rojava (parola curda per definire i quattro cantoni a maggioranza curda nel nord est della Siria) ai militari turchi oppure di distruggerle.

Poco dopo l’affronto all’inviato americano, Erdogan ha rincarato la dose in un discorso ai deputati del suo partito della Giustizia e Sviluppo in cui ha promesso che ordinerà comunque l’offensiva a breve essendo determinato a eliminare il “corridoio del terrore” nel nord della Siria sottolineando di “non fare distinzione tra gruppi terroristici”, cioè tra le milizie curde siriane che combattono dal 2014 l’Isis. “Se sono terroristi, faremo ciò che è necessario indipendentemente da dove vengano”, ha tuonato Erdogan, per poi accusare senza mezze parole Bolton: “Ha fatto un grave errore nel porre le condizioni per il ruolo militare della Turchia dopo il ritiro degli Stati Uniti. Non è possibile per noi scendere a compromessi su questo punto”. Il Sultano ha detto in seguito alla stampa di essere invece aperto a un incontro in qualsiasi momento con The Donald. Alla domanda sulla data dell’operazione, ha ricordato l’intervento turco a Cipro nel 1974 e la frase in codice usata per dare inizio all’occupazione dell’isola, ovvero “Ayse dovrebbe andare in vacanza”, per poi riaggiornarla con queste parole: “Sai, una volta, Ayse era andata in vacanza. Anche noi possiamo andarci inaspettatamente. Può essere in qualsiasi momento”.

La tensione tra Turchia e Stati Uniti, pilastri della Nato, è tornata a salire anche per un’altra ragione e non di secondo piano. Si tratta della decisione presa da Erdogan di acquistare il sistema russo di difesa aerea S-400 e, forse, declinare la commessa dei Patriot americani. Nelle prossime settimane gli Stati Uniti invieranno un team tecnico in Turchia per esprimere preoccupazioni in particolare per quanto riguarda la sicurezza del volo degli aerei statunitensi F-35. Secondo la Difesa americana il sistema russo potrebbe danneggiarli qualora volassero accanto alle installazioni russe. Il Pentagono e il Partito repubblicano non possono accettare che un altro membro Nato agevoli la Russia.

Un mito in macerie: Marsiglia tra ruderi, bande e clientelismo

Ai 63 e 65 della rue d’Aubagne, quartiere Noailles, tra la Canebière e il Vieux Port, nel centro di Marsiglia, resta solo un ammasso di rovine. Il crollo di due palazzi insalubri, il 5 novembre scorso, ha portato via la vita a otto persone. Anche quella di Simona Carpignano, la 30nne di Taranto, laureata in Lingue, che si era stabilita lì da soli sei mesi per lavorare come interprete. Il dramma si poteva evitare. Uno dei due palazzi era vuoto perché inagibile. I residenti dell’altro denunciavano da tempo fessure e scricchiolii.

A poco più di due mesi, Marsiglia assomiglia a una “città groviera”, scrive il quotidiano La Marseillaise, che aggiorna giorno per giorno sul suo sito la mappa interattiva dei palazzi evacuati in città perché pericolosi. Gli abitanti sono invitati a fare segnalazioni attraverso l’inchiesta #Balancetontaudis (#Denuncialatuatopaia).

Dopo il dramma il sindaco Jean-Claude Gaudin, finito sotto accusa, impantanato nello scandalo, ha fatto evacuare case a tutto spiano senza neanche aspettare i risultati delle perizie. Si parla di 1600 persone e circa 200 palazzine, di cui la metà dichiarate in condizioni di “pericolo grave e imminente”. A livello provinciale è stato anche proposto un piano di 600 milioni per lottare contro l’insalubrità delle case. Nel 2015 il rapporto Nicol (dal nome di Christian Nicol, ispettore generale dell’amministrazione) aveva censito 40.000 edifici in stato di degrado con un “rischio per la salute di circa 100.000 abitanti”.

