Matteo Salvini è contrario a sospendere le partite in caso di cori razzisti. La questione pare chiusa, visto che il regolamento rimette la decisione al responsabile dell’ordine pubblico designato dal Ministero. Ma la direttiva del Viminale rischia di avere strascichi nel mondo del pallone: la Federcalcio si era presentata al tavolo “stadi sicuri” chiedendo di inasprire il protocollo (succederà il contrario). E il Napoli, che aveva sollevato il caso non solo per i buuu contro Koulibaly ma anche per i cori di discriminazione territoriale cantati negli stadi di mezza Italia (“Siamo pronti a fermarci”, aveva detto mister Ancelotti), non è intenzionato a rinunciare alla battaglia. Per ora nessuna reazione ufficiale dalla società, anche il presidente De Laurentiis però sta seguendo la questione da Los Angeles. “Per noi non finisce qui, andiamo avanti”, filtra dagli ambienti azzurri: resta l’intenzione di fermarsi in caso di nuovi episodi eclatanti di razzismo, come quelli di Inter-Napoli. A proposito dei fatti del 26 dicembre, l’Inter ha deciso di non fare ricorso contro i due turni di squalifica per gli ululati a Koulibaly: il club ha però chiesto di poter far entrare allo stadio i bambini delle scuole calcio.
La voce di Catello Maresca “cattura” Zagaria
La mattina del 7 dicembre 2011 via Mascagni a Casapesenna (Caserta) era tutto un brulicare di signore affacciate ai balconi che commentavano l’assedio al quartiere di centinaia di poliziotti e carabinieri. Le loro telefonate vengono intercettate. Si sente una donna esclamare: “Stamattina è il giorno del giudizio”. La mattina del 7 dicembre 2011 è il giorno della cattura del superboss del clan dei Casalesi, Michele Zagaria. Ed il racconto di come avvenne una delle più importanti operazioni antimafia della storia recente del Paese è diventata una docufiction in due puntate in onda stasera e domani alle 21.25 sul canale Nove. Il giorno del giudizio, di Giovanni Filippetto, prodotto da Nonpanic per Discovery Italia, è la storia fedele e minuziosa di come Zagaria fu preso e stanato nel bunker dove stava trascorrendo l’ultima parte dei suoi 17 anni di latitanza.
Offerta al telespettatore dall’io narrante di Catello Maresca, il pm della Direzione distrettuale antimafia di Napoli che coordinò le indagini sulla cattura. “Quando mi è stato proposto di raccontare la storia di come prendemmo Zagaria – dice Maresca a Il Fatto Quotidiano – ho subito pensato che fosse l’occasione per raccontare i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri, le donne e gli uomini coraggiosi che combattono tutti i giorni per la giustizia e la sicurezza dei cittadini, quasi sempre trascurati dalla cronaca, mentre troppo spesso il messaggio che arriva dai mass media viene mal interpretato da molti ragazzi che tendono a fare dei mafiosi modelli da imitare”.
Il documentario è infatti infarcito delle testimonianze di esponenti delle forze dell’ordine che lavorarono a braccetto coi magistrati. E non mancano i racconti di pm come Cesare Sirignano, Marco Del Gaudio e Franco Roberti, ex capo della direzioni nazionale antimafia, che descrivono l’intera rete del clan dei Casalesi.
Nella prima puntata si portano sullo schermo i luoghi chiave e le fasi cruciali dell’investigazione – in un contesto fatto di omertà, riciclaggio di denaro, racket e omicidi – con le intercettazioni ambientali e telefoniche originali e le immagini dei pedinamenti. E poi i depistaggi dietro la cattura del boss, che è riuscito a rimanere latitante per 17 lunghi anni.
“La storia della cattura è una storia di passione civile, – dice Maresca al Fatto – di sacrificio e di attaccamento alla causa. È la storia della vittoria dello Stato sull’antistato, della giustizia sull’illegalità, della civiltà sulla brutalità mafiosa”. L’epilogo arriva il 7 dicembre 2011: “Per sempre – conclude il magistrato – ricorderò le prime parole pronunciate dal mio avversario, appena sconfitto: lo Stato ha vinto perché lo Stato vince sempre”.
