Germania infelix: ecco dove nascono i guai di Unicredit

C’è stato il colpo basso della Turchia, con quella svalutazione di oltre 800 milioni effettuata nell’ultima trimestrale sulla controllata Yapi, a ricordare che per una banca globale e sistemica (l’unica italiana) come UniCredit le sorprese possono arrivare da qualunque parte del mondo. Ma la banca guidata da Jean Pierre Mustier ha quest’anno un cruccio in più e si chiama Germania. Sembra un paradosso, ma le cose nel 2018 non vanno bene in terra tedesca. Tra le molteplici attività del gruppo, la Germania è quella che langue di più nei conti dell’istituto.

La sorpresa si è vista nei conti dei primi 9 mesi dell’anno: il mercato tedesco è oggi un problema. Il margine d’interesse è sceso di un buon 11% in 12 mesi, da 1,25 miliardi a quota 1,12 nel settembre di quest’anno. Anche le altre voci di ricavo prodotte a Francoforte sono in calo, dal trading alle commissioni. Negli ultimi 12 mesi la divisione germanica ha conseguito 1,85 miliardi a fronte dei 2,06 del 2017. La divisione commerciale Italia ha visto un calo dei ricavi totali dell’1,2% ma non certo dell’11% come accaduto in terra tedesca. Ci si sono poi messe pure le sorprese negative una tantum ad appesantire la situazione. La divisione tedesca (che comprende pure la controllata Hvb) ha sofferto di un nuovo accantonamento straordinario di 342 milioni che hanno portato gli utili a più che dimezzarsi, a soli 200 milioni a fronte di quasi mezzo miliardo del 2017. Che le cose non vadano bene lo si evince dalla graduatoria della redditività tra le varie aree del mondo. Il commercial banking tedesco ha oggi un Roac (il parametro usato da UniCredit) al 5,9% contro il 14% di un anno fa. Tanto per dare un’idea le attività in Italia vedono un Roac al 13,8%, più del doppio. L’Italia ha visto i profitti netti salire da poco meno di 900 milioni a 1,11 miliardi, una crescita del 26%. Sul piano dell’efficienza operativa l’Italia oggi ha un rapporto di costi su ricavi al 56%, mentre la divisione tedesca con i suoi 9.300 dipendenti è vicina al 69%. Insomma: profitti dimezzati, redditività tra le più basse del gruppo e un indice di efficienza operativa pessimo. L’area economica più solida dell’eurozona non premia chi fa banca.

Non è l’Italia oggi il malato per UniCredit. Eppure ancora si parla di un piano B. Un eventuale scorporo delle attività italiane (considerate più rischiose) dal resto del business di UniCredit da sempre forte nell’Europa dell’Est. A vedere i dati, però, le cure più urgenti servono al di là delle Alpi. Per il resto la cura Mustier prosegue. Finora ha badato molto a pulire la banca dalla zavorra delle sofferenze, costata ai soci una perdita nel solo 2016 di 12 miliardi, dopo quella dell’era Ghizzoni per 13 miliardi nel 2013. Del resto UniCredit è la banca che più ha pagato il conto delle sofferenze. Come documenta R&S Mediobanca sui 74 miliardi di aumenti di capitale chiesti dal sistema bancario italiano dall’inizio della crisi per rimpolpare il patrimonio eroso dalle svalutazioni dei crediti malati, la sola UniCredit ha contribuito per oltre 27 miliardi.

Ora però la banca ha un asset quality tra le migliori in Italia con i prestiti deteriorati lordi scesi all’8,3% del totale degli impieghi. Banca ripulita, ma ancora in mezzo al guado quanto a operatività. I ricavi sono ancora deboli, scesi dell’1,1% anche negli ultimi 12 mesi. Il risultato di gestione è in crescita solo per i continui tagli di costo. Solo dalla fine del 2015 sono usciti dal gruppo ben 13 mila persone tra esuberi e personale uscito con le cessioni. Notevole il dimagrimento all’estero dove nel 2013 UniCredit impegnava ben 80 mila persone scese a 43 mila a fine del 2017. Una cura da cavallo. E del resto la banca ha perso per strada solo negli ultimi 5 anni un 10% dei suoi ricavi totali. Insomma non si è ancora recuperata pienamente la capacità di tornare a fare ricavi come un tempo. Come stupirsi, dato che la banca ha effettuato una delle più pesanti strette sul credito, con i prestiti totali scesi per quasi 50 miliardi nell’ultimo quinquennio.

Strade insicure, tir fuorilegge: norme lasche e pochi controlli

Arrivano alle tre del pomeriggio di una calda domenica, nel grande parcheggio di Soumagne, vicino Liegi, Raymond Lausberg e la sua squadra di cacciatori di frodi. Oggi è previsto un controllo a tappeto in tre punti strategici del Belgio: vicino alla frontiera tedesca, prima del porto di Anversa e all’ingresso di Bruxelles. “Vede questi duecento camion posteggiati qui? Sono quasi tutti in infrazione”, dice Lausberg, il poliziotto vallone che da 40 anni ferma camion sulla E40.

La prima “vittima” è un ungherese che vive nella cabina del suo camion da tre settimane: è vietato, le regole europee dicono che dopo massimo due settimane bisogna lasciare il camion per almeno 45 ore. Ma dove lasciarlo? La compagnia di trasporto non vuole pagare l’hotel né un parcheggio custodito. I camionisti improvvisano allora una vita nel parcheggio: tra due rimorchi si cucina, si beve, si gioca a carte, si urina, si lavano gli indumenti. E si dorme in quattro metri quadrati, senza aria condizionata d’estate. E poi, passate le 45 ore di sosta, si riprende la guida, 5- 10 mila chilometri a settimana.