Il degrado riguarda anche le scuole. Già nel 2016 l’ex ministra socialista dell’Educazione, Najat Vallaud-Belkacem, aveva chiesto di stilare un bilancio della situazione degli istituti nella città e fare la lista degli interventi necessari. Due anni dopo lo stato delle scuole è sempre lo stesso. In un film-documentario del collettivo La Rabia del pueblo, girato lo scorso dicembre, alcuni insegnanti denunciano edifici fatiscenti con pietre che si staccano dai tetti, classi che si allagano quando piove, mense insufficienti, il tutto nell’incuria del comune. A Marsiglia, a differenza delle altre grandi città francesi, la povertà si respira in pieno centro.

Il quartiere popolare e cosmopolita di Noailles è nel primo arrondissement, dove si trova il Marché des Capucins, il più economico dei mercati ortofrutticoli della città, e si allineano bazar, negozietti orientali che vendono di tutto e kebab. È il regno dei marchands de sommeil, i mercanti del sonno, che affittano alla luce del giorno tuguri invivibili approfittando della disperazione delle persone. I ricchi non ci abitano e preferiscono la vicina ed elegante Aix-en-Provence. Secondo l’Insee, l’Istat francese, la povertà riguarda un quarto della popolazione di Marsiglia, seconda città di Francia dopo Parigi per abitanti. La disoccupazione, del 13% nel 2018, è superiore alla media nazionale.

La città patisce per la sua cattiva reputazione. Ogni anno si contano le vittime (23 nel 2018) dei regolamenti di conti tra le bande rivali che si contendono i traffici di droga nei fatiscenti quartieri nord. C’è poi il passato di capitale della French Connection che ancora affascina e ripugna, quando, tra gli anni 30 e 70, nel porto di Marsiglia circolava l’eroina destinata agli Stati Uniti. Chi in quei quartieri popolari del centro ci vive spera che ci sia un prima e un dopo il 5 novembre 2018 e che il dramma segni la fine del lungo “regno” di Jean-Claude Gaudin. Il settantanovenne ex ministro dell’Ambiente e delle aree urbane del governo Chirac è primo cittadino di Marsiglia dal 1995, eletto e rieletto anche grazie a un’astensione record alle urne. Laurent Joffrin, direttore di Libération, ne ha denunciato i metodi in un editoriale di novembre: Gaudin, ha scritto, “ha governato il comune con gli strumenti tradizionali della vita politica marsigliese: clientelismo sfrenato, intese tra amici, favori fatti e restituiti, accordi trovati in sordina e sovvenzioni distribuite secondo la logica perversa delle alleanze locali. È il simbolo di un sistema arcaico”.

Il giornalista Philippe Pujol, autore del libro-inchiesta La fabrique du monstre del 2016, ha denunciato il “sistema Gaudin” sulle pagine di L’Humanité. Per Pujol, dietro il dramma di Noailles, non c’è solo l’incompetenza dei responsabili pubblici, c’è anche una “scelta politica”.

Contro Gaudin si è scagliata la rabbia dei marsigliesi. A dicembre centinaia di persone si sono radunate nella piazza del comune al grido “Gaudin démission”. Il 3 gennaio il collettivo degli ex residenti del 65 rue d’Aubagne ha pubblicato una lettera aperta denunciando la “gestione disumana” della crisi. Con le municipali nel 2020 c’è già chi pensa al dopo-Gaudin. Su Marsiglia ci ha messo gli occhi Jean-Luc Mélenchon, il leader della France Insoumise, sinistra radicale, che nel 2017 è riuscito a farsi eleggere deputato locale.

La caduta del “re” sembra inevitabile: “Gaudin ormai è alle strette – ha osservato il sociologo Michel Peraldi a Libération –. Non ha saputo gestire il dramma della rue d’Aubagne, neanche sul piano emotivo. La rabbia sta crescendo, tra gli studenti, tra i giovani che vivono in centro, e lui non se ne è accorto”.