Scontri Inter-Napoli. La polizia sapeva ma s’è persa gli ultrà
Quindici giorni dopo gli scontri di Milano tra ultrà dell’Inter e del Napoli, emerge un dato: la guerriglia di Santo Stefano era prevedibile e prevista dalla Questura, eppure il servizio di sicurezza approntato per la serata non pare essere stato all’altezza, visto il conto di quattro accoltellati e un morto. Per capire bisognare tornare al giorno di Natale, quando il questore Marcello Cardona firma una decina di pagine di ordine di servizio interno. Si tratta delle indicazioni tecniche che i vari dirigenti della polizia dovranno seguire, oltre al numero di agenti posizionati nei luoghi sensibili attorno allo stadio Meazza. Operazioni di prassi, durante le partite casalinghe di Inter e Milan. Disposizioni, è scritto nel documento, che nel caso del match di Santo Stefano diventano straordinarie.
La partita è ritenuta a rischio e quindi si dispone “il rafforzamento delle misure”. Poco dopo si legge: “I rapporti tra le due tifoserie sono pessimi e il livello di rischio è alto”. Si dà atto che più volte, nelle partite casalinghe del Napoli, i gruppi di ultrà “hanno tentato di entrare in contatto”. Di più: “Nel corso della gara disputata a Napoli il 14 febbraio 2015 numerosi tifosi” di entrambe le squadre “sono stati denunciati per possesso di coltelli e di strumenti atti a offendere”. Il 9 gennaio 2016, poi, prima di Napoli-Inter “gli ultrà napoletani sono venuti a contatto con la forza pubblica incaricata della scorta dei tifosi interisti all’interno dello stadio”. L’allerta è massima. Veniamo al 26 dicembre. Sono le 18.30. Nel parchetto di via Fratelli Zoia si stanno radunando 120 ultrà di Inter, Nizza e Varese. Molti hanno un Daspo in corso. Sono arrivati accompagnati da 20 auto partite dal Cartoons Pub di via Filiberto. Chi arriva trova già pronte le armi. Si userà di tutto, anche martelli, anche roncole. L’obiettivo del manipolo è bloccare il corteo dei mini van napoletani che rimonta dalla tangenziale e imbocca via Novara direzione stadio. Due staffette degli ultrà nerazzurri avvertono dell’arrivo con il cellulare. Alle 19.20 iniziano gli scontri. Dede Belardinelli parte tra i primi, e sarà subito investito da due auto. Torniamo all’ordine di servizio, dove tutto pare già previsto. Al paragrafo “tifoseria ospite” si legge: “È previsto l’arrivo di 1.200 tifosi di cui 150 di categoria Rischio”. Sono gli ultrà della curva A. C’è anche qualcuno del gruppo Teste matte, la frangia più estrema e violenta. Di prassi viaggiano armati. Così sarà anche in questo caso. I 150, si legge nel documento della Questura, “raggiungeranno Milano a bordo di mezzi propri, non si esclude che, come avvenuto in precedenti incontri, gli stessi possano compattarsi nelle immediate vicinanze di Milano per poi raggiungere lo stadio”. Cosa che avviene. Sono 20 i van degli ultrà più violenti, con loro una decina di auto, di queste cinque aprono il corteo. Su di loro si punta l’attenzione per capire chi ha investito Dede. Su questo fronte da ieri sono 23 gli indagati per omicidio volontario. Tutti saranno avvertiti per partecipare con i periti di parte all’autopsia che sarà eseguita questa settimana.
Proseguiamo con l’ordine di servizio. Stando ai fatti finora ricostruiti, una volante aggancia i van poco prima di via Zoia. Qui supera il semaforo e va oltre, gli scontri scoppiano poco dopo. Eppure per disposizione del Questore si legge: “I dirigenti i Compartimenti Polizia stradale Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, vorranno predisporre servizi di vigilanza lungo i tratti autostradali al fine di monitorare la presenza di consistenti gruppi di tifosi ospiti diretti verso Milano e segnalare alla Centrale operativa”. Quei van paiono però dei fantasmi. Nessuno li vede se non a metà di via Novara. Chi dirige l’ordine pubblico davanti allo stadio viene avvertito degli scontri in tempo reale. Si deciderà di mandare solo la volante Meazza che si ferma a 200 metri dalla guerriglia e torna indietro. Il reparto mobile arriverà sul posto 20 minuti dopo la fine dell’assalto. E questo nonostante la presenza di dieci agenti in via Patroclo, non distante da via Zoia. Alcuni van, poi, arriveranno indisturbati nel parcheggio ospite presidiato da 40 agenti del reparto mobile.