La scena è quasi surreale: il poliziotto controlla il tachigrafo, la “scatola nera” del camion che registra tutte le ore di guida e di riposo e i Paesi dove si è guidato, contesta l’infrazione all’autista. L’ungherese, già un po’ ubriaco alle tre del pomeriggio, tira fuori la carta di credito della compagnia e in pochi minuti paga una multa di 2.000 euro. “Le compagnie di trasporto sanno che le possibilità di essere controllati sono bassissime, magari questo camion sarà fermato di nuovo tra tre anni, dunque meglio pagare per riprendere subito la guida”.

Asera Lausberg e le altre due squadre avranno raccolto un bel bottino: 50 mila euro di contravvenzioni e molte indagini da continuare con l’agenzia del lavoro per contratti fasulli o irregolari. “È una goccia nell’oceano di questo far west, io mi sento come un Asterix che resiste come può, ma qui passano 7 mila camion al giorno e noi riusciamo a controllarne 3.500 in un anno”. Situazione peggiore con i controlli tecnici sui camion. Ne vengono fermati undici, cinque hanno i freni dei dischi rotti; spesso le revisioni annuali vengono fatte sulla carta, non sul camion. “Ieri ho fermato un rumeno, i suoi documenti dicevano che il 25 agosto il camion aveva passato la revisione annuale in Romania, poi però il tachigrafo ci ha fatto vedere che quel giorno il tir circolava in Germania. Come poteva essere in due Paesi diversi lo stesso giorno?”. Secondo il poliziotto belga, due terzi dei camion controllati – già molto pochi – hanno un problema tecnico, “è un rischio per la sicurezza delle strade, per non parlare delle patenti rilasciate agli autisti non-europei, in Polonia o in Romania, senza esami psico-attitudinali”.

 

In Italia verifiche serie, ma poche

Ci spostiamo di mille chilometri, attraversiamo le Alpi, arriviamo a Udine in un’altra autostrada molto trafficata, la A4 che collega l’est dell’Europa con l’ovest, la Francia, la Spagna, passando dall’Italia.

Qui c’è il vicequestore Gianluca Romiti che ferma camion stranieri facendo controlli sul rispetto delle ore di guida e riposo. “Le frodi sono tante, si può manomettere il tachigrafo con un magnete o installare un doppio tachigrafo così mentre uno registra un riposo l’altro continua a girare”.

Con un sofisticato software la polizia stradale scova le infrazioni. “Da noi non è tanto la multa, quanto la sospensione e il ritiro della patente fino a tre mesi che funzionano”. L’autista allora va nel panico, rischia di perdere il lavoro, ma essendo straniero, dopo 5 giorni può presentarsi in Questura e riprendere la patente, a patto di lasciare l’Italia (per il tempo della sanzione). Si fanno anche i controlli tecnici con la motorizzazione civile, all’uscita da un casello: “Facciamo quello che possiamo, ma siamo due e dalla A4 di Udine passano 700 camion l’ora, nelle ore di punta”.

E i contratti di lavoro, il dumping sociale degli stranieri ? “Noi verifichiamo che l’autista abbia i documenti idonei per guidare, come l’attestato del conducente non-europeo. Non possiamo verificare se il suo contratto sia in regola con il Paese d’origine”. Questo potrebbe farlo l’Ispettorato del lavoro, se avesse l’organico necessario.

 

Ispettori del lavoro senza risorse

“In Trentino Alto-Adige – dove c’è il valico del Brennero – siamo quattro ispettori per controllare il settore dei trasporti, dell’industria e del turismo”, dice una delle ispettrici, che vuole restare anonima. “Interveniamo solo dopo una denuncia, questo esclude tanti illeciti su cui non riusciamo a indagare. In Italia ci sono tante situazioni irregolari. Se non riusciamo a controllare gli italiani, figuriamoci gli stranieri con una motrice immatricolata in Romania o in Polonia”.

“Le norme sulle leggi sociali sono ambigue – dice Silvia Borelli, docente di Diritto del Lavoro all’Università di Ferrara –. Se l’Inps chiede a un altro Paese un risarcimento per contributi non versati, ma questo Paese presenta un modulo A1, tutto si ferma, vuol dire che il lavoratore è registrato in quel Paese, anche se in realtà svolge il suo lavoro da noi.

Così tutti ci guadagnano: il lavoratore straniero, il Paese d’origine, ma anche l’Italia perché non deve pagare né pensione, né cure mediche, né un asilo nido per i figli. Sono lavoratori invisibili”.

A Venezia, nel 2016, è stato firmato un Protocollo d’intesa tra polizia stradale, motorizzazione e ispettorato del lavoro: “Finalmente potevamo andare nelle strade e fare indagini anche sui contratti degli stranieri – dice Franca Cossu, ispettrice del lavoro per la provincia di Venezia – perché finora la polizia stradale non ci ha mandato alcuna denuncia di illeciti nel lavoro”. Il progetto ha funzionato, con tutti i limiti della collaborazione con i Paesi dell’est. Ma il finanziamento non è stato rinnovato quest’anno. “Dovremmo fare il 5% dei controlli nelle aziende di trasporto, come chiede la Commissione Ue, ma non ci riusciamo e comunque quando si va nella sede di un’impresa l’autista non c’è, il camion spesso neanche perché è in giro, non è lo stesso che fermare un tir in autostrada”.

