Inchiesta abusi Cirque du Soleil, i pm: “Archiviare Daniele Frongia”

Dopo due mesi di indagine la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione per il vicesindaco di Roma Luca Bergamo e gli assessori Daniele Frongia e Pinuccia Montanari. L’inchiesta riguarda i lavori effettuati nel 2017 per ospitare il Cirque du Soleil, il circo canadese noto in tutto il mondo per la rilevanza delle sue esibizioni e per la decisione di non impiegare animali.

Era stato lo stesso assessore allo Sport del Campidoglio a rendere nota la faccenda: “Ho ricevuto un atto di elezione di domicilio relativo a un presunto abuso edilizio commesso da terzi”, aveva spiegato Frongia su Facebook. In particolare i magistrati, che successivamente avevano ipotizzato il reato di abuso d’ufficio, avevano acceso i riflettori sulle spese che i produttori dello spettacolo avrebbero dovuto effettuare per bonificare l’area al termine dello show.

Nell’aprile 2017 infatti, il via libera all’occupazione del suolo pubblico era condizionato anche al ripristino della vecchia recinzione con due nuovi cancelli e l’allaccio in fogna. Si trattava di una spesa che ammontava a 300 mila euro, ma di fatto non venne mai stanziata dalla produzione. E a scoprirlo erano stati i vigili urbani del gruppo Cassia, coordinati dal comandante Renato Marra, fratello del più noto Raffaele, l’ex capo del personale della sindaca Virginia Raggi.

I caschi bianchi avevano sollevato dubbi in merito alla scelta della nuova giunta di sospendere i lavori di ripristino a carico della produzione.

Una decisione adottata considerando il “contribuito a riqualificare un’area altrimenti depressa”. Ed è per questo che, secondo i magistrati capitolini, non è stato commesso alcun reato.

Atac, arriva l’ok dei creditori. La partecipata dei trasporti verso il concordato preventivo

Via libera dell’assemblea dei creditori al piano di concordato preventivo presentato da Atac, l’azienda del trasporto pubblico di Roma, per rientrare dal debito monstre di 1,4 miliardi di euro maturato negli anni dalla partecipata che gestisce bus, tram e metro. La votazione, partita il 19 dicembre scorso, si è conclusa a mezzanotte ma fonti qualificate parlano di una ampia maggioranza dei 1.200 creditori (i maggiori sono alcune banche, Trenitalia, la Regione Lazio e Cotral) in favore del programma predisposto per ripagare i debiti. La scorsa estate il piano aveva già ottenuto parere favorevole dal Tribunale fallimentare e dalla Procura di Roma, che avevano però sottolineato come il concordato risultasse più “conveniente” per i creditori rispetto al possibile scenario alternativo di una procedura di amministrazione controllata, ossia l’anticamera del fallimento di una società con poco meno di 13 mila dipendenti.

Il programma di rientro prevede di pagare 150 milioni ai creditori privilegiati entro il 2019 e il 30% del credito chirografario (non garantito da pegni, ipoteche o fideiussioni) entro il 2022. Per il resto i creditori dovranno aspettare forse anche decenni. Per finanziare le diverse fasi del concordato Atac si è impegnata ad aumentare i ricavi da bigliettazione e contratto di servizio con il Comune tramite l’incremento dei chilometri percorsi. Una strategia per provare a rilanciare un’azienda – da anni al centro di inchieste giudiziarie – che ruota attorno all’acquisto di 600 nuovi bus, di cui 227 entro il 2019. Soddisfatta Virginia Raggi: “Sapevamo che era la strada giusta per mantenere Atac pubblica, in mano ai romani e per restituire ai cittadini un’azienda sana. Andiamo avanti spediti per dare alla città un servizio di trasporto pubblico davvero efficiente”. Ora la sfida sono i nuovi bus per rinnovare una flotta piccola, appena 1.400 vetture, con un’età media di ben 11 anni.