L’aereo più pazzo del mondo: Mumbai andata/ritorno

Non avendo potuto permettermi di trascorrere il Capodanno a Moena con Di Maio e Di Battista perché non ho trovato la maglietta termica in saldo da Decathlon, ho deciso di andare in vacanza in India, a Mumbai. Il viaggio era partito coi migliori auspici:
Air Italia (ex Meridiana) aveva inaugurato la tratta diretta Malpensa-Mumbai pochi giorni prima promuovendola con uno show danzante al gate. “I passeggeri diretti in India viaggeranno sul nuovo Airbus A330-200 dedicato al lungo raggio!”, avevano annunciato.
Ho quindi preso due decisioni: non porto neppure un libro, mi sparo tre film e sono già a Mumbai. La seconda: mi vesto come se stessi andando a svuotare la cantina, tanto vado in India, mica in Costa Smeralda. Appena entro in aereo realizzo che l’aereo non è un Airbus A330 ma il Savoia Marchetti 1915 in tela cerata di fantozziana memoria, con un paio di schermi per fila e che con la mia miopia potrebbero anche essere dei microonde a incasso, tanto non vedrei comunque nulla. Mi dico che amen, dormirò, tanto sono vestita da svuota-cantine, per fortuna il mio fidanzato bada all’essenziale. È a quel punto che, nella fila accanto alla sua, noto una figura femminile: trattasi della ventenne top model internazionale Vittoria Ceretti. Ora, su 250 passeggeri diretti per Mumbai, non gli poteva capitare accanto un anziano seguace di Sai Baba? No, proprio lei. Ho desiderato che in volo un gabbiano incazzato di 106 chili prendesse a testate il finestrino accanto alla tizia, lo rompesse e che la tizia venisse risucchiata via, per poi atterrare incolume su una balla di fieno in Ucraina. Che poi, io dico, era così bello quando le top anni 90 alla Naomi viaggiavano in prima classe sorseggiando champagne e tiravano i capelli alla servitù, ora queste dee milionarie-democratiche ce le dobbiamo ritrovare in economy accanto al nostro fidanzato. Morale: sono arrivata in India che tifavo per il ripristino delle caste. E comunque, siccome l’India è parte di un grande universo in cui le forze del bene e quelle del male si riequilibrano, alla top-model hanno smarrito la valigia.

Mumbai è una città enorme, con indescrivibili problemi di traffico, immondizia e inquinamento. Il tutto, naturalmente, è colpa della Raggi. Del resto, un noto proverbio indiano dice che “scatoletta di tonno buttata su marciapiede in Viale Mazzini davanti alla Rai, fa nascere discarica a Mumbai!”. Rispetto ad altre megalopoli indiane, Mumbai, tra palazzi coloniali e lunghe spiagge, ha un suo fascino decadente a cui non siamo rimasti insensibili. La famosa Porta dell’India (Gateway) è il monumento più famoso della città e vi si accede passando attraverso un metal detector sotto al quale sfilano circa 12 mila persone al minuto: l’indiano alla sicurezza ti guarda e al massimo ha il tempo di decidere se ti sei vestito bene o di merda. Ma, francamente, temere di morire in un attentato in una città in cui ogni volta che attraversi la strada hai le stesse probabilità di sopravvivenza di un porcospino sulla Cristoforo Colombo è piuttosto ridicolo.

Nel cuore di Colaba, il vivace quartiere, sorge anche un immenso campo libero in cui gli indiani, di domenica, vanno a fare sport. Dimenticando quale fosse lo sport nazionale, mi sono lanciata entusiasta nel campo, per sentirmi parte del cuore pulsante della città, quando una pallina pulsante ha centrato la mia nuca. Il cricket è uno sport bellissimo, ma entrare in un campo in cui 5.000 indiani si lanciano palle in tutte le direzioni rende l’esperienza meno sicura di una vacanza ad Aleppo.