 

Regole europee: viva la liberalizzazione

La Ue ha da poco modificato le regole sui lavoratori distaccati, ribadendo il principio della “stessa paga in posti diversi”, il lavoratore deve essere remunerato al livello del Paese dove lavora la maggior parte del tempo. Ma il settore trasporti è stato escluso dalla direttiva. E allora la commissaria ai Trasporti Violeta Bulc ha proposto un Mobility Package dove si ribadisce che il tempo di riposo deve essere trascorso lontano dal camion, dopo tre giorni in un Paese valgono le regole e i salari di quel Paese e, per favorire la lobby del trasporto su gomme, le revisioni possono essere fatte anche nel paese in cui si trova il camion. “Tutto in nome della liberalizzazione, ormai il lavoro è una merce”, spiega Edwin Atema che da sette anni dà la caccia ai “pirati della strada” che hanno vinto, per ora. Il voto sul Mobility Package è stato prima bloccato in giugno all’Europarlamento. Torna al voto giovedì, con altre concessioni. Atema e la sua squadra di sindacalisti continua a portare in tribunale compagnie – l’anno scorso una corte in Olanda ha condannato la società olandese Brinkman a 100 mila euro di multa e a correggere i contratti di molti non-europei assunti in Polonia. Una goccia nell’oceano. “Gli autisti sono bombe sulle strade”, dice Atema, che ha guidato camion per 10 anni.

 

Due sindacati a confronto

Per Claudio Collotta, presidente di Anita, il sindacato delle imprese del trasporto su gomma, “il futuro è il trasporto intermodale”, treno più strada. Ma intanto meglio allungare il tempo di guida di un autotrasportatore a tre settimane e la quarta ci si riposa, contro le due più una di oggi. “Impossibile – dice Maurizio Diamante della Cisl, che si batte a Bruxelles per migliorare le norme attuali – l’autista ha bisogno di riposo e deve farlo lontano dal camion”. “Servono aree attrezzate – afferma Collotta – non si può prenotare un albergo, perché non si sa prima dove si fermerà l’autista. E poi, dove lasciare il camion pieno?”. Replica Diamante: “È un lavoro duro, ci vuole sicurezza, riposo e un giusto compenso. La gierra va fatta alle società fantasma nell’Europa dell’est”.

*Investigate Europe, www.investigate-europe.eu

La guerra di Trump ai tecnici

Molti benpensanti si sono indignati in questi anni per i tweet di Donald Trump. Ma dietro quelle intemperanze si intravedono ora segnali più preoccupanti. Negli ultimi mesi è iniziato uno scontro frontale tra la Casa Bianca e la Federal Reserve guidata da Jerome Powell. L’economia americana ha raggiunto da mesi la piena occupazione, l’aumento dei tassi di interesse – oggi al 2,25% – è necessario per evitare che si gonfi una bolla come quella che, forse, sta esplodendo a Wall Street nel settore tecnologico. Ma Trump non può permettersi una frenata dell’economia nella (lunga) vigilia delle Presidenziali 2020 e così è iniziato il più classico degli scontri: da una parte il politico che preferisce un’economia surriscaldata oggi e una crisi devastante quando sarà un altro a governare; dall’altra il banchiere centrale che vuole qualche sacrificio oggi per evitare tragedie domani. All’improvviso si è aperto un secondo fronte alla Banca mondiale: Jim Yong Kim ha annunciato le sue dimissioni anticipate (rispetto alla scadenza del 2022), pare proprio per dissidi con la presidenza degli Stati Uniti che, di fatto, propone il presidente (Kim è americano di origine coreana). Trump ha così la possibilità di condizionare la nomina di una delle istituzioni cardine del multilateralismo: dopo aver mandato l’incendiario John Bolton come ambasciatore all’Onu, ora può indicare un isolazionista alla banca mondiale. Al Fondo monetario internazionale Christine Lagarde ha ancora due anni e mezzo di mandato, ma il suo nome circola sempre per caselle di peso nelle istituzioni europee dopo il voto 2019 (Bce, Consiglio europeo ecc.). Anche quella poltrona potrebbe tornare presto contendibile. Chi crede (o ha bisogno, come l’Italia) in una gestione multilaterale degli affari mondiali vede solo due scenari. Uno negativo in cui Trump nomina dei trumpiani col mandato di sabotare la governance globale dall’interno. E uno peggiore in cui Trump non si occupa abbastanza di queste nomine e la Cina riesce finalmente a conquistare quell’influenza che insegue da anni.

Così i giganti tremano nella guerra cinese su smartphone e chip

E sono due: dopo Apple (la scorsa settimana) anche Samsung annuncia un calo sui ricavi dell’ultimo trimestre 2018, ancor prima di presentare i dati ufficiali. Come per Apple la comunicazione anticipata è una scelta per evitare che sugli investitori piova all’improvviso il dato nudo della crisi, la cui ufficialità è prevista entro fine gennaio e che racconterà di una riduzione dell’utile operativo per il quarto trimestre del 2018 a 10,8 miliardi di won (9,6 miliardi di dollari), rispetto a circa 15,2 miliardi di won (13,5 miliardi di dollari) nello stesso periodo dell’anno precedente nonché di una riduzione delle vendite dell’11 per cento a 59 trilioni di won (52,5 miliardi di dollari). Come già fatto dal Ceo di Apple, Tim Cook, anche Samsung sente il bisogno di fornire una interpretazione: parla del rallentamento dell’economia cinese (mercato emergente su cui puntano tutti i big del tech che hanno ormai saturato quelli occidentali), di un inaspettato calo delle vendite, delle tensioni Usa-Cina. “Crescenti macro incertezze” è la frase. Gli ambiti a rischio sono due, da un lato la telefonia, dall’altro il comparto delle componenti in silicio.