A., nata con una malformazione all’esofago, mangia per la prima volta a tre anni grazie ai medici

Non ha mai potuto nutrirsi autonomamente prima. E non poteva neanche bere. Una malformazione all’esofago, chiamata atresia esofagea, le impediva di alimentarsi come tutti. Adesso, a tre anni compiuti, la piccola A. potrà finalmente mangiare. I chirurghi dell’ospedale Infantile Regina Margherita della Città della Salute di Torino sono infatti riusciti nell’intervento sperimentale di ricostruzione, avvenuto quasi un mese e mezzo fa. La bimba è ancora ricoverata nel reparto di rianimazione pediatrica, ma grazie al suo nuovo esofago sta lentamente imparando a masticare e inghiottire. Non è stata una vita facile quella di A. A soli due mesi le fu diagnosticata a Milano una stenosi esofagea, cioè un restringimento cicatriziale dell’esofago. I medici cercavano di riallargare il canale alimentare, ma si richiudeva. A. non ha mai potuto nutrirsi normalmente e questo le ha creato gravi problemi di crescita. In seguito è stata presa in carico a Torino, dove è stata alimentata grazie a un sondino introdotto dall’addome nello stomaco e poi ancora attraverso una cannula inserita in una vena.

Nel frattempo, però, la sua famiglia è dovuta andare in Francia per seguire le cure della sorellina di A., anche lei malata. La piccola ha avuto bisogno di essere affidata temporaneamente a una famiglia torinese che le consentisse di continuare le cure. A novembre, poi, è stata sottoposta all’intervento eseguito dall’équipe di chirurgia pediatrica, diretta da Fabrizio Gennari, in collaborazione con il professor Renato Romagnoli e con il dottor Dario Reggio. I medici hanno asportato il tratto cicatrizzato, poi hanno preso le due estremità sane dell’esofago, quella del collo e quella dell’addome, per unirle. “Il primo approccio col cibo è stato diffidente”, spiega Gennari. Ora A. potrà pian piano avere una vita normale e, una volta completato il recupero, tornare dalla famiglia naturale.

Ancora bambini picchiati e umiliati all’asilo. Terzo caso in un anno a Roma e provincia

Venivano picchiati strattonati, umiliati. Insultati ripetutamente, con parolacce e gesti violenti che, in alcuni casi, poi ripetevano a casa fra lo stupore dei genitori. Bambini fra i 3 e i 5 anni. La scuola per l’infanzia pubblica San Giuseppe di Ariccia, alle porte di Roma, fino a qualche mese fa era considerato un asilo modello: mai una lamentela, una voce, un sentore che potesse far pensare a una scuola degli orrori. C’è voluto il coraggio di una coppia di genitori preoccupati dal comportamento del loro figlioletto, per far scattare la denuncia che ha permesso ai Carabinieri della stazione di Ariccia, diretti dal maresciallo Gianni Coltellaro, di installare telecamere nascoste nelle due classi e riprendere i maltrattamenti che una ventina di bambini circa subiva tutti i giorni. Dopo nemmeno un mese di indagini, la Procura di Velletri ha disposto così gli arresti domiciliari per tre insegnanti e una collaboratrice scolastica, di età compresa fra i 55 e i 63 anni, provenienti rispettivamente dai comuni limitrofi Ariccia, Velletri e Genzano e, la bidella, da Formia. “Una sopraffazione sistematica” da parte delle tre donne, come scrive il gip. Le riprese video, infatti, hanno permesso di documentare come i piccoli venissero strattonati, colpiti con forza perché rimanessero seduti, trascinati per terra, tirati per le braccia. Una violenza che veniva loro inferta a parole, prima ancora che a gesti. E questo accadeva tutti i giorni.

Ma da quanto tempo andava avanti questo modus operandi? Per ora, chi indaga non ne ha certezza. Alla denuncia della prima coppia di genitori sono seguite a ruota, come spesso accade, quelle degli altri. Ieri mattina un nutrito gruppo di persone si era radunata davanti l’asilo San Giuseppe per ringraziare i carabinieri. Prima di dicembre, però, nessuno aveva mai aperto bocca o denunciato.

Ed è questo quello che inquirenti vogliono scoprire, anche attraverso le testimonianze delle persone informate sui fatti che verranno raccolte nelle prossime ore. “Sinceramente non pensavo si arrivasse a tanto – confessa una mamma a Il Fatto – Mio figlio ha frequentato quell’asilo, ho visto che non era molto contento di andarci e l’ho mandato da un’altra parte. Ma non avrei mai immaginato”.

E nella Capitale la statistica inizia a diventare inquietante. Nel giro di appena un anno si tratta del terzo caso simile, solo a Roma e nel suo hinterland. Nel settembre scorso 5 maestre sono state sospese da una scuola per l’infanzia del quartiere Eur, con l’accusa di picchiare e rinchiudere al buio bimbi che in alcuni casi non avevano nemmeno due anni. Nel febbraio scorso erano state Le Iene a documentare casi di violenze a Fiumicino. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, sui social si è impegnato a promuovere una legge che permetta l’installazione di telecamere in asili e case di riposo, proposta valutata positivamente dal Moige.