A Mumbai c’è un altro sport che va per la maggiore: il “Kabaddi”. La prima volta che nella tv dell’hotel ho visto gli indiani giocare a Kabaddi ero incredula: due squadre si affrontano lottando, e chi attacca ha 30 secondi di tempo in cui ha l’obbligo di rimanere in apnea, apnea certificata dal fatto che per 30 secondi deve gridare “kabaddi kabaddi kabaddi kabaddi”! Vittorio Sgarbi, col suo “capra capra capra” probabilmente ha sempre voluto suggerire una variante del Kabaddi, e noi lo abbiamo giudicato male.

Siamo poi andati a visitare la casa in cui Gandhi risiedeva durante i suoi soggiorni a Mumbai. Sorge in un bel quartiere silenzioso e alberato, all’interno ci sono foto della sua lotta pacifica per l’indipendenza, la sua lettera a Hitler che inizia con un candido, ingenuo Dear friend e prosegue con le scuse per la sua invadenza, il suo scambio epistolare con alcuni intellettuali tra cui l’amico Tolstòj. Insomma, la conclusione è che se fosse vivo e in Italia, oggi Gandhi sarebbe più divisivo del Tav: radical chic, buonista, intellettuale ma sovranista. Sarebbe stato sulle balle a tutti.

Mumbai è anche la città dello street food, ma naturalmente mangiare in una bancarella in una città senza neppure un vero e proprio sistema fognario è un atto di fede. Io, da schifiltosa, piuttosto che mangiare per strada bevo la mia pipì come la Brigliadori, il mio fidanzato in compenso ha assaggiato qualsiasi cosa, da frutta che galleggiava in liquidi organici in cui qualche minuto prima galleggiava placenta animale, a carne cotta in pentole le cui incrostazioni, talvolta, vengono utilizzate per stabilire da quante ere geologiche l’India sia emersa dall’oceano. Il fatto che non abbia contratto malattie come il tifo o la più rinomata cagarella, fa di lui, ad honorem, un supereroe della Marvel.

Abbiamo poi visitato Dharavi, la baraccopoli più grande dell’Asia, la lavanderia a cielo aperto, i musei, il Taj Mahal e tutto quello di meraviglioso e stordente Mumbai offra, ma nonostante ciò c’era qualcosa a cui non eravamo preparati: il viaggio di ritorno. O meglio: le quattro email ricevute dalla compagnia aerea in cui la durata del volo variava a seconda dei venti contrari o del pilota che doveva fare una deviazione in Uzbekistan per salutare la sorella.

Alla porta di ingresso dell’aereo vintage la scena era la seguente: un tizio aveva ricevuto la carta di imbarco sbagliata, era chiaramente italiano, ma sul suo biglietto c’era scritto “Panjub Allamassarah” o qualcosa del genere, per cui bisognava trovare il signor Panjub Allamassarah altrimenti il tizio non poteva salire. E noi con lui. Il tizio la prendeva con sportività: piangeva. Le cappelliere, grandi quanto il mio astuccio per gli occhiali, erano piene. Alcuni bagagli a mano andavano etichettati e messi in stiva. Alcuni passeggeri non volevano separarsi dai bagagli come le madri che non vogliono lasciare il figlio partire per il fronte. Un ragazzo palermitano, quando il volo aveva ormai più di 1 ora di ritardo, andava a insultare il personale. Una signora stava male: aveva comprato più posti a sedere, ma quei posti erano occupati, e minacciava di riferire tutto non si capisce a chi (potrebbe aver detto “A Mattarella”, il tono era più “A mio zio spacciatore”).

Alla fine, si partiva. Dormivo. A colazione mi servivano un pranzo a base di riso indiano speziato, chiedevo perché, mi rispondevano che in India è ora di pranzo, rispondevo “sì ma arriviamo tra un’ora in Italia dove sono le dieci del mattino”. E alla fine pensavo che quel giorno a Mumbai in cui ero sul tuk-tuk, una vacca ferma all’incrocio non ci faceva passare, un camion si era messo di traverso e una bicicletta stava falciando due pedoni, tutto era caoticamente più organizzato di un volo per l’Italia.