La Cina. Nella classifica dei modelli di smartphone più venduti nell’ultimo quadrimestre (l’ultima lista a essere diffusa è quella della società di analisi Canalys che riporta i dati fino al terzo trimestre del 2018) non c’è traccia né di Samsung né di Apple. Spiccano marchi cinesi: Oppo, Vivo, Xiaomi. La fascia di prezzo più alta – oltretutto ai primi posti di vendita – è di circa 450 dollari, che esclude quindi dalla competizione i modelli ultra costosi di Apple e Samsung che, oltretutto, non sembrano essere più in grado di intercettare i bisogni degli utenti né di innovare abbastanza da giustificare un nuovo acquisto. Inoltre, nella classifica delle quote di mercato degli smartphone in Cina, raffrontando i numeri con i risultati del 2017, nel terzo trimestre vince su tutti Huawei che occupa il 25 per cento del volume (su un totale di 101 milioni di device distribuiti) seguito da Vivo (23%), Oppo (21%), Xiaomi (13%) e solo dopo da Apple. Samsung, quando si parla di smartphone, non rientra neanche nei primi posti in classifica e viene relegata alla generica voce “altri” con una quota che a inizio 2018 era attorno all’1,3 per cento ma che ora si attende essere inferiore all’1 per cento. A guardare i ricavi, la situazione si inverte: Apple è al primo posto con il 23 per cento di un mercato che vale 30 miliardi di dollari, seguita da Huawei con il 22%, Oppo con il 20% e Vivo al 17%. Sono numeri molto chiari: se la crisi di Apple deriva davvero dal calo delle vendite dei dispositivi (il cui prezzo elevato finora è riuscito comunque a mantenere il marchio in classifica e che sarà più evidente nel 2019, come riferito dalla stessa società) quella di Samsung – che resta però il maggior produttore di smartphone nel mondo – va cercata altrove.

I chip. Per la precisione, va cercata nelle componenti in silicio, voce che nel terzo trimestre ha trainato il bilancio dell’azienda su cui già da un anno gravava la minaccia del calo delle vendite degli smartphone. Samsung ha confermato di aver registrato una domanda inferiore alle aspettative dei chip di memoria che, anche nel precedente trimestre, si erano rivelati determinanti sugli utili della società. Insieme ai processori, infatti, rappresentano oltre i tre quarti dei guadagni e circa il 38 per cento delle vendite, alimentando gli smartphone di tutti i marchi compresi quelli del principale player cinese Huawei. Secondo le stime, il profitto operativo complessivo del settore dei chip di Samsung dovrebbe essere diminuito del 3,7 per cento rispetto a un anno fa mentre le spedizioni di chip di memoria sono diminuite del 10 per cento in media nel quarto trimestre (dati degli analisti di Eugene Investment & Securities). “Prevediamo che gli utili resteranno inferiori alle aspettative anche nel primo trimestre del 2019 a causa delle difficili condizioni per il business dei chip di memoria”, ha comunicato in una nota Samsung. Di sicuro i prezzi di queste componenti hanno avuto un calo che è oscillato tra il 3 e il 5 per cento. Per alcune tipologie si è toccato anche il 10 per cento. E secondo gli analisti il prezzo potrebbe continuare a scendere.

Competitor.Tirando le fila, insomma, la situazione è questa: a fronte di un calo atteso nella vendita degli smartphone (che però potrebbe essere più pesante di quanto preventivato), Samsung rischia il collasso per un inaspettato calo della vendita delle componenti interne che, finora, aveva invece tenuto. A fronte, c’è la crescita esponenziale delle aziende cinesi. Prima su tutte Huawei, reduce poco più di un mese fa dall’arresto voluto dagli Usa del Cfo per presunte violazioni di sanzioni legate all’Iran: la società che produce sia dispositivi per la telefonia che componenti, ha accelerato nell’ultimo anno la produzione e anche le vendite. Mentre Samsung perdeva una quota globale del 13 per cento, Huawei aumentava la propria del 33 per cento. Non più tardi di ottobre scorso, l’azienda dichiarava una guerra mondiale a tutto il settore tecnologico con lo sviluppo di due chip di intelligenza artificiale per data center e dispositivi intelligenti (Intel, Samsung, Qualcomm e Nvidia sono i principali produttori) mentre punta a potenziare il settore dei servizi e ad avere un ruolo di prima linea nel 5g.

Mail Box

 

L’autonomia è giusta, ma solo se non diventa sete di soldi

Sta infuriando la polemica sulla richiesta di autonomia differenziata da parte della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna. Il governatore lombardo Attilio Fontana ha addirittura minacciato la caduta del governo se nelle prossime settimane non verrà approvata la richiesta delle regioni del Nord. Ma i leghisti non si rendono conto che con la loro richiesta di autonomia differenziata, accompagnata dalla esplicita volontà di mettere le mani sul residuo fiscale (cioè sulla differenza tra le entrate fiscali che sono riscosse dallo Stato in una Regione e le spese che lo Stato destina a quella Regione) si sono messi dalla parte del torto.