Cronisti dell’Espresso aggrediti al Verano: denunciato Castellino
“Ti sparo in testa” si sente dire da un estremista di destra al cronista dell’Espresso Federico Marconi, poi si vede un gruppetto di nostalgici allontanarsi parlottando. Con un video su Facebook, Avanguardia nazionale vuole dimostrare che al cimitero del Verano non c’è stata nessuna aggressione al giornalista e al fotografo Paolo Marchetti. Intanto Giuliano Castellino di Forza nuova e Vincenzo Nardulli di Avanguardia nazionale sono stati denunciati per minaccia, lesioni personali e violenza privata. Al coordinatore romano di Fn la Questura contesta anche la violazione della sorveglianza speciale. Castellino e Nardulli si sarebbero scagliati contro Marconi chiedendogli di cancellare le foto dicendo che erano stati ripresi anche dei minori, poi gli agenti li avrebbero separati. Fino a quel momento, fa sapere la Questura sembrano non esserci stati scontri né il giornalista avrebbe dichiarato di aver subìto minacce o lesioni. Poi in serata Marconi, insieme al collega, avrebbe denunciato alla Digos l’aggressione dopo una visita in ospedale dove sono state messe a referto contusioni guaribili in tre giorni e in seguito alla denuncia le indagini hanno ricostruito le presunte responsabilità di Castellino e Nardulli.
Dal 2015 il ritorno dei controlli
Nel 2015 il governo francese, dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo (7 gennaio, 12 morti), ha chiuso le frontiere con l’Italia. Anche Svizzera e Austria hanno intensificato i controlli anti-immigrazione ai confini. Fino ad allora si calcola che tra 70 e 100 mila persone l’anno, in parte sbarcate nelle regioni meridionali italiane (nel 2016 il record: 181.436), abbandonavano il nostro Paese per andare a Nord.
Una delle frontiere più calde con la Francia è quella di Claviere (Torino) dove nei mesi scorsi sono stati documentati sconfinamenti della polizia francese che riportava in Italia migranti che avevano passato illegalmente i confini. Anche a Ventimiglia ci sono stati mesi di grande tensione.
A Briançon, in territorio francese, i migranti sono accolti al Refuge solidaire, aperto dal luglio 2017. I volontari raccontano di aver accolto, in 18 mesi, 7.400 persone, per lo più provenienti dall’Africa francofona, arrivati dall’Italia.
Oltre il confine chiuso da Parigi. “Sono arrivati in 7.400 in 18 mesi”
“In genere prendono l’ultimo autobus, che arriva a Claviere verso le 20.15 e si avviano da dietro la chiesa per salire in montagna. Cerchiamo di dissuaderli, diamo loro un volantino in cui si spiegano i pericoli che si corrono sulla neve. Prima di tutto non vogliamo morti!” . Michele Belmondo, del Comitato di Susa della Croce Rossa Italiana, coordina da ottobre un’unità di strada a Claviere (Torino), Alta Val di Susa, ultima cittadina prima del confine francese. Nella primavera del 2018 le montagne hanno restituito i corpi di tre migranti morti durante l’inverno mentre tentavano di attraversare il colle della Scala a Bardonecchia per andare in Francia. Ora il flusso di migranti si è concentrato qui, direzione Briançon. La Croce Rossa ha intercettato in questi tre mesi 650 persone. “Alcune – dice Belmondo – riusciamo a convincerle a tornare in accoglienza, ma sono le più vulnerabili, donne sole o con bambini, gli altri sono molto determinati”.
La frontiera francese dopo gli attentati a Charlie Hebdo nel 2015 è chiusa, non vale più Schengen. Oggi da Ventimiglia a Bardonecchia la militarizzazione è forte. La Paf (Police aux frontières) si nasconde nei sentieri, perlustra la montagna con i gatti delle nevi e le motoslitte e controlla tutti i mezzi pubblici in arrivo dall’Italia. Fino a pochissimo tempo fa riportava i migranti a Claviere, poi Matteo Salvini ha denunciato lo sconfinamento. Da allora alla fine del villaggio di Claviere ci sono fisse due camionette della Polizia italiana che in caso prende in consegna i migranti arrestati dalla Paf.