I turchi non mollano la Pernigotti ma vogliono tenere solo il marchio

L’insistenza dei sindacati non ha prodotto ripensamenti da parte della proprietà turca della Pernigotti. Lo storico marchio del cioccolato italiano resterà in mano alla famiglia Toksöz, che ieri, durante l’incontro al ministero del Lavoro, ha confermato l’intenzione di disfarsi dello stabilimento di Novi Ligure e dei cento lavoratori del sito piemontese.

L’unica speranza di salvataggio, quindi, rimane aggrappata all’eventuale arrivo di una società disposta a rilanciare la fabbrica senza però diventare titolare del marchio. La nuova impresa dovrebbe sfornare i classici gianduiotti per conto della stessa Pernigotti, o al massimo utilizzare i macchinari per le produzioni proprie. Ieri, poco prima della riunione, sono venuti fuori i nomi di soggetti interessati a queste soluzioni: la Laica, con sede in provincia di Novara, e La Suissa di Alessandria. Non è ancora chiaro, però, quali siano i piani di queste imprese e se intendano salvaguardare tutti o solo una parte degli attuali lavoratori. Nulla è scontato: chiunque dovesse subentrare, non sarebbe obbligato a farsi carico dei cento addetti di Novi Ligure; potrebbe tranquillamente far fronte alla commessa di Pernigotti con i dipendenti interni. La società dei Toksöz si è impegnata a “limitare quanto più possibile l’impatto sociale e a ricercare, in Italia, concrete possibilità di re-industrializzazione del sito”, ma i sindacati sono scettici. “Non ci prendano in giro – dice Marco Malpassi della Flai Cgil – non è economicamente vantaggioso prendere una fabbrica ma non il marchio. Che interesse avrebbe un’impresa che ha già il suo personale a prendersi quello oggi in servizio presso Pernigotti?”. Per l’azienda, gli attuali addetti sarebbero necessari per portare il cosiddetto know how, cioè la competenza maturata nella preparazione del prodotto. I sindacati sono meno ottimisti e continuano a preferire una cessione che comprenda marchio, stabilimento e tutti i lavoratori.

Ricapitolando, la situazione è questa: c’è una società incaricata per sondare le manifestazioni di interesse, che finora sono quattro. Nessuna conferma ufficiale, ma si parla della volontà della Sperlari di acquisire il marchio. Stesso progetto avrebbe un fondo indiano. Di fronte a queste possibilità, però, le porte dell’azienda sono chiuse, a meno che non arrivi un’offerta molto allettante. Le candidature della Laica e della Suissa sono invece prese in considerazione. Il prossimo incontro si terrà il 5 febbraio e servirà sulla carta a cercare l’accordo per la cassa integrazione da assicurare ai dipendenti di Novi Ligure. In realtà, i sindacati si presenteranno pretendendo maggiori dettagli sui progetti di re-industrializzazione.

Conflitto d’interessi e sanità: cos’è e quando è un rischio

Trovare l’equilibrio tra prassi, comportamenti, scelte legittime e opportunità. Stabilire quale sia il confine tra interessi particolari (legittimi) e conflitti d’interessi. Identificare i casi di mancata trasparenza e le conseguenze che essi hanno sui pazienti e la loro percezione della sanità. in pratica, capire chiaramente cosa significhi essere in conflitto d’interesse e non sottovalutare il problema. Poi trovare delle norme che non appesantiscano, una burocrazia agile, creare una dimensione che premi i sistemi virtuosi. E infine, si legge nel volume dal titolo “Conflitti d’interesse e salute” che analizza come l’industria ma anche le istituzioni condizionino le scelte del medico, ricordarsi di coinvolgere i cittadini nelle scelte sui temi legati alla salute, formare persone capaci di porsi le domande giuste e forse anche di valutare le evidenze scientifiche. È necessario, insomma, conoscere e capire tanto dall’alto che dal basso: per evitare che la fiducia nei medici e nella medicina venga meno.