La loro richiesta di maggiore autonomia era partita da una giusta critica degli sperperi che spesso nelle regioni del Mezzogiorno si fanno col denaro pubblico, ma invece di concentrare le loro critiche sul modo in cui vengono spesi i fondi pubblici nel Sud loro sono passati alla richiesta di gestire una maggiore parte dei fondi dello Stato, richiesta poco rispettosa delle differenze economiche e sociali esistenti tra le varie aree della nazione. Sarebbero stati inattaccabili nelle loro critiche se avessero chiesto un utilizzo più diffuso di criteri meritocratici nella gestione delle risorse, cioè la premiazione degli enti, delle aziende e dei cittadini che dimostrino di ben gestire le risorse ottenute dallo Stato e la penalizzazione degli enti, delle aziende e dei cittadini che non gestiscono bene tali risorse. In tal modo essi avrebbero costretto i meridionali a riflettere sulle loro negligenze e a sforzarsi maggiormente di superare il gap con il Nord ma non avrebbero messo in discussione l’unità nazionale.

Franco Pelella

 

Alcuni giornali mettono in moto la “macchina del fango”

Il piano di Renzi premier era architettato per lasciare campo libero al presidente del Consiglio (cioè lui) di autorizzare le trivellazioni che voleva per la felicità delle compagnie petrolifere. Ancora oggi subiamo lo strascico delle autorizzazioni a pioggia per trivellare il Meridione, ma improvvisamente la colpa è dei grillini secondo certa stampa che ne parla come doppiogiochisti.

I quotidiani accusano il Movimento 5 Stelle delle storture che stanno venendo a galla non perché le hanno scoperte i pentestellati ma perché i “giornaloni” addossandole ai grillini le hanno messe in evidenza. Troppe cose verranno a galla ecco la corsa a far cascare il governo per il timore che il popolo scopra come i vecchi partiti (Pd, FI, centristi e gruppuscoli vari) si sono svenduti il paese.

Il governo giallo verde ha sconvolto i loro piani ed ecco le menzogne e la violenza nei loro confronti. Nei prossimi mesi sarà sempre peggio.

Francesco Degni

 

I gialloverdi sono inaffidabili: per fortuna non li ho votati

Il fatto che siano indicati 4 miliardi di tagli alla scuola pubblica in tre anni (ma non i bonus alla scuola privata) la dice lunga sulla serietà delle promesse elettorali delle forze al governo. Per usare il politicamente corretto, sono inaffidabili. A essere sinceri, sono ipocriti. Tav, il via libera dopo le Europee. Si sono dimenticati del referendum sull’euro e della Nato che andrebbe ridiscussa. Tutto questo mostra la loro mancanza di sincerità. Ho fatto bene a non dare il mio voto a nessuno il 4 marzo scorso. A maggio vedrò che fare.

Michele Schiavino

 

Sull’aggressione neofascista chi minimizza è complice

L’aggressione fascista subita da due giornalisti a Roma è un fatto gravissimo, ma non tutti sembra che se ne rendano conto, anzi in molti tendono a minimizzare. Prendere sottogamba certi rigurgiti può essere pericoloso, soprattutto quando al governo siedono politici che troppe volte hanno strizzato l’occhio a determinate organizzazioni politiche. Ho notato che i maggiori “minimizzatori” sono quelli più contigui a una certa “destra”. Chi conosce la Storia sa il rischio che si corre, anche Mussolini e le sue “camicie nere” vennero sottovalutate sia dal re che dagli altri partiti. Ci si accorse solo in seguito dell’errore commesso ad affidargli il governo e a non fermarli finché si era ancora in tempo.

Cerchiamo di non ricadere negli stessi, tragici, errori.

Mauro Chiostri

 

Di Maio è stato sconfortante col suo disprezzo per i sindaci

Sul decreto Sicurezza, più che la risposta minacciosa di Salvini mi ha sconfortato l’intervento arrogante di Di Maio, che ha liquidato le proteste dei sindaci come “un fatto elettorale” e ha qualificato gli interventi dei primi cittadini col massimo disprezzo racchiuso nell’espressione “quella robba llà”. Che tristezza, il rappresentante dei Cinquestelle ha mostrato il suo vero volto. Speriamo in Conte…

Pierluigi Sabatti

 

I NOSTRI ERRORI

Ieri nel dossier sulle prossime elezioni europee, abbiamo attribuito 51 seggi attuali al gruppo Gue invece che 52, come pure indicato invece nella tabella. Idem per Enl, che ha 34 seggi e non 35. Ce ne scusiamo.

FQ

Parlamentari. La proposta di ridurli va avanti, ma i tempi sono lunghi

 

Non sento più parlare della riduzione del numero dei parlamentari più volte annunciata da Di Maio (da 945 a 600), comunque sempre troppi a mio avviso. Si parla solo di riduzione degli stipendi, cosa certamente utile ma non essenziale. Secondo me il numero totale non dovrebbe superare le 400 unità tra Senato e Camera dei deputati.