Claviere è una città turistica e in queste settimane è piena di sciatori che si godono il comprensorio della Vialattea che va da Sauze D’Oulx a Montgenèvre. Ma tra famiglie in tuta da sci e scarponi, quando viene buio, è facile trovare alla fermata dell’autobus che arriva da Oulx, dove c’è la stazione del treno da Torino, gruppetti di ragazzi africani. Questa sera ci sono cinque uomini appena arrivati dalla Sicilia a Torino, da Torino a Oulx, da Oulx a Claviere e, possibilmente, stanotte a Briançon. Li raggiunge un altro ragazzo dal negozio dove si è comprato delle scarpe a metà tra scarponcini e moonboot. “Secondo te vanno bene?” chiede. Non hanno mai visto una montagna così, la temperatura è sotto zero.
Eppure hanno ragione loro e lo si vede a Briançon, la prima città di medie dimensioni sul lato francese. Là vicino alla stazione è aperto dal luglio 2017 il Refuge Solidaire in locali del Comune gestiti dell’associazione Tous Migrants. “Da allora abbiamo accolto circa 7400 persone – dice Remì uno dei volontari –, oltre 400 al mese. Siamo riusciti ad accoglierli tutti. Certo non hanno documenti, stiamo a quello che ci dicono loro, comunque l’80 per cento viene dall’Africa francofona: Guinea Conakri, Gambia, Costa d’avorio, Senegal, Mali”.
Tantissimi i minori, ma non per lo Stato francese. “Oltre il 40% sono minori non accompagnati – aggiunge Michel di Tous Migrants – che vengono affidati al Conseil Départemental. Ma il Conseil ha maglie strettissime: nel 2017 solo il 46% dei minori è stato riconosciuto e nel 2018 va peggio, ne riconoscono uno su 10. Siamo di fronte a razzismo istituzionale che si libera così dei propri obblighi nazionali e internazionali”.
Al Refuge Solidaire una ventina di giovani africani, giocano a carte, bevono tè e aspettano il dottore. Due li avevamo incontrati a Oulx: due giorni fa erano stressati e disperati, ora ci salutiamo con grandi feste. Mamadou, un giovane del Senegal in sedia a rotelle, è venuto tranquillamente in bus perché aveva tutti i documenti: “Ero stufo di stare nei centri di accoglienza mentre gli altri uscivano, non c’era lavoro o altra attività per me. Per un disabile la vità è difficile in Italia”.
Dal Refuge passano anche molti marauders, figure mitiche delle Alte Alpi. Perlustrano i sentieri di montagna per aiutare chi è in difficoltà e testimoniano su eventuali abusi della polizia. Uno è Benoît che però non vuole parlare con noi: “Non mi fido dell’uso che le autorità fanno dell’informazione”, spiega. È comprensibile visto che è stato indagato già due volte, una per aver portato all’ospedale una donna nigeriana che stava partorendo e l’altra per aver partecipato a una manifestazione da Claviere a Briançon, durante la quale sono passati in Francia alcuni profughi senza documenti. Per la manifestazione sono stati condannati in primo grado in sei per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: fino a 12 mesi di cui 4 senza condizionale.
I maurauders raccontano di arresti violenti, zaini e telefoni rubati, respingimenti di minori. M., giovane cuoco maliano, è stato respinto 4 volte. “Una di queste – racconta al Fatto – mi hanno preso dallo zaino davanti agli occhi 400 euro e mi hanno minacciato se fossi tornato in frontiera. Ero sconvolto”. Ma ce l’ha fatta. “Non solo violenze dirette – dice il dottor Duex dell’ambulatorio –, se la polizia perlustra con i gatti delle nevi e rincorre chiunque è nero ovviamente suscita paura e le persone si fanno facilmente male. La montagna è come il mare: bellissimo quando ne puoi godere ma pericoloso se non lo conosci.”
Lavori extra su fregate. La Corte dei conti assolve De Giorgi
La sezione giurisdizionale per il Lazio della Corte di conti ha assolto l’ex capo di stato maggiore della Marina Militare Giuseppe De Giorgi dall’accusa di danno erariale per le modifiche costruttive che furono da lui richieste sulle fregate multimissione (Fremm) commissionate a Fincantieri. Secondo il giudice contabile, gli interventi disposti da De Giorgi furono connotati da oggettiva utilità, tant’è che sono stati poi replicati su tutte le successive navi della stessa fornitura. L’indagine della Corte dei Conti nasce dopo che un dossier anonimo all’inizio del 2016 era stato inviato alle massime cariche dello Stato nel quale venivano riportati episodi che avevano visto protagonista De Giorgi. Il dossier suscitò parecchio clamore anche perchè arrivò in un momento in cui lo stesso ammiraglio era indagato nell’ambito di un filone dell’inchiesta potentina denominata “Tempa Rossa”. Indagini, nel suo caso, conclusasi con un nulla di fatto: De Giorgi è stato definitivamente archiviato. Ora si chiude per l’ammiraglio anche la vicenda contabile: “Sono contento che la magistratura abbia riconosciuto la correttezza del mio operato”, ha commentato ieri De Giorgi.