Autostrade, i super rincari potevano essere evitati

A ogni inizio d’anno ritornano d’attualità le tariffe autostradali, tuttavia con la differenza non trascurabile che quest’anno la notizia non è data dagli aumenti automatici prodotti dall’ultima scala mobile rimasta in Italia, in favore dei concessionari autostradali, bensì dal loro blocco sulla quasi totalità della rete nazionale. Questa decisione deve essere occasione per valutare quali siano i criteri corretti di revisione delle tariffe nel tempo, un quesito che fu posto per la prima volta allo scrivente, all’epoca esperto economico presso la Presidenza del Consiglio, nell’autunno 1994.

All’epoca la risposta alla domanda divenne la regola tariffaria introdotta con la delibera Cipe del 7 dicembre 1994 la quale, ipotizzando che i costi gestionali crescano nel tempo approssimativamente come i prezzi al consumo, autorizzava una variazione annua delle tariffe autostradali pari all’incremento percentuale dei prezzi al consumo nell’anno precedente, diminuito di una quota consistente della variazione percentuale del traffico autostradale nello stesso periodo. La regola permetteva una crescita dei ricavi da pedaggio in linea coi costi, tenendo conto che i ricavi si accrescono sia per l’aumento del traffico che per quello delle tariffe mentre i costi sono quasi del tutto indipendenti dai livelli di traffico. Nelle reti ferroviarie un raddoppio del traffico farebbe aumentare i costi di gestione, per maggior usura e maggiori costi di circolazione, di un 10% e non vi è ragione che nelle reti autostradali, in cui si limita alla più rapida usura del manto stradale, possa essere più alto. Invece il raddoppio del traffico produce, a parità di prezzi, il raddoppio dei ricavi.

La regola Cipe del 1994 non fu in realtà mai applicata in quanto non si procedette alla stima puntuale dell’elasticità dei costi al traffico, un valore che avrebbe dovuto attenuare nella formula il trasferimento del maggior traffico in minor dinamica tariffaria. Possiamo tuttavia stimare ora come sarebbero cresciute in tutto questo tempo le tariffe e la spesa totale per pedaggi se fosse stata costantemente applicata la regola del 1994, ipotizzando nel valore ragionevole del 90% la quota dell’incremento di traffico che avrebbe dovuto essere restituita ai consumatori sotto forma di minore crescita tariffaria. I risultati della simulazione sono stupefacenti: dal 1996 a oggi i prezzi al consumo, che usiamo anche come approssimazione dei costi gestionali, sono cresciuti del 48% ma il traffico in tutto il sistema autostradale a pedaggio è aumentato quasi del 40%. Pertanto i maggiori costi nel tempo sarebbero stati in gran parte coperti dai maggiori ricavi generati dal maggior traffico, senza bisogno di rilevanti crescite tariffarie. Applicando costantemente la regola Cipe del 1994 esse sarebbero dovute aumentare in tutto questo tempo solo del 9% mentre l’aumento effettivo è stato del 90%. Per l’effetto congiunto dell’aumento tariffario e dell’aumento del traffico la spesa totale per pedaggi è aumentata nell’intero periodo di oltre il 150%, il triplo di quanto sarebbe avvenuto applicando costantemente la regola Cipe. Si può stimare che dal 1996 a oggi gli italiani abbiano speso complessivamente in pedaggi 128 miliardi di euro, esattamente 37 miliardi in più rispetto ai 91 che avrebbero speso se fosse rimasta sempre in vigore la regola Cipe.