Gabriele Napoletano

 

Caro Gabriele, il progetto dei gialloverdi di ridurre il numero dei parlamentari va avanti: lo scorso 19 dicembre la commissione Affari costituzionali del Senato ha licenziato il testo base della riforma che prevede il taglio di oltre un terzo (36,5%) degli eletti a Montecitorio e Palazzo Madama. L’approdo in aula però non è ancora stato fissato. Come lei scrive, i deputati dovrebbero scendere da 630 a 400 unità, i senatori da 315 a 200, in totale si passerebbe da 945 a 600 parlamentari. Si tratta ovviamente di una riforma costituzionale (con modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Carta): dovrà essere approvata due volte in entrambe le Camere, tra la prima e la seconda lettura non potranno passare meno di tre mesi. Insomma: i tempi sono necessariamente lunghi. Inoltre, a meno che non si trovi una maggioranza qualificata – i due terzi di deputati e senatori – l’ultima parola spetterà a un referendum (basta che lo chiedano un quinto dei parlamentari, 500 mila elettori o cinque consigli regionali).

Cinque Stelle e Lega non sono certo i primi a tentare di far dimagrire Camera e Senato, ma rispetto al passato – si pensi al disastroso epilogo della riforma costituzionale Boschi – i gialloverdi sembrano voler procedere con un approccio diverso: il taglio dei parlamentari sarà separato dagli altri interventi sulla Carta. Se ci sarà un referendum, insomma, sarà su un solo argomento: niente maxi riforme, quesiti multipli ed “effetto Renzi” (legare il destino del governo a quello del voto). Nel merito della legge, la maggioranza ritiene che abbia solo effetti virtuosi: Camere più snelle, gruppi più compatti, una selezione più semplice e accurata dei candidati (e quindi degli eletti), meno compravendite e parlamentari voltagabbana. Il relatore del testo, il leghista Roberto Calderoli, ha stimato un risparmio di 100 mila euro l’anno. Le statistiche dell’Inter-Parliamentary Union (Ipu) confermano che il Parlamento italiano è uno dei più pesanti e costosi del mondo, anche se non è né il più numeroso (Regno Unito) né il più caro (Stati Uniti). Ma resta da verificare la relazione tra la qualità di una democrazia e il numero degli eletti. Più che diminuire i parlamentari – ma questa è solo la mia opinione – ci sarebbe bisogno di partiti migliori.

Tommaso Rodano

L’indipendenza dell’Inps e i professori

Signora mia, che scandalo, che sfacelo! Ieri leggendo il Corriere della Sera – esperienza da cui s’impara sempre qualcosa, a volte due – abbiamo appreso che un prossimo decreto “restituisce l’Inps alla politica”. Oggesù! Possibile? Possibile visto che lo scrivono in prima Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, professori dei due mondi, onusti d’onori e gloria da Bergamo a Chicago, lamentandosi che il governo vuol tornare ad avere un cda all’ente previdenziale – come chiedeva 7 anni fa persino Elsa Fornero – invece del presidente monocratico che c’è ora. I due sono inconsolabili: “Verrà cancellata una conquista, l’indipendenza dell’Inps dalla politica, ottenuta 15 anni fa anche grazie all’allora ministro del Lavoro Maroni”. Come no, la famosa indipendenza dell’Inps che “può essere più importante di quella delle banche centrali”. E infatti, con Maroni, all’Inps regnava solissimo sant’Antonio Mastrapasqua, poi purtroppo caduto per le invidie del mondo e dei magistrati, sostituito dai beati Vittorio Conti e Tiziano Treu per passare oggi a Tito Boeri, l’agnello di dio. E chi li nominava i presidenti monocratici? Il governo, certo, e pure col voto del Parlamento, ma non prima che lo Spirito Santo avesse soffiato sul prescelto garantendone “l’indipendenza dalla politica”: su Mastrapasqua, per dire, garantì Gianni Letta che al Vaticano è di casa. Ora, com’è noto, l’Inps non è “indipendente” né un organo costituzionale, solo che il governo nominerà un presidente e un cda sgraditi ai professori. Che dire? Be’, pazienza.

Buu-uu al giocatore nero. Macché razzismo: è questione di feeling

Fare l’esegeta del signor Salvini, ministro dell’Interno, è una faccenda complicata. Non sai mai quando cazzeggia e quando fa sul serio, con quale cappello sta parlando, capopopolo, responsabile della security, addicted allo spuntino di mezzanotte. In divisa sembra il poliziotto dei Village People, e questo in attesa che si incazzino un po’ i poliziotti veri, che la divisa la mettono tutti i giorni.

Eppure il Salvini va decrittato, ed ecco una frase su cui esercitarsi per bene, pronunciata dal signor ministro alla riunione sulla violenza negli stadi: “Sul razzismo è troppo difficile trovare criteri oggettivi”. Cioè, cerchiamo di tradurre. Se mezzo stadio grida buu-uu ogni volta che un nero tocca palla, come fai a dire “oggettivamente” che si tratta di razzismo? Potrebbe essere che prima della partita quello ha rigato la macchina a ventimila persone. Potrebbe essere una cosa personale. Affari di cuore. Questioni di soldi. Insomma, se tu vai allo stadio e ti siedi lì per gridare buu-uu a un nero non è detto che tu lo faccia perché è nero, non ci sono “criteri oggettivi”, Salvini dixit.

Nel malaugurato caso di razzismo sovranista nazionale – caso di scuola, i cori contro Napoli e i napoletani – si tratta secondo Salvini di “campanilismo”. Detto a dieci giorni da una battaglia col morto fuori dallo stadio tra nazisti italiani e francesi e tifosi napoletani, è piuttosto sorprendente. Non vorrei scoprire un domani che il campanilismo può spingersi fino alla strage, al bombardamento, alla guerra batteriologica, ma c’è tempo, aspettiamo con fiducia. A oggi, quel che sappiamo per certo è che Salvini, l’uomo della linea dura, sul razzismo “non oggettivo” da stadio è per la linea morbida, troncare, sopire, dopotutto sono ragazzate, campanilismo, che male c’è, eccetera eccetera.