Oltre 800 le firme contro la riforma voluta da Franceschini

Si allunga la lista di nomi di studiosi ed esperti di archeologia favorevoli all’abbandono delle Soprintendenze uniche, misura varata quando era ministro Dario Franceschini, che troncava pressoché di netto il legame tra gli organi di tutela, le Soprintendenze appunto e i musei e i parchi archeologici che diventano sempre più luoghi da “turisti della domenica”. Si aggiungono all’appello lanciato tra gli altri dall’ex direttore generale Luigi Malnati e il primo italiano a dirigere il Centro internazionale di studi per la conservazione e il restauro dei beni culturali dell’Unesco Stefano De Caro nomi conosciuti come Salvatore Settis, Vittorio Sgarbi e altri specialisti e funzionari Fausto Zevi, Umberto Broccoli, Francesco D’Auria. In totale 809 firme di personalità che auspicano che il ministro Bonisoli mandi in soffitta le Soprintendenze uniche dando vita a quelle territoriali specializzate. Le maggiori criticità della riforma Franceschini risiedono nella separazione totale tra gli enti di tutela, le Soprintendenze, depotenziandole, e musei e parchi archeologici, lasciati a gestire una valorizzazione economica forse troppo commerciale dei loro beni.

Strano furto al reporter di Fanpage

Sono entrati dalla finestra della sala da pranzo, ritrovata completamente spalancata, senza forzare nulla. E hanno “visitato” la casa di Milano del giornalista Sacha Biazzo, il reporter che ha firmato per la testata web Fanpage la videoinchiesta Bloody Money. E con questo titolo a fine mese uscirà in edicola con Il Fatto e in tutte le librerie il libro che racconta l’inchiesta sul sistema di corruttela che gira intorno agli appalti sul ciclo dei rifiuti. Sasha accompagnava l’ex boss Nunzio Perrella negli incontri con politici e faccendieri, tutto documentato con una telecamera nascosta.

I ladri sono entrati in azione in casa di Biazzo il 5 gennaio e hanno compiuto una azione mirata: non hanno toccato gli oggetti preziosi, hanno lasciato in un cassetto alcune perle, hanno ignorato una telecamera da 2.500 euro e un drone Maverick di grande valore, ma si sono portati via il personal computer del giornalista, un MacBook usato e malconcio, nonché due cellulari, uno zaino da spalla con dentro un orologio e una chiavetta per le operazioni di home banking. Un hard disk custodito nello zaino rubato, che conserva dati sensibili del cronista, è stato invece ritrovato sotto al letto.

Un lavoro da professionisti, secondo la ricostruzione riportata nella denuncia alla polizia di Biazzo. I ladri hanno agito con comodo, dopo aver usato una cassettiera a mo’ di barriera dietro la porta. Il giornalista si era allontanato da casa chiudendo regolarmente la porta d’ingresso, ma quando è rientrato ha dovuto forzare il blocco e si è accorto quasi subito che qualcuno si era portato via qualcosa dal salotto e dalla camera da letto.

Il sospetto, rilanciato dal vicepremier Luigi Di Maio in un post, è che il furto sia da mettere in relazione con alcune videoinchieste ancora top secret su politica e corruzione, sulle quali la redazione di Fanpage sta lavorando da tempo e che potrebbero andare in onda nelle prossime settimane. “Un furto inquietante – sostiene il presidente della commissione parlamentare antimafia Nicola Morra – e non si può escludere che quanto accaduto sia collegato a Bloody Money e nuove inchieste della testata. Ritengo necessario e doveroso che non cali l’attenzione su questa situazione, perché proprio quando cala il silenzio che cominciano le ritorsioni”. Già all’epoca di Bloody Money, primi mesi del 2018, ai giornalisti di Fanpage successero cose strane. A febbraio scoppiò un incendio nell’edificio di Napoli dove viveva la cognata del direttore, Francesco Piccinini. Pochi giorni dopo, un altro incendio a Cava dei Tirreni devastò il bar dei genitori del reporter Carmine Benincasa. Le indagini non hanno finora appurato collegamenti tra questi episodi e i reportage della testata web.