La cifra precedente rappresenta in realtà un risparmio lordo e non netto, dato che la delibera Cipe del 1994 prevedeva che i nuovi investimenti fossero recuperati e remunerati a parte mentre la formula tariffaria regolava il recupero dei maggiori costi della rete esistente. Tuttavia in relazione agli investimenti è necessario formulare diverse considerazioni. In primo luogo è ragionevole ipotizzare, in assenza di statistiche pubbliche ufficiali, che nel periodo considerato i gestori abbiano effettuato investimenti complessivamente inferiori alla maggior spesa dei consumatori rispetto alla regola; inoltre gli investimenti debbono essere recuperati nell’arco di un periodo molto lungo, quello minore tra la durata utile dell’opera e la durata residua delle concessioni. Pertanto la loro quota annua di ammortamento è un valore ridotto rispetto alle dimensioni complessive dell’investimento. Inoltre bisogna distinguere tra investimenti che riducono i costi, investimenti che aumentano la capacità e investimenti che migliorano la fruizione della capacità esistente. Se è ragionevole che gli ultimi siano compensati da maggiori tariffe lo è molto meno per i secondi, che dovrebbero invece essere recuperati accontentando domanda aggiuntiva e non lo è proprio per i primi, ad esempio la sostituzione dei casellanti con casse automatiche, dato che essi si remunerano da soli.

Il settore autostradale è un caso da manuale di pessima regolazione pubblica che dura da un quarto di secolo nella condiscendenza o incapacità dei governi, nessuno dei quali prima dell’attuale ha ritenuto di mettervi mano. Essa è stata resa possibile da regole insoddisfacenti e dall’assenza di un valido regolatore di settore. L’Autorità dei trasporti, inizialmente progettata in parallelo a quella dell’energia già nel 1995 e definita dalla legge indispensabile per poter effettuare privatizzazioni nel settore, è rimasta nel limbo per un ventennio e una volta sorta le è stato vietato di occuparsi delle concessioni in essere. Ora si è posto rimedio ma è possibile che non basti per rimettere ordine nel settore e che le sue regole debbano essere riscritte da capo, o forse scritte per la prima volta.

Fincantieri-Stx, l’Antitrust Ue rivaluta la fusione per Parigi e Berlino

L’acquisizione da parte di Fincantieri degli Chantiers de l’Atlantique (ex Stx), che punta a far nascere un colosso mondiale della cantieristica navale, è nel mirino dell’antitrust europeo che dovrà rivalutarne il via libera concesso nei mesi scorsi. A chiederlo, le autorità per la concorrenza di Francia e Germania. “Non bisogna vederlo come una forma di ritorsione politica”, fanno sapere dall’Eliseo, consapevoli che il contesto non aiuta (dalla tensione sui gilet gialli al trattato di cooperazione che Merkel e Macron firmeranno il 22 gennaio”. Fincantieri aveva firmato con lo Stato francese a febbraio 2018 l’accordo di compravendita per il 50% del capitale di Stx France. A maggio l’aveva notificato alla Commissione, che aveva stabilito che la soglia di fatturato non aveva una “dimensione europea” tale da giustificare l’esame di Bruxelles. Francia e Germania hanno però deciso di richiamare in causa l’antitrust Ue, rifacendosi all’articolo 22 del regolamento Ue sulle concentrazioni: si può chiedere di esaminare una concentrazione che, pur non rivestendo una dimensione europea, incida sugli scambi all’interno del mercato unico e in modo significativo sulla concorrenza negli Stati che presentano la richiesta. Di prassi, la Commissione accetta di ri-valutare il dossier da un punto di vista qualitativo. “Sulla base degli elementi forniti la Commissione ritiene che l’operazione potrebbe nuocere in misura significativa alla concorrenza nel settore della costruzione navale, in particolare per quanto riguarda il mercato mondiale delle navi da crociera” ha concluso Bruxelles che chiederà ora a Fincantieri di notificare l’operazione, facendo slittare i tempi e, forse, anche i modi. ”Non è così che funziona la libera concorrenza. Quando sono in francesi a comprare, a fare e a disfare, va tutto bene. Sono stufo e rappresento un governo che non ha più intenzione di piegarsi ad interessi economici di altri Paesi. Se l’Europa esiste ci sia parità di regole e di condizioni di mercato per tutti, altrimenti ne trarremo le conseguenze” ha detto ieri il vicepremier Matteo Salvini. “Riterrei strano che fossero imposti ostacoli. Mi auguro che non ci siano”, ha detto invece a Porta a Porta il premier Conte.