Intanto, fuori dal magico mondo di Salvini, nel disgraziato Paese reale, c’è gente che organizza spedizioni con spranghe e bombe carta. Mica tanto ragazzini, poi, perché nelle retate (e negli ospedali) spuntano signori quaranta-cinquantenni, imprenditori, padri di famiglia, buona e brava gente della nazione, e non adolescenti disadattati.

“Cara, hai visto la mia roncola?, sai, volevo andare allo stadio”.

Inutile dire che poi molti di questi gentiluomini così sportivi risultano iscritti a circoletti non proprio hegeliani, che amano le svastiche, che cantano coretti contro gli ebrei, che si fregiano di nomignoli spensierati come Blood & Honour e cosucce consimili, che dovrebbero interessare parecchio un ministro dell’Interno, ma che sono alla fin fine ideologicamente contigui a Salvini e al salvinismo.

È sbagliato dire che alla riunione sul razzismo negli stadi non c’erano i capi delle tifoserie più estreme, quelli che “per campanilismo” urlano “Forza Vesuvio”. Era presente, infatti, l’ultrà ad honorem di tutti gli ultrà, Matteo Salvini, già noto per un video in cui canta cori vergognosi contro i napoletani (puzza, colera, disoccupati, il luogocomunismo del nordista ignorante). Lo stesso Salvini, tra l’altro, sorpreso in affettuosi abbracci con un capo ultrà pluricondannato (tal Luca Lucci, condanna definitiva per lesioni, patteggiamento per spaccio).

Difficile pensare che gli ultrà delle curve avranno grossi problemi con un ministro così amico, e anche una minima indagine semantica su slogan da stadio e slogan politici del salvinismo, ormai vaporizzato nella società, rivelerebbe grandi somiglianze: per quelli che fanno buu-uu ai giocatori neri avere Salvini al Viminale non è niente male. La famosa riunione sugli stadi italiani con arbitri, associazioni, leghe varie, istituzioni, forze dell’ordine, è stata presieduta da uno che due settimane prima rideva e scherzava insieme a un delinquente della curva a una festa di tifosi, nient’altro da aggiungere, vostro onore.

Il senso del ridicolo e il divieto di essere cattivi

Per noi, che siamo nati a Mantova e a cui talvolta capita ancora di viaggiare lungo l’argine del Po tra paesi della Bassa dove sono seminati amici e parenti, la notizia non è mica di poco conto. C’è un autovelox in più di cui tener conto, nel tragitto verso Guastalla. E non è un misuratore di velocità, bensì un inedito misuratore di cattiveria, installato con apposita ordinanza dal sindaco di Luzzara, cuginetta della mantovana Suzzara, primo avamposto della provincia reggiana. Oggetto dell’innovativo provvedimento è, attenzione, la “istituzione del divieto a manifestare rabbia, cattiveria, rancore e di ogni atto fisico o verbale teso a recare offesa a singoli o gruppi di persone”. Il sistema sanzionatorio è tutto improntato alla riabilitazione: le multe saranno sotto forma di visite ai musei, letture di libri (Se questo è un uomo di Primo Levi, Il razzismo spiegato a mia figlia di Tahar ben Jelloun), ma anche del dizionario della lingua italiana e della Costituzione, visita a luoghi come il campo di Fossoli o il Museo Cervi di Gattatico, e la visione di alcuni film come La vita è bella, Inside out, Il caso Spotlight.

La notizia è stata subito accolta con gridolini di giubilo da svariati commentatori, stanchi dell’età dell’odio, dei social hater e di tutto il cucuzzaro che si porta appresso un pubblico dibattito incapace di concentrarsi su qualcosa di serio e tanto, ma proprio tanto, desideroso di buone nuove rieducative. Poi si è scoperto che il sindaco del Pd, Andrea Costa (si chiama come il primo deputato socialista del Parlamento italiano, che si starà rivoltando nella tomba) pochi giorni prima di emettere l’ordinanza, aveva dato del coglione al ministro Salvini su Twitter. E quindi i gridolini di giubilo si sono smorzati. Lui si è difeso, però, dicendo che l’ordinanza l’ha pensata proprio perché si stava ammalando di rancore. “È una provocazione”, ha spiegato a Repubblica. Ma, caro sindaco, non abbiamo mai pensato che fosse una cosa seria (non ci succede nemmeno leggendo i rapporti del Censis sull’Italia incattivita preda del “sovranismo psichico”, qualunque cosa sia). Anche perché se fosse seria, sarebbe una cosa da Stato etico. Al massimo abbiamo pensato che volesse espellere dal suo incolpevole paese anche il senso del ridicolo. Il punto però non è l’ovvia inapplicabilità del provvedimento (non si potrebbe più sgridare nemmeno un ragazzino capriccioso), il punto è che la sinistra agonizzante è ridotta, mentre gli elettori scappano, a rincorrere queste trovate da messaggio nei cioccolatini spacciandole per programma politico. Certo è colpa anche di un sistema dell’informazione che certe cazzate non le riesce a chiamare con il loro nome, ma le traveste da moniti contro il degrado del tempo presente. “Compagni giornalisti”, diceva Gaber, “non sapete approfittare delle libertà che avete. Avete ancora la libertà di pensare ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere”. L’argine alla “dilagante imbecillità” (sempre Gaber) non è quello del Po, evidentemente . Restando da quelle parti, il sindaco Costa non ce ne vorrà, diamo il nostro virtuale voto al caro vecchio Peppone. Uno che di rabbia, rancore ed esplosioni d’ira ne sapeva qualcosa. E che, misurando i preti a sberle, sarebbe certamente stato espulso da Luzzara. Sulla quale non riusciamo nemmeno a immaginare quali perfidissime (e dunque illegali) righe avrebbe potuto scrivere Guareschi.