Ue, le fake news sul “Corriere”: il direttore difende Fubini

L’incendio è iniziato con una scintilla alla vigilia di Capodanno: una lettera di Ivo Caizzi, corrispondente del Corriere della Sera da Bruxelles, ai suoi colleghi e al comitato di redazione. Chiede di “verificare e valutare il comportamento del direttore Luciano Fontana nella copertura della trattativa tra Unione europea e Italia sulla manovra di bilancio 2019”. I giornalisti che fanno parte del cdr leggono e ne parlano con Caizzi: “Insieme decidiamo di rimandare la discussione e la risposta a dopo il 7 gennaio”.

Ma intanto un ex inviato del Corriere, Massimo Alberizzi, leader della corrente sindacale “Senza bavaglio”, pubblica la lettera sul sito della corrente. Da lì la riprendono, ieri, il quotidiano La Verità di Maurizio Belpietro e il Blog delle stelle, che la pubblica con tutti gli allegati sotto il titolo: “Corriere della Sera smascherato dal suo corrispondente: le balle sul governo”. A questo punto la risposta arriva dal direttore Luciano Fontana, che scrive ai suoi giornalisti: “Una lettera interna finita su un’altra testata mi spinge a scrivervi per chiarire alcuni punti e per evitare che interpretazioni senza fondamento del nostro lavoro danneggino il nostro giornale”.

Quali sono i punti da chiarire? Caizzi fa parlare i fatti, anzi i titoli e gli articoli del Corriere. A partire dall’apertura di prima pagina del 1 novembre: “Deficit, pronta la procedura Ue”. Con addirittura, nel catenaccio, la data: “La decisione attesa il 21 novembre”. Commenta Caizzi: “La procedura d’infrazione Ue contro l’Italia è, in quella data, inesistente, oltre che tecnicamente impossibile”. Nei giorni seguenti, il giornale continua a usare toni drammatici. Caizzi non ne fa il nome, ma l’autore dei pezzi “allarmisti” è Federico Fubini, peraltro uno dei quattro componenti italiani della task force della Commissione Ue contro le fake news.

Il 7 novembre, a pagina 10, Caizzi scrive che “i 28 ministri finanziari dell’Ecofin confermano la trattativa e l’aspettativa di sviluppi positivi con l’Italia”. A pagina 11, con grande rilievo, Fubini scrive il contrario: “Non c’è stato nessun passo verso un compromesso fra la Commissione europea e l’Italia, né alcun vero negoziato. Al contrario, dall’Eurogruppo e dall’Ecofin è emerso solamente il sostegno di 18 Paesi dell’area euro e di tutti gli altri esterni alla moneta unica per la posizione della Commissione contro il bilancio del governo di Giuseppe Conte”.

Caizzi chiude la sua lettera ponendo sei domande sul comportamento del direttore Fontana e sull’attendibilità del Corriere, da difendere evitando di “aprire la prima pagina con una notizia che non c’è” e di pubblicare informazioni che possono “aver influito – magari anche marginalmente e inconsapevolmente – sui mercati finanziari: favorendo di fatto mega-speculatori che in quei giorni scommettevano capitali ingenti sulla destabilizzazione dell’Italia”.

Il cdr oggi commenta che quello che è successo al Corriere è la normale dinamica delle notizie che vengono trattate dai giornali, con informazioni di fonti istituzionali che vengono affiancate, e magari in parte contraddette, da retroscena. “Non replicheremo al collega”, dicono dal cdr, “la nostra risposta è stata superata dai fatti e dall’intervento del direttore”.

Fontana ha aperto la sua lettera citando un’intervista al premier sul settimanale Panorama, dello stesso gruppo del quotidiano La Verità. Giuseppe Conte conferma che si era vicini alla rottura: “Ho avvertito la certezza che c’era una decisione presa e che consideravano l’Italia fuori”. Dunque il Corriere, sostiene Fontana, “ha raccontato con rispetto dei fatti sia le minacce di procedura, sia la trattativa, come dimostrano gli articoli pubblicati… È davvero inverosimile che si giudichi il risultato finale (l’accordo tra Italia e Ue) per dire che i passi iniziali verso la procedura d’infrazione non fossero veri (tra l’altro raccontati da tutti i giornali del mondo e respinti all’inizio dal nostro governo che affermava non avrebbe mai cambiato il numerino del 2,4 per cento). Pensiamo che sia stato giusto arrivare a un accordo, che fa bene all’Italia e all’Europa. (…). Abbiamo raccontato l’intero percorso con oggettività”. Segue chiusa polemica: “Forse si voleva invece raccontare il mondo immaginario delle feste sul balcone e dei numerini che non sarebbero cambiati mai. Ma questo al Corriere non è mai accaduto”. “Non ho altro da aggiungere”, dice Fontana al Fatto, “la procedura d’infrazione è stata davvero in discussione, poi per fortuna la situazione è migliorata, ma solo dopo che il governo ha cambiato i numeri che prima aveva dato come immutabili”.