“Diritti umani? Basta con le guerre ideologiche”
“Teniamo fuori di qui gli scontri ideologici”. Parola di Stefania Pucciarelli, ultrà salviniana e presidente della commissione Diritti umani del Senato. Pucciarelli è donna notoriamente imparziale. Talmente scevra da condizionamenti ideologici che qualche tempo fa si fece beccare a mettere un “like” alla modesta proposta di un suo amico Facebook: usare i “forni” per i migranti che pretendono un alloggio popolare.
Ora però Pucciarelli è figura di garanzia: presiede quell’organismo parlamentare che – per definizione – dovrebbe indagare sul rispetto dei diritti umani. C’è questione più urgente di quella dei 49 migranti trattenuti sulle navi a largo di Malta? A Pucciarelli non interessa. Ieri ha risposto picche alla richiesta dei senatori del Pd di ascoltare urgentemente Giorgia Linardi, la portavoce dell’Ong Sea Watch. “La mia posizione – ha detto la presidente – è di tenerci fuori dagli scontri ideologici. Se ne occupino altre commissioni ”. Le sue idee al riguardo sono pubbliche (sempre su Facebook) e sono quelle di Matteo Salvini: “Una nave tedesca e una nave olandese, in acque maltesi. Ma ad accogliere dovrebbe essere ancora una volta l’Italia. Basta ricatti. Io non cambio idea”.
Le questioni dei migranti – dice Pucciarelli – non ci riguardano. Curiosità: e allora di cosa si è occupata allora, fino ad oggi, la commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, presieduta dalla pasionaria leghista? Praticamente di nulla. il bottino è magro: dal 14 novembre 2018, giorno dell’elezione di Pucciarelli, si è riunita ben tre volte; la prima per programmare i lavori, le altre due per iniziare una “indagine conoscitiva sui livelli e i meccanismi di tutela dei diritti umani in Italia”. Alla quale per ora si è lavorato piuttosto pigramente: solo due audizioni, l’11 e il 18 dicembre.
Nel primo incontro sono stati ascoltati Andrea Iacomini e Maria Fiasco di Unicef sul tema dei matrimoni precoci (Iacomini, peraltro, ha elogiato pubblicamente il lavoro svolto dall’Associazione 21 luglio nella raccolta dei dati: è la stessa associazione che ha denunciato Pucciarelli per odio razziale dopo la gaffe sui forni). Nel secondo incontro è intervenuta, sullo stesso argomento, la garante dell’infanzia Filomena Albano. Tutto qui: due ore di lavoro in due mesi (alle quali va aggiunta la meritoria visita della presidente e di alcuni senatori alla sezione Nido del carcere di Rebibbia il 6 gennaio).
L’importante, sostiene Pucciarelli, è che i temi affrontati “non siano divisivi”. I diritti dei bambini italiani non lo sono, quelli degli stranieri sì.