La riforma urgente è quella elettorale

A Palazzo Chigi si aggira un virus che colpisce molti dei suoi inquilini e non fanno eccezione Conte, Di Maio e Salvini. È il virus che spinge a cambiare la Costituzione, quasi una prova per entrare nella storia. Eppure il 4 dicembre 2016 è abbastanza vicino per ricordare a tutti che con la Costituzione è bene andarci cauti, come avrebbe dovuto fare Renzi, il cui tentativo di deformazione infatti è stato sconfitto.

Semmai la questione istituzionale urgente è la legge elettorale, che andrebbe cambiata all’inizio di una legislatura, cioè ora. Invece di questa riforma fondamentale non c’è notizia. Evidentemente anche il virus di nominare dall’alto i parlamentari è difficile da sradicare e ha contagiato l’attuale maggioranza gialloverde. Eppure è evidente che un Parlamento di nominati dall’alto, come sono nella stragrande maggioranza anche gli attuali parlamentari, è un limite serio a un corretto funzionamento della democrazia, perché i rappresentanti non rispondono, come dovrebbero, ai cittadini ma a chi li ha fatti eleggere. Occorre una nuova legge elettorale che ridia ai cittadini la libertà di scegliere i parlamentari, con una rappresentanza sostanzialmente proporzionale. Questo sarebbe un vero cambiamento. Altrimenti non avremmo avuto sulla legge di Bilancio un Parlamento costretto a votare a scatola chiusa un provvedimento composto da più di mille commi, senza possibilità di leggerlo, esaminarlo, correggerlo. Non è normale che il capo del governo dica che sul raddoppio dell’Ires al non profit c’è stato un errore che verrà modificato, quando il provvedimento non era ancora definitivo. Altri errori non meno gravi sono in quel provvedimento ma non c’è stato modo di discuterne. È una pesante forzatura della Costituzione e riduce il Parlamento a scendiletto del governo, mentre dovrebbe essere centrale nella nostra democrazia. Per di più a questo si è arrivati perché il governo ha perso tempo con sbruffonate inutili verso la Commissione europea, salvo fare una rapida giravolta, in ritardo, cambiando sostanzialmente il merito della legge di Bilancio per farla rientrare nei limiti finanziari concordati con Bruxelles, annullando con la fiducia il testo precedentemente approvato sempre con la fiducia. Il governo con i suoi errori ha di fatto azzerato il ruolo del Parlamento. Purtroppo gli impegni presi da Fico all’insediamento finora non si sono realizzati e il Parlamento sta subendo le stesse forzature (decreti legge, voti di fiducia, uso dei regolamenti) che erano state criticate ai precedenti governi, con in più la novità di leggi approvate a scatola chiusa.

La Lega preme per l’attuazione dell’articolo 116 con un regionalismo differenziato che avrebbe il risultato di rompere l’unitarietà dei diritti esigibili che lo Stato, attuando la Costituzione, dovrebbe garantire in tutto il Paese: sanità, istruzione, ecc. I cittadini italiani avrebbero sostanzialmente diritti differenziati su base regionale e in particolare il Sud ne verrebbe fortemente penalizzato. Dopo queste forzature ora si discute di modifica della Costituzione con un insieme di proposte che solo per ragioni tattiche sono disgiunte. Sui referendum l’unica novità è quello propositivo, perché non si propone di cambiare il quorum per quello abrogativo, che dovrebbe scendere sotto il 50%. Con il referendum propositivo in sostanza una minoranza di 500.000 firmatari obbligherebbe le Camere ad approvare la proposta, altrimenti potrebbe essere sottoposta comunque a referendum in contrapposizione a un testo parlamentare, in questo modo il voto popolare verrebbe contrapposto al parlamento. Democrazia diretta e rappresentativa verrebbero messe in contrapposizione. Non essendo previsto un quorum congruo di elettori partecipanti al voto potrebbe esserci una minoranza di cittadini in grado di imporre la sua volontà alla maggioranza. Non sarebbe un arricchimento della democrazia rappresentativa ma un altro colpo al ruolo del Parlamento.

Ci sono poi proposte per introdurre il vincolo di mandato, che oggi la Costituzione esclude e che rappresenta una garanzia di libertà per i parlamentari. Inoltre c’è la riduzione del numero dei parlamentari, motivata solo da ragioni di minore spesa. La discussione sul ruolo del Parlamento, sulla sua composizione e sulle innovazioni istituzionali collegate va fatta con la cautela che merita e non per ragioni elettorali. Infine come non ricordare i profili di incostituzionalità di provvedimenti come il decreto Salvini e di atteggiamenti che negano diritti delle persone vietando l’approdo in Italia a chi corre evidenti pericoli di vita. Il M5S sembra sottovalutare che sullo sfondo di questo coacervo di modifiche c’è il rischio concreto di una deriva presidenzialista, storico obiettivo della destra e che a Salvini certo non dispiacerebbe. Le energie che hanno contrastato le deformazioni renziane potrebbero tornare coerentemente in campo per bloccare nuovi tentativi.