“Io non parlo”, replica Caizzi. “Aspetto solo le risposte alle mie sei domande”.

Landini: “Il reddito di cittadinanza è come il Jobs act”

Nella volata verso la segreteria della Cgil, Maurizio Landini prova a convincere gli elettori scagliandosi contro il governo Conte. Ieri l’ex leader della Fiom, il cui nome sarà opposto a quello di Vincenzo Colla nel congresso nazionale del 22-25 gennaio, ha criticato duramente il reddito di cittadinanza, definito uguale al Jobs act: “Nell’esecutivo del cambiamento in realtà non ci sono cambiamenti. Il reddito di cittadinanza non è diverso dal Jobs act laddove si prevedono incentivi alle aziende. Cosa c’è di diverso da Renzi, se scopri che quando finiscono i soldi finiscono anche le assunzioni?”. L’obiettivo del sindacato, dice Landini, è contestare nel merito il lavoro del governo, perché serve “rompere quel consenso determinatosi sul nulla”. Al momento la sfida Landini-Colla è apertissima: il primo può vantare l’appoggio dei metalmeccanici della Fiom, di Lavoro società e della Filcams (settore commercio), mentre l’ex numero 1 della Cgil emiliana può puntare quasi certamente sui pensionati dello Spi e sulla Filt (trasporti).

Renzi non è pronto: il partito dopo le Europee

Il movimento di Matteo Renzi? Per ora non se ne fa niente. Tutto rimandato a dopo le Europee, stando ai ragionamenti di fine anno dell’ex premier.

Per capire cosa è successo, bisogna tornare alle ore convulse che seguirono il ritiro di Marco Minniti dalla corsa per il Pd. In quei momenti, Luca Lotti, insieme a Lorenzo Guerini e Antonello Giacomelli, scelsero di appoggiare Maurizio Martina, portandogli “in dote” 85 parlamentari post-renziani, ovvero lottiani. Una scelta non condivisa dal leader, che negli stessi momenti chiedeva a Roberto Giachetti di correre: un modo sia per prepararsi l’uscita, sia per cercare di influenzare il risultato. Ne seguì una lite in piena regola tra Renzi e Lotti, durata giorni e giorni, con “Matteo” convinto a uscire. Ma oggi i sondaggi danno la formazione di Renzi pericolosamente vicina alla soglia del 4% che serve per entrare al Parlamento europeo. Il tempo è poco, il rischio flop è dietro l’angolo. Un flop che Renzi non può permettersi. E così si è fermato e ha ricominciato a parlare con Lotti. A questo punto, la sua strategia sarebbe un’altra: aspettare la vittoria di Nicola Zingaretti ai gazebo. E poi, scommettere sulla sconfitta del Pd guidato dal nuovo segretario alle elezioni dei maggio. Sotto il 20%, il progetto dem non ha ragione di essere, ragionano anche i lottiani. A quel punto, a uscire potrebbero essere tutti in blocco. Renzi continua a mandare avanti il suo progetto. C’è Sandro Gozi, che sta lavorando a costruire alleanze in Europa e che, insieme a Ivan Scalfarotto, cura i comitati civici. In agenda tre iniziative: la prima a Roma, sabato, poi nei due sabati successivi, a Napoli e a Milano. Una base utile per ripartire, ma di certo non sufficiente: l’ex premier continua a guardare a Forza Italia e ad eventuali fuoriusciti (a partire da Paolo Romani) e ai centristi. Convinto che quello spazio politico c’è e che se i voti non vanno al Pd andranno a lui.

Nel frattempo, i lottiani si sono “appropriati” della mozione Martina, scegliendo Simona Malpezzi come portavoce. E ragionano anche in termini di vittoria, pensando a un eventuale vicesegretario (che non sarà Matteo Richetti). Renzi, intanto, gira il mondo: in questi giorni sta facendo conferenze negli Stati Uniti, poi andrà a Lisbona.