Malta, tra Conte e Salvini è scontro in mare aperto
“Ai colleghi di governo – avverte Matteo Salvini – lo dico con la massima serenità: ogni ministro si occupi delle sue competenze, altrimenti…”. Altrimenti? Il ministro dell’Interno – con una dichiarazione su Facebook – lascia all’immaginazione e ai puntini di sospensione, l’interpretazione di ogni sua probabile reazione. Il premier Giuseppe Conte evidentemente non crede alle sue minacce, anzi intravede il bluff, e gli risponde con queste parole pochi minuti dopo: “Vorrà dire che non li faremo sbarcare. Li prenderò con l’aereo e li riporterò”. Salvini incassa e conferma: “Li vuole andare a prendere con l’aereo? Mah, io non ci sto”. Lo stallo maltese comunque potrebbe finalmente essere vicino alla soluzione. Il malessere interno al governo, invece, sembra essere appena iniziato. Il botta e risposta tra Salvini e Conte inizia infatti dopo i lanci di agenzia che annunciano le dichiarazioni del premier nella trasmissione televisiva Porta a Porta: “L’importante è farli sbarcare a Malta”, dice Conte a Bruno Vespa, “stiamo sollecitando Malta perché li faccia sbarcare: c’è un limite a ogni politica di rigore. Questo è un caso eccezionale, con donne e bambini da oltre due settimane in mare. Io, non volendo tradire la linea di coerenza del governo, penso che il sistema Italia possa sopportare poche donne e pochi bambini. Ed è contrario a qualsiasi principio separare padri e figli”. La risposta online di Salvini è secca: “Un cedimento, oggi, da parte di chiunque, significa riaprire le porte al traffico gestito da mafiosi e scafisti. Se qualcuno anche all’interno del governo accetterà di cedere alle imposizioni di scafisti trafficanti e ong non farà un buon servizio. In Italia si arriva se si ha il diritto di arrivarci. Non ci sarà mai l’ok mio e dei ministri della Lega per uno strappo alla regola, né per uno, né per cento”. Mentre Conte e Salvini litigano, qualcosa, seppure timidamente, sembra iniziare a muoversi tra Francia e Germania: fonti dell’Eliseo affermano che Parigi “è pronta ad accogliere una parte dei migranti” a bordo nel quadro di uno “sforzo collettivo” di ripartizione europea che deve’essere raggiunta in modo “urgente”. “Si spera – concludono da Parigi – che possa essere una questione di ore”. Il ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer, ha invece dichiarato che la Germania è pronta ad accogliere 50 dei rifugiati arrivati in nave attraverso il Mediterraneo. Oltre la distribuzione dei 49 naufraghi a bordo delle navi Sea Watch 3 e Sea Eye, infatti, Malta chiede anche quella dei 249 migranti soccorsi e sbarcati nei giorni precedenti.
“Siamo al diciottesimo giorno in mare, queste persone non ce la fanno più”, ha dichiarato ieri Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watc. “A bordo c’è grande frustrazione, siamo allo stremo. Fate sbarcare queste persone. Alcuni di loro rifiutano di mangiare. Ci stanno dando un aut aut. Guardano l’Europa dal binocolo, si sentono in prigione. Ad alcuni di loro la situazione ricorda le prigioni in Libia in cui hanno subito le vessazioni che ora si portano dentro. Da cittadini europei a bordo, è vergognoso guardarli in faccia e spiegare loro come mai nessuno in Europa li voglia. Per favore – aggiunge – che siano i nostri governanti a spiegare a queste persone una a una, perché non possono arrivare in Europa”. Il dottore a bordo, Frank Dorner, invece, ha parlato ieri di stress post traumatico per i passeggeri – tra i quali 4 bambini – e ha ribadito la sua preoccupazione per la salute fisica e mentale dei naufraghi che – ha spiegato Dorner – potrebbero compiere atti di autolesionismo. Tre di loro, già nei giorni scorsi, avevano rifiutato di bere e mangiare.
Parigi, Lucia Riina apre un ristorante. Si chiama “Corleone”
Il nome non lascia spazio a dubbi. Apre a Parigi “Corleone by Lucia Riina”, il primo ristorante della figlia del boss di Cosa Nostra, Totò, morto in carcere il 17 novembre 2017. “Vita nuova”, scrive lei su Facebook. Il locale propone piatti tradizionali della cucina siciliana e si trova al 19 di Rue Daru, non lontano dall’Arc de Triomphe e dal Lido, il cabaret che offre spettacoli di burlesque noti in tutto il mondo. Sulla facciata verde e marrone spicca lo stemma del Comune palermitano. Le recensioni dei primi clienti sono positive: “Tres accueillant, repas succulent”, “Molto accogliente, cibo succulento”, scrive un utente. C’è poi chi lo indica come il “migliore ristorante italiano di Parigi”. Il trasferimento di Lucia in Francia risale almeno allo scorso autunno. Ultimogenita di Riina, è anche pittrice. Propone online l’acquisto delle sue opere, acrilici su tela o legno. Sul sito internet luciariina.com alla voce ‘My lifè racconta di sè: “Nel ’93 quando sono arrivata a Corleone, avevo 12 anni, mi sono trovato catapultata in un mondo ed una realtà per me del tutto nuova”. Lucia Riina, 38 anni sposata con Vincenzo Bellomo, non ha mai preso le distanze dalla famiglia di origine, anzi si è più volte detta “onorata” del suo cognome.