L’ultima data cerchiata sul calendario per un’uscita dal Pd, magari in solitaria, è gennaio. Ora pare ipotesi tramontata. Ma l’uomo resta pronto a repentini cambiamenti.

D’Alema: “Il Pd doveva dare l’appoggio esterno ai 5Stelle”

Il Partito democratico doveva dare l’appoggio esterno a un governo del Movimento 5 Stelle. Sette mesi dopo la fumata nera tra dem e grillini, sancita in diretta tv da Matteo Renzi in barba all’imminente assemblea Pd, Massimo D’Alema torna sulle trattative post 4 marzo, puntando il dito contro la classe dirigente: “È stato un errore grave di analisi e di condotta politica aver considerato i 5Stelle come l’altra faccia della Lega e aver spinto il Paese nelle mani della destra”.

Il Líder Massimo parla dalla poltrona di C’ero una volta… la sinistra, il programma condotto da Antonio Padellaro e Silvia Truzzi – realizzato dalla piattaforma tv Loft (www.iloft.it e app Loft) e in onda per gli abbonati dal 17 gennaio, con Achille Occhetto, Fausto Bertinotti e D’Alema ospiti delle prime tre puntate –, spiegando come fosse possibile, allora, far emergere gli aspetti più “di sinistra” del Movimento, adesso in gran parte sacrificati dall’alleanza con Salvini: “Di certo il M5S non è l’erede della tradizione dei partiti di sinistra, ma bisognava capire che un movimento che si era presentato alle elezioni avendo come parole d’ordine la lotta alla povertà e ai privilegi ha raccolto un qualcosa che storicamente apparteneva a quell’area”.

C’erano dunque i presupposti, secondo D’Alema, per mettere all’angolo la Lega, che pure alle urne era arrivata dietro al Pd: “Non so se un accordo coi 5 Stelle fosse possibile, ma andare a vedere le carte era obbligatorio. Un leader serio avrebbe detto a loro di fare il governo e avrebbe dato l’appoggio esterno su quattro o cinque obiettivi chiari”.

Progetti stroncati sul nascere dal mancato ricambio nella classe dirigente del Partito democratico, rimasta la stessa, durante la gestione delle trattative, che aveva guidato il Pd al crollo elettorale: “È stata una responsabilità politica del gruppo dirigente renziano. È con la sua complicità che Salvini adesso è al 30 per cento nei sondaggi”. E raccoglie consensi, insieme al Movimento 5 Stelle, nell’Italia che dovrebbe essere rappresentata dalla sinistra: “Oggi ho incontrato una persona per strada che mi ha fatto un quadro perfetto della nostra situazione. Mi ha detto: ‘Ho sempre votato per voi, stavolta non potevo perché c’era Renzi e allora ho votato Movimento 5 Stelle. Mi sa che ho fatto una cazzata’. Da questo sentimento diffuso dobbiamo ripartire”.

Al fallimento della stagione del Giglio magico e di Liberi e Uguali, però, D’Alema esclude possa seguire un suo ritorno nel centrosinistra che sarà. Non con un incarico politico, almeno: “Io ci sono e ci sarò per dare un contributo. Studio, scrivo, propongo idee, ma non voglio più avere responsabilità politiche, non ho intenzione di candidarmi”.

E a proposito di elezioni, nel corso del programma D’Alema ha anche escluso di avere rimpianti per aver mancato il Quirinale, sfiorato sia nel 2006 che nel 2013. Tredici anni fa, è la versione di D’Alema, fu lui a tirarsi indietro dopo una telefonata in cui Berlusconi gli spiegava l’impossibilità, per la coalizione di centrodestra, di sostenere il suo nome: “Allora andammo su Napolitano, anche se poi Berlusconi non votò neanche lui”. Diverso, invece, il caso del 2013: Fabrizio d’Esposito, intervenuto in trasmissione, ha ricordato i retroscena dell’epoca, secondo cui Anna Finocchiaro, che presiedeva l’assemblea Pd, mise ai voti soltanto la candidatura di Romano Prodi, scartando quella dell’ex Pci. Episodio su cui D’Alema preferisce glissare. A modo suo: “Nessun rimpianto per allora. Tutto sommato quello non era un ruolo adatto a me. Disciamo”.